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venerdì 2 dicembre 2011

La giornata della menzogna

Nella giornata di ieri si è svolta la venticinquesima giornata mondiale contro l'AIDS. Molti programmi televisivi, radiofonici, i mezzi di stampa e soprattutto internet si sono decorati con il segno distintivo dell'iniziativa ed hanno speso qualche parola su questa malattia terribile, perché ancora oggi incurabile (o curabile con grandi difficoltà). Gli scopi che questa giornata si prefiggeva erano sulla carta nobilissimi: sensibilizzare l'opinione pubblica al problema che ancora oggi l'AIDS costituisce per tutte le popolazioni del mondo, anche la nostra, incentivando la prevenzione. Ma nei fatti, a sentire gli annunci e a leggere gli articoli di ieri, si è svolto il solito copione: una ostinata campagna oserei dire pubblicitaria a favore dei preservativi. Ancora una volta la lotta all'AIDS ha assunto la deprimente forma del condom, nonché la solita connotazione anti-cattolica e contro il papa, dipinto da molti come untore di morte per l'Africa e per i giovani.
La giornata mondiale contro l'AIDS si è trasformata per l'ennesima volta in una grande menzogna; perché in effetti l'ostinata sponsorizzazione dell'uso del preservativo sembra proprio, dati scientifici alla mano, favorire, e non combattere, la diffusione del contagio. E' il caso dell'Uganda: nel 2009 il dottor Rand Stoneburner, medico dell'agenzia di cooperazione americana USAID, ha descritto la metodologia di lotta contro l'AIDS intrapresa dal governo ugandese nella cosiddetta metodologia AB, dall'inglese Abstain e Be faithful, tradotto Astieniti e Sii fedele. I risultati, pubblicati anche sulla rassegna stampa dell'associazione Medicina e Persona, furono i seguenti: con una riduzione del 65% del "casual sex" si assistette ad una riduzione della prevalenza dell'HIV del 75% tra i ragazzi dai 15 ai 19 anni, del 60% dai 20 ai 24 anni e del 54% nel complesso. Numeri che, secondo le più importanti riviste scientifiche tra cui The Lancet, devono essere attribuiti all'educazione volta ad una drastica diminuzione dei rapporti casuali fra giovani.
Per quanto invece riguarda l'uso del preservativo, la metodologia C, da diversi anni si sta discutendo sulla sua effettiva efficacia nel prevenire il contagio. Molti studi condotti dalle stesse case di produzione già negli anni '90 hanno infatti dimostrato che a partire dallo scopo primario, che è quello della contraccezione, il preservativo fallisce intorno al 15% dei casi in cui viene usato "correttamente". Ciò significa che parte degli spermatozoi, che hanno un diametro massimo di 2,5 micron (cioè 250 milionesimi di centimetro), passano ugualmente oltre il lattice. Ora il diametro del virus dell'HIV è stato misurato intorno a 0,1 micron, 25 volte più piccolo di uno spermatozoo; e se il preservativo lascia passare gli spermatozoi lascerà passare maggiormente il virus dell'HIV. Norman Hearst, della University of California San Francisco, ha affermato che, nella prevenzione dal contagio HIV, "le più recenti metanalisi parlano di un’efficacia del preservativo attorno all’80%"; quindi ci sono circa il 20% di probabilità che, pur usando il preservativo (e in maniera corretta), si contragga la malattia: più o meno la stessa probabilità che si ha, giocando alla roulette russa con una rivoltella da 6 colpi, di lasciarci le penne. Tutto questo discorso, poi, vale se il preservativo viene usato "correttamente"; e cosa significhi correttamente non può certo essere valutato caso per caso. Diceva il presidente Ugandese Yoveri Museveni nel 1992 al congresso Mondiale sull’ AIDS a Firenze: “In paesi come i nostri, dove una madre spesso deve camminare per 40 km per ottenere un’aspirina per il figlio malato o 10 km per raggiungere l’acqua, la questione pratica di garantire una costante disponibilità di preservativi o il loro uso corretto non potrà mai essere risolta”. Quindi le stime della probabilità di successo sopra citate vanno senza dubbio corrette al ribasso.
Alle orecchie dei più inesperti, questi dati possono comunque sembrare incoraggianti: sarà sempre meglio proteggersi per l'80% in più rispetto al non proteggersi affatto, si pensa (ed è proprio quello che gli autori di queste campagne puntano a fare). Tutto ciò dando per scontato che l'astinenza e la riduzione dei rapporti occasionali (la metodologia AB usata in Uganda) non siano nemmeno da tenere in considerazione. Ma il problema è un altro: questa vera e propria campagna pubblicitaria a favore dell'uso del preservativo, che anche ieri abbiamo potuto sentire in ogni dove, ha effetti a dir poco devastanti. Diffondere la mentalità che usare il preservativo è il metodo più sicuro per difendersi dal contagio dà l'avvallo, specie presso le popolazioni dell'Africa che sono le più colpite, per poter continuare a praticare condotte sessuali disordinate, anzi, per poterle addirittura incrementare, dato che il preservativo costituisce una difesa "pressoché infallibile"; cosa, come abbondantemente dimostrato, niente affatto vera. Sarà pur vero che c'è l'80% delle possibilità di successo, usando il preservativo, di non contrarre il virus, ma se, forti di questa falsa speranza, gli uomini e le donne si sentono autorizzati ad aumentare il numero di rapporti a rischio è normale che il numero dei contagi, invece che diminuire, aumenterà, e questo proprio a causa della massiccia campagna pubblicitaria a favore dei condom. Per questo motivo la "Giornata mondiale contro l'AIDS", per come si è svolta ieri e in tutte le ventiquattro edizioni passate, è diventata paradossalmente il miglior mezzo per la diffusione del morbo che si intendeva sconfiggere.
E' osservando i numeri dei contagi proprio presso le popolazioni dell'Africa, che la maggior parte dei sostenitori del preservativo vorrebbero difendere, che ci si rende conto che questa metodologia di prevenzione dell'AIDS ha fallito; lo stesso presidente ugandese Yoweri Museveni, più recentemente, ha attaccato la distribuzione di preservativi ai bambini delle scuole elementari descrivendola pericolosa e disastrosa: “Non bisogna insegnare ai bambini come usare i preservativi. Aprirò una guerra sui venditori di condom. Invece di salvare vite umane promuovono la promiscuità tra i giovani. La promiscuità è la maggiore causa di diffusione dell’HIV/AIDS. I bambini a scuola dovrebbero essere educati alla ricerca di un partner per una relazione stabile per tutta la vita”. Ed è in effetti la metodologia AB sopra illustrata, ovvero quella di un'educazione dei giovani all'astinenza, all'autocontrollo ed al sacrificio, che ha dimostrato il maggior incremento di successi a partire dal 2004: Stoneburner ebbe modo di definirla un autentico "vaccino sociale". Se, quindi, invece di fare pubblicità al condom ieri si fosse parlato di più di educazione dei giovani ad una sessualità più responsabile e matura (anche cristiana, sì), si sarebbe certamente fatto molto di più contro l'AIDS.
Concludo con le parole che il Santo Padre Benedetto XVI ebbe modo di esprimere durante il suo primo viaggio in Africa, nel 2009, per le quali fu aspramente criticato da governi ed organizzazioni, e tacciato addirittura di essere un assassino: alla domanda:

“Santità, tra i molti mali che travagliano l’Africa, vi è anche e in particolare quello della diffusione dell’Aids. La posizione della Chiesa cattolica sul modo di lottare contro di esso viene spesso considerata non realistica e non efficace. Lei affronterà questo tema, durante il viaggio?”

il Papa ha rispose:

“Io direi il contrario: penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto, visibilmente e anche invisibilmente, per la lotta contro l’Aids, ai Camilliani, a tutte le Suore che sono a disposizione dei malati … Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di profilattici: al contrario, il rischio è di aumentare il problema. La soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi. Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dare forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra che questa sia la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo tutti coloro che lo fanno”.

