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giovedì 11 ottobre 2012
Apertura dell'Anno della Fede
cari fratelli e sorelle!
Con grande gioia oggi, a 50 anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, diamo inizio all’Anno della fede. Sono lieto di rivolgere il mio saluto a tutti voi, in particolare a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca di Costantinopoli, e a Sua Grazia Rowan Williams, Arcivescovo di Canterbury. Un pensiero speciale ai Patriarchi e agli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali Cattoliche, e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali. Per fare memoria del Concilio, che alcuni di noi qui presenti – che saluto con particolare affetto - hanno avuto la grazia di vivere in prima persona, questa celebrazione è stata arricchita di alcuni segni specifici: la processione iniziale, che ha voluto richiamare quella memorabile dei Padri conciliari quando entrarono solennemente in questa Basilica; l’intronizzazione dell’Evangeliario, copia di quello utilizzato durante il Concilio; la consegna dei sette Messaggi finali del Concilio e quella del Catechismo della Chiesa Cattolica, che farò al termine, prima della Benedizione. Questi segni non ci fanno solo ricordare, ma ci offrono anche la prospettiva per andare oltre la commemorazione. Ci invitano ad entrare più profondamente nel movimento spirituale che ha caratterizzato il Vaticano II, per farlo nostro e portarlo avanti nel suo vero senso. E questo senso è stato ed è tuttora la fede in Cristo, la fede apostolica, animata dalla spinta interiore a comunicare Cristo ad ogni uomo e a tutti gli uomini nel pellegrinare della Chiesa sulle vie della storia.
L’Anno della fede che oggi inauguriamo è legato coerentemente a tutto il cammino della Chiesa negli ultimi 50 anni: dal Concilio, attraverso il Magistero del Servo di Dio Paolo VI, il quale indisse un «Anno della fede» nel 1967, fino al Grande Giubileo del 2000, con il quale il Beato Giovanni Paolo II ha riproposto all’intera umanità Gesù Cristo quale unico Salvatore, ieri, oggi e sempre. Tra questi due Pontefici, Paolo VI e Giovanni Paolo II, c’è stata una profonda e piena convergenza proprio su Cristo quale centro del cosmo e della storia, e sull’ansia apostolica di annunciarlo al mondo. Gesù è il centro della fede cristiana. Il cristiano crede in Dio mediante Gesù Cristo, che ne ha rivelato il volto. Egli è il compimento delle Scritture e il loro interprete definitivo. Gesù Cristo non è soltanto oggetto della fede, ma, come dice la Lettera agli Ebrei, è «colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (12,2).
Il Vangelo di oggi ci dice che Gesù Cristo, consacrato dal Padre nello Spirito Santo, è il vero e perenne soggetto dell’evangelizzazione. «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18). Questa missione di Cristo, questo suo movimento continua nello spazio e nel tempo, attraversa i secoli e i continenti. E’ un movimento che parte dal Padre e, con la forza dello Spirito, va a portare il lieto annuncio ai poveri di ogni tempo – poveri in senso materiale e spirituale. La Chiesa è lo strumento primo e necessario di questa opera di Cristo, perché è a Lui unita come il corpo al capo. «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). Così disse il Risorto ai discepoli, e soffiando su di loro aggiunse: «Ricevete lo Spirito Santo» (v. 22). E’ Dio il principale soggetto dell’evangelizzazione del mondo, mediante Gesù Cristo; ma Cristo stesso ha voluto trasmettere alla Chiesa la propria missione, e lo ha fatto e continua a farlo sino alla fine dei tempi infondendo lo Spirito Santo nei discepoli, quello stesso Spirito che si posò su di Lui e rimase in Lui per tutta la vita terrena, dandogli la forza di «proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista», di «rimettere in libertà gli oppressi» e di «proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
Il Concilio Vaticano II non ha voluto mettere a tema la fede in un documento specifico. E tuttavia, esso è stato interamente animato dalla consapevolezza e dal desiderio di doversi, per così dire, immergere nuovamente nel mistero cristiano, per poterlo riproporre efficacemente all’uomo contemporaneo. Al riguardo, così si esprimeva il Servo di Dio Paolo VI due anni dopo la conclusione dell’Assise conciliare: «Se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine. Basterebbe ricordare [alcune] affermazioni conciliari (…) per rendersi conto dell’essenziale importanza che il Concilio, coerente con la tradizione dottrinale della Chiesa, attribuisce alla fede, alla vera fede, quella che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa» (Catechesi nell’Udienza generale dell’8 marzo 1967). Così Paolo VI nel '67.
Ma dobbiamo ora risalire a colui che convocò il Concilio Vaticano II e che lo inaugurò: il Beato Giovanni XXIII. Nel Discorso di apertura, egli presentò il fine principale del Concilio in questi termini: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito ed insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina… Per questo non occorreva un Concilio… E’ necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo» (AAS 54 [1962], 790.791-792). Così Papa Giovanni nell'inaugurazione del Concilio.
Alla luce di queste parole, si comprende quello che io stesso allora ho avuto modo di sperimentare: durante il Concilio vi era una tensione commovente nei confronti del comune compito di far risplendere la verità e la bellezza della fede nell’oggi del nostro tempo, senza sacrificarla alle esigenze del presente né tenerla legata al passato: nella fede risuona l’eterno presente di Dio, che trascende il tempo e tuttavia può essere accolto da noi solamente nel nostro irripetibile oggi. Perciò ritengo che la cosa più importante, specialmente in una ricorrenza significativa come l’attuale, sia ravvivare in tutta la Chiesa quella positiva tensione, quell’anelito a riannunciare Cristo all’uomo contemporaneo. Ma affinché questa spinta interiore alla nuova evangelizzazione non rimanga soltanto ideale e non pecchi di confusione, occorre che essa si appoggi ad una base concreta e precisa, e questa base sono i documenti del Concilio Vaticano II, nei quali essa ha trovato espressione. Per questo ho più volte insistito sulla necessità di ritornare, per così dire, alla «lettera» del Concilio – cioè ai suoi testi – per trovarne l’autentico spirito, e ho ripetuto che la vera eredità del Vaticano II si trova in essi. Il riferimento ai documenti mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti, e consente di cogliere la novità nella continuità. Il Concilio non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico. Piuttosto si è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento.
Se ci poniamo in sintonia con l’impostazione autentica, che il Beato Giovanni XXIII volle dare al Vaticano II, noi potremo attualizzarla lungo questo Anno della fede, all’interno dell’unico cammino della Chiesa che continuamente vuole approfondire il bagaglio della fede che Cristo le ha affidato. I Padri conciliari volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità.
Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione, non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che 50 anni fa! E la risposta da dare a questo bisogno è la stessa voluta dai Papi e dai Padri del Concilio e contenuta nei suoi documenti. Anche l’iniziativa di creare un Pontificio Consiglio destinato alla promozione della nuova evangelizzazione, che ringrazio dello speciale impegno per l’Anno della fede, rientra in questa prospettiva. In questi decenni è avanzata una «desertificazione» spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, al tempo del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada. La prima Lettura ci ha parlato della sapienza del viaggiatore (cfr Sir 34,9-13): il viaggio è metafora della vita, e il sapiente viaggiatore è colui che ha appreso l’arte di vivere e la può condividere con i fratelli – come avviene ai pellegrini lungo il Cammino di Santiago, o sulle altre Vie che non a caso sono tornate in auge in questi anni. Come mai tante persone oggi sentono il bisogno di fare questi cammini? Non è forse perché qui trovano, o almeno intuiscono il senso del nostro essere al mondo? Ecco allora come possiamo raffigurare questo Anno della fede: un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo, in cui portare con sé solo ciò che è essenziale: non bastone, né sacca, né pane, né denaro, non due tuniche – come dice il Signore agli Apostoli inviandoli in missione (cfr Lc 9,3), ma il Vangelo e la fede della Chiesa, di cui i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II sono luminosa espressione, come pure lo è il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato 20 anni or sono.
Venerati e cari Fratelli, l’11 ottobre 1962 si celebrava la festa di Maria Santissima Madre di Dio. A Lei affidiamo l’Anno della fede, come ho fatto una settimana fa recandomi pellegrino a Loreto. La Vergine Maria brilli sempre come stella sul cammino della nuova evangelizzazione. Ci aiuti a mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo Paolo: «La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda… E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di Lui a Dio Padre» (Col 3,16-17). Amen.
Fonte: vatican.va
venerdì 8 giugno 2012
Corpus Domini - Omelia del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle!
Questa sera vorrei meditare con voi su due aspetti, tra loro connessi, del Mistero eucaristico: il culto dell’Eucaristia e la sua sacralità. E’ importante riprenderli in considerazione per preservarli da visioni non complete del Mistero stesso, come quelle che si sono riscontrate nel recente passato.
Anzitutto, una riflessione sul valore del culto eucaristico, in particolare dell’adorazione del Santissimo Sacramento. E’ l’esperienza che anche questa sera noi vivremo dopo la Messa, prima della processione, durante il suo svolgimento e al suo termine. Una interpretazione unilaterale del Concilio Vaticano II aveva penalizzato questa dimensione, restringendo in pratica l’Eucaristia al momento celebrativo. In effetti, è stato molto importante riconoscere la centralità della celebrazione, in cui il Signore convoca il suo popolo, lo raduna intorno alla duplice mensa della Parola e del Pane di vita, lo nutre e lo unisce a Sé nell’offerta del Sacrificio. Questa valorizzazione dell’assemblea liturgica, in cui il Signore opera e realizza il suo mistero di comunione, rimane ovviamente valida, ma essa va ricollocata nel giusto equilibrio. In effetti – come spesso avviene – per sottolineare un aspetto si finisce per sacrificarne un altro. In questo caso, l’accentuazione giusta posta sulla celebrazione dell’Eucaristia è andata a scapito dell’adorazione, come atto di fede e di preghiera rivolto al Signore Gesù, realmente presente nel Sacramento dell’altare. Questo sbilanciamento ha avuto ripercussioni anche sulla vita spirituale dei fedeli. Infatti, concentrando tutto il rapporto con Gesù Eucaristia nel solo momento della Santa Messa, si rischia di svuotare della sua presenza il resto del tempo e dello spazio esistenziali. E così si percepisce meno il senso della presenza costante di Gesù in mezzo a noi e con noi, una presenza concreta, vicina, tra le nostre case, come «Cuore pulsante» della città, del paese, del territorio con le sue varie espressioni e attività. Il Sacramento della Carità di Cristo deve permeare tutta la vita quotidiana.
In realtà, è sbagliato contrapporre la celebrazione e l’adorazione, come se fossero in concorrenza l’una con l’altra. E’ proprio il contrario: il culto del Santissimo Sacramento costituisce come l’«ambiente» spirituale entro il quale la comunità può celebrare bene e in verità l’Eucaristia. Solo se è preceduta, accompagnata e seguita da questo atteggiamento interiore di fede e di adorazione, l’azione liturgica può esprimere il suo pieno significato e valore. L’incontro con Gesù nella Santa Messa si attua veramente e pienamente quando la comunità è in grado di riconoscere che Egli, nel Sacramento, abita la sua casa, ci attende, ci invita alla sua mensa, e poi, dopo che l’assemblea si è sciolta, rimane con noi, con la sua presenza discreta e silenziosa, e ci accompagna con la sua intercessione, continuando a raccogliere i nostri sacrifici spirituali e ad offrirli al Padre.
