Duomo di Caorle su facebook

Visualizzazione post con etichetta Canto gregoriano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Canto gregoriano. Mostra tutti i post

lunedì 23 gennaio 2012

La pratica sregolata della musica sacra

Riprendo un articolo pubblicato sul blog Cantuale Antonianum alla fine dello scorso dicembre a proposito della musica sacra, in cui è riportata una parte della conferenza conclusiva del centenario del PIMS (Pontificio Istituto di Musica Sacra) tenuta dal preside, mons. Valentin Miserachs Grau. In essa si parla della crisi che la musica sacra sta affrontando da ormai quarant'anni, malgrado la Chiesa abbia cercato di regolamentarla in documenti magisteriali che sembrano restare inascoltati.


Implicazioni di un centenario
Di Mons. Valentin Miserachs Grau

Il Pontificio Istituto di Musica Sacra è stato fondato da San Pio X nel 1911; il breve pontificio Expleverunt di approvazione e lode della Scuola reca la data del 14 novembre 1911, ma le attività avevano già avuto inizio il 5 gennaio dello stesso anno con la celebrazione di una Santa Messa di impetrazione di grazie. I corsi veri e propri iniziarono il 9 gennaio. L’intero anno accademico 2010-2011 è stato dedicato alla commemorazione del centenario di fondazione di quella che si chiamò inizialmente “Scuola Superiore di Musica Sacra”, ma che sotto il pontificato di Pio XI fu annoverata tra gli atenei e le università ecclesiastiche romane, prendendo definitivamente il nome di “Pontificio Istituto di Musica Sacra.
....
Vorrei sottolineare che il Santo Padre Benedetto XVI si è fatto presente alle feste centenarie tramite una sua lettera indirizzata al nostro Gran Cancelliere, Card. Zenon Grocholewski, in cui ha ricordato le benemerenze dell’Istituto in cento anni di storia, e ci ha ricordato come sia importante anche per il futuro continuare ad operare nel solco della grande tradizione, condizione indispensabile per un aggiornamento che abbia tutte le garanzie che la Chiesa ha sempre richiesto come connotati essenziali della musica sacra liturgica: santità, bontà di forme (arte vera) e universalità, nel senso che la musica liturgica sia a tutti proponibile, senza chiudersi in forme astruse o elitarie, e tanto meno ripiegare su imitazioni di banali prodotti di consumo.

Questo è un tasto dolente, il dilagare cioè nelle nostre chiese di un’ondata di pseudo musiche liturgiche veramente improponibili, sia nel testo che nella musica. Eppure la volontà della Chiesa appare chiaramente dalle parole del Santo Padre or ora ricordate. Con simili espressioni si era a noi rivolto nel discorso che tenne in occasione della visita al PIMS del 13 ottobre 2007. È ancora fresco nella nostra memoria il chirografo sulla musica sacra che il Beato Papa Giovanni Paolo II scrisse in data 22 novembre 2003 in commemorazione del centenario del “motu proprio” Inter sollicitudines di San Pio X (22 novembre 1903), assumendo “in totum” i principi più importanti di questo capitale documento, senza dimenticare quanto il Concilio Vaticano II aveva chiaramente espresso nel capitolo VI della Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla Sacra Liturgia, seguendo praticamente le orme di quel Santo Pontefice che volle che il suo “motu proprio” avesse il valore di “codice giuridico della musica sacra”. Viene da domandarsi: se la volontà della Chiesa viene dichiarata a chiare lettere anche ai tempi nostri, come mai la prassi musicale nelle nostre chiese si discosta in modo così evidente dalla sana dottrina?

Alla radice ci sarebbero vari problemi da considerare. Per esempio, il problema del repertorio. Abbiamo accennato ad una doppia dimensione: il pericolo cioè di chiudersi in una cerchia che vorrebbe sperimentare nella liturgia nuove composizioni ritenute di elevata qualità. Occorre dire che l’evoluzione del linguaggio musicale verso incerti orizzonti fa sì che il divario fra la musica “seria” e la sensibilità del popolo diventi via via più profondo. La musica liturgica deve essere “universale”, cioè proponibile a ogni tipo di “pubblico”. È difficile che oggi si scriva buona musica che rechi questo connotato essenziale. Non discuto sul valore di certe produzioni, anche sacre, contemporanee, ma sull’opportunità del loro inserimento nella liturgia; non si può trasformare “l’oratorio” in “laboratorio” di sperimentazioni.

Il secondo aspetto del problema deriva da una falsa interpretazione della dottrina conciliare relativa alla musica sacra. Sta di fatto che il “rinnovamento” liturgico postconciliare, compresa la mancanza quasi totale di una normativa vincolante ad alto livello, ha consentito un progressivo degrado della musica liturgica, fino a diventare per lo più musica di consumo, sui parametri della più sciatta musica leggera. Questa triste prassi determina talvolta atteggiamenti di uno stizzoso rifiuto nei confronti della vera musica sacra, di ieri e di oggi, sia pur semplice ma scritta a regola d’arte. Solo un ravvedimento e una decisa volontà “riformatrice”, che sembra purtroppo di là da venire, potrebbe riportare in chiesa la buona prassi musicale, e con la musica la serietà delle celebrazioni, che non mancherebbero di attirare, attraverso la bellezza, tanta gente, specie giovani, allontanati invece dalla imperante prassi dilettantistica, falsamente popolare, che è stata erroneamente ritenuta, magari in buona fede, efficace strumento di avvicinamento.

Sulla capacità di coinvolgimento di cui è capace la buona musica liturgica vorrei aggiungere soltanto quella che è la mia esperienza personale. Io ho la fortuna di operare, ormai da quasi quarant’anni, come maestro di cappella della romana basilica di Santa Maria Maggiore, ove tutte le domeniche e feste viene celebrata la S. Messa Capitolare in latino, in canto gregoriano e in polifonia, con l’intervento dell’organo e, nelle maggiori solennità, di un sestetto di ottoni. Posso assicurare che i fedeli gremiscono le navate della basilica, e che non mancano mai persone che vengono a ringraziare, commosse fino al pianto, e che addirittura, specie al canto finale dell’Inno alla Madonna “Salus Populi Romani”, battono le mani non potendo contenere l’emozione. La gente è assetata di buona musica! Essa va direttamente al cuore ed è capace di operare persino clamorose conversioni.

Un altro punto cardinale della buona musica liturgica, sempre ricordato dal magistero della Chiesa, riguarda il primato dell’organo a canne. L’organo è stato sempre ritenuto lo strumento principe della liturgia romana e, quindi, tenuto in grande onore e considerazione. Sappiamo bene che altri riti usano altri strumenti, oppure il solo canto senza sorta di accompagnamento strumentale. Ma la Chiesa romana – e anche le chiese nate dopo la riforma luterana – vedono nell’organo lo strumento privilegiato. In modo direi esclusivo nei paesi latini, mentre nei paesi di tradizione anglosassone è frequente nella liturgia anche l’intervento dell’orchestra. Ciò non è dovuto al capriccio o al puro caso: l’organo ha radici molto antiche ed è stato collaudato per lunghi secoli nel suo cammino di perfezionamento. La qualità oggettiva del suo suono prodotto e sostenuto dall’aria insufflata nelle canne, omologabile a quello emesso dalla voce umana, e la ricchezza fonica che gli è propria e che lo rende un mondo a sé – non si tratta infatti di un surrogato dell’orchestra! – giustificano la predilezione che la Chiesa nutre nei suoi confronti. Non per nulla anche il Concilio Vaticano II dedica ispirate parole all’organo quando dice che “il suo suono ha la capacità di aggiungere notevole splendore al culto e di elevare possentemente gli animi a Dio e alle cose celesti”, rievocando così la dottrina precedente, sia di San Pio X, che di Pio XII, specie nella splendida enciclica Musicae sacrae disciplina. Vorrei ricordare a questo proposito che una delle pubblicazioni del PIMS che ha avuto più largo successo è l’opuscolo Iucunde laudemus, che raccoglie i documenti più importanti del magistero della Chiesa relativi alla musica sacra. Proprio in questi giorni, visto che la precedente edizione era completamente esaurita, stiamo dando alle stampe una nuova edizione, aggiornata con ulteriori documenti, sia del magistero precedente che di quello dell’attuale Pontefice.

In questo sia pur rapido sguardo sui punti principali che sono alla base di una buona prassi musicale liturgica, arriva per ultimo quello che dovrebbe essere il primo ad essere considerato, cioè il “canto gregoriano”. Il canto gregoriano è il canto ufficiale della Chiesa romana, come ribadisce il Vaticano II. Il suo repertorio comprende migliaia di pezzi, antichi, meno antichi e addirittura moderni. Certamente il maggior fascino si trova nei brani più antichi, risalenti ai secoli X-XI. Anche in questo caso si tratta di un valore oggettivo, in quanto il canto gregoriano rappresenta una sintesi del canto europeo e mediterraneo, imparentato con il vero e autentico canto popolare, anche delle regioni più lontane del mondo. È un canto profondamente umano, essenziale, nella ricchezza e varietà dei modi, nella libertà ritmica sempre al servizio della parola, nella diversità e vario grado di difficoltà dei singoli brani, a seconda del soggetto a cui è affidata l’esecuzione, etc. È un canto che ha trovato nella Chiesa il suo “humus” più consentaneo, e che costituisce un tesoro unico, di inestimabile valore, anche sotto il punto di vista semplicemente culturale.

Perciò la riscoperta del canto gregoriano è condizione indispensabile per ridare dignità al canto liturgico. E non soltanto come repertorio valido in se stesso, ma anche come esempio e sorgente di ispirazione per le nuove composizioni, come nel caso dei grandi polifonisti del periodo rinascimentale che, seguendo i postulati del concilio tridentino, fecero della tematica gregoriana la struttura portante delle loro meravigliose composizioni. Se nel canto gregoriano abbiamo la strada maestra, perché non seguirla e ostinarci invece a battere sentieri che, in tanti casi, conducono al nulla? Ma per tentare questo lavoro occorre avere persone ben dotate e ben preparate. Tale è lo scopo del Pontificio Istituto di Musica Sacra. Per questi nobili ideali si è battuto durante cento anni, e continuerà a farlo anche nel futuro, convinto di rendere un servizio indispensabile alla Chiesa universale in un campo di primaria importanza qual è la musica sacra liturgica. Ne era talmente convinto San Pio X, che non esitò a scrivere nell’introduzione del suo “motu proprio” queste auree parole: Tra le sollecitudini dell’officio pastorale, non solamente di questa Suprema Cattedra, che per inscrutabile disposizione della Provvidenza, sebbene indegni, occupiamo, ma di ogni Chiesa particolare, senza dubbio è precipua quella di mantenere e promuovere il decoro della Casa di Dio, dove gli augusti misteri della religione si celebrano e dove il popolo cristiano si raduna, onde ricevere la grazia dei Sacramenti, assistere al santo Sacrificio dell’Altare, adorare l’augustissimo Sacramento del Corpo del Signore ed unirsi alla preghiera comune della Chiesa nella pubblica e solenne officiatura liturgica.(…) È però di moto proprio e certa scienza pubblichiamo la presente Nostra Istruzione, alla quale, quasi a codice giuridico della musica sacra, vogliamo dalla pienezza della Nostra Autorità Apostolica sia data forza di legge, imponendone a tutti col presente Nostro Chirografo la più scrupolosa osservanza. Sarebbe veramente da augurarsi che il coraggio di San Pio X trovasse un qualche riscontro anche nella Chiesa dei nostri giorni.

