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mercoledì 5 settembre 2012

Sull'accanimento terapeutico

A due giorni dal funerale del cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, riprendo questo articolo dal blog Campari e De Maistre a proposito della questione dell'accanimento terapeutico. A corpo ancora caldo, non appena saputa la notizia del rifiuto dell'accanimento terapeutico, i soliti noti anticlericali non si sono risparmiati critiche feroci alla Chiesa cattolica ed alla sua dottrina, sparando senza controllo falsità che prontamente sono state accolte dall'eruditissimo (ossimoro) mondo di Facebook: ma qui, lo si sa, la realtà è ormai diventata una questione di maggioranza, e molti utenti sarebbero pronti a giurare di avere cinque teste e sei gambe, se l'affermazione avesse un sufficiente numero di likes e shares. Agli utenti ancora capaci di ragionare un minimo con la propria testa e disposti a sentire obiettivamente come stanno le cose propongo, dunque, la lettura di questo articolo, ricco di referenze e rimandi ai documenti ufficiali della Chiesa.

Il cardinal Martini: l'accanimento terapeutico e quello dei soliti sciacalli
Di Giacomo Diana

E' ufficiale: l'anafabetismo religioso è alle stelle. Il Cardinale Martini è morto, rifiutando l'accanimento terapeutico. Apriti cielo: tutti i media hanno presentato il gesto del prelato come un atto di rivolta e dissenso al Magistero della Chiesa, ignorando - tuttavia - che la Chiesa da sempre ne consente il rifiuto; la stessa scelta fu presa anche dal morente Giovanni Paolo II.

Da Vendola a Fo, fino ai Radicali: il cardinale è divenuto l'eroe del dissenso tra i prelati.

Il leader di Sel Nichi Vendola ha affermato che Martini "sceglie il primato della dignità, un atto straordinario su cui tutti, a partire dai vertici della chiesa, devono riflettere". Parte del popolo della Rete, al solito sensibile alle suggestioni tanto al chilo, adotta seduta stante il porporato morente ed inizia a rumoreggiare di "ultima lezione teologica" e di "esempio alla Chiesa per la Chiesa": "Almeno Martini sapeva che il Medioevo è finito". Gran parte - invece - ne approfitta per dar sfogo al livore anticlericale: "Questi maledetti preti negano alle persone una morte dignitosa, ma per essi sclegono eccome. Ipocriti". Non son neppure mancati - e come avrebbe potuto essere diversamente? - quelli che hanno poi augurato al cardinale (e poi al resto del clero) di finire all'Inferno. Ammirevole.

Da lì in avanti, il coro è pressoché unanime. Estrema sinistra, Radicali, maestri del pensiero radical chic, persino qualche isolata voce di centrodestra, come quella del deputato del Pdl Alfonso Papa ("Il suo no al sondino fa riflettere"). Parenti Welby ed Englaro a tracciare paralleli tra le vicende dei propri cari e quella di Martini. Dario Fo butta lì che la scelta di rifiutare l’accanimento terapeutico "è stupenda e mostra che tipo di persona fosse". Tutti in fila per rendere il più ipocrita degli omaggi, per travestire da pietà la smania di andare a sventolare quel corpo in faccia alla Chiesa dicendo: visto che anche i vostri ci danno ragione?

Ma la situazione - invero - è alquanto triste, e attesta non solo una generale ignoranza crassa (della società e dei media), che non porta a fare alcun distinguo tra eutanasia e accanimento terapeutico, ma anche l'analfabetismo religioso di quanti attaccano la Chiesa senza neppure conoscerne la dottrina.

Che differenza c'è tra eutanasia e rifiuto dell'accanimento terapeutico?

L'eutanasia è il procurare intenzionalmente la morte di un individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da una malattia, menomazione o condizione psichica. L'individuo, tuttavia, non è in fin di vita. Si tratta di una scelta di non accettazione della compromissione della propria condizione fisica, per cui si sceglie la morte come via di fuga. Questa è l'eutanasia, a cui la Chiesa è da sempre contraria.

Il rifiuto dell'accanimento terapeutico è - invece - il prendere semplicemente atto che non c’è più niente da fare, che non c’è alcun intervento che può cambiare una situazione ormai irreversibile, per cui vengono interrotte quelle pratiche mediche volte solo al prolungare al malato un'agonia dall'esito di morte ormai certo.

Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma: “L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente” (CCC, 2278).

Ribadisce pure il documento della Pontificia accademia per la vita sul “Rispetto della dignità del morente” del 2000:

“Nell’immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile e imminente è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita poiché vi è grande differenza etica tra ‘procurare la morte e ‘permettere la morte’: il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa” (6).

Ed è la migliore descrizione della scelta del cardinale Martini.


Fonte: campariedemaistre.com.

giovedì 28 luglio 2011

Nuova bocciatura per la legge sull'omofobia

In questi giorni, tra le altre annose questioni che il parlamento sta affrontando, si è consumata la nuova bocciatura del disegno di legge di modifica del Codice Penale per includere l'aggravante della discriminazione sessuale, denominata "Legge Concia" (presentata dalla deputata del Pd Anna Paola Concia). Sono state infatti accolte le pregiudiziali di costituzionalità proposte da Udc, PdL e Lega, con 293 voti a favore, 250 contrari e 21 astenuti). Ovviamente abbiamo assistito al solito lancio di insulti contro i cattolici e la Chiesa: le dichiarazioni vanno dal moderato "vergogna" di Bersani all'accusa della stessa Concia "state dalla parte dei violenti"; dall'accusa di "connivenza" che arriva dai banchi dell'Idv a quelle colorite delle associazioni arcigay. Ma sono offese a cui ormai si è più che abituati, e che francamente lasciano il tempo che trovano; cerchiamo invece di analizzare i fatti. Possiamo effettivamente dire che chi è contrario a questo progetto di legge è a favore della discriminazione? Leggiamo la modifica al Codice Penale che questa proposta di legge, giudicata incostituzionale dal parlamento, proponeva:

«Aggravano il reato quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze aggravanti speciali le circostanze seguenti: l'avere, nei delitti non colposi contro la vita e l'incolumità individuale, contro la personalità individuale, contro la libertà personale e contro la libertà morale, commesso il fatto per motivi di omofobia e transfobia, intesi come odio e discriminazione in ragione dell'orientamento sessuale di una persona verso persone del suo stesso sesso, persone del sesso opposto, persone di entrambi i sessi.»

Una prima obiezione che si può muovere a questa modifica, che è stata la principale obiezione delle pregiudiziali di costituzionalità, è la seguente: perché chi commette un reato dovrebbe avere, oltre alle aggravanti già previste, una speciale aggravante in più se questo reato l'ha compiuto in ragione della discriminazione contro gli omosessuali (o transessuali)? Con questo, mi sembra chiaro, non si intende assolutamente dire che i reati compiuti per discriminazioni contro gli omosessuali siano giustificabili o non punibili; semplicemente, con questa proposta di legge, si introduce una oggettiva disparità di trattamento, che rende i reati compiuti per discriminazione contro gli omosessuali più gravi di altri. Per fare un esempio, è come se un uomo bruciasse la macchina del suo vicino di casa che, per esempio, è di nazionalità tedesca, per il solo motivo che gli stanno antipatici i tedeschi, e un altro uomo bruciasse la macchina del suo vicino di casa omosessuale, per il solo motivo che gli stanno antipatici gli omosessuali. Per quale motivo l'omosessuale dovrebbe ricevere un risarcimento maggiore del tedesco? Non sono forse le due ingiustizie egualmente deprecabili? Non si introduce, con questa diversità di punizioni, una disparità di diritti tra le persone? Oppure: il padrone di una ditta decide di non assumere o di licenziare un dipendente perché, ad esempio, si dichiara cristiano cattolico, e in un'altra ditta un altro padrone decide di non assumere o di licenziare un dipendente perché si dichiara omosessuale. Perché l'omosessuale avrebbe diritto di essere riassunto ed il cattolico no? Non hanno forse entrambi lo stesso diritto di essere riassunti? E i due datori di lavoro non dovrebbero forse essere puniti con la stessa pena?
In questo modo gli omosessuali e i transessuali sarebbero trattati come privilegiati rispetto agli altri cittadini, cosicché se qualcuno torce loro un capello deve pagare di più rispetto a quando il capello è torto a un cittadino "qualsiasi". Traspaiono, in questo progetto di legge, le vere intenzioni dei movimenti omosessualisti, che già in altri articoli abbiamo sottolineato: innanzitutto quella di dire che "gay è meglio"; i gay e i transessuali sarebbero come degli eletti, al di sopra degli altri comuni cittadini. E poi quella di far intendere alla gente che in Italia omosessuali e transessuali vivrebbero vessati, umiliati e perseguitati; una situazione che, credo, tutti possiamo essere concordi nel dire falsa. Le persone omosessuali, oggi, non sono discriminate rispetto agli altri, ma ottengono posti di lavoro come gli altri e hanno le stesse libertà degli altri; addirittura, possiamo dire, hanno già di fatto più diritti degli altri, ché se un gruppo di buon temponi decidesse di mettersi su un camion a schiamazzare e girare nudi per la città verrebbero (come è giusto) immediatamente fermati dalle forze dell'ordine, ma se questi signori dicessero che stanno manifestando l'orgoglio gay sono sicuro che i vigili non potrebbero nemmeno parlargli. Qualcuno potrebbe obiettare che nessuno brucia la macchina ai tedeschi perché sono tedeschi, e nessuno licenzia i cattolici perché sono cattolici, mentre succede che qualcuno bruci la macchina o licenzi un omosessuale perché omosessuale. Questa obiezione, tipica conseguenza di una stampa ormai pressoché totalmente espressione del demagogico pensiero relativista, non ha comunque senso; a parte che non sono sicuro che, nel caso dei cattolici, possiamo essere sicuri dell'assenza di discriminazioni, ma in ogni caso le leggi ci sono già, assicurano già alla giustizia coloro che commettono crimini contro le persone per qualsivoglia pregiudizio ed aiuta allo stesso modo tutti coloro che subiscono ingiustizie in ogni tipo di circostanza.
Una seconda obiezione, non priva di crescente preoccupazione, riguarda le parole evidenziate in grassetto nella citazione della proposta di legge, ovvero quello che si intende per omofobia e transfobia: "odio e discriminazione in ragione dell'orientamento sessuale di una persona". Chi è che definisce quando si ha a che fare con odio e discriminazione? Lo scopo che si intravvede sotto una definizione così lasca dell'omofobia, come nota anche Marco Invernizzi in un articolo di oggi su La Bussola Quotidiana, è quello di portare al riconoscimento anche in Italia di matrimoni e di adozioni omosessuali. Sappiamo tutti che chi si oppone più vistosamente a questo traguardo è la Chiesa cattolica, per lo meno in Italia; dunque una norma di questo tipo finirebbe per costringere, a norma di Codice Penale, preti e vescovi a tacere la dottrina cattolica sull'omosessualità, che è considerata discriminatoria nei confronti degli omosessuali dalle associazioni omosessualiste. Come più volte osservato anche su questo blog, la dottrina cattolica, invece, raccomanda di evitare categoricamente ogni marchio di ingiusta discriminazione nei confronti degli omosessuali (CCC n. 2358); ma non può tacere il disordine dal quale gli atti sessuali fra due persone dello stesso sesso sono intrinsecamente affetti. Se dunque la Chiesa non intende discriminare gli omosessuali, metterla a tacere, magari per l'applicazione di una legge dalla dubbia interpretazione significa, come minimo, offendere e limitare la libertà di pensiero.
Ma non è solo la Chiesa ad esserne danneggiata: se, come è largamente auspicabile, l'applicazione di una legge simile porterebbe a giudicare omofobo il non affidamento di figli a coppie omosessuali, a pagare il prezzo più alto sarebbero ancora i più deboli e gli indifesi, ossia i bambini, ritenuti ancora una volta un diritto, un oggetto, alla stregua di un sussidio economico, di una pensione o di un animale domestico. Ormai da più parti i sociologi e gli psicologi si stanno rendendo conto del fatto che, nell'educazione di un figlio, è indispensabile la presenza di una figura maschile accanto ad una figura femminile, e che i figli allevati da coppie dello stesso sesso manifestano indiscutibili problematiche caratteriali e sociali. Ma nascondere la verità e piegare persino i risultati scientifici al livello di mera opinione è naturale per coloro che riempiono i propri comizi della parola "libertà", ma in realtà desiderano solo imporre la propria idea.
Per questi motivi non abbiamo che da rallegrarci di un risultato come quello dei giorni scorsi, che boccia una legge così malfatta. Speriamo che, almeno sui valori non negoziabili, i nostri politici (o almeno la maggioranza di essi) siano ancora capaci di decidere in coscienza, lontani dalle logiche di partito e dagli interessi personali, come hanno fatto in quest'occasione. E non facciamo mancare una preghiera per la nostra Italia e per gli italiani, specialmente, in questo caso, coloro che sono sviati da persone che, quelle sì, guardano egoisticamente soltanto a se stesse.