A questo proposito, mi piace sottolineare l’esperienza che vivremo anche stasera insieme. Nel momento dell’adorazione, noi siamo tutti sullo stesso piano, in ginocchio davanti al Sacramento dell’Amore. Il sacerdozio comune e quello ministeriale si trovano accomunati nel culto eucaristico. E’ un’esperienza molto bella e significativa, che abbiamo vissuto diverse volte nella Basilica di San Pietro, e anche nelle indimenticabili veglie con i giovani – ricordo ad esempio quelle di Colonia, Londra, Zagabria, Madrid. E’ evidente a tutti che questi momenti di veglia eucaristica preparano la celebrazione della Santa Messa, preparano i cuori all’incontro, così che questo risulta anche più fruttuoso. Stare tutti in silenzio prolungato davanti al Signore presente nel suo Sacramento, è una delle esperienze più autentiche del nostro essere Chiesa, che si accompagna in modo complementare con quella di celebrare l’Eucaristia, ascoltando la Parola di Dio, cantando, accostandosi insieme alla mensa del Pane di vita. Comunione e contemplazione non si possono separare, vanno insieme. Per comunicare veramente con un’altra persona devo conoscerla, saper stare in silenzio vicino a lei, ascoltarla, guardarla con amore. Il vero amore e la vera amicizia vivono sempre di questa reciprocità di sguardi, di silenzi intensi, eloquenti, pieni di rispetto e di venerazione, così che l’incontro sia vissuto profondamente, in modo personale e non superficiale. E purtroppo, se manca questa dimensione, anche la stessa comunione sacramentale può diventare, da parte nostra, un gesto superficiale. Invece, nella vera comunione, preparata dal colloquio della preghiera e della vita, noi possiamo dire al Signore parole di confidenza, come quelle risuonate poco fa nel Salmo responsoriale: «Io sono tuo servo, figlio della tua schiava: / tu hai spezzato le mie catene. / A te offrirò un sacrificio di ringraziamento / e invocherò il nome del Signore» (Sal 115,16-17).
Ora vorrei passare brevemente al secondo aspetto: la sacralità dell’Eucaristia. Anche qui abbiamo risentito nel passato recente di un certo fraintendimento del messaggio autentico della Sacra Scrittura. La novità cristiana riguardo al culto è stata influenzata da una certa mentalità secolaristica degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. E’ vero, e rimane sempre valido, che il centro del culto ormai non sta più nei riti e nei sacrifici antichi, ma in Cristo stesso, nella sua persona, nella sua vita, nel suo mistero pasquale. E tuttavia da questa novità fondamentale non si deve concludere che il sacro non esista più, ma che esso ha trovato il suo compimento in Gesù Cristo, Amore divino incarnato. La Lettera agli Ebrei, che abbiamo ascoltato questa sera nella seconda Lettura, ci parla proprio della novità del sacerdozio di Cristo, «sommo sacerdote dei beni futuri» (Eb 9,11), ma non dice che il sacerdozio sia finito. Cristo «è mediatore di un’alleanza nuova» (Eb 9,15), stabilita nel suo sangue, che purifica «la nostra coscienza dalle opere di morte» (Eb 9,14). Egli non ha abolito il sacro, ma lo ha portato a compimento, inaugurando un nuovo culto, che è sì pienamente spirituale, ma che tuttavia, finché siamo in cammino nel tempo, si serve ancora di segni e di riti, che verranno meno solo alla fine, nella Gerusalemme celeste, dove non ci sarà più alcun tempio (cfr Ap 21,22). Grazie a Cristo, la sacralità è più vera, più intensa, e, come avviene per i comandamenti, anche più esigente! Non basta l’osservanza rituale, ma si richiede la purificazione del cuore e il coinvolgimento della vita.
Mi piace anche sottolineare che il sacro ha una funzione educativa, e la sua scomparsa inevitabilmente impoverisce la cultura, in particolare la formazione delle nuove generazioni. Se, per esempio, in nome di una fede secolarizzata e non più bisognosa di segni sacri, venisse abolita questa processione cittadina del Corpus Domini, il profilo spirituale di Roma risulterebbe «appiattito», e la nostra coscienza personale e comunitaria ne resterebbe indebolita. Oppure pensiamo a una mamma e a un papà che, in nome di una fede desacralizzata, privassero i loro figli di ogni ritualità religiosa: in realtà finirebbero per lasciare campo libero ai tanti surrogati presenti nella società dei consumi, ad altri riti e altri segni, che più facilmente potrebbero diventare idoli. Dio, nostro Padre, non ha fatto così con l’umanità: ha mandato il suo Figlio nel mondo non per abolire, ma per dare il compimento anche al sacro. Al culmine di questa missione, nell’Ultima Cena, Gesù istituì il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, il Memoriale del suo Sacrificio pasquale. Così facendo Egli pose se stesso al posto dei sacrifici antichi, ma lo fece all’interno di un rito, che comandò agli Apostoli di perpetuare, quale segno supremo del vero Sacro, che è Lui stesso. Con questa fede, cari fratelli e sorelle, noi celebriamo oggi e ogni giorno il Mistero eucaristico e lo adoriamo quale centro della nostra vita e cuore del mondo. Amen.
© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana
Fonte: vatican.va
venerdì 27 aprile 2012
Visita del Patriarca - L'omelia alla Messa

Sia lodato Gesù Cristo.
E' una gioia quella di poter incontrare una comunità numerosa, una comunità che esprime la gioia di trovarsi intorno all'altare col proprio vescovo. Questa è la vera forza della Chiesa: il vescovo con il suo popolo. Ed è bello che ci si trovi di fronte a un popolo che è fatto di bambini, che è fatto di adolescenti, che è fatto da papà e mamma, che è fatto da anziani; perché la prima caratteristica di una comunità deve essere quella della presenza di tutti. Se avessimo solo i bambini sarebbe una ricchezza, ma mancherebbero i genitori; se avessimo solo gli anziani - quanto sono preziosi gli anziani, pensiamo ai nonni: certe volte, in certi periodi, sono addirittura degli ammortizzatori sociali, altre volte no, altre volte gli anziani debbono essere accuditi - però, quello che voglio sottolineare è questo, è importante che nella comunità ci siano tutti. E' chiaro che i membri della comunità possono essere anche feriti; e siamo in un momento in cui tante cose, anche dal punto di vista religioso, della Fede, non ci vengono semplici, ci possono essere delle fratture; ma la Chiesa accoglie tutti, la Chiesa vuole che tutti si sentano accolti. Allora è importante che, nella comunità ecclesiale, ci sia accoglienza, ci sia spazio, ci sia la presenza di tutti. Vedete, molte volte noi, sbagliando, ci poniamo di fronte alle situazioni in questo modo: ma se vado, che cosa dico? Non so cosa dire! Ma se vado a questo incontro ho qualche ferita da nascondere! Guardate, la cosa più importante è vincere queste paure; la cosa più importante, in un incontro, non è quello che io dico, non è la bella figura che io faccio, ma è esserci: perché con la mia presenza, col mio silenzio, col mio sorriso, posso aiutare gli altri; qualche volta li posso aiutare con qualche parola.
Vi dico, siete la prima comunità parrocchiale che io incontro da Patriarca di Venezia in questi incontri infrasettimanali per conoscere la comunità; sì, qualche Cresima l'ho già data, sia a Venezia sia a Mestre, ma voi siete, la comunità di Caorle di Santo Stefano, la prima comunità che io incontro per fare amicizia, per non essere estranei, per poter iniziare confortati reciprocamente un cammino di Chiesa. E la prima cosa che vi voglio dire è proprio questo: guardate che bella chiesa che avete! Vedete, quando si hanno le belle cose ci si abitua e non si percepiscono più come belle. Voi sapete che io sono genovese; il seminario di Genova è sulle alture di Genova, si domina tutta la città; pensate che, addirittura, dall'ultimo piano, nelle giornate particolarmente terse, al mattino presto si vede la Corsica. Io, la prima volta che sono andato in seminario, perdevo tempo dalla finestra; gli ultimi anni di seminario non mi accorgevo neanche più del panorama stupendo che avevo. Voi avete una bella chiesa; voi siete anche una bella comunità, perché siete tanti, perché ci sono i bambini, dicevo, perché ci sono gli adulti, perché ci sono anche dei volti segnati da delle rughe, perché ci sono dei capelli bianchi: questa è la bellezza della comunità. In chiesa sono a casa mia; certo, c'è il parroco, che celebra l'Eucarestia, che è insostituibile, ma la chiesa è la mia casa. Ecco, io vorrei che i momenti importanti della vita ecclesiale - la preparazione alla prima Confessione, la preparazione alla Comunione, la preparazione alla Confermazione - siano proprio momenti in cui la comunità si riscopre. Che dei bambini si accostino per la prima volta alla Comunione è una cosa che tocca: sono i bambini della mia parrocchia, si stanno preparando. E lo stesso per la Confermazione, lo stesso per i Battesimi: ecco, io vorrei veramente una comunità che si lascia prendere, intrigare dalla vita parrocchiale. Perché, vedete, la cosa triste è che si ragioni così, e molte volte succede: finché non hai cose importanti da fare vai in chiesa, poi iniziano le cose importanti della vita e allora Dio non esiste più; se va bene c'è l'età della pensione. Allora in chiesa abbiamo i bambini e i vecchi: questo no, questo non lo dobbiamo accettare. Allora la prima cosa per cambiare, se ci fosse, questa tendenza è proprio esserci: non è importante quello che io dico, è importante che io ci sia, con la mia presenza; poi, ripeto, da cosa nasce cosa.
Ecco, io vi do un brevissimo pensiero sulla prima lettura e il Vangelo. Abbiamo ascoltato, nella prima lettura, che un diacono, Filippo, è mosso dallo Spirito Santo e va a incontrare un uomo, un etiope, un ministro della regina Candace, un uomo importante, che era curioso delle cose di Dio. Qui c'è l'immagine dell'evangelizzazione di sempre: un papà, una mamma, un sacerdote, un catechista che evangelizzano sono sempre dei mandati. Io non sono qui per caso: se ci crediamo, alla fine qui mi ha mandato il Signore. E il Signore suscita nel cuore di ogni uomo la curiosità; quell'etiope leggeva il libro di Isaia e non capiva, ma era curioso tanto che Filippo gli chiede: "Ma capisci?". "Ma come posso capire se non c'è nessuno che mi spiega". Ecco la comunità: noi siamo dei mandati; quando noi prendiamo le nostre iniziative di catechesi, di pastorale, quando una mamma insegna a un bambino i rudimenti della Chiesa, come fa? Lo porta in chiesa e gli dice: "Quello è il Crocifisso". E, per un po', il bambino ha altro per la testa; però, intanto, nel bambino c'è l'immagine della mamma che entra in chiesa e che gli fa vedere il Crocifisso. Quante volte mi è capitato, quando ero vice-parroco, vedere delle mamme che, prendendo il bambino all'asilo, lo portavano in chiesa e assistevo a delle scene ridicole, a degli accucciamenti che erano la genuflessione; però, vedete, si dà la Fede in questo modo. Quante volte, parlo a chi è un pochino più anziano, abbiamo imparato la preghiera del Rosario perché la nonna, o la mamma, la sera ci radunava; magari lo si diceva un po' in fretta, magari non lo si diceva benissimo, ma lo si diceva! Ecco, noi dobbiamo capire che siamo mandati agli altri; e che gli altri sono sostenuti da quella Grazia di Dio che è quella curiosità. Questo etiope: "Come potrei capire? Nessuno me lo spiega". Quante volte certe persone hanno quella curiosità di Gesù, del Signore, di Dio, ma non hanno una persona che spieghi: ecco, la nostra comunità deve sentirsi impegnata; se ci fossero anche tutti ma mancassi io c'è una nota stonata. "Ma io sono stanco, ma io non ne ho voglia, ma non questa domenica"... no, vacci! Da cosa nasce cosa, e certe volte degli incontri a cui non davamo importanza segnano e cambiano la nostra vita.
