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martedì 25 ottobre 2011

Quella Madonnina distrutta che sorrideva

Lo scorso 15 ottobre, come tutti abbiamo avuto modo di constatare a mezzo stampa ed internet, si è tenuto a Roma, come in molte altre città del mondo, il corteo degli indignati. Un movimento nato a causa della recente crisi economica, per far sentire la voce del popolo che non vuole pagare di tasca propria gli errori che vengono attribuiti ai propri governanti e al mondo della finanza; un movimento nato in Spagna per protestare contro un governo progressista e socialista, ma che paradossalmente è stato rivendicato proprio dai movimenti e dai partiti di matrice progressista, socialista e comunista. E così si è presentato anche in Italia, dove ha potuto alimentarsi della consueta carica di odio che nel nostro Paese è il tratto caratteristico di quello che dovrebbe essere il confronto politico.
Il risultato è ancora sotto gli occhi di tutti noi, specialmente dei romani: vetrine in frantumi, persone che uscendo per la strada trovano un relitto annerito al posto della propria automobile, cartelli stradali divelti e strade smontate per poter tirare i sanpietrini addosso ai poliziotti. Ed infine, ma non certamente per importanza, una chiesa con il Crocifisso martoriato e privata della statua della Santa Madre di Dio, distrutta da una furia quasi assassina. Quella Madonnina Immacolata, che certamente avrà accolto centinaia di anime in preghiera con un amorevole e materno sorriso, e che non ha smesso di sorridere quando, distrutta tra le bestemmie, veniva ammirata dai partecipanti al corteo, qualcuno indifferente, qualcuno imbarazzato, qualcuno incuriosito fino al punto di scattare una fotografia e forse, speriamo, qualcuno addolorato.

Quasi tutti i commentatori e i giornalisti si sono affrettatti a condannare le violenze di quel giorno, additando in questi famigerati black-bloc i responsabili di ogni male, come se i disordini e le violenze fossero sempre opera di extra-terrestri di cui si ignora la provenienza, di capri espiatori a cui addossare ogni colpa, con la quasi certezza che resteranno pressoché impuniti. Con una visione ostinatamente politically correct, si ha quasi paura di indagare più a fondo quelli che sono i legami tra manifestazioni di questo tipo e la presenza dei violenti; perché, è innegabile, i black-bloc non compaiono come funghi nelle giornate tranquille, quando le casalinghe sono occupate a fare la spesa e i ragazzini sono a scuola; essi vengono allo scoperto sempre e soltanto all'interno di manifestazioni che gli stessi organizzatori non rifiutano di etichettare come disobbedienti. E, malgrado il nome in inglese (sempre per far pensare che questi loschi personaggi provengano come da un'altra dimensione), sono entrati in azione solo in Italia: sia in questo mese come anche nel dicembre dello scorso anno. Quando poi costoro si manifestano, si assiste al solito acquazzone umano di gente che cade dalle nuvole: chi se lo sarebbe mai aspettato che in quella tale manifestazione vi sarebbero stati dei violenti? Chi si sarebbe mai aspettato che, in una manifestazione infarcita di odio anticapitalistico qualcuno si sarebbe messo in testa di spaccare le vetrine di qualche banca o di bruciare qualche SUV? Chi si sarebbe mai aspettato che qualcuno avrebbe fatto irruzione in una chiesa, avrebbe preso la statua della Beata Vergine tra le bestemmie, e l'avrebbe con violenza gettata a terra e calpestata? Diciamoci la verità: forse non avremmo creduto che qualcuno sarebbe arrivato a tanto, per un'idea del rispetto e della buona educazione che ancora molti di noi hanno, ma sicuramente, se ci avessero detto il giorno prima che qualcuno avrebbe profanato un luogo sacro, non avremmo certo pensato ad una moschea o ad una sinagoga, e nemmeno ad una chiesa valdese o luterana, ma ad una chiesa cattolica.

