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sabato 15 ottobre 2011

Tesori d'arte sacra: l'affresco della parete sinistra

In questo appuntamento mensile con i capolavori d'arte sacra del Duomo, continuiamo a scorrere lungo la navata sinistra, fino ad imbatterci nei meravigliosi resti di affresco riportati alla luce molto di recente, appena due anni fa. Infatti le pareti della Cattedrale versavano in condizioni molto critiche, annerite dagli agenti ambientali e a causa dell'umidita, importante durante alcuni periodi dell'anno, specialmente in riva al mare; inoltre a coprire l'affresco vi era il grande dipinto della Natività della Beata Vergine Maria, di cui parleremo certamente più avanti. Durante i lavori di restauro, quindi, staccati tutti i quadri dalla parete, grazie all'opera del restauratore Stefano Bagnariol sono dapprima emersi dai secoli la figura di un volto ed altri frammenti che lasciavano pensare al saio di un frate. Dopo alcuni mesi, al via libera della Sovrintendenza, cominciò il vero e proprio recupero dell'opera, terminato nel maggio dell'anno scorso. Una gran parte dell'affresco è stata perduta; dall'osservazione delle foto più vecchie che ritraggono la navata sinistra del Duomo, risulta infatti che, in corrispondenza della zona dell'affresco, fosse addossato uno dei sette altari laterali, eretti in varie epoche storiche ed abbattuti nel 1925 per finanziare i restauri dell'edificio. Quindi, come era uso nei tempi antichi, tale opera era probabilmente stata coperta con un'altra, tanto che nessuna delle fonti storiche in nostro possesso accennava minimamente alla sua presenza.
Il lavoro minuzioso del restauratore ha permesso di riportare alla luce, oltre ai frammenti tutt'ora visibili del lavoro definitivo, anche i resti del "cartone", ossia delle linee guida, che l'artista ha utilizzato prima di dipingere le figure complete. L'affresco si presenta come un trittico, la successione di tre figure di santi: la prima figura da sinistra, quella che certamente risulta essere la meglio conservata, rappresenta una santa con corona; regge con la mano destra un oggetto a forma tondeggiante, probabilmente una ruota od una macina. Grazie, poi, al cartone sottostante, possiamo evincere che nella mano sinistra reggesse una palma, simbolo iconografico che identifica i martiri. Tutti questi segni sembrano portare alla figura di Santa Caterina d'Alessandria, vissuta tra III e IV secolo in Egitto. Di nobile famiglia, fu data in sposa a Massimino Daia, governatore d'Egitto e Siria, che si proclamò in seguito "Augusto"; di qui, probabilmente, l'uso di dipingere Santa Caterina incoronata, proprio perché sposa di Massimino. Durante i festeggiamenti per il suo matrimonio, in occasione dei quali era previsto il sacrificio di vittime animali agli dei pagani, Caterina invitò il marito a riconoscere Gesù Cristo, rifiutandosi di sacrificare agli idoli. Massimino la condannerà a morte: prima la legò ad una terribile macchina, con due ruote dentate che dovevano dilaniare il corpo del condannato (da cui la rappresentazione della ruota come strumento del suo martirio); ma, uscitane miracolosamente illesa per l'intervento divino, fu decapitata. Santa Caterina era venerata insieme a Santa Margherita d'Antiochia, compatrona di Caorle; per cui è abbastanza plausibile che proprio nella nostra cattedrale vi fosse, almeno in antichità, un altare a lei dedicato.
La seconda figura è ugualmente ben conservata nella quasi totalità, fatta eccezione per il volto, del quale, tuttavia, si riesce a scorgere la folta barba bianca. All'angolo in alto a destra del capo, insieme all'aureola, si intuisce la presenza di un copricapo bianco, molto probabilmente una mitra vescovile, al quale fa da corredo l'altra insegna episcopale, ossia il bastone pastorale. Queste caratteristiche, un vescovo benedicente con la barba bianca, fanno propendere per la figura di San Nicola di Mira (o di Bari), vissuto tra l'anno 250 ed il 326, molto venerato nelle zone costiere, anche venete (si pensi ad esempio alla toponomastica, con San Nicolò del Lido), e del quale la cattedrale conservava (e conserva tutt'ora nel museo) una reliquia.
Infine la terza figura da sinistra è quella deteriorata maggiormente; a guardare i frammenti conservati non si riesce a capire di quale santo si tratti. Ma osservando attentamente il cartone sottostante rimasto, si riesce a vedere, al centro della figura, una mano (molto stilizzata) nell'atto di afferrare la veste, come per scostarla. Basta questo elemento per inferire l'identità di questa figura in San Rocco confessore, nato a Montpellier tra il 1345 ed il 1350 e morto a Voghera tra il 1376 ed il 1379. Egli infatti, contagiato dalla peste mentre curava i suoi amati malati, si ritirò in una grotta, per non essere di peso, mentre un cane randagio gli portava di tanto in tanto qualche tozzo di pane, cosa che gli permetteva di non morire di fame. Guarì miracolosamente, ed è quindi rappresentato nell'atto di mostrare la piaga che aveva sulla gamba.
Le tre figure si stagliano su uno sfondo blu-verde, molto intenso e caratteristico degli affreschi di scuola giottesca, come pure anche la cornice, di cui si scorge un frammento in alto a destra, formata da esagoni racchiusi in stelle a sei punte. Anche i lineamenti gentili del volto di santa Caterina, l'unico pervenuto fino ai nostri giorni, confermano l'affiliazione con quello stile molto diffuso a partire dal Trecento in Italia, anche in Veneto (si pensi alla cappella degli Scrovegni, con gli affreschi realizzati da Giotto, a Padova). Il restauratore ha individuato la probabile datazione dell'opera intorno alla fine del XIV secolo - inizio del XV secolo (fine 1300 inizio 1400); poiché la devozione a san Rocco si diffuse in tutto il nord Italia fin da immediatamente dopo la sua morte (e Caorle lo adottò come suo compatrono) possiamo, in base a questi dati, afferire che si tratti di una delle prime rappresentazioni di San Rocco almeno in Veneto, ma forse in tutto il mondo.

