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lunedì 14 maggio 2012

Tesori d'arte sacra: il Fonte Battesimale

Nel nostro appuntamento mensile con i capolavori d'arte sacra custoditi nel Duomo, nel Museo e nel Santuario, cominciamo oggi a descrivere le opere custodite nella navata destra, a cominciare dal Fonte Battesimale cinquecentesco custodito sotto l'arco dell'absidicola destra. Si tratta di una grande vasca circolare, decorata esternamente a spicchi, sorretta da un sostegno a forma di idria, pure in marmo, e poggiante su un piedistallo in pietra; l'attuale copertura bronzea è opera di Igino Legnaghi, e risale al 1975, epoca in cui il Fonte è stato spostato nell'attuale posizione, a forma di cono troncato e recante alcuni bassorilievi raffiguranti alcuni simboli cristiani, quali l'albero della vita o la colomba dello Spirito Santo: la struttura culmina con la statua, sempre in bronzo, del Cristo Risorto, con in mano il vessillo. Intorno alla vasca e sul piedistallo si trova l'iscrizione che risale alla consacrazione del Fonte Battesimale, compiuta nel 1587 dal vescovo di Caorle Girolamo Righettino, divisa in cinque parti inframmezzate dagli stemmi scolpiti dello stesso presule, della città di Caorle, della Serenissima e del parroco del Duomo in quell'epoca, Antonio Dalla Torre (vedi foto in fondo). Ricostruita, l'iscrizione recita:
- Stemma del vescovo Girolamo Righettino -
REVERENDISSIMI · DOMINI · HIERONIMI · RIGHETTINI · CAPRULARUM ·EPISCOPI ·
SOLICITVDINE ·

- Stemma della città di Caorle -
CIVIVM · POPVLORVM · QVE
PIETATE ·
- Stemma della Serenissima -
SVB · REVERENDO · PRAESBITERO · ANTONIO · A · TVRRE · PLEBANO · ET · CLARISSIMO
HIERONIMO · BALBO · PRAETORE ·
- Stemma del parroco del Duomo Antonio Dalla Torre -
HOC · SACRVM · VAS · FABRICATVM
CONSTRVCTVM · ERECTVMQ
VE · FVIT ·

Sul piedistallo
M · D · LXXXVII · DIE
XXIII · MENSIS · IANVARII

La traduzione dell'iscrizione è la seguente: «Con la sollecitudine del Reverendissimo Signore Girolamo Righettino vescovo di Caorle, con la pietà dei cittadini e del popolo, sotto il Reverendo Presbitero Antonio Dalla Torre, Pievano, e il Chiarissimo Girolamo Balbi, pretore, questo sacro vaso fu fabbricato, costruito ed eretto il 23 del mese di Gennaio 1587».
Il Battistero era prima posto all'interno della Chiesa delle Grazie, costruita di fronte alla facciata del Duomo e addossata al campanile; a testimonianza di ciò, dopo i restauri del 1999 che hanno riportato alla luce il perimetro di quella antica costruzione, sono state poste sul sagrato delle lastre bianche che ricalcano quella che era l'impronta del Battistero. Successivamente la demolizione di quell'edificio, avvenuto intorno ai primi anni del 1900, il Battistero fu collocato nella cappella laterale che oggi custodisce l'altare e la statua di San Rocco. Oggi trova la sua collocazione appunto, sotto l'absidicola destra, al muro destro del quale è custodita anche una lastra in bronzo sulla quale è scolpita a bassorilievo la scena del Battesimo di Gesù, opera di Igino Legnaghi degli anni '70.

Stemma del vescovo Girolamo RighettinoStemma della città di CaorleStemma della Repubblica SerenissimaStemma del parroco Antonio Dalla Torre

venerdì 13 aprile 2012

Tesori d'arte sacra: le opere in controfacciata

Dopo la pausa dello scorso mese riprendiamo l'appuntamento mensile con le opere d'arte conservate nel nostro Duomo, occupandoci delle opere custodite nella controfacciata della navata centrale. Tra tutte spicca l'imponente affresco cinquecentesco che raffigura San Cristoforo; il santo, secondo l'iconografia tradizionale, è rappresentato mentre sta attraversando un fiume, con in mano il bastone del viandante o del pellegrino e sulla spalla il Bambino Gesù che regge il mondo. Secondo la leggenda, Reprobus (questo il nome di San Cristoforo prima del suo Battesimo) era un uomo burbero e solitario, che viveva solo in un bosco. Un giorno incontrò un bambino che gli chiese di poter essere trasportato da una sponda all'altra di un fiume; così Reprobus se lo caricò sulle spalle e cominciò la traversata. Ma nonostante le sue dimensioni e la sua forza, il gigante si sentì sopraffatto dal peso di quell'esile bambino; arrivato ugualmente all'altra riva quel bambino si rivelò come Gesù Redentore, e gli disse che il suo enorme peso era dovuto al fatto che non aveva trasportato solo Lui ma anche il peso del mondo intero. Un particolare del nostro affresco mette in risalto un altro aspetto di questa interessante leggenda; il Bambino Gesù afferra una ciocca dei capelli del gigante con la mano sinistra: secondo il racconto, infatti, Egli disse al buon uomo, dopo la traversata, che fu proprio lui, possente e forzuto, ad essere trasportato dal Bambino e non viceversa. In seguito a questo fatto prodigioso, avvenuto secondo la leggenda in Licia, Reprobus si convertì e si fece battezzare, prendendo il nome di Cristoforo, che significa portatore di Cristo; dopo una breve testimonianza nella sua terra subì il martirio. Anche nell'agiografia orientale è contemplato san Cristoforo, come soldato che, convertitosi, fu denunciato dai suoi commilitoni e perì martire.
Nel tempo San Cristoforo fu invocato contro le calamità naturali, specialmente quelle che hanno a che fare con l'acqua (come le inondazioni, di cui Caorle ha sempre temuto l'avvento), ed anche come patrono di tutto ciò che ha a che fare con il trasporto, quindi viandanti, trasportatori e pellegrini.
Sopra l'affresco di San Cristoforo, ai lati del rosone centrale, si scorgono due stemmi affrescati di cui soltanto quello di destra è rimasto intelligibile; si tratta dello stemma della città di Caorle, l'Arcangelo San Michele che veglia sopra il castello, che rappresenta la città, mentre sotto lo stemma campeggia la scritta "Communitas Caprulana". Lo stemma di sinistra doveva essere lo stemma del vescovo dell'epoca.
Davanti alla struttura che sorregge le canne dell'organo è stata posta la statua di Santo Stefano Protomartire, patrono principale della città, risalente al XVIII secolo, che un tempo si trovava sopra l'altare maggiore della cattedrale, poi smembrato intorno agli anni '20. Esso comprendeva, oltre alla statua di Santo Stefano, anche le statue di due compatroni, San Gilberto e Santa Margherita, oggi conservate ai lati del coro del Santuario della Madonna dell'Angelo.
Infine, sulla sinistra, si trova una tela del martirio di San Sebastiano, opera moderna, recentemente restaurata.