I fatti di Roma mettono in luce ancora una volta che, se è vero che la partecipazione a queste manifestazioni non vuol dire automaticamente che il partecipante sia violento, è vero anche che è l'ambiente nel quale queste manifestazioni nascono, intriso di ideologia relativista, di disobbedienza e di indignazionismo fine a se stesso, a creare il terreno fertile per la violenza. Lo dimostra il fatto (cito un articolo di Daniele Fazio apparso sul blog Associazione "Maria SS. dell'Elemosina") che il nome di Indignados trae origine da un testo francese dal combattente Stéphane Hessel, tradotto in Italia col titolo Indignatevi; in esso troviamo i "comandamenti" del buon indignado: attaccare i politici, gli industriali e la Chiesa, definendoli "caste", quindi sostituirli con altri uomini che si definiscono leali e generosi secondo gli ideali della rivoluzione francese (e che, guarda caso, allora come oggi, sono i leaders di questi movimenti), con l'illusione che per superare le crisi politiche ed economiche non sia necessario alcun sacrificio. Questi movimenti si basano su un substrato di rimostranze giuste, come ad esempio la richiesta di un mondo della politica e della finanza che siano più rispettosi del resto del mondo, ad esempio diminuendo i propri privilegi soprattutto in questi momenti critici; ma poi finiscono per sfruttare le grandi masse, facilmente allettate da questi argomenti accettabili, mettendo loro in bocca slogan anarchici, femministi, omosessualisti e, soprattutto, anti-cattolici. Il povero partecipante, che crede di stare ancora combattendo per una causa giusta, finisce per fare il ruolo dell'utile idiota, fornendo alla fin fine l'adeguata copertura a gesti di violenza inaudita come quelli di Roma. Ma Roma, e l'Italia, non sono le sole "pecore nere": un chiaro esempio del funzionamento di questo meccanismo lo abbiamo avuto proprio in Spagna, dove il movimento degli Indignados è nato e cresciuto. Prima il sit in davanti ai palazzi del potere, per far sentire la propria voce dinanzi ai governanti, e poi la trasformazione in quell'odioso movimento anticlericale, anch'esso di violenza inaudita, anche se non si è arrivati alle mani (o meglio agli estintori e ai sanpietrini), che si è espresso in tutto il suo odio contro i pellegrini della GMG.

Se ora proviamo a guardare alle nostre spalle, che cosa ha effettivamente cambiato la manifestazione del 15 ottobre? Oltre alla violenza che ha generato nel suo stesso alveo, ha offerto soluzioni efficaci alla crisi? Anche qui siamo onesti con noi stessi e tra di noi se riconosciamo che né le manifestazioni né gli ideali dei movimenti che le organizzano offrono una via d'uscita che non sia fatta solo di parole, anzi: finiscono per aggravare i già ingenti problemi degli stessi manifestanti. Proviamo allora a rivolgere, per l'ultima volta, lo sguardo a quella Madonnina distrutta, rimasta sull'asfalto di una città ferita; a quella statua che, pur irriconoscibile per la tanta violenza subita, non ha perso il sorriso, anche nei confronti del suo stesso profanatore, di coloro che erano d'accordo con lui e di quelli che, di fronte a quella scena, non se la sono sentita di abbandonare un corteo ormai degenerato. Essa identifica lo stesso amore della Madre di Dio che rappresenta, la quale ha dovuto sopportare le ben più atroci sofferenze che noi infliggiamo al suo Figlio sulla Croce, e che, malgrado ciò, ancora ci viene in soccorso. Ella ci offre la via d'uscita da tutte le nostre crisi e sofferenze: ci mostra che, con l'odio, nessuna situazione potrà mai essere risolta; ci invita a rimettere al centro la dignità della vita dell'uomo, dal suo inizio alla sua fine naturali, ci mostra il diritto naturale, firma di Dio sul gran disegno della Creazione, che si coniuga ai doveri dell'uomo e alla responsabilità di tutti. L'amore comporta sempre sacrificio; prendiamo esempio da Lei, la cui statua ha dovuto essere distrutta e deturpata dalle bestemmie, insieme a quella del suo Figlio, per farci fermare un attimo e guardare a quello che l'odio può trasformarci.

domenica 28 agosto 2011

La democrazia e la tolleranza dei "laici"