sabato 10 settembre 2011

Festa della Madonna dei fagotti

La domenica successiva alla festa della Natività della Beata Vergine Maria è ugualmente dedicata, nella nostra parrocchia, alla Madonna, in quella che viene tradizionalmente chiamata "Festa della Madonna dei fagotti". Tale ricorrenza aveva, come la maggior parte delle feste di carattere religioso, un significato pratico molto importante, e testimoniava la grande devozione che il popolo nutriva nei confronti, in questo caso, della Santa Vergine. Nel periodo intorno all'8 settembre, chiamato Fraima (dal latino "infra hieme", che significa in prossimità dell'inverno) i pescatori lasciavano le loro abitazioni per riprendere l'attività di pesca dopo la pausa estiva, e si recavano nei casoni, le tipiche costruzioni in canna palustre costruite tra le isole della laguna caprulana. A quel tempo e fino agli anni Settanta del secolo scorso, i pescatori costituivano la parte più cospicua di tutta la popolazione cittadina, così questa sorta di migrazione stagionale degli uomini di Caorle, che sarebbe durata fino a Natale, diventava un evento importante. Essi si recavano presso il rio, che all'epoca si addentrava fino all'interno dell'odierna Piazza Papa Giovanni XXIII, formando una vera e propria processione, muniti dei loro vestiti e dagli attrezzi per la pesca racchiusi in un fagotto. Una volta giunti alle loro imbarcazioni ricevevano la benedizione del sacerdote, quindi potevano partire; non a caso proprio i pescatori vollero, nel XIX secolo, la costruzione di una chiesa dedicata alla Madonna del Rosario adiacente al luogo da dove ogni anno partivano per la pesca invernale, senza sapere con certezza se sarebbero tornati indietro. Quella chiesetta, ristrutturata nel 1950, è oggi dedicata alla Madonna del Rosario di Pompei.
Al giorno d'oggi la pesca non è più la principale attività di sussistenza del popolo caorlotto, scalzata dal turismo che ha certamente tempi diversi rispetto a quelli dei pescatori di un tempo. Tuttavia il mantenimento di questa ricorrenza religiosa, spostata alla domenica successiva, non è un inutile retaggio del passato o un anacronismo; settembre rappresenta per molti, ancora, l'inizio delle attività lavorative dopo una pausa estiva più o meno lunga, soprattutto per i nostri bambini e ragazzi che iniziano la scuola proprio il giorno successivo. Anch'essi, per una strana coincidenza, partiranno dalle loro case con il proprio fagotto, certamente più alla moda di quello dei vecchi pescatori, per il lavoro quotidiano. Sembra proprio, con il mantenimento di questa ricorrenza fino ai nostri giorni, di sentire la voce materna della Vergine Santa rivolgersi al suo popolo, per richiamare i suoi figli che sembrano diventati sordi alle sue dolci parole, e garantire ancora la sua protezione per quanti la invocano.
Nella giornata di domani, dopo le Sante Messe in Duomo (alle 10:45 la Santa Messa solenne), saranno celebrati i Vespri alle 17:45, al termine dei quali si snoderà dal Duomo per le vie del centro storico la processione con il simulacro della Madonna delle Grazie. Potessimo accogliere con gratitudine il richiamo della Madonna che con insistenza chiama alla conversione i suoi figli! Come sarebbe bello se i genitori accompagnassero i propri bambini alla processione di domani sera, specialmente i più piccoli, che cominceranno la scuola lunedì; e se anche i ragazzi più grandi, soprattutto coloro che hanno frequentato il grest parrocchiale (sia come partecipanti che come animatori) e frequenteranno gli incontri di Catechismo in parrocchia quest'inverno, si mettessero simbolicamente alla sequela di Maria Santissima in questa manifestazione pubblica di fedeltà e devozione, chiedendo a Lei l'aiuto per far sì che l'anno scolastico alle porte inizi e si concluda positivamente! Anche gli albergatori potrebbero cogliere l'occasione di questa festa per ringraziare la Madonna per la stagione turistica ormai in via di conclusione, e pregare perché anche l'anno venturo il Signore possa garantire loro un lavoro dignitoso, cosa per nulla scontata. Magari non potranno partecipare alla processione per motivi di lavoro, ma forse potranno accendere una candela presso il simulacro della Madonna esposto in Duomo, o semplicemente recitare una preghiera: un altro segno che vuole significare affidarsi alla sua materna protezione.
L'augurio dei sacerdoti e di tutta la parrocchia è dunque quello di accogliere l'invito della Santissima Madre di Dio, dispensatrice di ogni grazia del Signore; la partecipazione a questa festa della Madonna dei fagotti, che resiste ai tumulti secolarizzatori di questi tempi, possa convertirci ad un pensiero più umile nel nostro modo di vivere e ad una sincera devozione, com'era quella dei nostri antenati.