Dati scientifici alla mano, chi è, allora, il vero assassino di africani malati di AIDS?

Fonte primaria: http://www.zenit.org/article-17620?l=italian.

domenica 24 luglio 2011

Quando la libertà diventa schiavitù

Una delle obiezioni più banali, ma anche tra le più frequenti, che vengono mosse ai cattolici è quella sulla libertà; l'uomo di oggi fa fatica a concepire il cristiano praticante come un uomo libero, vedendo più che altro la religione cristiana cattolica come un ostacolo alla libertà dell'uomo, fatta di regole rigide, di comandamenti, con una predisposizione speciale a dire di no. Spesso questa concezione della religione cristiana, ovvero della "religione del no", è propria anche di coloro che si professano cristiani; e si sentono così le correnti di pensiero (come se la dottrina fosse questione di opinione) che all'interno della Chiesa stessa auspicano un progresso, il quale, in realtà, dovrebbe stravolgere la dottrina della Chiesa fino a farla diventare il contrario di quella che è. Per contro, allora, ci aspetteremmo che coloro che fieramente dichiarano di non aver nulla a che fare con il cristianesimo, religione della "schiavitù" secondo loro, siano liberi; ma ci si rende presto conto che non è affatto così. E' sufficiente guardarsi intorno per capire che l'uomo che pensa di costruire la propria libertà da solo è ridotto in schiavitù, ad esempio, dal denaro: chi possiede molti soldi è spesso portato a volerne ancora di più, anche tramite il gioco d'azzardo. Oppure dall'alcool e dalle sostanze stupefacenti: quanti sono i giovani che, pur soffrendo nel corpo dopo un'ubriacatura che in certi casi sfiora il coma etilico, sono pronti a ripetersi, quasi ad obbedire ad un invisibile padrone al quale non possono sottrarsi. E per finire la più subdola, se vogliamo, delle schiavitù di oggi, che è quella del sesso, vissuto in maniera disordinata eppure fatta passare per normale, come modo per soddisfare se stessi, e non quale strumento per manifestare ad un'altra persona il proprio amore totale ed incondizionato.
Proprio a questo proposito, sul quotidiano cattolico telematico La Bussola Quotidiana è apparso un interessante articolo di Marco Respinti, dal titolo "Sesso facile e aborto: i giovani secondo l'ONU", nel quale vengono descritte le iniziative che l'ONU ha organizzato a favore (dicono loro) dei giovani. Diffondendo dei saggi di dubbia moralità, alcuni psicologi e sociologi di ancor più dubbia preparazione spronano i giovani, sotto l'egida delle Nazioni Unite, a "ribellarsi" e a prendere coscienza del proprio "diritto al piacere sessuale"; e poiché, nell'esercizio di questo "diritto", possono non di rado incappare in qualche incidente di percorso, li informa sulla "loro libertà" di abortire (delle libertà dei nascituri non si parla), ed eliminare così ogni ostacolo alla propria libertà. Con la descrizione dettagliata (in qualche caso integrate da adeguata illustrazione) delle pratiche sessuali più trasgressive, il giovane dovrebbe essere portato alla vera libertà: sapendo tutto quello che può fare col suo corpo, sarà libero di decidere se farlo oppure no. In realtà di libertà di decidere ce n'è ben poca: più che di "informazione", se vogliamo essere corretti, quella dell'ONU dovremmo chiamarla tentazione, seduzione, induzione all'azione, inganno. E' chiaro che il giovane, bombardato di messaggi così spinti e pressanti, per di più provenienti da sedicenti "dottori" (il titolo di studio, in questi casi, conta più di ogni altra cosa), non potrà che cedere e mettere in pratica quello che ha letto in questi saggi, usando male il suo corpo e la sessualità, e non ci si potrebbe aspettare altro: sarebbe come se ad una persona affamata, ma attenta alla dieta, si apparecchiasse sotto il naso un tavolo con le più succulente leccornie, con tanto di commensali intenti a gustarle, e la si invitasse poi a scegliere se mangiare o stare senza (mi sovviene alla mente una celebre scena di un film di Fantozzi). Quella che si dà è l'illusione di libertà: in verità si è coercitati a comportarsi in una determinata maniera. Tant'è che, se il giovane decidesse di mantenersi casto, possiamo ben immaginarci come questi psicologi e sociologi, e la società intera, lo giudicherebbero: represso, castigato, complessato, ingenuo, immaturo.
Se tale situazione si limitasse ai messaggi veicolati dall'ONU, pur nello sconcerto e nello sdegno che essi provocano, non ci sarebbe poi tanto da preoccuparsi. Il vero problema è che ormai tutto l'ambiente in cui viviamo e siamo immersi ogni giorno è intriso di questi messaggi, che spronano ad un uso disordinato del proprio corpo giustificandolo come normale e proponendolo come allettante e alla portata di tutti. E non parlo solamente dei programmi alla televisione e dei siti internet che questi contenuti li divulgano esplicitamente; il vero pericolo deriva dai programmi che nascono innocenti, ma che in realtà contengono, più o meno pilotati dagli autori, questi messaggi sbagliati. Pensiamo per un attimo ai cosiddetti telefilm per ragazzi o per tutta la famiglia, trasmessi da ogni emittente televisiva (sia pubblica che privata) in fascia protettissima; e questo per non parlare dei telefilm spesso trasmessi in prima serata, e che si mettono a posto la coscienza esibendo solamente un bollino giallo o rosso per evitarne la visione da parte dei bambini.
Dietro la maschera di innocenti telefilm, vediamo invece giovani adolescenti, poco più che bambini, invischiati in complicatissime vicende amorose, le quali non vengono mai chiamate "fidanzamenti", e ancor meno si sente parlare di matrimonio. Oppure, mentre la famiglia è riunita a tavola per la cena, assiste, durante il suo programma preferito, al bacio saffico di due delle protagoniste, come se fosse la cosa più normale del mondo. Il modello di ragazzi che ne risulta è fortemente stereotipato: ragazzine con scollature degne di donne di strada e pantaloncini così corti da sembrare mutande mal riuscite, ragazzini con abbigliamenti molto eccentrici, e comunque rispondenti a canoni di bellezza ben precisi, perfettissimi. E non è raro sorprendere i giovani protagonisti in atteggiamenti affettuosi espliciti, in ogni caso assolutamente inadatti alla loro giovane età. I genitori, che sotto la dicitura "per ragazzi" si fidano di lasciare i loro figli davanti a programmi di questo genere, non si rendono conto che, anche se non si vedono scene scabrose, il pensiero di bambini e ragazzi viene pilotato verso relazioni amorose insane, facendo leva, tramite l'avvenenza e la seduzione dei protagonisti, sugli istinti più animaleschi; e questo solo per fare in modo di non perdere spettatori o di vendere i gadget del programma.
Anche di fronte alla visione di questi programmi ci si interroga sulla libertà; basta girare le affollate calli e piazze del nostro centro storico in questi mesi estivi, e sembra che la vita di tutti i giorni si sia trasformata in una scena di quegli stessi telefilm. Ragazzini e ragazzine giovanissimi, provenienti da varie parti d'Italia e d'Europa, tutti vestiti e pettinati alla stessa maniera, in atteggiamenti intimi espliciti e volgari, proprio come i loro idoli della televisione. Perché tali programmi attirano così tanti ragazzi? Si potrà controbattere: non c'è nulla di male se una persona nell'abbigliamento e nell'aspetto fisico vuole assomigliare ai divi della televisione, è sempre stato così; ma non si tratta solo di una pettinatura o di un vestito. Questi programmi si insinuano nel modo di pensare e di comportarsi dei loro telespettatori, obbligandoli a corrispondere in tutto e per tutto ad un determinato modello di persona; e la popolarità di questi modelli (soprattutto tra i giovani) obbliga anche i ragazzi che non guardano quei programmi tv a comportarsi alla stessa maniera. Una sottile schiavitù, quindi, che si basa sul desiderio, sulla passione, sulla seduzione: non sull'amore, che è quello che rende genuini e autentici anche gli atteggiamenti intimi (e che tali dovrebbero rimanere); e le prove sono davanti ai nostri occhi.
Forse, allora, la vera libertà che promette Nostro Signore Gesù Cristo è più comprensibile dopo aver osservato le diverse schiavitù che patiscono coloro che rifiutano la libertà cristiana. Egli ci ha dato un unico comandamento, che è l'Amore, ossia Egli stesso; amare Dio sopra ogni cosa, e da questo amore scaturisce anche l'amore per il prossimo. Quando si ama, pur nella necessità di sacrificare parte della propria vita per amore della persona amata, si accetta il sacrificio di buon grado; l'Amore che Dio ci chiede e ci offre è tale che, sacrificando parte del nostro tempo, della nostra vita e del nostro essere per Lui, facciamo del bene a noi stessi. Chi ama i comandamenti di Dio, e per questo rinuncia alle ricchezze fini a se stesse, ad una sessualità volta al solo raggiungimento del piacere personale, al poter fare sempre e comunque ciò che si vuole senza pensare al proprio prossimo, non si sente schiavo, ma libero: libero dalle schiavitù e dalle dipendenze che invece patiscono quelli che pensano di essere liberi, e che sono loro imposte dal maligno.

