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martedì 4 ottobre 2011

Nuovo e vecchio rito secondo mons Pozzo

Il sito internet Gloria.tv ha raccolto un'intervista da mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei (il cui presidente è il prefetto per la Congregazione per la Dottrina della Fede), nella quale affronta nuovamente la tematica del perché ammettere la celebrazione della Santa Messa in rito antico. Il pretesto è stato il commento sul recente "preambolo" che la Congregazione ha offerto alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (meglio noti al grande pubblico come "i lefebvriani"), testo che i vertici della fraternità stanno tutt'ora esaminando per dare una risposta. Ma, al di là delle vicende che coinvolgono la FSSPX, trovo molto interessanti alcuni passaggi dell'intervista in cui mons. Pozzo parla dell'attuazione della riforma liturgica negli anni '60, di come essa si sia discostata dal modello previsto dai documenti e del perché la celebrazione della Santa Messa nel rito antico possa servire a tutti i fedeli cattolici (non solo, quindi, ai seguaci di mons. Lefebvre) per riscoprire caratteri che sono sì presenti anche nel rito nuovo, ma che in quello antico hanno una "evidenziazione maggiore". Leggiamo, dunque, le parole del segretario mons. Pozzo in questa trascrizione dell'intervista tratta dal blog Messa in Latino:

- Monsignore, lei ha partecipato al dialogo con la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Che impressione personale ha avuto di queste riunioni? A che punto siamo? Crede che arriveremo presto a una riconciliazione?

La mia impressione è sostanzialmente positiva per quanto riguarda la cordialità con cui il dialogo, il colloquio, si è svolto e debbo dire che è sempre stato un dialogo molto franco, sincero, e a tratti anche vivace, come era anche comprensibile, data la problematica e la tematica in discussione. Penso che siamo arrivati ad un punto decisivo anche se non certamente conclusivo di questo cammino, che è servito a chiarire ampiamente e in modo approfondito le posizioni rispettive nella Fraternità San Pio X e degli esperti della Congregazione per la Dottrina della Fede; ora si tratta appunto di passare ad un piano più valutativo, ad un livello valutativo dei punti controversi, per verificare la possibilità concreta di giungere al superamento delle difficoltà dottrinali e dei problemi dottrinali che si sono affrontati.

-Esiste un modus procedendi nel caso che il Preambolo dottrinale non fosse firmato?

In questo momento il testo del Preambolo dottrinale è stato consegnato a Monsignor Fellay, ai superiori della Fraternità, perché essi possano esaminarlo e dare una risposta, che noi auspichiamo nella sostanza favorevole, positiva, affermativa. C'è sempre la possibilità di chiedere alcune precisazioni, alcuni chiarimenti che da parte nostra verranno certamente dati entro tempi ragionevoli. Porre il problema di quello che succederà qualora le difficoltà dovessero essere considerate gravi, insormontabili, mi pare che sia fuori luogo. In questo momento non ci si pone questo problema.

-La Fraternità non è nata dal nulla ma come risposta a una gravissima crisi ecclesiastica soprattutto in paesi come la Germania, la Francia o la Svizzera. Questa crisi persiste. Crede che dopo un accordo fatto a Roma, la Fraternità possa coabitare in questi paesi sotto il tetto della Chiesa istituzionale?

Io risponderei semplicemente che chi è veramente e pienamente cattolico, può abitare pienamente e debitamente nella Chiesa cattolica, dovunque la Chiesa cattolica esiste e si sviluppa. Non è solo un'affermazione di principio, è un'affermazione esistenziale che corrisponde alla realtà della Chiesa cattolica. Questo naturalmente non significa che non ci siano delle difficoltà, anche a motivo della situazione critica in cui si trovano molti cattolici, il mondo cattolico, in questi ed in altri paesi, ma non credo che nella storia non si siano verificati casi analoghi e quindi la risposta è molto semplice: chi è veramente e pienamente cattolico, non solo ha diritto, ma vive bene e si trova bene nella Chiesa cattolica.

-Quali sono le ragioni dell’ostilità di molti ambienti ecclesiastici contro una liturgia che la Chiesa e tantissimi santi hanno celebrato per un periodo così lungo e che è stato lo strumento di un sviluppo spettacolare della Chiesa?

E' una domanda complessa perché credo che ci siano molti fattori che intervengono per comprendere questo pregiudizio così ancora diffuso contro la liturgia della forma straordinaria del Rito Antico. E' da tener presente che per molti anni non è stata offerta una formazione liturgica veramente adeguata e completa nella Chiesa cattolica. Si è voluto introdurre il principio di una rottura, di un allontanamento, un distacco radicale tra la riforma liturgica proposta, instaurata, promulgata, da Papa Paolo VI e la liturgia tradizionale. In realtà le cose stanno diversamente, perché è chiaro che c'è una continuità sostanziale nella liturgia, nella storia della liturgia; c'è crescita, progresso, rinnovamento, ma non rottura, non discontinuità, e quindi questi pregiudizi influiscono in misura determinante nella forma mentis delle persone, degli ecclesiastici e anche dei fedeli. Occorre superare questo pregiudizio, occorre dare una formazione liturgica completa, autentica, e vedere come, appunto, una cosa sono i libri liturgici della riforma voluta da Paolo VI, altra cosa sono le forme di attuazione che in tante parti del mondo cattolico si sono verificate nella prassi, e che sono autentici abusi della stessa riforma liturgica di Paolo VI e contengono anche errori dottrinali che devono essere corretti e respinti. E' questo che il Santo Padre Benedetto XVI, in un discorso all'Ateneo Anselmiano, recentemente, nella tarda primavera di quest'anno, ha voluto ancora una volta ribadire. Una cosa sono i libri liturgici della riforma, altra sono le forme concrete di attuazione che, purtroppo, in tante parti si sono diffuse e che non sono coerenti con i principi che erano stati fissati ed esplicitati dalla stessa Costituzione del Concilio Vaticano II "Sacrosantum Concilium", sulla divina liturgia.

-Il Preambolo confidenziale fu consegnato a Mgr Fellay il 14 di settembre. Un giorno dopo, Andrea Tornielli era già informato. Come mai le informazioni confidenziali del Vaticano passano così velocemente alla stampa?

L'abilità dei giornalisti è molto nota, è un'abilità di intercettare le notizie che veramente è ammirevole sotto un certo profilo ma direi che in questo caso i giornalisti, non solo il giornalista Tornielli ma anche altri, il giorno dopo hanno ripreso sostanzialmente il comunicato stampa che già informava di alcuni elementi essenziali del Preambolo Dottrinale e quindi direi che i contenuti profondi del Preambolo, nei loro particolari, non sono noti, almeno finora non sono stati resi noti, e i giornalisti non ne hanno parlato, non hanno descritto nei particolari lo svolgimento e l'elaborazione del Preambolo Dottrinale; quindi la riservatezza sostanzialmente in questo caso credo sia stata mantenuta. Spero che lo sarà anche in seguito.

-Lei, prima di far parte di Ecclesia Dei, ha avuto delle esperienze personali con la messa latina? Come ha vissuto i cambiamenti liturgici negli anni sessanta?

Le domande sono due e alla prima rispondo che, prima del motu proprio Summorum Pontificum del 2007, io non ho avuto nessun contatto con la celebrazione della messa nel rito antico e ho cominciato a celebrare la messa nel rito della forma straordinaria proprio con il motu proprio Summorum Pontificum, che ha dato facoltà perché questa messa possa essere celebrata in questa forma.
Come ho vissuto negli anni sessanta, negli anni settanta i cambiamenti? Ecco, devo dire che, come conformemente al mio modo di essere stato formato e preparato dai miei educatori nel Seminario, e soprattutto anche alla Pontificia Università Gregoriana dai miei maestri di teologia, ho sempre cercato di capire quello che il Magistero proponeva attraverso la lettura dei suoi testi, non attraverso quello che teologi o una certa pubblicistica cattolica attribuiva al Magistero stesso. Quindi io non ho mai avuto problemi nell'accettare la messa nella riforma liturgica di Paolo VI, ma subito mi sono reso conto che, a motivo di questo grande disordine che si è introdotto nella Chiesa dopo il 1968, molto spesso la messa di Paolo VI era stata deformata e veniva celebrata assolutamente in modo contrario alle intenzioni profonde del legislatore, cioè del Sommo Pontefice; quindi questo disordine, questo crollo della liturgia di cui ha parlato l'allora Cardinale Ratzinger in alcuni suoi libri e in alcune sue pubblicazioni di liturgia, io anche l'ho sperimentato abbastanza direttamente e ho sempre voluto tener separate le due cose: una cosa sono i riti, i testi del messale, altra cosa è il modo in cui viene celebrata, o veniva celebrata la liturgia in tante circostanze e in tanti luoghi, soprattutto sulla base di questo principio della creatività, una creatività selvaggia che nulla ha a che fare con lo Spirito Santo anzi, direi, è esattamente il contrario di quanto lo Spirito Santo vuole.

-Perché vale la pena promuovere la messa latina?