Allora noi accompagniamo la Comunità con la nostra presenza e, soprattutto, cogliamo le occasioni dei grandi avvenimenti liturgici e sacramentali della nostra comunità. Questa è la festa della Fede.
Sia lodato Gesù Cristo.
mercoledì 25 aprile 2012
Festa di San Marco - Omelia del Patriarca

Celebrare la festa di san Marco evangelista significa riprendere in mano la nostra storia; San Marco, infatti, è stato, per circa mille anni patrono della Serenissima. Egli, così, richiama l’identità veneziana che si caratterizza, da sempre, come volontà d’incontro, di scambi culturali e commerciali, di viaggi; una ricchezza che non è solo economica ma umana, culturale, artistica, spirituale.
In tal modo, san Marco, ci ricollega all’Oriente - la Terra santa -, all’Egitto - la città di Alessandria - di cui l’evangelista secondo un’antica tradizione fu vescovo. Ssoprattutto, però, Marco ci riporta, attraverso il suo vangelo, al Signore Gesù che da lui viene presentato, fin dall’inizio, come il Figlio di Dio. In Marco, che ci unisce all’Oriente ma soprattutto alle origini del cristianesimo, c’è la profezia di quello che, nei secoli, sarebbe diventata la nostra città, la Regina dell’Adriatico, la Dominante, la Serenissima.
Per questo oggi, in un’epoca di difficoltosa transizione con la quale il nostro territorio e la nostra città devono fare i conti, i veneziani non possono guardare a San Marco chiedendogli solo una generica protezione ma devono più che mai domandargli il coraggio e l’intraprendenza per guardare al presente e al futuro con più forza e ottimismo.
I momenti di crisi, infatti, sono tempi in cui, a tutti, viene chiesto di dare di più, non di meno, d’essere più coraggiosi e meno timorosi. In particolare bisogna non cedere alla tentazione dell’individualismo, anzi impegnarsi a “far rete” e a guardare insieme alle scelte che riguardano l’interesse generale e che non parlano la lingua di una sola parte o, addirittura, di una parte contro l’altra ma, piuttosto, il linguaggio complesso e variegato del bene comune, con particolare attenzione al mondo del lavoro, della famiglia, dei giovani; soggetti che, in modi diversi, oggi sono messi a dura prova.
Come membri della comunità religiosa e civile siamo convinti che sia necessario fare appello a tutte le risorse morali e spirituali per guardare, con più serenità e determinazione, al presente e al futuro. Non si può cedere allo sconforto, non possiamo vivere il tempo che ci è stato dato, come una condanna. Al contrario, il tempo che ci è stato dato da vivere è qualcosa in cui dobbiamo abitare dando il meglio di noi stessi, per lasciare, a chi verrà dopo, i frutti della nostra fatica, del nostro coraggio, della nostra fantasia.
Il nostro protettore Marco, non fece parte della cerchia apostolica - ossia dei Dodici - ma, attraverso il legame con essi e in modo particolare con l’apostolo Pietro - fondamento degli Apostoli e di tutta la Chiesa - ci trasmette quello che viene considerato il secondo vangelo; in esso abbiamo la testimonianza ecclesiale di tutte le cose dette e fatte da Gesù per noi.
Nell’odierna, solenne, ricorrenza dell’evangelista che, come da calendario, cade in tempo pasquale, vogliamo soffermarci su un aspetto importante riguardante le apparizioni con cui il Signore risorto si manifesta ai suoi. In Marco, come d’altronde negli altri evangelisti, gli incontri col Signore risorto costituiscono e legittimano la Chiesa che appare come la comunità che nasce dalla sua morte/risurrezione e dal dono dello Spirito Santo.
Il Vangelo di Marco termina con una duplice conclusione; la seconda costituisce - come è noto - un’aggiunta successiva, pur essendo, a tutti gli effetti, ispirata e canonica.
In tal modo il vangelo che abbiamo appena ascoltato, proclamato dal diacono, vuol garantire che, una volta asceso al cielo, il Signore Gesù non è più visibilmente accessibile ai suoi. Allora, a Lui, subentreranno gli Undici, ossia, la Chiesa, che proprio da Lui, e tramite gli Undici, riceve il mandato missionario: “Apparendo agli Undici , Gesù disse loro: Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”.
Ma, dopo aver detto che, al posto di Gesù, vi è la santa Chiesa - ossia gli Undici mandati in missione dal Risorto -, il vangelo di Marco ne vuole proclamare l’indefettibilità, ossia, il suo “non venir meno” a causa del male, con cui, in ogni epoca, essa dovrà fare i conti, misurandosi con presenze che le si opporranno non solo dall’esterno ma, purtroppo, anche dall’interno.
Il prosieguo del brano evangelico odierno ci aiuta a comprendere tutto questo: “Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti, e se berranno qualche veleno, non recherò loro danno; imporrano le mani ai malati e questi guariranno” (Mc16,17-18).
Queste affermazioni non vanno intese pensando che gli apostoli e i loro successori saranno dei super-uomini o persone dotate di poteri magici, una specie di prestigiatori da spettacolo. Non saranno niente di tutto questo.
Al contrario, il vangelo di Marco descrive, in estrema sintesi, quello che attraverso generi letterari fra loro differenti, occupa due interi libri del Nuovo Testamento: gli Atti degli Apostoli e, soprattutto, l’Apocalisse.
Infatti, i due versetti che chiudono il Vangelo di Marco ci dicono, servendosi di immagini: “Scacceranno i demoni… prenderanno in mano i serpenti… se berranno qualche veleno non recherà loro alcun danno…”.
Ciò significa che, alla fine, la salvezza ottenuta da Cristo sulla croce, e affidata alla sua Chiesa avrà - nonostante le tante sofferenze e persecuzioni - la meglio. Le porte degli inferi non prevarranno! Non a caso il libro degli Atti degli Apostoli s’interrompe proprio quando la salvezza raggiunge Roma che, all’epoca, era il centro e insieme il simbolo della totalità del mondo, mentre il libro dell’Apocalisse, dopo la narrazione di tante persecuzioni e sofferenze da parte delle Chiese e dei discepoli, termina con l’invocazione della Sposa - ossia la Chiesa - e dello Spirito che insieme dicono: vieni Signore Gesù!
Per noi, che ci rallegriamo della protezione dell’evangelista Marco, la lettura meditata del suo Vangelo, in questo tempo pasquale, diventi il modo in cui vogliamo entrare personalmente e comunitariamente, di più e meglio, nella sua protezione.
Ricordiamo, ancora, che cento anni fa, come oggi, s’inaugurava il ricostruito campanile di san Marco; infatti, proprio il 25 aprile 1912, alla città e ai veneziani, veniva restituito el paron de casa che, con le sue cinque campane ne ritmava e animava la vita; così, dopo dieci anni dal crollo del 14 luglio 1902, il
grande campanile, piantato al lato della Basilica, tornava a presidiare una delle più belle piazze del mondo, per noi veneziani, la più bella piazza del mondo.
Infine, oggi, è mio vivo desiderio anche a nome di tutta Chiesa veneziana, porgere gli auguri al carissimo patriarca Marco, la Vergine Nicopeia lo sostenga sempre con la sua tenerezza di Madre.
Fonte: patriarcatovenezia.it
lunedì 23 aprile 2012
Non siamo cristiani tiepidi!
Io, sacerdote, scandalizzato
Di Padre Juan Pablo Esquivel
Io che per voi sono sacerdote, ma con voi sono cristiano, qualche volta mi scandalizzo. Poche volte… e non sono le debolezze umane a scandalizzarmi, piuttosto l'arroganza ridicola e assurda di chi pretende di essere qualcuno o qualcuno importante. Questo mi scandalizza. Di chi pretende di sapere più di coloro che sanno davvero e questo è il segno della più patetica di tutte le ignoranze. E questo mi scandalizza. Dirsi cristiano o cristiana e poi infischiarsene olimpicamente di quanto la Chiesa, nella voce dei legittimi pastori professa, difende e insegna. Questo mi scandalizza. Parla duro, oggi, il Signore nel Vangelo e, scusatemi, per oggi parlerà duro anche questo Suo sacerdote.