Ricordiamo che da questo fine settimana entra in vigore l'orario post-estivo: l'unica Santa Messa prefestiva in Duomo sarà celebrata alle ore 18:30 (è soppressa la Santa Messa delle ore 21), mentre la domenica sono state soppresse le Sante Messe delle ore 16 e delle ore 21; l'orario domenicale delle Sante Messe è dunque 7:00, 8:00, 9:30, 10:45, 12:00, 19:00.

lunedì 29 agosto 2011

973mo Anniversario della Dedicazione del Duomo

Il 30 agosto ricorre l'anniversario dell'atto di riconsacrazione della Cattedrale di Caorle da parte del vescovo Pietro Martire Rusca (1656-1674); nel 1665, non essendovi alcuna notizia circa la data di consacrazione della cattedrale, compì nuovamente questo rito, apponendo alle pareti del tempio dodici croci in terra cotta, sotto ognuna delle quali viene accesa una candela ad ogni anniversario di questo solenne gesto. Esistono fonti storiche attendibili a testimoniare che la costruzione dell'odierna basilica sia avvenuta nell'anno 1038, sopra i resti di una precedente basilica di epoca paleocristiana, eretta a sua volta quando a Caorle si stabilirono i primi vescovi. Circa l'inizio della cronotassi vescovile, invece, le fonti storiche appaiono un po' lacunose; le prime notizie risalirebbero al tempo del vescovo Giovanni delle Pannonie, il cui nome appare nello scambio epistolare tra l'esarca di Ravenna Mariniano e papa San Gregorio Magno, datato 598. Alcuni storici, tuttavia, non sono certi che si possa riconoscere come Caorle il toponimo Insula Capra che appare in quel carteggio. Ma tale ipotesi, avanzata con una certa autorità dallo storico caorlotto Trino Bottani, potrebbe avere qualche riscontro nella storia: innanzitutto non sembra fantasioso che l'autorità dell'esarca di Ravenna arrivasse fino ai lidi caprulani, giacché la struttura del nostro famoso campanile cilindrico riprende proprio, unico nel triveneto, la forma dei campanili ravennati del X secolo; inoltre è un fatto appurato da un gran numero di fonti storiche che la sede vescovile di Caorle fosse la più prestigiosa delle Venezie, sebbene fosse anche la più povera, proprio in ragione dell'antichità della sua fondazione (vedi ad esempio la "Biografia di fra' Paolo Sarpi" di Aurelio Bianchi Giovini). Un'altra ipotesi sulla fondazione della diocesi risale invece alle invasioni barbariche che coinvolsero il nordest dell'Italia a partire dal III secolo, quando i Concordiesi migrarono nelle paludi del loro porto marittimo, cioè Caorle, per sfuggire alla furia devastatrice dei Longobardi e degli Unni. Una prova di questo si trova nel fatto che la Cattedrale caprulana e quella concordiese sono dedicate entrambe al Protomartire Santo Stefano.
Di conseguenza è plausibile che, prima dell'attuale costruzione sacra, fosse stata edificata un'altra cattedrale, i cui resti sono stati trovati nel corso dei frequenti restauri del secolo scorso; tutt'ora conservati in Duomo, nel giardino della canonica e nel museo parrocchiale, sono stati datati attorno al VI-VII secolo. Molto probabilmente la basilica attuale fu costruita per ampliare l'edificio antico, in un momento, per Caorle, che fu quello del massimo splendore, prima di una progressiva e repentina decadenza, cominciata nel '400 con l'incendio da parte dei genovesi e terminata soltanto negli anni '70 del secolo scorso, con l'incremento massiccio del turismo. Nel XVII secolo, con l'aumentare della devozione dei fedeli, il vescovo Rusca decise quindi di riconsacrare la Cattedrale, al fine di stabilire il giorno in cui celebrare annualmente la sua Dedicazione a Santo Stefano Protomartire. A perpetua memoria, oltre alle dodici croci, è rimasta anche una lapide, ora affissa alla parete sinistra del Duomo.
Anche nei secoli più bui della povertà e della malattia, il Duomo ed il suo campanile cilindrico che domina l'intera città sono sempre stati punti di riferimento per tutti i caorlotti; mai i cittadini, anche nei secoli più difficili, hanno cessato di frequentare la Casa del Signore, che le Confraternite abbellivano con altari, opere d'arte, reliquiari e suppellettili. In questa ricorrenza, che possiamo considerare il compleanno della nostra Chiesa, anche noi, eredi di un così grande tesoro, siamo invitati a partecipare; perciò celebreremo già stasera, al posto del Rosario delle ore 18:00, i Primi Vespri della solennità della Dedicazione del Duomo; domani, sempre alle 18:00, i Secondi Vespri e, alle 18:30, la Santa Messa cantata.
A conclusione di questo articolo propongo l'ascolto del mottetto di Jacobus Gallus (1550-1591) O quam metuendus, ispirato all'antifona al Magnificat dei Secondi Vespri della Dedicazione.