Riprendo dal sito UCCR online questa notizia uscita ieri a proposito della protesta cosiddetta "laica" contro i pellegrini che partecipavano alla GMG di Madrid. Si è parlato di protesta civile, legittima, addirittura qualcuno l'ha giustificata tirando in ballo la crisi economica e l'esasperazione dei cittadini spagnoli per la loro condizione. A leggere questo articolo, e a vedere i video filmati da alcuni testimoni non si direbbe affatto: piuttosto risulta un astio ed una rivalità fuori dal normale, e gli insulti diretti all'indirizzo del papa e dei pellegrini mettono in evidenza che le motivazioni della protesta erano tutt'altre rispetto a quelle economiche. Piuttosto si capisce chiaramente come questa manifestazione sia stata organizzata con il chiaro intento di denigrare il cristianesimo ed i cristiani, proprio da parte di coloro che, ad esempio in occasione dei ben più scandalosi gay pride, predicano la democrazia, il rispetto per la libertà e la tolleranza. Talvolta, al giorno d'oggi, si ha quasi paura ed una sorta di ossequioso rispetto verso i cosiddetti "laici" nel pronunciare la parola «persecuzione»: a sentire quanto è accaduto ai nostri giovani pellegrini in Spagna e a guardare certe testimonianze filmate ci si stupisce, invece, che nessuna testata giornalistica italiana abbia parlato della violenza e dell'intolleranza con cui sono stati trattati il papa e tutti i cattolici in Spagna. Forse noi cristiani d'Occidente non eravamo abituati a simili manifestazioni d'odio, pensando che soltanto i cristiani che abitano terre governate da sistemi teocratici fondamentalisti potessero rischiare: non è affatto così. E' giunta l'ora di prendere coscienza che noi cristiani siamo, e saremo sempre, perseguitati in ogni parte del mondo, a causa di Cristo e del Vangelo; a meno che (e purtroppo succede molte volte) anche i cristiani non rinuncino al Vangelo per conformarsi, come dice quest'oggi San Paolo nella lettera ai Romani, alla "mentalità di questo secolo".

GMG 2011: manifestanti atei denunciati per insulti e violenze a pellegrini e disabili
Da uccronline.it

Come riportavamo in Ultimissima 19/8/11, parallelamente alla Giornata Mondiale della Gioventù cattolica, si è svolta di fronte al mondo anche quella della “Gioventù atea”, in cui gruppi di “liberi pensatori” (come si fanno chiamare atei e agnostici militanti) e omosessuali hanno marciato intonando inni contro la Chiesa e il Vaticano, dando del “nazista” e del “pedofilo” al Papa e ai pellegrini (una triste documentazione audiovisiva è possibile visionarla in Ultimissima 26/8/11).

Anche il quotidiano “L’Unità” riconosce l’effetto controproducente delle manifestazioni anticlericali madrilene. Si parla di circa 2000 persone, comprese giornalisti e osservatori. E «le immagini di militanti di mezza età che urlano bestemmie contro il volto spaventato di sedici-diciottenni impauriti ha disgustato il pubblico spagnolo». Mentre la setta dei razionalisti atei italiani si concentra infantilmente sulla spazzatura che i cattolici avrebbero lasciato all’aerodromo di Cuatro Vientos, tentando così di sminuire la portata dell’evento, i quotidiani spagnoli riportano dell’arrivo delle prime denunce.

Il quotidiano “El Mundo” informa che un gruppo di sette pellegrini francesi, tra i quali diversi bambini e un ragazzo disabile in carrozzina, hanno depositato presso la Polizia di Stato una serie di denuncie contro un gruppo di atei partecipanti alla manifestazione anticlericale del 17 agosto 2011 a Madrid. La gioventù atea è accusata di insulto, persecuzione e umiliazione. L’incidente è avvenuto alle 21 circa nei pressi della metropolitana Sol. Proprio in quella zona, tra l’altro, sono stati arrestati diversi giovani anticlericali e molti cattolici sono rimasti feriti. I ragazzi, tra cui Anne-Marie C., di 23 anni della Normandia, hanno riferito di aver incrociato la comitiva “anti-cattolica” mentre erano alla fermata della metropolitana, venendo presto insultati e minacciati di “bruciare i crocifissi e gli zaini” che loro tenevano in mano. Il tutto condito da varie e pesanti ingiurie. Nicola T., 20 anni, ha dichiarato che nella spedizione atea c’era anche una donna vestita in costume da gatto con frustra nera e cinghie, la quale ha cominciato a molestare e umiliare sessualmente uno dei disabili in carrozzina (18 anni), mentre un altro ragazzo anticlericale faceva gesti osceni con le dita. Il gruppo ha impedito ai pellegrini di prendere la metropolitana e uno dei giovani cattolici ha avuto un attacco di panico, perdendo coscienza per un po’.