Mi scandalizza l'atteggiamento, balordo e maleducato, di chi, dicendosi cristiano o cristiana non sa trattare con un minimo di rispetto e considerazione il Papa, i Vescovi, i ministri di Dio. Mi scandalizza l'incoerenza brutale di troppi cattolici che nella vita pubblica e nel modo di trattare gli altri disdicono con patetica sfrontatezza tutto quanto poi vengono a "professare", tra virgolette, in chiesa. Mi scandalizza la madornale stupidità di chi usa internet per rinnegare la propria appartenenza alla Chiesa, affrettandosi ad appoggiare il primo scemo che abbia qualcosa da dire contro la Chiesa. "Il Papa venda il suo anello per sfamare gli affamati del Congo". Andiamo a mettere in vendita, all'asta, la Pietà, così sfamiamo la gente di chissà dove… e andando non solo a sottoscrivere, ma anche a condividere pornografia, bestemmi e scelleratezze ed esserne fiero. Questo mi scandalizza. Così facendo non sono né freddi né caldi, né cristiani né atei… sono tiepidi. Ebbene, col Libro dell'Apocalisse io vi ricordo che "i tiepidi saranno vomitati dalla bocca di Dio." E dico tutto questo non nascosto dietro la sicurezza vigliacca di un computer, nel soggiorno della propria casa, ma dalla cattedra più sacra che ci sia in questo Paese, dalla cattedra della Parola di Dio. Mi scandalizza che ben lungi dal prendere decisioni coraggiose, anche radicali - il Signore parla oggi di tagliare una mano, un occhio, un piede - per il bene della propria salvezza eterna, preferisce tagliare e ritagliare il tempo della preghiera, della messa, della catechesi, dell'adorazione, della confessione e di tutto quanto mantiene effettivamente viva la propria fede. Il resto non si tocca. Ma in quanto alla fede si riferisce accomodatevi, siamo alla svendita totale. Mi scandalizzano i genitori che, anziché farsi aiutare dagli altri educatori, anche quelli dell'ambito della fede, tagliano ogni eventuale correzione o richiamo, generando così piccoli bulli e teppisti, totalmente impreparati per la vita e destinati con ogni probabilità al più strepitoso fallimento in tutti i campi della vita. Altro che genitori… Complici! I primi e inescusabili responsabili della vita sciupata dei figli, che pensano che il parroco debba essere un simpaticone disposto a fare tutti gli sconti immaginabili se vuole che il figlio o la figlia vengano alla catechesi. Ebbene, capitelo bene, una volta per tutte, il parroco non è qua per accontentare tutti, ma per insegnarvi l'ardua e impegnativa via della salvezza. Di tagli parla oggi il Signore. Bene! Io ve ne suggerisco la versione aggiornata. Si tagli la lingua chi la usa per diffamare, per spettegolare, per calunniare, per uccidere. Tagli la linea telefonica chi la usa per distruggere l'unità delle famiglie, delle comunità, delle persone. Tagli la connessione di internet chi la usa per rimanere "appoltronato" nella mediocrità di un mondo virtuale nel quale di impegno o apporto positivo non c'é proprio nulla, tranne che un patetico cyber-fannullare che fa perdere in modo penoso il senso della realtà, nonché dare una patetica visione dei propri squallidi interessi. Dia un taglio alla superficialità, alla banalità, alla vanità, alla superbia petulante chi vive chiuso nel proprio egocentrismo, incapace di scoprire quanta silenziosa sofferenza si aggira nel nostro mondo, nel nostro tempo. L'ultima frase del Vangelo odierno parla dell'Inferno, del quale io vi parlo sempre molto poco perché preferisco orientarvi in positivo, ed è una scelta che mantengo, evidentemente, ma più di una pecora insolente farà bene a ricordare oggi e ogni tanto, la drammatica possibilità che incombe sulla vita di ognuno di noi. Lo stesso Signore che insegna oggi che chi non è contro di noi è per noi, è quello che dice, senza contraddirsi, che chi non è per Lui è contro di Lui. E che chi non raccoglie con lui, disperde. Quel Signore che esige decisioni chiare ed effettive, non solo affettive, non solo chi dice "Signore, Signore" entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi compie veramente la volontà del Padre. Quel Signore che attende prese di posizione senza tentennamenti e senza ripensamenti. Nel professare adesso il Credo, io intendo rinnovare a Lui la mia fede assoluta e la mia disponibilità totale alla Sua volontà, fede che si deve dimostrare nell'obbedienza alla Sua Parola. Obbedienza… non è una parolaccia. Obbedienza alla Parola di Dio. Chi non è disposto all'obbedienza della fede… sì, perché la fede implica un'obbedienza, non può essere cristiano. Chi non è disposto all'obbedienza della fede, se ne torni a casa, perché viene in chiesa a perdere il tempo. Chi è disposto, ma non solo adesso, bensì per tutta la vita, a mostrare al Signore la disponibilità della Madonna, degli angeli che rimasero fedeli, dei santi di tutti i tempi, professi allora ad alta voce, con me, il Credo, ma non solo con le labbra, ve ne prego… con il cuore, anzi, con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze, come ci insegna il primo comandamento. Amen.
giovedì 19 aprile 2012
Settimo anniversario dell'elezione del Papa

«Annuntio vobis gaudium magnum:
Habemus Papam!
Emintissimum ac Reverendissimum Dominum,
Dominum Josephum
Sanctae Romanae Ecclesiae
cardinalem Ratzinger,
qui sibi nomen imposuit
Benedicti XVI».
Riviviamo quei momenti attraverso i video di quell'avvenimento straordinario ed attraverso i testi delle omelie pronunciate da lui in quei giorni.
- [WEB] Primo messaggio al collegio dei cardinali in Cappella Sistina;
- [WEB] Omelia alla Santa Messa per l'inizio del Ministero Petrino.
Elezione di Sua Santità, papa Benedetto XVI:
lunedì 9 aprile 2012
Triduo Pasquale - Omelie del Papa

Veglia Pasquale
Cari fratelli e sorelle!Pasqua è la festa della nuova creazione. Gesù è risorto e non muore più. Ha sfondato la porta verso una nuova vita che non conosce più né malattia né morte. Ha assunto l’uomo in Dio stesso. “Carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio”, aveva detto Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (15,50). Lo scrittore ecclesiastico Tertulliano, nel secolo III, in riferimento alla risurrezione di Cristo e alla nostra risurrezione aveva l’audacia di scrivere: “Abbiate fiducia, carne e sangue, grazie a Cristo avete acquistato un posto nel Cielo e nel regno di Dio” (CCL II 994). Si è aperta una nuova dimensione per l’uomo. La creazione è diventata più grande e più vasta. La Pasqua è il giorno di una nuova creazione, ma proprio per questo la Chiesa comincia in tale giorno la liturgia con l’antica creazione, affinché impariamo a capire bene quella nuova. Perciò all’inizio della Liturgia della Parola nella Veglia pasquale c’è il racconto della creazione del mondo. In relazione a questo, due cose sono particolarmente importanti nel contesto della liturgia di questo giorno. In primo luogo, la creazione viene presentata come una totalità della quale fa parte il fenomeno del tempo. I sette giorni sono un’immagine di una totalità che si sviluppa nel tempo. Sono ordinati in vista del settimo giorno, il giorno della libertà di tutte le creature per Dio e delle une per le altre. La creazione è quindi orientata verso la comunione tra Dio e creatura; essa esiste affinché ci sia uno spazio di risposta alla grande gloria di Dio, un incontro di amore e di libertà. In secondo luogo, del racconto della creazione la Chiesa, nella Veglia pasquale, ascolta soprattutto la prima frase: “Dio disse: «Sia la luce!» (Gen 1,3). Il racconto della creazione, in modo simbolico, inizia con la creazione della luce. Il sole e la luna vengono creati solo nel quarto giorno. Il racconto della creazione li chiama fonti di luce, che Dio ha posto nel firmamento del cielo. Con ciò toglie consapevolmente ad esse il carattere divino che le grandi religioni avevano loro attribuito. No, non sono affatto dei. Sono corpi luminosi, creati dall’unico Dio. Sono però preceduti dalla luce, mediante la quale la gloria di Dio si riflette nella natura dell’essere che è creato.
Che cosa intende dire con ciò il racconto della creazione? La luce rende possibile la vita. Rende possibile l’incontro. Rende possibile la comunicazione. Rende possibile la conoscenza, l’accesso alla realtà, alla verità. E rendendo possibile la conoscenza, rende possibile la libertà e il progresso. Il male si nasconde. La luce pertanto è anche espressione del bene che è luminosità e crea luminosità. È giorno in cui possiamo operare. Il fatto che Dio abbia creato la luce significa che Dio ha creato il mondo come spazio di conoscenza e di verità, spazio di incontro e di libertà, spazio del bene e dell’amore. La materia prima del mondo è buona, l’essere stesso è buono. E il male non proviene dall’essere che è creato da Dio, ma esiste solo in virtù della negazione. È il “no”.
A Pasqua, al mattino del primo giorno della settimana, Dio ha detto nuovamente: “Sia la luce!”. Prima erano venute la notte del Monte degli Ulivi, l’eclissi solare della passione e morte di Gesù, la notte del sepolcro. Ma ora è di nuovo il primo giorno – la creazione ricomincia tutta nuova. “Sia la luce!”, dice Dio, “e la luce fu”. Gesù risorge dal sepolcro. La vita è più forte della morte. Il bene è più forte del male. L’amore è più forte dell’odio. La verità è più forte della menzogna. Il buio dei giorni passati è dissipato nel momento in cui Gesù risorge dal sepolcro e diventa, Egli stesso, pura luce di Dio. Questo, però, non si riferisce soltanto a Lui e non si riferisce solo al buio di quei giorni. Con la risurrezione di Gesù, la luce stessa è creata nuovamente. Egli ci attira tutti dietro di sé nella nuova vita della risurrezione e vince ogni forma di buio. Egli è il nuovo giorno di Dio, che vale per tutti noi.
Ma come può avvenire questo? Come può tutto questo giungere fino a noi così che non rimanga solo parola, ma diventi una realtà in cui siamo coinvolti? Mediante il Sacramento del battesimo e la professione della fede, il Signore ha costruito un ponte verso di noi, attraverso il quale il nuovo giorno viene a noi. Nel Battesimo, il Signore dice a colui che lo riceve: Fiat lux – sia la luce. Il nuovo giorno, il giorno della vita indistruttibile viene anche a noi. Cristo ti prende per mano. D’ora in poi sarai sostenuto da Lui e entrerai così nella luce, nella vita vera. Per questo, la Chiesa antica ha chiamato il Battesimo “photismos” – illuminazione.
Perché? Il buio veramente minaccioso per l’uomo è il fatto che egli, in verità, è capace di vedere ed indagare le cose tangibili, materiali, ma non vede dove vada il mondo e da dove venga. Dove vada la stessa nostra vita. Che cosa sia il bene e che cosa sia il male. Il buio su Dio e il buio sui valori sono la vera minaccia per la nostra esistenza e per il mondo in generale. Se Dio e i valori, la differenza tra il bene e il male restano nel buio, allora tutte le altre illuminazioni, che ci danno un potere così incredibile, non sono solo progressi, ma al contempo sono anche minacce che mettono in pericolo noi e il mondo. Oggi possiamo illuminare le nostre città in modo così abbagliante che le stelle del cielo non sono più visibili. Non è questa forse un’immagine della problematica del nostro essere illuminati? Nelle cose materiali sappiamo e possiamo incredibilmente tanto, ma ciò che va al di là di questo, Dio e il bene, non lo riusciamo più ad individuare. Per questo è la fede, che ci mostra la luce di Dio, la vera illuminazione, essa è un’irruzione della luce di Dio nel nostro mondo, un’apertura dei nostri occhi per la vera luce.
Cari amici, vorrei aggiungere, infine, ancora un pensiero sulla luce e sull’illuminazione. Nella Veglia pasquale, la notte della nuova creazione, la Chiesa presenta il mistero della luce con un simbolo del tutto particolare e molto umile: con il cero pasquale. Questa è una luce che vive in virtù del sacrificio. La candela illumina consumando se stessa. Dà luce dando se stessa. Così rappresenta in modo meraviglioso il mistero pasquale di Cristo che dona se stesso e così dona la grande luce. Come seconda cosa possiamo riflettere sul fatto che la luce della candela è fuoco. Il fuoco è forza che plasma il mondo, potere che trasforma. E il fuoco dona calore. Anche qui si rende nuovamente visibile il mistero di Cristo. Cristo, la luce, è fuoco, è fiamma che brucia il male trasformando così il mondo e noi stessi. “Chi è vicino a me è vicino al fuoco”, suona una parola di Gesù trasmessa a noi da Origene. E questo fuoco è al tempo stesso calore, non una luce fredda, ma una luce in cui ci vengono incontro il calore e la bontà di Dio.
