Duomo di Caorle su facebook

Visualizzazione post con etichetta Angelo Scola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Angelo Scola. Mostra tutti i post

sabato 5 novembre 2011

Al via il pellegrinaggio in Terra Santa

Sono partiti quest'oggi, di buon mattino, i 28 nostri comparrocchiani, accompagnati dal parroco mons. Giuseppe Manzato, alla volta della Terra Santa, in occasione del grande pellegrinaggio diocesano voluto ancora dal già patriarca Scola come gesto comunitario che suggellasse la visita pastorale (terminata lo scorso 8 maggio). Faranno parte di un gruppo di circa settecento veneziani, nel quale sono rappresentate le comunità del Lido di Venezia, San Lorenzo di Mestre, Eraclea, Carpenedo, Sant'Antonio di Marghera, Sacro Cuore di Mestre e Catene.
Il pellegrinaggio vuole essere un atto di preghiera e sacrificio mentre si visitano i luoghi santi in cui Nostro Signore Gesù Cristo è nato, vissuto, morto sulla Croce e risorto; il motto scelto per questo particolare evento è stato: Maestro, dove dimori? Venite e vedrete. I nostri amici di tutta la diocesi, suddivisi in 14 pullman, faranno visita dapprima ai territori di Nazaret (dove la Sacra Famiglia aveva dimora), del monte Tabor (dove avvenne la Trasfigurazione) e di Cana di Galilea (dove avvenne il primo miracolo di Gesù alle nozze); quindi nella giornata di domani parteciperanno alla Messa solenne nella Basilica dell'Annunciazione. Quindi visiteranno il lago di Tiberiade, Cafarnao, Tabgha e il monte delle Beatitudini, la valle del Giordano e Qumran, Gerico e Betania, Betlemme e Gerusalemme. Non mancheranno, inoltre, visite ad opere di carità e centri di assistenza, come la scuola Santa Maria di Gerico, il Baby Hospital o il centro di rieducazione audio fonetica "Effetà" di Betlemme, presso i quali saranno distribuiti i fondi raccolti in diverse occasioni nella diocesi durante questi ultimi tempi.
Confermata la presenza dell'Amministratore apostolico e vescovo di Vicenza mons. Beniamino Pizziol, che raggiungerà il gruppo dei fedeli da lunedì e vi rimarrà fino a giovedì 10 novembre, e del già patriarca, ora arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, che sarà presente dal 10 al 12 novembre, giorno in cui terminerà il pellegrinaggio.
Da parte nostra, siamo chiamati ad accompagnare i nostri fratelli e sorelle con la preghiera, certi che anche loro si ricorderanno di noi quando si troveranno nei luoghi santi dove ha avuto inizio la Redenzione dell'uomo per opera del Signore Gesù Cristo.

giovedì 8 settembre 2011

L'omelia del cardinale Scola durante la Santa Messa di Congedo dal Patriarcato

In una Basilica di San Marco gremitissima, ieri, 7 settembre, il cardinale Angelo Scola si è congedato dal patriarcato di Venezia con una solenne Celebrazione Eucaristica. Durante l'omelia il cardinale ha esordito con le parole del terzo capitolo della lettera di San Paolo apostolo ai Colossesi, «Se siete risorti con Cristo»: non "sarete risorti", ma "siamo risorti". Per questo lo stesso apostolo Paolo ci invita a manifestare nella nostra vita questa risurrezione in atto, nell'attesa di poter apparire noi stessi insieme con lui nella gloria. Tramite il Battesimo siamo morti ad un attaccamento e ad una visione terrena della nostra vita, poiché la nostra vita è già nascosta con Cristo in Dio. Ci siamo svestiti dell'uomo vecchio, fatto di passioni e di imperfezioni, e ci siamo rivestiti dell'uomo nuovo. Questo è il senso dell'affermazione: «Cristo è la nostra vita»; non una convinzione nostra, magari retaggio della nostra infanzia. Se viviamo seriamente il nostro Battesimo, esso significa la morte del nostro uomo vecchio, fatto di peccati, e la risurrezione dell'uomo nuovo, ricostruito ad immagine e somiglianza di Dio per mezzo di Gesù Cristo suo Figlio.
In quest'ottica, ha proseguito il cardinale Scola, viviamo anche questo momento di distacco; cioè se siamo effettivamente risorti con Cristo, benché questa risurrezione ora si manifesti in uno stato ancora germinale e sarà completa soltanto dopo la morte del nostro corpo, allora siamo oggettivamente orientati, incanalati a questo destino della presenza vivente di Gesù Cristo. Percui ogni cosa, compreso il distacco, è ordinato in Cristo per il nostro bene, ci fa avanzare lentamente e superare ciò che di noi, con il nostro dolore, appartiene ancora alla dimensione terrena, perché possiamo orientarci tutti verso il Cielo. La distanza ed il distacco, quindi, ordinano ogni aspetto della nostra vita personale e relazionale; il dolore e lo sconforto che da essi possono provenire sono il viatico per giungere a questa risurrezione di cui Nostro Signore ci ha fatti partecipi, soffrendo Lui stesso per primo, attraverso i Sacramenti. Tuttavia, sottolinea il cardinale, questo distacco non è una vera separazione: quasi dieci anni di vita insieme come guida della Chiesa di Venezia e l'affetto reciproco tra lui ed i veneziani (testimoniato dal fervore con cui è stato accolto nel corteo acqueo sul canal grande che lo ha condotto fino in piazza san Marco) sono un legame che non potrà essere sciolto facilmente, specialmente se noi insieme con lui siamo incamminati sulla stessa strada che conduce a Cristo, nostra vita.
Sono seguite parole di gratitudine e ringraziamento per questo decennio alla guida del patriarcato: ai sacerdoti, un presbiterio solido, unito nella sua pluriformità, ben radicato attorno al proprio pastore; ai religiosi e alle religiose; a tutti i fedeli laici, che con la loro numerosa presenza in Basilica ieri, hanno testimoniato la loro vicinanza al padre che parte. Ripercorrendo rapidamente le tappe del suo episcopato veneziano, ha confessato che quest'esperienza personale l'ha cambiato, specialmente vedendo la fede che molti ammalati, anche quelli sulla soglia della morte, gli hanno dimostrato nelle visite che egli compiva durante la visita pastorale. Ha ricordato il rapporto amichevole con i rappresentanti della società civile che si sono succeduti in questo periodo (e che due giorni fa gli hanno offerto un concerto al Gran Teatro La Fenice), e con i rappresentati della chiesa ortodossa e delle altre confessioni cristiane presenti in Venezia.
«Che bella Chiesa è la Chiesa di Venezia», ha esclamato il cardinale Scola: una chiesa viva e ben radicata in San Marco e nei suoi successori, e in tutti i santi che hanno vissuto nella nostra terra, a partire da San Lorenzo Giustiniani, suo primo patriarca. Una Chiesa che il cardinale trovò già viva, ricca e solida al suo arrivo e che, forse con un eccesso di umiltà, si augura di non aver rovinato troppo. Un grazie che il cardinale Scola ha affidato alla Serenissima città di Venezia, alle acque delle nostre lagune, da Caorle fino a tutto l'entroterra.
Non ha mancato di ricordare l'amicizia più che fraterna che l'ha legato per tutto questo tempo al patriarca emerito cardinale Marco Cè, il quale, nel suo indirizzo di saluto finale, provato dal peso degli anni, ha ricambiato con tenerezza. Ha infine esortato i fedeli a pregare incessantemente per il nuovo patriarca, assicurando la sua personale preghiera per questa intenzione.
L'arcivescovo eletto di Milano ha lasciato Venezia con un pensiero di Santa Caterina da Siena, una preghiera allo Spirito Santo; una sorta di dono finale ed un augurio:

«O Spirito Santo, vieni nel mio cuore, tiralo a te per la tua potenza, Dio vero. Concedimi carità e timore. Custodiscimi da ogni mio pensiero. Riscaldami, infiammami con il tuo amore, sì che ogni mio peso appaia leggero. Spirito di Dio Padre, dolce mio Signore, ora aiutami in ogni mio ministero. Cristo amore, amen».

Video dell'omelia tratto dal sito angeloscola.it:



Foto di Giorgia dalla Ore, tratte dal sito angeloscola.it.

lunedì 5 settembre 2011

Congedo del cardinale Angelo Scola

Mercoledì prossimo, 7 settembre, il cardinale Angelo Scola, per nove anni patriarca di Venezia, si congederà dalla nostra diocesi per intraprendere il nuovo incarico che papa Benedetto XVI gli ha affidato lo scorso 28 giugno, quello di arcivescovo di Milano. Il pomeriggio di mercoledì il cardinale Scola si recherà presso il Seminario Patriarcale, dove alle ore 15:00 incontrerà tutti i sacerdoti del patriarcato; dopo un momento di preghiera comune e le parole di saluto del rettore, mons. Lucio Cilia, prenderà la parola il cardinale arcivescovo eletto di Milano, che parteciperà poi ad una breve visita dei locali restaurati del seminario.
L'appuntamento per tutti i fedeli è invece in Basilica di San Marco; per agevolare l'affluenza dei fedeli, che si prevede massiccia, la Basilica sarà aperta dalle 17:30 (si potrà entrare dalla porta dei leoncini o dalla porta principale); per i parrocchiani che desiderano partire da Caorle il ritrovo, per coloro che volessero trovarsi insieme, è presso l'entrata del Centro Pastorale Parrocchiale Beato Giovanni XXIII (ognuno partirà poi con mezzi propri) a partire dalle ore 15:00. Al termine della Santa Messa, presso la piazzetta dei leoncini (di fronte al patriarchio) il cardinale Scola sarà disponibile a salutare tutti coloro che volessero farlo di persona.
Per coloro i quali non riuscissero a partecipare di persona a questo momento comunitario diocesano, facciamo presente che l'intera cerimonia sarà trasmessa in diretta dall'emittente Telechiara (canale 14 del digitale terrestre), sperando che il segnale dei nostri televisori quel giorno sia abbastanza regolare da permettere una visione fluida della cerimonia.
Si tratta di un momento molto particolare per la nostra diocesi, che raramente si trova a dover affrontare la traslazione del patriarca ad altro incarico; continuiamo a pregare per il cardinale Scola, affinché possa svolgere serenamente il nuovo compito affidatogli dal Santo Padre, e preghiamo incessantemente il Signore perché, tramite il Papa, invii alla Chiesa di Venezia un nuovo pastore a lui gradito, che possa trovare un popolo ben disposto a seguirlo.
Ulteriori informazioni si possono trovare nella pagina dedicata del sito internet parrocchiale:
http://www.caorleduomo.altervista.org/congedoscola.html.

venerdì 2 settembre 2011

Intervista al card. Scola sugli anni veneziani

Riporto alcuni stralci di una complessa ed articolata intervista al card. Angelo Scola, in edicola sul settimanale diocesano Gente Veneta di domani, tratti dal sito angeloscola.it. In questa intervista il cardinale, arcivescovo eletto di Milano, fa quello che possiamo chiamare un bilancio dei nove anni trascorsi alla guida della nostra Chiesa veneziana. L'intervista video sarà poi trasmessa dall'emittente triveneta Telechiara domani, sabato 3 settembre, alle ore 21, e sulle frequenze di Bluradio Veneto (fm 88.7 - 94.6) lunedì 5 settembre, sempre alle ore 21.