Roma, 2011
Mº Mons. Valentino Miserachs Grau
Preside del PIMS


Fonte: cantualeantonianum.com.

giovedì 29 dicembre 2011

Musica e Concilio: riflessioni di don Finotti

Cito un articolo della scorsa estate apparso sulla rivista formativa liturgica Liturgia Culmen et Fons a firma di don Enrico Finotti, parroco della chiesa di Santa Maria del Carmine in Rovereto. In particolare vorrei sottoporre all'attenzione dei lettori la chiosa dell'articolo (sottolineature mie): «Alla luce di queste parole il canto gregoriano allora non è soltanto un corpus prezioso di canti accanto ad altri generi di musica sacra, ma, secondo la mente della Chiesa latina, ne è il referente e la base interiore che deve costituire l’anima per ogni musica autenticamente sacra e liturgica. Dobbiamo convenire che oggi nella realtà quotidiana delle nostre parrocchie non è facile impostare questo ragionamento. Tuttavia se si vuole una vera ed efficace verifica nel campo della musica liturgica si deve serenamente affrontare quello che in realtà è il pensiero ufficiale della Chiesa e il tenore dei suoi documenti».

La musica sacra e il canto liturgico nel Vaticano II
Di don Enrico Finotti

Oggi occorre ritornare alle sorgenti autentiche della riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II. Si devono però superare molti pregiudizi, invalsi negli anni postconciliari e oggi ancora persistenti, che hanno oscurato i principi basilari sui quali l’edificio liturgico rinnovato doveva poggiare.

Su interpretazioni riduttive si è sviluppata una pastorale liturgica mancante e difforme da ciò che il Vaticano II intendeva promuovere. Anche il settore della musica sacra è certamente segnato dai danni di una scorretta e parziale applicazione dei principi ispiratori. Per questo è necessario ritornare a rileggere le inequivocabili indicazioni della Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium:

n. 116: La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli sia riservato il posto principale.
Gli altri generi di Musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini Uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica, a norma dell’art. 30.
n. 117: Si conduca a termine l’edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un’edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di san Pio X. Conviene inoltre che si prepari una edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese minori.
n. 118: Si promuova con impegno il canto popolare religioso, in modo che nei pii e sacri esercizi, come pure nelle stesse azioni liturgiche, secondo le norme e i precetti delle rubriche, possano risuonare le voci dei fedeli.

Nell’arco degli anni post-concilari possiamo osservare che, nel campo della musica e del canto sacro, si sono delineati due fenomeni ben definiti:

- I -

E' stato fatto e continua ancora uno sforzo notevole di creazione di canti in lingua parlata per l’uso liturgico. I vari repertori ne sono eloquente testimonianza. Tuttavia, dopo un primo inizio di fedele applicazione secondo i criteri liturgici e in comunione con la Chiesa, si è intrapresa la via di una creatività continua, talvolta eccessiva, senza più considerazione dei principi liturgici e della necessaria verifica e approvazione dell’autorità della Chiesa. In tal modo sembra che oggi chiunque possa comporre musica e testi per la liturgia e ogni comunità e gruppo esegue un ventaglio incontrollabile di canti, che, sia per la palese inabilità del testo o della musica o della loro funzione rituale, sia per la mancanza di un esplicito riconoscimento e assunzione da parte dell’autorità della Chiesa, non possono dirsi propriamente liturgici. Così le celebrazioni subiscono una larga invasione quasi ovunque di testi e musiche di composizione privata, che non godono perciò della grazia specifica della liturgia e non possono quindi mirare pienamente al fine della Musica sacra, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli(SC 112).
Mentre l’eucologia, il lezionario e le sequenze rituali sono ancora fissate dalla Chiesa, i canti sono per lo più alla mercé di compositori, maestri di coro, gruppi o singoli fedeli committenti. In tal modo il settore del canto non soggiace più al controllo della Chiesa, né può dirsi espressione della sua preghiera, essendo ormai diventato appannaggio di un comunità o di una spiritualità sociologicamente più o meno estesa. In questo stato di cose i fedeli rischiano di non riconoscere più quali siano i canti liturgici, propri della Chiesa, ed essere, in questo settore, travolti dai gusti e dai contenuti di alcuni, di quelli cioè che volta a volta gestiscono le liturgie. Si deve pure constatare che è prevalsa la tendenza a ‘cantare nella liturgia’ anziché ‘cantare la liturgia’. Questa scelta, infatti, offre maggior libertà creativa. E' evidente che a queste condizioni non può affermarsi e aver stabilità una raccolta valida di canti liturgici, comune al popolo di Dio nella sua globalità, né possono risuonare le voci dei fedeli (SC 118). Anche il repertorio nazionale diluisce nella concessione di poter ricorrere agli altri repertori, regionali, diocesani, parrocchiali, ecc.
Su questa strada si può arrivare alla situazione dell’antica gnosi, quando si fece la scelta radicale di eliminare dalla liturgia ogni composizione umana, inficiata di concetti gnostici, e di usare soltanto il salterio, quale testo sicuro per il canto liturgico. Tale situazione dopo una ulteriore riduzione di sequenze e tropi in eccesso all’epoca del Concilio Tridentino è giunta fino al Vaticano II.

- II -

Vi è poi un secondo versante. Nella ‘pastorale’ liturgica postconciliare si è operata di fatto una scelta di parte: si è considerato solo il canto popolare religioso (SC 118) tacendo quasi totalmente sul canto gregoriano e sulla polifonia classica (SC 116). Anche la pubblicazione del Graduale simplex, ad uso delle chiese minori (SC 117) “allo scopo di ottenere più efficacemente una partecipazione attiva di tutto il popolo nelle sacre azioni celebrate in canto” (SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Graduale semplice ad uso delle chiese minori, 3 settembre 1967, in Enchiridion Vaticanum, EDB, vol. 2°, n. 1677), - libro liturgico di nuova creazione - non ha sortito nessun significativo e stabile ricorso all’uso del canto gregoriano nelle normali assemblee parrocchiali.
Il silenzio sul gregoriano e la polifonia classica ha privato i riti di un patrimonio liturgico, artistico e spirituale gran-dioso, ha ristretto negli effimeri confini del presente e ha tagliato le radici con la tradizione dei secoli. Le nuove generazioni si sono così trovate a realizzare il prodotto recente delle ultime ‘trovate’ e il loro orizzonte è costretto all’asfissia dell’istante momentaneo e del locale. La loro stessa creatività, priva dell’ossigeno della Tradizione secolare e universale della Chiesa, ne è rattrappita e si chiude davanti a loro la possibilità di un esercizio musicale a servizio della liturgia di alto profilo artistico e di profonda spiritualità. Non può essere normale, né onorevole per la Chiesa che i giovani scoprano il gregoriano e la grande musica polifonica in ambienti profani, come in scuole e concerti, mentre il grembo originale che ha generato tale esperienza offre un livello ormai basso e sterile. La Chiesa Madre e Maestra avrebbe così perduto la sua capacita di educatrice e di guida verso le alte vette dello spirito?
Occorre ritornare al Concilio vero e integrale. Una normale corale di parrocchia non può assolvere il suo servizio riducendo le sue prestazioni musicali all’esecuzione della solo musica d’uso in una estenuante girandola di continue variazioni. Essa deve essere capace di proporre all’assemblea cristiana il canto gregoriano nelle sue principali espressioni, sia quello sillabico della cantillatio e dei salmi, sia quello melismatico degli inni e degli altri testi liturgici. Il novus Ordo Missae è stato riformato in totale continuità con l’Ordo precedente. Infatti rimangono inalterati nel testo e nella loro posizione rituale i canti classici dell’ordinario: Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei. Essi quindi possono e devono poter essere riproposti secondo le modalità gregoriane e polifoniche di sempre. Nessuna parte del rito precedente è stata tolta, ma tutto coincide e questo perché nella mente della Chiesa non si doveva in nulla sacrificare il patrimonio musicale dei secoli codificato nel Graduale Romano, che deve essere tenuto “in sommo onore nella Chiesa per le sue meravigliose espressioni d’arte e di pietà” e deve conservare “integro il suo valore” (SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Graduale semplice ad uso delle chiese minori, 3 settembre 1967, in Enchiridion Vaticanum, EDB, vol. 2°, n. 1677). Il Graduale simplex poi offre possibilità più semplici - adatte ai vari tempi liturgici e alle principali solennità e feste e ai comuni dei Santi - per i canti del proprio: ingresso, salmo responsoriale, presentazione delle offerte, comunione. Non è necessario allora ricorrere alla forma precedente del Messale per ricuperare il canto sacro classico, ma esso è in piena conformità col Messale riformato dal Vaticano II. Questo fatto, nonostante i continui richiami del Magistero della Chiesa, è stato disatteso per decenni e ancor oggi con grande sospetto ci si apre a questa prospettiva.

In questo più vasto orizzonte le Messe gregoriane e quelle polifoniche potranno debitamente continuare a impreziosire la celebrazione liturgica e, da loro formati, i nostri contemporanei potranno procedere ad una autentica creatività, che, fondata sui principi perenni della musica sacra - la santità, la bontà delle forme e l’universalità (Pio X, Motu proprio sulla musica sacra, n. 2) - potrà ancora produrre splendidi frutti e geniali espressioni religiose. La composizione equilibrata tra antico e moderno, dunque, deve ispirare la ricerca e la prassi liturgica, senza elidere alcuno dei due termini.
Che nella Commemorazione di Tutti Fedeli Defunti (2 nov.) si esegua la Messa da requiem gregoriana nella sua completezza, oppure che in talune feste della Madonna si esegua la Missa cum jubilo e in altre occasioni la Missa de Angelis e in altre ancora si ricorra ad una valida Messa polifonica, non può costituire motivo di meraviglia e di contesa nella comunità cristiana. Se questo succede è perché l’interpretazione distorta del Concilio è diventata mentalità comune. Per le grandi composizioni polifoniche si dovrà tuttavia tener sempre presente il principio: “è da condannare come abuso gravissimo, che nelle funzioni ecclesiastiche la liturgia apparisca secondaria e quasi a servizio della musica, mentre la musica è semplicemente parte della liturgia e sua umile ancella” (Pio X, Motu proprio “Tra le sollecitudini” sulla musica sacra, n. 23). Occorre perciò che il solenne principio conciliare - “La Musica sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia esprimendo più dolcemente la preghiera o favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri” (SC 112) - sia debitamente osservato. Ma siccome il testo liturgico (soprattutto nelle lingue volgari) potrebbe essere rivestito con una musica inadatta e anche banale, giustificata non in base alla sua qualità musicale, ma soltanto per il fatto che rispetta e assume in modo integro il testo previsto dalla liturgia, ecco che l’indicazione di S. Pio X ritorna sempre attuale: “Il canto gregoriano fu sempre considerato come il supremo modello della musica sacra, potendosi stabilire con ogni ragione la seguente legge generale: tanto una composizione per chiesa è più sacra e liturgica, quanto più nell’andamento, nella ispirazione e nel sapore si accosta alla melodia gregoriana, e tanto è meno degna del tempio, quanto più da quel supremo modello si riconosce difforme”(Pio X, Motu proprio “Tra le sollecitudini” sulla musica sacra, II n. 3).