Il grande inno dell’Exsultet, che il diacono canta all’inizio della liturgia pasquale, ci fa notare in modo molto sommesso un altro aspetto ancora. Richiama alla memoria che questo prodotto, il cero, è dovuto in primo luogo al lavoro delle api. Così entra in gioco l’intera creazione. Nel cero, la creazione diventa portatrice di luce. Ma, secondo il pensiero dei Padri, c’è anche un implicito accenno alla Chiesa. La cooperazione della comunità viva dei fedeli nella Chiesa è quasi come l’operare delle api. Costruisce la comunità della luce. Possiamo così vedere nel cero anche un richiamo a noi stessi e alla nostra comunione nella comunità della Chiesa, che esiste affinché la luce di Cristo possa illuminare il mondo.
Preghiamo il Signore in quest’ora di farci sperimentare la gioia della sua luce, e preghiamoLo, affinché noi stessi diventiamo portatori della sua luce, affinché attraverso la Chiesa lo splendore del volto di Cristo entri nel mondo (cfr LG 1). Amen.
Giovedì Santo - Messa in Coena Domini
Cari fratelli e sorelle!Il Giovedì Santo non è solo il giorno dell’istituzione della Santissima Eucaristia, il cui splendore certamente s’irradia su tutto il resto e lo attira, per così dire, dentro di sé. Fa parte del Giovedì Santo anche la notte oscura del Monte degli Ulivi, verso la quale Gesù esce con i suoi discepoli; fa parte di esso la solitudine e l’essere abbandonato di Gesù, che pregando va incontro al buio della morte; fanno parte di esso il tradimento di Giuda e l’arresto di Gesù, come anche il rinnegamento di Pietro, l’accusa davanti al Sinedrio e la consegna ai pagani, a Pilato. Cerchiamo in quest’ora di capire più profondamente qualcosa di questi eventi, perché in essi si svolge il mistero della nostra Redenzione.
Gesù esce nella notte. La notte significa mancanza di comunicazione, una situazione in cui non ci si vede l’un l’altro. È un simbolo della non-comprensione, dell’oscuramento della verità. È lo spazio in cui il male, che davanti alla luce deve nascondersi, può svilupparsi. Gesù stesso è la luce e la verità, la comunicazione, la purezza e la bontà. Egli entra nella notte. La notte, in ultima analisi, è simbolo della morte, della perdita definitiva di comunione e di vita. Gesù entra nella notte per superarla e per inaugurare il nuovo giorno di Dio nella storia dell’umanità.
Durante questo cammino, Egli ha cantato con i suoi Apostoli i Salmi della liberazione e della redenzione di Israele, che rievocavano la prima Pasqua in Egitto, la notte della liberazione. Ora Egli va, come è solito fare, per pregare da solo e per parlare come Figlio con il Padre. Ma, diversamente dal solito, vuole sapere di avere vicino a sé tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono i tre che avevano fatto esperienza della sua Trasfigurazione – il trasparire luminoso della gloria di Dio attraverso la sua figura umana – e che Lo avevano visto al centro tra la Legge e i Profeti, tra Mosè ed Elia. Avevano sentito come Egli parlava con entrambi del suo “esodo” a Gerusalemme. L’esodo di Gesù a Gerusalemme – quale parola misteriosa! L’esodo di Israele dall’Egitto era stato l’evento della fuga e della liberazione del popolo di Dio. Quale aspetto avrebbe avuto l’esodo di Gesù, in cui il senso di quel dramma storico avrebbe dovuto compiersi definitivamente? Ora i discepoli diventavano testimoni del primo tratto di tale esodo – dell’estrema umiliazione, che tuttavia era il passo essenziale dell’uscire verso la libertà e la vita nuova, a cui l’esodo mira. I discepoli, la cui vicinanza Gesù cercò in quell’ora di estremo travaglio come elemento di sostegno umano, si addormentarono presto. Sentirono tuttavia alcuni frammenti delle parole di preghiera di Gesù e osservarono il suo atteggiamento. Ambedue le cose si impressero profondamente nel loro animo ed essi le trasmisero ai cristiani per sempre. Gesù chiama Dio “Abbà”. Ciò significa – come essi aggiungono – “Padre”. Non è, però, la forma usuale per la parola “padre”, bensì una parola del linguaggio dei bambini – una parola affettuosa con cui non si osava rivolgersi a Dio. È il linguaggio di Colui che è veramente “bambino”, Figlio del Padre, di Colui che si trova nella comunione con Dio, nella più profonda unità con Lui.
Se ci domandiamo in che cosa consista l’elemento più caratteristico della figura di Gesù nei Vangeli, dobbiamo dire: è il suo rapporto con Dio. Egli sta sempre in comunione con Dio. L’essere con il Padre è il nucleo della sua personalità. Attraverso Cristo conosciamo Dio veramente. “Dio, nessuno lo ha mai visto”, dice san Giovanni. Colui “che è nel seno del Padre … lo ha rivelato” (1,18). Ora conosciamo Dio così come è veramente. Egli è Padre, e questo in una bontà assoluta alla quale possiamo affidarci. L’evangelista Marco, che ha conservato i ricordi di san Pietro, ci racconta che Gesù, all’appellativo “Abbà”, ha ancora aggiunto: Tutto è possibile a te, tu puoi tutto (cfr 14,36). Colui che è la Bontà, è al contempo potere, è onnipotente. Il potere è bontà e la bontà è potere. Questa fiducia la possiamo imparare dalla preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi.
Prima di riflettere sul contenuto della richiesta di Gesù, dobbiamo ancora rivolgere la nostra attenzione su ciò che gli Evangelisti ci riferiscono riguardo all’atteggiamento di Gesù durante la sua preghiera. Matteo e Marco ci dicono che Egli “cadde faccia a terra” (Mt 26,39; cfr Mc 14,35), assunse quindi l’atteggiamento di totale sottomissione, quale è stato conservato nella liturgia romana del Venerdì Santo. Luca, invece, ci dice che Gesù pregava in ginocchio. Negli Atti degli Apostoli, egli parla della preghiera in ginocchio da parte dei santi: Stefano durante la sua lapidazione, Pietro nel contesto della risurrezione di un morto, Paolo sulla via verso il martirio. Così Luca ha tracciato una piccola storia della preghiera in ginocchio nella Chiesa nascente. I cristiani, con il loro inginocchiarsi, entrano nella preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Nella minaccia da parte del potere del male, essi, in quanto inginocchiati, sono dritti di fronte al mondo, ma, in quanto figli, sono in ginocchio davanti al Padre. Davanti alla gloria di Dio, noi cristiani ci inginocchiamo e riconosciamo la sua divinità, ma esprimiamo in questo gesto anche la nostra fiducia che Egli vinca.
Gesù lotta con il Padre. Egli lotta con se stesso. E lotta per noi. Sperimenta l’angoscia di fronte al potere della morte. Questo è innanzitutto semplicemente lo sconvolgimento, proprio dell’uomo e anzi di ogni creatura vivente, davanti alla presenza della morte. In Gesù, tuttavia, si tratta di qualcosa di più. Egli allunga lo sguardo nelle notti del male. Vede la marea sporca di tutta la menzogna e di tutta l’infamia che gli viene incontro in quel calice che deve bere. È lo sconvolgimento del totalmente Puro e Santo di fronte all’intero profluvio del male di questo mondo, che si riversa su di Lui. Egli vede anche me e prega anche per me. Così questo momento dell’angoscia mortale di Gesù è un elemento essenziale nel processo della Redenzione. La Lettera agli Ebrei, pertanto, ha qualificato la lotta di Gesù sul Monte degli Ulivi come un evento sacerdotale. In questa preghiera di Gesù, pervasa da angoscia mortale, il Signore compie l’ufficio del sacerdote: prende su di sé il peccato dell’umanità, tutti noi, e ci porta presso il Padre.
Infine, dobbiamo ancora prestare attenzione al contenuto della preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Gesù dice: “Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). La volontà naturale dell’Uomo Gesù indietreggia spaventata davanti ad una cosa così immane. Chiede che ciò gli sia risparmiato. Tuttavia, in quanto Figlio, depone questa volontà umana nella volontà del Padre: non io, ma tu. Con ciò Egli ha trasformato l’atteggiamento di Adamo, il peccato primordiale dell’uomo, sanando in questo modo l’uomo. L’atteggiamento di Adamo era stato: Non ciò che hai voluto tu, Dio; io stesso voglio essere dio. Questa superbia è la vera essenza del peccato. Pensiamo di essere liberi e veramente noi stessi solo se seguiamo esclusivamente la nostra volontà. Dio appare come il contrario della nostra libertà. Dobbiamo liberarci da Lui – questo è il nostro pensiero – solo allora saremmo liberi. È questa la ribellione fondamentale che pervade la storia e la menzogna di fondo che snatura la nostra vita. Quando l’uomo si mette contro Dio, si mette contro la propria verità e pertanto non diventa libero, ma alienato da se stesso. Siamo liberi solo se siamo nella nostra verità, se siamo uniti a Dio. Allora diventiamo veramente “come Dio” – non opponendoci a Dio, non sbarazzandoci di Lui o negandoLo. Nella lotta della preghiera sul Monte degli Ulivi Gesù ha sciolto la falsa contraddizione tra obbedienza e libertà e aperto la via verso la libertà. Preghiamo il Signore di introdurci in questo “sì” alla volontà di Dio, rendendoci così veramente liberi. Amen.
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giovedì 5 aprile 2012
L'omelia del Patriarca alla Messa crismale
Sia lodato Gesù Cristo.Carissimi confratelli, innanzitutto esprimiamo il nostro grazie a Dio per il dono del sacerdozio ministeriale; la gratitudine è virtù a cui il Signore ha dato molta importanza come ci ricorda l’evangelista Luca narrando l’episodio dei dieci lebbrosi mondati: “Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi discepoli per ringraziarlo: Era un samaritano. Ma Gesù osservò: non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?” (Lc 17, 15-18).
D’altra parte, la Vergine Maria - prima discepola - e madre di Gesù, eterno, sommo Sacerdote, ci mostra cosa è la riconoscenza, lo fa nella preghiera del Magnificat; il canto del Magnificat, infatti, parola dopo parola, narra in modo eloquente - attraverso la lode e il rendimento di grazie - che cosa è la riconoscenza.
La logica del Magnificat deve entrare sempre più nella nostra preghiera e vita di presbiteri.
Il giorno anniversario della istituzione del sacerdozio, per noi - ministri ordinati - è il giorno della lode, è il giorno del rendimento di grazie, soprattutto, è il giorno della riconoscenza: sì, il giorno della riconoscenza.
Il prete, in tal modo, prima d’ogni altra cosa, deve essere un uomo riconoscente, capace di riconoscenza, un uomo che con la vita esprime gratitudine a Dio e ai fratelli; ogni prete, infatti, è scelto, senza suo merito particolare, dalla divina misericordia, non perché sia migliore degli altri ma, perché Dio è buono; il prete, quindi, deve essere innanzitutto consapevole di ciò è, quindi, chiamato ad annunziare la bontà di Dio e ad essere dispensatore della misericordia di Dio.