E' perché nella messa del rito antico sono esplicitati, evidenziati, certi valori, certi aspetti fondamentali della liturgia, che meritano di essere mantenuti e non parlo soltanto della lingua latina o del canto gregoriano, parlo del senso del mistero, del sacro, il senso del sacrificio, della messa come sacrificio, la presenza reale e sostanziale di Cristo nell'Eucaristia, e del fatto che ci sono dei grandi momenti di raccoglimento interiore, come partecipazione interiore alla divina liturgia. Ecco, sono tutti elementi fondamentali che nella messa del rito antico sono particolarmente evidenziati. Non dico che nella messa della riforma di Paolo VI non esistono questi elementi, ma parlo di una evidenziazione maggiore e questo può arricchire anche chi celebra o partecipa alla messa nella forma ordinaria. Nulla vieta di pensare che in un futuro si possa anche giungere ad una riunificazione delle due forme con elementi che si integrano a vicenda, ma questo non è un obiettivo da raggiungere in tempi brevi, soprattutto da raggiungere con una decisione presa a tavolino, ma richiede una maturazione di tutto il popolo cristiano a comprendere entrambe le due forme liturgiche del medesimo rito romano.


giovedì 9 giugno 2011

Intervista di mons. Guido Pozzo

Trasmetto il testo di un'intervista rilasciata da mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, al portale francese Nouvelles de France e tradotto dal blog Messainlatino.it, a proposito di motu proprio Summorum Pontificum, istruzione Universae Ecclesiae e di liturgia. In essa il prelato ribadisce che lo scopo dei documenti papali sull'antica liturgia non sono materia esclusiva per i cosiddetti cattolici tradizionalisti, ma sono stati promulgati a beneficio di tutta la Chiesa. Precisa come la liturgia antica e quella nuova si arricchiscono vicendevolmente, non sono una la contraddizione dell'altra, e mette in guardia su due tipi di "tradizionalismo", quello buono dei fedeli «che ribadiscono con forza l'integrità del patrimonio dottrinale, liturgico e culturale della fede e della tradizione cattolica» e quello negativo di coloro che fanno «un uso ideologico della Tradizione, per opporre la Chiesa di prima del Concilio Vaticano II e la Chiesa del Vaticano II, che si sarebbe allontanata dalla Tradizione». Tuttavia non nega il fatto che molto spesso si dipinge un Vaticano II diverso da quello che effettivamente è stato espresso dai Padri nei documenti pervenutici: «Le deviazioni dottrinali e le deformazioni liturgiche che si sono verificate dopo la fine del Concilio Vaticano II non hanno alcun fondamento obiettivo nei documenti conciliari compresi nell’insieme della dottrina cattolica». Anche per questo la diffusione promossa dal motu proprio della Messa in rito antico sono un bene per la Chiesa intera, affinché nella Messa celebrata nel nuovo rito possiamo recuperare ciò che il Concilio davvero intendeva insegnare e promuovere in continuità con la Tradizione. Nella parte finale dell'intervista mons. Pozzo, interrogato in proposito, parla dei rapporti tra la Santa Sede e la Fraternità Sacerdotale San Pio X, giacché uno tra gli obiettivi del papa, con il motu proprio, era quello di promuovere l'unità della Chiesa.

Intervista con mons. Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei

Monsignore, qual è lo scopo del Motu Proprio Summorum Pontificum?
Il Motu proprio Summorum pontificum intende offrire a tutti i fedeli cattolici la liturgia romana, nell’usus antiquior, considerandolo come un tesoro prezioso da conservare. A tal fine, essa intende garantire ed assicurare a tutti coloro che lo richiedono l'uso della forma straordinaria e quindi, a promuovere l'unità e la riconciliazione nella Chiesa.

Perché questo successo della Messa di San Pio V tra i giovani cattolici?
Penso che il raccoglimento interiore, il significato della Messa come sacrificio sia particolarmente valorizzato dalla forma straordinaria. Questo in parte spiega l'aumento del numero di fedeli che la reclamano.

La lettera del Papa che accompagna il Motu Proprio indica che c'è stato un aumento del numero dei fedeli che richiede l'uso della forma straordinaria. Qual è la ragione secondo Lei?
La lettera di accompagnamento del Motu Proprio presenta i motivi e le spiegazioni che chiariscono lo scopo e il significato del Motu Proprio. È essenziale notare che entrambe le forme dell’unico rito romano si arricchiscono a vicenda e devono quindi essere considerate complementari. Il ristrabilimento dell’usus antiquior del Messale romano con il suo quadro normativo proprio è dovuto ad un aumento nelle richieste provenienti dai fedeli che desiderano partecipare alla celebrazione della Santa Messa nella forma straordinaria. Si tratta in sostanza di rispettare e valorizzare un particolare interesse di alcuni fedeli per la Tradizione e per la ricchezza del patrimonio liturgico messo in evidenza dal rito romano antico. È interessante che questa sensibilità sia presente anche nelle giovani generazioni, cioè tra quelli che non erano stati precedentemente formati a questo tipo di liturgia.

Si dice che i movimenti tradizionali suscitino più vocazioni che altrove. E’ vero? Se sì, perché?
Negli istituti che dipendono dalla Commissione pontificale "Ecclesia Dei" e seguono le forme liturgiche e disciplinari della Tradizione, c'è un aumento di vocazioni sacerdotali e di vocazioni alla vita religiosa. Eppure, penso che una ripresa delle vocazioni sacerdotali si rinvenga anche nei seminari. Soprattutto là dove si fornisce una formazione e una educazione al ministero sacerdotale e a una vita spirituale seria e rigorosa, senza sconti di fronte alla secolarizzazione, che purtroppo è entrata nella mentalità e nelle forme di vita di alcuni chierici e persino di alcuni seminari. Questa è, a mio avviso, la causa principale della crisi delle vocazioni al sacerdozio, crisi di qualità beninteso, piuttosto che di quantità. Presentare la figura del sacerdote nella sua identità profonda, come ministro del Sacro, come alter Christus, come guida spirituale del popolo di Dio, come colui che celebra il sacrificio della S. Messa e rimette i peccati nel sacramento della confessione, agendo in persona Christi capitis, tale è la condizione essenziale per la creazione di una pastorale delle vocazioni che sia fruttuosa e consenta la ripresa delle vocazioni al sacerdozio ministeriale.

Sa se il Papa è soddisfatto dell’applicazione del Motu Proprio?
La Commissione pontificia "Ecclesia Dei" tiene costantemente informato il S. Padre sull'evoluzione dell'attuazione del Motu Proprio e sull’aumento della sua ricezione, nonostante le difficoltà che vediamo qui o là.

Quali sono le difficoltà pratiche di applicazione che incontrate?
C'è ancora resistenza da parte di alcuni vescovi e membri del clero che non rendono sufficientemente accessibile la messa tridentina.

L'istruzione Universae Ecclesiae sembra piuttosto incoraggiare ancor di più la celebrazione della forma straordinaria. È questo il caso?
L'istruzione è destinata a contribuire ad applicare ancora più efficacemente e correttamente le direttive del Motu Proprio. Offre qualche chiarimento normativo e qualche chiarimento di aspetti importanti per l'attuazione pratica.

Si ha l'impressione che è principalmente in Francia che le reazioni sono più epidermiche su questo argomento. Qual è la ragione secondo Lei?
Forse è troppo presto per dare una valutazione sufficientemente esauriente delle reazioni all'Istruzione, e questo vale non solo per la Francia. Ma mi sembra che pensando alla situazione della Chiesa in Francia, si dovrebbe prendere in considerazione il fatto che c'è una tendenza a polarizzare e radicalizzare i giudizi e le convinzioni in questa materia. Questo non favorisce una buona comprensione e una ricezione autentica del documento. Bisogna piuttosto superare una visione principalmente emotiva e sentimentale. Si tratta - ed è un dovere – di recuperare il principio dell'unità della liturgia, che giustifica precisamente l'esistenza di due forme, tutt’e due legittime, che non devono essere mai viste in opposizione o in alternativa. La forma straordinaria non è un ritorno al passato e non deve essere intesa come una messa in discussione della riforma liturgica voluta dal Vaticano II. Allo stesso modo, la forma ordinaria non è una rottura con il passato, ma il suo sviluppo, almeno in alcuni aspetti.

“Sollecitudine dei Sommi Pontefici” e “Chiesa universale” sono i rispettivi titoli del Motu proprio e della sua istruzione. Ciò significa che l'obiettivo è la riconciliazione con il "tradizionalista"?
L'istruzione, come ho detto all'inizio, intende promuovere l'unità e la riconciliazione nella Chiesa. Il termine "tradizionalista" è spesso una formula generica utilizzata per definire cose molto diverse. Se per "tradizionalisti", si intendono i cattolici che ribadiscono con forza l'integrità del patrimonio dottrinale, liturgico e culturale della fede e della tradizione cattolica, è chiaro che essi troveranno conforto e supporto nell'Istruzione. Il termine "tradizionalista" può inoltre essere interpretato in modo diverso e designare colui che fa un uso ideologico della Tradizione, per opporre la Chiesa di prima del Concilio Vaticano II e la Chiesa del Vaticano II, che si sarebbe allontanata dalla Tradizione. Questa opinione è una maniera distorta di comprendere la fedeltà alla Tradizione, perché il Concilio Vaticano II fa, anche lui, parte della Tradizione. Le deviazioni dottrinali e le deformazioni liturgiche che si sono verificate dopo la fine del Concilio Vaticano II non hanno alcun fondamento obiettivo nei documenti conciliari compresi nell’insieme della dottrina cattolica. Le frasi o le espressioni dei testi conciliari non possono e non devono essere isolate o strappate, per così dire, dal contesto generale della dottrina cattolica. Purtroppo, queste deviazioni dottrinali e questi abusi nell'applicazione pratica della riforma liturgica costituiscono il pretesto di questo "tradizionalismo ideologico" che fa rifiutare il Concilio. Tale pretesto si basa su un pregiudizio infondato. È chiaro che oggi non è più sufficiente ripetere il dato conciliare, ma si deve al contempo confutare e rifiutare le deviazioni e interpretazioni erronee che pretendono fondarsi sull’insegnamento conciliare. Questo vale anche per la liturgia. È la difficoltà con cui ci troviamo oggi alle prese.