lunedì 13 giugno 2011

Dopo l'Europride - Considerazioni

«A nome della Chiesa di Roma non posso non esprimere amarezza per l'affronto recato [...] e per l'offesa ai valori cristiani di una città che è tanto cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo.
La Chiesa non può tacere la verità [...] perché non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male.
»

Queste le parole che sono apparse sui manifesti della contro-manifestazione organizzata da Militia Christi a Roma, in concomitanza con l'Europride, ormai tristemente noto. Non sono parole di mons. Marcel Lefebvre, e nemmeno dei suoi seguaci contemporanei; non sono parole di qualche prete che oggi coloro che amano definirsi "cattolici adulti" disprezzano, usando la parola "tradizionalista" in un senso negativo che non ha. Queste sono parole del beato Giovanni Paolo II, lo stesso beato che non più tardi di un mese e mezzo fa una platea di giovani e adulti andava acclamando addirittura come santo, come un papa amico dei giovani; gli stessi giovani che oggi, pur definendosi cattolici, la pensano in maniera totalmente difforme da quello che il Catechismo della Chiesa cattolica va predicando (il che fa sorgere qualche dubbio sul fatto che costoro abbiano in mente cosa significhi definirsi "cattolici"). Come non ricordare lo sconforto del papa, che aveva supplicato nel lontano 2000 di risparmiare la città di Pietro dalla parata della lussuria e della perversione che anche lo scorso sabato ha avuto luogo; quelle parole e quella parte del messaggio di papa Wojtila oggi sembrano essere state dimenticate. Volontariamente o no poco importa; non possiamo non pensare a come, dal Cielo, papa Giovanni Paolo II continui a rimanere amareggiato e sconfortato per quello che è uscito dal palco del circo massimo sabato scorso: "Facciamo la rivoluzione dell'amore"? Che amore devono inseguire i cristiani, se non Dio che è Amore? E' Lui l'Amore, che ama fino al punto di dare il suo unico Figlio per i suoi figli, giusti o ingiusti che siano, anche per coloro che hanno preso parte alla oscena mascherata. Se noi cristiani crediamo che Dio è Amore, e che Dio è unico nella sua Trinità, come possiamo pensare ad una rivoluzione dell'amore? Quell'amore di cui si parla non è certamente l'amore divino, è l'uomo che vuole sostituire Dio, adorando veri e propri anticristi, chiamando dio (amore) gli idoli della lussuria, gli atti sessuali sfrenati e contro natura, la concupiscenza.
Come non pensare al rammarico del beato Giovanni Paolo II di fronte a tanti giovani che si dicono cristiani, abbagliati dalla mentalità relativista e new age del mondo di oggi, che giudicano la Chiesa arretrata perché non accetta queste aberrazioni dell'amore? La Chiesa che per prima esorta a non discriminare ingiustamente qualsiasi fratello con tendenze di carattere omosessuale, ma non per questo si tira indietro quando si tratta di condannare l'atto come intrinsecamente sbagliato. Lo dice il Catechismo, lo dice il beato Giovanni Paolo II: "La Chiesa non può tacere la verità perché non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male". Ed anche coloro che contestano la Chiesa, a volte addirittura dal suo interno, devono arrendersi a questa verità, non avendo argomenti seri con cui controbattere all'unica Verità che è Gesù Cristo.
I carri sono stati smontati, deposte le parrucche e reindossati i vestiti: la parata è finita; noi cristiani, però, rimaniamo in questo mondo. Il rammarico, come quello del padre della parabola che vede allontanarsi verso la perdizione il figlio, dopo avergli anticipato la sua parte di eredità, non ci lasci in preda al totale sconforto e alla disperazione; preghiamo ancora di più per noi e per questi fratelli, che accecati dai desideri della carne, non riescono ad assecondare quelli dello spirito: che il Signore perdoni i nostri peccati e ci preservi dal fuoco dell'inferno. E preghiamo anche per i fratelli che, pur dicendosi cristiani, si scagliano contro la Chiesa, tacciandola di oscurantismo ed intolleranza, disconoscendo il Catechismo e quindi l'insegnamento stesso di Nostro Signore Gesù Cristo.
Ci è quasi impossibile non pensare agli scritti della Beata Anna Maria Taigi, sposa e madre senese vissuta a cavallo tra il '700 e l'800, devota alla Santissima Trinità; che ci siano da monito e da sprone per compiere la nostra missione di cristiani, ossia implorare la Misericordia del Signore:

«Dopo questi segni, quando si sarà vicini alla fine, il Drago sarà sciolto e la Divina Madre inviterà alla penitenza e gli uomini senza tener conto dei Celesti moniti andranno per le vie della Eterna Città Santa bagnata dal Sangue dei Principi (Apostoli), portando la Lussuria in processione; e il Padre della Menzogna sarà a loro capo. Sacrilegi compiranno contro i tempi del Santo Spirito e contro la Religione: gli uomini si vestiranno da donne e le donne si vestiranno da uomini, la Voce del Santo Vicario non sarà ascoltata e l' Alma Sua figura sara fatta oggetto di scherno e risa, allora il Drago che già ha preso possesso del suo regno istillerà lumi alle menti degli a lui soggetti per diffondere l'alito pestilento della Lussuria ove il Beatissimo pose Sede e per diffondere e moltiplicare l'opera sua nefanda di distruzione e perdizione, dovrà allora dalla Cristianità implorarsi la Misericordia di Dio e fare Orazione per la Chiesa Militante domandando aiuto alla Madre Santa e offrendo penitenze e sacrifici.»



Alcuni articoli tratti da La Bussola Quotidiana:

venerdì 10 giugno 2011

Che cos'è in realtà l'Europride?