Alla luce di queste parole il canto gregoriano allora non è soltanto un corpus prezioso di canti accanto ad altri generi di musica sacra, ma, secondo la mente della Chiesa latina, ne è il referente e la base interiore che deve costituire l’anima per ogni musica autenticamente sacra e liturgica. Dobbiamo convenire che oggi nella realtà quotidiana delle nostre parrocchie non è facile impostare questo ragionamento. Tuttavia se si vuole una vera ed efficace verifica nel campo della musica liturgica si deve serenamente affrontare quello che in realtà è il pensiero ufficiale della Chiesa e il tenore dei suoi documenti.

Fonte: www.liturgiaculmenetfons.it.

giovedì 22 dicembre 2011

La liturgia del Natale secondo il Papa

Voglio riportare un articolo di Massimo Introvigne apparso ieri sul periodico telematico La Bussola Quotidiana a commento delle parole di Papa Benedetto XVI durante l'ultima udienza generale prima del Natale. Abbandonando per l'occasione il tema della preghiera, che aveva da qualche settimana contraddistinto le udienze generali, il pontefice si è soffermato sul senso della festività del Natale, e sui rischi sempre più concreti di una sua banalizzazione. «La verità del Natale», leggiamo nell'articolo di Introvigne, «si trova nella liturgia; con la liturgia natalizia la Chiesa ci introduce nel grande Mistero dell’Incarnazione». Ma il pericolo che vede anche il Santo Padre per i cattolici è quello di considerare le celebrazioni natalizie come un semplice anniversario della nascita di Gesù Cristo a Betlemme, la memoria di un evento accaduto più di duemila anni fa ed ora completamente terminato. Il Papa, invece, dice che celebrare il Natale «è celebrare un Mistero che ha segnato e continua a segnare la storia dell’uomo - Dio stesso è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14), si è fatto uno di noi -; un Mistero che interessa la nostra fede e la nostra esistenza; un Mistero che viviamo concretamente nelle celebrazioni liturgiche, in particolare nella Santa Messa». Non la celebrazione di un anniversario, quindi, ma di un oggi: celebrare la liturgia del Natale significa rivivere oggi, nel presente, l'Incarnazione del Verbo di Dio, così come accade nella liturgia. D'altra parte molte cose della liturgia di questi giorni e dei giorni a venire sottolineano questo carattere di contemporaneità: il Santo Padre poneva l'attenzione sul ritornello del salmo responsoriale della notte di Natale, Oggi è nato per noi il Salvatore; ma pensiamo anche all'antifona al Magnificat dei Secondi Vespri della solennità, dove per ben quattro volte si canta "Hodie" (oggi); e alle antifone in O, che in questo periodo stiamo cantando durante la Novena di Natale, dalle quali, alle soglie del Natale, si svela il messaggio nascosto "Sarò Domani". La liturgia, quindi, non ci fa contemplare un evento lontano e concluso, ma ci dice con insistenza che il Natale avviene oggi. Vi lascio, dunque, all'articolo di ieri de "La Bussola Quotidiana".

Il Papa: «La liturgia svela la verità del Natale»
Di Massimo Introvigne

A pochi giorni dal Natale, Benedetto XVI ha interrotto nell'udienza generale del 21 dicembre la sua «scuola della preghiera» per riflettere sul vero senso della festa della Natività e sui rischi di una sua banalizzazione. «Facciamo in modo che, anche nella società attuale, lo scambio degli auguri non perda il suo profondo valore religioso, e la festa non venga assorbita dagli aspetti esteriori, che toccano le corde del cuore. Certamente, i segni esterni sono belli e importanti, purché non ci distolgano, ma piuttosto ci aiutino a vivere il Natale nel suo senso più vero, quello sacro e cristiano, in modo che anche la nostra gioia non sia superficiale, ma profonda».

La verità del Natale, ha detto il Papa, si trova nella liturgia. «Con la liturgia natalizia la Chiesa ci introduce nel grande Mistero dell’Incarnazione». Questo mistero, ha spiegato il Pontefice, riguarda il presente e non solo il passato. «Il Natale, infatti, non è un semplice anniversario della nascita di Gesù, è anche questo, ma è di più, è celebrare un Mistero che ha segnato e continua a segnare la storia dell’uomo - Dio stesso è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14), si è fatto uno di noi -; un Mistero che interessa la nostra fede e la nostra esistenza; un Mistero che viviamo concretamente nelle celebrazioni liturgiche, in particolare nella Santa Messa».

Naturalmente per considerare il Natale un fatto di oggi, e non un semplice anniversario, occorre la fede. «Qualcuno potrebbe chiedersi: come è possibile che io viva adesso questo evento così lontano nel tempo? Come posso prendere parte fruttuosamente alla nascita del Figlio di Dio avvenuta più di duemila anni fa?». La risposta si trova, ancora, nella liturgia. «Nella Santa Messa della Notte di Natale, ripeteremo come ritornello al Salmo Responsoriale queste parole: "Oggi è nato per noi il Salvatore"». È molto importante, ha sottolineato il Papa, riflettere sul fatto che «questo avverbio di tempo, "oggi", ricorre più volte in tutte le celebrazioni natalizie». Questa insistenza ha un significato preciso. «Nella Liturgia tale avvenimento oltrepassa i limiti dello spazio e del tempo e diventa attuale, presente; il suo effetto perdura, pur nello scorrere dei giorni, degli anni e dei secoli».

Ricordandoci «che Gesù nasce "oggi", la Liturgia non usa una frase senza senso, ma sottolinea che questa Nascita investe e permea tutta la storia, rimane una realtà anche oggi alla quale possiamo arrivare proprio nella liturgia». Almeno per i credenti, «la celebrazione del Natale rinnova la certezza che Dio è realmente presente con noi, ancora "carne" e non solo lontano: pur essendo col Padre è vicino a noi. Dio, in quel Bambino nato a Betlemme, si è avvicinato all’uomo: noi Lo possiamo incontrare adesso, in un "oggi" che non ha tramonto».

Il Pontefice afferma di volere «insistere su questo punto, perché l’uomo contemporaneo, uomo del "sensibile", dello sperimentabile empiricamente, fa sempre più fatica ad aprire gli orizzonti ed entrare nel mondo di Dio». A quest'uomo contemporaneo va anzitutto ricordato che il Natale è un fatto, non una favola o un mito. «La redenzione dell’umanità avviene certo in un momento preciso e identificabile della storia: nell’evento di Gesù di Nazaret; ma Gesù è il Figlio di Dio, è Dio stesso, che non solo ha parlato all’uomo, gli ha mostrato segni mirabili, lo ha guidato lungo tutta una storia di salvezza, ma si è fatto uomo e rimane uomo. L’Eterno è entrato nei limiti del tempo e dello spazio, per rendere possibile "oggi" l’incontro con Lui».

Nello stesso tempo l'evento del Natale, senza nulla perdere della sua storicità, diventa parte integrante del tempo presente nella vita spirituale e nella liturgia. «I testi liturgici natalizi ci aiutano a capire che gli eventi della salvezza operata da Cristo sono sempre attuali, interessano ogni uomo e tutti gli uomini. Quando ascoltiamo o pronunciamo, nelle celebrazioni liturgiche, questo "oggi è nato per noi il Salvatore", non stiamo utilizzando una vuota espressione convenzionale, ma intendiamo che Dio ci offre "oggi", adesso, a me, ad ognuno di noi la possibilità di riconoscerlo e di accoglierlo, come fecero i pastori a Betlemme, perché Egli nasca anche nella nostra vita e la rinnovi, la illumini, la trasformi con la sua Grazia, con la sua Presenza». Così il Natale, rimanendo un fatto storico preciso, diventa «evento efficace per noi».

Se ci lasciamo guidare dalla liturgia, scopriamo anche un secondo aspetto essenziale del Natale: il suo legame con la Pasqua. La liturgia ci ripete che «l’evento di Betlemme deve essere considerato alla luce del Mistero Pasquale: l’uno e l’altro sono parte dell’unica opera redentrice di Cristo. L’Incarnazione e la nascita di Gesù ci invitano già ad indirizzare lo sguardo verso la sua morte e la sua risurrezione: Natale e Pasqua sono entrambe feste della redenzione. La Pasqua la celebra come vittoria sul peccato e sulla morte: segna il momento finale, quando la gloria dell’Uomo-Dio splende come la luce del giorno; il Natale la celebra come l’entrare di Dio nella storia facendosi uomo per riportare l’uomo a Dio: segna, per così dire, il momento iniziale, quando si intravede il chiarore dell’alba».

Perfino le stagioni aiutano a capire la liturgia. «Anche i due periodi dell’anno, in cui sono collocate le due grandi feste, almeno in alcune aree del mondo, possono aiutare a comprendere questo aspetto. Infatti, mentre la Pasqua cade all’inizio della primavera, quando il sole vince le dense e fredde nebbie e rinnova la faccia della terra, il Natale cade proprio all’inizio dell’inverno, quando la luce e il calore del sole non riescono a risvegliare la natura, avvolta dal freddo, sotto la cui coltre, però, pulsa la vita e comincia di nuovo la vittoria del sole e del calore».

Né si tratta solo di teologia e di simboli. «Nel Natale noi incontriamo la tenerezza e l’amore di Dio che si china sui nostri limiti, sulle nostre debolezze, sui nostri peccati e si abbassa fino a noi». Questa è la verità, storica e liturgica, della «grotta di Betlemme: Dio si abbassa fino ad essere adagiato in una mangiatoia, che è già preludio dell’abbassamento nell’ora della sua passione. Il culmine della storia di amore tra Dio è l’uomo passa attraverso la mangiatoia di Betlemme e il sepolcro di Gerusalemme».

A Natale, ha concluso il Papa, i buoni cattolici vanno a Messa, e sanno che l'essenziale della festa è «la celebrazione dell’Eucaristia, centro del Santo Natale; lì si rende presente in modo reale Gesù, vero Pane disceso dal cielo, vero Agnello sacrificato per la nostra salvezza». Solo ricordando che il suo centro è la Messa vivremo «un Natale veramente cristiano, in modo che anche gli scambi di auguri in quel giorno siano espressione della gioia di sapere che Dio ci è vicino e vuole percorrere con noi il cammino della vita».