"I fedeli che chiedono la celebrazione della forma straordinaria non devono mai venire in aiuto o appartenere a gruppi che negano la validità o la legittimità della Santa Messa o dei sacramenti celebrati secondo la forma ordinaria, o che si oppongono al Romano Pontefice come supremo pastore della Chiesa universale" (Istruzione Universae Ecclesiae, § 19). Questa norma colpisce la Fraternità San Pio X?
L’articolo dell'Istruzione a cui fa riferimento concerne determinati gruppi di fedeli che considerano o postulano un'antitesi tra il Messale del 1962 e quello di Paolo VI, e che pensano che il rito promulgato da Paolo VI per la celebrazione del sacrificio della S. Messa sia dannoso per i fedeli. Tengo a precisare che si deve distinguere chiaramente il rito e il Messale come tale, celebrato secondo le norme, e una certa comprensione e attuazione della riforma liturgica caratterizzata da ambiguità, deformazioni dottrinali, abusi e banalizzazioni, fenomeni purtroppo assai diffusi che hanno portato il cardinale J. Ratzinger a parlare senza esitazione in una delle sue pubblicazioni di "crollo della liturgia". Sarebbe ingiusto e sbagliato attribuire la causa di tale un collasso al Messale riformato. Allo stesso tempo si deve accogliere l'insegnamento e la disciplina che Papa Benedetto XVI ci ha dato nella sua lettera apostolica Summorum pontificum per ripristinare la forma straordinaria del rito romano antico, e seguire il modo esemplare con cui il Papa celebra la Santa Messa nella forma ordinaria in S. Pietro, nelle sue visite pastorali e nei suoi viaggi apostolici.

Ancora oggi, pensa che l'insegnamento del Concilio non sia applicato correttamente?
Nell’insieme, purtroppo sì. Ci sono situazioni complesse in cui si constata che l'insegnamento del Concilio non è stato ancora compreso. Si pratica ancora un'ermeneutica della discontinuità rispetto alla Tradizione.

Benedetto XVI sembra essere molto attento alla liturgia nel suo pontificato, vero?
È assolutamente vero, ma la precisazione che ho dato concerneva soprattutto i gruppi che pensano che ci sia un'opposizione tra i due Messali.

La Fraternità San Pio X riconosce questo Messale come valido e lecito?
E’ alla Fraternità San Pio X che bisogna chiederlo.

Il Santo Padre desidera che la Fraternità San Pio X si riconcili con Roma?
Certamente. La lettera di revoca delle scomuniche dei quattro vescovi illegittimamente consacrati dall'Arcivescovo Lefebvre è l'espressione del desiderio del Santo Padre di promuovere la riconciliazione della Fraternità San Pio X con la Santa sede.

Il contenuto delle discussioni che si svolgono tra Roma e la Fraternità San Pio X è segreto, ma su quali punti e in che modo si svolgono?
Il nodo essenziale è di carattere dottrinale. Per raggiungere la genuina riconciliazione, si devono superare alcune questioni dottrinali che sono alla base della frattura attuale. Nei colloqui in corso, c'è confronto di argomenti tra gli esperti scelti dalla Fraternità San Pio X e gli esperti scelti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Alla fine, si preparano sintesi conclusive, che riassumono le posizioni espresse dalle due parti. I temi discussi sono noti: il Primato e la collegialità episcopale; il rapporto tra la Chiesa cattolica e le confessioni cristiane non cattoliche; la libertà religiosa; il Messale di Paolo VI. Alla fine dei colloqui, i risultati delle discussioni saranno presentati alle rispettive istanze autorizzate per una valutazione complessiva.

Sembra inconcepibile che ci possa essere una rimessa in discussione del Concilio Vaticano II. Allora su che cosa possono incentrarsi queste discussioni? Su una migliore comprensione di quello?
Si tratta del chiarimento di punti da chiarire che precisano il significato esatto dell'insegnamento del Concilio. Questo è ciò che il Santo Padre ha iniziato a fare il 22 dicembre 2005, comprendendo il Concilio in un'ermeneutica del rinnovamento nella continuità. Tuttavia, ci sono alcune obiezioni della Fraternità S. Pio X che hanno senso, perché c’è stata un'interpretazione di rottura. L'obiettivo è quello di mostrare la necessità di interpretare il Concilio nella continuità della Tradizione della Chiesa.

Il Cardinale Ratzinger è stato responsabile delle discussioni circa 20 anni fa. Continua a seguire il loro sviluppo ora che è Papa?
In primo luogo, il ruolo del segretario è quello di organizzare e garantire il corretto svolgimento delle discussioni. La valutazione di queste compete al Santo Padre che segue le discussioni, con il cardinale Levada, ne è informato e dà il suo parere. Lo stesso avviene d’altronde su tutti i punti che affronta la Congregazione.

martedì 31 maggio 2011

La partecipazione alla Santa Messa

Vorrei parlare oggi di un aspetto liturgico molto importante, che talvolta rischia di essere male interpretato, il più delle volte in buona fede, in virtù di un insegnamento errato, poiché filtrato dalle mentalità rivoltose degli anni addietro: si tratta della partecipazione dei fedeli alla Santa Messa. E' innegabile che durante e dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa abbia voluto dare una grande importanza alla promozione della cosiddetta actuosa participatio; leggiamo infatti nella Costituzione conciliare dedicata alla Sacra Liturgia, la Sacrosanctum Concilium:

14. È ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, [...] ha diritto e dovere in forza del battesimo. A tale piena e attiva partecipazione di tutto il popolo va dedicata una specialissima cura nel quadro della riforma e della promozione della liturgia.

L'espressone "partecipazione attiva" ha dato adito, nel periodo post-conciliare, alle interpretazioni più disparate, che nella maggior parte dei casi poco avevano che fare con il suo reale significato. Ed è forse questa divergenza tra quello che intende la Chiesa e quello che si vuole che la Chiesa intenda l'esempio più lampante del relativismo in campo religioso, della contrapposizione fra ermeneutiche del concilio (rottura e riforma nella continuità) che tante volte il Papa ci ricorda nei suoi discorsi.
La tendenza, oggi, è quella di considerare la partecipazione attiva dei fedeli come una conquista del Concilio Vaticano II e della riforma liturgica ad esso seguita, merito esclusivo di un certo modo di intendere la Santa Messa in netta contrapposizione con quanto accadeva prima del concilio. Inevitabilmente, per promuovere questa idea (sbagliata, come avremo modo di vedere), si finisce per contrappore la Messa cosiddetta "tridentina", dove (si insinua) i fedeli erano costretti a stare zitti e fermi, come degli spettatori ad uno spettacolo non gradito, alla Messa "moderna", dove cade ogni barriera e freno e si può finalmente cantare, parlare, a volte ballare, dando all'assemblea la libertà di fare un po' ciò che vuole. A poco servono le indicazioni dei Papi, specialmente il beato Giovanni Paolo II e il pontefice regnante, Benedetto XVI, a cercare quasi di raddrizzare certe situazioni ormai fuori controllo e a far capire che queste interpretazioni sono del tutto errate e dannose.
Tuttavia le cose non stanno esattamente come oggi la maggior parte di noi considera; sembrerà paradossale, ma il tema della partecipazione dei fedeli era vivo e attuale da molto prima del Concilio Vaticano II, in un periodo in cui quella "tridentina" era l'unica Messa per tutto il mondo. Per fare alcune citazioni, nel motu proprio "Tra le sollecitudini" di san Pio X, del 1903, troviamo:

In particolare si procuri di restituire il canto gregoriano nell’uso del popolo, affinché i fedeli prendano di nuovo parte più attiva all’officiatura ecclesiastica, come anticamente solevasi.

O ancora, in maniera più esauriente, troviamo spiegato nella "Instructio de Musica Sacra et Sacra Liturgia" del Missale Romanum, datata 3 settembre 1958:

22. La Messa richiede, per sua natura, che tutti i presenti vi partecipino nel modo proprio a ciascuno.

a) Questa partecipazione deve essere in primo luogo interna, attuata cioè con devota attenzione della mente e con affetti del cuore, attraverso la quale i fedeli «strettissimamente si uniscano al Sommo Sacerdote... e con Lui e per Lui offrano [il Sacrificio] e con Lui si donino».

b) La partecipazione però dei presenti diventa più piena se all’attenzione interna si aggiunge una partecipazione esterna, manifestata cioè con atti esterni, come sono la posizione del corpo (genuflettendo, stando in piedi, sedendo), i gesti rituali, soprattutto però le risposte, le preghiere e il canto.
[...]

25. Nella Messa solenne dunque, l’attiva partecipazione dei fedeli può essere di tre gradi:

a) Il primo grado si ha, quando tutti i fedeli danno cantando le risposte liturgiche: Amen; Et cum spiritu tuo; Gloria tibi, Domine; Habemus ad Dominum; Dignum et iustum est; Sed libera nos a malo; Deo gratias. Si deve cercare con ogni cura che tutti i fedeli, di ogni parte del mondo, possano dare cantando queste risposte liturgiche.

b) Il secondo grado si ha quando tutti i fedeli cantano anche le parti dell’Ordinario della Messa: Kyrie, eleison; Gloria in excelsis Deo; Credo; Sanctus-Benedictus; Agnus Dei. Si deve poi cercare di far sì che i fedeli imparino a cantare queste stesse parti dell’Ordinario della Messa, soprattutto con le melodie gregoriane più semplici. Se d’altra parte non sapessero cantare tutte le singole parti, nulla vieta che i fedeli ne cantino alcune delle più facili, come il Kyrie, eleison; Sanctus-Benedictus; Agnus Dei, riservando il Gloria e il Credo alla «schola cantorum».
Si deve cercare inoltre di far sì che in tutte le parti del mondo i fedeli imparino queste più facili melodie gregoriane: Kyrie, eleison; Sanctus-Benedictus, e Agnus Dei secondo il numero XVI del Graduale Romano; il Gloria in excelsis Deo con Ite, Missa est-Deo gratias, secondo il numero XV; il Credo poi secondo il num. I o III. In questo modo si potrà ottenere quel risultato tanto desiderabile, che i fedeli in tutto il mondo possano manifestare, nell’attiva partecipazione al sacrosanto Sacrificio della Messa, la loro fede comune anche con uno stesso festoso concento.

c) Il terzo grado finalmente si ha quando tutti i presenti siano talmente preparati nel canto gregoriano da poter cantare anche le parti del Proprio della Messa. Questa piena partecipazione alla Messa in canto si deve sollecitare soprattutto nelle comunità religiose e nei seminari.