Chi di noi ha avuto modo di leggere i giornali o guardare i telegiornali in questi giorni è sicuramente venuto a conoscenza del fatto che a Roma, domani, si terrà il cosiddetto Europride, che non ha nulla a che vedere con l'orgoglio di essere europei (come si intuirebbe dal nome), ma è una delle solite manifestazioni degli irriducibili gruppi omosessualisti. Nelle intenzioni dichiarate dagli organizzatori, lo scopo sarebbe quello di combattere la cosiddetta "omofobia", l'intolleranza presunta contro gli omosessuali da parte della Chiesa e dei cattolici e molte altre cose trite e ritrite. In realtà è noto a tutti come l'evento di domani è quanto di più lontano possa esistere da una manifestazione culturale, come la si vorrebbe far passare. Diciamo le cose come stanno: in tutta onestà quella di domani sarà una parata mascherata dell'inciviltà, di gente spudorata che andrà in giro mezza nuda, mimando atti sessuali espliciti alla luce del giorno, in una città le cui strade possono essere normalmente percorse da bambini e famiglie. E questo giudizio obiettivo non può essere tacciato di essere discriminatorio od omofobo: atti di una tale sconcezza non sono assolutamente giustificabili, non perché compiuti da persone dichiaratamente omosessuali, ma sono inaccettabili di per se stessi, anche se tali manifestazioni le organizzassero coppie eterosessuali (dalle quali, tuttavia, non ho mai visto né sentito fare niente del genere).
Come il Catechismo della Chiesa Cattolica ci insegna, la dottrina condanna gli atti sessuali fra persone dello stesso sesso; ma raccomanda che non vi siano ingiuste discriminazioni nei confronti di quelli che sono in ogni caso fratelli, addirittura più bisognosi di aiuto di altri nel cercare, se credenti, di resistere a queste tendenze di origine tutt'ora sconosciuta. A questa stessa Chiesa che predica e mette in pratica la vicinanza caritatevole nei confronti di questi fratelli, specialmente di coloro che spontaneamente si avvicinano per cercare di superare questi comportamenti indesiderati, si risponde con l'insulto e con le scritte incivili sui muri degli edifici sacri, in nome della tolleranza; con l'irruzione in chiesa durante la Santa Messa come successo non più tardi di domenica scorsa, all'urlo di "curati tu", indirizzato al parroco che aveva solo accolto dei ragazzi insoddisfatti delle loro tendenze omosessuali e che volevano superarle. Ed infine con una manifestazione assolutamente provocatoria ed indecorosa come quella di domani, comunque non una novità per la città di Roma, che viene spacciata per una "conquista di civiltà" (se questa è civiltà cos'è inciviltà?).
Chiediamoci, liberi da ogni pregiudizio, che cos'è la manifestazione di domani, cosa significa; può una sfilata di carri dove la gente sta mezza (o completamente) nuda, con parrucche colorate e vestite di pelle nera essere definita un evento culturale? Può un ammasso di persone che in preda a danze conturbanti ostentano le loro vergogne in pubblico significare la richiesta che vengano riconosciuti dei diritti?
Il reale significato di questo genere di manifestazioni ce lo spiega Luca di Tolve, omosessuale per circa vent'anni e poi uscito per sua volontà (e senza costrizioni oscure da parte della Chiesa) da questa condizione, come ha raccontato nel libro «Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso», edito da Piemme; in un articolo-intervista apparso oggi su La Bussola Quotidiana a firma di Raffaella Frullone, leggiamo la sua esperienza (mie le evidenziature in rosso):

«L'Omofobia? Una grande bufala» Parola di ex gay militante
Di Raffaella Frullone

Cinquecentomila persone per le strade, 41 linee del trasporto pubblico deviate, entusiasmo crescente. L’EuroPride 2011, che va in scena nelle strade della capitale, si prepara a vivere il suo culmine domani sera, quando una sfavillante Lady Gaga, invitata nientepopo di meno che dall’ambasciatore statunitense, si scatenerà sulle note di «Born this way», inno alla naturalità della diversità.
La manifestazione dell’orgoglio omosessuale, si legge nello statuto politico, sottolinea che «Essere orgogliosi significa scegliere a testa alta i propri percorsi di vita con consapevolezza e libertà, nel riconoscimento del medesimo spazio di libertà di qualunque altra persona». Ma questa definizione non convince, soprattutto chi l’ha frequentata per 20 anni, come Luca di Tolve. Oggi quarantenne e sposato con Teresa, Di Tolve gestisce il gruppo Lot, associazione che difende l'identità di genere e offre supporto a chi porta dentro di sè ferite e dipendenze a livello emotivo. Nel suo libro «Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso», edito da Piemme, racconta la sua storia e la sua esperienza all'interno di Arcigay, storica associazione che, si legge nel suo statuto «si propone di promuovere e tutelare il diritto all’uguaglianza tra ogni persona sia essa gay, bisessuale, lesbica, transessuale o eterosessuale».

Di Tolve, che cosa è Europride?

«Una manifestazione egocentrica, una pura ostentazione, una giornata di folle divertimento. Tutto quello che si fa normalmente nei punti di ritrovo la notte, viene riproposto nelle strade di giorno. Non è, come si vuol far credere, una battaglia sociale, ma solo un mettersi in mostra attorno all’unico elemento di coesione: il sesso. Per capirlo basta accedere al sito di arcigay.it, si trova una serie di locali, sparsi in tutta Italia, con la denominazione cruising, ovvero ricerca e offerta di sesso casuale, anonimo e vario. Nessuna associazione che promuove diritti si sognerebbe mai di organizzare un maxi festino per le strade, tranne i movimenti omosessualisti. Il loro unico scopo è sdoganare un modello di pensiero, negando tutti quelli che lo contraddicono».

In che senso?

«Non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi che una persona in un dato momento abbia un problema con la proprie identità sessuale, danno per scontato che la strada sia quella dell’omosessualità, e su quella indirizzano tutti, soprattutto i più giovani e i più fragili. Noi crediamo che l’essenza della persona non sia omosessuale, che ci possano essere delle tendenze, dei problemi psicologici, delle ferite, ma non se ne può parlare. Non si può dire nulla se non nel modo in cui Arcigay propone, perchè subito si è tacciati di omofobia. Ma lo spettro dell’omofobia è una grande, gigantesca bufala. Omofobia significa avere paura, io non ho paura dell’omosessualità e nemmeno degli omosessuali: lo sono stato per 20 anni! Questo è soltanto un tentativo di zittire chiunque si permetta di esprimere un’opinione diversa».

Qualcuno potrebbe obiettare che alcune persone non si riconoscono nella propria identità sessuale biologica...

«Conosco bene questo stato d’animo, per averlo provato. Porta con sè un carico di dolore, di rabbia, di sofferenza inimmaginabile. Di fronte a questa sensazione di freddo smarrimento viene naturale avvicinarsi al mondo gay, e poi ne si viene travolti. Noi vogliamo offrire un’alternativa, con il gruppo Lot vogliamo dare voce alle persone che non si sentono in sintonia con quello che provanno, andare incontro agli adolescenti che chiedono di capire cosa sta succedendo. Il percorso è lungo e complesso, ma bisogna essere chiari: siamo maschi o femmine. E la normalità è essere eterosessuali».

Quindi secondo Lei non ci sono diritti da tutelare per quanto riguarda gli omosessuali attraverso i GayPride?