domenica 24 luglio 2011

Quando la libertà diventa schiavitù

Una delle obiezioni più banali, ma anche tra le più frequenti, che vengono mosse ai cattolici è quella sulla libertà; l'uomo di oggi fa fatica a concepire il cristiano praticante come un uomo libero, vedendo più che altro la religione cristiana cattolica come un ostacolo alla libertà dell'uomo, fatta di regole rigide, di comandamenti, con una predisposizione speciale a dire di no. Spesso questa concezione della religione cristiana, ovvero della "religione del no", è propria anche di coloro che si professano cristiani; e si sentono così le correnti di pensiero (come se la dottrina fosse questione di opinione) che all'interno della Chiesa stessa auspicano un progresso, il quale, in realtà, dovrebbe stravolgere la dottrina della Chiesa fino a farla diventare il contrario di quella che è. Per contro, allora, ci aspetteremmo che coloro che fieramente dichiarano di non aver nulla a che fare con il cristianesimo, religione della "schiavitù" secondo loro, siano liberi; ma ci si rende presto conto che non è affatto così. E' sufficiente guardarsi intorno per capire che l'uomo che pensa di costruire la propria libertà da solo è ridotto in schiavitù, ad esempio, dal denaro: chi possiede molti soldi è spesso portato a volerne ancora di più, anche tramite il gioco d'azzardo. Oppure dall'alcool e dalle sostanze stupefacenti: quanti sono i giovani che, pur soffrendo nel corpo dopo un'ubriacatura che in certi casi sfiora il coma etilico, sono pronti a ripetersi, quasi ad obbedire ad un invisibile padrone al quale non possono sottrarsi. E per finire la più subdola, se vogliamo, delle schiavitù di oggi, che è quella del sesso, vissuto in maniera disordinata eppure fatta passare per normale, come modo per soddisfare se stessi, e non quale strumento per manifestare ad un'altra persona il proprio amore totale ed incondizionato.
Proprio a questo proposito, sul quotidiano cattolico telematico La Bussola Quotidiana è apparso un interessante articolo di Marco Respinti, dal titolo "Sesso facile e aborto: i giovani secondo l'ONU", nel quale vengono descritte le iniziative che l'ONU ha organizzato a favore (dicono loro) dei giovani. Diffondendo dei saggi di dubbia moralità, alcuni psicologi e sociologi di ancor più dubbia preparazione spronano i giovani, sotto l'egida delle Nazioni Unite, a "ribellarsi" e a prendere coscienza del proprio "diritto al piacere sessuale"; e poiché, nell'esercizio di questo "diritto", possono non di rado incappare in qualche incidente di percorso, li informa sulla "loro libertà" di abortire (delle libertà dei nascituri non si parla), ed eliminare così ogni ostacolo alla propria libertà. Con la descrizione dettagliata (in qualche caso integrate da adeguata illustrazione) delle pratiche sessuali più trasgressive, il giovane dovrebbe essere portato alla vera libertà: sapendo tutto quello che può fare col suo corpo, sarà libero di decidere se farlo oppure no. In realtà di libertà di decidere ce n'è ben poca: più che di "informazione", se vogliamo essere corretti, quella dell'ONU dovremmo chiamarla tentazione, seduzione, induzione all'azione, inganno. E' chiaro che il giovane, bombardato di messaggi così spinti e pressanti, per di più provenienti da sedicenti "dottori" (il titolo di studio, in questi casi, conta più di ogni altra cosa), non potrà che cedere e mettere in pratica quello che ha letto in questi saggi, usando male il suo corpo e la sessualità, e non ci si potrebbe aspettare altro: sarebbe come se ad una persona affamata, ma attenta alla dieta, si apparecchiasse sotto il naso un tavolo con le più succulente leccornie, con tanto di commensali intenti a gustarle, e la si invitasse poi a scegliere se mangiare o stare senza (mi sovviene alla mente una celebre scena di un film di Fantozzi). Quella che si dà è l'illusione di libertà: in verità si è coercitati a comportarsi in una determinata maniera. Tant'è che, se il giovane decidesse di mantenersi casto, possiamo ben immaginarci come questi psicologi e sociologi, e la società intera, lo giudicherebbero: represso, castigato, complessato, ingenuo, immaturo.
Se tale situazione si limitasse ai messaggi veicolati dall'ONU, pur nello sconcerto e nello sdegno che essi provocano, non ci sarebbe poi tanto da preoccuparsi. Il vero problema è che ormai tutto l'ambiente in cui viviamo e siamo immersi ogni giorno è intriso di questi messaggi, che spronano ad un uso disordinato del proprio corpo giustificandolo come normale e proponendolo come allettante e alla portata di tutti. E non parlo solamente dei programmi alla televisione e dei siti internet che questi contenuti li divulgano esplicitamente; il vero pericolo deriva dai programmi che nascono innocenti, ma che in realtà contengono, più o meno pilotati dagli autori, questi messaggi sbagliati. Pensiamo per un attimo ai cosiddetti telefilm per ragazzi o per tutta la famiglia, trasmessi da ogni emittente televisiva (sia pubblica che privata) in fascia protettissima; e questo per non parlare dei telefilm spesso trasmessi in prima serata, e che si mettono a posto la coscienza esibendo solamente un bollino giallo o rosso per evitarne la visione da parte dei bambini.
Dietro la maschera di innocenti telefilm, vediamo invece giovani adolescenti, poco più che bambini, invischiati in complicatissime vicende amorose, le quali non vengono mai chiamate "fidanzamenti", e ancor meno si sente parlare di matrimonio. Oppure, mentre la famiglia è riunita a tavola per la cena, assiste, durante il suo programma preferito, al bacio saffico di due delle protagoniste, come se fosse la cosa più normale del mondo. Il modello di ragazzi che ne risulta è fortemente stereotipato: ragazzine con scollature degne di donne di strada e pantaloncini così corti da sembrare mutande mal riuscite, ragazzini con abbigliamenti molto eccentrici, e comunque rispondenti a canoni di bellezza ben precisi, perfettissimi. E non è raro sorprendere i giovani protagonisti in atteggiamenti affettuosi espliciti, in ogni caso assolutamente inadatti alla loro giovane età. I genitori, che sotto la dicitura "per ragazzi" si fidano di lasciare i loro figli davanti a programmi di questo genere, non si rendono conto che, anche se non si vedono scene scabrose, il pensiero di bambini e ragazzi viene pilotato verso relazioni amorose insane, facendo leva, tramite l'avvenenza e la seduzione dei protagonisti, sugli istinti più animaleschi; e questo solo per fare in modo di non perdere spettatori o di vendere i gadget del programma.
Anche di fronte alla visione di questi programmi ci si interroga sulla libertà; basta girare le affollate calli e piazze del nostro centro storico in questi mesi estivi, e sembra che la vita di tutti i giorni si sia trasformata in una scena di quegli stessi telefilm. Ragazzini e ragazzine giovanissimi, provenienti da varie parti d'Italia e d'Europa, tutti vestiti e pettinati alla stessa maniera, in atteggiamenti intimi espliciti e volgari, proprio come i loro idoli della televisione. Perché tali programmi attirano così tanti ragazzi? Si potrà controbattere: non c'è nulla di male se una persona nell'abbigliamento e nell'aspetto fisico vuole assomigliare ai divi della televisione, è sempre stato così; ma non si tratta solo di una pettinatura o di un vestito. Questi programmi si insinuano nel modo di pensare e di comportarsi dei loro telespettatori, obbligandoli a corrispondere in tutto e per tutto ad un determinato modello di persona; e la popolarità di questi modelli (soprattutto tra i giovani) obbliga anche i ragazzi che non guardano quei programmi tv a comportarsi alla stessa maniera. Una sottile schiavitù, quindi, che si basa sul desiderio, sulla passione, sulla seduzione: non sull'amore, che è quello che rende genuini e autentici anche gli atteggiamenti intimi (e che tali dovrebbero rimanere); e le prove sono davanti ai nostri occhi.
Forse, allora, la vera libertà che promette Nostro Signore Gesù Cristo è più comprensibile dopo aver osservato le diverse schiavitù che patiscono coloro che rifiutano la libertà cristiana. Egli ci ha dato un unico comandamento, che è l'Amore, ossia Egli stesso; amare Dio sopra ogni cosa, e da questo amore scaturisce anche l'amore per il prossimo. Quando si ama, pur nella necessità di sacrificare parte della propria vita per amore della persona amata, si accetta il sacrificio di buon grado; l'Amore che Dio ci chiede e ci offre è tale che, sacrificando parte del nostro tempo, della nostra vita e del nostro essere per Lui, facciamo del bene a noi stessi. Chi ama i comandamenti di Dio, e per questo rinuncia alle ricchezze fini a se stesse, ad una sessualità volta al solo raggiungimento del piacere personale, al poter fare sempre e comunque ciò che si vuole senza pensare al proprio prossimo, non si sente schiavo, ma libero: libero dalle schiavitù e dalle dipendenze che invece patiscono quelli che pensano di essere liberi, e che sono loro imposte dal maligno.