In quest'ultima istruzione si trova, in particolare, la definizione di "partecipazione attiva", dei gesti che essa richiede (non battere le mani, balletti sul posto o simili, ma da seduti alzarsi in piedi, o inginocchiarsi) e di cosa significa partecipare col canto: non che l'assemblea debba cantare tutto ciò che la schola o il celebrante osano intonare, ma che esistono parti proprie (le risposte) per loro natura fatte apposta per i fedeli, altre fatte per la sola schola, altre per il solo celebrante. Se, in particolare, ci concentriamo sull'ultima parte della citazione, scopriamo che nella Messa cantata della nostra parrocchia viene messa in pratica quasi alla lettera, merito dei parroci che negli anni si sono succeduti ed hanno avuto cura di pascere il loro gregge in comunione con il Papa e tutta la Chiesa.
La "scoperta" che di partecipazione attiva si parlava anche e soprattutto per la Messa nel rito antico porge immediatamente una serie di considerazioni: innanzitutto che la partecipazione attiva di cui si parla nel Concilio Vaticano II non è una scoperta degli anni 70 e della riforma post-conciliare, ma un aspetto di cui la Chiesa si è sempre occupata (possiamo dire che "si partecipava" anche nella Messa antica); poi, non avendo il Concilio Vaticano II inventato nulla di nuovo, che la partecipazione attiva che esso raccomanda è la stessa raccomandata anche prima dal Magistero della Chiesa; infine, che aggiungere significati rivoluzionari alla partecipazione attiva, e bocciare per questo la Messa nel rito antico, è non solo privo di fondamento, ma contrario al Concilio Vaticano II e al Magistero immutabile della Chiesa. Non dimentichiamoci, infatti, che i padri conciliari non scrivevano di liturgia sulla base della Messa nel rito post-conciliare (oggi detto forma ordinaria), ma avevano sempre visto e celebrato nel rito pre-conciliare (oggi detto forma extraordinaria).
Leggendo, dunque, il concilio in continuità con il Magistero precedente, viene naturale spiegarsi perché esso non abolisca, ma raccomandi che i fedeli imparino a cantare ed ascoltare il canto gregoriano, definito "il canto proprio della liturgia romana", e perché l'organo a canne è raccomandato come lo strumento per eccellenza nell'accompagnamento del canto o anche da solo. Viene naturale leggere il motu proprio Summorum Pontificum e la recente istruzione Universae Ecclesiae come la maniera con cui il Santo Padre cerca di correggere per tutta la Chiesa le visioni errate, in materia liturgica, sulle diverse forme del rito della Santa Messa, e non come il contentino dato a quattro nostalgici di pizzi e merletti. Risultano altresì inspiegabili le ragioni di chi, in nome di chissà quale concilio (a questo punto), predica che la lingua latina, il canto gregoriano, il contegno proprio della devozione dei fedeli, la bellezza dell'arte a servizio di Dio, siano aspetti retrogradi, superati, da sostituire con urgenza e da rigettare con odio.
Concludo ricordando una delle finalità con cui il papa ha "liberalizzato" la Messa nella forma extraordinaria del rito romano; egli vuole che ovunque, nella Chiesa, il rito antico aiuti i fedeli a vivere il nuovo con la devozione, l'amore e il rispetto che si deve a Gesù Cristo nelle sacre specie consacrate (cose che, a ben guardare, oggi viviamo piuttosto con monotonia o meccanicità distaccata, anche a causa del modo improprio di intendere la partecipazione attiva di cui sopra). D'altra parte, grazie al nuovo rito, i fedeli possono introdursi e capire quello antico in maniera più profonda, rispetto a quanto facevano i nostri padri o nonni fino a cinquant'anni fa, affinché esso non sia solamente una sorta di rievocazione storica, ma un'autentica espressione di fede e devozione.

I documenti di questo articolo:

lunedì 16 maggio 2011

L'Istruzione Universae Ecclesiae

Torno a scrivere dopo una settimana un po' turbolenta, per diversi motivi, tra i quali il blocco della piattaforma blogger su cui questo blog si fonda. E non potevo non parlare di uno degli eventi in chiave liturgica più importante degli ultimi 50 anni di storia della Chiesa, ossia l'emanazione da parte della Pontificia Commissione Ecclesia Dei dell'Istruzione del papa Universae Ecclesiae (che significa "della Chiesa Universale") sulle misure di attuazione della precedente lettera motu proprio data Summorum Pontificum, datata 2007. Questa istruzione, dopo un periodo di circa tre anni dal motu proprio, fissa definitivamente le modalità, per i fedeli e soprattutto per i vescovi ed il clero, per la celebrazione della Santa Messa secondo la forma extraordinaria del rito romano. Cliccando su questo link potete leggere la traduzione in lingua italiana, pubblicata venerdì scorso sul bollettino quotidiano della Sala Stampa Vaticana, accompagnata da una nota redazionale.
Alla luce delle suggestive celebrazioni del papa in visita ad Aquileia e Venezia, specialmente noi, popolo del Nordest, abbiamo la possibilità di leggere queste importanti righe da un particolare punto di vista. Una prima affermazione importante, già presente nel motu proprio e ribadita anche all'inizio dell'istruzione, è la seguente:

«I testi del Messale Romano di Papa Paolo VI e di quello risalente all’ultima edizione di Papa Giovanni XXIII, sono due forme della Liturgia Romana, definite rispettivamente ordinaria e extraordinaria: si tratta di due usi dell’unico Rito Romano, che si pongono l’uno accanto all’altro. L’una e l’altra forma sono espressione della stessa lex orandi della Chiesa. Per il suo uso venerabile e antico, la forma extraordinaria deve essere conservata con il debito onore».
(§ 6)

Dunque non due Messe diverse, nemmeno una più valida dell'altra; entrambe le forme, vale a dire quella alla quale assistiamo tutte le domeniche nella maggior parte delle nostre chiese e quella nel rito cosiddetto "tridentino", sono la stessa Messa. Questa affermazione sembrerebbe quantomeno fantasiosa; chiunque abbia assistito ad una Messa tridentina o sappia per lo meno di cosa si sta parlando, e la confrontasse con quella che, nella maggior parte dei casi, frequenta nella propria parrocchia, a tutto potrebbe pensare tranne che si parli della stessa cosa. Forse risulterebbero meno differenti se il modo di celebrare la Messa nella forma ordinaria fosse più rispettoso delle rubriche che fin dal Concilio Vaticano II la Chiesa ha sempre emanato. Ritornano, allora, alla mente tutte le frasi, abbondantemente già citate, delle costituzioni conciliari e, talvolta, anche dall'introduzione al Messale di Paolo VI, dopo la riforma liturgica; e ritorna alla mente anche la Solenne Messa celebrata da papa Benedetto XVI al parco san Giuliano. In effetti la Santa Messa "riformata", come è anche chiamata la forma del rito ordinario, post-conciliare, al giorno d'oggi è fatta teatro dei più fantasiosi esperimenti liturgico-cinematografico-musicali. Non possiamo negare che, con l'alibi di "stare al passo con i tempi", o di attirare i giovani alla Santa Messa, ché altrimenti non ci verrebbero più (come se oggi le nostre chiese traboccassero di giovani, specialmente cresimati), la Messa si è trasformata piuttosto in una commedia teatrale, in un palco da concerti rock o in una sala da film. Il carattere del sacro sembra talvolta essere completamente scomparso dalla Santa Messa e dai luoghi di culto in generale; con la pretesa di interpretare il desiderio di Nostro Signore, che gradirebbe il culto in ogni forma lo si voglia a Lui rivolgere, specialmente se il più difforme possibile dalle rubriche liturgiche, si è finito per ridurre il Supremo Sacrificio del Signore sull'altare ad un banale incontro tra amici che si ritrovano la domenica.
Di fronte ad uno scenario come questo risuonano pesantemente le parole che il nostro Santo Padre ci ha rivolti nella Basilica Cattedrale di san Marco:

«La nostra vita spirituale dipende essenzialmente dall’Eucaristia. Senza di essa la fede e la speranza si spengono, la carità si raffredda. Vi esorto pertanto a curare sempre più la qualità delle celebrazioni eucaristiche, specialmente di quelle domenicali, affinché il Giorno del Signore sia vissuto pienamente e illumini le vicende e le attività di tutti i giorni».

A questo scopo ecco il proponimento del pontefice nell'emanazione del motu proprio prima e di questa Istruzione poi: le due forme del rito romano, quella ordinaria e quella extraordinaria, "possono arricchirsi a vicenda", come diceva nella lettera inviata ai vescovi nel 2007. Il papa non ha pensato di tornare a promuovere la liturgia antica soltanto a vantaggio di coloro che non vogliono celebrare in alcun altro rito che quello antico; egli ha pensato ad un rilancio della celebrazione della Santa Messa nella venerabile forma extraordinaria anche e soprattutto per la totalità dei fedeli, perché frequentando l'una e l'altra forma essi possano recuperare il senso del sacro, la venerazione nei confronti della Santissima Eucarestia, la bellezza della lingua e del canto sacro nella liturgia riformata, il significato dell'espressione "partecipazione alla Santa Messa", che non si riduce ad un semplice ripetere con la propria bocca le parole o i canti. Non solo; ma noi oggi, con l'alfabetizzazione che abbiamo (nemmeno da porre in confronto con quella di 50 anni fa, quando vi era solo il rito tridentino) e grazie anche alla Messa nella forma ordinaria, che ci ha dato modo di familiarizzare nella lingua volgare con le parti dell'ordinario della Messa, abbiamo la possibilità straordinaria di accostarci alla Messa antica in maniera molto più efficace di quanto facevano i nostri antenati. Quindi chi obietta che "la Messa in latino è sbagliata perché non si capisce niente", come si sentiva anche domenica scorsa al parco san Giuliano credo abbia sbagliato in partenza; se è vero che si fa più fatica a capire, forse, quello che dice il prete o canta la schola (ma fare più fatica non vuol dire che non ci si possa riuscire), d'altra parte ciò ci aiuta ad accostarci meglio (anche con la fatica dell'intelletto, che spesso vorremmo fare a meno di usare) a Gesù Cristo, giacché la piena comprensione del mistero della Santa Messa, credo, nessuno abbia la pretesa di raggiungerla, sia in italiano che in latino.
D'altra parte nessuno è autorizzato a considerare questo atto magisteriale del papa e della Chiesa come una vittoria dal semplice gusto politico, quasi ad usare la Santa Messa come arma per la lotta ideologica fra le due fazioni pro e contro la Messa in latino; infatti, leggiamo nella stessa istruzione:

«I fedeli che chiedono la celebrazione della forma extraordinaria non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria e/o al Romano Pontefice come Pastore Supremo della Chiesa universale».
(§ 19)

Chi ama il latino e la liturgia antica in generale per la Santa Messa non lo fa (e non lo deve fare) per astruse convinzioni personali (che nel caso di alcuni gruppi sfociano in aperte eresie); prima di tutto deve esserci l'amore, nostro nei confronti del Signore, che ha scelto la Santa Messa per tornare da noi col suo Corpo ed il suo Sangue, e Suo nei nostri confronti, poiché ci rende partecipi di questi misteri, così lontani dal nostro mondo e dal nostro modo di pensare. Proprio per questi motivi non dobbiamo cadere nella tentazione di credere che, rendendo la liturgia più vicina a quello che ci fa comodo, come un comizio, una commedia od un concerto rock, essa ci faccia più degnamente accostare al nostro Salvatore, e invece arricchendola col tesoro del canto gregoriano o polifonico e della lingua latina, sia essa, e non noi stessi, ad allontanarci da Lui.
Ringraziamo il Signore ed il nostro Santo Padre, che in nome Suo pasce le pecore del popolo di Dio; preghiamo perché i vescovi e i nostri pastori siano conformi alle sue decisioni, e non vi si oppongano, magari in nome di qualche ideologia che, soltanto per ragioni cronologiche, oggi viene spesso identificata con il fantomatico spirito del concilio.

mercoledì 30 marzo 2011

Mons. Mario Oliveri su motu proprio e riforma liturgica

Dal blog messainlatino.it traggo questa interessantissima lettera scritta da mons. Mario Oliveri, vescovo di Albenga-Imperia nonché membro della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, sulla liturgia. Egli parla molto brevemente del motu proprio Summorum Pontificum col quale papa Benedetto XVI ha liberalizzato l'utilizzo del Messale antico, riformato da papa Giovanni XXIII nel 1962. Il presule però non si sofferma sulla liturgia antica, come se il motu proprio del papa fosse un atto magisteriale rivolto esclusivamente ai cattolici tradizionalisti; egli vede l'importanza di questo atto magisteriale per tutta la Chiesa, in accordo con le intenzioni del pontefice (così come le espresse nella lettera accompagnatoria e nel motu proprio stessi), e l'opportunità per il rito ordinario, quello riformato dopo il Concilio Vaticano II, sia di arricchirsi dal rito antico che, soprattutto, di correggere quegli aspetti che si riconoscono essere "non in continuità con la Liturgia antica", ovvero gli abusi liturgici che, purtroppo, spesso sono tollerati anziché chiaramente corretti.Leggiamo dunque la lettera in questione, associandoci nella preghiera al Signore per il vescovo mons. Oliveri e per le sue intenzioni:

Rev.do e Caro Padre Nuara,

La Sua calorosa proposta, presentatami anche per iscritto, di un mio intervento al III Convegno sul Motu Proprio “Summorum Pontificum”, che avesse come argomento i contenuti teologici della Liturgia antica, non ha lasciato il mio animo indifferente, ma non ho – con mio grande rincrescimento – trovato la forza di superare una grossa difficoltà che proviene dalle condizioni di salute di un mio fratello, grande invalido, al quale mi lega un primario dovere di fraterna assistenza.

Poiché dovrò assentarmi da mio fratello dal 23 al 27 Maggio, per partecipare questa volta imperativamente all’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (per le ragioni familiari menzionate, sono già stato assente dall’Assemblea Generale Straordinaria dello Scorso Novembre), creerebbe grave ed insuperabile disagio la mia lontananza da casa anche nei giorni 13-15 Maggio.

Con tutta sincerità, posso dire che avrei partecipato molto volentieri al III Convegno sul “ Motu Proprio”, poiché sarebbe stata per me la felice – e credo feconda – occasione per esprimere ad un pubblico qualificato, ed avendo una “audience” molto ampia, le profonde convinzioni del mio animo di Vescovo circa la straordinaria importanza per la vita della Chiesa dell’atto magisteriale e di supremo governo compiuto dal Papa Benedetto XVI con detto “Motu Proprio”. Avrei potuto esporre le ragioni che hanno generato e generano in me tale convinzione. Voglia permettermi, caro Padre, di formularle brevemente con questo scritto, e quindi – se lo riterrà opportuno – farle risuonare in qualche momento del Convegno.

In tutto ciò che tocca la vera essenza della Chiesa è di vitale importanza mostrare in ogni tempo, ma ancor più nei momenti storici in cui si è data l’idea che tutto sia in perenne cambiamento, che non sono possibili mutamenti radicali che intacchino la sostanza degli elementi costitutivi della Chiesa stessa, e cioè la sua Fede, la sua realtà soprannaturale e dunque i suoi Sacramenti e quindi la sua Liturgia, il suo sacro ministero di governo (cioè la sua capacità soprannaturale di trasmettere tutti i doni da Cristo dati alla sua Chiesa per mezzo dei suoi Apostoli e perpetuati mediante la Successione Apostolica).

Il Motu Proprio “Summorum Pontificum”, dichiarando che la Liturgia può essere celebrata nella sua forma antica, cioè nella forma in cui è stata celebrata per secoli sino alla “riforma” messa in atto dopo il Concilio Vaticano II, ha in maniera solenne sancito:

a) L’immutabilità del contenuto della Divina Liturgia, e che quindi i cambiamenti che in qualche suo esteriore elemento o forma possono introdursi non possono mai essere tali da mutare la Fede della Chiesa che la Liturgia esprime, o da mutare il suo contenuto divino-sacramentale, il suo contenuto di grazia soprannaturale. Per portare un esempio: le variazioni esteriori nel Rito della Santa Messa, o della Divina Eucaristia, non possono indurre o spingere ad avere un’altra concezione di fede circa il contenuto di Essa, né possono legittimamente indurre a pensare che nella sua celebrazione diventi superfluo o non necessario il ruolo celebrativo che compete soltanto a chi ha ricevuto sacramentalmente la capacità soprannaturale di agire “in persona Christi”; non possono soprattutto offuscare il carattere sacrificale della Santa Messa;

b) Che la “riforma” post-conciliare non può legittimamente interpretarsi come una mutazione “in substantialibus”: se così è stato ritenuto, se qui o là si celebra nella forma che il Motu Proprio chiama “ordinaria” in modo da poter indurre in errore circa il vero contenuto della Divina Liturgia, in modo da offuscare anche minimamente la vera fede nel vero contenuto della Santa Messa o di altri Sacramenti, è necessario che avvengano delle correzioni, è quanto mai urgente addivenire ad una “riforma della riforma”,studiando accuratamente quali elementi della “riforma”post-comciliare siano tali da potersi interpretare non in continuità con la Liturgia antica, quali possono facilitare – se non indurre – celebrazioni non corrette; nell’immediato è necessaria una catechesi liturgica che dissipi ogni nebbia; è necessario che tutti gli abusi nella celebrazione non siano tollerati ma chiaramente corretti.

c) È divenuto particolarmente imperativo rispettare chiarissimamente il legame inscindibile tra Fede e Liturgia, tra Liturgia e Fede; l’offuscamento della fede genera devastazione liturgica, devastazione nella “lex orandi”, e questa devastazione corrompe la fede, o almeno la offusca, la rende incerta.

Queste considerazioni avrebbero potuto essere in concreto mostrate da uno studio comparativo tra l’antica e la nuova forma del conferimento dell’Ordine Sacro, del Sacramento dell’Ordine, ma sono certo che ben saranno esposte e sviluppate con saggezza e competenza dagli Em.mi ed Ecc.mi Relatori del Convegno. Ad essi mi unisco con tutto l’animo e ad Essi dico la mia profonda comunione spirituale.

Invoco l’assistenza dello Spirito Santo sullo svolgimento del Convegno ed auspico che esso sia apportatore di molto bene alla Chiesa, a noi Vescovi ed a tutti i suoi ministri che debbono operare avendo ben presente che culmine e fonte di tutta la vita e missione della Chiesa è la Divina Liturgia, la Celebrazione dei Divini Misteri.

A Lei, caro Padre, la mia distinta e devota stima.