Alla domanda su come sia stato il suo inserimento nella realtà veneziana e sui momenti più significativi di questo periodo il card. Scola ha così risposto: “Io sono partito da ciò che mi disse Giovanni Paolo II durante la cena mi disse che mi avrebbe mandato a Venezia: il problema della Chiesa di oggi è rigenerare il soggetto che è il popolo sulla base di una dottrina sana e di una prassi solida. A rinnovare non è una dialettica tra una teoria che si suppone al passo con i tempi o una teoria che si suppone capace di garantire una grande tradizione, ma è la rigenerazione del soggetto personale e comunitario a partire da ciò che poi Benedetto XVI ha esplicitato nel prologo della Deus caritas est: il cristianesimo è essenzialmente un incontro personale con Cristo nella comunità cristiana prima di essere ovviamente anche una dottrina e una morale. Quindi la mia preoccupazione è stata quella di una pastorale a 360 gradi che avesse come preoccupazione la rigenerazione della persona in Cristo attraverso un’appartenenza forte a delle comunità cristiane vive ed oggettive”. Ed ha quindi aggiunto: “Tutto quello che ho fatto l’ho fatto in quest’ottica: da Oasis al Marcianum, alla Scuola Santa Caterina, alle Unità di Lavoro per la Transizione, alla Visita pastorale, al potenziamento dei patronati, al rilancio delle aggregazioni ecclesiali, alla Scuola di Metodo, alle comunità pastorali… ho sempre cercato di tenere unito questo sguardo e di non perdere di vista questo scopo. Mi rendo conto che non sono sempre stato capace di far passare questa visione integrale; taluni forse non l’hanno capita o non l’hanno voluta capire. Da questo punto di vista è una visione molto parziale dire che Scola lascia a Venezia il Marcianum, Oasis… Dò molto più peso, per esempio, al lavoro con i vicari e i provicari foranei e con il Consiglio di Curia, con i quali ho sperimentato una comunione profonda che è arrivata a valutazioni e ad azioni molto precise e pertinenti nelle diverse situazioni pastorali. Ho apprezzato molto la Visita pastorale e la Scuola di Metodo. Se lascio un’eredità la vedo soprattutto a partire da questi dati”.

Ripercorrendo i temi fondamentali toccati in questi anni nel suo ministero veneziano il card. Scola si è soffermato in particolare sull’educazione al gratuito: “La gratuità viene spesso recepita come un darsi da fare con grande generosità, anche ispirandosi al Vangelo, per aiutare i più bisognosi. Il che è sacrosanto e bellissimo. Ma quando parlo di gratuito io intendo un’altra cosa: che l’uomo al di fuori dell’esperienza dell’amore non capisce se stesso. Uno ha bisogno di essere definitivamente amato, anche oltre la morte, per poter definitivamente amare. Se le cose stanno così, uno deve imparare a donare la vita; e questo esige un’educazione appassionata, attenta, fedele, rigorosa all’amore, che duri lungo tutto l’arco dell’esistenza. L’unico modo che l’uomo, essere limitato, ha di imparare è quello di ripetere con fedeltà dei gesti in cui una determinata dimensione venga esercitata il più possibile. Io dico allora: come la Chiesa, molto saggiamente, per educarci al rapporto con Gesù da sempre ci domanda di partecipare consapevolmente all’azione sacramentale della Santa Messa ogni domenica, così noi dovremmo individuare un gesto gratuito da vivere con le nostre comunità, regolarmente, fedelmente, lungo tutto l’arco dell’esistenza”.

Sull’intenso rapporto intercorso tra il Patriarca di Venezia e i mondi della cultura, dell’economia e delle istituzioni, il card. Scola ha osservato: “Da dove è nata in me l’urgenza di questo rapporto? Siccome la religione cristiana ha a che fare con la vita quotidiana dell’uomo, allora tutto ci interessa. Con due punti fermi: la consapevolezza della distinzione netta tra la dimensione religiosa della vita dell’uomo e la dimensione civile; e, secondo, il dato, ormai incontrovertibile, della società plurale che ci chiede di paragonarci instancabilmente come cristiani, con grande libertà e con energia costruttiva, con soggetti che hanno una visione di vita differente. Questo ci spinge a costruire una società in cui la vita buona sia possibile, il buon governo sia realizzabile. Pratiche virtuose possono farci guardare con sufficiente speranza al futuro. Questo è il senso dell’impegno”. Il rapporto con le istituzioni, in particolare, “è stato molto rispettoso da parte di tutti e anche molto positivo con tutti coloro che in questo decennio hanno occupato posti di responsabilità in Regione, Provincia, Comuni, Municipalità… Mi pare però che la questione sia di altra natura: la transizione in atto non può non toccare le modalità di rapporto fra Chiesa, società civile e istituzioni. Bisogna lasciare emergere i segni che urgono ad un cambiamento e pazientemente cercare di costruirlo. E qui torna attuale il metodo delle implicazioni sociali della vita cristiana: bisognerebbe che nel Nordest – ma non solo: in Italia e in Europa – i cristiani si interrogassero molto di più sulla modalità con cui attuare la dimensione pubblica della fede nel processo di grande cambiamento in atto. Sarebbe qui necessario entrare nei problemi specifici, anche in quelli che sono occasione di dialettica e di conflitto con altri soggetti che abitano la nostra società plurale. Penso ai temi scottanti della nascita, della morte, della bioetica in generale, dell’educazione, della giustizia sociale ecc.”.

Incalzato sul tema della crisi economica e delle situazioni di difficoltà nel mondo del lavoro, anche veneziano, il card. Scola si è così espresso: “Cosa può fare la Chiesa di fronte a questa drammatica situazione di crisi? Vedo un’analogia con il compito cui è chiamata, a breve termine, nei confronti degli immigrati. Noi dobbiamo lanciarci in una condivisione immediata, con l’impeto appassionato al grande bene che è la vita di ogni singolo uomo e al suo destino. Non sono mancati nella crisi aiuti economici anche consistenti da parte della Chiesa italiana alle famiglie e ai lavoratori. Ma né tocca a noi come Chiesa, né abbiamo la possibilità di proporre soluzioni politiche al problema. Attenzione, qui c’è però un punto su cui dobbiamo essere chiari: ai cristiani, soprattutto ai fedeli laici cristiani, tocca partecipare a questo compito sociale e politico in maniera molto più pronunciata di quanto non sia avvenuto in questi ultimi anni. Il cristiano è cittadino e deve esserlo fino in fondo. Anzi, come diceva il grande Péguy: il cristiano è cittadino per eccellenza, proprio perché la prospettiva della vita eterna, lungi dal generare un disimpegno col quaggiù, offre la possibilità di edificarlo al meglio, con una solida distanza critica. Spesso comunque sulle questioni legate alla crisi dei posti di lavoro mi sono trovato di fronte ad un dilemma che mi ha angosciato: di non fare solo parole, di non pensare che due dichiarazioni rilasciate alla stampa possano risolvere il problema…”.

Quanto all’area del Nordest, anche alla luce del “grande dono” della recente visita di Papa Benedetto, il card. Scola evidenzia che “il Nordest è anzitutto chiamato a ripensarsi nella direzione di un recupero, ovviamente adeguato all’oggi, degli orizzonti larghi che sono alla base della sua nascita e crescita. Dobbiamo ritrovare come Chiesa e come società, anzitutto, questo spazio più largo che farà bene all’Europa e all’Italia nello stesso tempo. Il futuro del Nordest è legato anche al suo essere nuova cerniera tra Nord e Sud. E gli eventi che stanno capitando in tutta l’Africa del nord e anche in taluni paesi del Vicino e del Medio Oriente urgono ad assumere questa prospettiva. Ancora una volta, non solo a partire dalla nostra grande esperienza di commerci e di industria ma come sforzo di condivisione benefica di culture diverse e di edificazione di una civiltà che abbia un respiro effettivamente internazionale, che sia plurale ma che non rinunci all’unità. Senza unità non c’è civiltà”.

Ad una domanda su come la Chiesa di Venezia si può preparare ad accogliere bene il nuovo Patriarca di Venezia, il card. Scola si è, infine, soffermato a riflettere tra l’altro sulla questione del “pregiudizio” con queste parole: “Dico sempre che avere pre-giudizi è in qualche modo inevitabile. Il punto non è che ci siano pregiudizi, ma l’obiettivo è di superarli, di non incanaglirsi in essi… Però i pregiudizi sono più simili alla neve – che si scioglie facilmente – che alla roccia, che resiste. Basta andare al significato etimologico della parola: se sono pre-giudizi non sono giudizi, cioè prescindono dalla conoscenza reale. La grande strada è infatti quella della conoscenza reale. Poi, certo, essendo noi uomini, ciascuno può ostinarsi nel suo pregiudizio… Ciò non toglie, però, che il criterio di fondo resta quello della comunione, soprattutto con il vescovo. Il pregiudizio fa parte del dinamismo di ogni rapporto: io non posso entrare in relazione con una persona senza farmi di lei un’opinione o senza avere una reazione nei suoi confronti. Questo è un dato inevitabile. Il problema nasce se io mi fermo a questo stadio o addirittura se elaboro il pregiudizio. Per superare tale pericolo ci vuole un fattore che vada oltre me e te, a cui io mi possa rifare. Del resto è quello che avviene tra un marito e una moglie quando entrano in difficoltà: l’energia per recuperare il loro rapporto è un fattore che sta oltre loro. Gesù Cristo, che ci dona tutti i giorni la possibilità di una fraternità, è questo fattore che va oltre”.


Fonte: angeloscola.it.

Video trasmesso sabato 3 settembre 2011 su Telechiara:

domenica 17 luglio 2011

Redentore: discorso del card. Scola

Pubblichiamo di seguito il discorso del cardinale Angelo Scola, amministratore apostolico del patriarcato di Venezia, pronunciato questa sera in occasione della festa del Santissimo Redentore.

La “città serenissima”
Il messaggio di Benedetto XVI a Venezia e al Nordest

1. Alzare lo sguardo al Redentore
Il pellegrinaggio di popolo attraverso il ponte votivo, gesto emblematico della festa odierna, non ha perso nei secoli il suo fascino. Mentre camminavamo sul ponte, il moto ondoso con il suo leggero rollio sembrava alludere a quella condizione della nostra società, che oggi per la sua instabilità e mutevolezza viene detta “liquida”. Lo ha ben osservato il Papa nel discorso al polo della Salute parlando della “città serenissima” (Benedetto XVI, Incontro con il mondo della cultura, dell’arte e dell’economia, Venezia 8 maggio 2011).
Come la secolare lotta con le acque non ha tolto fulgore a Venezia, così il nostro procedere, malfermo ma deciso, sul ponte non ci ha precluso la meta: Gesù Cristo che redime la nostra umanità. Ora siamo di fronte a Lui. Ne è figura l’imponente crocifisso innalzato sull’abside a inondare con la Sua luce, grazie al genio palladiano, ogni angolo di questo tempio.
A Lui ora vogliamo innalzare lo sguardo e aprire il cuore. Come ci ha ricordato Benedetto XVI, Gesù stesso è la nostra salute:
«Salus nostra Dominus Jesus. Gesù salva l’uomo ponendolo nuovamente nella relazione salutare con il Padre nella grazia dello Spirito Santo; lo immerge in questa corrente pura e vivificante che scioglie l’uomo dalle sue “paralisi” fisiche, psichiche e spirituali; lo guarisce dalla durezza di cuore, dalla chiusura egocentrica e gli fa gustare la possibilità di trovare veramente se stesso perdendosi per amore di Dio e del prossimo» (ibidem). Stare davanti al Crocifisso innalzato (Vangelo, Gv 3,14) significa dunque deporre ai Suoi piedi tutta la nostra umanità – con la sua instabilità, le sue ferite e le sue malattie dell’anima e del corpo, il suo anelito di vita e di libertà, insomma il suo senso religioso – per consegnarla a Lui.