«L’unico risultato di queste manifestazioni è il proliferare di locali dove si offre sesso. A me dispiace tantissimo perchè so che i ragazzi più giovani ci credono davvero, e il loro entusiasmo viene alimentato di continiuo, facendo loro credere che si cambierà il mondo, ma non è così e ai vertici lo sanno bene. E’ il sesso il motore del mondo gay, come in una sorta di cannibalismo ci si nutre di una cosa che non si ha. Ed è questo che personalmente ha fatto scattare in me un campanello d’allarme. Il sesso. Perchè non esiste la fedeltà nel mondo gay, esiste la ricerca compulsiva di qualcosa che si vuole possedere, ma non la si ottiene perche’ ci si ostina a cercare nell’uguale a noi. Non esistono persone serene, o piene, nel mondo gay. Al contrario quando l’individuo scopre il mistero della complementarità, tutto acquista una luce diversa… ».

Quale è stata la molla che Le ha fatto pensare che qualcosa non andava nel mondo gay?

«Ad un certo punto, dopo anni di ricerca sfrenata, non solo non avevo trovato nulla, ma non avevo nemmeno capito bene cosa stavo cercando, e nemmeno se lo avrei trovato mai. Esausto, mi sono fermato, ho staccato. Poi ho scoperto che c’erano altre possibilità: con grandissimo stupore e altrettanta sofferenza ho scoperto una cosa che nessuno, in 20 anni di Arcigay mi aveva mai detto, e cioè che potevo diventare eterosessuale. Perchè non me lo avevano detto? Mi hanno rubato 20 anni di vita. Ho cominciato a leggere i libri di Nicolosi, psicoterapeuta americano, che da anni negli Stati Uniti si occupava di terapia riparativa. Non sono stato convinto da subito, ma ho voluto tentare anche quella strada. Ho capito che la mia vita era cambiata quando ho cominciato a percepire la profondità del mistero della complementarità, e ho sentito dentro di me un desiderio, che nessuno mi aveva detto che avrei potuto sentire: quello di essere padre. Fino ad allora nessuno mi aveva mai detto che avrei potuto generare una vita».

giovedì 5 maggio 2011

I giovani e la castità

Sfogliando alcuni blog cattolici, mi sono qualche giorno fa imbattuto in questo articolo di Corrado Gnerre, pubblicato dal blog Sursum Corda, che a sua volta l'aveva ripreso da Il Settimanale di Padre Pio, sulla castità prematrimoniale. L'ho trovato davvero illuminante, e quindi mi sento in dovere di divulgarlo anche su questo blog. Il valore della castità tra i giovani, al giorno d'oggi, sembra essere del tutto ignorato, o peggio: sembra essere addirittura diventato un disvalore. Lo osservava anche il nostro patriarca in uno dei suoi interventi al Messaggero di Sant'Antonio (pubblicato anche qui), che poneva l'accento specialmente sull'ignoranza che i nostri ragazzi hanno su quanto dice la Chiesa a proposito della sessualità. E vi assicuro che, leggendo ad esempio in rete gli interventi di ragazzi e ragazze anche giovanissimi, il patriarca ha assolutamente ragione. Uno dei pregi dell'articolo che mi appresto ad ammannirvi, è quello di spiegare la visione della Chiesa a partire dalle domande più frequenti che sorgono dai giovani su questi temi (un po' sullo stile del Catechismo Maggiore di S. Pio X, del Compendio del Catechismo o sulla struttura del recente Youcat); cosa che, credo, dovrebbe essere al più presto recuperata in tutte le nostre parrocchie. Spesso si ha il timore che parlare di sessualità durante una lezione di Catechismo in parrocchia sia in qualche modo inopportuno, irriverente, possa turbare l'animo dei nostri ragazzi e giovani. Ma, parlo per i ragazzi più grandicelli, quelli della Cresima o del dopo Cresima (se abbiamo la fortuna che frequentino ancora la parrocchia), essi si interrogano sempre, più o meno consapevolmente, sulle problematiche concernenti la sessualità e la castità, sul significato di queste cose nei loro rapporti di coppia, cercano risposte alle loro domande ovunque. Se noi, Chiesa, non rispondiamo a questa loro sete, si abbevereranno ad altre fonti, e non è detto che l'acqua che troveranno non sia avvelenata (anzi). La ricetta, secondo me, è sempre la stessa, molto semplice, ma che sembra paradossalmente molto difficile da realizzare: leggere il Catechismo. E' meglio, secondo la mia modestissima opinione, che i giovani sappiano la verità autentica delle cose, rischiando addirittura che coloro ai quali questa verità risulta scomoda se ne vadano, e rimanere con tre persone, piuttosto che con trenta, ma tenuti in un limbo per cui sanno e non sanno come la pensa la Chiesa cattolica a proposito dei loro interrogativi. Non è forse questo che faceva anche Nostro Signore, quando le folle aspettavano da Lui l'insegnamento? Servire la Verità, a discapito del consenso, era ciò che Egli praticava, e che noi, che portiamo il suo nome, siamo chiamati ad imitare.
L'articolo, infine, si chiude citando uno scritto di don Bosco, patrono dei ragazzi e dei giovani, che racconta di quando il suo angelo custode lo portò a vedere l'inferno. Il racconto è terribile, ma smuove le nostre coscienze; ci fa capire la gravità dei nostri peccati, gravità della quale oggi non si parla praticamente più, lo dico con rammarico, anche negli incontri di Catechismo in parrocchia. Quanti giovani, dopo la Cresima, non sanno ancora che cos'è il peccato, perché si distingue il peccato grave da quello lieve, la gravità di certe azioni, specialmente quelle contro la castità del proprio corpo. Una frase, in particolare mi ha colpito: quella della Vergine Santa alla beata Giacinta, una dei tre veggenti di Fatima; la Chiesa ha dato la conferma della bontà delle apparizioni di Fatima, quindi dobbiamo credere che queste parole non siano una storiella: «I peccati che fanno andare più all’inferno sono i peccati della carne». Si potrebbe obiettare: ma alla fine non è più grave uccidere una persona? La risposta è nell'articolo, che ora vi lascio leggere.

I rapporti prematrimoniali
Di Corrado Gnerre

Nessuna forma di unione, al di fuori di quella Sacramentale, è in grado di garantire alla coppia la totalità e definitività della mutua donazione: ecco perché ogni rapporto prematrimoniale è in sé illegittimo e irresponsabile, perché può coinvolgere una terza vita.

Quando si ha a che fare con i giovani (e io sono uno che ha a che fare con loro ogni giorno) una delle questioni più sentite è quella attinente alla sessualità e quindi ai cosiddetti “rapporti prematrimoniali”.
Su questo punto molti catechisti non sanno come affrontare il discorso. Coloro i quali si sentono di difendere la posizione del Vangelo e del Magistero (purtroppo mi sembra non tutti... e questo dovrebbe far pensare) lo fanno utilizzando argomenti poco convincenti, nel tentativo di rendere il Precetto più “trattabile” e “adattabile” ad una certa mentalità del giovane contemporaneo.
Eppure di argomenti convincenti ce ne sono. Vediamo quali sono.

La concezione cristiana della sessualità

Prima di tutto bisogna spiegare cosa è la sessualità secondo il Cristianesimo. Per il Cristianesimo la sessualità è un valore, perché creata e quindi voluta da Dio. Per il Cristianesimo non è valore ciò che è conseguito dal peccato, ma ciò che Dio ha iscritto nella natura, in questo caso nella natura dell’uomo.
L’essere umano non è stato voluto da Dio come un angelo, cioè con una natura esclusivamente spirituale, bensì come unione di spirito e di corpo. Ora, la sessualità altro non è che la dimensione corporea della reciproca donazione di quell’uomo verso quella donna e di quella donna verso quell’uomo, che si sono uniti nel vincolo indissolubile del Matrimonio-sacramento.