sabato 20 agosto 2011

Visite guidate al Campanile di Caorle

Dopo diversi anni di progettazione e di messa in opera, quest'anno sono state portate a termine le nuove scale interne del campanile, rendendo così visitabile il Campanile cilindrico simbolo di Caorle ed esaudendo le richieste di molti tra turisti e cittadini. Il caratteristico campanile di Caorle, secondo le fonti storiche realizzato intorno all'anno 1038 così come la Cattedrale, costituisce un esempio unico nell'area veneta; fonde infatti lo stile romanico che caratterizza la costruzione degli edifici sacri delle Chiese figlie di Aquileia allo stile bizantino-ravennate, ben riconoscibile nella forma cilindrica, che lo fa assomigliare ai famosi campanili rotondi di Ravenna e di Lugo, risalenti anch'essi al X-XI secolo. Da questi ultimi, tuttavia, si differenzia per l'elemento della cuspide, conica, a terminare elegantemente la struttura cilindrica, cosa che lo rende unico in tutto il territorio italiano e, per l'epoca di costruzione, addirittura nel mondo.
Fino a quest'anno le scale interne del campanile erano assai pericolanti e assolutamente inadatte ad una visita del pubblico; ora, invece, sono state rinnovate quasi tutte le rampe, realizzate a chiocciola per facilitare l'accesso in sicurezza del pubblico, ad accezione dell'ultima rampa, quella che porta alla cella campanaria, costituita ancora da una vecchia scala a pioli in legno e quindi inaccessibile per i turisti. Pur tuttavia il panorama che è possibile godere della città di Caorle anche dal penultimo piano del nostro Campanile è del tutto inimitabile: si può dominare tutto il centro storico, la spiaggia di levante e quella di ponente, arrivando con lo sguardo fino al grattacielo di Jesolo; nelle giornate più limpide, inoltre, si possono scorgere il campanile de La Salute di Livenza a nord e le coste dell'Istria a est.
Alcuni incaricati accolgono i visitatori direttamente all'ingresso del campanile, durante gli orari previsti, offrendo anche alcune informazioni di carattere storico-artistico: gli orari e le modalità della visita si possono trovare nei cartelli affissi sulla porta e nei pressi del campanile.

martedì 16 agosto 2011

San Rocco di Montpellier, compatrono di Caorle

Ricorre oggi la festa di San Rocco, confessore, compatrono della città di Caorle. Nato nel XIII secolo a Montpellier, in Francia, in realtà le notizie certe sulla sua vita non sono molte, e comunque ricche di elementi leggendari. Dopo aver perso i genitori quand'era ancora in tenera età, donò tutti i suoi averi ai poveri e partì in pellegrinaggio verso Roma per visitare le tombe degli apostoli. Arrivato nei pressi di Acquapendente si trovò immerso nella cruda realtà della peste; ma invece di girarne al largo per evitare la morte, come tutti avrebbero fatto, Rocco, che tendeva alla santità della vita, vi si tuffò a piene mani, trasportando gli appestati nei lazzareti e soccorrendoli con ogni cura. Si prodigò per gli ammalati fino a raggiungere Piacenza, e con la grazia del Signore compiva prodigiose guarigioni tra la popolazione, compresa quella di un cardinale a Roma, in seguito alla quale fu presentato a papa Urbano V. Ma fu egli stesso raggiunto dal contagio, e quasi per non gravare sulle spalle degli ammalati che aveva sempre desiderato aiutare, si ritirò in solitudine, poichè un grosso bubbone sulla gamba gli impediva persino di camminare. Si nutriva di quello che un cane randagio gli portava e beveva l'acqua delle pozzanghere. Inaspettatamente, però, guarì, e riprese il suo cammino per aiutare i più poveri. Nei pressi del Lago Maggiore, scambiato per una spia, fu incarcerato e morì nell'anonimato; solo dopo la morte fu riconosciuto per il santo dei miracoli al tempo della peste, e, benché non esistano documenti certi sulla sua effettiva canonizzazione, si sa che, in seguito ad una pestilenza, i padri del Concilio di Costanza invocarono la sua protezione e portarono in processione la sua immagine già nel 1414.
Il suo culto si sparse in gran parte d'Italia, specialmente in Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e Lazio. Nel nostro Duomo vi sono testimonianze del fiorire della devozione a san Rocco già dal '400, a cominciare dai resti dell'affresco della parete sinistra, che raffigurano un trittico di santi, datato intorno al '400 dal restauratore che si è occupato dei lavori. Il cartone che deve essere servito all'artista per realizzare l'intera opera mostra, in corrispondenza alla terza figura da sinistra (di per sè irriconoscibile) una mano che si scosta le vesti all'altezza delle gambe: il segno iconografico distintivo di san Rocco, che ostenta la piaga del bubbone a prova della sua guarigione dalla peste. Ma altre testimonianze derivano dalle fonti storiche; si ha notizia, infatti, che il 25 marzo 1513 fu eretta a Caorle la Confraternita di San Rocco, che aveva sede nell'omonimo oratorio, costruito in fianco al palazzo vescovile. All'interno della chiesetta era posta, sopra un altare ligneo e dorato, la statua del santo insieme a quelle di san Giacomo e di san Cristoforo. Nella chiesa erano inoltre custodite una tavola molto antica che raffigurava san Sebastiano ed una tela con la rappresentazione della Vergine Annunziata. Sulla parete di sinistra alcuni affreschi con didascalie raccontavano i miracoli di guarigione di san Rocco; i resti di tali affreschi si trovano ancora sul muro perimetrale del giardino della canonica, nel lato che dà sul chiostro realizzato nel 2000. Le fonti storiche ci raccontano, inoltre, che il 16 agosto, giorno della festa di san Rocco, i confratelli portavano in processione la statua del santo per le vie della città, per collocarla poi in cattedrale, dove il pomeriggio veniva cantata la Messa e celebrati i Vespri. Quindi il simulacro veniva riportato nel suo oratorio con un solenne corteo processionale a cui partecipava anche il vescovo.
La devozione verso san Rocco divenne più forte quando, nel 1729, la Scuola di Caorle ottenne una reliquia del Santo dalla Scuola Grande di Venezia; la reliquia era posta davanti al trono della statua del santo durante la processione. Malgrado l'oratorio fosse stato rilevato dalle autorità civili dopo la soppressione della diocesi, nel 1818, e demolito pochi anni dopo, la pietà dei caorlotti nei confronti del suo santo protettore rimase viva fino agli anni '70 del secolo scorso, quando il 16 agosto si celebravano Messe solenni e la statua di san Rocco, proveniente dall'antico oratorio, veniva portata in processione per le vie del centro. Poco importava che tale festa avesse luogo il giorno sucessivo a quello dell'Assunzione; mai il popolo di Caorle avrebbe lasciato solo il santo che gli garantiva la forza nelle difficoltà quotidiane. Purtroppo, proprio quando le malattie più gravi cominciarono ad essere debellate e la povertà lasciò il posto a stili di vita più agiati, i caorlotti si dimenticarono del loro patrono; e pur rimanendo chiusi gli uffici pubblici sono ben pochi i cittadini che si recano in chiesa a salutare il santo, neppure i bambini e i ragazzi che, pur rimanendo dell'alveo della parrocchia, partecipano alle attività estive.
Come verso la fine della sua vita, san Rocco è dimenticato, quasi nessuno lo riconosce come il potente guaritore amico di Dio e dei suoi poveri; non ci resta che pregare e sperare che, come dopo la sua morte, il popolo torni a riconoscerlo come un grande santo della carità.