2. Un Padre ci ama per primo e per sempre
Chi è il Redentore a cui consegniamo tutta la nostra vita? O, meglio, qual è la Sua azione nei confronti di ciascuno di noi? Lo impariamo dalla promessa del profeta Ezechiele, proclamata nella Prima Lettura. Con un incalzare sovrabbondante di verbi [cercherò, passerò in rassegna, radunerò, condurrò in ottime pasture, ricondurrò nella loro terra, farò riposare, andrò in cerca, fascerò, avrò cura… (cfr Ez 11-16)] vi si descrive l’intervento di Dio nella vita del suo popolo che, essendosi allontanato da Lui, si era disperso e vagava affamato, stremato e ferito. «Dove Tu non sei, vi è solo gente senza casa» scriveva il giovane Karol Wojtyla.
Dio si china di nuovo sul suo popolo, lo raduna e lo riporta a casa. Dove Dio viene accolto cambiano i rapporti tra le persone, nasce la comunione.
«Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito» (Vangelo, Gv 3,16). In Lui percorre ogni sentiero dell’umanità, per stabilire con ciascuno una relazione personale e rinnovare il popolo di Dio.
Dio ama per primo e ama per sempre. Come abbiamo ascoltato nella Lettera ai Romani, «quando ancora eravamo nemici» (Seconda Lettura, Rm 5,10) il Padre ha dato Suo Figlio per noi. Se siamo ancora avvelenati dal male, perciò dispersi e incapaci di costruire insieme la vita buona, è perché resistiamo alla sorprendente gratuità di questa perenne sorgente dell’amore. E tuttavia questa sera ci è ridata una speranza affidabile – «La speranza poi non delude» (Seconda Lettura, Rm 5,5) – perché poggia sulla promessa di Colui che è per sempre fedele.

3. Una Chiesa senza Cristo?
Cristiani della prima ora riconosciamo con umiltà che siamo in balìa della grave separazione, già denunciata da Paolo VI, tra fede e vita.
Come spesso abbiamo ribadito nella Scuola di Metodo – significativo momento di lavoro per i responsabili ecclesiali di tutto il Patriarcato – non vediamo le implicazioni dell’avvenimento di Gesù e dei misteri del cristianesimo. Non a caso il Santo Padre ha messo in guardia le comunità cristiane del Nordest dalla gravità di questa miopia che impedisce di vedere cosa c’entri la fede in Cristo con l’uomo, la società di oggi ed il creato.
Con efficace sinteticità Benedetto XVI ha poi posto sotto i nostri occhi la grave conseguenza di questo dualismo: l’«essere di Cristo rischia di svuotarsi della sua verità e dei suoi contenuti più profondi; rischia di diventare un orizzonte che solo superficialmente – e negli aspetti piuttosto sociali e culturali – , abbraccia la vita; rischia di ridursi ad un cristianesimo nel quale l’esperienza di fede in Gesù crocifisso e risorto non illumina il cammino dell’esistenza» (Benedetto XVI, Omelia alla Messa al Parco di San Giuliano, Venezia 8 maggio 2011). Se i cristiani non riconoscono e non vivono il nesso quotidiano tra fede e vita, la Chiesa rischia di apparire una Chiesa senza Gesù Cristo.

4. L’amicizia evangelica
Sempre nell’omelia al parco di San Giuliano Benedetto XVI, offrendo un antidoto a questa patologia, ha sottolineato con forza la necessità di uno stile di vita personale e comunitario solidamente ancorato alla fede in Gesù Cristo vivente. Ha richiamato la conversione, mostrandone tutta la convenienza: «Talvolta quando si parla di conversione, si pensa unicamente al suo aspetto faticoso, di distacco e di rinuncia. Invece, la conversione cristiana è anche e soprattutto fonte di gioia, di speranza e di amore». è «conversione dalla disperazione alla speranza, conversione dalla tristezza alla gioia, e anche conversione alla vita comunitaria» (ibid.).
L’incontro personale con Gesù Redentore «ci inserisce anche nella comunità dei fratelli: la comunione con il Signore è sempre anche comunione con gli altri» (Benedetto XVI, Conclusione della Visita pastorale in San Marco, Venezia 8 maggio 2011). Rifulge qui la bellezza dell’essere Chiesa aperta: «esemplare, capace di autentica amicizia evangelica» (Benedetto XVI, Saluto in Piazza del Capitolo della cattedrale, Aquileia 7 maggio 2011) come fu la Chiesa di Aquileia, della quale siamo eredi.
Di questa amicizia abbiamo fatto esperienza lungo tutti gli anni della Visita pastorale (2004-2011). Non solo abbiamo incontrato le parrocchie, le comunità religiose, le aggregazioni di fedeli, ma abbiamo trovato sorprendente accoglienza nei luoghi di aggregazione sociale, negli ambienti di lavoro e di studio, negli ambiti istituzionali, civili e militari. La grazia della comunione cristiana si è confermata essere un dono per tutti, un prezioso lievito che contribuisce a far fermentare tutta la pasta. In una società plurale come la nostra – e forse tanto più in essa – la quotidiana testimonianza cristiana diffonde pratiche capaci di riconciliazione e di pace. Infatti, i discepoli del Dio incarnato sono chiamati a vivere l’adesione a Lui proprio lì dove si gioca il destino della persona, della società e del creato. Nulla dell’uomo resta loro estraneo o indifferente.

5. Costruire la “città serenissima”
La fecondità civica di questa amicizia evangelica è segnalata da alcune suggestioni che Venezia regala ai suoi abitanti e visitatori e che sono in particolare sintonia con la festa di oggi. Provengono da tre simboli, che qui vorrei richiamare. Dal Ponte di Rialto in poi su quanti archi e portali, ai lati o nei pennacchi, l’Annunciazione ricorda il mistero della perenne compagnia di Dio all’uomo di ogni tempo e di ogni luogo! E come non citare la croce cosmica che sormonta le cupole di San Marco e di altre chiese, quasi un invito a comprendere «quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità» (Ef 3,18) del mistero di Cristo, che penetra e sostiene tutta la realtà? Ed infine sulla cupola di questa basilica e di diversi altri templi si staglia nel cielo la figura del Risorto, che imbraccia lo stendardo della vittoria sulla morte.
Se queste immagini scomparissero dai nostri occhi, Venezia ci apparirebbe più povera, quasi monca. La loro forza simbolica sta proprio nel fatto che esse appartengono ad un tessuto visivo capace di rinnovare ogni giorno la nostra memoria condivisa. Continuano ad essere segni che invitano a costruire la vita buona di una città. «Il nome “Serenissima” ci parla di una civiltà della pace, fondata sul mutuo rispetto, sulla reciproca conoscenza, sulle relazioni di amicizia. Venezia ha una lunga storia e un ricco patrimonio umano, spirituale e artistico per essere capace anche oggi di offrire un prezioso contributo nell’aiutare gli uomini a credere in un futuro migliore e ad impegnarsi a costruirlo» (Benedetto XVI, Incontro con il mondo della cultura, dell’arte e dell’economia, Venezia 8 maggio 2011). Edificare una città Serenissima che non riduca il Vangelo a puro contorno all’interno del vessillo cittadino significa non temere la forza della verità, anche come puntuale lotta contro il “male”.
In comunione di intenti si realizza in tal modo una vita civile in cui tutto l’umano fiorisce.

6. Nuovi orizzonti per il Nordest
La singolare festa del Redentore di quest’anno si fa potente stimolo per imparare Venezia e la sua vocazione all’interno del Nordest. E non solo di esso. «La città serenissima - ha detto il Santo Padre – può aiutare la progettazione dell’oggi e del domani in questa grande regione» (ibid.). In quest’ottica il Papa ha aperto importanti orizzonti al Nordest quasi configurandone una nuova fisionomia. Ha affidato alle più di cinquanta Chiese nate da Aquileia un nuovo ben preciso mandato: «Nella complessità [della società plurale] siete chiamati a promuovere il senso cristiano della vita, mediante l’annuncio esplicito del Vangelo, portato con delicata fierezza e con profonda gioia nei vari ambiti dell’esistenza quotidiana. Dalla fede vissuta con coraggio scaturisce, anche oggi come in passato, una feconda cultura fatta di amore alla vita, dal concepimento fino al suo termine naturale, di promozione della dignità della persona, di esaltazione dell’importanza della famiglia, fondata sul matrimonio fedele e aperto alla vita, di impegno per la giustizia e la solidarietà» (Benedetto XVI, Discorso nella Basilica, Aquileia 7 maggio 2011).
Dialogo, coesione, convergenza, integrazione e sviluppo sono parole sulla cui base il Nordest può svolgere anche un ruolo di promotore di pace nel Mediterraneo. Il Mare Adriatico, golfo naturale dell’Europa verso sud, continuando l’importante tradizione di accoglienza e di relazioni della Serenissima, può aprire tutto il Nordest ai popoli del mare nostrum che, proprio in questi tempi, domandano libertà. Il Nordest scopre una nuova dimensione per il suo futuro: l’asse Est-Ovest diviene anche significativa cerniera tra Nord e Sud. Essa farà sentire un benefico influsso anche sul nuovo modello di sviluppo legato all’inevitabile evoluzione delle imprese.
Il 2° Convegno di Aquileia, a cui le 15 diocesi del Veneto, del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia si stanno, ormai da più di un anno, preparando, si farà carico di questa nuova fisionomia dei nostri territori. Approfondendo l’insegnamento offerto dal Santo Padre in vista di questo Convegno le Chiese promuoveranno una nuova evangelizzazione che sappia, con le debite distinzioni, rispondere adeguatamente all’evoluzione sociale, culturale e politica delle regioni italiche, slave e germaniche legate ad Aquileia e al loro nuovo compito nei confronti del Sud.
L’equilibrata accoglienza dei migranti, che si sta realizzando in armonia con le Istituzioni, aiuterà questo nuovo impegno dai contorni ancora imprevedibili. La lunga esperienza di condivisione delle varie forme di povertà e di emarginazione in atto da decenni nel Patriarcato e in tutte le Diocesi del Nordest è buona garanzia della realistica serietà di questo impegno.

7. Affrontare con decisione l’emergenza educativa
Entro questi nuovi orizzonti del Nordest non possiamo non tenere presente anche taluni rilevanti fenomeni di disagio quali l’abbandono scolastico precoce, l’inattività (NEET), la disoccupazione, la precarietà e la perdita del lavoro. In questo contesto quella che è stata chiamata “emergenza educativa” sta assumendo le dimensioni e i contorni della questione sociale del nostro tempo. Non si può restare inerti di fronte all’accusa di “non essere un Paese per giovani!”. Il compito educativo ha però bisogno di una chiarezza di obiettivi. Esso non può ridursi allo stereotipato richiamo ai valori, ma domanda un impegno personale e comunitario a far fare l’esperienza dei valori, come ha opportunamente rilevato il “Rapporto-Proposta della Conferenza episcopale italiana” (La sfida educativa, 11).
Con tale intento quest’anno i nostri patronati hanno potenziato i Grest, le comunità parrocchiali e le aggregazioni di fedeli hanno promosso vacanze guidate e campi-scuola. Sono preziose opere educative che hanno visto un crescendo di partecipazione. Esse si collegano armonicamente con l’ordinaria azione catechetica, di carità e di cultura che da sempre la Chiesa, in sé e per sé soggetto educante, propone alle nostre popolazioni.
Anche lo Studium Generale Marcianum e la Fondazione Internazionale Oasis – oltre a consolidati istituti e strumenti quali i Gruppi di ascolto, la Scuola “Santa Caterina d’Alessandria”, la Scuola biblica, ecc.) – intendono dare il proprio contributo in tal senso.
Le famiglie, a cui spetta primariamente la responsabilità educativa, dovranno essere sostenute da politiche adeguate. è urgente inoltre che gli uomini e le donne della seconda generazione (tra i 18 e i 50 anni) sappiano essere protagonisti responsabili e decisi all’interno delle comunità ecclesiali e della società civile.