I rapporti prematrimoniali negano la donazione

Da ciò si capisce l’illegittimità della sessualità prematrimoniale (e ovviamente anche di quella extra-coniugale). Infatti, tale sessualità non può essere vissuta nella dinamica della donazione. La donazione, infatti, ha bisogno della definitività. Non è definitivo ciò che è ancora temporaneo e provvisorio. Nessuno può negare il fatto che il fidanzamento non sia definitivo... se è fidanzamento è proprio perché non c’è alcuna definitività.
Né ha senso fare un’obiezione di questo tipo: “Ma chi ci dice che il matrimonio sarà definitivo?”. Obiezione che non regge: ci sarebbe contraddizione in ciò che afferma la Chiesa se essa ammettesse la solubilità del Matrimonio, cosa che invece non è.
Una volta ascoltai una bellissima definizione di castità prematrimoniale. Per giunta l’ascoltai non da un sacerdote o da un teologo, ma da un laico padre di figli. Una definizione che non solo ritengo precisissima, ma che fa ben capire quanto la castità, in un determinato senso, non si configuri come una forma di rinuncia fine a se stessa, bensì per costruire ciò che conta davvero. La definizione dice così: «La castità prematrimoniale è la capacità di rimaner fedeli al proprio marito e alla propria moglie ancor prima di conoscerli». Ricordando questa definizione, dico ai ragazzi: «Chi si sente di negare quanto sia importante rimaner fedele al proprio marito e alla propria moglie, al proprio fidanzato e alla propria fidanzata? E allora perché negare quanto sia importante la fedeltà anche nella prospettiva del futuro? Perché ritenere che la fedeltà sia un valore solo nella contemporaneità – conoscendo il marito o la moglie – e non anche nella prospettiva del futuro, cioè quando ancora non si sa chi sarà il compagno di vita che la Provvidenza vorrà?».
In merito alla questione dei rapporti prematrimoniali un’altra obiezione che solitamente si riceve è questa: “Ma perché privarsi del piacere della sessualità? Non è Dio stesso che l’ha inserita nella natura umana?”. La risposta non è difficile. Certamente Dio ha inscritto il piacere nella sessualità così come ha iscritto il piacere in ogni bisogno importante della natura umana. Ha iscritto il piacere anche nel mangiare. Immaginate cosa accadrebbe se non provassimo piacere a mangiare. Faremmo questo ragionamento: “Adesso devo fare gnam gnam con le mandibole... chi me lo fa fare? Mangerò stasera...”, e poi anche la sera posticiperemmo al giorno dopo e così via... e intanto moriremmo di inedia. E così anche per la sessualità: se non ci fosse la dimensione del piacere, l’umanità si sarebbe già estinta. Ma – e qui sta il punto – un conto è apprezzare la dimensione del piacere, altro è fare di questo la componente e il criterio fondamentali. Per ritornare all’esempio del mangiare: se devo mangiare per alimentarmi, va bene apprezzare il piacere del mangiare; ma se in quel momento non è bene che mangi per non danneggiare l’organismo, non posso e non devo mangiare solo per soddisfare un piacere che poi si trasformerà in un danno per la mia salute.

I rapporti prematrimoniali negano la responsabilità

Ma oltre a tale motivo, i rapporti prematrimoniali sono illeciti anche perché sono sempre irresponsabili. Il ragionamento è molto facile: il metodo contraccettivo più sicuro è la pillola antifecondativa, la quale ha una percentuale di “successo” (rattrista utilizzare questa terminologia, ma lo facciamo per farci capire) non superiore al 90%. Il che significa che i metodi anticoncezionali occasionali (quelli che solitamente si usano tra i giovani) hanno una percentuale di “successo” ben al di sotto del 90%. Ciò vuol dire che la sessualità fuori dal Matrimonio è sempre comunque irresponsabile: si “gioca” con una terza vita che non solo ha il diritto di nascere qualora venisse concepita, ma che ha anche il diritto di trovare un nucleo familiare stabile, un papà e una mamma.
Dunque, la sessualità pre ed extra matrimoniale è, oltre ad un grave peccato (e già questo dovrebbe bastare per capire), un atto sempre e comunque irresponsabile.

La visione di Don Bosco

Purtroppo di queste cose ormai si parla poco. Si prende in considerazione il dato sociologico e quasi ci si arrende. Si pensa: “Ormai è impossibile venirne fuori”. Ora, un simile atteggiamento non solo costituisce un grave peccato di omissione, perché la verità va sempre detta, ma anche una sorta di “complicità” che permette che tante anime si perdano per l’eternità. Sì, avete capito bene: si perdano per l’eternità! La Madonna alla piccola Giacinta di Fatima lo disse chiaramente: «I peccati che fanno andare più all’inferno sono i peccati della carne».
Ho già fatto qualche riflessione su questa frase in un altro mio articolo pubblicato proprio su questo Settimanale. Certamente i peccati della carne, tra i peccati mortali, non sono quelli più gravi. Ma sono quelli che non solo possono essere commessi più facilmente, ma anche quelli che più pervertono il pensiero. Bestializzando il comportamento, bestializzano anche il ragionamento. Giustamente si dice: “Non si agisce come si pensa, ma si finisce sempre col pensare come si agisce”. Per cui, una volta fatta fuori la Legge di Dio dal comportamento, si farà fuori Dio stesso dalle proprie convinzioni e dal proprio giudizio di vita.
C’è una visione che toccò a san Giovanni Bosco e che a riguardo è bene ricordare. La Provvidenza volle che il grande Santo dei giovani vedesse l’inferno per far sì che lui – che appunto stava dedicando la vita ai giovani – venisse a conoscenza di alcune cose importanti per la sua missione. Ecco come lo stesso Don Bosco racconta ciò che gli toccò: «Mi trovai con la mia guida (l’Angelo Custode), in fondo ad un precipizio che finiva in una valle oscura. Ed ecco comparire un edificio immenso, avente una porta altissima, serrata. Toccammo il fondo del precipizio; un caldo soffocante mi opprimeva, un fumo grasso, quasi verde, s’innalzava sui muraglioni dell’edificio e guizze di fiamme sanguigne. Domandai: “Dove ci troviamo?”. “Leggi – mi rispose la Guida – l’iscrizione che è sulla porta!”. C’era scritto: “Ubi non est redemptio!” cioè: “Dove non c’è redenzione!”. Intanto vidi precipitare dentro quel baratro prima un giovane, poi un altro ed in seguito altri ancora; tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato. Esclamò la Guida: “Ecco la causa principale di queste dannazioni: i compagni, i libri cattivi e le perverse abitudini”. Gli infelici erano giovani da me conosciuti. Domandai: “Ma dunque è inutile che si lavori tra i giovani, se tanti fanno questa fine? Come impedire tanta rovina?”. “Coloro che hai visto sono ancora in vita; questo però è il loro stato attuale e se morissero, verrebbero senz’altro qui!”. Dopo entrammo nell’edificio; si correva con la rapidità del baleno. Lessi questa iscrizione: “Ibunt impii in ignem æternum!”, cioè: “Gli empi andranno nel fuoco eterno!”. “Vieni con me!”, soggiunse la Guida. Mi prese per una mano e mi condusse davanti ad uno sportello, che aprì. Mi si presentò allo sguardo una specie d’immensa caverna, piena di fuoco. Certamente quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore. Io questa spelonca non ve la posso descrivere in tutta la sua spaventosa realtà. Intanto, all’improvviso, vedevo cadere dei giovani nella caverna ardente. La Guida disse: “La trasgressione del sesto Comandamento è la causa della rovina eterna di tanti giovani”. Io obiettai: “Ma se costoro hanno peccato, si sono però confessati”. “Si sono confessati, ma le colpe contro la virtù della purezza le hanno confessate male o taciute affatto. Ad esempio: uno aveva commesso quattro o cinque di questi peccati, ma ne disse solo due o tre. Vi sono di quelli, che ne hanno commesso uno nella fanciullezza ed ebbero sempre vergogna di confessarlo, oppure l’hanno confessato male e non hanno detto tutto. Altri non ebbero il dolore e il proponimento; anzi, taluni, invece di fare l’esame di coscienza, studiavano il modo di ingannare il confessore. E chi muore con tale risoluzione, risolve di essere nel numero dei reprobi e così sarà per tutta l’eternità... Ed ora vuoi vedere perché la Misericordia di Dio qui ti ha condotto?”. La Guida sollevò un velo e vidi un gruppo di giovani di questo Oratorio, che io tutti conoscevo, condannati per questa colpa. Fra essi vi erano di quelli che in apparenza tengono buona condotta. Continuò la Guida: “Predica dappertutto contro l’immodestia!”. Poi parlammo per circa mezz’ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione e si concluse: “Mutare vita!... Mutare vita!”. “Ora – soggiunse l’Amico – che hai visto i tormenti dei dannati, bisogna che provi anche tu un poco di inferno!”. Usciti dall’orribile edificio, la Guida afferrò la mia mano e toccò l’ultimo muro esterno; io emisi un grido... Cessata la visione, osservai che la mia mano era realmente gonfia e per una settimana portai la fasciatura».
Penso che questo basti ed avanzi... per capire come nel nostro apostolato non dobbiamo trascurare questa importante questione.