Albenga, 8 Febbraio 2011

Suo aff.mo in Domino

+ Mario Oliveri
Vescovo di Albenga-Imperia
Membro della Congregazione per il Culto Divino
e la Disciplina dei Sacramenti

domenica 9 gennaio 2011

Un nuovo movimento liturgico

Qualche settimana fa il cardinale Antonio Canizares Llovera, prefetto per la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, che lo scorso settembre ha fatto visita alla nostra parrocchia in occasione della grande festa quinquennale, ha rilasciato al Vaticanista Andrea Tornielli una preziosa intervista sul tema della liturgia. In essa troviamo alcune considerazioni del cardinale sullo stato della liturgia al giorno d'oggi, considerazioni che si rifanno a quelle del Santo Padre che lo ha voluto a coordinare il dicastero romano che si occupa della liturgia di tutto il mondo cattolico.
La prima domanda riguarda la riforma liturgica post-conciliare; ancora una volta è il caso di precisare che la forma del rito della Messa che oggi celebriamo non è stata concepita dai padri conciliari, i quali, quando parlavano della liturgia della Santa Messa, si riferivano al rito che da sempre era stato celebrato, quello oggi detto "di san Pio V" o "tridentino". In realtà in passato erano già avvenute alcune riforme, la più importante delle quali fu quella voluta dal venerabile Pio XII per la settimana santa; ma anche il beato Giovanni XXIII aveva riformato il Messale nel 1962, Messale che viene utilizzato anche oggi per le celebrazioni della Santa Messa nella forma straordinaria del rito romano secondo il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Nessuna di queste riforme, però, aveva messo mano in maniera così radicale al rito della Messa come quella approvata nel 1969 (quattro anni dopo la chiusura del Concilio), e chi avesse assistito ad una Santa Messa celebrata oggi nella forma straordinaria se ne può bene rendere conto. Questo per chiarire subito che una critica alla riforma liturgica non è un rifiuto di alcune tesi del Concilio in ambito di liturgia (il quale, inoltre, non ha mai inteso avere carattere dogmatico ma bensì pastorale), anche perché, se ben guardiamo, è spesso il rito uscito dalla riforma liturgica del '69 a contravvenire a quanto detto dal Concilio.
Dice il cardinal Canizares:

«La riforma liturgica è stata re­alizzata con molta fretta. C’era­no ottime intenzioni e il deside­rio di applicare il Vaticano II. Ma c’è stata precipitazione. Non si è dato tempo e spazio suf­ficiente per accogliere e interio­rizzare gli insegnamenti del Concilio, di colpo si è cambiato il modo di celebrare. Ricordo be­ne la mentalità allora diffusa: bi­sognava cambiare, creare qual­cosa di nuovo. Quello che aveva­mo ricevuto, la tradizione, era vi­sta come un ostacolo. La rifor­ma è stata intesa come opera umana, molti pensavano che la Chiesa fosse opera delle nostre mani, invece che di Dio. Il rinno­vamento liturgico è stato visto come una ricerca di laboratorio, frutto dell’immaginazione e del­la creatività, la parola magica di allora.»

Sono di fatto le stesse parole usate dal cardinale Burke, citate nel post pubblicato qualche giorno fa; ed è indubbio che la liturgia oggi, agli occhi di molti, ha ancora il carattere che il cardinale indica come "opera umana", di qualcosa di creativo e di laboratorio, cioè provare, sperimentare ogni volta qualcosa di nuovo, di innovativo.
Un altro aspetto di queste parole iniziali dipinge ancora bene un sentimento che ancora oggi è rimasto impresso nell'immaginario collettivo di Concilio: "La Tradizione era vista come un ostacolo". E' capitato spesso anche a me di trovare una certa diffidenza, ad esempio, nell'uso del latino e del canto gregoriano durante la liturgia; la gente si chiede perché utilizzare una cosa che la gente non capisce, un genere musicale superato, alcuni dicono che non è fatto per l'assemblea: quasi tutti sono convinti che sia un retaggio del passato, una cosa che il Concilio ha abolito perché la Chiesa sia al passo con i tempi. Purtroppo si ignora ciò che il Concilio ha realmente inteso promuovere; nella costituzione "Sacrosanctum Concilium" sulla Sacra Liturgia, infatti, leggiamo:

«L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini.»
(SC n. 36,1)

«La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale.»
(SC n. 116)

«Si conduca a termine l'edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un'edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di S. Pio X. Conviene inoltre che si prepari un'edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese più piccole.»
(SC 117)

Se confrontiamo questi articoli della costituzione conciliare adibita alla liturgia e quello che viene attuato nella stragrande maggioranza delle chiese oggi non vi è dubbio: il latino è stato abbandonato, anzi peggio, abolito, il canto gregoriano ha l'ultimo posto, se non è del tutto assente, nei libri di canto delle varie chiese non si trova praticamente mai traccia di canto gregoriano; in questa maniera si contravviene al Concilio, non certo cercando di promuovere la lingua latina e il canto gregoriano. Da dove arriva dunque tutto questo disagio, a volte proprio astio, nei confronti del latino e del gregoriano? Io credo proprio, come ha detto il cardinal Canizares: "La Tradizione" (che non vuol dire una credenza popolare, ma tutto il bagaglio di insegnamento dottrinale, liturgico e pastorale che la Chiesa ha tramandato da Gesù Cristo fino agli anni sessanta) "era vista come un ostacolo", e, non c'è dubbio, per molti lo è tutt'ora; ma almeno è chiarito che non sono costoro quelli che seguono i dettami del Concilio. Per questo il cardinale dice:

«Dobbiamo considerare il rin­novamento liturgico secondo l’ermeneutica della continuità nella riforma indicata da Bene­detto XVI per leggere il Concilio. E per far questo bisogna supera­re la tendenza a “congelare” lo stato attuale della riforma po­stconciliare.»

E nella stessa intervista si capisce quello che intende il cardinale (ed anche il papa) per "rinnovamento" e "riforma":

«Di fronte al rischio della routi­ne, di fronte ad alcune confusio­ni, alla povertà e alla banalità del canto e della musica sacra, si può dire che vi sia una certa cri­si. Per questo è urgente un nuo­vo movimento liturgico. Bene­detto XVI indicando l’esempio di san Francesco d’Assisi, molto devoto al Santissimo Sacramen­to, ha spiegato che il vero rifor­matore è qualcuno che obbedi­sce alla fede.»

E' necessario recuperare, dunque, una certa umiltà ed obbedienza; il mondo uscito dagli anni sessanta è stato spesso pervaso dal relativismo (ad esempio: non è più buono ciò che è oggettivamente è buono, è buono ciò che uno pensa sia buono); anche nei confronti dell'insegnamento della Chiesa, non è necessario seguire quello che è scritto nelle rubriche, ma bisogna fare ciò che la propria sensibilità dice di fare. L'umiltà e l'obbedienza, invece, non intendono annullare la sensibilità delle persone, ma piuttosto aiutare a discernere il perché di certe scelte che la Chiesa ci ha tramandato. E più che in ogni altro ambito, proprio chi è responsabile della liturgia (dal servizio all'altare al canto liturgico) deve accogliere innanzitutto con umiltà e obbedienza gli insegnamenti della Chiesa, per mettere al centro dell'azione liturgica Nostro Signore, e non l'individualismo di chi canta o serve o dell'assemblea. Questa non deve essere protagonista dell'azione liturgica (come in un parlamento i deputati sono protagonisti della seduta) ma deve essere aiutata a partecipare al sacrificio di Cristo; questa è l'actuosa partecipatio del Concilio: non una lista di cose da fare durante la Messa, come una parte affidata ad un attore, ma entrare con la preghiera nel Sacrificio dell'altare, quasi come san Giovanni e la Madonna ai piedi della Croce.
Aspettiamo quindi docili e fiduciosi gli insegnamenti della Chiesa: il cardinale ha annunciato, infatti:

«Il nuovo movimento liturgi­co dovrà far scoprire la bellezza della liturgia. Perciò apriremo una nuova sezione della nostra Congregazione dedicata ad “Ar­te e musica sacra” al servizio del­la liturgia. Ciò ci porterà a offrire quanto prima criteri e orienta­menti per l’arte, il canto e la mu­sica sacri. Come pure pensiamo di offrire prima possibile criteri e orientamenti per la predicazio­ne.»

Per leggere l'intera intervista del cardinal Canizares potete cliccare sul seguente link:
Intervista al cardinal Canizares

venerdì 12 novembre 2010

Appello del papa sulla Liturgia

In questi giorni si sta tenendo ad Assisi l'assemblea generale dei vescovi italiani; tra gli altri argomenti, all'ordine del giorno vi sarà l'analisi da parte della commissione liturgica della nuova traduzione del Messale Romano, molto attesa negli ultimi anni, secondo la terza edizione tipica. A questo proposito ha fatto un certo scalpore il messaggio che papa Benedetto XVI ha inviato ai vescovi riuniti, nel quale la liturgia ha un ruolo assolutamente predominante; vi si trovano espressioni molto eloquenti:

«La santità dell’Eucaristia esige che si celebri e si adori questo mistero consapevoli della sua grandezza, importanza ed efficacia per la vita cristiana, ma esige anche purezza, coerenza e santità di vita da ciascuno di noi, per essere testimoni viventi dell’unico sacrificio di amore di Cristo.»

E anche:

«Ogni vero riformatore, infatti, è un obbediente della fede: non si muove in maniera arbitraria, né si arroga alcuna discrezionalità sul rito; non è il padrone, ma il custode del tesoro istituito dal Signore e a noi affidato. La Chiesa intera è presente in ogni liturgia: aderire alla sua forma è condizione di autenticità di ciò che si celebra.»

L'intero messaggio è incentrato sulla figura di san Francesco (proprio ad Assisi si svolge questa assise episcopale); ed il papa indica proprio nel frate poverello il modello da seguire. A tal proposito voglio citare questo intervento molto bello e completo del blog Cantuale Antonianum (che ringrazio per la gentile concessione); in esso l'autore (frate conventuale e sacerdote, quindi profondo conoscitore della regola dei frati minori) spiega bene il senso di questa analogia: «San Francesco, proprio perchè non sacerdote, ha sempre avuto stima altissima del culto pubblico della Chiesa e ha preteso assoluta fedeltà dei suoi frati sacerdoti alla liturgia della Chiesa Romana. [...] Per questo è triste vedere come invece tanti francescani, delle varie obbedienze, diano più retta allo spirito dei tempi e alle loro idee personali, che non all'insegnamento del Papa e a mettere in pratica i libri liturgici , così come sono scritti, sine glossa (direbbe san Francesco)». Ma vi lascio alla lettura completa dell'intervento:

L'appello accorato del Papa: nella liturgia ispiratevi a San Francesco!