8. Vita buona, giustizia, legalità
Allargando lo sguardo al delicato momento di transizione che non solo la realtà italiana ma anche quella mondiale sta attraversando, l’invito del Papa ad attuare un «rispettoso confronto costruttivo e consapevole con tutti i soggetti che vivono in questa società» (Benedetto XVI, Discorso nella Basilica, Aquileia 7 maggio 2011) urge alla concezione e alla pratica di una adeguata vita buona in cui dimori la giustizia. Non si dà l’una senza l’altra: come ha affermato Paul Ricoeur la «vita buona con e per l’altro nasce all’interno di istituzioni giuste», e istituzioni giuste non si istaurano e non si mantengono senza una tensione di tutti i soggetti sociali a una vita buona.
Ma, a loro volta, vita buona dei soggetti e istituzioni giuste assumono il loro rilievo politico nella misura in cui sono orientate alla ricerca condivisa del bene comune di tutta la realtà sociale. Come l’azione buona è tale solo se tesa a coinvolgere ogni membro della famiglia umana rispettando la regola della prossimità, così, guardando all’insieme di una società, ogni agire non è pienamente retto se non tiene conto del bene comune. Esso poi consiste in quella dimensione dell’agire stesso che riguarda il bene del tutto sociale in quanto costituito da persone umane. Afferma giustamente il Catechismo della Chiesa cattolica: «Una società che, a tutti i livelli, vuole intenzionalmente rimanere al servizio dell’essere umano è quella che si propone come meta prioritaria il bene comune, in quanto bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo» (Catechismo della Chiesa cattolica, 1912).
È evidente che tutto ciò richiede, insieme, vita buona delle persone e giustizia delle istituzioni. Domanda inoltre che il rapporto tra vita buona, giustizia e leggi sia vissuto, con gradi diversi di responsabilità, da ogni cittadino, indipendentemente dal ruolo sociale che ricopre. La pratica della giustizia non può essere mai delegata. Oggi, piuttosto, vi è l’urgente bisogno educativo di rendere consapevoli ciascuno delle oggettive implicazioni sociali e di bene comune del proprio agire.
In proposito, la storia di Venezia, in cui relazioni sociali e intraprese – prima commerciali e poi anche turistiche ed industriali – si sono intrecciate, così come la straordinaria ricchezza della società civile del Nordest, sono dotate di un prezioso patrimonio: documentano che l’amicizia civica è una condizione imprescindibile per edificare una società secondo giustizia e che solo all’interno di questo orizzonte antropologico ed etico il necessario richiamo alla legalità, cui la Conferenza episcopale italiana fa da tempo riferimento, diventa efficace.
Infatti, anche nell’odierna società plurale, la legge non può, almeno di fatto, prescindere dall’obiettivo di educare ad agire secondo virtù, anzitutto le virtù che riguardano direttamente la vita comune.
Per questo in democrazie plurali, sempre tendenzialmente conflittuali, il ruolo delle Istituzioni assume un peso tanto decisivo quanto delicato. Resta fortemente attuale l’invito – già contenuto nel celebre documento “Educare alla legalità” elaborato nel 1991 dalla Commissione ecclesiale “Giustizia e pace” della Conferenza episcopale italiana e più volte reiterato –-a che le Istituzioni attuino il loro compito, rispettando rigorosamente i loro ambiti ben delimitati di competenza, anche nell’esercizio della loro funzione di reciproco controllo.
È sempre più chiaro che il Paese ha bisogno di un soprassalto di coscienza civica, soprattutto in questi tempi di grave crisi economico-finanziaria. Questa non potrà certo trovare soluzione nei pur necessari aggiustamenti tecnici delle regole di mercato, perché il mercato non è un fatto di natura, ma di cultura e dunque ha nel fattore umano e nella sua qualità morale una componente indispensabile. Anche la riforma del mercato chiede rinnovamento antropologico ed etico.
L’invito del Santo Padre, fatto proprio dal Presidente della Conferenza episcopale italiana, a un rinnovato impegno dei cattolici in politica sta dando vita a diversi tentativi di singoli e di aggregazioni. Se promossi con il necessario realismo etico e politico, essi potranno dare un utile apporto al Paese.

9. Orientare la transizione
Anche Venezia ed il Nordest sono immersi nel passaggio epocale in atto in tutto il pianeta. Si tratta di una transizione, non priva di forte travaglio, dalla modernità al postmoderno, di cui tutti gli uomini e le donne del nostro tempo portano i segni. Questo rapido e tumultuoso cambiamento, questa transizione appunto, è particolarmente evidente in ambito sociale, culturale, economico e politico. Per questo sono lieto di comunicare che i giorni scorsi ho formalmente istituito le prime due Unità di lavoro per la transizione (U.L.Tra), una per il litorale e l’altra per la città lagunare.
Sono organismi che, con preciso riferimento alla Dottrina Sociale della Chiesa, intendono mettere in collegamento persone che operano negli svariati ambiti della società civile in vista di un confronto e di una collaborazione aperta a tutti.
Ben coscienti della netta distinzione che intercorre tra realtà ecclesiale e società civile, questi organismi opereranno al fine di valorizzare, mediante proposte concrete, il bene politico primario dell’essere insieme.
Le Unità di lavoro per la Transizione non nascono a tavolino ma sono il frutto dell’impegno pluriennale di uomini e donne del Patriarcato in ambito sociale, culturale e politico. Soprattutto lungo l’arco della Visita Pastorale abbiamo colto l’esigenza di creare queste realtà per dare stabilità ad una trama ormai significativa di relazioni ecclesiali e civili.
Consapevoli delle inevitabili implicazioni sociali della vita cristiana, ognuna di queste Unità di lavoro per la transizione, la cui fisionomia sarà singolare e specifica perché ben radicata nel territorio in cui opera, favorirà la presenza stabile ed operosa delle comunità parrocchiali, delle aggregazioni di fedeli e di ogni cristiano nella società civile.
La loro attenzione sarà rivolta al con e al per dell’altro, qualunque sia il suo credo religioso e politico. Con umiltà daranno il loro contributo di solidarietà, di idee e di iniziative.
Una particolare attenzione verrà portata all’evoluzione del mondo del lavoro che chiede di essere ripensato – il doloroso caso di Marghera ancora privo di prospettive insegni ..! – all’interno della complessa rete di fattori entro i quali oggi è imprescindibile affrontare ogni questione sociale.

10. Gesù Cristo, preziosa risorsa
Al termine di questa celebrazione eucaristica, uscendo sul sagrato, invocheremo la benedizione su Venezia e il Nordest, il territorio, gli abitanti e i visitatori. Lo faremo adorando il Signore presente nel sacramento dell’Eucaristia, segno efficace dell’amore di Dio. È questo amore il fondamento, la garanzia e il sostegno del nostro sperare. «Dio – infatti – non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Vangelo, Gv 3,17). In questo amore Dio ci tiene saldi e legati strettamente a Sé. È in forza di questo amore che “la città serenissima” ritrova “salute”.
La speranza cristiana non è una virtù privata, ma di tutta la comunità ecclesiale il cui unico scopo è testimoniare che Gesù Cristo Redentore è, anche in quest’epoca post-moderna, preziosa risorsa per l’umanità intera.
In questo Vespero di festa lo Spirito Santo ci conduca a conoscere, amare e servire Cristo. San Paolo rafforza questo nostro proposito: «Cristo in voi, speranza della gloria» (Col 1,27). Amen.


Fonte: angeloscola.it.

giovedì 30 giugno 2011

Scola a Milano: il commento di un lettore

Ho ricevuto la richiesta, da parte di un lettore, di pubblicare un commento all'articolo di due giorni fa, in cui davo l'annuncio dell'avvenuta nomina del nostro patriarca Angelo Scola ad arcivescovo di Milano. A causa dell'estensione dell'intervento, e per una maggiore fruibilità di lettura, questo intervento non può essere scritto nella sezione dei commenti, così lo pubblico volentieri in questo nuovo articolo.

«È difficile nascondere che alla notizia della nomina del card. Angelo Scola ad arcivescovo di Milano noi Veneziani siamo stati colti da profondo sgomento: a nemmeno due mesi dal trasferimento di mons. Beniamino, la diocesi è stata provata ulteriormente dalla revoca della sua guida pastorale, e ciò ci sembra tanto più difficile da accettare anche a motivo della familiarità e del legame che in quasi 10 anni si è instaurato con il nostro Patriarca, una relazione che da sempre i veneziani sentono in modo speciale ma che, in questo caso, si era stabilita in modo ancor più solido e per certi aspetti inedito. Angelo Scola non è stato per Venezia soltanto un pastore, ma un vero attore, un protagonista della società civile: ne è prova l'eredità che ci lascia: un'istituzione universitaria d'eccellenza qual è il Marcianum, la fondazione Oasis, l'importante lascito culturale e intellettuale che ad essi, e non solo, è seguito, oltre all'instancabile azione pastorale volta a sanare i conflitti sociali, anche al di là dell'appartenenza alla comune fede cristiana.

Recentemente l'evento della visita pastorale del Papa nel Nordest ha rappresentato in modo assai chiaro che la missione spirituale e sociale non solo dei soggetti legati alle realtà ecclesiali ma, in modo esteso, di tutta quella popolazione è la continuazione di ciò che l'antico Patriarcato di Aquileia ha significato, una missione che si traduce nel vivere una vita buona corroborata dalla comune fede religiosa professata, che sia anche il riflesso della creatività e dell'operosità che ne hanno garantito l'esistenza allargandosi anche oltre i confini nazionali e delle singole civiltà: questo impulso certamente non si è esaurito, anche nel travaglio della società odierna. Dunque una vita buona e la professione di una fede comune che avevano ed hanno sicuramente più di un riferimento stabile, ma che riconoscono specialmente, almeno riguardo all'ambito religioso, nella persona del Patriarca una direzione da seguire, in ragione, come si diceva, di una storia religiosa e civile le cui radici sono le stesse. Di qui discende il prestigio della sede patriarcale, la cui continuità storica tra ieri e oggi è stata chiaramete significata dal pellegrinare del Papa da Aquleia a Venezia.

È risaputo che Venezia, unica sede Patriarcale nell'Occidente, insieme a Lisbona, è stata la sola che nel secolo scorso ha dato alla Chiesa ben tre papi, per questo e non solo il trasferimento a Milano ci appare inedito, e, poiché inaspettato, certamente più doloroso. Infatti non esistono precedenti a riguardo, dovendo relegare i casi di Gianalberto Badoer (Badoaro) (trasferito a Brescia nel 1706) e di Ján Pyrker (trasferito a Eger nel 1827) a debite eccezioni di natura essenzialmente politica: bisogna ricordare che la storia della Chiesa di quegli anni si è intrecciata sovente proprio con i meccanismi della politica, basti pensare che il ministero del cardinalato, benché concesso dalla sede apostolica, veniva richiesto dagli esercizi temporali, dagli stati sovrani come la Repubblica della Serenissima, che di fatto è la vera autorità temporale e spirituale agente in quel tempo, con potere di nomina e revoca dei proprio vescovi (per esempio i vescovi di Brescia di quegli anni erano tutti veneziani, essendo Brescia stata annessa da 300 anni alla Serenissima). Più tardi, negli anni del declino, Venezia subisce dapprima la spoliazione napoleonica e successivamente l'annessione all'Austria, perdendo di fatto ogni autorità sia in campo civile che religioso.