sabato 13 agosto 2011

Tesori d'arte sacra: la statua dell'Assunta

Per la rubrica mensile sui tesori d'arte sacra conservati nel nostro Duomo, nel Santuario e nel Museo liturgico parrocchiale, cogliamo l'occasione dell'imminente solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria per parlare della statua dell'Assunta, conservata nel nostro Duomo, e dell'omonima Confraternita che a Caorle ha arricchito i luoghi di culto ed i riti religiosi negli anni lontani. La statua che, come possiamo ammirare nella fotografia, esposta alla venerazione dei fedeli in occasione del 15 agosto, risale infatti al XVIII secolo, in legno dorato, e raffigura la Vergine Assunta tra le nubi, mentre gli angeli la accolgono in Cielo festanti. E' interessante notare l'uso del colore dorato secondo la tradizione dell'iconografia antica, ossia fino a Giotto, in cui gran parte dei soggetti sacri, specialmente nella pittura, erano collocati su sfondi oro per sottolineare l'appartenenza dei personaggi raffigurati ad una dimensione diversa da quella terrena. Così la Beata Vergine Maria non è stata semplicemente trasportata nel nostro cielo, ma è stata elevata da terra fino al cospetto di Dio, nel Cielo divino che definiamo anche Paradiso. L'oro, nell'arte sacra, non è mai ostentazione di ricchezza, alla quale, semmai, sono avvezzi gli uomini; sta invece a segnare il distacco tra la dimensione divina in cui sono celebrati i Sacri Misteri e quella umana, e le chiese addobbate in questo modo sono lo specchio di quello scopo, che si prefigge la liturgia, di far pregustare agli uomini già qui sulla terra la vita eterna che Dio ha promesso.
Per questo motivo in molte occasioni, soprattutto nel passato, sia gli uomini ricchi che quelli più poveri decidevano di rinunciare a parte dei loro proventi per commissionare opere d'arte destinate alla loro chiesa, arricchendola di arredi sacri, altari e quant'altro. Molto spesso questi gruppi di fedeli si riunivano in Confraternite, ossia asssociazioni permanenti di fedeli che si occupavano di raccogliere le offerte per le opere di carità e per le Messe in suffragio dei defunti, per contribuire al sostentamento dei sacerdoti e della chiesa e per finanziare le opere d'arte che abbellivano il tempio. A Caorle una delle più importanti confraternite era proprio quella dell'Assunta, istituita il 15 agosto 1425, e costituita soltanto da confratelli. Era anche detta Confraternita dei Battuti, poiché, come rinvenuto nelle fonti storiche, i suoi membri erano chiamati a radunarsi ogni seconda domenica del mese per «battersi». Tale Scuola aveva il proprio altare inizialmente nell'oratorio dell'Assunta, che sorgeva davanti all'oratorio di San Rocco, del quale oggi rimangano alcuni resti di affreschi sotto il porticato attiguo al muro perimetrale dei giardini della canonica. Dalle notizie che ci sono pervenute, sopra l'altare era posta una tela con l'emblema della Confraternita, ovvero la Santa Vergine nell'atto di coprire con il suo manto due confratelli. Tale emblema è riportato nel paliotto frontale dell'altare di Sant'Andrea, custodito nella cappella laterale destra del Duomo, a testimonianza del fatto che, probabilmente, tale altare fu finanziato proprio dai confratelli dell'Assunta. Nel 1589 il guastaldo della Confraternita chiese al vescovo Girolamo Righettino di poter celebrare stabilmente le Messe della Scuola nella cattedrale, poiché il piccolo oratorio era ormai cadente. Nel catino dell'abside sinistra del Duomo, dove si trovava l'altare dell'Assunta, è infatti affrescata la Vergine in trono col Bambino, tra i santi Lorenzo e Stefano, con ai piedi la Confraternita stessa in atteggiamento supplice (affresco risalente al secolo XIV).
L'oratorio fu ristrutturato completamente l'8 dicembre 1749, quando si ha notizia della richiesta dei confratelli al vescovo Francesco Trevisan Suarez di tornare a celebrare la Messa nell'oratorio nelle solennità della Vergine Maria e nelle seconde domeniche del mese. I confratelli si impegnavano a sostenere la Messa in suffragio ogni sabato, e a provvedere per i riti funebri e la sepoltura di tutti i propri confratelli deceduti nel territorio dalla Livenza al Tagliamento, che era compreso nella diocesi di Caorle.
Nella festa dell'Assunzione, il 15 agosto, il vescovo, o in sua assenza il decano del Capitolo, celebrava Santa Messa ed i Vespri nella cattedrale, alla presenza di tutta la Confraternita, i cui membri erano vestiti di cappa. Con i proventi della questua effettuata presso le case della città e in chiesa, ogni seconda domenica del mese, la Scuola versava un piccolo salario al cappellano dell'oratorio e ad ogni sacerdote che interveniva alle solennità, nonché al parroco della cattedrale, il quale si impegnava, però, a fornire ai membri i ceri da utilizzarsi nelle processioni funebri dei confratelli defunti.
La Confraternita dell'Assunta si estinse, come la maggior parte di tutte le altre presenti nel territorio, tra la fine del '700 e l'inizio dell'800, quando cadde la Repubblica Serenissima e subentrò l'occupazione napoleonica, e successivamente alla soppressione della diocesi nel 1818.