Fonti:

mercoledì 13 aprile 2011

Ritirata l'edizione italiana di Youcat

Dopo l'annuncio dei giorni scorsi sulla stesura di un Catechismo, con prefazione di papa Benedetto XVI, per i giovani che parteciperanno alla Giornata Mondiale della Gioventù, che si terrà a Madrid nel mese di agosto di quest'anno, arriva oggi una notizia inaspettata quanto sconvolgente: a causa di un errore di traduzione in lingua italiana, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha deciso di ritirare decine di migliaia di copie, già ordinate nelle edicole, del Catechismo per i giovani. Entriamo più nel dettaglio: questa forma del Catechismo, voluta da papa Benedetto XVI come sussidio per i giovani che parteciperanno al grande incontro di agosto, è scritta nella pratica forma domanda e risposta, sul modello del recente Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica e, ancora prima, del Catechismo Maggiore di san Pio X. L'idea di accompagnare i giovani con questo importante sussidio che dà risposte importanti ai temi cruciali, per i quali spesso la Chiesa è attaccata dal mondo giovanile, è apparsa quanto mai opportuna e straordinaria. Ma purtroppo un errore di traduzione in lingua italiana rischia di gettare delle ombre su questo progetto, ombre che davvero non si meritava. L'errore riguarda la traduzione del numero 420, che, nella versione giudicata errata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, recita così:

Può una coppia cristiana fare ricorso ai metodi anticoncezionali?

Sì, una coppia cristiana può e deve essere responsabile nella sua facoltà di poter donare la vita. [2368-2369-2399]

Come si può vedere, scritte in questa forma domanda e risposta sono del tutto fuorvianti ed errate. E stupisce che un errore così grossolano possa essere stato commesso proprio in un tema delicato come quello dell'utilizzo di metodi anticoncezionali, che per i giovani d'oggi è particolarmente importante. Ritengo quindi sia importante, sperando che le copie con la traduzione errata siano del tutto ritirate e buttate al macero (o riciclate, come meglio si crede), spiegare dove sta l'errore. Se si fa bene attenzione alla domanda e alla risposta che segue, ci si accorge che le due non sono molto collegate; anzi, appare chiaro che la risposta non soddisfa affatto la domanda posta. Infatti la domanda è sul "ricorso ai metodi anticoncezionali" (agghiacciante, non è precisato alcunché, dunque si possono anche intendere i metodi anticoncezionali nella loro totalità), mentre la risposta riguarda la "responsabilità" della coppia nel mettere al mondo i figli, citando anche i numeri 2368, 2369 e 2399 del Catechismo della Chiesa Cattolica, che riporto di seguito per ulteriore chiarezza:

2368. Un aspetto particolare di tale responsabilità riguarda la regolazione della procreazione. Per validi motivi gli sposi possono voler distanziare le nascite dei loro figli. Devono però verificare che il loro desiderio non sia frutto di egoismo, ma sia conforme alla giusta generosità di una paternità responsabile. Inoltre regoleranno il loro comportamento secondo i criteri oggettivi della moralità. Quando si tratta di comporre l'amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri oggettivi, che hanno il loro fondamento nella natura stessa della persona umana e dei suoi atti, criteri che rispettano, in un contesto di vero amore, l'integro senso della mutua donazione e della procreazione umana; e tutto ciò non sarà possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 51].
2369. “Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l'atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore e il suo ordinamento all'altissima vocazione dell'uomo alla paternità” [Paolo VI, Lett. enc. Humanae vitae, 12].
2399. La regolazione delle nascite rappresenta uno degli aspetti della paternità e della maternità responsabili. La legittimità delle intenzioni degli sposi non giustifica il ricorso a mezzi moralmente inaccettabili (per es. la sterilizzazione diretta o la contraccezione).

A maggior ragione, dopo aver letto i numeri del Catechismo della Chiesa Cattolica citati nella risposta stessa del numero 420 di Youcat, appare del tutto incoerente la domanda rispetto alla risposta e viceversa: la risposta parla di "responsabilità" nel mettere al mondo i figli, di volontà di distanziare le nascite dei figli per motivi che, si sottolinea, non devono essere egoistici e comunque sempre rispettosi della castità matrimoniale, la domanda invece parla di metodi contracettivi in modo del tutto generale ed indiscriminato.
Potrebbe dunque sembrare una terribile svista nel porre la domanda, svista che, per qualche lettore, potrebbe indicare una sorta di ripensamento nella dottrina della Chiesa riguardo all'uso dei contraccettivi; vi si può leggere, infatti, e senza un utilizzo smodato della fantasia: "E' lecito usare i contraccettivi? Risposta: sì". Vediamo invece cosa dice lo stesso numero di Youcat nella traduzione in altre lingue, diverse da quella italiana. Nell'edizione originale in lingua tedesca il numero 420 suona così:

Darf ein christliches Ehepaar Empfängnisregelung betreiben?

Che significa:

Può una coppia cristiana esercitare (praticare) una regolazione (un controllo) dei concepimenti (delle nascite)?

Oppure ancora, nella traduzione in lingua inglese:

May a Christian married couple regulate the number of children they have?

Che significa:

Può una coppia cristiana regolare il numero dei bambini che ha?

(Testi e traduzioni tratti dal blog Settimo Cielo di Sandro Magister).

La risposta in italiano, invece, appare coerente sia con la traduzione inglese che con l'originale tedesco.
Se dunque confrontiamo la stessa domanda nell'originale tedesco, tradotta in lingua inglese e tradotta in lingua italiana appare evidente il distacco dalla fedeltà all'originale; infatti né in tedesco, né in inglese si parla di anticoncezionali: perchè in italiano sì?
L'azione della Congregazione della Dottrina della Fede, che arriva a poche ore dalla presentazione ufficiale di Youcat prevista per oggi, è un'azione chiara e decisa; speriamo e preghiamo che possa dipanare ogni dubbio, mettere definitivamente in chiaro l'errore dell'attuale edizione italiana (che può a sua volta trarre in errore i giovani che la leggeranno) e provvedere al più presto alla correzione.

martedì 15 febbraio 2011

San Valentino?