Occorre allora domandarsi: perché il Papa ha voluto il Patriarca alla guida della diocesi di Milano? Se da una parte - per le ragioni sopra esposte - questo inevitabilmente ha determinato il declassamento della diocesi Veneziana e in un certo senso la perdita dell'antico prestigio, per cui tanti fedeli ne sono rimasti amareggiati, occorre anche spiegare, senza nascondersi, che la ragione di fondo risiede nella crisi in cui versa da tempo la diocesi ambrosiana, apparsa tanto grave che per risolverla il Papa ha ritenuto di inviare la medicina più efficace, la migliore secondo lui, stante il fattore dell'età rappresentasse un detraente. Non sto qui a dilungarmi sulle ragioni e sui sintomi di questa crisi, mi basti citare alcuni casi eclatanti quali la controversa redazione del nuovo lezionario ambrosiano, la mancata recezione ed anzi l'avversione al motu proprio "Summorum Pontificum", il consistente calo delle vocazioni sacerdotali e le voci di dissenso che sovente si sono levate da molte personalità di prim'ordine di cui l'arcivescovo emerito si è circondato, come mons. Manganini. A questo si accompagna un fattore ancora più stringente, che molti autorevoli vaticanisti non hanno mancato di sottolineare, vale a dire le accuse e i veleni che per più di un anno hanno attraversato l'Istituto Toniolo, vera "cassaforte culturale ed economica dell'Università Cattolica", al centro di conflitti su nomine e gestione, tanto da creare un vero e proprio caso diplomatico (recentemente Tettamanzi è stato convocato in Vaticano a colloquio con il Papa e il Segretario di Stato). Una delle chiavi della nomina sta proprio in questo, cioè nell'incapacità dell'arcivescovo di gestire queste tensioni, e certamente il nuovo arcivescovo non potrà fare a meno di confrontarsi fin dall'inizio con una realtà tanto delicata, potendo però avvalersi del suo bagaglio di amministratore capace maturato a Venezia, oltre che di procacciatore di risorse, come gli anni da Patriarca hanno dimostrato.

Resta a questo punto la questione dolorosa della successione: e qui si tratta di interpretare il ruolo che Venezia ha ed avrà nel prossimo futuro, considerando anche il fatto che il quadro del tessuto sociale del veneziano e dell'intero Nordest è ben lontano dall'apparire di semplice gestione, con i suoi flussi turistici da primato nazionale che incidono in modo non indolore sulla demografia di queste terre ed anche sulle relazioni inter-personali (il caso di Venezia e del suo litorale sono un esempio illuminante). Un quadro, dunque, di tensioni sociali che ancora faticano a trovare soluzione, inserito in un contesto di crisi economica, e più in generale di crisi dei valori, che mette in discussione istituti che nella società civile di oggi appaiono sempre più come inattuali e superati.
C'è da dire anche che dopo Angelo Scola Venezia non sarà più la stessa di prima e di questo la nomina del successore dovrà tener presente: se sarà uno dei nomi vagliati e scartati per Milano, ebbene questa, inevitabilmente, rappresenterà un'involuzione e sarebbe davvero difficile da accettare. Se da una parte è vero che occorre pregare lo Spirito Santo, dall'altra parte, come in tutte le cose e come è stato per la evidente forzatura che ha rappresentato il caso di Milano, si rende necessaria, una certa dose di pragmatismo, unita naturalmente alla lungimiranza pastorale; viene da chiedersi: chi prenderà in mano i tanti capitoli lasciati incompiuti dalla partenza di Scola, primo fra tutti il neo costituito polo accademico? Chi riannoderà i fili e gli spunti dei tanti discorsi del Papa in visita a Venezia, anche in vista del Convegno inter-diocesano di Aquileia 2? Chi sarà capace di continuare il dialogo interreligioso con le confessioni non cristiane e chi potrà affacciarsi con autorevolezza alla finestra dell'Oriente, cui Venezia è consustanziale? Certamente non potrà essere qualcuno improvvisato, e mi risulta difficile credere che un diplomatico o un vescovo cha abbia come credenziale una semplice affinità di tipo geografico possa fare al caso.

Personalmente un'idea ce l'avrei, e francamente, sic stantibus rebus, mi sembra francamente l'unica via praticabile: non serve andare troppo lontano, se si ricorda che Scola era nato a Malgrate, basterebbe spostarsi solo un di un poco più a sud, per arrivare in Brianza, in un paese che si chiama Merate, e che alla fine non ci suonerebbe nemmeno così estraneo».

Lettera firmata

martedì 28 giugno 2011

Le parole del patriarca alla diocesi

“Voglio vivere questa nomina come uno scambio di amore”. Con queste parole il cardinale patriarca di Venezia Angelo Scola ha annunciato alla comunità veneziana la propria nomina ad arcivescovo di Milano, appena ufficializzata dalla Santa Sede. L’annuncio è stato dato in contemporanea a mezzogiorno dalla sala stampa vaticana e dallo stesso card. Scola nel Palazzo patriarcale di fronte a vescovi, sacerdoti, fedeli e giornalisti convocati per la circostanza. “Potete ben capire come non sia facile per me darvi questa notizia – ha esordito il porporato -. E proprio per questo saprete essere magnanimi nei miei confronti. Vi dico semplicemente che ho accolto in obbedienza la decisione del Papa perché è il Papa”. “Debbo riconoscere – ha proseguito il patriarca - che in questo momento il mio cuore è un po’ travagliato. Da una parte, ci sono il fascino della splendida avventura vissuta nelle terre di Marco che dura ormai quasi da un decennio, e il dolore per il distacco da voi che, per dirlo con l’Apostolo Paolo, «mi siete diventati cari»”; dall’altra, “mi aspetta la Chiesa di Milano, quella in cui sono stato svezzato contemporaneamente alla vita e alla fede”. Tuttavia “molto di più che questi argomenti di carattere personale, conta la disposizione ad accogliere il disegno di Dio nella mia vita” che “passa dall’azione dello Spirito Santo nella Chiesa e in essa, in modo speciale, dal ministero del Santo Padre”.
“Dio è sempre più grande e il Suo disegno su di noi, quando è accolto con animo aperto, è sempre il più conveniente, non solo per la propria persona ma anche per quanti ci sono stati affidati” ha detto ancora il card. Scola. Di qui l’esortazione: “Siamo chiamati a guardare il disegno del Padre, voi ed io insieme, con gli occhi ed il cuore di chi ama la Chiesa nella sua splendente universalità che poggia su un’incessante comunione tra le Chiese particolari: da Marco ad Ambrogio, da San Lorenzo Giustiniani a San Carlo, per limitarmi alle radici profonde delle Chiese che sono in Venezia e in Milano”. “Voglio vivere questa nomina come uno scambio di amore” ha assicurato il card. Scola. “Con questo spirito – ha aggiunto - accolgo la decisione del Santo Padre e chiedo a voi di fare parimenti”. Quindi alcuni dati “tecnici”: “Lascio la vita del Patriarcato in ottime mani”; “il popolo cristiano e, soprattutto, il presbiterio veneziano, sono garanzia di un futuro pieno di speranza”. Il card. Scola ha informato di essere stato nominato dal Papa amministratore apostolico, con le facoltà di vescovo diocesano, fino al 7 settembre. Dal giorno successivo mons. Beniamino Pizziol, vescovo di Vicenza, gli succederà nell’incarico fino alla presa di possesso del nuovo patriarca.

Fonte: SIR

Discorso del patriarca

Eminenza, Eccellenza,

Fratelli nel sacerdozio,

Carissimi fedeli,

Vi ho convocato in questa preziosa Sala del Tintoretto per comunicarVi la decisione del Santo Padre, portata a mia conoscenza qualche giorno fa, di nominarmi Arcivescovo di Milano.

Potete ben capire come non sia facile per me darVi questa notizia. E proprio per questo saprete essere magnanimi nei miei confronti.

Vi dico semplicemente che ho accolto in obbedienza la decisione del Papa perché è il Papa.

Con sincerità debbo riconoscere che in questo momento il mio cuore è un po’ travagliato. Da una parte, ci sono il fascino della splendida avventura vissuta nelle terre di Marco che dura ormai quasi da un decennio, e il dolore per il distacco da Voi che, per dirlo con l’Apostolo Paolo, «mi siete diventati cari» (1Ts 2,8); dall’altra, mi aspetta la Chiesa di Milano, quella in cui sono stato svezzato contemporaneamente alla vita e alla fede.

Tuttavia molto di più che questi argomenti di carattere personale, conta la disposizione ad accogliere il disegno di Dio nella mia vita. Sono certo che questo disegno passa dall’azione dello Spirito Santo nella Chiesa e in essa, in modo speciale, dal ministero del Santo Padre. Nonostante i miei limiti, grazie all’educazione ricevuta fin dall’infanzia, ho imparato che Dio è sempre più grande e il Suo disegno su di noi, quando è accolto con animo aperto, è sempre il più conveniente, non solo per la propria persona ma anche per quanti ci sono stati affidati.

Siamo quindi chiamati a guardare il disegno del Padre, Voi ed io insieme, con gli occhi ed il cuore di chi ama la Chiesa nella sua splendente universalità che poggia su un’incessante comunione tra le Chiese particolari: da Marco ad Ambrogio, da San Lorenzo Giustiniani a San Carlo, per limitarmi alle radici profonde delle Chiese che sono in Venezia e in Milano.

Voglio vivere questa nomina come uno scambio di amore. Mi ha confortato in questi giorni una bella affermazione del nostro Proto-Patriarca contenuta ne “Il capitolo dell’amore” (XI, 1): «Nessuno è mai avvinto più ardentemente di quanto è avvinto dall’amore. E non si può non amare, quando si sa di essere amati. E che si è amati e si ama, lo si intende dai doni che ci si scambia in testimonianza di questo amore». Con questo spirito accolgo la decisione del Santo Padre e chiedo a Voi di fare parimenti.

Tengo a dirVi che lascio la vita del Patriarcato in ottime mani. La simultanea partenza di S.E. Mons. Beniamino Pizziol e la mia possono, di primo acchito, creare qualche sconcerto. Eppure, esaminate le cose con il realismo della fede, sono certo che il popolo cristiano e, soprattutto, il presbiterio veneziano, sono garanzia di un futuro pieno di speranza. La Visita Pastorale e il modo con cui tutta la Diocesi e la società civile hanno vissuto e stanno cominciando a mettere a frutto il dono della presenza del Papa tra noi ne sono solida conferma.

I mesi che ci separano dalla nomina del nuovo Patriarca non lasceranno la Diocesi senza guida. Il Santo Padre mi ha nominato Amministratore Apostolico, con le facoltà di Vescovo diocesano, fino al giorno 7 settembre. Inoltre, già da ora posso comunicare di aver chiesto che S.E. Mons. Beniamino Pizziol mi succeda come Amministratore Apostolico dal giorno 8 settembre fino alla presa di possesso del nuovo Patriarca.

A tenore di quanto stabilito dalle norme della Chiesa, non è possibile procedere alla nomina del Vicario Generale. È mia intenzione, tuttavia, portare a termine la consultazione perché possa essere di aiuto per il futuro. Inoltre, da oggi cessano le facoltà dei Vicari Episcopali, così come le funzioni dei Consigli Presbiterale e Pastorale. Tuttavia, per assicurare il normale svolgimento della vita nel Patriarcato, mi è consentito di procedere alla nomina di Delegati (cf. canoni 416-417 e Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi Apostolorum successores, Appendice nn. 233-247).

Invito i sacerdoti, le comunità parrocchiali e religiose, ad elevare ferventi preghiere per la nomina del nuovo Patriarca e per le necessità del Patriarcato. Nella Basilica Cattedrale di San Marco e in tutte le altre chiese della Diocesi si celebrino Sante Messe con il formulario previsto dal Messale romano per l’elezione del Vescovo (cf. Apostolorum successores n. 247).

Avremo modo in occasione della Festa del Redentore e degli atti di congedo, agli inizi di settembre, di ritornare sul cammino di questi anni, sul futuro della nostra Chiesa e della nostra amata Venezia di terra e di mare. Potrò così ringraziare debitamente della comunione e della collaborazione che mi è stata offerta in questi anni, a cominciare dalla discreta e preziosa amicizia del Cardinale Marco.