lunedì 13 giugno 2011

Dopo l'Europride - Considerazioni

«A nome della Chiesa di Roma non posso non esprimere amarezza per l'affronto recato [...] e per l'offesa ai valori cristiani di una città che è tanto cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo.
La Chiesa non può tacere la verità [...] perché non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male.
»

Queste le parole che sono apparse sui manifesti della contro-manifestazione organizzata da Militia Christi a Roma, in concomitanza con l'Europride, ormai tristemente noto. Non sono parole di mons. Marcel Lefebvre, e nemmeno dei suoi seguaci contemporanei; non sono parole di qualche prete che oggi coloro che amano definirsi "cattolici adulti" disprezzano, usando la parola "tradizionalista" in un senso negativo che non ha. Queste sono parole del beato Giovanni Paolo II, lo stesso beato che non più tardi di un mese e mezzo fa una platea di giovani e adulti andava acclamando addirittura come santo, come un papa amico dei giovani; gli stessi giovani che oggi, pur definendosi cattolici, la pensano in maniera totalmente difforme da quello che il Catechismo della Chiesa cattolica va predicando (il che fa sorgere qualche dubbio sul fatto che costoro abbiano in mente cosa significhi definirsi "cattolici"). Come non ricordare lo sconforto del papa, che aveva supplicato nel lontano 2000 di risparmiare la città di Pietro dalla parata della lussuria e della perversione che anche lo scorso sabato ha avuto luogo; quelle parole e quella parte del messaggio di papa Wojtila oggi sembrano essere state dimenticate. Volontariamente o no poco importa; non possiamo non pensare a come, dal Cielo, papa Giovanni Paolo II continui a rimanere amareggiato e sconfortato per quello che è uscito dal palco del circo massimo sabato scorso: "Facciamo la rivoluzione dell'amore"? Che amore devono inseguire i cristiani, se non Dio che è Amore? E' Lui l'Amore, che ama fino al punto di dare il suo unico Figlio per i suoi figli, giusti o ingiusti che siano, anche per coloro che hanno preso parte alla oscena mascherata. Se noi cristiani crediamo che Dio è Amore, e che Dio è unico nella sua Trinità, come possiamo pensare ad una rivoluzione dell'amore? Quell'amore di cui si parla non è certamente l'amore divino, è l'uomo che vuole sostituire Dio, adorando veri e propri anticristi, chiamando dio (amore) gli idoli della lussuria, gli atti sessuali sfrenati e contro natura, la concupiscenza.
Come non pensare al rammarico del beato Giovanni Paolo II di fronte a tanti giovani che si dicono cristiani, abbagliati dalla mentalità relativista e new age del mondo di oggi, che giudicano la Chiesa arretrata perché non accetta queste aberrazioni dell'amore? La Chiesa che per prima esorta a non discriminare ingiustamente qualsiasi fratello con tendenze di carattere omosessuale, ma non per questo si tira indietro quando si tratta di condannare l'atto come intrinsecamente sbagliato. Lo dice il Catechismo, lo dice il beato Giovanni Paolo II: "La Chiesa non può tacere la verità perché non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male". Ed anche coloro che contestano la Chiesa, a volte addirittura dal suo interno, devono arrendersi a questa verità, non avendo argomenti seri con cui controbattere all'unica Verità che è Gesù Cristo.
I carri sono stati smontati, deposte le parrucche e reindossati i vestiti: la parata è finita; noi cristiani, però, rimaniamo in questo mondo. Il rammarico, come quello del padre della parabola che vede allontanarsi verso la perdizione il figlio, dopo avergli anticipato la sua parte di eredità, non ci lasci in preda al totale sconforto e alla disperazione; preghiamo ancora di più per noi e per questi fratelli, che accecati dai desideri della carne, non riescono ad assecondare quelli dello spirito: che il Signore perdoni i nostri peccati e ci preservi dal fuoco dell'inferno. E preghiamo anche per i fratelli che, pur dicendosi cristiani, si scagliano contro la Chiesa, tacciandola di oscurantismo ed intolleranza, disconoscendo il Catechismo e quindi l'insegnamento stesso di Nostro Signore Gesù Cristo.
Ci è quasi impossibile non pensare agli scritti della Beata Anna Maria Taigi, sposa e madre senese vissuta a cavallo tra il '700 e l'800, devota alla Santissima Trinità; che ci siano da monito e da sprone per compiere la nostra missione di cristiani, ossia implorare la Misericordia del Signore:

«Dopo questi segni, quando si sarà vicini alla fine, il Drago sarà sciolto e la Divina Madre inviterà alla penitenza e gli uomini senza tener conto dei Celesti moniti andranno per le vie della Eterna Città Santa bagnata dal Sangue dei Principi (Apostoli), portando la Lussuria in processione; e il Padre della Menzogna sarà a loro capo. Sacrilegi compiranno contro i tempi del Santo Spirito e contro la Religione: gli uomini si vestiranno da donne e le donne si vestiranno da uomini, la Voce del Santo Vicario non sarà ascoltata e l' Alma Sua figura sara fatta oggetto di scherno e risa, allora il Drago che già ha preso possesso del suo regno istillerà lumi alle menti degli a lui soggetti per diffondere l'alito pestilento della Lussuria ove il Beatissimo pose Sede e per diffondere e moltiplicare l'opera sua nefanda di distruzione e perdizione, dovrà allora dalla Cristianità implorarsi la Misericordia di Dio e fare Orazione per la Chiesa Militante domandando aiuto alla Madre Santa e offrendo penitenze e sacrifici.»



Alcuni articoli tratti da La Bussola Quotidiana:

mercoledì 25 maggio 2011

Il bambino "è" un diritto o "ha" un diritto?

Continuano le critiche alla bocciatura del progetto di legge Concia, detto contro l'omofobia. Si moltiplicano articoli di giornali (specialmente quelli di una certa area politica), gruppi sui social network e trasmissioni televisive che puntano a descrivere l'Italia come un paese in cui sono calpestati i diritti umani, nella fattispecie quelli delle persone omosessuali. Uno degli argomenti più contestati è quello dell'affidamento dei bambini a coppie omosessuali. Oggi, nelle varie mappe disegnate dalle associazioni gay, un Paese non può essere considerato civile se ad una coppia omosessuale non è garantito il diritto di avere un figlio. Com'è possibile, ci si può chiedere, avere un figlio ad una coppia omosessuale? Il problema è presto risolto: basta rivolgersi a madri o padri surrogati, che mettono a disposizione i propri gameti o l'intero utero (nel caso della madre surrogata), solitamente in cambio di denaro. Così vediamo Elton John ed il suo compagno a spasso con la carrozzina, Ricky Martin con i suoi piccoli e molti altri esempi famosi. In Italia la legge non permette di avere figli tramite genitori surrogati: e all'opinione pubblica si dice che questa è una violenza contro le coppie omosessuali, una manifestazione di aperta omofobia da parte dello Stato e della Chiesa, poiché in questo modo alle coppie eterosessuali e alle coppie omosessuali non vengono garantiti gli stessi diritti.
Effettivamente questa affermazione appare inappellabile, e lascia poco spazio ad interpretazioni che siano in qualche modo comprensive dei motivi della legge italiana e della Chiesa, che con tale legge concorda. Ma fermiamoci un attimo, ed analizziamola bene: "Privare le coppie omosessuali di avere un figlio significa non riconoscere loro gli stessi diritti delle coppie eterosessuali". In questo modo è fuori d'ogni dubbio che si intende il figlio come un diritto della coppia; il bambino "è" un diritto. Purtroppo una tale affermazione non suscita immediatamente la reazione da parte di chi la legge o ascolta, poiché il nostro mondo quotidiano è ormai intriso di questa mentalità (bambino = diritto) anche e soprattutto tra le coppie eterosessuali, non solo omosessuali. E' vero che l'assenza di un figlio può essere fonte di grande sofferenza per una coppia; ma questo non deve indurre a pensare che a tutti coloro che desiderano un bambino debba essere concesso a tutti i costi. Questo perché il bambino non è un oggetto, un bene materiale; è una persona umana, e come tale ha la sua dignità individuale, che deve essere garantita e rispettata. Il bambino, più che "essere" un diritto, "ha" dei diritti, proprio in quanto persona.
Alcuni obiettano: talvolta le persone omosessuali hanno maggiore sensibilità e si comportano meglio degli eterosessuali nei confronti dei bambini (dato del tutto privo di prove, tra le altre cose, e forse figlio di quel modus cogendi "gay è meglio" di cui parlavo nel precedete post); ciò non è sufficiente, tuttavia, per il bambino. Al bambino non basta "essere trattato bene", nemmeno essere amato come se avesse due genitori eterosessuali; egli ha bisogno di due genitori, un padre ed una madre, maschio e femmina: "ha" il diritto di crescere in una famiglia di questo tipo, e questo prevalica ogni altro preteso diritto degli adulti su di lui. Lo scrive oggi, su La Bussola Quotidiana, lo psicanalista Claudio Risè, intervistato da Antonio Giuliano. Nell'articolo intitolato Bimbi con due padri, ecco perché no argomenta, studi alla mano, la tesi che, per la crescita del bambino, siano necessari entrambi gli aspetti, maschile e femminile.

Bimbi con due padri, ecco perchè no
Di Antonio Giuliano

Per chi da anni denuncia la crisi della figura paterna suona quasi beffarda la grancassa mediatica e culturale di chi vorrebbe famiglie con due padri (come Repubblica del 23 maggio “I figli di due padri”). Ma lo psicanalista Claudio Risè ormai non si scompone più: «Nel nostro orizzonte culturale l’essere umano non viene più considerato come una persona con un suo corpo, ma solo come un oggetto prefabbricato. Qui si sta organizzando la produzione di bambini come adorabili oggetti di consumo». Sulla scia di sponsor del calibro di Elton John o Ricky Martin anche in Italia sarebbero un centinaio le coppie omosessuali che ricorrono all’estero (da noi è vietata) alla maternità “surrogata”: in pratica nell’utero di una donatrice che offre a pagamento il proprio utero viene inserito un embrione formato dall’ovocita di una donatrice e il seme di uno dei due padri. E la campagna mediatica si rianima mentre è in corso in parlamento il dibattito sulla legge sull’omofobia.