Fonte: labussolaquotidiana.it

Completo l'articolo con l'antifona gregoriana dei Secondi Vespri di Natale, Hodie Christus Natus est, e con una sua versione polifonica del compositore olandese Jan Pieterszoon Sweelinck.



sabato 17 dicembre 2011

Le antifone in O

Inizia oggi la seconda parte del Tempo di Avvento, quella che ci orienta a celebrare la prima venuta del Nostro Signore Gesù Cristo nel Natale. Questo periodo liturgico particolare è contraddistinto dalla preghiera della Novena di Natale, con il Canto delle profezie, e da una serie di sette antifone, da cantare come antifone al Magnificat dei vespri di questi giorni, che ci accompagneranno da oggi fino all'antivigilia di Natale. Si tratta di invocazioni al nostro Redentore che sta per venire: hanno la particolarità di cominciare tutti con l'interiezione "O", per questo sono conosciute anche come "antifone in O", seguite da un titolo del Salvatore: Sapientia, Adonai (che significa Signore), Radix Jesse (Radice di Iesse), Clavis David (Chiave di Davide), Oriens (Sole che sorge), Rex gentium (Re delle genti) e Emmanuel (Dio con noi). Componendo le iniziali di questi titoli in ordine inverso, dall'ultimo al primo, si forma l'acrostico "Ero cras", che vuole essere la risposta di Gesù Cristo alle insistenti invocazioni novendiali; significa infatti "Sarò domani".
Ho già dedicato l'anno scorso un articolo per ognuna delle sette antifone in O, che vi ripropongo di seguito; quest'anno, prendendo spunto dal blog Cantuale Antonianum, vorrei offrire una versione polifonica di queste antifone, di Marc-Antoine Charpentier (1643-1704). Nel primo dei video sottostanti trovate le prime tre antifone (in realtà cominciano dal minuto 2:36, poiché "O Salutaris Hostia" non fa parte delle antifone maggiori della Novena di Natale), mentre nel secondo vi sono le rimanenti quattro.





17 dic. O Sapientia,
quae ex ore Altissimi prodisti,
attingens ad finem usque ad finem
fortifer,
suaviter disponensque omnia:
veni ad docendum nos
viam prudentiae.
O Sapienza,
che esci dalla bocca dell'Altissimo,
ed arrivi ai confini della terra
con forza,
e tutto disponi con dolcezza:
vieni ad insegnarci
la via della prudenza.
18 dic. O Adonai,
et dux domus Israël,
qui Moysi in igne flammae rubi
apparuisti,
et ei in Sina
legem dedisti:
veni ad redimendum nos
in brachio extento.
O Adonai
e guida della casa d’Israele,
che a Mosè nel fuoco del roveto
sei apparso,
e sul monte Sinai
gli hai dato la legge:
vieni a liberarci
con braccio potente.
19 dic. O Radix Jesse,
qui stas in
signum populorum,
super quem continebunt reges os suum,
quem gentes deprecabuntur:
veni ad liberandum nos,
jam noli tardare.
O radice di Iesse,
che ti innalzi come
segno per i popoli,
tacciono davanti a te i re della terra,
e le nazioni ti invocano:
vieni a liberarci,
non tardare.
20 dic. O Clavis David,
et sceptrum domus Israël,
qui aperis, et nemo claudit,
claudis, et nemo aperuit:
veni, et educ vinctum
de domo carceris,
sedentem in tenebris,
et umbra mortis.
O Chiave di Davide,
scettro della casa d’Israele,
che apri, e nessuno può chiudere,
chiudi, e nessuno può aprire:
vieni, libera l’uomo
prigioniero,
che giace nelle tenebre
e nell’ombra di morte.
21 dic. O Oriens,
splendor lucis aeternae,
et sol justitiae:
veni, et illumina
sedentes in tenebris,
et umbra mortis.
O Oriente,
splendore della luce eterna,
sole di giustizia:
vieni, illumina
chi giace nelle tenebre
e nell’ombra di morte.
22 dic. O Rex gentium,
et desideratus earum,
lapisque angularis,
qui facis utraque unum:
veni, et salva hominem,
quem de limo formasti.
O Re delle genti,
atteso da tutte le nazioni,
pietra angolare
che riunisci i popoli in uno,
vieni, e salva l’uomo
che hai formato dalla terra.
23 dic. O Emmanuel,
Rex et legifer noster,
expectatio gentium,
et Salvator earum:
veni ad salvandum nos,
Domine, Deus noster.
O Emmanuele,
nostro re e legislatore,
speranza dei popoli
e loro salvezza:
vieni a salvarci,
o Signore nostro Dio.

giovedì 1 dicembre 2011

Rorate coeli - Canto per l'avvento

Uno dei canti che più rappresentano il tempo di Avvento nel quale ci troviamo è Rorate coeli desuper. Sin dal VII secolo, al tempo di papa San Gregorio Magno, si canta questa antifona d'ingresso, il cui testo è tratto dal libro del Profeta Isaia (Is 45, 8):

Stillate, cieli, dall'alto
e le nubi facciano piovere il giusto
.

Nel XVIII secolo l'abate di Solesmes, Dom Prosper Guéranger, mutò l'introito in un'antifona da cantare come ritornello tra alcune strofe che esprimono supplica (Ne irascaris Domine), penitenza (Peccavimus), attesa (Vide Domine) ed infine conforto (Consolamini popule meus). La forma musicale in cui sono scritte le strofe è quella che viene detta di "accentus", uno stile di canto monodico senza un ritmo codificato, in cui il testo è il metro principale ed ha una nota per sillaba (per questo è anche detto "canto sillabico"). Questo stile di canto si contrappone al "concentus", ricco di melismi, utilizzato soprattutto per infondere una certa solennità al canto. Quindi è evidente che, sebbene sia stato scritto relativamente di recente, questo genere di canto esprima non solo con il testo, ma anche con la musica stessa, tutto il carattere proprio dell'Avvento, cioè l'attesa temperante che non vuole anticipare la solennità del Natale; ed è da questi elementi che si comprende perché il canto gregoriano è additato dalla Chiesa come il modello dal quale trarre ogni altro genere di canto liturgico.
Qui di seguito il testo originale ed una traduzione, tratta dal nostro libretto dei canti parrocchiale:

Rorate coeli desuper
et nubes pluant iustum.

Ne irascaris, Domine,
ne ultra memineris iniquitatis:
ecce civitas Sancti
facta est deserta,
Sion deserta facta est,
Jerusalem desolata est;
domus sanctificationis tuae
et gloriae tuae,
ubi laudaverunt Te
patres nostri.

Rorate...

Peccavimus, et facti sumus
tamquam immundus nos,
et cecidimus
quasi folium universi:
et iniquitates nostrae
quasi ventus abstulerunt nos:
abscondisti
faciem tuam a nobis,
et allisisti nos
in manu iniquitatis nostrae.

Rorate...

Vide, Domine,
afflictionem populi tui,
et mitte quem
missurus es;
emitte Agnum dominatorem terrae,
de petra deserti
ad montem filiae Sion,
ut auferat ipse
iugum captivitatis nostrae.

Rorate...

Consolamini, consolamini,
popule meus:
cito veniet salus tua;
quare moerore consumeris,
quia innovanit te dolor?
Salvabo te, noli timere,
ego enim sum
Dominus Deus tuus,
Sanctus Israel,
Redemptor tuus.

Rorate...
Stillate o cieli dall'alto
e le nubi piovano il giusto.

Non adirarti, Signore,
non ricordare più l'iniquità:
ecco la città del santuario
è deserta,
Sion è divenuta deserta,
Gerusalemme è desolata;
la dimora della tua santità
e della tua gloria,
dove ti lodarono
i padri nostri.

Stillate...

Abbiamo peccato e siamo divenuti
come immondi,
siamo caduti
tutti come foglie
e le nostre iniquità
ci hanno dispersi come il vento:
hai nascosto
a noi il tuo volto
e ci hai abbandonato
in mano alle nostre iniquità.

Stillate...

Guarda, Signore,
l'afflizione del tuo popolo
e manda Colui che
stai per mandare;
manda l'Agnello dominatore della terra,
dalla pietra del deserto
al monte della figlia di Sion,
perché tolga il giogo
della nostra schiavitù.

Stillate...

Consòlati, consòlati
popolo mio:
presto verrà la tua salvezza;
perché ti consumi nella tristezza,
mentre il dolore ti riassale?
Ti salverò, non temere,
perché io sono
il Signore tuo Dio,
il Santo d'Israele,
il tuo Redentore.

Stillate...

Di seguito due versioni: quella gregoriana ed una versione polifonica per sole voci maschili scritta da mons. Valentin Miserachs Grau, presidente del Pontificio Istituto di Musica Sacra e direttore della cappella della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.

sabato 26 novembre 2011

Tempo di Avvento

Con questa Domenica comincia un nuovo anno liturgico. L'anno che segue la liturgia, infatti, non corrisponde a quello civile, che comincia in gennaio per terminare in dicembre: esso si diparte dall'Avvento, il tempo liturgico che porta verso il Natale, in cui si celebra la prima venuta di Cristo sulla terra, ma anche il tempo dedicato in maniera particolare all'attesa della Sua venuta nella gloria, quando giudicherà i vivi e i morti e riconsegnerà tutta la creazione nelle mani del Padre Celeste. La liturgia, con i suoi segni visibili esteriori, ci aiuta a comprendere meglio la natura di questo tempo; non è un inizio anno chiassoso come i capidanno cui oramai siamo abituati, ma siamo altresì invitati agli atteggiamenti dell'attesa e della veglia, che ci proiettano verso i misteri ultimi, i novissimi, che costituiscono il destino di ogni uomo. Il colore liturgico delle vesti sacre e degli arredi è il viola, fusione del blu, che indica la temperanza e la prudenza da applicare nella vita, specie in questo tempo, e del rosso, che ci ricorda il Sangue della Passione di Cristo, venuto nel mondo per riscattare con la Sua stessa vita le nostre anime dalla schiavitù del peccato. Nelle domeniche e nelle ferie di Avvento non si recita il Gloria, inno natalizio per eccellenza (comincia, infatti, con le parole che gli angeli rivolsero ai pastori nella Notte Santa), cosa che in un certo senso aumenta l'attesa verso il culmine, che è la solennità del Natale del Signore. Infine anche la musica è più discreta, gli strumenti più parchi, per non anticipare la gioia del Natale, al quale siamo invitati a prepararci con la preghiera e la contrizione.
A questo proposito vorrei indicare ai lettori un brano particolarmente significativo della liturgia del tempo di Avvento, ossia l'inno che ci accompagnerà in tutte le domeniche e ferie di Avvento alla celebrazione dei Vespri: Conditor Alme Siderum. Ne propongo l'ascolto nella versione gregoriana e in una rielaborazione in chiave polifonica del princeps musicae Giovanni Pierluigi da Palestrina; in fondo potete trovare il testo con la traduzione. Con questo omaggio musicale intendo augurare a tutti i lettori un buon inizio dell'anno liturgico e, soprattutto, un buon tempo di Avvento.





Cónditor alme síderum,
ætérna lux credéntium,
Christe, redémptor ómnium,
exáudi preces súpplicum.

Qui cóndolens intéritu
mortis períre sæculum,
salvásti mundum lánguidum,
donans reis remédium,

Vergénte mundi véspere,
uti sponsus de thálamo,
egréssus honestíssima
Vírginis matris cláusula.

Cuius forti poténtiæ
genu curvántur ómnia;
cæléstia, terréstria
nutu faténtur súbdita.

Te, Sancte, fide quæsumus,
ventúre iudex sæculi,
consérva nos in témpore
hostis a telo pérfidi.

Sit, Christe, rex piíssime,
tibi Patríque glória
cum Spíritu Paráclito,
in sempitérna sæcula. Amen.
Vivificante creatore delle stelle,
eterna luce dei credenti,
Cristo, redentore di tutti,
esaudisci le preghiere di chi ti supplica.

Tu compatendo il mondo
che andava in rovina nella morte,
salvasti l'umanità ammalata,
donando una cura ai peccatori,

Mentre scendeva la sera del mondo,
come uno sposo dal talamo nuziale,
sei uscito dall'intemerato
ventre della Vergine madre.