Davvero è un appello accorato quello del Papa ai vescovi riuniti ad Assisi per esaminare (anche) la nuova traduzione del Messale Romano (secondo la III edizione tipica), esame che si concluderà nel maggio del 2011. Vi riporto, in fondo al post, la parte principale del messaggio papale, la sezione che si riferisce alla riforma della liturgia.
Il comunicato finale dell'assemblea dei vescovi recita con sussiego: "Proprio l’ambito liturgico, posto al centro dei lavori, ha visto l’esame e l’approvazione della prima parte dei testi della terza edizione italiana del Messale Romano. La liturgia è stata anche il filo conduttore del messaggio del Santo Padre che, nell’esprimere ai Vescovi affettuosa vicinanza e fraterno incoraggiamento, ha sottolineato come ogni celebrazione abbia il suo fulcro nella presenza, nel primato e nell’opera di Dio"
Che il Santo Padre debba ricordare ai vescovi che al centro della celebrazione liturgica c'è la presenza, il primato e l'opera di Dio, non mi sembra un segnale rassicurante. Capirei che lo ricordi ai giovani della GMG, ma si presume che i vescovi lo sappiano e non abbiano bisogno dei fondamentali del catechismo.
Aggiunge il comunicato: "Al cuore dei loro lavori, i Vescovi, dopo aver affrontato alcune questioni puntuali, hanno approvato la prima parte dei materiali della terza edizione italiana del Messale Romano. Nella prossima Assemblea Generale (maggio 2011) saranno analizzati i restanti testi, prima dell’approvazione generale e della loro trasmissione alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, a cui spetterà autorizzare la pubblicazione della nuova versione italiana del Messale Romano".
Andiamo al dunque: vedremo mai, come è successo per la traduzione inglese, almeno qualche saggio dei testi ora approvati, prima che siano mandati a Roma e pubblicati a stampa in modo definitivo? Io ne dubito, perchè la segretezza con cui la commissione per la liturgia lavora (e la CEI approva) è indice che non si vuole esser troppo disturbati, si ha un certo sacro orrore dell'aperto dibattito teologico, che potrebbe portare a correzioni non volute dai pochi che hanno "le mani in pasta". Basterebbe che gli italiani imparassero ad usare internet come lo ha utilizzato la commissione per la traduzione in inglese (ICEL), non si chiede niente di più. Ma in nostri esperti - forse - preferiscono che i "sacri misteri" rimangano celati al volgo? Il Papa lo sa, eppure mette le mani avanti, come vediamo chiaramente nel testo del suo appello cristallino.
Papa Benedetto, ben consapevole delle resistenze di vescovi e sacerdoti italici al suo magistero liturgico e al suo esempio personale, rompe gli indugi e mostra la via da percorrere per rinnovare la liturgia italiana, che non è - in realtà - tanto piena d'abusi come in certe parti d'Europa, ma è stantia, si è fermata ai primi anni '70, come mostra il tenore delle traduzioni-invenzioni che affliggono in gran misura i testi del proprio del tempo e dei santi dell'attuale Messale in italiano.
Ma Bendetto XVI ha fatto molto di più che inviare una semplice esortazione, come si può leggere nelle righe del suo intervento. Ha indicato espressamente la via francescana al culto divino! "Ma come?" - si chiederà l'ingenuo conoscitore del santo patrono d'Italia - "Il Poverello non è forse quel fantasioso fraticello che seguiva le sue ispirazioni, e come giullare di Dio adorava l'eterno saltellando tra i campi in fiore e gli uccellini? Cosa c'entra con la liturgia?".
Chi conosce la Regola dei Frati minori, gli altri scritti di san Francesco e la storia dei primi secoli dell'Ordine, non ha invece dubbi: il Papa ha centrato il bersaglio e ha proposto il modello giusto. San Francesco, proprio perchè non sacerdote, ha sempre avuto stima altissima del culto pubblico della Chiesa e ha preteso assoluta fedeltà dei suoi frati sacerdoti alla liturgia della Chiesa Romana e non ad altra. In un tempo in cui pullulavano le interpretazioni personali della fede, della presenza di Cristo nell'Eucaristia, ed erano molteplici le forme liturgiche, Francesco scelse per i suoi frati la forma della Chiesa Romana e l'obbedienza in tutto al romano Pontefice. Per questo è triste vedere come invece tanti francescani, delle varie obbedienze, diano più retta allo spirito dei tempi e alle loro idee personali, che non all'insegnamento e del Papa e a mettere in pratica i libri liturgici , così come sono scritti, sine glossa (direbbe san Francesco).

Ecco le parole di Sua Santità, che mi permetto di commentare in rosso:

Dal messaggio di Benedetto XVI ai vescovi italiani riuniti in assemblea generale

[...] 1. In questi giorni siete riuniti ad Assisi, la città nella quale “nacque al mondo un sole” (Dante, Paradiso, Canto XI), proclamato dal venerabile Pio XII patrono d’Italia: san Francesco, che conserva intatte la sua freschezza e la sua attualità – i santi non tramontano mai! – dovute al suo essersi conformato totalmente a Cristo, di cui fu icona viva.

Come il nostro, anche il tempo in cui visse san Francesco era segnato da profonde trasformazioni culturali, favorite dalla nascita delle università, dallo sviluppo dei comuni e dal diffondersi di nuove esperienze religiose. [l'eresia abbondava ai tempi di Francesco, il Papa lo sa bene, e per questo avvicina certe "esperienze religiose" di secoli così distanti...]

Proprio in quella stagione, grazie all’opera di papa Innocenzo III – lo stesso dal quale il Poverello di Assisi ottenne il primo riconoscimento canonico – la Chiesa avviò una profonda riforma liturgica. [Leggi: il concilio Lateranense IV è l'omologo medievale del Vaticano II, per quanto riguarda il rinnovamento - anche liturgico - della Chiesa]

Ne è espressione eminente il Concilio Lateranense IV (1215), che annovera tra i suoi frutti il “Breviario”. Questo libro di preghiera accoglieva in se la ricchezza della riflessione teologica e del vissuto orante del millennio precedente. Adottandolo, san Francesco e i suoi frati fecero propria la preghiera liturgica del sommo pontefice [implicito un rimbrotto papale, come se dicesse: Cari francescani, perchè oggi non fate altrettanto, secondo la volontà del vostro fondatore, e non solo per il breviario ma anche per il messale e lo stile celebrativo?]: in questo modo il santo ascoltava e meditava assiduamente la Parola di Dio, fino a farla sua e a trasporla poi nelle preghiere di cui è autore, come in generale in tutti i suoi scritti.

Lo stesso Concilio Lateranense IV, considerando con particolare attenzione il sacramento dell’altare, inserì nella professione di fede il termine “transustanziazione”, per affermare la presenza reale di Cristo nel sacrificio eucaristico: “Il suo corpo e il suo sangue sono contenuti veramente nel sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del vino, poiché il pane è transustanziato nel corpo e il vino nel sangue per divino potere” (DS, 802).

Dall’assistere alla santa messa e dal ricevere con devozione la santa comunione sgorga la vita evangelica di san Francesco e la sua vocazione a ripercorrere il cammino di Cristo Crocifisso: “Il Signore – leggiamo nel Testamento del 1226 – mi dette tanta fede nelle chiese, che così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, poiché con la tua santa croce hai redento il mondo” (Fonti Francescane, n. 111). [E' triste constatare che sugli altari di molte chiese francescane delle varie obbedienze, anche in certe basiliche papali, la croce - tanto amata da Francesco - e tanto richiamata da papa Benedetto, non è ancora ricomparsa al centro degli altari. Speriamo che questo richiamo papale serva, finalmente, a smuovere le acque stantie, non solo nelle chiese serafiche, ma in quelle cattoliche italiane in genere]

In questa esperienza trova origine anche la grande deferenza che portava ai sacerdoti e la consegna ai frati di rispettarli sempre e comunque, “perché dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente in questo mondo, se non il Santissimo Corpo e il Sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri” (Fonti Francescane, n. 113).

Davanti a tale dono, cari fratelli, quale responsabilità di vita ne consegue per ognuno di noi! “Badate alla vostra dignità, frati sacerdoti – raccomandava ancora Francesco – e siate santi perché egli è santo” (Lettera al Capitolo Generale e a tutti i frati, in Fonti Francescane, n. 220)! Sì, la santità dell’eucaristia esige che si celebri e si adori questo mistero consapevoli della sua grandezza, importanza ed efficacia per la vita cristiana, ma esige anche purezza, coerenza e santità di vita da ciascuno di noi, per essere testimoni viventi dell’unico sacrificio di amore di Cristo. [Il punto che Benedetto XVI non smette di ricordare. I preti del tempo di Francesco non avevano il problema pedofilia, ma certo non erano affatto moralmente più in salute o considerati dal popolo dei preti dei nostri giorni, che anzi, nella maggioranza dei casi, sono molto più santi di quello che i giornali mostrano.]

Il santo di Assisi non smetteva di contemplare come “il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umìli da nascondersi, per la nostra salvezza, in poca apparenza di pane” (ibid., n. 221), e con veemenza chiedeva ai suoi frati: “Vi prego, più che se lo facessi per me stesso, che quando conviene e lo vedrete necessario, supplichiate umilmente i sacerdoti perchè venerino sopra ogni cosa il Santissimo Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo e i santi nomi e le parole di lui scritte che consacrano il corpo” (Lettera a tutti i custodi, in Fonti Francescane, n. 241). [San Francesco parla del Messale: le parole di Dio scritte che consacrano il corpo del Signore! Sono parole da venerare, non da cambiare a proprio gusto, parole da conservare intatte, anche in traduzione.]

2. L’autentico credente, in ogni tempo, sperimenta nella liturgia la presenza, il primato e l’opera di Dio. Essa è “veritatis splendor” (Sacramentum caritatis, 35), avvenimento nuziale, pregustazione della città nuova e definitiva e partecipazione ad essa; è legame di creazione e di redenzione, cielo aperto sulla terra degli uomini, passaggio dal mondo a Dio; è Pasqua, nella croce e nella risurrezione di Gesù Cristo; è l’anima della vita cristiana, chiamata alla sequela, riconciliazione che muove a carità fraterna.