E' passato il tumultuoso e tanto atteso giorno di san Valentino. Già, proprio il santo martire, vescovo di Terni, che fu condannato a morte per aver convertito alla fede cristiana un oratore greco, Cratone, ed altri compagni. Ogni anno si rinnova a Terni, dove sono conservate le venerabili spoglie del santo martire, la festa della Promessa, durante la quale centinaia di coppie di fidanzati si recano davanti all'urna del santo per chiedere al Signore una speciale benedizione sul loro prossimo matrimonio. San Valentino, patrono dei fidanzati: fidanzamento che suppone un impegno serio già preso dalla coppia; allora il gesto di chiedere l'intercessione del santo si riempie di significato, specialmente nel momento che stiamo vivendo, in cui ogni mese ci fanno sentire le statistiche della diminuzione dei matrimoni religiosi (e anche civili, a dire il vero).
Tuttavia, a ben guardare, quella che ieri (e gli anni passati) abbiamo tutti chiamato "festa di san Valentino" non ha nulla a che fare con il santo vescovo di Terni; anzi, oserei azzardare che la stragrande maggioranza di coloro che ieri hanno festeggiato la "festa degli innamorati" non conoscano nemmeno chi fosse san Valentino. Infatti già si sostituisce, nella parlata popolare, la categoria di cui san Valentino è riconosciuto il patrono: dai "fidanzati" passiamo agli "innamorati". Potrebbe anche sembrare un cavillo, una cosa da poco, ma se ci pensiamo bene questo implica un cambio radicale di prospettiva; due fidanzati, infatti, hanno preso l'uno di fronte all'altro un impegno, hanno riconosciuto che la loro unione ha uno scopo e che la grandezza del loro amore richiede qualcosa che vada oltre il semplice dichiararsi l'uno all'altro, necessita di un atto che lo consacri di fronte a Dio e di fronte anche alla comunità (il matrimonio). Cosa si intende invece per "innamorati", e perché non si dice più fidanzati? E' fuori di dubbio che "innamoramento" è sicuramente un termine meno impegnativo di "fidanzamento" (che, nella sua radice, ha la parola "fede", o comunque "fiducia"); indica uno stato che va al di là della semplice ammirazione, dell'amicizia e della stima nei confronti dell'altro, ma ancora ad una fase iniziale. L'innamoramento non implica l'assunzione di un impegno, per così dire, ufficiale tra i due innamorati, poiché è necessario un minimo di conoscenza. Ma è altrettanto evidente come, nella società odierna e specialmente tra i giovani d'oggi, la "vita sentimentale" sia volutamente mantenuta in questo stato di precarietà: non ci si assume alcun impegno, semplicemente si resta a questo livello iniziale, finché la fiamma dell'innamoramento non si spegnerà, e lascerà i due liberi di ricominciare un'altra "avventura" con altre persone. E' interessante l'accostamento che fa Tommaso Scandroglio, su "La Bussola Quotidiana", che ben riassume (in maniera anche un po' provocatoria) quanto ho espresso: «L’amore per i giovani è un Bacio perugina: lo scarti, lo mangi in un boccone, ne assapori la dolcezza, leggi il cartiglio e forse un po’ ti commuovi, e poi dopo cinque minuti te ne sei già scordato e aspetti un altro bacio».
E' naturale, dunque, che se il 14 febbraio è la "festa degli innamorati" non c'è posto per ricordare san Valentino, se non per dare un nome un po' chic alla ricorrenza, allo stesso modo con cui abbiamo Halloween, Ferragosto, o la notte di san Lorenzo. Voglio solo dirvi questo: per cercare un'immagine di san Valentino da inserire in questo post, digitando "san Valentino" su google (il più celebre tra i motori di ricerca) la prima immagine che riguardasse il santo martire vescovo di Terni era solo al 140mo posto, la seconda al 225mo posto, le altre sono nella pagina successiva, perse in un oceano di immagini simpatiche (orsacchiotti e cartoni animati), cuoricini, cagnolini, bacini, e le immancabili foto pornografiche. In tutto domina il rosso (il colore della "passione"!); è curioso notare come il rosso sia anche il colore proprio dei martiri, anch'esso simboleggiante la Passione, quella di Cristo però, al quale, versando il proprio sangue, i santi martiri sono associati. Vediamo, dunque, quale grande differenza tra il vero significato del ricordo di san Valentino e quello che è diventato oggi; certo, anche a causa del consumismo, per il quale chi può guadagnarci non esita a mettere sotto le scarpe anche il rispetto che si deve ai santi.
Non si può tacere, poi, su un altro aspetto importante: proprio in questo periodo si va parlando di valori morali che devono essere riaffermati (non voglio entrare adesso nella vicenda puramente politica) proviamo a pensare a quanti giovani, plagiati dalla mentalità comune, continuino a pensare che i rapporti sessuali prima del matrimonio siano una cosa non solo normale, ma anche doverosa, tra due persone che "si vogliono bene"; e invece è peccato grave, che allontana dalla comunione con Dio, quando compiuto con piena consapevolezza e deliberato consenso. E questo non perché la Chiesa sia bigotta, puritana e castigata; al contrario, il Catechismo afferma: «Gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità, sono onorevoli e degni, e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano, ed arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi stessi. La sessualità è sorgente di gioia e di piacere» (CCC 2362). Ma proprio per questo il dono totale di sè all'altra persona è vero solo all'interno del matrimonio: «Essa si realizza in modo veramente umano solo se è parte integrante dell'amore con cui l'uomo e la donna si impegnano totalmente l'uno verso l'altra fino alla morte» (CCC 2361). L'atto sessuale fuori del matrimonio diventa una grande menzogna: proprio con l'atto col quale bisognerebbe dichiararsi totalmente dell'altro ci si mente a vicenda (poiché si sa bene che l'unione fuori del matrimonio non è definitiva, ma precaria). Pensiamo a quanti proprio ieri (da quanto si poteva vedere alla televisione o leggere su internet, senza alcun controllo per preservarne i bambini) lo abbiano fatto addirittura con il nome di san Valentino sulla bocca. Che cos'è questo se non la stessa mercificazione del proprio corpo (non sempre la mercificazione avviene in cambio di denaro) che domenica molte donne hanno dichiarato di voler combattere? Forse che mercificare il proprio corpo è da riprovare quando è scritta su certi giornali ma si può approvare quando lo si decide di propria spontanea volontà? A questo dovrebbero pensare anche i direttori dei giornali "di ispirazione cattolica" quando scrivono di essere d'accordo con le ragioni della manifestazione: se dicono così significa, infatti, non che si pongono contro la mercificazione del corpo (come gli slogan, più moralistici che tesi a salvaguardare la dignità delle persone, dicevano), ma che approvano le ragioni della piazza, comprese quelle per cui il divorzio, l'aborto o la fecondazione in vitro con l'uccisione di milioni di embrioni sarebbero "diritti della donna".
Non ci resta che pregare; pregare il Signore per intercessione di san Valentino, affinché gli "innamorati" di oggi riscoprano l'autenticità dell'amore fra un uomo e una donna (il "Bell'amore", come lo chiama il nostro patriarca). E la Santa Vergine Castissima aiuti la Chiesa a non aver paura di affrontare questi temi con i giovani; poiché se la Chiesa non divulga il Catechismo sarà il mondo a divulare il "suo catechismo", che è sì allettante, ma porta inesorabilmente alla perdizione.

Propongo alla lettura alcuni articoli apparsi su "La Bussola Quotidiana":
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