La giornata del giovedì santo, ovviamente, anche per noi sacerdoti segna l’inizio del Triduo Sacro con la concelebrazione della messa nella cena del Signore; tale inizio ha un prologo nella messa crismale che costituisce il forte richiamo e ricordo a quel dono che ci ha costituiti un giorno, per sempre, nel sacerdozio di primo o di secondo grado.
In tal modo, oltre alla fondamentale identificazione di ogni fedele a Gesù Cristo - il battesimo è, infatti, immersione nella morte e risurrezione di Cristo - i ministri ordinati portano, in loro, una nuova, peculiare conformazione a Gesù-capo e sono a “servizio” del sacerdozio battesimale o comune. La distinzione - come sappiamo - non è solo di grado ma d’essenza fra la partecipazione battesimale/crismale e quella ministeriale al sacerdozio di Cristo, così come insegna la Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II (cfr. n.10).
Per noi sacerdoti ordinati, come per ogni battezzato, gli eventi della Settimana Santa, ci stanno dinanzi e chiedono d’essere fatti nostri, assunti nella nostra vita; però - lo ripeto - non può passare inosservato che la giornata del giovedì santo inizi proprio con la liturgia della messa crismale.
Ogni sacerdote ordinato vive, così, quel particolare legame col Signore Gesù, legame certo e sicuro che ha ricevuto al momento dell’ordinazione, in favore degli uomini; è quanto traspare dalle stesse parole di Gesù come è attestato nei vangeli.
“Chi accoglie voi - dice il Signore - accoglie me” (Mt 10,40; Lc 10,10-16; Gv 13, 20) e ancora: come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi (cfr. Gv 20, 21).
Tutto questo s’inserisce nella logica che caratterizza l’identità stessa di Gesù che si qualifica come relazione costitutiva col Padre e che riguarda la sua stessa persona; Gesù, infatti, nel più intimo di sé è relazione col Padre, per cui Egli può veramente dire in modo pieno totale e realissimo: “Il Figlio non può fare nulla da se stesso, se non ciò che vede fare dal Padre” (Gv 5,19-30). E poi ancora agli apostoli dice: “Senza di me non potete fare nulla…”(Gv 15,5) .
Il giovedì santo, quindi, ci chiede d’elevare il nostro grazie a Dio per averci chiamati e mandati, proprio secondo questa logica sacramentale, ossia, la realtà intima del sacramento. Guardiamo, quindi, alla situazione di quel nostro essere “niente” o “nulla” che, sull’esempio di Cristo - puro riferimento al Padre -, ci domanda di vivere il ministero sacerdotale come rendimento di grazie che tutto compie e tutto fa partire da Gesù Cristo.
Quando in un sacerdote di primo grado (vescovo) o di secondo grado (presbitero) tale consapevolezza s’appanna o viene meno, e questi presume di sé, allora, o è già venuta meno o sta venendo meno la logica sacramentale.
Il sacramento si caratterizza per questa realtà e per questa logica che sono, ad un tempo, precise e inequivocabili, vale a dire: poter compiere qualcosa che, di per sé, con le sole forze umane, non si ha il potere di compiere, perché, nel sacramento, l’uomo, per grazia, diventa pura comunicazione di Dio.
Il cardinale Ratzinger annotava nel suo intervento al Sinodo del 1990 sulla “Formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali”: “Questo ministero, nel quale l’uomo fa e dà per comunicazione di Dio, ciò che non può mai dare e fare da sé, viene chiamato sacramento… Ricevendo il sacramento, viene inviato per dare ciò che non può dare con le proprie forze, per agire “in persona” di un Altro… Perciò nessun uomo può auto-dichiararsi sacerdote; perciò neppure la comunità può promuovere alcun uomo a questo ministero per sua decisione ” (Card. Joseph Ratzinger, Relazione Sinodo 1990).
Carissimi confratelli, siamo partiti dalla preziosa e non sempre comune virtù della gratitudine; poi la nostra comune riflessione ha considerato come tale virtù sia necessaria per il sacerdote che nella sua persona è umanamente insufficiente ma che - proprio attraverso il sacramento - diventa (deve diventare) vera benedizione per coloro che lo incontreranno.
Nel senso e secondo la logica di queste parole, troviamo il pensiero di Giovanni Maria Vianney, il protettore dei parroci di tutto il mondo; il santo curato d’Ars aveva un ben misero concetto di sé, tanto da esclamare: “Se ci conoscessimo a fondo come egli (Dio) ci conosce, non potremmo vivere”(B. Nodet, Il pensiero e l’anima del santo curato d’Ars, pag. 245). Ma - nello stesso tempo - parlando del sacerdozio, si esprime in modo opposto e giunge a dire: “Se il sacerdote fosse ben compenetrato della grandezza del suo ministero, stenterebbe a vivere” (B. Nodet, Il pensiero e l’anima del santo curato d’Ars, pag.128).
Carissimi confratelli, oggi - come tradizione -, si rinnovano le promesse sacerdotali, vi invito a compiere questo gesto secondo quanto è stato appena detto, vale a dire, a partire dalla virtù cristiana dell’umiltà/riconoscenza.
Quindi non partendo dalla considerazione dell’obbligatorietà, che pure le caratterizza e accompagna, infatti le promesse sono impegni vincolanti, liberamente assunti, dopo anni di preghiera, di preparazione spirituale e di discernimento, in seminario.
Dio - come è ovvio - opera sempre a Suo modo, quindi come Colui che suscita tutto dal nulla; diventa, così, essenziale che colui che Egli sceglie come collaboratore, sappia / voglia / decida di essere creta molle nelle mani del Vasaio.
Fuori di metafora, più che mai, coloro che sono costituiti nel sacerdozio di primo e secondo grado, ovvero i vescovi e i presbiteri, non devono, come prima cosa, confidare in se stessi ma, piuttosto, nell’onnipotenza chi li ha scelti e mandati; l’esperienza dice che un presbitero o un vescovo fondato sulla consapevolezza di sé, che ha grande considerazione delle proprie doti umane, che conta molto sulla sua cultura, alla fine, alla prova dei fatti, non sarà mai al servizio di Dio.
E’ chiaro che ciò che vale per il sacerdozio di secondo grado - i presbiteri - vale a maggior ragione per quello di primo grado - i vescovi - che, proprio in forza della pienezza del sacerdozio, devono calarsi ancor più nel loro servizio a Dio e all’uomo.
Tutto ciò, ovviamente, vale ancor più nei confronti del Papa che, prima di tutto, è il nostro padre comune, il padre di tutti di fronte al quale tutti nella Chiesa sono figli.
Guardiamo, allora, al principio spirituale che secondo modalità specifiche essenzialmente differenti - come insegna il Concilio Ecumenico Vaticano II, al n. 10 della Costituzione Dogmatica sulla Chiesa - chiede d’essere tradotto nella propria vita da parte di chi è rivestito del sacerdozio battesimale e ministeriale.
Il principio spirituale è: quanto più ci abbandoniamo a Dio, non contando su se stessi, tanto più Dio opera in noi e attraverso di noi; l’umiltà, quindi, è la virtù che lascia operare Dio in noi e soltanto la fede rende possibile l’esprimersi dell’umiltà.
A tutti voi carissimi presbiteri, circondati oggi dalla comunità dei fedeli, esprimo la gioia di poter celebrare insieme, per la prima volta, il giovedì santo.
La celebrazione crismale unisce tutto il presbiterio diocesano intorno al vescovo che è - pur nella sua indegnità - capo, sommo sacerdote e grande liturgo della sua Chiesa; si tratta, in tal modo, di una celebrazione di tutta la Chiesa, non solo di una sua parte, di una corporazione, ma di tutta la Chiesa; la connotazione di questa assemblea è pienamente e compiutamente ecclesiale nel suo riferirsi a Cristo e ciò viene ribadito al momento delle promesse sacerdotali che sono rinnovate - dinanzi alla Chiesa e al mondo - nelle mani del Vescovo e, per suo tramite, in quelle di Dio.
Rivolgo una preghiera e un ricordo particolare per quanti, anche da tempo, hanno lasciato l’esercizio del ministero sacerdotale.
In questo primo giovedì santo che trascorro con voi, chiedo al Signore di poter servire questa Chiesa amandola come fa un vero Padre; aiutatemi affinché questo avvenga.
Desidero porre tutti i miei preti, ma soprattutto quelli anziani, malati o moralmente e spiritualmente affaticati, i nostri carissimi seminaristi, nelle mani materne di Colei che ai piedi della croce c’è stata data come madre, affinché tutti benedica come Ella sola sa fare. Ringrazio tutti i presenti d’essere venuti a questa importante celebrazione e, a tutti, auguro un giovedì santo che permetta di ravvivare il dono che ci è stato dato per l’imposizione delle mani.
Sia lodato Gesù Cristo.
L'omelia del Papa alla Messa crismale
Cari fratelli e sorelle!In questa Santa Messa i nostri pensieri ritornano all’ora in cui il Vescovo, mediante l’imposizione delle mani e la preghiera, ci ha introdotti nel sacerdozio di Gesù Cristo, così che fossimo “consacrati nella verità” (Gv 17,19), come Gesù, nella sua Preghiera sacerdotale, ha chiesto per noi al Padre. Egli stesso è la Verità. Ci ha consacrati, cioè consegnati per sempre a Dio, affinché, a partire da Dio e in vista di Lui, potessimo servire gli uomini. Ma siamo anche consacrati nella realtà della nostra vita? Siamo uomini che operano a partire da Dio e in comunione con Gesù Cristo? Con questa domanda il Signore sta davanti a noi, e noi stiamo davanti a Lui. “Volete unirvi più intimamente al Signore Gesù Cristo e conformarvi a Lui, rinunziare a voi stessi e rinnovare le promesse, confermando i sacri impegni che nel giorno dell’Ordinazione avete assunto con gioia?” Così, dopo questa omelia, interrogherò singolarmente ciascuno di voi e anche me stesso. Con ciò si esprimono soprattutto due cose: è richiesto un legame interiore, anzi, una conformazione a Cristo, e in questo necessariamente un superamento di noi stessi, una rinuncia a quello che è solamente nostro, alla tanto sbandierata autorealizzazione. È richiesto che noi, che io non rivendichi la mia vita per me stesso, ma la metta a disposizione di un altro – di Cristo. Che non domandi: che cosa ne ricavo per me?, bensì: che cosa posso dare io per Lui e così per gli altri? O ancora più concretamente: come deve realizzarsi questa conformazione a Cristo, il quale non domina, ma serve; non prende, ma dà – come deve realizzarsi nella situazione spesso drammatica della Chiesa di oggi? Di recente, un gruppo di sacerdoti in un Paese europeo ha pubblicato un appello alla disobbedienza, portando al tempo stesso anche esempi concreti di come possa esprimersi questa disobbedienza, che dovrebbe ignorare addirittura decisioni definitive del Magistero – ad esempio nella questione circa l’Ordinazione delle donne, in merito alla quale il beato Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera irrevocabile che la Chiesa, al riguardo, non ha avuto alcuna autorizzazione da parte del Signore. La disobbedienza è una via per rinnovare la Chiesa? Vogliamo credere agli autori di tale appello, quando affermano di essere mossi dalla sollecitudine per la Chiesa; di essere convinti che si debba affrontare la lentezza delle Istituzioni con mezzi drastici per aprire vie nuove – per riportare la Chiesa all’altezza dell’oggi. Ma la disobbedienza è veramente una via? Si può percepire in questo qualcosa della conformazione a Cristo, che è il presupposto di ogni vero rinnovamento, o non piuttosto soltanto la spinta disperata a fare qualcosa, a trasformare la Chiesa secondo i nostri desideri e le nostre idee?