Voglio rivolgere un saluto molto intenso a quanti stanno partecipando ai Grest, ai campi scuola, alle vacanze estive. Ho nel cuore in modo speciale e chiedo la preghiera dei bambini, degli anziani, degli ammalati e dei più poveri ed emarginati. Così come mi affido particolarmente alla preghiera dei monasteri del nostro Patriarcato.

Per ora rinnoviamo il nostro affidamento alla tenera protezione della Vergine Nicopeia che anche in questa occasione ci accompagnerà alla vittoria della fede, della speranza e della carità.


+ Angelo Card. Scola


Venezia, 28 giugno 2011

Il patriarca Angelo Scola traslato a Milano

Quest'oggi papa Benedetto XVI ha reso pubblica la nomina del cardinale Angelo Scola, finora patriarca della nostra diocesi, ad arcivescovo di Milano. Giungendo dalla carica di rettore della pontificia università lateranense, il cardinale Scola era stato destinato alla sede lagunare il 5 gennaio 2002, nominato da papa Giovanni Paolo II a succedere al patriarca emerito cardinale Marco Cè, che a sua volta aveva retto il patriarcato dal 1978, succedendo all'indimenticato cardinale Albino Luciani. Fece il suo ingresso solenne nella basilica di San Marco a Venezia nel marzo dello stesso anno, e ricevette il pallio degli arcivescovi metropoliti il 29 giugno, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, dalle mani del beato papa Giovanni Paolo II. Quindi, l'anno successivo, fu creato cardinale con il titolo dei Santi XII Apostoli, nel Concistoro del 21 ottobre.
A Venezia ha svolto una visita pastorale nel patriarcato, cominciata nel 2005 e conclusasi lo scorso 8 maggio, con l'Assemblea nella Basilica Cattedrale di San Marco presieduta da papa Benedetto XVI. Ha inoltre istituito, nel settembre 2003, il polo pedagogico accademico Studium Generale Marcianum, di cui diventa Gran Cancelliere, ed ha promosso la fondazione OASIS, che promuove la reciproca conoscenza e l'incontro tra cristiani e musulmani, con una particolare attenzione alla realtà delle minoranze cristiane nei paesi a maggioranza musulmana.
Nel novembre 2010, in occasione dell'imminente visita del Santo Padre Benedetto XVI, ha rivolto ai fedeli del patriarcato di Venezia la sua unica lettera pastorale.
Per la nostra cittadina di Caorle è importante il ricordo che ha lasciato nella nostra parrocchia, guidando in due occasioni la festa annuale della Madonna dell'Angelo di luglio, amministrando una volta ai ragazzi il Sacramento della Cresima, celebrando due volte la festa quinquennale della Madonna dell'Angelo e visitando in più circostanze la nostra parrocchia, nella quale volle che si tenessero due incontri dei bambini e ragazzi del patriarcato nonché una volta l'incontro delle coppie di sposi. Ha ricevuto, nell'estate 2004, la cittadinanza onoraria di Caorle, per volontà della giunta guidata dal sindaco Marco Sarto.
Non si può, inoltre, dimenticare il suo impegno per la costruzione della nuova chiesa di Porto Santa Margherita, tanto voluta dall'attuale parroco don Antonio Gusso, che ha consacrato personalmente due anni fa, nel 2009, e dei suoi molteplici interventi nel monastero del Marango, dove lo scorso anno ha celebrato la professione alla vita monastica di un membro di quella comunità.
Insieme all'augurio perché la sua missione di pastore non cessi di produrre buoni frutti ed una particolare preghiera per l'impegnativo compito affidatogli dal papa, non possiamo nascondere il nostro rammarico, sia per l'affetto che, dopo nove anni, si era ormai consolidato verso di lui da parte di tutte le realtà del patriarcato, sia per la situazione in cui si verrà a trovare nel prossimo futuro la nostra diocesi: traslato a Vicenza il vescovo ausiliare, nonché vicario generale e stretto collaboratore del patriarca, mons. Beniamino Pizziol lo scorso aprile, oggi anche il capo della nostra comunità diocesana ci lascia. Vogliamo quindi rivolgere una accorata preghiera al Signore perché sostenga il nostro patriarcato in questo difficile momento di transizione, ed illumini il papa ed i vescovi suoi collaboratori nella nomina del nuovo pastore della nostra Chiesa.

lunedì 30 maggio 2011

Il saluto della diocesi a mons. Beniamino

Dopo l'annuncio, prima di Pasqua, della nomina del vescovo ausiliare della nostra diocesi a vescovo di Vicenza, è giunto il momento per mons. Beniamino Pizziol di lasciare la nostra diocesi per fare il suo ingresso nella sua nuova terra. Il 19 giugno prossimo, domenica della Santissima Trinità, è prevista nella Cattedrale di Santa Maria Annunciata di Vicenza la Santa Messa per l'inizio del suo ministero pastorale; ma prima il nostro patriarcato vuole esprimere tutta la sua riconoscenza e porgere il suo più cordiale saluto al suo già vescovo ausiliare, che per tanti anni ha servito la Chiesa di Venezia. Questo momento si svolgerà nella Basilica Cattedrale di San Marco alle ore 18:30 di mercoledì prossimo, 1° giugno; l'evento sarà inoltre trasmesso in diretta da Telechiara (canale 14 del digitale terrestre oppure in internet, cliccando su questo collegamento, funziona solo con Internet Explorer) e da Bluradio Veneto (frequenza FM 88.70 • 92.00 • 94.60 oppure in internet, su questo collegamento, cliccando sul play dove c'è scritto "streaming").
Propongo di seguito l'estratto del saluto indirizzato a mons. Beniamino dal nostro patriarca, il cardinale Angelo Scola, pubblicato sul suo blog angeloscola.it; credo riassuma un po' i sentimenti ed i pensieri di tutti noi nei confronti del nostro vescovo ausiliare ora in partenza per la diocesi di Vicenza.

La partenza del Vescovo Beniamino avviene subito dopo il dono della Visita del Santo Padre e quello della Beatificazione dell’amato Giovanni Paolo II, segni potenti, tangibili della presenza di Gesù che è risorto ed è sempre con noi (Antifona della Messa del giorno di Pasqua).
In questi giorni così intensi possiamo dire di aver gustato le primizie della Sua resurrezione: sul dolore per il distacco vince la gioia per il dilatarsi di una compagnia che si approfondisce in forza del sì di ciascuno alla volontà del Padre. Come quando un figlio o un fratello parte dalla famiglia di origine in obbedienza alla sua vocazione: la famiglia non si impoverisce. Più che l’esperienza della perdita fa l’esperienza dell’allargamento. Il cuore impara una misura più grande, accostandosi un po’ di più all’ampiezza, alla lunghezza, all’altezza e alla profondità dell’amore di Cristo.
Uno dei più importanti semi gettati da Benedetto XVI durante la sua preziosa visita nelle nostre terre è stato il potente richiamo alla comunione: «Siate nelle vostre Chiese e in seno alla società “quasi beatorum chorus” come affermava Girolamo del clero di Aquileia, per l’unità della fede, lo studio della Parola, l’amore fraterno, l’armonia gioiosa e pluriforme della testimonianza ecclesiale» (Benedetto XVI, Saluto ad Aquileia, 7 maggio 2011).
Davvero siamo stati confermati nella fede e i vincoli di comunione tra le Chiese del nuovo Nord Est, oggi in particolare con quella di Vicenza, si sono rinsaldati.
Con il cuore pieno di gratitudine per la sovrabbondanza di questi doni, e reso più certo del disegno buono con cui la Provvidenza ci conduce, ripetiamo il nostro grazie al Vescovo Beniamino per l’instancabile, intelligente dedizione con cui ha servito la nostra Chiesa.

mercoledì 4 maggio 2011

Visita del papa, intervista del patriarca

A pochissimi giorni dalla visita del Santo Padre Benedetto XVI al nostro territorio, alle Chiese del Nordest, ad Aquileia e Venezia, trasmettiamo un breve riassunto e l'intervista rilasciata qualche tempo fa dal nostro patriarca, il cardinale Angelo Scola, all'emittente televisiva cattolica Telepace.
Il papa, esordisce il patriarca, viene per ciascuno di noi, e ciò è confermato dalla frase scelta per rappresentare questa visita: "Tu conferma la nostra fede", un Tu che ricorda il dialogo tra Gesù e Pietro, il "Mi ami tu". La visita del papa ci fa interrogare sul nostro cammino rispetto a Dio: la venuta del papa è una possibilità eccezionale che non deve essere persa da tutti, dai credenti in primo luogo ma anche da tutte le persone di buonsenso. E' necessaria, però, l'umiltà di accogliere il papa, la capacità e la disposizione all'ascolto, cosa che oggi sembra sempre più venire meno. L'ascolto è la capacità di ricevere, che implica un lasciarsi svuotare; da questo punto di vista la visita del papa è una grandissima occasione per chiunque sia capace di ascoltare, svuotato da ogni pregiudizio, almeno come tentativo di essere critici.
Il patriarca, appositamente interrogato, pone poi l'accento su che cos'è il Nordest; si intende un Nordest largo, non solo Veneto, Trentino - Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, ma tutto il territorio nato, cristianamente parlando, da Aquileia, in vista di un ripensamento del Nordest nel futuro. La fede che il papa troverà, si augura il nostro vescovo, sarà quella della Chiesa Santa di Dio che sfida uomini e donne a passare da una fede di convenienza ad una fede per convinzione, da un essere cristiani per nascita ad esserlo per scelta. Nelle vicende del mondo che ci circonda appariamo spesso come frastornati, ma malgrado ciò sempre in piedi; la visita del papa, in questo senso, è la volontà di essere confermati da lui, farci vedere che la fede non è una favola o un'evasione fuori dal mondo, ma possibilità di essere immersi nell'oggi, capaci di pratiche virtuose.
Parlando del cuore della visita del papa come la Santa Messa al parco san Giuliano domenica prossima, il patriarca intende invitare a riscoprire il significato della Chiesa: non è propriamente il tempio, ma la volontà di lasciare le proprie case e fisicamente lasciandoci convocare da Gesù per avere parte a Lui. La Chiesa sia atto vivo, della quale bisogna che tutti comprendiamo la componente di pellegrinaggio e di sacrificio; per questo non sarà la stessa cosa, per chi non è impossibilitato a muoversi, essere presenti fisicamente al parco san Giuliano od ascoltarlo alla televisione. Alla Messa al parco san Giuliano sono invitati tutti; mentre i gesti di Aquileia e di Venezia, per motivi logistici, non potranno essere seguiti in prima persona da tutti coloro che lo desiderassero, a san Giuliano potranno venire tutti: il papa viene per il popolo di Dio.
Il patriarca si è detto, poi, molto contento del fatto che la visita del papa sia stata sentita come un fatto non esclusivo dei cattolici, malgrado la stragrande maggioranza degli abitanti del nostro territorio sia battezzata, ed il Battesimo non si può mai cancellare. La visita del papa potrà così rappresentare una possibilità di risveglio, in senso nobile, del nostro popolo, che avrà delle ricadute benefiche anche in ambito civile e culturale, oltre che spirituale, come affermato dall'allora cardinale Ratzinger: "quando la fede dice all'uomo chi è l'uomo diventa inesorabilmente cultura". Cristo Gesù, Via, Verità e Vita, ci accompagna nel quotidiano, nel modo di vivere gli affetti, il lavoro, le nostre fragilità il dolore: Cristo non è lontano da nessuno.
Commentando la scelta di non voler gravare economicamente sulle istituzioni pubbliche, il nostro vescovo dice che è stata una scelta piuttosto coraggiosa, e sottolinea come le offerte liberamente versate, oltre che per l'organizzazione, siano destinate a quel fondo che il papa silenziosamente ma continuamente devolve alle persone bisognose in ogni parte del mondo, come nei casi di grandi cataclismi naturali, ma anche per le varie realtà civili.
Particolarmente importante sarà l'incontro del papa con il mondo civile, culturale e politico; lo Studium Generale Marcianum, dice il patriarca, ha voluto organizzare una particolare Lectio Magistralis del papa a tutta la città di Venezia, in cui tutte le realtà civili della società saranno rappresentate, ma nella quale, come già avvenuto in altre parti del mondo, il papa si rivolgerà direttamente al mondo.
Per quanto riguarda l'aspetto storico della visita del Santo Padre, il porporato ha sottolinato come ormai dal 1985, con la visita di Giovanni Paolo II, Venezia non ospiti un papa; ma la visita del papa sarà storica anche per il fatto che il mondo che incontrerà qui il pontefice è molto diverso da quello incontrato da papa Wojtila, e quindi la sua visita aprirà ad affrontare con coraggio il futuro che ci aspetta.
In conclusione, il patriarca si augura che la visita del papa faccia sorgere la domanda che ognuno di noi, consapevolmente o meno, si pone al risveglio ogni giorno, ossia la compagnia di Dio.