Alla tua forte potenza
tutte le creature piegano il ginocchio;
quelle del cielo, quelle della terra
si mostrano sottomesse alla tua volontà.

Te, o Santo, con fede preghiamo,
te, che verrai come giudice del mondo:
conservaci nel tempo
dalla lancia del perfido nemico.

O Cristo, re piissimo,
a te e al Padre sia gloria
con lo Spirito Paraclito
per i secoli eterni. Amen.

Traduzione dal sito www.cantualeantonianum.com

sabato 12 novembre 2011

La questione del gregoriano

Riporto questo articolo apparso sul blog Ecclesia Mater, e segnalato nel blog Messa in latino, a proposito del canto liturgico, e di quello gregoriano in particolare. Si tratta di una lettera scritta dal M° Giannicola D'Amico, direttore della Schola Cantorum S. Cecilia di Monopoli (BA). In esso si fa riferimento ad un intervento del vescovo di Conversano Monopoli, mons. Domenico Padovano, alla conferenza di presentazione del libro di don Nicola Bux(*) dal titolo provocatorio "Come andare a messa e non perdere la fede", sugli abusi liturgici che imperversano oggi in molte chiese. In quell'occasione il vescovo ebbe modo di esporre tutta la sua contrarietà alle tesi esposte nel libro, le quali partono dalle riflessioni di papa Benedetto XVI, che individua le cause della crisi del sacro oggi ed avanza alcune proposte di intervento, tra le quali il recupero del canto gregoriano e della lingua latina nella Forma Ordinaria del Rito Romano e la rivalutazione della Forma Straordinaria, cioè la Messa pre-conciliare, come pozzo da cui attingere anche nella Messa nuova. Pur ammettendo una diagnosi corretta sullo stato di crisi della liturgia al giorno d'oggi, il vescovo di Conversano-Monopoli ribadisce che, secondo lui, la terapia messa in atto dal papa (con l'esempio che egli dà durante le celebrazioni pontificie, il motu proprio Summorum Pontificum e l'istruzione Universae Ecclesiae) sarebbe sbagliata.
Il M° D'Amico, quindi, confuta questa opinione del presule pugliese, affrontando in particolare i temi dell'importanza del canto gregoriano nel Magistero della Chiesa e della comprensibilità del latino. Una frase, nella fattispecie, mi appare importante e profetica:

Mons. Padovano ha ragione a dire che spesso il popolo, nel cantare latino e gregoriano poco o nulla “comprende”. Ma è sufficiente questo per abolirlo? Di questo passo si sopprimerebbe la Comunione perché i fedeli perlopiù, con le categorie della ragione o della cultura che hanno, non capiscono la transustanziazione delle SS. Specie.

Sembrerebbe una tesi un po' ardita e che ci tocca nel nostro orgoglio: come sarebbe a dire che noi fedeli, perlopiù, non comprendiamo il senso della Messa? Ebbene questo video, un'intervista spontanea ad alcuni passanti di Bologna apparso sul sito gloria.tv, sembra purtroppo confermare la tesi del maestro. Ma nessuno si sognerebbe mai di dire che bisogna "abolire" la Santa Messa perché i fedeli non la comprendono. Guardando questo video risulta quanto mai urgente correre ai ripari, e spronare i fedeli ad indagare e conoscere, secondo la retta dottrina della Chiesa, il Mistero del Sacrificio di Cristo realmente presente nella Santa Messa; tuttavia, nelle cose di Fede, la comprensione immediata dei riti passa in secondo piano rispetto al beneficio che da quei riti scaturisce. Cioè, malgrado questa situazione, non è che bisogna "sospendere" o "abolire" la Santa Messa fino a quando i fedeli non avranno capito a cosa vanno ad assistere. Lo stesso accade per il latino nella liturgia ed il canto gregoriano, come ci spiega il maestro D'Amico:

Il canto gregoriano nel senso comune
di Giannicola D'Amico

Qualche sera fa, invitato a dire due parole circa il canto liturgico in occasione della presentazione a Monopoli dell’ultimo libro di don Bux, assistevo alla illustrazione dell’opinione del Vescovo diocesano, mons. Domenico Padovano, il quale non faceva mistero della sua contrarietà alle idee esposte nel libro.
Non entro nel merito di alcune questioni particolari sollevate dal Vescovo, cui risponderanno i liturgisti, ma vorrei soffermarmi sulle affermazioni del Presule circa il canto gregoriano, di cui ha detto “Una grande opera d’arte” ma ne ha negato l’utilità per via della lingua latina, quando esso fosse intonato, come avviene nelle nostre parrocchie, dalle “povere donne che non sanno nemmeno cosa cantano”.
Senza scomodare il rapporto corretto culto pubblico/devozioni private, il quale inerisce anche le questioni musicali (che qui è bene tralasciare, per brevità), bisogna dire con rincrescimento che il Vescovo, su questo punto, commette un errore che però, a sua discolpa, è oggigiorno frequente e comune.
E ciò sia detto col massimo rispetto per l'uomo e, soprattutto, per il ministero che esercita, verso il quale bisogna nutrire la più alta considerazione.
Nessuno al giorno d'oggi, soprattutto nel clero, si sogna di negare valore artistico al canto gregoriano, ma perlopiù gli si nega la sua natura liturgica primigenia e la sua stessa funzione ontologica, se non de jure (e ciò solo perché le fonti primarie del Magistero lo impediscono), almeno abbondantemente de facto.
Esso è, e resta, Parola di Dio cantata.
Ovvero: prima di essere un’opera d’arte è parte integrante e, in alcuni casi necessaria, della liturgia.
Si è totalmente capovolta la prospettiva esistente prima della riforma solesmense, quando il gregoriano – eseguito male o malissimo, trascritto anche peggio, non certo reputato al livello artistico della polifonia sacra o dello stile concertato ecclesiastico - era considerato cifra imprescindibile della liturgia e potente antemurale alle degenerazioni secolaristiche dei riti, veicolate perlopiù attraverso il canale della musica.
Tutto il lavoro esegetico compiuto in Europa sulle fonti del canto gregoriano, dagli anni Cinquanta del XIX sec., aveva ricostruito il volto vero del canto liturgico occidentale facendo recuperare allo sterminato repertorio quella facies estetica perduta nei secoli, senza cacciarlo dalla sua sedes materiae, ma anzi avvalorando l’idea che la Chiesa avesse sempre usato per “spiegare” la Parola di Dio e per rendere il culto nobile ed elevato, uno dei più stupefacenti, polimorfi e appropriati monumenti d’arte di tutti i tempi.
Oggi, dopo più di centocinquantanni di studi liturgici, paleografici, filologici, musicali, semiologici e semiografici, sortiti dall’opera di dom Prospero Gueranger (che non fu un musicista, ma un monaco e un eccelso liturgista) e dei suoi successori di Solesmes, per via di una erronea interpretazione delle disposizioni di quel Concilio Vaticano II che, nella Costituzione liturgica, invece, portò a coronamento le istanze solesmensi, auspicando ulteriori approfondimenti scientifici e più ampia diffusione pratica del gregoriano, assistiamo a questi evidenti sviamenti dovuti a quella che il S. Padre ha definito “ermeneutica della discontinuità”.
La normativa applicativa della Cost. Lit. Sacrosanctum Concilium non fa altro che ribadire questi concetti e anche documenti magisteriali in materia contigua chiarificano il tema.
Mons. Padovano ha ragione a dire che spesso il popolo, nel cantare latino e gregoriano poco o nulla “comprende”.
Ma è sufficiente questo per abolirlo?
Di questo passo si sopprimerebbe la Comunione perché i fedeli perlopiù, con le categorie della ragione o della cultura che hanno, non capiscono la transustanziazione delle SS. Specie.
Si dovrebbe pure abolire la Messa, o riservarla a quei pochi che ne comprendono la intima natura aldilà del semplice dato rituale o precettizio, e si dovrebbe infine mandare in soffitta la dottrina e la dogmatica: quanti riescono a padroneggiare con cognizione di causa l’inabitazione dello Spirito Santo, oppure la immacolata Concezione di Maria?
Ci sarà una ragione per cui la Chiese mantiene ed incrementa tutte queste cose: sono le stesse ragioni per cui il Magistero continua ad indicare nel canto gregoriano la principale voce cantata della liturgia, ovvero che la comprensione esclusiva mediante i sensi e la ragione in subiecta materia non è tutto per la salvezza delle anime, anzi, come canta il Tantum ergo, opportunamente citato dal Vescovo, sarà proprio che “Praestet fides supplementum sensuum defectui”.
Forse il pensiero recente di alimentare questa fede con “cibo” esclusivamente razionale ed ordinario, va rivisto: su queste basi nessuna cattedrale sarebbe stata edificata, nessun mosaico d’oro sarebbe stato composto, nessuna messa polifonica sarebbe stata musicata.
Eppure la Chiesa ha sempre apprezzato, favorito ed utilizzato tali strumenti di evangelizzazione: oggi, però, fa fatica a ri-appropriarsi di queste categorie, confidando in più “aggiornate” strategie pastorali e catechetiche, che quasi sempre relegano le arti liturgiche, o a messaggi pressoché extra-religiosi (le arti dello spazio) o a banalizzazioni che assecondino puramente il nostro povero quotidiano (la musica, arte del tempo).
Forse i motivi pastorali che presiedono al ragionamento di mons. Padovano, dovrebbero essere corroborati - sia detto senza critica al Vescovo che ha espresso la sua opinione liberamente e soprattutto in modo molto chiaro, e di ciò gli va dato pienamente atto - da una maggiore osservanza del Magistero, pontificio e conciliare, della Tradizione della Chiesa e delle norme che presiedono alla celebrazione dei riti.
Il fatto che la Chiesa discuta di ciò è un bene: è viva e non guarda alla limitatezza della sua condizione terrena e presente.
Mi sia permesso dire infine che un criterio strettamente musicale ci permette pure di preferire il semplice canto gregoriano – magari opportunamente accompagnato dall’organo, perché, ad onta dei puristi, anch’esso va inculturato alle realtà parrocchiali, senza pretendere di replicare ovunque la temperie sonora del coro monastico - ai canti che da alcuni decenni si sono gradualmente inseriti nelle nostre liturgie, sul cui livello artistico medio ci sarebbe molto da eccepire, sull’ortodossia dei cui testi a volte è meglio sorvolare, come parimenti sulla loro effettiva partecipabilità da parte di tutti i fedeli che finiscono, a volte, per comprendere poco o nulla egualmente, pur ascoltandoli in italiano (senza dire dei molti canti in inglese, spagnolo, ebraico che ormai saltabeccano qua e là al posto delle antifone).
Se si riacquisisce al senso comune ciò che la legge liturgica prevede e una splendida Tradizione ci ha consegnato, si potrà evitare di confinare il gregoriano nel pur benemerito limbo dei concerti e riportarlo a casa sua, ovvero a servizio e coronamento del Culto divino.
Sarà eseguito poco raffinatamente, come al contrario auspica mons. Padovano memore dell’esempio benedettino in diocesi, che ha giustamente citato, sarà poco compreso dal popolo, che sbaglierà desinenze e ornerà di portamenti le melodie, ma starà al posto suo e ciò non potrà che giovare all’ordine naturale delle cose!
Anche quando si celebra con il Messale di Paolo VI.