Ma non semplifichiamo troppo il problema. Cristo non ha forse corretto le tradizioni umane che minacciavano di soffocare la parola e la volontà di Dio? Sì, lo ha fatto, per risvegliare nuovamente l’obbedienza alla vera volontà di Dio, alla sua parola sempre valida. A Lui stava a cuore proprio la vera obbedienza, contro l’arbitrio dell’uomo. E non dimentichiamo: Egli era il Figlio, con l’autorità e la responsabilità singolari di svelare l’autentica volontà di Dio, per aprire così la strada della parola di Dio verso il mondo dei gentili. E infine: Egli ha concretizzato il suo mandato con la propria obbedienza e umiltà fino alla Croce, rendendo così credibile la sua missione. Non la mia, ma la tua volontà: questa è la parola che rivela il Figlio, la sua umiltà e insieme la sua divinità, e ci indica la strada.
Lasciamoci interrogare ancora una volta: non è che con tali considerazioni viene, di fatto, difeso l’immobilismo, l’irrigidimento della tradizione? No. Chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare, può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa, la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo. E se guardiamo alle persone, dalle quali sono scaturiti e scaturiscono questi fiumi freschi di vita, vediamo anche che per una nuova fecondità ci vogliono l’essere ricolmi della gioia della fede, la radicalità dell’obbedienza, la dinamica della speranza e la forza dell’amore.
Cari amici, resta chiaro che la conformazione a Cristo è il presupposto e la base di ogni rinnovamento. Ma forse la figura di Cristo ci appare a volte troppo elevata e troppo grande, per poter osare di prendere le misure da Lui. Il Signore lo sa. Per questo ha provveduto a “traduzioni” in ordini di grandezza più accessibili e più vicini a noi. Proprio per questa ragione, Paolo senza timidezza ha detto alle sue comunità: imitate me, ma io appartengo a Cristo. Egli era per i suoi fedeli una “traduzione” dello stile di vita di Cristo, che essi potevano vedere e alla quale potevano aderire. A partire da Paolo, lungo tutta la storia ci sono state continuamente tali “traduzioni” della via di Gesù in vive figure storiche. Noi sacerdoti possiamo pensare ad una grande schiera di sacerdoti santi, che ci precedono per indicarci la strada: a cominciare da Policarpo di Smirne ed Ignazio d’Antiochia attraverso i grandi Pastori quali Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno, fino a Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Giovanni Maria Vianney, fino ai preti martiri del Novecento e, infine, fino a Papa Giovanni Paolo II che, nell’azione e nella sofferenza ci è stato di esempio nella conformazione a Cristo, come “dono e mistero”. I Santi ci indicano come funziona il rinnovamento e come possiamo metterci al suo servizio. E ci lasciano anche capire che Dio non guarda ai grandi numeri e ai successi esteriori, ma riporta le sue vittorie nell’umile segno del granello di senape.
Cari amici, vorrei brevemente toccare ancora due parole-chiave della rinnovazione delle promesse sacerdotali, che dovrebbero indurci a riflettere in quest’ora della Chiesa e della nostra vita personale. C’è innanzitutto il ricordo del fatto che siamo – come si esprime Paolo – “amministratori dei misteri di Dio” (1Cor 4,1) e che ci spetta il ministero dell’insegnamento, il (munus docendi), che è una parte di tale amministrazione dei misteri di Dio, in cui Egli ci mostra il suo volto e il suo cuore, per donarci se stesso. Nell’incontro dei Cardinali in occasione del recente Concistoro, diversi Pastori, in base alla loro esperienza, hanno parlato di un analfabetismo religioso che si diffonde in mezzo alla nostra società così intelligente. Gli elementi fondamentali della fede, che in passato ogni bambino conosceva, sono sempre meno noti. Ma per poter vivere ed amare la nostra fede, per poter amare Dio e quindi diventare capaci di ascoltarLo in modo giusto, dobbiamo sapere che cosa Dio ci ha detto; la nostra ragione ed il nostro cuore devono essere toccati dalla sua parola. L’Anno della Fede, il ricordo dell’apertura del Concilio Vaticano II 50 anni fa, deve essere per noi un’occasione di annunciare il messaggio della fede con nuovo zelo e con nuova gioia. Lo troviamo naturalmente in modo fondamentale e primario nella Sacra Scrittura, che non leggeremo e mediteremo mai abbastanza. Ma in questo facciamo tutti l’esperienza di aver bisogno di aiuto per trasmetterla rettamente nel presente, affinché tocchi veramente il nostro cuore. Questo aiuto lo troviamo in primo luogo nella parola della Chiesa docente: i testi del Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica sono gli strumenti essenziali che ci indicano in modo autentico ciò che la Chiesa crede a partire dalla Parola di Dio. E naturalmente ne fa parte anche tutto il tesoro dei documenti che Papa Giovanni Paolo II ci ha donato e che è ancora lontano dall’essere sfruttato fino in fondo.
Ogni nostro annuncio deve misurarsi sulla parola di Gesù Cristo: “La mia dottrina non è mia” (Gv 7,16). Non annunciamo teorie ed opinioni private, ma la fede della Chiesa della quale siamo servitori. Ma questo naturalmente non deve significare che io non sostenga questa dottrina con tutto me stesso e non stia saldamente ancorato ad essa. In questo contesto mi viene sempre in mente la parola di sant’Agostino: E che cosa è tanto mio quanto me stesso? Che cosa è così poco mio quanto me stesso? Non appartengo a me stesso e divento me stesso proprio per il fatto che vado al di là di me stesso e mediante il superamento di me stesso riesco ad inserirmi in Cristo e nel suo Corpo che è la Chiesa. Se non annunciamo noi stessi e se interiormente siamo diventati tutt’uno con Colui che ci ha chiamati come suoi messaggeri così che siamo plasmati dalla fede e la viviamo, allora la nostra predicazione sarà credibile. Non reclamizzo me stesso, ma dono me stesso. Il Curato d’Ars non era un dotto, un intellettuale, lo sappiamo. Ma con il suo annuncio ha toccato i cuori della gente, perché egli stesso era stato toccato nel cuore.
L’ultima parola-chiave a cui vorrei ancora accennare si chiama zelo per le anime (animarum zelus). È un’espressione fuori moda che oggi quasi non viene più usata. In alcuni ambienti, la parola anima è considerata addirittura una parola proibita, perché – si dice – esprimerebbe un dualismo tra corpo e anima, dividendo a torto l’uomo. Certamente l’uomo è un’unità, destinata con corpo e anima all’eternità. Ma questo non può significare che non abbiamo più un’anima, un principio costitutivo che garantisce l’unità dell’uomo nella sua vita e al di là della sua morte terrena. E come sacerdoti naturalmente ci preoccupiamo dell’uomo intero, proprio anche delle sue necessità fisiche – degli affamati, dei malati, dei senza-tetto. Tuttavia noi non ci preoccupiamo soltanto del corpo, ma proprio anche delle necessità dell’anima dell’uomo: delle persone che soffrono per la violazione del diritto o per un amore distrutto; delle persone che si trovano nel buio circa la verità; che soffrono per l’assenza di verità e di amore. Ci preoccupiamo della salvezza degli uomini in corpo e anima. E in quanto sacerdoti di Gesù Cristo, lo facciamo con zelo. Le persone non devono mai avere la sensazione che noi compiamo coscienziosamente il nostro orario di lavoro, ma prima e dopo apparteniamo solo a noi stessi. Un sacerdote non appartiene mai a se stesso. Le persone devono percepire il nostro zelo, mediante il quale diamo una testimonianza credibile per il Vangelo di Gesù Cristo. Preghiamo il Signore di colmarci con la gioia del suo messaggio, affinché con zelo gioioso possiamo servire la sua verità e il suo amore. Amen.
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lunedì 26 marzo 2012
Ingresso del Patriarca - L'omelia

Sia lodato Gesù Cristo.
Eminentissimo patriarca Marco,
eccellentissimo rappresentante pontificio,
venerati confratelli,
autorità,
carissimi presbiteri, diaconi, consacrati, consacrate,
fedeli laici,
caro monsignor Beniamino, amministratore apostolico,
carissimi veneziani,
permettetemi di dire subito il mio grazie a monsignor Beniamino per quello che ha fatto e come l'ha fatto, in questi mesi in attesa del nuovo patriarca.
Carissimi, è sotto lo sguardo materno della Nicopeia, nel giorno dell'Annunciazione del Signore, Natale della città, che la Chiesa di Dio che è in Venezia, attraverso la presa di possesso del nuovo patriarca, viene ricostituita nella sua pienezza teologica, giuridica e pastorale: rivolgiamo il nostro umile grazie a Dio. In questo giorno, la Chiesa che è in Venezia è chiamata in modo particolare ad innalzare la sua lode; tutto, infatti, esprime lo stupore e la gioia del popolo di Dio che, reso tale nel Sangue di Cristo, celebra la prima Eucarestia presieduta dal nuovo patriarca, il quarantottesimo successore di San Lorenzo Giustiniani. Così gli uomini passano, ma la Chiesa rimane. Oggi tocchiamo con mano questa realtà: è proprio il vescovo, attraverso la successione apostolica, che col suo ministero configura compiutamente la Chiesa particolare e, tramite la comunione diacronica, si lega al ministero dei Dodici e, con loro, allo stesso Gesù e alla Sua Pasqua.