Da HazteOir.org apprendiamo invece che i pellegrini che sono stati ospitati al Polideportivo de Aluche hanno trovato le porte forzate e una volta rientrati dopo la serata hanno trovato le loro valigie rotte, oggetti di valore rubati e l’abbigliamento dei sacerdoti strappato e gettato a terra. Hanno quindi avverito immediatamente la polizia che ha iniziato immediatamente le ricerche. Le vittime hanno dichiarato che da come si mostrava la situazione non si trattava solo di una rapina ma di una vera e propria vendetta da parte degli anticlericali.

Religion En Libertad informa che gli arrestati sono 8, tutti laici, e 11 feriti (compresi 2 poliziotti). Parla anche di un gruppo di radicali che ha attaccato con pugni e calci venti giovani cattolici che si trovavano nella High Street, prima dell’arrivo della polizia.

Su Madridiario.es compare invece la notizia che il difensore civico per l’infanzia della Comunità di Madrid, Arturo Canalda, ha riferito l’apertura di un’”inchiesta ufficiale” per accertare se vi sia stata “aggressione o minacce” ai pellegrini della GMG da parte di gruppi atei. Si è detto speranzoso di ricevere nei prossimi giorni denunce di famiglie di bambini che sono stati “attaccati o insultati”. Ha dichiarato: «Una cosa è il diritto degli individui di esprimere opinioni un altro è insultare o attaccare le persone. Tutti i bambini godono di una protezione speciale ed è nostro dovere studiare e chiarire i casi segnalati». Il difensore civico per l’infanzia ha descritto come “molto grave” quello che è successo nelle ultime ore del 17 agosto 2011.

Per visionare, invece, i video e le foto delle violenze contro i cristiani durante la GMG in Spagna vi rimando a questo indirizzo, sempre dal sito uccronline.