Professore perché per un bimbo è importante avere un padre e una madre?
In assenza del genitore del proprio sesso, sarà molto difficile per quel bambino sviluppare la propria identità psicologica corrispondente. La psiche maschile e quella femminile sono molto diverse e l’identità complessiva si forma anche a partire dalla propria identità sessuale. Nel caso di maternità surrogata, lo sviluppo psicologico, affettivo, cognitivo di una bimba con due genitori di sesso maschile sarebbe in forte difficoltà: avrebbe problemi nel riconoscersi nel proprio sesso. Lo stesso accade al piccolo maschio.

Qualcuno le obietterebbe che uno dei due padri (o una delle madri nel caso di coppie lesbiche) potrebbe benissimo svolgere il ruolo della figura materna (o paterna nell’altro caso).
No. La vita umana è inscritta in due ordini: il dato naturale, biologico, e quello simbolico che il bambino ha iscritto nella propria psiche, conscia e inconscia. Entrambi presiedono allo sviluppo, alla manifestazione di una capacità progettuale, alla crescita di un’affettività equilibrata. Il padre è un individuo di genere maschile che ha scritto nel suo patrimonio genetico, antropologico, affettivo e simbolico la storia del proprio genere. Proprio perché è un maschio e non è una donna, non può avere né il sapere naturale profondo, né quello simbolico materno. I due codici simbolici, paterno e materno, sono molto diversi: la madre è colei che soddisfa i bisogni, il padre è colui che dà luogo al movimento e propone il limite: indica la direzione e stabilisce dove non si può andare. Nei paesi anglosassoni e del nordeuropea da tempo ci sono casi di coppie omosessuali con figli: studi sul campo hanno provato che la mancanza di genitori di sesso diverso è fonte di problemi, il più evidente dei quali (quando i genitori sono del sesso opposto al tuo), è la formazione delle tua immagine sessuale profonda.

Quali sono i rischi che corre un bambino/a che cresce senza un genitore di sesso femminile? Tanto più che nella fecondazione assistita eterologa padre e madre sono spesso sconosciuti…
L’esperienza del contatto fisico con la madre, nella cui pancia si è stati, è riconosciuta dalla psichiatria e dalle psiconalisi come fondativa della personalità, e della stessa corporeità…

Nei libri come Il padre l’assente inaccettabile o Il mestiere di padre (entrambi pubblicati dalla San Paolo) denunciava la scomparsa della figura paterna. Ora invece sembra a rischio la figura materna.
Anche quei libri sono stati scritti per dimostrare che servono entrambi i genitori, entrambi gli aspetti, quello maschile e quello femminile. La verità è che ormai non c’è solo una crisi della paternità. Ma dell’umanità in generale. L’essere umano, attraverso acquisti e affitti di parti del corpo e elementi generativi è diventato un “prodotto fabbricato”, nel senso in cui ne parlava Michel Foucault. Siamo ormai all’interno di un modello culturale “materialista” (ma in realtà molto mentale, perché passa dalla negazione del corpo “naturale”) fondato sulla soddisfazione narcisistica dei bisogni indotti dal sistema di consumo. Il bimbo “fabbricato” è uno di questi nuovi bisogni. È l’effetto del processo di secolarizzazione che ha tagliato anche i rapporti con il padre celeste, Dio: non c’è posto per l’Altro, tanto meno per la dimensione verticale. Ma negando l’ordine naturale e simbolico siamo costretti a negare anche la nostra corporeità (iscritta in essi) come spiego nel mio ultimo libro Guarda tocca vivi. Riscoprire i sensi per essere felici (Sperling & Kupfer, pp. 210, euro 16,50). Altro che superinvestimento nei sensi. L’ideologia consumista, le mode, i media dettano i nostri comportamenti, perfino nell’innamoramento: ci si incontra e ci si lascia in base ai suggerimenti della moda e delle “tendenze”. La sapiente teologia dell’amore di Giovanni Paolo II è stata spazzata via da una sessualità staccata dalla sensualità della persona umana, e consumista. Non stupiamoci, allora, se sono sempre di più quelli che vogliono evadere dal proprio corpo: magari con le droghe o coi disturbi alimentari come l’anoressia. La sacralità del corpo del cristianesimo è stata negata, e i consumi divinizzati. Ma solo riappropriandoci della nostra corporeità potremo relazionarci con gli altri. E con Dio.

giovedì 19 maggio 2011

Il "gay-friendly" che discrimina i gay

Traggo spunto anche oggi dall'editoriale di Riccardo Cascioli, apparso su La Bussola Quotidiana, per parlare di un tema molto delicato e d'attualità; il titolo dell'editoriale di Cascioli è emblematico: «Chi discrimina chi?». Si tratta della questione che viene oggi chiamata omofobia, per indicare il presunto atteggiamento di intolleranza e di discriminazione, se non di vera e propria vessazione, che sarebbe riservato alle persone con tendenze omosessuali da parte della società di oggi; ma in modo abbastanza diretto, tale accusa è rivolta principalmente alla Chiesa cattolica e a coloro che operano nel sociale (politici, psicologi, pensatori) in sintonia con essa. La domanda che oggi dobbiamo porci è se le cose stanno effettivamente come si sente dire in giro; ovvero sia, la Chiesa discrimina veramente gli omosessuali? E' corretto dire che la Chiesa sia omofoba?
Per rispondere a questi interrogativi è necessario, a mio modo di vedere, capire quello che predica la dottrina cattolica sugli omosessuali; andiamo a leggere quello che scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica:

2357 [...] Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

2358 [...] Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

Da queste righe penso sia per tutti sufficientemente chiara la posizione della Chiesa; si condanna l'atto omosessuale, in quanto intrinsecamente disordinato (e se ne spiegano i motivi) , ma nei confronti di chi presenta tendenze omosessuali si dice di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione (la consueta distinzione fra il peccato ed il peccatore). Forse bisognerebbe tacere sul disordine che certi atti comportano? Molto peggio sarebbe, secondo me, se la Chiesa, per un falso ideale di libertà nei confronti dei gay, tacesse su quello che pensa a proposito degli atti omosessuali. Per un falso rispetto della persona (che la società invece sembra approvare) si sarebbe costretti a mentire: credo che nessuno, nemmeno gli omosessuali stessi, voglia vivere in una società basata sulla menzogna reciproca.
Da dove ha origine questo falso rispetto, questo "politically correct" delle parole e del pensiero a cui oggi sembriamo tutti obbligati? A mio modo di vedere, ciò è dovuto al fatto che è diffusa in tutti un'idea di amore adulterata ancora dalla mentalità sessantottina, da un concetto errato e svuotato di libertà: il famoso "vivi e lascia vivere". Per rispettare la libertà di una persona, se la vedi farsi del male (volontariamente o meno) non puoi intervenire e dirglielo. Il solo fatto di esprimere un'opinione, negativa nella fattispecie, sul comportamento di una persona, per il bene di quella persona, viene bollato come intolleranza; e non si sta parlando di obbligare la gente a comportarsi in un certo modo, né tantomeno di odiare una persona perché si comporta in quella maniera: semplicemente della libertà di esprimere un'opinione negativa sull'atto.
Ma il problema di questa ideologia del "politically correct" è anche un altro; alla fine sono proprio coloro che intendono preservare l'uguaglianza a discriminare quelli che vorrebbero proteggere. Un esempio di tale paradosso è spiegato molto bene da Riccardo Cascioli nel suo editoriale di oggi. Egli parla della bocciatura, in Commissione Giustizia della Camera, del progetto di legge Concia sulle "norme per il contrasto dell’omofobia e transfobia", e racconta le reazioni da parte dell'associazionismo omosessuale (precisa che tali reazioni non provengono in primo luogo dagli omosessuali, ma dalle associazioni). Basta, d'altra parte, una piccola ricerca in rete: "Grave e irresponsabile bocciatura", "peggior destra integralista europea", "complici morali di tutti gli atti di violenza" (per limitarsi ad una sola associazione). Ma facciamo bene attenzione a quello che prevedeva questo progetto di legge; scrive Cascioli:

«Esso è composto di soli due articoli, che aggiungono altrettanti commi a due articoli del codice penale: in pratica, la punizione di un’offesa o una violenza è aggravata se la vittima è un omosessuale o transessuale, e le eventuali attenuanti vengono cancellate; inoltre per chi commette reati di questo genere, in caso di sospensione della pena è previsto un lavoro di pubblica utilità presso associazioni di gay In altre parole, chi si è opposto al progetto di legge non ha avallato norme che rendono le persone omosessuali più vulnerabili o meno protette, semplicemente ha valutato che – dal punto di vista di chi è vittima di violenze o offese - le persone omosessuali sono come quelle eterosessuali. Se le parole hanno un senso è chi vuole questa legge che intende introdurre una discriminazione a vantaggio delle persone omosessuali».

Un altro esempio di questa dilagante mentalità falsamente egualitaria, che ha toccato da vicino la comunità caorlotta, lo troviamo in questo articolo, dove si dà particolare enfasi al fatto che alcuni alberghi di Caorle avrebbero aperto al "turismo omosessuale". Ma, pensiamoci bene, perché parlare di "turismo omosessuale"? Perché distinguere il turismo di persone con tendenze omosessuali dal turismo della totalità della gente? Non è questo un modo di discriminare i gay? All'interno dell'articolo si prova a spiegare in cosa consisterebbe tale apertura:

«Abbracciarsi e baciarsi come fanno tutte le altre coppie eterosessuali. Bisogna rendersi conto che, per una coppia gay, anche prendersi per mano può diventare un problema se non ci si trova nel posto giusto. Il gestore del locale potrebbe anche infastidirsi se non è preparato alle nuove tendenze del turismo. Ma questo non accadrà a Caorle nelle strutture che hanno già scelto di seguire il "gay wave"».

In altre parole ama i gay chi consente loro di esibirsi in atteggiamenti poco giustificabili davanti a tutti, ad esempio famiglie con bambini. Ci sentiremmo davvero di bollare un albergatore come intollerante per aver detto a una coppia di tenersi certi atteggiamenti in privato anziché farlo davanti ai bambini? Anche qui non credo faccia differenza che la coppia sia omosessuale o eterosessuale. L'articolo, poi, si conclude così:

«Caorle è invece appare del tutto impreparata, almeno per questa stagione, per la realizzazione di hotel "gay only"».