Di seguito potete ascoltare l'intera intervista:

sabato 30 aprile 2011

Il patriarca intervistato su Giovanni Paolo II

In un'intervista rilasciata ieri al sito ilsussidiario.net, poi continuata sul blog angeloscola.it il nostro patriarca, cardinale Angelo Scola, ricorda il papa che lo ha nominato Patriarca di Venezia nel 2002 e cardinale nel 2003. Eccone alcuni stralci.

Vi racconto il Giovanni Paolo II che ho conosciuto
A cura di Federico Ferraù

Eminenza, che ricordo personale ha di Giovanni Paolo II?

La prima volta che salii sull’altare con lui, nel 1979, rimasi colpito dal suo modo di celebrare. Giovanni Paolo II era un papa “mistico”, che viveva un rapporto di straordinaria immediatezza con Dio. Non c’è da sorprendersi che la gente ne abbia invocato fin dal giorno della sua morte la santità. Bastava vederlo pregare. Quando si andava a pranzo da lui, si passava per la cappella a dire l’Angelus. Tutti noi pensavamo che fosse una questione di 30 secondi. A volte, invece, durava così a lungo che non si riusciva più a stare in ginocchio sul pavimento. Il papa si immergeva davvero nella preghiera, per lui non c’erano più né tempo né spazio. Lo si vedeva anche dal movimento delle labbra. Nella sua preghiera io ho percepito - o meglio, ho visto - un dialogo con Dio profondo, ininterrotto. Come un respiro, il Santo Padre emetteva dei suoni come il gorgogliare di un torrente che non si ferma mai. Una cosa impressionante.

Giovanni Paolo II è stato un grande devoto di Maria. Che cosa insegna questa devozione alla Chiesa del nostro tempo?

È fonte di benefica umiltà per ogni cristiano. Maria infatti è l’espressione più potente della Chiesa Immacolata e insegna a tutti i fedeli, uomini e donne, che Cristo Sposo è l’ineffabile dono per la Chiesa Sposa. Di fronte a Lui tutti siamo per così dire anzitutto “passivi”, cioè nella posizione di chi innanzitutto riceve.
Inoltre Maria, paradigma di ogni maternità, è colei che in qualunque circostanza, anche la più sfavorevole, ci accompagna a Gesù. È vergine e madre. Per questo amo definire Maria come “la donna”.

L’ultima parte del pontificato di Giovanni Paolo II è stata segnata da un rapporto con la verità (e con la guida della Chiesa) sofferto, interiormente combattuto, soprattutto a causa della malattia. Il gigante che ha segnato così profondamente la storia mondiale non ha avuto paura di mostrarsi in tutti i suoi limiti. Che cosa insegna da questo punto di vista il beato Wojtyla, come uomo e come successore di Pietro?

Nella fase finale della sua vita Giovanni Paolo II ha incarnato la grande affermazione paolina: “Quando sono debole, è allora che sono forte”. “Basta la tua grazia”: così si esprime Paolo nella Seconda Lettera ai Corinti. Il modo con cui Giovanni Paolo II ha portato la sua sofferenza, ha esaltato il ministero petrino perché ha mostrato che il potere di governo nella Chiesa – ma non solo nella Chiesa – non è mai alla mercè di chi lo possiede. Viene sempre e solo da Dio.
Bisogna pregare ogni giorno perché chiunque ha responsabilità di governo nella Chiesa, possa viverla in questo modo.

In che cosa Giovanni Paolo II è un santo contemporaneo? A quale profonda domanda dell’uomo di oggi risponde la sua santità di vita?

La sua santità traspare secondo me in maniera luminosa dal suo appassionato impegno per la libertà. Per me Wojtyla è stato il papa della libertà ed è il santo della libertà. Una libertà però che ha continuamente bisogno di essere liberata. Come dice il Vangelo di Giovanni, chi segue Gesù “sarà libero davvero”.

L'intervista completa è consultabile ai seguenti indirizzi:

domenica 24 aprile 2011

Omelia del patriarca alla Messa di Pasqua

«… Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Rm 6,11). Con san Paolo lo diciamo, questa sera, anzitutto ai nostri fratelli catecumeni adulti che fra poco riceveranno i sacramenti dell’iniziazione cristiana, ma con un energico atto di volontà lo ricordiamo a ciascuno di noi. Guardiamo bene in faccia a quello che siamo, fratelli e sorelle. È veramente il caso di dire: «O cristiano conosci te stesso!».

E’ proprio per questi misteri dell’iniziazione che il mistero pasquale della salvezza non resta, per così dire, chiuso e confinato in Cristo, ma viene comunicato a noi uomini, resi così partecipi della realtà effettiva del Suo patire, del Suo morire, del Suo risorgere. In un’omelia pasquale del III secolo rivolta ai catecumeni si legge: «Cristo offertosi vittima per la nostra salvezza, aveva annullato la loro vita di prima, e attraverso la rinascita dall’acqua, viva imitazione della sua morte e risurrezione, aveva loro dato il dono di cominciare una vita diversa» (Ps. Crisost., Sulla Pasqua, 7).

Sant’Agostino, ricordando la notte di Pasqua del 387, in cui egli all’età di 33 anni, insieme con il figlio Adeodato e l’amico Alipio ricevette il Battesimo dalle mani di sant’Ambrogio a Milano, sintetizza in un’affermazione potente quel che provò: «Fummo battezzati. E da noi caddero via tutte le preoccupazioni della vita di prima» (Agostino, Conf. 9,6). Il cammino del popolo ebraico, che le letture bibliche della madre di tutte le veglie ci hanno fatto ripercorrere, ci ha resi più consapevoli e grati del dono della salvezza che il Crocifisso Risorto ci ha propiziato. «Per mezzo del Battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, affinché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6, 4). È veramente una vita nuova la nostra. Siamo fatti creature nuove.

«Nella resurrezione è avvenuto un salto ontologico che tocca l’essere come tale, è stata inaugurata una dimensione che ci interessa tutti e che ha creato per tutti noi un nuovo ambito della vita, dell’essere con Dio” (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, CdV 2011, 304). All’uomo, che lungo tutta la sua esistenza, dal concepimento alla morte, è sempre immerso in relazioni, viene donata una Compagnia senza fine. Egli è liberato definitivamente dal pungiglione della morte, il peccato (cfr. 1Cor 15,56). Ed il peccato è la morte più radicale, quella dello spirito e distrugge la vita individuale e collettiva.

Quale è, alla fine, il significato di ogni nuovo traguardo di progresso che scienza e tecnica, audacemente, spostano sempre più avanti? Sconfiggere la paura della morte, con tutti i suoi “anticipi”. Eppure, anche se non sempre lo ammette, l’uomo post-moderno sa che, contando sulle sole sue forze, sarebbe in questa sfida irrimediabilmente sconfitto.

Per questa ragione resiste indomabile nel cuore di ogni uomo e di ogni donna di tutti i tempi la speranza che oggi il Vangelo conferma: siamo destinati a durare per sempre. «L’angelo disse alle donne: “Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto”» (Mt 28, 5-6). L’esplosione di gioia che erompe da tutta la liturgia pasquale deriva dall’annuncio della nostra resurrezione nel nostro vero corpo. È questo il destino che ci ha meritato il crocifisso Risorto. «O uomini… che paura avevate di morire? Ecco, muoio io; ecco, patisco io; ecco, quel che temevate non temetelo più, perché io vi faccio vedere quel che dovete sperare» (Agostino, Sermo 229/H, 1.3).

La resurrezione è un seme fecondo che entra nel mondo, silenziosamente attecchisce per poi fiorire attraverso la catena dei testimoni. «E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» (At 10, 38-41).

Perché Dio volle che si manifestasse non a tutto il popolo ma a testimoni prescelti? Qual è la ragione di questo metodo con cui il Risorto sceglie di manifestarsi al mondo? Perché dobbiamo fidarci di un piccolo gruppo di discepoli? Benedetto XVI ci offre una convincente risposta. Scrive il Papa: «La domanda riguarda, però, non soltanto la risurrezione, ma l’intero modo in cui Dio si rivela al mondo. … non è forse proprio questo lo stile divino? Non sopraffare con la potenza esteriore, ma dare libertà, donare e suscitare amore» (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, 305-306).

Emerge qui il grande valore del nostro essere in relazione. Il Risorto ci fa comprendere che la vera, più profonda conoscenza passa attraverso l’altro, anzi attraverso l’amore dell’altro. Solo l’amore è credibile e dà ragione di ogni cosa. Dal dono amoroso dei testimoni passa l’evidenza della fede. La loro esperienza è contagiosa, proprio come quella che ogni uomo sperimenta nei rapporti di autentico amore: «Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande le donne corrono a dare l’annuncio ai suoi discepoli» (Mt 28, 8). L’amore è fonte privilegiata di evidenza.

Come non riconoscere con umiltà, colmi di gioia pasquale, che da questo continuo rinnovarsi di rapporti non possiamo più prescindere? Se siamo soltanto un poco sinceri con noi stessi non è di questo che abbiamo ogni giorno bisogno? Anzitutto ognuno di noi, singolarmente preso, ha sete di buone relazioni a cominciare da chi gli è prossimo. Ma anche nella società civile in tutte le sue espressioni, massimamente in ambito politico, sentiamo la necessità di rapporti rinnovati costruttivi e reciprocamente rispettosi.

«Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2). Se siete risorti, non se sarete risorti… Con la resurrezione di Gesù l’incolmabile fossato tra lassù e quaggiù è stato colmato.

Non ci sono due vite: la vita dell’al di qua e la vita dell’al di là. C’è un’unica vita, secondo un Disegno i cui contorni – tempi e modi – ci sfuggono, ma che è certamente un disegno buono. Si manifesta nel quotidiano accompagnarsi dello Spirito del Risorto a ciascuno di noi, in ogni circostanza ed in ogni rapporto. A cominciare dall’Eucaristia, la sublime azione attraverso la quale Dio si coinvolge e ci coinvolge come Chiesa nel sacrificio offerto in nostro favore dal Figlio Amato.

La Risurrezione di Gesù «salva su tutta la terra i credenti nel Cristo dall’oscurità del peccato e dalla corruzione del mondo, li consacra all’amore del Padre e li unisce nella comunione dei santi» (Exultet). Per essere confermati in questa fede e resi più consapevoli dei preziosi frutti di cui il Risorto ci fa dono ci prepariamo con gioia e vigile attesa all’ormai prossima Visita del Santo Padre.