Significativa è, a metà del III secolo, sul ministero episcopale, la testimonianza di Cipriano, vescovo di Cartagine; secondo Cipriano la Chiesa particolare, per divino volere, è strutturalmente incentrata sul vescovo, che tiene in essa il posto di Cristo, Sommo Sacerdote. Il vescovo è il sacerdote che, nel nome di Cristo, guida la comunità ecclesiale. L'insegnamento del vescovo di Cartagine circa la comunione fra i vescovi è oltremodo chiara: infatti, per Cipriano, il vescovo di una Chiesa particolare deve vivere in stretta comunione con gli altri vescovi, ma, alla fine, è la comunione col vescovo di Roma a garantire la stessa collegialità episcopale. È la realtà della collegialità che in seguito troverà compiuta piena formulazione nell'ecclesiologia del Concilio Ecumenico Vaticano II; è in quest'anno, cinquantesimo anniversario della sua solenne inaugurazione, che noi siamo invitati a cogliere sempre meglio il Magistero di questa assise ecumenica secondo quell'ermeneutica del rinnovamento nella continuità che autorevolmente ci propone Benedetto XVI. Il Vaticano II è il grande evento ecclesiale che ha segnato profondamente la vita della Chiesa e al quale dobbiamo guardare con fiducia. È proprio in forza della collegialità episcopale che il vescovo di una Chiesa particolare in comunione col vescovo di Roma ha un legame inscindibile con gli altri vescovi; siamo nella logica del mistero, per cui non solamente ogni vescovo è coinvolto, ma ogni Chiesa particolare è tale in forza del rapporto intrinseco con la Chiesa di Roma. Ed è in questa chiave che i confratelli vescovi del Triveneto guardano con speranza e realismo all'imminente Convegno di Aquileia 2, rinnovando anzitutto il vincolo collegiale tra di loro e le loro Chiese, e tra loro e il vescovo di Roma, il Vescovo dei vescovi. L'impegno comune è renderci disponibili, con le nostre Chiese, ad ascoltare ciò che lo Spirito vorrà suggerirci, per una nuova evangelizzazione di queste terre in vista del bene comune e nel dialogo con la cultura contemporanea. Si tratta, così, di ricentrare la vita delle nostre Chiese a partire dalla responsabilità personale dei pastori e, per la loro parte, dei fedeli, avendo di mira l'annuncio di Cristo; per questo, anzitutto, ci si chiede come l'educare alla vita buona del Vangelo possa avvenire in modo più efficace nelle Chiese del Nordest, in una terra che da sempre svolge la funzione di ponte tra l'est e l'ovest, tra il nord e il sud del mondo, e oggi più che mai è chiamata a svolgere tale missione. E in ragione di questo, la Chiesa che è in Venezia è chiamata a far proprio ciò che scrive l'autore della lettera agli Ebrei, quando, esortando i discepoli a una reale vita di fede, così si esprime: “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, Colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12, 1-2).
La nuova evangelizzazione, per essere realmente tale, suppone che la comunità evangelizzante sia prima di tutto rigenerata nel proprio rapporto vitale con Cristo. Ogni cammino di evangelizzazione ha inizio non con l'elaborazione di piani pastorali o progetti accademici delle facoltà teologiche e neppure attraverso un'auspicabile copertura del territorio da parte dei media. Certo, questi strumenti, per quanto di loro competenza, concorrono all'opera evangelizzatrice in modo eccellente, ma non costituiscono ancora il fondamento dell'evangelizzazione. Sono infatti i discepoli, intesi personalmente e comunitariamente, che vengono prima degli uffici pastorali, prima delle facoltà teologiche, prima della rete mediatica. Solo in un secondo momento tali strumenti diventano preziosi e, sul piano umano, oggi insostituibili per sostenere una reale missione evangelizzatrice. Si tratta di strumenti a servizio di una comunità testimoniale di cui devono veicolare la tensione missionaria, esprimendola con i loro linguaggi ed i loro approcci specifici. Prima di tutto, però, viene la comunità testimoniante, che in nessun modo può essere surrogata o data per presupposta.
In merito, il libro degli Atti degli Apostoli è esplicito, e già nella sua struttura offre una preziosa indicazione che fa esattamente in tale direzione. Questo libro, che contiene la prima narrazione della storia della Chiesa e insieme fa parte dei libri normativi della fede, non lo si può comprendere in senso pieno senza il presupposto teologico e spirituale da cui consegue l'impegno missionario della Chiesa. Tale presupposto, come sappiamo, è costituito dal dono dello Spirito Santo, ossia l'evento di Pentecoste. Senza questo dono, compimento della promessa del Signore, noi non avremmo la Chiesa, comunità evangelizzata ed evangelizzante. È proprio il dono dello Spirito Santo che costituisce la Chiesa, trasformando un gruppo di discepoli impauriti nella comunità del Signore risorto. Prima degli annunci kerigmatici e delle catechesi degli Apostoli, prima dei viaggi missionari e della fondazione delle Chiese particolari, il libro degli Atti narra l'evento di Pentecoste, evento dal quale si può comprendere il significato di ciò che in seguito verrà scandito pagina dopo pagina. La Pentecoste è, in tal modo, l'inizio della Chiesa, non soltanto in senso cronologico, ma essenziale, valoriale, tutto ciò che era accaduto prima del vento impetuoso che si abbatte gagliardo e delle lingue di fuoco che si posano sui presenti, come narra il libro sacro al capitolo secondo, è semplice preparazione, sono soltanto fatti che precedono. La Pentecoste è il vero evento che costituisce e inaugura nella Chiesa, la quale, in Gesù, sono chiamati tutti gli uomini di buona volontà.
Richiamo a questo punto la pagina lucana dei due discepoli di Emmaus, perché in essa troviamo qualcosa che caratterizza la Chiesa di ogni tempo, quindi anche la nostra. È un'immagine estremamente significativa e, proprio per questo, va considerata fino in fondo, in tutte le sue implicanze teologiche, spirituali, pastorali, giuridiche. I due pellegrini, Cleopa e il compagno di strada, stanno camminando con Gesù risorto e sono tristi, perché, per loro, è ancora morto. A un determinato momento pretendono, addirittura, di spiegare proprio a Lui che cosa era successo nei giorni precedenti in Gerusalemme a quel Gesù, profeta potente in parole e in opere di fronte a Dio e al popolo. Pare di intravvedere, in questo goffo tentativo, l'immagine di certa teologia, più volenterosa che illuminata, tutta dedita all'ardua e improbabile impresa di salvare, attraverso le proprie categorie, Gesù Cristo e la sua Parola. Ma in questa immagine siamo rappresentati anche noi ogniqualvolta, coi nostri piani pastorali ed i nostri progetti ed i dibattiti avulsi da una vera fede, pretendiamo di spiegare a Gesù Cristo chi Egli è. Cleopa e il suo compagno di cammino e, dopo di loro, i discepoli di ogni tempo alla fine esprimono tutta la loro desolazione e sfiducia nei confronti di Gesù e del suo operato: questo accade quando nel discepolo viene meno la fede. Le parole dei due e l'uso del tempo imperfetto risultano inequivocabili: “Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni” (Lc 24, 21). Quando la fede viene meno o non è più in grado di sostenere e fecondare la vita dei discepoli, allora ogni discorso teologico, ogni piano pastorale o copertura mediatica paiono insufficienti e noi ci troviamo nella stessa condizione dei due discepoli di Emmaus, incapaci di andare oltre le loro logiche, i loro stati d'animo, scoprendosi prigionieri delle loro paure. Teniamo conto di tutto ciò alla vigilia dell'incipiente Anno della Fede.
Ma l'Evangelista Luca ci tiene ancora e ci insegna ancora che spezzare il pane con Gesù, l'Eucarestia, è il gesto irrinunciabile e specifico del realismo cristiano, attraverso cui i discepoli potranno andare oltre le loro soggezioni, suggestioni e paure. In altre parole, l'Eucarestia ci consegna, nel mistero, Gesù vivo e vero, quindi l'Eucarestia dev'essere anche per noi evento privilegiato del realismo cristiano, luogo e momento in cui siamo chiamati ad andare oltre le nostre risorgenti incredulità, e ad aprirci un varco alla realtà intera che non prescinde dalle vicende storiche, ma va oltre di esse e, superando la parzialità della dimensione storica, ci consegna una prospettiva nuova, per cui si giunge a un amore capace di verità e a una verità sorretta dall'amore. Qui si inserisce e acquista il suo senso vero il commiato liturgico che fra poco, per la prima volta, attraverso la voce del diacono ci scambieremo reciprocamente, vale a dire: “La Messa è finita, andate in pace”. Quando la celebrazione liturgica è assunta nella nostra vita si dà il senso e la realtà ultima dell'Eucarestia, ossia l'umanità nuova che nasce dal corpo dato e dal sangue effuso non prescindendo dalla realtà storica del momento presente: “Quando fu a tavola con loro prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco, si aprirono i loro occhi e lo riconobbero. Ma Lui sparì dalla loro vista” (Lc 24, 30-31). Impegniamoci, come Chiesa che è in Venezia, a ricordarci reciprocamente la ricchezza e la fecondità di tale realismo cristiano: il vescovo lo faccia in quanto vescovo, i presbiteri in quanto presbiteri, i diaconi in quanto diaconi, i consacrati come consacrati, gli sposi come sposi e spose. Realismo cristiano che, in quanto tale, è sempre contestualmente rispettoso della molteplicità e delle distinzioni, ossia della sacralità come della laicità e ciò, a scanso di equivoci, sia detto e ripetuto: il vero realismo cristiano promuove sempre l'umano come tale, ovunque lo incontra. Realismo che, partendo da Gesù Cristo, ritorna a Cristo dopo aver incontrato e attraversato in tutto il suo spessore e i suoi diversi gradi la creaturalità dell'uomo; nell'Eucarestia la Carità di Cristo, donata qui e ora si dà la possibilità di rinnovare l'umanità stessa a partire dal rispetto dovuto ad ogni uomo e a tutto l'uomo. Non si dà quindi carità vera se si prescinde dal rispetto della giustizia effettiva, distributiva e contributiva oltre ogni facile aggiustamento.
Vogliamo infine includerci e includere quanto accennato nello scenario dell'Anno della Fede indetto da Benedetto XVI e che presto prenderà l'avvio e vedrà impegnata con forza la Chiesa che è in Venezia attraverso la corresponsabilità di tutti i suoi membri, secondo la loro specifica vocazione. Ci limitiamo a una sottolineatura circa l'evangelizzazione della Chiesa stessa, che deve crescere nella consapevolezza della fede per educarsi e porsi senza arroganza, ma anche senza timori e complessi di inferiorità, in una testimonianza dialogica con le culture del nostro tempo.
Ritorniamo infine al testo di Luca e vediamo come i due discepoli di Emmaus, senza frapporre indugio, fanno ritorno a Gerusalemme e proprio loro che, poco prima, avevano liquidato come semplici fantasie di donne l'evento glorioso della Resurrezione, ora vogliono annunciare alla Chiesa nascente che avevano niente di meno che incontrato il Signore Gesù lungo la strada e l'avevano riconosciuto nell'atto di spezzare il pane. Ma, loro malgrado, sono preceduti da chi dice loro: “Davvero il Signore è risorto e apparso a Simone” (Lc 24, 34). Il realismo cristiano si riflette su quanto appartiene all'uomo: innanzitutto include il rispetto della vita, sempre, senza condizioni; poi l'accoglienza /integrazione; la promozione della famiglia, cellula fondamentale della società umana; l'educazione, che mira alla pienezza della libertà; il lavoro come diritto e dovere che tocca la dignità stessa dei lavoratori e le loro famiglie, soprattutto oggi; il bene comune, col contributo specifico della dottrina sociale della Chiesa. Anche questi valori umani entrano negli scenari della vita risorta, sono i valori che stanno a cuore a una ragione amica della fede, valori che, vicendevolmente, si illuminano e sostengono. Pastore e fedeli, in un momento significativo per la vita della Chiesa di Venezia, si ritrovano oggi, fiduciosi, sotto il materno sguardo della Nicopeia, Colei che guida alla vittoria, e sono chiamati a dire il loro “sì”, come Maria al momento dell'Annunciazione. Un “sì” pronunciato col cuore e la ragione, un “sì” personale e comunitario, un “sì” detto a Dio e agli uomini nello spirito di Maria, che si lasciava condurre verso un oltre che fin d'ora è tutta la nostra gioia: quella gioia che io vi auguro di cuore.
Sia lodato Gesù Cristo.
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