Ed è qui svelato il paradosso: per far sentire gli omosessuali uguali a tutti gli altri l'auspicio è quello di realizzare strutture adatte ai soli gay (praticamente un ghetto).
In conclusione, credo che la vera discriminazione e la vera violenza sulle persone la facciano in primo luogo coloro che puntano non ad evitare (come è giusto e doveroso) la violenza e l'ingiustizia nei confronti degli omosessuali, ma a far passare il messaggio che in qualche modo "gay è meglio". E, voglio ribadirlo, non credo affatto che gli omosessuali in sè abbiano questo atteggiamento; sono piuttosto le associazioni, i movimenti, le unioni che vogliono creare questo clima di scontro. Come dice Riccardo Cascioli nel suo editoriale, «si assiste a una crescente aggressività dei movimenti gay – non delle persone omosessuali – nei confronti di chi non si adegua a questo pensiero politicamente corretto: è questo che dovrebbe allarmare prima di tutto».

giovedì 14 aprile 2011

Ancora problemi con Youcat

Nei giorni scorsi abbiamo appreso la notizia (ripresa nel post di ieri) del grossolano errore di traduzione nel numero 420 del catechismo pensato per accompagnare i giovani che parteciperanno alla Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid nel prossimo agosto, errore che creava ambiguità sulla vera dottrina della Chiesa sull'utilizzo degli anticoncezionali. Il primo annuncio era stato quello del ritiro dalle librerie della versione errata del sussidio, in attesa di una revisione; ma in tarda mattinata è arrivata la notizia che Youcat sarebbe rimasto nelle librerie, e vi si sarebbe aggiunto un foglio di Errata corrige, dove si cassava la domanda errata e si proponeva una traduzione più fedele all'originale, che allontanasse ogni pericolo di fraintendimento. Nel frattempo si teneva la conferenza stampa di presentazione di Youcat, già prevista da tempo, alla quale partecipavano, tra gli altri, il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, e monsignor Salvatore Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, nonché già presidente della Pontificia Accademia per la Vita.
Proprio ieri, in conferenza stampa, le domande dei giornalisti non sono state solamente per l'errore nella traduzione italiana, ma per un altro errore, che appare addirittura peggiore, poiché lambisce il campo dei temi etici e dei valori non negoziabili per i cattolici, cioè l'eutanasia; e questo non è un problema di traduzione, ma è presente nella versione originale del Catechismo pensato per i giovani, in lingua tedesca. Infatti, traggo dal blog Settimo Cielo del vaticanista Sandro Magister, il numero 382 chiede e risponde:

L’eutanasia è permessa?

Provocare attivamente la morte è sempre una violazione del comandamento: ‘non uccidere’ (Es 20, 13); al contrario, assistere una persona durante il processo di morte è addirittura un dovere di umanità.
Spesso le definizioni di eutanasia attiva ed eutanasia passiva rendono poco chiaro il dibattito; la questione dirimente è propriamente se si uccide o se si lascia morire la persona. Chi aiuta a morire una persona nel senso dell’eutanasia attiva viola il quinto comandamento; chi invece aiuta una persona durante la morte nel senso di un’eutanasia passiva obbedisce invece al comandamento dell’amore del prossimo. Si intende con questo che, essendo la morte del paziente ormai sicura, si rinuncia a procedure mediche straordinarie, onerose o sproporzionate rispetto ai risultati attesi. Questa decisione spetta al paziente stesso, oppure deve essere messa per iscritto in anticipo. Se il paziente non è più cosciente, una persona delegata deve soddisfare le volontà dichiarate o presumibili del morente. La cura di un morente non può mai essere interrotta, trattandosi di un dovere di carità e di misericordia; in questo senso può essere legittimo e corrispondere alla dignità umana l’uso di palliativi, anche col rischio di abbreviare la vita del paziente; è però decisivo che la morte non sia ricercata né come fine né come mezzo

In questo campo ogni discorso è molto delicato, anche perché solo chi ha fatto studi approfonditi sulla morale può dare risposte esaurienti. Ma non sono necessari molti studi per capire che, nel testo sopra menzionato, qualcosa che non va deve esserci; in pratica scopriamo che esistono due tipi di eutanasia, una attiva (da condannare perché con essa materialmente si uccide una persona, se pure consenziente), ed una "passiva", di cui non si è sentito molto parlare nemmeno durante le drammatiche ore dell'agonia di Eluana Englaro, quando tutti i telegiornali e i giornali si occupavano di queste cose. Innanzitutto l'incipit della risposta ("Provocare attivamente la morte è sempre una violazione del comandamento") lascia intendere che, al contrario, provocare passivamente la morte può non essere violazione del comandamento; tant'è vero che, di seguito, si parla di questa "eutanasia passiva", nella quale entrerebbero a far parte "procedure mediche straordinarie, onerose o sproporzionate rispetto ai risultati attesi". E non è tutto: la decisione "spetta al paziente stesso", ad esempio "messa per iscritto in anticipo", oppure "se il paziente non è più cosciente, una persona delegata deve soddisfare le volontà dichiarate o presumibili del morente".
Basta fare un parallelo proprio col caso Eluana Englaro: se si parla di "procedure mediche" che, dato lo stato del malato, appaiono "onerose e sproporzionate" rispetto ai risultati attesi, e si aggiunge il fatto che il padre e alcuni dei conoscenti parlavano insistentemente di una decisione della paziente tale da autorizzare la "persona delegata" a soddisfare le volontà dichiarate o "presumibili" del morente, dove si è sbagliato, nel caso di Eluana? Perché la Chiesa fece tanto rumore, in quei giorni?
C'è quindi da ammettere che il testo, così come è scritto, e, ripeto, non è una questione di traduzione italiana questa volta, dà adito a diverse interpretazioni, e anche qui può arrivare a far credere ad alcuni che l'eutanasia sia, in qualche forma, permessa. E' veramente così? Anche oggi andiamo ad attingere dal Catechismo completo, ai numeri 2277, 2278, 2279:

2277. Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l'eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile.
Così un'azione oppure un'omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L'errore di giudizio, nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest'atto omicida, sempre da condannare e da escludere.
2278. L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.
2279. Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.

In questo caso non si parla di "eutanasia passiva", ma si mette chiaramente in evidenza che quello a cui ci si riferisce dicendo "interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie e sproporzionate", ossia la rinuncia all'accanimento terapeutico. Eutanasia, infatti, attiva o passiva che sia, significa procurare volontariamente la morte di una persone, anche se questa è consenziente; rinunciare all'accanimento terapeutico, come precisa il Catechismo della Chiesa Cattolica, significa invece accettare la morte come inevitabile, ma non volontà di procurarla dall'esterno. Non a caso, infatti, il Catechismo completo non usa la parola eutanasia passiva. Infatti, quando poi si dice che "Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto", si fa chiaramente riferimento alla rinuncia all'accanimento terapeutico, e non ad alcuna forma di eutanasia.
Interrogato su questo punto, durante la conferenza stampa di ieri, il cardinale Schönborn ha dichiarato che nella versione tedesca non si è apposta voluto usare la parola "Euthanasie", ma "Sterbehilfe", che significa aiuto alla morte. Ma monsignor Fisichella ha invece rigettato in blocco le formule di "Eutanasia attiva" ed "Eutanasia passiva", anche nell'accezione che si è dato al termine della versione originale tedesca, proprio per il pericolo di ambiguità di cui ho parlato sopra, precisando che "non dovrebbero essere più usate". Su questo punto, il vaticanista Sandro Magister ricorda l'enciclica di papa Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, nella quale si fa riferimento ad un'eutanasia non tanto "passiva", quanto di "omissione" che nell'intenzione procura la morte; questo basta, dice il papa in questa enciclica, a definire l'eutanasia in senso vero e proprio. Da questa è ben distinta la rinuncia all'accanimento terapeutico, poiché nelle intenzioni non vuole procurare la morte, ma la accetta quale naturale termine della vita:

«65. Per un corretto giudizio morale sull'eutanasia, occorre innanzitutto chiaramente definirla. Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un'azione o un'omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. «L'eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati».

Da essa va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto «accanimento terapeutico», ossia a certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili casi». Si dà certamente l'obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all'eutanasia; esprime piuttosto l'accettazione della condizione umana di fronte alla morte.
»

Dunque l'eutanasia, scriveva Giovanni Paolo II, è una questione di intenzioni e di metodi; anche se distinguiamo l'eutanasia passiva da quella attiva, restano le intenzioni di procurare la morte. E dobbiamo concludere che parlare di eutanasia passiva in un sussidio catechistico è quantomeno fuorviante ed improprio, se non del tutto errato. Sarebbe stato sufficiente, conclude Magister (ed io concordo con lui), accennare all'accanimento terapeutico, anziché usare il termine "eutanasia passiva", dicendo un "doppio no" molto chiaro, all'eutanasia in tutte le sue forme da un lato e all'accanimento terapeutico dall'altro; questo avrebbe evitato le grosse ambiguità che nascono dalla formulazione del testo nello stato attuale.
In conclusione: io ribadisco la mia opinione che l'idea della realizzazione di un sussidio catechistico per i giovani della GMG sia molto buona ed importante; non considero Youcat come il Catechismo "in versione giovani", più che altro un concentrato di quello che dice il Catechismo sui temi a cui i giovani d'oggi sono più sensibili (quali la morale sessuale della Chiesa, i temi etici etc.). E' chiaro, però, che la formulazione deve essere chiarissima, non deve prestarsi ad alcun fraintendimento e deve riferirsi sempre al Catechismo completo, l'unico Catechismo della Chiesa Cattolica (non esiste la versione "per giovani", "per bambini", "per adulti", "per anziani"...). Per questo, io credo, di fronte ad uno scopo così nobile come quello che si era proposto Youcat, serve un lavoro minuzioso e paziente, con analisi e controanalisi, per evitare che proprio i giovani che si volevano in questo modo aiutare non siano indotti in errori da formulazioni poco chiare, ambigue e, talvolta, errate. Forse nella stesura di questo sussidio e delle sue traduzioni, data l'imminenza della giornata mondiale, la fretta ha giocato dei brutti scherzi. Lo stesso arcivescovo di Vienna, nota Sandro Magister, ha dichiarato che sarà organizzato un gruppo di lavoro presso la Congregazione per la Dottrina della Fede atto a rivedere nuovamente l'originale e le traduzioni di Youcat per correggere gli errori. Ecco, un lavoro del genere, tenendo conto di chi sono i destinatari e in quali situazioni emotive e sociali spesso si trovano oggi, secondo me andava fatto prima della messa in vendita.
Torno a ribadire, dunque, il mio invito a pregare affinché questi errori non contribuiscano a creare confusione nei giovani, una generazione oggi più che mai già abbastanza indotta alle false dottrine dai mezzi di comunicazione di massa. Anche per questo motivo, dunque, credo sia necessario che di questi errori nella stesura di Youcat non si abbia paura di parlare, anzi, si enuncino e si spieghino con grande forza, affinché la spiegazione arrivi a tutti i giovani, anche a quelli che magari hanno già comprato Youcat e, leggendolo, hanno scelto la strada sbagliata nel bivio creato dalle ambiguità presenti nel testo.

mercoledì 13 aprile 2011

Ritirata l'edizione italiana di Youcat

Dopo l'annuncio dei giorni scorsi sulla stesura di un Catechismo, con prefazione di papa Benedetto XVI, per i giovani che parteciperanno alla Giornata Mondiale della Gioventù, che si terrà a Madrid nel mese di agosto di quest'anno, arriva oggi una notizia inaspettata quanto sconvolgente: a causa di un errore di traduzione in lingua italiana, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha deciso di ritirare decine di migliaia di copie, già ordinate nelle edicole, del Catechismo per i giovani. Entriamo più nel dettaglio: questa forma del Catechismo, voluta da papa Benedetto XVI come sussidio per i giovani che parteciperanno al grande incontro di agosto, è scritta nella pratica forma domanda e risposta, sul modello del recente Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica e, ancora prima, del Catechismo Maggiore di san Pio X. L'idea di accompagnare i giovani con questo importante sussidio che dà risposte importanti ai temi cruciali, per i quali spesso la Chiesa è attaccata dal mondo giovanile, è apparsa quanto mai opportuna e straordinaria. Ma purtroppo un errore di traduzione in lingua italiana rischia di gettare delle ombre su questo progetto, ombre che davvero non si meritava. L'errore riguarda la traduzione del numero 420, che, nella versione giudicata errata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, recita così:

Può una coppia cristiana fare ricorso ai metodi anticoncezionali?