martedì 9 agosto 2011

Il vescovo di Caorle in un articolo di CaorleMare Magazine

E' apparso sul numero di questo mese del giornale di Caorle dedicato a residenti e turisti, CaorleMare Magazine, un ottimo articolo sull'arcivescovo titolare di Caorle, mons. Juliusz Janusz, a firma di Donatella Brentel, che ringrazio per la gentile concessione dell'articolo. Nell'intervista il prelato parla della sua permanenza nella nostra cittadina, che ha seguito la sua partecipazione alla festa della Madonna dell'Angelo di luglio, e racconta alcuni particolari della sua vita di pastore a servizio di Cristo come diplomatico per la Santa Sede. Non manca un breve cenno alla figura del beato papa Giovanni Paolo II, polacco come l'arcivescovo, che l'ordinò sacerdote quand'era ancora arcivescovo di Cracovia e di cui fu per alcuni anni cerimoniere. Fu lo stesso papa Wojtyla a volerlo Nunzio apostolico, prima in Ruanda e Mozambico e successivamente in Ungheria, e ad insignirlo del titolo della nostra chiesa già Cattedrale di Caorle. Sperando in una sua prossima nuova visita, leggiamo intanto l'articolo di Caorlemare di agosto.

Il polacco Mons. Janusz ha partecipato alle celebrazioni di luglio della Madonna dell'Angelo
Il Vescovo di Caorle
Nunzio apostolico in Slovenia, fu ordinato sacerdote da Wojtyla

di Donatella Brentel

Un incontro molto speciale, quello con l' Arcivescovo Juliusz Janusz, Nunzio Apostolico in Slovenia e titolare del Duomo Santo
Stefano di Caorle. Un uomo di estrema simpatia, con la battuta pronta e un grande entusiasmo, che nella vita ne ha viste tante. E' stato per la seconda volta ospite nella nostra città, ma per la prima volta si intrattiene per poter conoscere la realtà ecclesiale di cui e titolato. Dopo aver celebrato le messe e aver condotto la solenne processione per l'annuale "Festa della Madonna dell'Angelo" il 9 e 10 luglio scorso, ha scelto di passare qualche giorno visitando Caorle.
Innanzuutto, sorge spontaneo chiedere come si sia trovato a Caorle. I suoi occhi si accendono di un sorriso radioso, nascosti dal fumo della pipa che lo accompagna costantemente: "Ho trovato tanto calore umano, una credenza di fede e tanta devozione
incredibile fra i cittadini. Esco, vado in spiaggia, giro fra le calli e i campielli di questa bellissima isola e la gente, un po' stupita, mi saluta, mi chiama come fossi proprio da sempre a Caorle; mi sono sentito a casa, oltre alla cordiale ospitalità del parroco Mons. Giuseppe Manzato, Da oggi avrò più occasioni per tornare. Da febbraio sono Nunzio apostolico in Slovenia e delegato per il Kosovo: ci dividono neanche due ore di macchina, per cui potrò tornare con più facilità”.
"Guardi che meraviglia ..." - mi dice, facendomi vedere le foto che ha scattato durante il suo soggiorno, sono tante con inquadrature perfette. Il Santuario della Vergine immortalato all'alba, al tramonto e sotto un sole cocente nel pomeriggio. Scatti che riproducono la bellezza della città, con i colori delle case e della sabbia. "Insomma - ripete - questa cittadina marinara che mi ha adottato”.
Parla poi del mondo, in cui è "nomade" per la fede cattolica, da quando svolge la missione di Delegato Apostolico, dopo una tesi di laurea conseguita a Roma in "Diritto Pubblico sulla Pace": inviato in Birmania, Cambogia, Tanzania, Scandinavia, Germania, Brasile, Olanda,Cina, Ungheria; parla tantissime lingue. In ogni posto dice di essersi sentito a casa, perché "dove c'è la Chiesa lì c'è la mia casa da quando sono devoto per la Misericordia”.
Ci racconta quanto sia difficile rapportarsi con le Nazioni e i popoli che ostacolano la Chiesa, ma quanta gratitudine per ogni singolo che abbraccia la fede cristiana, in quel caso si vince perché si e lavorato e raccolto. “Anche se poi la Santa Sede mi trasferisce altrove, in quel posto per quel tempo ho seminato e i germogli daranno i frutti. Spesso la politica ostacola la Chiesa, ma il mio ruolo è quello di rispondere all'esigenza e di intervenire in modo adeguato con la pastorale nel territorio, incontrare i giovani ed essere utile per gli altri; questo rientra nelle mie funzioni di organizzatore della struttura della Chiesa cattolica”.