(*)Consultore delle Congregazioni per la Dottrina della Fede e per le Cause dei Santi e dell'Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice

giovedì 15 settembre 2011

Beata Vergine Maria Addolorata

Il giorno successivo a quello dell'Esaltazione della Santa Croce la Chiesa ricorda il dolore della Beata Vergine Maria, che ha accompagnato il suo Divin Figlio lungo la via del Calvario ed ha assistito alla sua morte in Croce. Ella, che già si era fatta parte della Redenzione con il suo sì all'Angelo nell'Annunciazione, docile ed obbediente, viene intimamente unita al Sacrificio della Croce dall'avverarsi della profezia del vecchio Simeone, che le aveva profetizzato: "Anche a te una spada trafiggerà l'anima" (Lc 2, 35). Per questo motivo la devozione popolare ha spesso raffigurato la Vergine Addolorata, vestita a lutto, trafitta da una spada o, ancor più, da sette spade, che raffigurano i suoi Sette Dolori, narrati nei Vangeli: oltre alla profezia di Simeone, la fuga in Egitto, il ritrovamento di Gesù nel tempio tra i dottori, l'incontro col suo Figlio sulla via del Calvario, la sofferenza ai piedi della Croce, il pianto sul Corpo di Cristo deposto dalla Croce e il commiato dal Figlio nel Sepolcro in attesa della Risurrezione. Ritroviamo oggi il tema del dolore e della sofferenza che già ieri abbiamo contemplato nella Croce del nostro Salvatore, ma che questa volta hanno per soggetto la Vergine Maria. Con la sua piena adesione alle sofferenze del suo Figlio, fino a spingersi ai piedi del patibolo ove Egli era stato ingiustamente appeso, la Madonna è resa corredentrice, non nel senso che opera al disegno della Redenzione in maniera parallela o indipendente a Cristo, ma perché vi partecipa intrinsecamente con la sua obbedienza a Dio fino al dolore più grande, che è quello di veder morire atrocemente il Figlio sotto orribili torture. Perciò la Vergine Addolorata, che sempre intercede presso Gesù Cristo Signore nostro per noi ed è mediatrice delle sue grazie, diventa per noi uomini un appiglio a cui aggrapparci per sfuggire alla corrente furiosa dei dolori e delle sofferenze. Così come il Figlio suo, che ha patito ogni genere di dolore per inchiodarli alla Croce e sconfiggerli con la Morte e Risurrezione, così Ella ci può consolare nei nostri patimenti più grandi, come ad esempio la perdita dei propri familiari o delle persone care. La Madonna sa cosa vuol dire il nostro soffrire; se nel nostro pianto ci affideremo a Lei possiamo essere certi che non potremmo riceverne che forza e bene, poiché Ella intercede presso la Santissima Trinità affinché lo Spirito Santo, che è Consolatore, ci sussurri nell'animo parole di conforto. Affidiamo a Lei, dunque, tutti i nostri familiari, amici, conoscenti e noi stessi, perché attraverso la sua mediazione, le nostre sofferenze possano comunicare alla Passione del nostro Signore Gesù Cristo per poter essere da Lui portate alla gioia della Risurrezione.
Nella splendida e venerabile Tradizione della Santa Chiesa, alla ricorrenza dell'Addolorata è associata una delle cinque "Sequenze" sopravvissute nei secoli: lo Stabat Mater. Si tratta di una sorta di poesia che esprime i sentimenti di un uomo pio che assiste alla cruenta scena del Calvario; egli vuole quasi affiancare il suo cuore a quello della Vergine, già provato dall'indicibile sofferenza, perché possa servirle di sostegno nel momento della morte in Croce e della deposizione del suo Figlio adorato. Da questa sequenza è stato tratto anche il famoso ritornello che cantiamo al termine di ogni Stazione della Via Crucis: "Santa Madre, deh, Voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore!". Le parole esprimono dunque tutta quella pietà, anche popolare, di cui la Chiesa è stata dispensatrice e destinataria in tutti i secoli della sua storia; potessimo ritornare anche oggi a questo modo di comporre anche i canti liturgici più semplici, con l'umiltà e l'amore che esprime questo componimento e che sono la firma della sua ispirazione divina.
Ne propongo l'ascolto di una versione in canto gregoriano, le cui note in maniera sublime ed esclusiva sono legate alle parole del testo in maniera viscerale, tanto da non poter essere separate; quindi, in varie parti, nella famosa versione di Giovanni Battista Pergolesi, splendido esempio del settecento musicale italiano. Inoltre potete trovare il testo, da seguire, con una traduzione.

Stabat Mater (Gregoriano)


Stabat Mater (G.B. Pergolesi)
 


Stabat Mater dolorósa
iuxta crucem lacrimósa,
dum pendébat Fílius.

Cuius ánimam geméntem,
contristátam et doléntem
pertransívit gládius.

O quam tristis et afflícta
fuit illa benedícta
Mater Unigéniti !

Quae moerébat et dolébat,
pia mater, cum vidébat
nati poenas íncliti.

Quis est homo, qui non fleret,
Christi Matrem si vidéret
in tanto supplício?

Quis non posset contristári,
piam Matrem contemplári
doléntem cum Filio ?

Pro peccátis suae gentis
vidit Jesum in torméntis
et flagéllis subditum.

Vidit suum dulcem natum
moriéntem desolátum,
dum emísit spíritum.

Eia, mater, fons amóris,
me sentíre vim dolóris
fac, ut tecum lúgeam.

Fac, ut árdeat cor meum
in amándo Christum Deum,
ut sibi compláceam.

Sancta Mater, istud agas,
crucifíxi fige plagas
cordi meo válide.

Tui Nati vulneráti,
tam dignáti pro me pati,
poenas mecum dívide.

Fac me vere tecum flere,
Crucifíxo condolére
donec ego víxero.

Iuxta crucem tecum stare,
te libenter sociáre
in planctu desídero.

Virgo vírginum praeclára,
mihi iam non sis amára,
fac me tecum plángere.

Fac, ut portem Christi mortem,
passiónis fac me sortem
et plagas recólere.

Fac me plagis vulnerári,
cruce hac inebriári
et cruóre Fílii.

Flammis urar ne succénsus,
per te, Virgo, sim defénsus
in die iudícii.

Fac me cruce custodíri
morte Christi praemuníri,
confovéri grátia.

Quando corpus moriétur,
fac, ut ánimae donétur
paradísi glória. Amen.
La Madre addolorata stava
in lacrime presso la Croce
su cui pendeva il Figlio.

E il suo animo gemente,
contristato e dolente
una spada trafiggeva.

Oh, quanto triste e afflitta
fu ella, benedetta
Madre dell'Unigenito!

Come si rattristava e si doleva
la pia Madre vedendo
le pene dell'inclito Figlio!

Chi non piangerebbe
al vedere la Madre di Cristo
in tanto supplizio?

Chi non si rattristerebbe
al contemplare la pia Madre
dolente accanto al Figlio ?

A causa dei peccati del suo popolo
Ella vide Gesù nei tormenti,
sottoposto ai flagelli.

Vide il suo dolce Figlio
che moriva, desolato,
mentre esalava lo spirito.

Oh, Madre, fonte d'amore,
fammi provare lo stesso dolore
perché possa piangere con te.

Fa' che il mio cuore arda
nell'amare Cristo Dio
per fare cosa a lui gradita.

Santa Madre, fai questo:
imprimi le piaghe del crocifisso
fortemente nel mio cuore.

Del tuo figlio ferito
che si è degnato di patire per me,
dividi con me le pene.

Fammi piangere intensamente con te,
condividendo il dolore del Crocifisso,
finché vivrò.

Accanto alla Croce, stare con te,
con piacere in tua compagnia,
nel compianto, io desidero.

O Vergine gloriosa fra le vergini
non essere aspra con me,
fammi piangere con te.

Fa' che io porti la morte di Cristo,
avere parte alla sua passione
e che mi ricordi delle sue piaghe.

Fa' che sia ferito delle sue ferite,
che mi inebri con la Croce
e del sangue del tuo Figlio.

Che io non sia bruciato dalle fiamme,
che io sia, o Vergine, da te difeso
nel giorno del giudizio.

Fa' che io sia protetto dalla Croce,
fortificato dalla morte di Cristo,
consolato dalla grazia.

E quando il mio corpo morirà
fa' che all'anima sia donata
la gloria del Paradiso. Amen.

mercoledì 14 settembre 2011

Esaltazione della Santa Croce

L'odierna ricorrenza che la Santa Chiesa ci propone, la festa dell'Esaltazione della Santa Croce, è nata nel 335, in comcomitanza con le ricorrenze della "Crucem" e della "Anastasis" di matrice orientale, passate poi anche in Occidente con il nome di "Esaltazione". Inizialmente si voleva commemorare il leggendario ritrovamento della Vera Croce di Cristo da parte della regina Elena, madre dell'imperatore Costantino; ma col tempo la festività della Croce assunse un significato più religioso che storico: diventa il trionfo del Nostro Signore Gesù Cristo sulla Croce. All'umana sensibilità ciò sembra assolutamente antitetico: per l'uomo la gloria è opposta alla sofferenza e alla morte. L'uomo di oggi associa l'esaltazione, la fama e la gloria ad un certo ideale di bellezza, tutta esteriore, rifiutando completamente il dolore, tanto che quando ci si trova a dover affrontare la morte, quale condizione che accomuna tutti gli esseri umani, dal più ricco al più povero, c'è chi preferisce evitare la sofferenza, giudicando "indegna" di essere vissuta una vita in cui predomina la sofferenza del corpo. La morte in Croce di Gesù Cristo Signore nostro rovescia questa visione prettamente terrena; Egli ha voluto soffrire indicibili sofferenze, senza sottrarsene anche se avrebbe potuto, lasciandosi inchiodare al patibolo e schernire da coloro che amava. Egli, Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo, non si è vantato di questa sua condizione; ma, come dice l'Apostolo san Paolo, se ne è spogliato fino a divenire simile agli uomini. Ed una volta fattosi uguale agli uomini si è fatto ulteriormente umiliare, facendosi processare e uccidere come se fosse un malfattore; ha accettato su di se le conseguenze dei nostri innumerevoli peccati, pur non meritandole. Tuttavia, leggiamo sempre nella Scrittura, Egli "offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito" (Eb 5, 7). L'Onnipotente Eterno Padre non lo abbandonò alla sorte dei malvagi che aveva accettato di condividere, ma lo risuscitò dai morti: "Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome" (Fil 2,9).
In questo sta il trionfo della Croce per tutti gli uomini: non è l'esaltazione del dolore in sè, o delle sofferenze a cui si va incontro magari per difendere una ideologia, ma l'esaltazione del Santo Sacrificio che ha determinato la nostra Redenzione ed il nostro distacco dalla condizione umana, in cui il dolore non aveva senso. Come ci ricordava il cardinale Angelo Scola, commentando la lettera ai Colossesi di san Paolo apostolo nella sua omelia tenuta durante la Santa Messa di congedo dal patriarcato, risorgendo dalla morte Gesù Cristo ci ha fatti risorgere con Lui, rendendoci partecipi fin d'ora del suo destino di gloria; questo se anche noi lo vogliamo ed abbandoniamo le passioni ed i peccati che ci tengono invece legati alla sorte terrena. Ecco perché chi rifiuta la mano che il nostro Salvatore ci tende per trarci dal fango di una vita prettamente mondana non ha possibilità di rispondere all'atroce interrogativo dell'uomo sul perché del male e del dolore, e finisce per togliere la dignità anche ai malati terminali, perché giudicati vivere una vita insignificante. Se invece orientiamo la nostra vita nella direzione di quella di Cristo anche il dolore assume un senso, una direzione, che è quella del Calvario, del Sepolcro e della Risurrezione; il nostro dolore, come quello del nostro Redentore, non finisce con la morte, ma va oltre, e viene sconfitto nella Risurrezione.
Di certo non è facile sopportare certe sofferenze dell'anima, prima ancora di quelle del corpo, come quelle che ci provocano il distacco da una persona cara; tuttavia l'Esaltazione della Croce ci fa capire che il cristiano gode in qualche modo, per i meriti del nostro Salvatore Gesù Cristo, come di un privilegio, poiché il suo Signore ha sofferto per primo ogni possibile dolore per poi vincerlo. Anche tra i credenti, oggi, forse proprio perché ci troviamo permeati da una mentalità che cerca la gioia soltanto nel mondo, c'è chi crede di poter raggiungere la felicità rifiutando la sofferenza ed il dolore, o trasformando la Santa Messa in un "party". Ma se il cristiano eliminasse il dolore dalla propria vita e religione, o privasse del suo carattere sacrificale la Santa Messa, nella quale il glorioso sacrificio della Croce si ripropone in maniera incruenta, finirebbe per precludersi la strada che porta alla gioia stessa; l'Esaltazione della Croce ci mostra come alla gloria si arrivi soltanto attraverso la Croce. Gesù Cristo ci promette la gioia, e la sua promessa è molto più realistica e plausibile di quelle che ci fa il mondo: Egli ci indica che la strada è quella che passa per la porta stretta e che ci conduce con Lui al Calvario, una strada che ha percorso prima di noi, dandoci l'esempio, ed assicurandoci che la meta è sicura.