lunedì 28 febbraio 2011

La scuola e la religione

In questi giorni c'è un gran vociare sulla scuola, sull'educazione che i nostri ragazzi riceverebbero in essa, sulla contrapposizione fra scuola pubblica e privata e sulla preparazione più o meno valida di studenti ed insegnanti. Tutto ciò, come è consueto nel nostro Paese, ha scatenato l'inevitabile guerra politica; è un campo su cui non voglio assolutamente entrare. Tuttavia non si può tacere ciò di cui, oggettivamente, tutti ci rendiamo conto, per amore di verità (la quale, speriamo, continua a non avere colore politico). Proprio venerdì scorso, in una riunione a Mestre, mi è capitato di rivangare i miei ricordi di vent'anni fa, quando ancora frequentavo le scuole della nostra piccola cittadina di Caorle, e mi si chiedeva sostanzialmente una valutazione su cos'è cambiato da vent'anni a questa parte.
Non potevo che ricordare la cura delle maestre nell'insegnare ai bambini innanzitutto l'educazione, ma con un occhio di riguardo alla religione: ogni mattina, prima di iniziare le lezioni, ci alzavamo tutti in piedi e recitavamo insieme alla maestra una preghiera (e non necessariamente quelle che si imparavano a dottrina, al tempo si chiamava ancora così, ma preghiere più complicate che le maestre ci invitavano ad imparare a memoria); lo stesso facevamo poi all'uscita. Per non parlare delle recite di Natale: un anno, mi ricordo benissimo, la recita incentrata sulla Creazione, con costumi originali e sottofondi di musica ricercata; e tutte le volte che veniva "sposorizzata" l'iniziativa del Presepe vivente, cui partecipavano i bambini ed i loro genitori.
Se penso a quello che è la scuola oggi non posso che constatare un completo ribaltamento della situazione; chi solo immagina di voler dire una preghiera in classe viene tacciato di clericalismo, quando va bene, ma più spesso di sovversivismo. Si risponderà che, oggi, i tempi e la società sono cambiati, e dobbiamo abituarci ad avere in classe bambini di tutte le religioni; e questo ha delle implicazioni non così banali e serene: siamo arrivati al punto di rinunciare a manifestare alla nostra fede. Ma non possiamo tacere il fatto che, almeno in una città come la nostra, spesso i bambini di altre religioni non sono così numerosi come possono esserlo nelle scuole di Mestre. Eppure so che anche qui a Caorle diventa difficile anche solo proporre di fare un lavoretto di Natale; e questo non in nome dell'uguaglianza religiosa, ma della laicità, il nuovo idolo della nostra società: questa nuova divinità che, per appianare le cose, pretende di cancellare la religione, ma in particolare il cristianesimo, e ancor più nel dettaglio il cattolicesimo. Via i Crocifissi dalle aule, via le preghiere, abbasso i presepi, e via il nome di Cristo dai libri di storia. Pensate, si vuole cancellare Gesù Cristo addirittura dalla storia, colui che ha obiettivamente cambiato il corso della storia da duemila anni a questa parte (la storia dell'Europa dal 313 d.C. in poi dipende strettamente dal cristianesimo, pensate al Sacro Romano Impero, alla storia politica inglese etc.).
Anch'io ho avuto modo di combattere la mia battaglia per il Crocifisso in classe, al posto del quale era preferito un (secondo) orologio, che doveva segnare l'ora di New York. Preciso che nella mia classe non c'erano stranieri, né persone di religione diversa da quella cristiana-cattolica: eravamo un certo numero (pochi anche allora, ricordo) di cattolici praticanti, altri ancora comunque si professavano cattolici, altri agnostici ed altri ancora atei. Quello che sorprende è che le maggiori critiche non arrivavano dagli atei, ma dagli stessi cattolici: i quali, per giustificare la rimozione del Crocifisso, ti insegnavano: "Il Crocifisso è un segno, ed è più corretto portarlo nel cuore". Vedete, ancora ritorna il tema della religione come fatto privato: sei cattolico? Buon per te, ma non farlo vedere in giro: non solo rischi di offendere gli atei (verrebbe da chiedersi in che modo) ma fai vedere al mondo che il tuo cristianesimo è debole, perché hai bisogno di farlo vedere all'esterno. La cattolicità diventa l'unica cosa che bisogna vergognarsi di manifestare in pubblico: si possono (anzi, si devono) manifestare in pubblico effusioni amorose di vario genere, appartenenze politiche, idee sulla moda, ma non il fatto che sei Cristiano. E' come costringere una persona, legata ad un'altra da una profonda amicizia, a negare di essersi mai conosciuti.