Ecccllenza, cosa mi racconta di Papa Giovanni Paolo II, qualche ricordo che vi lega... ?
"Come possiamo non parlare di Papa Giovanni Paolo II, che mi ha ordinato sacerdote al clero di Cracovia all'età di 23 anni, quando Karol Woityla era allora Arcivescovo della stessa diocesi. Quante risate ci siamo fatti - ricorda mons. Janusz - il Papa era una persona scherzosa e affabile; anche quando cantavamo lui era perfetto aveva una voce stupenda, un vero "animatore" del collegio in cui convivevamo, abbiamo condiviso l'amore per la montagna: lunghe passeggiate e sciate nelle montagne della nostra terra, quei monti il Papa li conosceva ognuno per nome”.
Sarà poi lo stesso Giovanni Paolo Il a nominare Janusz Nunzio Apostolico per il Ruanda nel 1995 e l'8 maggio dello stesso anno Arcivescovo titolare di Caorle dal Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato. Tanti ricordi lo legano a Sua Santità Giovanni Paolo Il, "due Polacchi" che credevano nella pace del mondo e all'internazionalizzazione della curia di cui Giovanni Paolo Il è stato promotore e ideatore di tante Sante Sedi nel mondo.
E poi Caorle, che dopo essere stata per mille anni sede vescovile, soppressa quasi duecento anni fa, ritrova oggi un lignaggio episcopale. Da quando Papa Paolo VI, negli anni '60, ripristinò il titolo vescovile delle diocesi soppresse, ben cinque i Vescovi titolari di Caorle si sono succeduti: Georges Kettel (1968/72, ora deceduto), John Francis Kinney (1976/82, poi nominato Vescovo a Bismark), Egidio Caporello (1982/86, poi nominato Vescovo di Mantova), Gilberto Augustoni (1986/94, poi nominato Cardinale), e Juliusz Janusz.
Una città, Caorle, che vive di grandi privilegi, ereditati da una secolare tradizione storica, ancora molto viva.

domenica 7 agosto 2011

La chiesa oratorio di San Gaetano

Alle porte della città di Caorle, immersa nella campagna, si trova la piccola frazione di San Gaetano, oggi in festa per la ricorrenza del patrono. Il piccolo oratorio dedicato al santo di Thiene, oggi dismesso in favore della più grande e recente chiesa, fu eretto nel 1797, per venire incontro alle necessità dei fedeli che, per partecipare alla Santa Messa, dovevano fare circa cinque chilometri di strada a piedi ed in barca fino a raggiungere la chiesa più vicina, che era quella di Ca' Cottoni. Nel 1823 un decreto dell'allora patriarca di Venezia Giovanni Pyrker stabiliva che in quell'oratorio si potessero celebrare le funzioni domenicali e nelle festività dell'anno, in ora da prescriversi dall'arciprete di Caorle. Tuttavia, verso la metà del XIX secolo, sorse un contenzioso tra la parrocchia del Duomo e quella di Ca' Cottoni, fino ad allora l'unica altra parrocchia del territorio cittadino, sul diritto di giurisdizione dell'oratorio di San Gaetano; il patriarca Angelo Ramazzotti risolse la questione a favore del Duomo, anche a motivo del fatto che il clero di Caorle si recava all'oratorio processionalmente ogni anno il terzo giorno delle rogazioni, vi amministrava i Battesimi e vi celebrava la solenne Santa Messa il 7 agosto, giorno del patrono, "come avveniva ai tempi del vescovato". La parrocchia di San Gaetano fu eretta soltanto nel 1959.
Ancora oggi, sopra la porta d'ingresso, campeggia la statua di san Gaetano da Thiene, di fine XVIII secolo, ed una meridiana. All'interno, alla parete del coro, era appesa una tela rafigurante il Santo patrono, opera del pittore veneziano Eugenio Moretti, della metà del 1800; l'altare era ornato con un'ulteriore statua lignea del santo, opera di scultori della Val Gardena, e da alcune lampade in rame provenienti dalla chiesa di Santo Stefano di Venezia. Sulla controfacciata si trovavano un Crocifisso ligneo del secolo XVIII ed una tela di Santa Rita da Cascia, contornata da una cornice in legno dorato di stile rinascimentale. Sulla parete di sinistra si apriva una piccola cappellina laterale dedicata all'Immacolata Concezione; all'interno dell'altare erano custoditi i resti del martire San Faustino, provenienti dalla chiesa veneziana di San Vidal.
L'oratorio, poi divenuto chiesa parrocchiale, fu proprietà di diversi nobili veneziani, che avevano comprato la tenuta nel territorio di San Gaetano: originariamente la famiglia Contarini Dal Zaffo, quindi le famiglie Marcuzzi e Giacomelli. Nella prima metà del XX secolo passò al barone Franchetti, che provvide al suo arricchimento; nella sua tenuta di San Gaetano, inoltre, egli ospitò più volte il suo amico e scrittore americano Ernst Hemingway, che, affascinato dal paesaggio della laguna di Caorle, lo descrisse nel suo libro "Di là dal fiume e tra gli alberi".