Cari fratelli nell’episcopato, il vostro convenire pone al centro dei lavori assembleari l’esame della traduzione italiana della terza edizione tipica del Messale Romano [Dopo più di 10 anni era ora!]. La corrispondenza della preghiera della Chiesa (lex orandi) con la regola della fede (lex credendi) plasma il pensiero e i sentimenti della comunità cristiana, dando forma alla Chiesa, corpo di Cristo e tempio dello Spirito [I liturgisti vorrebbero, a ragione, che la lex orandi stabilisca la lex credendi, il Papa si ostina da sempre a dire il contrario, come mai? Perchè se i testi liturgici sono un punto fisso di riferimento, non sottoposto a continue mutazioni, è certo normale, come dicevano i santi Padri, che ad essi ci si rivolga per conoscere ciò che si deve credere. Ma se, come nel secolo che è appena trascorso e all'inizio di questo, la liturgia diventa quanto di più (teologicamente) instabile ci sia, vero campo di battaglia ideologico, è necessario che la legge del credere intervenga per ripristinare la corretta legge del pregare]. Ogni parola umana non può prescindere dal tempo, anche quando, come nel caso della liturgia, costituisce una finestra che si apre oltre il tempo. Dare voce a una realtà perennemente valida esige pertanto il sapiente equilibrio di continuità e novità, di tradizione e attualizzazione. [la crescita e il progresso organico della liturgia non è affatto escluso, ma che sia organico e dove necessario per il bene dei fedeli, non per seguire le idee degli "esperti"].

Il Messale stesso si pone all’interno di questo processo. Ogni vero riformatore [ci possono dunque essere "falsi riformatori"], infatti, è un obbediente della fede: non si muove in maniera arbitraria, né si arroga alcuna discrezionalità sul rito; non è il padrone, ma il custode del tesoro istituito dal Signore e a noi affidato. La Chiesa intera è presente in ogni liturgia: aderire alla sua forma è condizione di autenticità di ciò che si celebra. [più chiaro di così! No all'arbitrarietà, alla discrezionalità, al ritenersi "padroni del rito". Anche i vescovi sono solo custodi e amministratori del tesoro che appartiene alla Chiesa tutta, a cui va assicurata l'autenticità, la verità di ciò che si celebra]

Dal Vaticano, 4 novembre 2010
Benedetto XVI


Testo tratto da: http://www.cantualeantonianum.com/2010/11/lappello-accorato-del-papa-nella_9285.html#ixzz154qfTqpW.

Come l'autore dell'intervento di Cantuale Antonianum anch'io voglio suggerire la lettura (abbastanza pungente e dura, direi) che dell'evento fa Sandro Magister, famoso vaticanista dell'Espresso e gestore del sito www.chiesa: Il papa scuote i vescovi: "Imparate da san Francesco".

giovedì 22 luglio 2010

Intervista al cardinal Canizares sulla liturgia

La scorsa settimana il cardinale Antonio Canizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e per la Disciplina dei Sacramenti (l'organismo della Chiesa che si occupa della promozione e della regolamentazione della Liturgia), che avremo l'onore di ricevere nella nostra parrocchia per la festa quinquennale della Madonna dell'Angelo di settembre, ha rilasciato un'intervista alla testata cattolica tedesca Tagespost circa la liturgia, in occasione del terzo anniversario dalla promulgazione del motu proprio pontificio "Summorum Pontificum". Nell'intervista, che segue in una traduzione italiana tratta dal sito messainlatino.it, egli parla di come la liturgia antica (l'unico rito esistente prima della riforma liturgica post-conciliare) possa comunicare alla nuova, essendo le due forme del rito una sola, specialmente per quel che riguarda il senso del mistero e del sacro e soprattutto il senso di ciò che comporta la Sovranità del Signore; inoltre il cardinale nota come la proficua comunione fra rito antico e rito nuovo costituisca un rinnovamento, utile in particolar modo ai giovani, perché possano essere allevati allo spirito della liturgia. Ma leggiamo direttamente le parole del cardinale:

- Eminenza, quando il Santo Padre scrisse all’episcopato mondiale a proposito del Summorum Pontificum parlò perfino di dure opposizioni. Le cose sono cambiate?
Il clima è sostanzialmente rimasto lo stesso. Credo tuttavia che sia in corso un cambiamento. Viene compreso sempre più quale sia l’oggetto del motu proprio. La comprensione della liturgia nella tradizione della Chiesa è cresciuta e lo stesso vale per l’ermeneutica della continuità. Tutto questo contribuisce non solo all’accettazione del motu proprio, ma a portare avanti un rinnovamento della liturgia, nel senso che lo spirito della liturgia viene nuovamente vissuto in profondità.

- In Francia esistono due seminari diocesani che educano i loro seminaristi alla celebrazione in entrambe le forme del rito romano. Come giudica questo esempio?
Esiste un’unica liturgia. Conseguentemente le due forme del rito vanno entrambe bene appunto perché si tratta di una sola ed unica liturgia. Circa questo punto bisogna osservare come la Chiesa, sulla base dell’ermeneutica della continuità, non abbia mai né congelato né interrotto la continuità con il Messale di Giovanni XXIII. La tradizione della Chiesa viene integrata dallo sviluppo seguente il Concilio Vaticano II, pertanto la formazione liturgica di tutti deve sempre essere orientata dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium. Alla luce della ricchezza del rito romano nella sua integrità, alla quale appartengono sia il Messale di Giovanni XXIII che la riforma liturgica postconcliliare, non è possibile contrapporre le due forme: esse sono espressione della medesima ricchezza liturgica.

- Condivide la scelta del Vescovo di Tolone, che ha voluto che i suoi seminaristi fossero educati alla celebrazione in entrambe le forme?
Egli vede la tradizione della Chiesa proprio secondo l’ermeneutica della continuità. E poiché la Sacrosanctum Concilium resta ovviamente valida, egli le dà seguito secondo una formazione liturgica nella quale viene appresa la celebrazione in entrambe le forme. I buoni frutti di questa scelta sono già visibili nella Diocesi di Tolone.

- Quali elementi della forma straordinaria potrebbero essere integrati in quella ordinaria?
Il senso del mistero e del sacro, e soprattutto il senso di ciò che comporta la Sovranità del Signore. Si tratta della grandezza di Dio e del Suo mistero. L’uomo è sempre indegno di avere parte attiva in questa liturgia donata da Dio. Dobbiamo riscoprire il Diritto di Dio, lo “ius divinum”: prima lo si fa, meglio è. Purtroppo oggi si ha spesso l’impressione che la liturgia sia qualcosa di cui l’uomo può disporre e nella quale sia lui stesso ad agire. Questo rispecchia la secolarizzazione del nostro tempo, che mette altri aspetti in secondo piano. Ciò ha fatto sì che la riforma liturgica del Concilio Vaticano II non abbia prodotto i frutti desiderati.

- Cosa consiglia ai Sacerdoti? Come dovrebbero iniziare?
I Sacerdoti devono tornare a prepararsi alla S. Messa così com’è previsto nel rito straordinario. Lo stesso vale per l’atto penitenziale e la consapevolezza che non siamo noi a rendere noi stessi degni di celebrare, ma la nostra fiducia nella misericordia e nel perdono di Dio che ci avvicinano alla presenza di Dio nella celebrazione. Un tesoro da non dimenticare è la dimensione del Sacrificio così com’è descritta nei testi di preghiere. Da tutto questo emerge un atteggiamento molto profondo che dovremmo interiorizzare.

- Nella sua lettera ai Vescovi il Santo Padre ha sottolineato che con il motu proprio viene perseguita la riconciliazione interna della Chiesa. Come giudica il dibattito sulle ordinazioni illecite della Fraternità Sacerdotale San Pio X?
Le ordinazioni rappresentano un momento delicato in un tempo ricco di decisioni importanti. Sarebbe stato auspicabile che si aspettasse a procedere, dal momento che se un giorno si desse una concreta opportunità di accordo, questa potrebbe essere ostacolata proprio dal fatto delle ordinazioni.

- Parliamo della Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid nel 2011. Cosa consiglia a tutti quei giovani che mostrano curiosità nei confronti della Messa in rito antico?
I giovani devono essere allevati nello spirito della liturgia. Sarebbe un errore porsi polemicamente a favore di un rito o dell’altro. Essi hanno bisogno di essere condotti al senso della preghiera e del mistero di Dio. Deve essere trasmessa loro la lode ed il ringraziamento che la Chiesa attraverso i secoli ha espresso nella liturgia. Ciò che oggi manca ai giovani è soprattutto una buona formazione liturgica, indipendentemente dalla forma in cui questa avviene. Questa è la grande sfida per il prossimo futuro, anche per la Congregazione per il Culto Divino ed i Sacramenti. Oggi abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico, come esisteva nel secolo Diciannovesimo e Ventesimo. Non si tratta dunque di una forma o dell’altra, ma della liturgia in quanto tale.

- Come potrà tale nuovo movimento liturgico diventare realtà?
Abbiamo bisogno di una nuova introduzione al Cristianesimo. Anche per bambini e ragazzi. Una introduzione alla liturgia non consiste soltanto in ciò che si deve sapere sulla celebrazione, anche se ovviamente questa resta ineludibile in ambito teologico e dottrinario. Giovani e bambini devono prendere parte a liturgie solenni, permeate dal mistero di Dio. Partecipazione attiva non vuol dire fare qualcosa, ma fare il proprio ingresso nel rito nel ringraziamento, nel silenzio, nell’ascolto, nella preghiera ed in tutto ciò in cui realmente la liturgia consiste. Finché ciò non avrà luogo, non potrà esistere alcun rinnovamento liturgico. Dobbiamo compiere una svolta di centottanta gradi. La pastorale giovanile dovrà essere un luogo in cui possa verificarsi l’incontro con Cristo vivente nella Chiesa. Lì dove Cristo si mostra come qualcuno che appartiene al passato, non è possibile né partecipazione attiva né formazione liturgica. Nessun rinnovamento, per quanto possa essere necessario, potrà mai aver luogo, se la consapevolezza del Cristo vivente non si risveglierà.
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