Da quello che mi viene raccontato, però, oggi la situazione è ben più grave di quella che vivevo io; oggi i ragazzi sono derisi pubblicamente da compagni di classe ed insegnanti insieme, sbattuti su una gogna pubblica e segnati dal marchio indelebile di non si sa bene quale vergogna. Sento di insegnanti che insegnano agli alunni che la Chiesa è negazionista nei confronti dell'Olocausto degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Un giudizio che manca di rispetto a migliaia di sacerdoti e di religiosi morti anch'essi nei campi di concentramento per difendere gli ebrei (si pensi a san Massimiliano Maria Kolbe, santa Teresa Benedetta della Croce); e ad altrettanti che si sono prodigati dall'esterno per la loro salvezza, alcuni dei quali annoverati tra i "Giusti nel mondo" nello Yad Vashem (pensiamo ad esempio allo stesso beato Giovanni XXIII), per non parlare dell'azione di Pio XII, riconosciuta dagli stessi ebrei di Roma al tempo della guerra ma infangata dalle più scurrili nefandezze dalla propaganda politica degli anni 60 fino ad oggi. Come si può dire che la Chiesa neghi l'esistenza dei campi di concentramento tedeschi quando in essi furono martirizzati i suoi stessi figli? Io dico che dovrebbe studiarsi la storia, quell'insegnante, prima di parlare dalla cattedra: e dovrebbe rendersi conto che incolpare ingiustamente qualcuno (l'intera Chiesa in questo caso) di un delitto così esecrabile quale l'Olocausto degli ebrei è una colpa paragonabile a negare quella stessa strage.
Ma non è finita qui: l'inculturazione di oggi fa in modo che i nostri ragazzi delle superiori dicano con fierezza che Gesù Cristo non è mai esistito: d'altra parte, infatti, sui libri di storia non c'è, a partire dalle elementari. Non siamo più al punto di negare la divinità di Nostro Signore, ma addirittura la sua esistenza storica (il che significa negare che la storia degli ultimi 2011 anni si sia svolta come ce l'hanno insegnata, che sia esistito Carlo Magno, Enrico VIII, i papi, Napoleone...). E, quando invece si ammette l'esistenza storica, si mette in discussione la divinità: "Gesù è più uomo che Dio", detto da chi si professa cattolico, ignaro forse che tale eresia (negata già nei primi Concili della storia della Chiesa) esclude di fatto che la sua fede possa dirsi quella cattolica.
Ed infine come tacere su quei professori di religione (avete letto bene) che deridono uno studente solo perché manifesta un modo di pensare e di parlare troppo conservatore? Ancora da parte di coloro che, per dirla come il papa, asseriscono che occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo (fantomatico, a questo punto) spirito; per cui chi si mette di traverso a certe idee palesemente moderniste (nell'accezione che diede san Pio X a questo termine) è un pericoloso criminale da contrastare con tutte le forze e deridere in pubblico. O che, e torniamo sempre allo stesso punto della religione come fatto esclusivamente privato, insegnano, in barba a san Giacomo (leggi Gc 2, 14-18), che le opere non sono necessarie per professare la fede?
A mio modo di vedere i cattolici devono prendere coscienza di questi attacchi continui, che io non esito ad indicare come vere e proprie persecuzioni. E quando si dice che la scuola indottrina i nostri studenti di idee anti-cattoliche, da qualsiasi bocca escano queste parole, prima di fare qualsiasi ragionamento o battaglia politica, sarebbe secondo me opportuno, dopo un discernimento obiettivo della realtà, dare atto della veridicità di tale analisi, e semmai rimboccarsi le maniche (a livello sociale ed anche politico) perché questa persecuzione finisca.