Ascoltiamo alcuni brani di musica sacra. Prima l'inno "Crux Fidelis", dal repertorio gregoriano e poi in una splendida versione polifonica, a 6 voci, dell'antifona "Adoramus Te", scritta dal grande compositore Claudio Monteverdi.



sabato 3 settembre 2011

San Gregorio Magno Papa

Ricorre oggi, 3 settembre, la memoria liturgica di San Gregorio Magno, 64mo successore di Pietro, tra l'anno 590 e l'anno 604. Grande ammiratore di San Benedetto da Norcia e della sua Regola, fin dalla gioventù decise di trasformare le sue abitazioni in monasteri, e di farsi monaco, dedicandosi completamente alla meditazione ed alla lettura delle Sacre Scritture. Intorno all'anno 579, papa Pelagio II lo invia come suo delegato presso la corte di Costantinopoli, dove ebbe modo di distinguersi agli occhi dell'imperatore Maurizio I e portò addirittura al Battesimo il figlio dell'imperatore Teodosio. Dopo una permanenza di sei anni tornò a Roma, dove risiedette per circa quattro anni nel suo convento sul Celio; fino a quando, il 3 settembre 590, fu eletto papa.
Uno dei suoi primi atti da pontefice fu quello, in risposta alla pestilenza che stava soffocando l'Urbe in quel periodo, di ordinare costanti pellegrinaggi presso la Basilica di Santa Maria Maggiore, al termine dei quali si racconta la famosa apparizione dell'Arcangelo San Michele sopra il mausoleo di Adriano, nell'atto di riporre la spada nel fodero, segno che il flagello era terminato. Ciò valse alla tomba di Adriano il nome di Castel sant'Angelo, così come ancora oggi conosciamo questo importante monumento romano.
Fu amministratore capace ed intraprendente della Chiesa; tessé importanti rapporti diplomatici con i regnanti dell'epoca, visigoti, longobardi e franchi, grazie ai quali riuscì in una delle sue opere più importanti, ossia la conversione al cattolicesimo della Britannia, dopo avervi inviato una delegazione di circa quaranta dei suoi monaci del Celio, capeggiata da sant'Agostino. La sollecitudine di papa Gregorio per il suo gregge è testimoniata anche in un carteggio con l'esarca di Ravenna Mariniano, il quale, secondo alcuni storici, costituirebbe la prima prova documentata dell'esistenza della diocesi di Caorle. La lettera, scritta nell'anno 598, comunicava che il vicedomino ed il difensore della «Chiesa capritana» riferivano alla Santa Sede che il vescovo Giovanni di Pannonia aveva fissato la sua dimora nel castello di «Nove», essendo stato scacciato dagli abitanti della sua diocesi.
Altro versante importante nel quale papa Gregorio riversò i suoi sforzi fu quello liturgico; a lui si deve la codifica del rito romano nel rito appunto chiamato gregoriano. Tale rito costituì la forma in cui venne celebrata la Santa Messa fino praticamente al Concilio Vaticano II; forma che, grazie a Papa Benedetto XVI (con il motu proprio Summorum Pontificum e l'istruzione Universae Ecclesiae) è oggi in via di completa riabilitazione. Non solo i codici, tuttavia, furono la preoccupazione di San Gregorio Magno in campo liturgico: da lui deriva anche il canto proprio della liturgia romana, in suo onore detto canto gregoriano. Anche se non è certo il fatto che egli abbia scritto di suo pugno alcuni brani, egli si occupò in maniera decisa di diffonderne l'uso in tutte le terre cattoliche. A questo proposito è interessante ed emblematica la leggenda che si è diffusa grazie a Paolo Diacono e ad alcune antiche illustrazioni: papa Gregorio era solito dettare il testo e la musica dei canti sacri ad uno dei suoi monaci, separato da lui da un paravento di stoffa. Ma poiché il Papa alternava alla dettatura dei lunghi periodi di silenzio, il monaco scostò un lembo del paravento, e si trovò dinanzi la scena miracolosa: una colomba posata sulla sua spalla, durante i lunghi silenzi, dettava in un orecchio al Santo Padre i frammenti del canto liturgico. Questa leggenda ha lo scopo di mettere in luce il carattere davvero sacro del canto gregoriano, che è di ispirazione divina (la colomba era infatti lo Spirito Santo). Per questo la Chiesa, nei secoli, non ha mai potuto, né voluto, sopprimere o eliminare dalla Divina Liturgia questo inestimabile tesoro di preghiera ed arte a servizio di Dio che è il canto gregoriano. La leggenda ci insegna ancora oggi che la liturgia, ed in particolar modo il canto liturgico, non deve essere invenzione degli uomini, ma deve sempre essere ricondotto all'azione di Dio attraverso l'uomo. Soltanto con l'obbedienza ai voleri divini gli uomini renderanno il culto liturgico gradito a Dio.

Papa Gregorio morì il 12 marzo del 604. Meditiamo, dunque, sulla vita di questo santo pastore, che meritò di essere proclamato "Grande" dalla tradizione della Chiesa; impariamo da lui l'amore e la sollecitudine verso il prossimo, e la cura per la liturgia ed il canto nelle funzioni sacre. Concludiamo con l'ascolto di uno dei canti del repertorio gregoriano che proprio San Gregorio contribuì a diffondere in tutto il mondo e per tutte le generazioni; si tratta dell'Ordinario della Missa Orbis Factor (per le domeniche fra l'anno), che contiene alcuni dei brani gregoriani più antichi (X-XI secolo), all'ascolto dei quali sembra davvero di rivevere la scena vista da quel monaco, con il papa intento a carpire i suggerimenti della colomba sulla sua spalla, e si intuisce come queste note non possano essere esclusivamente di provenienza umana. Il canto è eseguito dalla Scuola Gregoriana Mediolanensis, diretta da Giovanni Vianini.

giovedì 18 agosto 2011

Intervista a mons. Miserachs sulla musica sacra

Riporto un'interessantissima intervista comparsa ieri su La Bussola Quotidiana a mons. Valentin Miserachs Grau, preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra, di Antonio Giuliano. Mons. Miserachs affronta i problemi principali della musica che oggi viene eseguita per la maggiore nelle chiese (soprattutto italiane); cita i documenti della Chiesa e indica quella che secondo lui dovrebbe essere la strada da seguire per un recupero della vera missione della musica nella liturgia. Mons. Valentin Miserachs Grau, nato in Spagna nel 1943, è inoltre compositore e Maestro di Cappella presso la patriarcale arcibasilica liberiana a Roma, chiesa di cui è anche canonico. Ha ricevuto il nastro decorativo dell'Ordre des Arts et des Letters della Repubblica Francese, l'Encomienda de Alfonso X el Sabio dallo stato spagnolo la Creu de Sant Jordi della Generalitat della Catalogna. E' infine membro onorario dell'Accademia dei Virtuosi al Pantheon.

La tua messa è come un rock
Di Antonio Giuliano

Che in alcune messe da tempo il canto più gettonato sia quello di Claudio Baglioni, colonna sonora di “Fratello Sole Sorella Luna” di Zeffirelli, o che in alcune parrocchie cattoliche la liturgia sia scandita dagli assoli di chitarra elettrica e in taluni casi dai rullanti della batteria, ormai non è una novità.
Fa riflettere però che in questi anni non siano stati fatti passi concreti per arginare la trascuratezza dei canti delle celebrazioni e gli abusi liturgici. Soprattutto se l’allarme viene rilanciato da monsignor Valentino Miserachs Grau, 68 anni, che dal lontano 1995 è preside del Pontificio istituto di musica sacra, la scuola di specializzazione del Vaticano.
Musicista e compositore, da anni monsignor Miserachs denuncia la sciatteria in voga nelle liturgie che penalizza in modo particolare l’antica e nobile tradizione del canto gregoriano, «ormai ignorato».

Eppure sembra che ci sia una sensibilità maggiore sul tema. Di recente è uscito anche un bel libro La musica nella liturgia di Marco Ronchi (Lindau, pp. 154, euro 15) che offre una serie di indicazioni pratiche per invertire la rotta…
Ma purtroppo la situazione non cambia. È significativo che anche i giornali laici ormai facciano una diagnosi reale del problema: in troppe chiese si ascoltano canti non adatti alla liturgia, per il testo e per la musica. Predominano strimpellamenti di chitarre e ritmi frenetici. L’ho ripetuto migliaia di volte… La verità è che da anni nei seminari non si parla di musica sacra e direi nemmeno di musica. La formazione musicale è considerata un optional. E questo spiega la scarsa sollecitudine dei sacerdoti.

Ma la Chiesa ha sempre avuto questa preoccupazione: i documenti non mancano.
Certo, già il motu proprio di san Pio X, Tra le sollecitudini, nel 1903 intendeva replicare agli stessi abusi di oggi: allora ad entrare nelle chiese era la musica operistica a cui si appiccicava poi un testo sacro. Oggi invece è la musica pop… Poi abbiamo avuto l’enciclica di papa Pio XII Musica sacrae disciplina e il Concilio Vaticano II con la normativa sulla musica sacra che in realtà riaffermava la Tradizione e ammetteva una certa creatività, ma nella pratica ha finito per essere interpretata male. In occasione del centenario del motu proprio di san Pio X anche Giovanni Paolo II nel chirografo Mosso dal vivo desiderio ha ribadito le norme in materia. Peccato però che son rimaste tutte pie esortazioni, nonostante la sensibilità di Benedetto XVI.