Sì, una coppia cristiana può e deve essere responsabile nella sua facoltà di poter donare la vita. [2368-2369-2399]

Come si può vedere, scritte in questa forma domanda e risposta sono del tutto fuorvianti ed errate. E stupisce che un errore così grossolano possa essere stato commesso proprio in un tema delicato come quello dell'utilizzo di metodi anticoncezionali, che per i giovani d'oggi è particolarmente importante. Ritengo quindi sia importante, sperando che le copie con la traduzione errata siano del tutto ritirate e buttate al macero (o riciclate, come meglio si crede), spiegare dove sta l'errore. Se si fa bene attenzione alla domanda e alla risposta che segue, ci si accorge che le due non sono molto collegate; anzi, appare chiaro che la risposta non soddisfa affatto la domanda posta. Infatti la domanda è sul "ricorso ai metodi anticoncezionali" (agghiacciante, non è precisato alcunché, dunque si possono anche intendere i metodi anticoncezionali nella loro totalità), mentre la risposta riguarda la "responsabilità" della coppia nel mettere al mondo i figli, citando anche i numeri 2368, 2369 e 2399 del Catechismo della Chiesa Cattolica, che riporto di seguito per ulteriore chiarezza:

2368. Un aspetto particolare di tale responsabilità riguarda la regolazione della procreazione. Per validi motivi gli sposi possono voler distanziare le nascite dei loro figli. Devono però verificare che il loro desiderio non sia frutto di egoismo, ma sia conforme alla giusta generosità di una paternità responsabile. Inoltre regoleranno il loro comportamento secondo i criteri oggettivi della moralità. Quando si tratta di comporre l'amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri oggettivi, che hanno il loro fondamento nella natura stessa della persona umana e dei suoi atti, criteri che rispettano, in un contesto di vero amore, l'integro senso della mutua donazione e della procreazione umana; e tutto ciò non sarà possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 51].
2369. “Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l'atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore e il suo ordinamento all'altissima vocazione dell'uomo alla paternità” [Paolo VI, Lett. enc. Humanae vitae, 12].
2399. La regolazione delle nascite rappresenta uno degli aspetti della paternità e della maternità responsabili. La legittimità delle intenzioni degli sposi non giustifica il ricorso a mezzi moralmente inaccettabili (per es. la sterilizzazione diretta o la contraccezione).

A maggior ragione, dopo aver letto i numeri del Catechismo della Chiesa Cattolica citati nella risposta stessa del numero 420 di Youcat, appare del tutto incoerente la domanda rispetto alla risposta e viceversa: la risposta parla di "responsabilità" nel mettere al mondo i figli, di volontà di distanziare le nascite dei figli per motivi che, si sottolinea, non devono essere egoistici e comunque sempre rispettosi della castità matrimoniale, la domanda invece parla di metodi contracettivi in modo del tutto generale ed indiscriminato.
Potrebbe dunque sembrare una terribile svista nel porre la domanda, svista che, per qualche lettore, potrebbe indicare una sorta di ripensamento nella dottrina della Chiesa riguardo all'uso dei contraccettivi; vi si può leggere, infatti, e senza un utilizzo smodato della fantasia: "E' lecito usare i contraccettivi? Risposta: sì". Vediamo invece cosa dice lo stesso numero di Youcat nella traduzione in altre lingue, diverse da quella italiana. Nell'edizione originale in lingua tedesca il numero 420 suona così:

Darf ein christliches Ehepaar Empfängnisregelung betreiben?

Che significa:

Può una coppia cristiana esercitare (praticare) una regolazione (un controllo) dei concepimenti (delle nascite)?

Oppure ancora, nella traduzione in lingua inglese:

May a Christian married couple regulate the number of children they have?

Che significa:

Può una coppia cristiana regolare il numero dei bambini che ha?

(Testi e traduzioni tratti dal blog Settimo Cielo di Sandro Magister).

La risposta in italiano, invece, appare coerente sia con la traduzione inglese che con l'originale tedesco.
Se dunque confrontiamo la stessa domanda nell'originale tedesco, tradotta in lingua inglese e tradotta in lingua italiana appare evidente il distacco dalla fedeltà all'originale; infatti né in tedesco, né in inglese si parla di anticoncezionali: perchè in italiano sì?
L'azione della Congregazione della Dottrina della Fede, che arriva a poche ore dalla presentazione ufficiale di Youcat prevista per oggi, è un'azione chiara e decisa; speriamo e preghiamo che possa dipanare ogni dubbio, mettere definitivamente in chiaro l'errore dell'attuale edizione italiana (che può a sua volta trarre in errore i giovani che la leggeranno) e provvedere al più presto alla correzione.

mercoledì 23 marzo 2011

Sul celibato sacerdotale

Dal blog Messa in latino traggo questo contributo, apparso nell'edizione odierna dell'Osservatore Romano, del cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero; in esso il porporato affronta lo spinoso problema (in un mondo secolarizzato come il nostro) del celibato sacerdotale, spiegando perché esso non è un retaggio del passato da abbandonare ma è, al contrario, utile e necessario anche oggi. Questo articolo è una risposta a coloro che, specialmente all'interno della gerarchia del clero, spingono verso l'abolizione di quella che, per loro, è una semplice legge ecclesiastica, portando a supporto della loro richiesta l'odierna carenza vocazionale, e proponendo, dunque, l'abolizione del celibato come medicina. Leggeremo, inoltre, in questo articolo altre conseguenze di una "scorretta ermeneutica" dei testi del Concilio, che porta ad una posizione, secondo il cardinal Piacenza, "errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale".

Questione di radicalità evangelica
Card. Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.
Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l'insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II - a cominciare dalla Presbyterorum ordinis - potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.
Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un'esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell'Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.
In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.
Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell'assemblea sinodale, afferma: "Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all'Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell'amore di Dio verso questo mondo nonché dell'amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio".
Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d'Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono "affare" divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.
Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un'opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull'uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.
La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell'Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?
Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c'è ed è presente.

giovedì 24 febbraio 2011

Le varie forme dell'Adorazione

«Della virtù della religione, l'adorazione è l'atto principale. Adorare Dio è riconoscerlo come Dio, come Creatore e Salvatore, Signore e Padrone di tutto ciò che esiste, Amore infinito e misericordioso. "Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai" (Lc 4,8), dice Gesù, citando il Deuteronomio. [...] Adorare Dio è riconoscere, nel rispetto e nella sottomissione assoluta, il "nulla della creatura", la quale non esiste che da Dio. Adorare Dio – come fa Maria nel "Magnificat" – è lodarlo, esaltarlo e umiliare se stessi, confessando con gratitudine che egli ha fatto grandi cose e che santo è il suo nome. L'adorazione del Dio unico libera l'uomo dal ripiegamento su se stesso, dalla schiavitù del peccato e dall'idolatria del mondo.»
Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2096-2097