venerdì 7 gennaio 2011

La persecuzione dei cristiani nel mondo

Le notizie di questi giorni portano alla luce un problema che in realtà sussiste da molto tempo, ed è il caso di chiamarlo con il nome di "persecuzione" dei cristiani. Non è esagerato accostare le stragi dei nostri giorni alle stragi che venivano compiute dai romani all'inizio dell'era cristiana. Abbiamo sentito di un attentato accaduto in Nigeria la notte di Natale, l'ultimo quello ai cristiani copti ad inizio anno; questi atti non sembrano più limitarsi a singoli episodi, né si può parlare semplicemente di emulazione da parte di facinorosi criminali: il disegno è quello di annientare i cristiani, ed è naturale che ciò avvenga prima in quei posti dove i cristiani sono sempre tenuti controllati dalla maggioranza religiosa islamica, o anche indù. Ma è certo (notizia dei giorni scorsi) che si stanno organizzando attentati anche nel nostro territorio, evidentemente per scoraggiare eventuali sacche di resistenza rimaste dopo la massiccia opera di apostasia che la nostra società, alcuni insegnanti a partire dall'asilo e dalle elementari (specie sotto Natale), i professori e i pensatori, fin'anche le nostre istituzioni talvolta promuovono col nome di "laicità".
In Egitto, dove si è svolto l'ultimo disastroso attentato, coloro che professano la fede in Nostro Signore Gesù Cristo sono obbligati a portarlo scritto sulla carta di identità, una versione più "civile" della stella gialla ripristinata dai nazisti con gli ebrei; le norme egiziane per la costruzione delle chiese (in vigore dal 1934) sottomettono l'approvazione della richiesta al consenso dei musulmani che abitano in zona, della polizia e del presidente della repubblica; e, qualora venga designata una zona per la costruzione, immediatamente fioccano le moschee, per rendere più difficile, se non impossibile, la costruzione del luogo di culto. Ma norme come queste non sono affatto isolate, basti pensare al Marocco (dove vige una legge che vieta ai cristiani di "convertire" i musulmani, pena l'espulsione o l'arresto), o alla Turchia, alla Tunisia o all'Algeria (dove la libertà religiosa è garantita costituzionalmente, ma è vietato dare ai bambini dei nomi cristiani se si vuole che essi vengano iscritti all'anagrafe di stato). Per non parlare poi degli stati asiatici, come in Iraq, Pakistan (con la legge anti blasfemia che ha portato e mantiene tutt'ora in stato di arresto Asia Bibi) o della Cina, col regime comunista che ha istituito una chiesa di stato dove, si sospetta, alcuni vescovi fedeli al papa sono costretti a celebrare, o dell'India.
In tutto questo le nostre voci, le voci dei cristiani "benestanti", non si sentono; non si fanno sentire o non si vuole che si facciano sentire. I telegiornali di ieri, curiosamente, intervistavano, tra le altre, due donne (in servizi diversi, ovviamente); una era italiana, in via Condotti a Roma mentre aspettava di poter fare shopping, l'altra era egiziana, cristiana copta, e si stava preparando alla celebrazione del Natale (che per la chiesa copta-ortodossa si è celebrato ieri sera). Era interessante sentire come la preoccupazione della donna italiana fosse quella di alzarsi alle 7 della mattina sopportare il freddo in coda per qualche ora pur di potersi accaparrare l'offerta più vantaggiosa, mentre la preoccupazione della donna egiziana fosse quella di dire che lei alla messa di mezzanotte sarebbe andata ugualmente, malgrado la minaccia di morte del sito "Mujaheddin", perché in qualche modo tutti prima o poi moriremo. Sia chiaro, con questo non intendo condannare la donna italiana perché era andata a fare shopping, né tantomeno dire che andare a fare compre sia qualcosa di sbagliato (se non altro mantiene coloro che lavorano nei negozi). Quello che voglio sottolineare è la diversità degli obiettivi e delle aspettative di vita che noi, cristiani comodi occidentali, abbiamo rispetto ai cristiani perseguitati. Chi di noi si sentirebbe di dire o anche solo di pensare: "Non mi importa di morire per andare a Messa"? Il cristianesimo occidentale si è davvero così impoverito; abbiamo ridotto Gesù Cristo alla statua che troviamo (e rischiamo di perdere anche quella) nelle nostre chiese, che trovavamo nelle aule di scuola. Certo, ci comoda quando a Natale o all'Epifania possiamo dormire qualche ora in più, ma siamo disposti a perdere un'ora della nostra giornata per la Messa? C'è chi mette a rischio tutta la sua vita per andare a Messa, e chi non è disposto a perdere un'ora.
Ci sono, però, silenzi ancora più assordanti. E' di pochi giorni fa la notizia che l'Unione Europea, nelle agende diffuse in migliaia di scuole, abbia inserito le festività religiose di ogni sorta di credo mondiale, ma non quelle cristiane, come il Natale e la Pasqua. Non si tratta più nemmeno di chiedere che l'Europa riconosca di essere nata su radici cristiane; si tratta di chiedere di riconoscere, accanto al Ramadan, il Natale e la Pasqua (non oso dire le ricorrenze mariane). Ancora, il nostro governo è stato costretto a protestare contro i vertici europei per poter esporre nei propri locali pubblici il Crocifisso, quando fu deliberato che questo poteva dare fastidio ai figli di una donna che ha la croce sulla bandiera della propria nazione. Ed è necessaria la strigliata del nostro ministro degli Esteri (che per questo ha avuto un posto d'onore nel periodico bollettino delle minacce di Al Qaeda), del cardianale Bagnasco presidente della CEI e del papa per far sì che i vertici europei pronuncino un decoroso richiamo alla libertà religiosa? C'è chi dal suo seggio europeo si affretta a redarguire il papa quando dice che il preservativo non è la soluzione al problema dell'aids nel terzo mondo, ma quanti si sono alzati per redarguire lo sceicco Ahmed el Tyeb, grande imam della moschea cairota di Al Azhar, quando ha bollato come "grave ingerenza" le parole del papa che ha osato chiedere un intervento degli uomini politici in difesa di quella povera gente morta ammazzata per il solo fatto di andare in chiesa?
Come mai i siti internet delle varie associazioni di atei e razionalisti, che spesso usano il deprecabile olocausto degli ebrei per lanciare insulti contro il venerabile pontefice Pio XII, si riempiono di insulti e risate sardoniche quando si tratta delle palesi discriminazioni contro i cristiani dei giorni nostri?
Ricordiamoci, dunque, che essere cristiani è un privilegio, per noi che siamo comodi sulle nostre poltrone e controvoglia ci alzeremmo per le scomode panche della chiesa; un privilegio per il quale molti nostri fratelli nel mondo pagano con la vita. Che questo pensiero ci ridesti come cristiani e scacci da noi le tentazioni del diavolo che, imperterrito, crede di poter distruggere l'opera di Dio facendo perno sulla pusillanimità che manifestiamo quando cediamo alla nostra debolezza. Preghiamo il Signore perché ce ne scampi, e possiamo al contrario diventare (seguendo le parole del papa durante l'Angelus di ieri) come la stella che ha condotto i Magi a Betlemme, e condurre le genti alla conoscenza di Nostro Signore.
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