Che cosa si dovrebbe fare allora in pratica?
Ci vuole un organismo di vigilanza. Molti si rivolgono a noi per segnalarci abusi. Ma il Pontificio istituto di musica sacra è deputato alla formazione, siamo una scuola di specializzazione del Vaticano. Noi possiamo solo predicare con l’esempio. Compito nostro è quello di formare musicisti: 140 alunni provenienti da ogni parte del mondo, il 60 per cento sono laici. Manca invece un organismo che faccia applicare le norme. La Congregazione del Culto dovrebbe intervenire.

Quali sono i canti poco raccomandabili in chiesa?
Bisogna innanzitutto distinguere la musica da ciò che non lo è. Poi occorre sempre ricordare che non tutta la musica sacra va bene per la liturgia: come ad esempio il Requiem di Brahms, o le Cantate di Bach nate per il culto protestante. Ma anche l’Ave Maria di Schubert è una canzone di ispirazione religiosa, ma non liturgica. Il guaio però è che negli ultimi decenni si sono affermati canti i cui testi spesso non sono sacri ed esprimono una vaga religiosità. E nei ritmi scimmiottano la musica leggera…

C’è anche un abuso di strumenti nella liturgia?
Ma in realtà già la Musicae sacrae disciplina suggeriva altri strumenti non “rumorosi”, come il violino o quelli ad arco, che possono accompagnare le celebrazioni insieme con l’organo. Anche un quintetto di ottoni sarebbe magnifico purché siano complementari e non sostitutivi dell’organo che rimane lo strumento principe nel sostenere e integrare la voce. Non si tratta di un pregiudizio verso altri strumenti: ma l’organo con il suo suono continuativo si adatta meglio. Non è così per il pianoforte e la chitarra che hanno bisogno di un ritmo percussivo… Figurarsi poi la batteria. Per carità, anche la chitarra suonata bene è uno strumento stupendo, ma poco adatto alla liturgia. Poi è vero che ci sono delle liturgie orientali o africane che si avvalgono delle percussioni, ma rientrano nella loro cultura.

Il suo cruccio più grande è da sempre il canto gregoriano. È sempre così pessimista sul suo recupero?
Sì. Non vedo la volontà di riportarlo in auge come suggeriscono tutti i documenti della Chiesa. Il gregoriano ha caratteristiche imbattibili: il rispetto assoluto del testo per cui la melodia nasce unicamente per sostenerlo. Infatti il gregoriano ha una libertà ritmica che segue la dinamica della parola. Dal X secolo ad oggi sono migliaia i pezzi disponibili.
Ma vedo che ormai si fa di tutto per far dimenticare anche la celebre “Messa degli angeli”… Si adducono scuse risibili come il latino, quando esistono le traduzioni in italiano, e comunque sarebbe un’opportunità rispolverarlo o impararlo. E il gregoriano non è affatto difficile da apprendere: i miei allievi nigeriani l’hanno esportato in Africa e mi dicono che nelle celebrazioni si commuovono…

Ma la musica “moderna” non può essere uno strumento di evangelizzazione?
Mi fanno tenerezza tanti giovani che suonano in chiesa, perché sono animati da buona volontà. Purtroppo nessuno ha mai insegnato loro la grande polifonia sacra o il canto gregoriano. Esiste anche un volume “Celebriamo cantando”, che offre un repertorio dignitoso di canti in italiano. Canti in cui l’assemblea non deve per forza cantare tutto. Deve anche saper ascoltare la corale. Il problema è che non esistono persone qualificate per trasmettere il nostro patrimonio. Per questo ho da tanti anni auspicato la creazione di un organismo pontificio, ma senza risultati pratici. Anni e anni di conferenze in giro per il mondo, ma nessun riscontro. Eppure son convinto che se creo un coro di giovani e faccio conoscer loro il gregoriano, si gaserebbero subito. Perché i giovani ti seguono quando sono coinvolti in progetti di qualità. La bontà oggettiva del gregoriano si impone da sé e non è vittima delle mode musicali del momento.

domenica 14 agosto 2011

Assumpta est Maria in coelum

«Assumpta est Maria in coelum:
gaudent angeli,
laudantes benedicunt Dominum.
»

Queste le parole che ritornano più volte nella liturgia della solennità che proprio da questa sera la Chiesa celebra con grande gioia, l'Assunzione della Beata Vergine Maria al cielo: gli angeli accolgono la Madre di Dio, immacolata, nella sua anima e nel suo corpo. L'episodio dell'Assunzione non è narrato nella sacra scrittura; l'ultima pagina in cui compare la Vergine Maria nella Bibbia si trova negli Atti degli apostoli, mentre si trova nel cenacolo insieme agli Undici il giorno di Pentecoste, e riceve insieme con loro lo Spirito Santo. Tuttavia la tradizione e gli scritti apocrifi sono ricchi di citazioni di questo episodio: il più famoso è certamente il cosiddetto Transito della Beata Maria Vergine attribuito a Giuseppe di Arimatea. Ma anche in epoca recente si hanno notizie sull'Assunzione della Vergine, provenienti dalle comunicazioni della Beata Anna Caterina Emmerick (1774 - 1824). Il 14 agosto 1821 la beata racconta di aver avuto la visione della morte della Beata Vergine: gli Apostoli e le ancelle che la assistevano erano riuniti al suo capezzale, mentre Ella li benediceva e si congedava da loro, dettando le sue ultime volontà. Quindi Pietro, dopo aver celebrato la Santa Messa si accostò alla Madonna per farla comunicare al Corpo e Sangue del Signore Gesù Cristo, e per ungerla con gli oli dell'Estrema Unzione. Quindi la Beata scrive di aver visto «un bagliore di luce celeste invadere Maria, avvolgerla tutta ed entrare nel suo corpo», mentre la sua anima se ne distaccava; ed in un'altra visione, vide venire incontro alla Santa Vergine le anime dei patriarchi, dei suoi santi genitori Gioacchino ed Anna, del suo sposo San Giuseppe, dei Santi Zaccaria ed Elisabetta, di San Giovanni Battista e numerosi angeli. Quindi vide anche il Signore Gesù Cristo, che le porse uno scettro e le mostrò la terra, «quasi per conferirle un potere speciale». Trasportate le venerate spoglie della Madonna al luogo della sepoltura, la Beata Anna Caterina racconta l'apparizione dell'Assunzione del corpo della Vergine al cielo:

«Vidi ad un tratto una gloria formata da tre Cori d'Angeli e di anime buone che circondavano un'apparizione: Gesù Cristo, con le sue Piaghe risplendenti di luce intensa era vicino all'Anima di Maria Santissima. I Cori angelici erano formati da fanciulli, tutto era indistinto poiché appariva solo in una grande forma di luce. Vidi però l'Anima della Santa Vergine seguire l'Immagine di Gesù, scendere con il Figlio per la rupe del Sepolcro, e subito dopo uscirne con il proprio Corpo risplendente fra torrenti di viva luce, quindi La vidi risalire col Signore e con tutta la gloria angelica verso la Gerusalemme celeste. Dopo di che disparve ogni splendore ed il Cielo silenzioso e stellato tornò a chiudersi sopra la terra. Vidi che le pie donne e gli Apostoli si gettarono col volto a terra, poi guardarono in alto, con stupore e profonda venerazione

L'insieme di queste testimonianze, che di certo da sole non vincolano i fedeli cristiani, mostrano comunque una pressante domanda da parte dei fedeli di tutte le epoche storiche circa l'Assunzione della Vergine al Cielo. Al termine dell'anno santo 1950, il venerabile sommo pontefice Pio XII lo scrive chiaramente nella Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus:

«Quando fu solennemente definito che la vergine Madre di Dio Maria fu immune della macchia ereditaria fin dalla sua concezione, i fedeli furono pervasi da una più viva speranza che quanto prima sarebbe stato definito dal supremo magistero della chiesa anche il dogma della corporea assunzione al cielo di Maria vergine. Infatti si videro non solo singoli fedeli, ma anche rappresentanti di nazioni o di province ecclesiastiche e anzi non pochi padri del concilio Vaticano chiedere con vive istanze all'apostolica sede questa definizione.»

La devozione alla Madonna Assunta è ben visibile in tutte le chiese antiche, specialmente nel nostro Duomo, ove dal '400 aveva preso vita la Confraternita dell'Assunta, e nei libri liturgici, ove ricorre la festa il 15 agosto già dai tempi di papa Leone IV con vigilia ed ottava. Per questo con quella stessa Costituzione Apostolica papa Pacelli ha proclamato l'Assunzione della Vergine come dogma, a cui tutti i fedeli cattolici devono credere come verità contenuta nel depositum fidei della Chiesa; e lo ha fatto usando le stesse parole di san Giovanni Damasceno: «Era necessario che colei, che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, conservasse anche senza alcuna corruzione il suo corpo dopo la morte». Questa la solenne definizione di quello che tutt'ora rimane l'ultimo dogma proclamato dalla Santa Romana Chiesa cattolica:

«Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l'autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l'immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo.
Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica.
»

Conformiamoci dunque all'insegnamento della nostra Madre Chiesa, che su modello della Gran Madre di Dio, la Vergine Maria, obbedisce docilmente al volere del Signore nel nome di Gesù Cristo, Re e Salvatore nostro. Viviamo questo giorno di ferragosto non solo come giorno di divertimento e di riposo dalle attività che ognuno di noi compie durante il resto dell'anno; approfittiamone per contemplare il mistero che Dio ha voluto attuare nella Madonna Santissima, prima preservandola da ogni macchia di peccato per i meriti della Redenzione del Suo Figlio Gesù Cristo e poi elevandola al Cielo, a Lui, nella sua anima e nel suo corpo. Invochiamo Lei, nostra amorevole avvocata al cospetto di Dio, per ogni nostra tribolazione e necessità; la preghiera di Colei che, Immacolata, intercede per noi presso il Padre renderà anche le nostre preghiere degne di giungere al trono celeste.

Concludiamo con l'ascolto di alcuni brani di musica sacra: l'introito della solennità dell'Assunta, "Gaudeamus", in canto gregoriano, ed il Kyrie ad opera del maestro della polifonia sacra, Giovanni Pierluigi da Palestrina, tratti dalla sua Messa "Assumpta est Maria". Di seguito i collegamenti alle rivelazioni private della Beata Anna Caterina Emmerick sull'Assunzione della Beata Vergine Maria in cielo e la Costituzione Apostolica "Munificentissimus Deus" del venerabile papa Pio XII.



Gaudeamus omnes in Domino
diem festum celebrantes
sub honore Mariae Virginis
de cuius Assumptione
gaudent angeli
et collaudant Filium Dei.

Ps. Eructavit cor meum
verbum bonum
dico ego opera mea regi
Gioiamo tutti nel Signore
nel giorno in cui celebriamo festa
in onore della Vergine Maria
dell'Assunzione della quale
gioiscono gli angeli
ed lodano il Figlio di Dio.

Ps. Effonde il mio cuore
liete parole
io canto al re il mio poema.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...