Queste parole del Catechismo indicano l'adorazione come "atto principale"; l'atteggiamento da cui scaturisce ogni preghiera ed ogni lode, ogni supplica ed ogni riconoscenza verso la Santissima Trinità. Quando pronunciamo la parola "adorazione", almeno chi, tra i lettori, frequenta più spesso la chiesa, pensa immediatamente alla pratica dell'Adorazione Eucaristica; davanti a Gesù Sacramento il fedele si inginocchia, prega e loda Nostro Signore, secondo gli atteggiamenti indicati dal Catechismo: inginocchiandosi di fronte all'Ostia il fedele lo riconosce come Dio, si sottomette a Lui umiliando se stesso e lodandolo con ogni gratitudine; viene liberato dalla schiavitù del peccato e, riconoscendo la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, dall'idolotria delle cose del mondo.
Ma possiamo limitare il significato del termine "Adorazione" solo a questo atto del Culto Divino? A questo proposito ho trovato molto suggestiva un'omelia di padre Konrad Zu Loewenstein (nominato dal patriarca cappellano nel patriarcato di Venezia per i fedeli che seguono il rito romano antico), recentemente pubblicata nel blog di "San Simeon Piccolo". In essa leggiamo: «L'Adorazione è sia interna, cioè mentale, sia esterna cioè corporale. L'Adorazione interna è più importante di quella esterna, ma tutte e due sono dovute a Dio dall'uomo». Approfondisce, poi, il senso di questo duplice aspetto dell'Adorazione: poiché l'uomo è composto dalla mente e dal corpo è necessario che, poiché l'Adorazione di Dio da parte dell'uomo deve essere totale, egli vi impieghi tutte le sue forze, prima interiormente con l'anima e poi anche esternamente, col corpo, compiendo così il primo comandamento della legge dell'Amore: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente".
E' importante, a mio modo di vedere, ribadire la necessità di entrambe le forme, interiore ed esteriore, spirituale e corporale; alcuni pensano, infatti, che la religione sia un fatto esclusivamente personale, la testimonianza esteriore della propria fede diventa qualcosa di superfluo se non addirittura nocivo per la libertà altrui. Così si rinuncia alla pratica religiosa, poiché la preghiera personale avrebbe più valore del precetto festivo, non è necessario confessarsi davanti al sacerdote nel segreto del Confessionale, quando il Signore conosce già le nostre colpe. Addirittura alcuni, e tra questi purtroppo anche sacerdoti, ritengono che la stessa pratica dell'Adorazione Eucaristica rischi per alcuni di diventare una sorta di idolatria, disconoscendo, in questo modo, quanto precedentemente citato dal Catechismo: "L'adorazione del Dio unico libera l'uomo dal ripiegamento su se stesso, dalla schiavitù del peccato e dall'idolatria del mondo".
Ma lo stesso Signore Nostro ci dice che è necessario per l'uomo amarlo ed adorarlo con tutte le forze, spirituali e mentali. L'atto esteriore e quello interiore si completano, non possono mancare per rendere autentica l'Adorazione; dice ancora padre Konrad: «L'atto esterno di adorazione è necessario per eccitare il nostro affetto per sottomettersi a Dio, e l'adorazione interna, se è autentica, ci preme a manifestarla in gesti esterni». Di qui si intende anche che i gesti esteriori perdono ogni significato se privati di un autentico accompagnamento interiore. La sola preghiera personale, dunque, benché assolutamente necessaria, non è sufficiente per l'Adorazione: essa deve essere sostenuta dalla pratica religiosa, cioè andare alla Santa Messa almeno la domenica, per poter accostarsi al Santissimo Sacramento una volta Confessati e Assolti dal sacerdote in persona Christi.
Ma l'Adorazione, per il cristiano, non può essere limitata nel tempo (ad esempio limitarsi alla durata della Santa Messa o dell'Azione Liturgica); deve protrarsi in ogni istante della vita; e ciò esige l'astenersi dal peccato per rispetto e amore di Dio. Rispetto che si esercita in particolare nella Sua Casa, l'edificio sacro, dove sono custodite le Sacre Specie che, come ricorda padre Konrad, «non è né segno, né figura, né virtù (come hanno preteso gli eretici), non è pane che contiene Dio, come tutte le cose contengono Dio, non è pane benedetto, non è pane sacro, non è neanche la divinità sotto le apparenze di pane, ma Gesù Cristo + sotto l'apparenza di pane nella Sua divinità e la sua umanità diventato Sangue ed Anima». Un altro aspetto che dovremmo reimparare è quello, infatti, del decoro a partire proprio dalla chiesa; quante volte, specie tra una Messa e l'altra la domenica, ci comportiamo in chiesa come se fossimo in una piazza pubblica o al bar, ci scambiamo saluti in maniera calorosa e spesso a voce alta, a volte urlando? Quante volte, per la fretta o per i pensieri che ci attanagliano la mente, passiamo davanti alla Croce, all'Altare o al Tabernacolo senza nemmeno fermarci, come faremmo, invece, se passassimo davanti ad un conoscente? Leggiamo ancora, in un passo dell'omelia: «In questo riguardo, carissimi fedeli, non possiamo non accennare alla mancanza di adorazione da parte dei fedeli moderni, purtroppo anche membri del clero, intermediari che siamo fra Dio e l'uomo, entrando in chiesa passando davanti al Santissimo senza il minimo segno di rispetto, parlando a voce alta come se fossero in un luogo di incontro pubblico, o in un museo, anche al telefonino e, carissimi amici, ricevendo la santissima Eucarestia dopo esser mancati alla santa Messa domenicale, o alla santa purezza con altrui o da soli...».
Preghiamo quindi Nostro Signore perché ci insegni ad adorarLo degnamente, e perché l'Adorazione, che ha il suo culmine nel Sacrificio Eucaristico della Santa Messa, ci insegni l'umiltà ed il rispetto di Dio e delle cose sacre, e allontani da noi ogni peccato ed idolatria del mondo.

Cliccando qui potrete leggere l'intera omelia di padre Konrad Zu Loewenstein da cui ho citato alcuni passaggi in questo articolo.

venerdì 28 gennaio 2011

Due tipi di ecumenismo: l'omelia di padre Zu Loewenstein

E' appena terminata la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, in cui il tema principale è stato l'ecumenismo, cioè la tendenza a riunire tutti i cristiani. E' ancora viva nei nostri cuori l'omelia del Santo Padre lo scorso 25 gennaio: «Il cammino verso questa unità deve essere avvertito come imperativo morale, risposta ad una precisa chiamata del Signore. Per questo occorre vincere la tentazione della rassegnazione e del pessimismo, che è mancanza di fiducia nella potenza dello Spirito Santo».
Oggi vorrei proporre l'omelia di padre Konrad Zu Loewenstein, cappellano per i fedeli che seguono la liturgia secondo il rito romano antico per il patriarcato di Venezia, pronunciata lo scorso 23 gennaio, e apparsa sul blog della Fraternità Sacerdotale San Pietro di Venezia (http://venezia.fssp.it/). In essa si prende in cosiderazione un problema importante che si deve affrontare quando si parla di ecumenismo: cosa significa unità dei cristiani? Significa forse che le diverse confessioni devono mettere in comune alcuni aspetti e rinunciare ad altri per creare una nuova religione comune? Molti pensano che la meta di questo cammino difficile ed importante sia questa; ma allora che ne sarebbe del messaggio di Cristo? Padre Zu Loewenstein mette a confronto due diversi tipi di ecumenismo, uno dal senso Cattolico, l'altro dal senso politico, ed addirittura anti-cattolico. Leggiamo le sue argomentazioni:

Il Vero Ecumenismo. Predica di Padre Konrad del 23.01.11

In nomine Patris, et Filii, et Spiritui Sancti.

In questa settimana di Preghiera per l'unione dei Cristiani, vogliamo considerare il fenomeno dell'Ecumenismo.

L'etimologia del termine "ecumenismo" è "Oikoumené" la parola greca che significa "mondo", il termine "ecumenismo" significa dunque, qualche cosa che riguarda tutto il mondo, qualche cosa di universale, qualche universalismo.

Ora, il termine Ecumenismo (con il suo significato di universalismo), viene inteso in due sensi distinti: primo senso è che tutto il mondo deve divenire cattolico; il secondo senso è che tutti gli uomini si devono unire sulla base di ciò che hanno in comune.

Il primo senso di Ecumenismo è il senso Cattolico, il secondo senso è il senso non cattolico!

Che il primo senso è Cattolico è già chiaro nell'etimologia del termine "cattolico" che significa "intero", viene dalla parola greca "olos" e si rapporta tra l'altro al genere umano itero.

Ecumenismo, nel secondo senso, non è una faccenda Cattolica, ma politica, perchè non spetta al bene ultimo dell'uomo in cielo come il cattolicesimo, ma spetta al suo bene su questa terra: spetta alla sua pace con altri quaggiù.

Ecumenismo nel secondo senso, che è purtroppo il senso lunge il più comune, non solo non corrisponde al cattolicesimo, ma è anche ostile al Cattolicesimo, perchè se cerchiamo solo ciò che ci unisce con altre Confessioni Cristiane, o con altre religioni (come se ci fossero altre religioni fuori che la sola vera Religione Cattolica), se cerchiamo solo ciò che ci unisce con loro, neghiamo o almeno trascuriamo e diluiamo, un articolo di fede dopo l'altro; cercando solo ciò che ci unisce ai luterani, neghiamo, per esempio, la natura sacrificale della Santa Messa, i Sette Sacramenti, il culto alla Madonna; cercando ciò che ci unisce ai musulmani, per esempio, neghiamo o trascuriamo il mistero della Santissima Trinità, la divinità e la missione salvifica di Nostro Signore Gesù Cristo + che costituiscono, infatti, il nucleo essenziale della fede.

Così il Cattolicesimo scende in una specie di vago cristianesimo in confronto con le altre confessioni, o in confronto con le altre religioni scende in una specie di vago umanesimo, o ricerca di essere simpatici a tutti!

Era questo il motivo dell'Incarnazione, della vita, della passione, della morte in Croce tra spasimi atroci di dolore di Nostro Signore Gesù Cristo + ? Domando!

Qualcuno proverà forse a difendere questo falso ecumenismo, che è la condivisione di ciò che è comune a tutti, dicendo che è una forma di amore, e l'amore è nell'analisi finale, lo scopo della nostra vita e Dio stesso è l'amore; la Santissima Trinità è un mistero di amore tra le Tre Persone Divine +. Ebbene è vero che la condivisione di tutto ciò che è comune tra Cattolici ed altri è una forma di amore, ma è anche vero che l'amore è cieco! e deve essere guidato dalla conoscenza.

L'uomo ha due facoltà principali dell'anima: la conoscenza e la volontà (o amore razionale), e tutte e due devono adoperarsi nel suo agire. Sul livello sovrannaturale questa conoscenza è la conoscenza della fede, e questo amore è l'amore della Carità, e tutte e due si devono adoperare nel suo agire: e la Fede e la Carità.

Non basta avere la fede per essere salvati; non basta amare per essere salvati, ma occorre la fede e la carità.

Rispondiamo dunque, a questa obiezione "che l'amore basti" dicendo che la conoscenza è anche necessaria.

Ma bisogna aggiungere (insieme) che la conoscenza, ha la precedenza sull'amore perchè, come ho già detto, l'amore è cieco e deve essere guidato dalla conoscenza: prima di amare devo sapere cosa amare e come amare. Se un ubriaco mi chiede cento euro ed io glieli do, non pratico l'amore perchè non lo posso amare in questo modo dando i soldi...

Sul livello soprannaturale la fede (come conoscenza sovrannaturale), ha la precedenza sulla Carità (come amore soprannaturale). L'oggetto della Fede è Dio, la Santissima Trinità e non posso amarLo con la carità prima di conoscerLo con la Fede.

Sul livello più profondo possiamo dire con Romano Amerio, nel suo libro ammirevole "Jota Unum", che la conoscenza precede l'amore, ultimamente, nel mistero della Santissima Trinità stessa, perchè la conoscenza di Dio tramite il Verbo precede l'amore di Dio tramite lo Spirito Santo: la processione del Figlio dall'intelletto del Padre, precede la processio dello Spirito Santo dall'amore reciproco del Padre e nel Figlio.

In questo modo possiamo dire che Dio, prima di essere un mistero di Amore è un mistero di Conoscenza.

Vediamo dunque che gli ecumenisti falsi si sbagliano quando dicono che "basta amare", necessario è piuttosto, ribadisco, sia la conoscenza, sia l'amore e, la conoscenza, ha la precedenza sull'amore; la fede sulla carità, il vero sul bene.

Come si esercita l'Ecumenismo?

L'Ecumenismo Cattolico avviene tramite l'insegnamento. Il primo compito della Chiesa è di insegnare la fede: la Chiesa è in possesso della fede che è la verità assoluta ed immutabile e deve insegnarla agli altri per la loro salvezza perchè per essere salvati devono conoscere Dio con la Fede e amarLo con la carità (di per se stesso e tramite il vicario) per glorificarLo quaggiù e in cielo per salvare le loro anime.