Domenica 8 maggio celebreremo con Benedetto XVI la Santa Messa con tutte le genti latine, slave e germaniche del Nordest, nel parco di San Giuliano a Mestre.

Il grande poeta inglese Gerard Manley Hopkins (1844-1889), in una poesia giovanile intitolata “Comunione pasquale”, apre all’umanità una speranza infinita: «Le ossa male inguainate sono stanche di star curve:/ ecco Dio rafforzerà quelle fragili ginocchia». Poi erompe in questo stupendo invito: «Respirate Pasqua ora». Sia questo il nostro reciproco augurio. Buona Pasqua!

Dal sito angeloscola.it

lunedì 4 aprile 2011

Il patriarca sulla sessualità per ragazzi e ragazze

Riprendo un articolo apparso oggi sul blog del nostro patriarca, angeloscola.it, e che riporta uno dei contributi mensili del patriarca al Messaggero di Sant'Antonio sulla "vita buona". In questo articolo parla di alcuni valori apparentemente perduti nei giovani d'oggi, quali la castità ed il pudore.

Che fine hanno fatto pudore e castità? A sentir parlare molti giovani, sembrerebbero scomparsi. Però, sotto sotto, tutti i ragazzi ambiscono al bell’amore, capace di coniugare corporeità, sentimento e ragione.

Del card. Angelo Scola, patriarca di Venezia

A Venezia non è difficile, in questo periodo, trovarsi sommersi da torme di ragazzini in libertà e sentirli parlare: ce n’è da riempire il vocabolario del turpiloquio. Le espressioni e i termini più gettonati sono quelli a sfondo sessuale, ma in questo non c’è molto di nuovo sotto il sole: anche ai nostri tempi era così. La novità è che non di rado, quanto a crudezza e volgarità di linguaggio, le ragazze superano i ragazzi. Anche in questo campo la famosa differenza si è assottigliata, fino a sparire, addirittura a essere ribaltata! II pudore e la castità sono definitivamente superati, tramontati per sempre? Eppure ho ancora negli occhi lo spettacolo sorprendente di centinaia e centinaia di giovani che un anno fa, a Mestre, hanno sfilato ininterrottamente per due giorni davanti all’urna di Maria Goretti, tanto che si è dovuto lasciare aperta la chiesa fino a tarda notte. Una folla attirata da quella bambina di dodici anni che si è lasciata uccidere per custodire il tesoro della sua castità. E non erano i novizi di un convento, ma studenti qualsiasi… Gli stessi che la sera hanno gremito la chiesa e si sono fermati più di due ore a dialogare con me sul tema: «Amore, affettività, sessualità e… Maria Goretti».

«Certo che perdono ad Alessandro! E lo voglio accanto a me in Paradiso». «Ragazzi, pensate che intensità affettiva, che maturità nell’amare in queste parole di Marietta morente. Altro che sessuofobìa!» ho detto loro. E loro, colpitissimi, che volevano capire. La castità non è la virtù del divieto. Quando la Chiesa invita a evitare rapporti prematrimoniali, a non «svendere» il proprio corpo, a non svincolare la sessualità dall’amore e dalla responsabilità propone un di più, un positivo. Mi chiede di fare sul serio con la mia persona e con quella dell’altro. Di essere «signore» (dominus, dicevano i latini), veramente padrone del mio io, della mia vita e delle relazioni. Non esiste un istinto sessuale indifferenziato per gli uomini e per gli animali. Anzi, per l’uomo non si deve nemmeno parlare di istinto: vi pare che gli animali mangino come mangiamo noi? Perché, allora, «no» ai rapporti pre-matrimoniali? Qual è la convenienza di tale rinuncia? È un mettere il carro davanti ai buoi! Possedersi carnalmente quando non ci si appartiene in modo stabile infragilisce l’amore e la persona stessa. Il sesso fuori dal matrimonio è una specie di «furto». Solo il patto matrimoniale è così forte da giustificare (cioè rendere giusta di fronte a Dio e agli uomini) anche l’unione corporea. Essa infatti produce un legame potente, perché il corpo parla un linguaggio che va al di là delle intenzioni coscienti dei partners. Il significato oggettivo del sesso è più importante di quello soggettivo. Il nesso tra «per sempre» e «unione sessuale/corporea» è oggettivo. Non l’hanno inventato i preti.

Un’ultima cosa molto importante. Le ragazze in questo campo hanno una carta in più: maturano prima e si rendono conto molto prima dei ragazzi che non si può separare il corpo dal resto (sentimento e ragione) dell’io. Perciò sono le custodi del bell’amore. Giovanni Paolo II lo chiamava il «genio femminile». Questo affida loro un affascinante compito e una grande responsabilità. Il «pudore», rifiutando di svelare ciò che deve rimanere nascosto, preserva l’intimità della persona. Aiuta sguardi e gesti a essere conformi alla dignità delle persone e della loro unione.
Certo, non dobbiamo nasconderlo: il bel­l’amore non è a buon mercato. Implica sempre la «strana necessità del sacrificio». Ma il sacrificio non annulla il possesso, anzi, è la condizione che lo potenzia. Il puro piacere, infatti, non è autentico godimento, tant’è vero che finisce subito. E se resta chiuso in se stesso, lentamente annulla il possesso, lo intristisce, lo deprime. Mi colpisce il fatto che ogni volta che dico queste cose ai giovani incontro più sorpresa che obiezione.

mercoledì 16 marzo 2011

Alcune importanti indicazioni sulla visita del papa

Dalla Conferenza Episcopale Triveneta giungono le prime indicazioni per i fedeli sulla Santa Messa che il papa celebrerà il prossimo 8 maggio in parco san Giuliano a Mestre.

NORDEST – È stata dedicata in gran parte alla preparazione e alla verifica dei vari aspetti organizzativi legati alla prossima visita del Papa del 7 e 8 maggio 2011 ad Aquileia e Venezia l’odierna riunione della Conferenza Episcopale Triveneto a Zelarino (Venezia).

I Vescovi del Nordest hanno nuovamente sottolineato come la visita del Papa rappresenti una grande occasione offerta alle comunità ecclesiali e civili di queste regioni in cammino verso il secondo Convegno ecclesiale di Aquileia (aprile 2012): “Nell’incontro diretto con Benedetto XVI ci è data l’opportunità di ridestare e ravvivare il dono più bello. Ci parlerà di Gesù, vera speranza del mondo. Ci aiuterà a riscoprire che Egli è vivo, vicino e contemporaneo a noi, tocca e interessa le corde più profonde e quotidiane della nostra esistenza”.

Il momento culminante per tutti della visita pastorale del Santo Padre al Nordest sarà la grande messa della mattina di domenica 8 maggio al Parco di S. Giuliano di Mestre. Per questo, i Vescovi hanno espresso l’auspicio che da parrocchie, associazioni, movimenti ecclesiali ecc. si converga in gran numero e raccomandano di fornire al più presto l’adesione (secondo le modalità indicate nel sito www.ilpapaanordest.it o telefonando allo 041/5464417). Tale adesione – che permette di ottenere il pass d’ingresso – è un semplice gesto per favorire un migliore e ordinato afflusso dei fedeli all’area del Parco.

Alcune note tecnico-logistiche
Mentre il Comitato organizzatore sta definendo – con i diversi interlocutori istituzionali e tecnici – la complessa logistica di tale momento per consentire a tutti di vivere una celebrazione bella e ordinata, emergono alcune prime concrete indicazioni per i fedeli che parteciperanno alla messa a S. Giuliano:

· L’assistenza e il supporto di oltre mille volontari garantirà a tutti la possibilità di partecipare pienamente e in modo ordinato al gesto eucaristico.

· L’area del Parco sarà opportunamente allestita con un numero adeguato di punti di ristoro e soccorso (con ambulanze e servizio medico), servizi igienici e maxischermi.

· Alle diocesi e alle persone più lontane l’invito è quello di valutare l’opportunità di raggiungere Mestre in treno, anche attraverso l’organizzazione di appositi treni speciali; è garantita, infatti, la presenza di navette che, a ciclo continuo e dal primo mattino, collegheranno la stazione ferroviaria al Parco.

· Per chi arriverà invece a Mestre con l’auto o con i pullman saranno presto indicati dalla segreteria organizzativa i parcheggi scambiatori di riferimento (previsti entro un raggio di un massimo di 4 km di distanza dal Parco) e da cui partiranno, in continuazione, le navette per S. Giuliano.

· Nei pressi del Parco sarà predisposta, inoltre, un’area di parcheggio per le biciclette per chi sceglierà (come hanno già fatto in molti) questo mezzo che si configura come particolarmente adeguato alla circostanza.

· Il Parco di S. Giuliano – e l’accesso ai settori dell’area liturgica – sarà aperto già a partire dalle ore 6.00 e fino alle ore 9.00, orario per il quale tutto dovrà essere pronto per la celebrazione con il Papa. I fedeli sono invitati, perciò, ad arrivare con buon anticipo nell’area e a considerare con molta attenzione i tempi di spostamento necessari dai parcheggi scambiatori o dalla stazione ferroviaria per il Parco. Il tragitto a piedi dei pellegrini all’interno del Parco non sarà, prevedibilmente, superiore al quarto d’ora.

· All’area liturgica del Parco i fedeli accederanno progressivamente al momento del loro arrivo.

· Solo tre settori avranno una destinazione particolare: uno per i malati e diversamente abili, uno per seminaristi e chierichetti ed un altro ancora per le rappresentanze civili ed ecclesiali.

· Malati e diversamente abili potranno accedere al settore con, al massimo, un accompagnatore ciascuno; per favorire l’organizzazione gli interessati sono invitati a dare la loro adesione già entro il 1° aprile p.v. (sempre attraverso il sito www.ilpapaanordest.it o telefonando allo 041/5464417).

· Tale scadenza del 1° aprile vale anche per seminaristi e chierichetti che dovranno dare la loro adesione tramite i referenti diocesani e parrocchiali.

· Il deflusso dal Parco di S. Giuliano alla stazione ferroviaria e ai parcheggi scambiatori sarà garantito dal momento della fine della messa a circa metà pomeriggio (l’orario esatto sarà presto definito e comunicato).

· Ferma restando l’opportunità di preannunciare la presenza alla messa attraverso lo strumento delle “adesioni” per favorire una buona organizzazione, rimane in ogni caso aperta la possibilità per tutti – fino ad un’ora prima della messa – di accedere all’area liturgica del Parco.

Il coinvolgimento della società civile
Con il progredire dell’organizzazione dell’evento si registra un crescente coinvolgimento di varie realtà ed espressioni della società civile che desiderano esprimere il loro particolare benvenuto al Papa.

Ad esempio, molto bello e suggestivo si preannuncia l’arrivo del Papa al molo di S. Marco nella serata di sabato 7 maggio: Benedetto XVI, al suo giungere nel Bacino di S. Marco, riceverà una speciale accoglienza da uno schieramento di barche delle associazioni di “Vela al terzo” (le tipiche imbarcazioni con vela quadrata di vari colori).

La mattina di domenica 8 maggio, per il trasferimento dal Parco di San Giuliano a S. Marco, si formerà un corteo acqueo allestito dalle società remiere veneziane che accompagnerà il Papa, al suo arrivo dal Rio di Cannaregio e a partire al suo ingresso in Canal Grande (all’altezza della chiesa dei Ss. Geremia e Lucia), fino a S. Marco.

Mentre si stanno completando le collette straordinarie nelle varie diocesi (a Udine e Treviso sono fissate per domenica 27 marzo), continua la raccolta di offerte e donazioni – in particolare attraverso il c/c postale e bancario – secondo le modalità indicate sul sito e che sta documentando, sin dai primi riscontri, il generoso desiderio di molti fedeli di contribuire concretamente alla preparazione dell’evento, ciascuno secondo le sue possibilità.

Fonte: http://angeloscola.it/
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...