martedì 27 marzo 2012

Lo stemma del Patriarca Francesco

La croce astile patriarcale, il leone di san Marco, una stella, una cinta muraria, il mare con un'ancora: sono i principali elementi che compongono lo stemma del Patriarca Francesco Moraglia, opera di Enzo Parrino (che l'ha disegnato) e Giorgio Aldrighetti (che l'ha ideato e ne ha fatto l'esegesi). Il cappello, i cordoni e le nappe verdi che timbrano lo scudo indicano, per il colore e il numero delle nappe (30), che si tratta di un patriarca (i cardinali usano il rosso). L’origine e l’uso dei cappelli di verde, per i patriarchi, arcivescovi e vescovi, si vuole derivato dalla Spagna, dove, nel Medioevo, i prelati usavano un cappello prelatizio di quel colore.

Lo stemma è suddiviso in due campi. Quello inferiore è costituito da una cinta muraria, di colore grigio. Ricordo delle antiche fortificazioni, simboleggia l’animo forte che resiste ai pericoli e alle avversità della vita, mentre i mattoni che la compongono evocano il riferimento alle "pietre vive della Chiesa". Si tratta di un velato richiamo al cognome: Moraglia. La porta, in oro, è simbolo di Cristo, mentre i merli guelfi sono simbolo della Chiesa. Il mare rappresenta la clemenza, la generosità e la Grazia divina, mentre l’ancora è simbolo di costanza e di fermezza. Il campo superiore dello stemma è costituito dal cielo azzurro con stella a otto punte; il numero otto, secondo la mentalità dei Padri della Chiesa, rappresenta sia la cifra del mondo risorto sia della vita eterna; infine la stella, di metallo oro, è simbolo di Maria. E non poteva mancare il leone, a rappresentare l'evangelista Marco.

Il motto episcopale è costituito dal versetto 14 del primo capitolo degli Atti degli Apostoli: “Hi omnes erant perseverantes unanimiter in oratione cum mulieribus et Maria matre Iesu et fratribus eius”; vale a dire: tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera con alcune donne e Maria, la madre di Gesù, e con i fratelli di lui. E' un versetto che presenta l’icona più vera della Chiesa, ossia l’evento della Pentecoste in cui la Chiesa si è manifestata al mondo; Maria, la madre di Gesù, è circondata dagli apostoli e dai discepoli, nell’attesa del compimento della promessa del Signore: il dono dello Spirito Santo.

Maria “madre di Gesù e della Chiesa” è titolo strettamente legato al Concilio Ecumenico Vaticano II; infatti il beato Giovanni XXIII, nella costituzione apostolica d’indizione del Concilio, ne affidava i lavori alla Vergine Maria e faceva riferimento proprio a questo testo degli Atti (cfr EV I, 23). In seguito il Concilio nella costituzione dogmatica Lumen gentium, presentava l’intera dottrina sulla Chiesa, dedicando l’intero ottavo capitolo alla Vergine Maria, contemplata nel mistero di Cristo e della Chiesa. Inoltre, il servo di Dio, Paolo VI, nel giorno in cui veniva promulgata la costituzione sulla Chiesa, nel discorso di chiusura del terzo periodo – il 21 novembre 1964 – proclamava Maria “Madre della Chiesa”, vale a dire, madre di tutto il popolo di Dio: dei fedeli e dei pastori, che la chiamano Madre amorosissima (EV I, 306).

Alla luce di quanto detto, rivestono particolare significato le parole di Paolo VI: “Quanto a Noi, come siamo entrati nell’aula conciliare dietro l’invito di Giovanni XXIII, l’11 ottobre 1961, insieme “cum Maria, Matre Iesu”, così al termine della terza sessione, usciamo da questo stesso tempio nel nome santissimo e soavissimo di Maria Madre della Chiesa (EV I, 313). E’ quindi a Maria, madre della Chiesa, che il Vescovo – sulla scorta della Sacra Scrittura, della Tradizione e del Magistero – intende affidare se stesso e il suo ministero a favore della Chiesa.

Fonte: patriarcatovenezia.it.
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