L'Ecumenismo falso... si esercita tramite il così detto "dialogo" che viene inteso come una specie di relazione reciproca con l'altro, dove l'uno è aperto all'altro e l'uno impara dall'altro a vicenda, in un tipo di processo senza termine in ricerca di una verità elusiva o mutabile, considerata come meno importante del dialogo stesso o dell'amore che lo costituisce.

Per valutare questo concetto di dialogo bisogna spiegare che la santa Chiesa Cattolica ha ricevuto la VERITA' da Dio stesso che è la Verità tutta intera.

Nostro Signore Gesù Cristo + di cui il Nome sia sempre adorato e benedetto, disse: "Io vi manderò lo Spirito della verità, che vi condurrà alla verità intera", questa verità è la verità sovrannaturale, il contenuto della fede, la verità assoluta e immutabile, più stabile della terra, delle stelle, della luna e del sole, perchè "il cielo e la terra passeranno ma - dice il Signore - le mie parole non passeranno".

Le parole del Signore, la verità della fede, sono immutabili e non cambieranno: neanche uno jota cambierà, e nessun uomo di Chiesa ha il potere di cambiare il minimo dettaglio della fede.

Ora, la santa Chiesa Cattolica ha ricevuto un mandato del Signore, da predicare questa fede raccontato alla fine del vangelo di san Matteo con le parole: "Andate, dunque, e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato"; alla fine del vangelo di san Marco, con le parole: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura, chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato"; alla fine di san Luca, con le parole: "Il Cristo doveva patire e risorgere e nel Suo nome saranno predicate a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati".

Queste parole alla fine dei vangeli sono, per così dire, lo strumento per comunicare il contenuto dei vangeli alla terra intera, per comunicare gli avvenimenti e le parole di quei trentatre anni di vita terrena dell'adorabilissimo Figlio di Dio e di Maria che hanno cambiato per sempre la faccia di questa terra e hanno determinato definitivamente il destino eterno di ogni uomo, dall'inizio dei tempi fino alla loro fine.

Questo mandato è il "munus docendi" di Nostro Signore Gesù Cristo + stesso che ha tre "munera": il munus docendi, il munus regendi e il munus santificandi: tre uffici: quello di insegnare, quello di governare, quello di santificare, Questi tre Uffici li ha tramandati alla Sua Chiesa una, santa, Cattolica ed Apostolica e ad ogni membro del Suo Clero.

Insegnare la fede è dunque un ufficio, un compito, un obbligo della Chiesa e del Suo Clero: "guai a me se non predico il vangelo" dice san Paolo.

Insegnare la fede significa che la Chiesa che è in possesso della verità, la comunichi a qualcuno che non è in possesso di questa verità, ad una persona che ne è ignorante affinchè anche lui la conosca.

Non è un processo interminabile di dialogo, di discussione, di interessamento da parte della Chiesa alle opinioni false di altri, per cercare insieme una specie di...amalgamo del vero e del falso, nell'interesse di una convivenza puramente terrena.

Piuttosto è una comunicazione della verità, dell'unica verità: dalla verità soprannaturale e assoluta, la Verità che in fin dei conti è Nostro Signore Gesù Cristo + stesso che disse: "IO SONO LA VERITA' " affinchè ogni uomo venga alla conoscenza di questa verità e ogni uomo venga salvato!

Amen.

In Nomine Patris, et Filii et Spiritui Sancti

Sia lodato Gesù Cristo +

Testo tratto da http://sansimonpiccolo.blogspot.com/.

martedì 28 dicembre 2010

Sulla banalizzazione della sessualità

Una settimana fa, il 21 dicembre, la Congregazione per la Dottrina della Fede (il dicastero romano deputato alle questioni sulla dottrina cristiana) ha emanato un comunicato che aveva come titolo «Sulla banalizzazione della sessualità - a proposito di alcune letture di "Luce del mondo"». Per coloro che non lo ricordassero, "Luce del mondo" è il libro-intervista che papa Benedetto XVI ha rilasciato al giornalista Peter Seewald, e che ha fatto molto discutere, tanto da meritare le pagine principali dei media, a proposito di alcune affermazioni del papa; una di queste era inerente alla dottrina della Chiesa sull'uso del preservativo e alla sessualità in genere.
Come era prevedibile, tale risposta dell'ex Sant'Uffizio non ha avuto la stessa eco dai media: evidentemente il popolo deve avere una informazione solo settaria, in modo che, quando tra un paio d'anni, verrà chiesto alla gente che cosa pensa la Chiesa del preservativo essa risponderà che è d'accordo.
In ogni caso la Congregazione ha voluto dare delle precisazioni su «diverse interpretazioni non corrette, che hanno generato confusione sulla posizione della Chiesa cattolica riguardo ad alcune questioni di morale sessuale». Continua il comunicato: «Il pensiero del Papa non di rado è stato strumentalizzato per scopi e interessi estranei al senso delle sue parole, che risulta evidente qualora si leggano interamente i capitoli dove si accenna alla sessualità umana. L’interesse del Santo Padre appare chiaro: ritrovare la grandezza del progetto di Dio sulla sessualità, evitandone la banalizzazione oggi diffusa». Non possiamo non concordare con questa osservazione; ancora oggi, scorrendo i motori di ricerca in internet, alle parole "Luce del mondo, preservativo, papa" si trovano notizie dell'epoca (novembre di quest'anno) che dicono che il papa "apre" al preservativo, che il preservativo è lecito in alcuni casi, che il papa ha applicato la dottrina del "male minore". Troviamo addirittura illustri personaggi che esprimono approvazione, come l'ex sindaco di Venezia e filosofo Massimo Cacciari e, purtroppo, l'ex arcivescovo di Milano, il card. Carlo Maria Martini, che ringraziano il papa per questa "apertura".
Il comunicato smentisce categoricamente, e dice testualmente: «L’idea che dalle parole di Benedetto XVI si possa dedurre che in alcuni casi sia lecito ricorrere all’uso del profilattico per evitare gravidanze indesiderate è del tutto arbitraria e non risponde né alle sue parole né al suo pensiero. A questo riguardo il Papa propone invece vie umanamente e eticamente percorribili, per le quali i pastori sono chiamati a fare "di più e meglio" (Luce del mondo, p. 206), quelle cioè che rispettano integralmente il nesso inscindibile di significato unitivo e procreativo in ogni atto coniugale, mediante l’eventuale ricorso ai metodi di regolazione naturale della fecondità in vista di una procreazione responsabile». Questo per rispondere a chi pensa che l'uso del preservativo possa essere applicato per controllare le nascite in una famiglia, soprattutto se bisognosa; in effetti questo è un problema, cioè se in una famiglia dove i genitori non hanno un gran reddito, ci si ritrova a dover mantenere cinque o sei figli. Appare però del tutto pretestuosa questa obiezione, poiché l'uso che si vuole fare oggi della contraccezione è molto lontano da quello di una coppia sposata per una "procreazione responsabile"; per la quale la Chiesa prevede altri metodi di controllo, più "umani ed eticamente percorribili".
Un altro problema innescato dal libro del papa è stato quello della posizione nei confronti della prostituzione; è confermato quanto affermato in materia dal Concilio, ossia che essa è considerata un atto grave ed immorale, e che «la prostituzione va dunque combattuta e gli enti assistenziali della Chiesa, della società civile e dello Stato devono adoperarsi per liberare le persone coinvolte».
Infine l'altra interpretazione errata, che secondo questo comunicato è stata data delle parole del papa, è quella che riguarda il preservativo come metodo di prevenzione e contrasto alla diffusione dell'Aids; qui viene spiegato il significato autentico di quanto il papa voleva affermare con l'esempio citato alle pagine divenute ormai famose del libro "Luce del mondo". «Chi sa di essere infetto dall’Hiv e quindi di poter trasmettere l’infezione, oltre al peccato grave contro il sesto comandamento ne commette anche uno contro il quinto (Non uccidere), perché consapevolmente mette a serio rischio la vita di un’altra persona, con ripercussioni anche sulla salute pubblica». Così, dice il papa nel suo libro, l'uso del preservativo da parte di una persona infetta lascia, in alcuni casi, intravvedere un certo ravvedimento, poiché non si intende mettere a rischio la vita del prossimo. In questo modo si deve intendere l'affermazione del papa: «in questo senso il Santo Padre rileva che il ricorso al profilattico "nell’intenzione di diminuire il pericolo di contagio, può rappresentare tuttavia un primo passo sulla strada che porta ad una sessualità diversamente vissuta, più umana"», dove con "primo passo" non si intende certamente che l'uso del preservativo è ammesso in certi casi; piuttosto che ci si può augurare che, se il motivo per cui si usa il preservativo è davvero quello di non mettere a rischio la vita del prossimo, tale preoccupazione per il prossimo potrà portare a vivere in maniera più umana la sessualità.
Il comunicato conclude smentendo anche che il Santo Padre abbia voluto usare la dottrina del "male minore", ossia che un'azione in sè sbagliata possa essere lecitamente ammessa di fronte a mali peggiori a cui il non compiere tale azione potrebbe portare. Quanto affermato sopra è di fatto una smentita di tale teoria; l'uso del preservativo non è ammesso, non c'è spazio all'interpretazione; ci si può altresì augurare, per il bene della sua anima, che chi lo utilizza per i motivi di cui si è parlato sopra, vada nella direzione di smettere e il comportamento sessuale disordinato e, di conseguenza, l'utilizzo del preservativo.
Il chiarimento della Congregazione per la Dottrina della Fede viene a smentire quelle interpretazioni errate che, volontariamente o meno, rischiano di portare i fedeli sulla via della perdizione. C'è anche chi pensa che il papa avrebbe potuto aspettarsi che le sue parole sarebbero state strumentalizzate, e quindi avrebbe potuto astenersi dal pronunciarle; io sono dell'idea che il papa abbia voluto semplicemente utilizzare il mezzo dell'intervista per spiegare in termini più semplici possibili alcune tematiche dottrinali, e che egli ritenesse sufficentemente chiaro quanto aveva detto da non aspettarsi una cattiva interpretazione. C'è però anche da dire che nella maggior parte degli articoli di giornale che riportavano queste interpretazioni errate, erano omesse le frasi conclusive, riportando il discorso solo a metà; era cioè scritto che l'uso del preservativo da parte di un prostituto (o prostituta che dir si voglia) malato di Aids può portare ad augurarsi che egli smetta di compiere atti disordinati, ma mancava la frase successiva, che «questo non è il modo vero e proprio per affrontare il male dell’Hiv». E' probabilmente questo modo di fare giornalismo, cioè parlando di mezze verità, che insieme formano una menzogna, che il papa non si aspettava, presupponendo la buonafede dei suoi lettori.

Cliccando qui potrete leggere il testo integrale del messaggio della Congregazione per la Dottrina della Fede.
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