Fonti - Giovanni Musolino: Storia di Caorle (La Tipografica, Venezia - 1967)

sabato 30 luglio 2011

Speciali su Caorle anche in Gente Veneta

Oltre allo speciale su Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, lo scorso 10 luglio, in occasione della festa annuale della Madonna dell'Angelo, la nostra parrocchia ha potuto godere di uno spazio privilegiato anche su Gente Veneta, il settimanale della diocesi di Venezia, grazie al contributo di Riccardo Coppo, nostro concittadino e corrispondente per Caorle sul Gazzettino e su Gente Veneta. I temi trattati su queste pagine sono all'incirca gli stessi ricordati anche su Avvenire; particolarmente interessante è l'approfondimento sull'iniziativa "Il seminatore uscì a seminare", voluta dal nostro parroco mons. Giuseppe Manzato, per la benedizione alle famiglie, agli edifici domestici e pubblici. Questa volta l'intervento è svolto in forma di intervista tra il giornalista e il parroco, che spiega le motivazioni e le difficoltà dell'iniziativa. Nuovo, invece, è l'approfondimento su un'altra proposta, sempre voluta dal nostro parroco, a proposito del matrimonio di molte coppie di fidanzati che, provenendo da fuori città, desiderano comunque sposarsi a Caorle, specialmente al Santuario della Madonna dell'Angelo. Poiché, spiega il parroco, molto spesso una tale scelta è dettata più dalla preoccupazione per la preparazione della cerimonia, per la scenografia o per le fotografie che si possono fare in riva al mare, dimenticando che sposarsi in chiesa è prima di tutto un Sacramento, si rende necessaria una preparazione anche in campo religioso, che vada ad affiancare, senza sostituirli, i corsi matrimoniali già avviati in molte parrocchie.
«Se nella grande mobilità odierna c'è una domanda, pur fondata su fragili premesse, per la comunità cristiana, questa non rappresenta un limite, ma un'opportunità: la domanda va evangelizzata»; in questo modo monsignor Manzato spiega l'iniziativa, che si avvale, tra le altre cose, delle moderne tecnologie dei mezzi di comunicazione: prima i fidanzati sono chiamati a leggere e meditare tra loro alcuni brani scelti dalle pagine della Sacra Scrittura, e poi, con uno scambio epistolare via email col nostro parroco, discutono dei frutti di questa meditazione, senza muoversi dalla loro città.
In un altro articolo, poi, è spiegata nuovamente la storia della nostra festa annuale mariana, e un approfondimento sulla figura del nostro arcivescovo titolare, mons. Juliusz Janusz, che ormai tre settimane fa, ha presieduto i sacri riti. Di seguito potete trovare i collegamenti ad entrambi gli articoli di Gente Veneta:

mercoledì 27 luglio 2011

Lo speciale di Avvenire su Caorle

Pubblichiamo, anche se con un po' di ritardo, il bello speciale su Caorle realizzato su Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, pubblicato il 10 luglio scorso in occasione della Festa annuale della Madonna dell'Angelo. Non è la prima volta, grazie alla collaborazione della giornalista Donatella Brentel, che Caorle può godere di uno spazio così ampio su quella che possiamo definire la più famosa testata cattolica italiana; nello speciale in questione la giornalista è stata autrice di ben due articoli. Il primo, nella parte superiore della pagina, riguarda l'indimenticabile serata dello scorso 7 maggio, quando una modesta folla di persone, tra parrocchiani e non, si è radunata presso la spiaggia della Sacheta, per accogliere il passaggio del papa in elicottero mentre si spostava da Aquileia a Venezia. L'articolo ricostruisce l'intera serata, al termine della quale l'elicottero con a bordo il Santo Padre ha sorvolato due volte la spiaggia dove centinaia di persone, vestite con magliette bianche e gialle, hanno formato la scritta "W IL PAPA". Più volte, al termine della visita, il patriarca Angelo, oggi Amministratore apostolico, ha avuto modo di congratularsi con i caorlotti, e di trasmettere loro la sorpresa ed il ringraziamento del papa per un gesto così caloroso, che è rimasto impresso nel cuore del Santo Padre.
L'articolo principale, scritto dal nostro parroco, mons. Giuseppe Manzato, racconta l'iniziativa che vede egli stesso come protagonista nella visita alle famiglie, attività e negozi della nostra cittadina. Sul modello evangelico del seminatore che esce a seminare, non solo il parroco, ma anche i parrocchiani sono chiamati a seminare con le parole e con l'esempio l'esperienza della vita buona in Gesù Cristo, anche sopportando il rifiuto di alcuni fratelli. La consueta benedizione delle case e degli edifici diventa così un modo per il sacerdote di portare Gesù Cristo e per gli abitanti di accoglierlo per poterlo a loro volta trasmettere al prossimo.
Sulla destra il secondo articolo a firma di Donatella Brentel sulla Festa annuale della Madonna dell'Angelo, in cui si racconta brevemente la storia della manifestazione religiosa che ogni anno attira presso la Madonnina del Mare centinaia di fedeli e presenta la figura dell'arcivescovo titolare di Caorle, mons. Juliusz Janusz, che ha celebrato i riti più importanti e si è potuto fermare nella nostra cittadina per una breve vacanza.
Infine, in un piccolo riquadro in alto a destra, un approfondimento sulla figura del nostro ormai ex patriarca, il cardinale Angelo Scola, arcivescovo eletto di Milano, ricordando le sue parole al termine dell'ultima festa quinquennale della Madonna dell'Angelo che egli ha presieduto, e che vuole essere un saluto nei suoi confronti da parte di tutti i parrocchiani.

Di seguito il collegamento alla pagina dello speciale di Avvenire:
Avvenire - Speciale Caorle, 10 luglio 2011.

martedì 19 luglio 2011

Santa Margherita, compatrona di Caorle

Ricorre il 20 luglio la commemorazione liturgica di Santa Margherita di Antiochia, vergine e martire, festa per Caorle che la venera come sua compatrona. Margherita, anche chiamata Marina in alcune agiografie antiche, nacque ad Antiochia di Pisidia nel 275, una delle città più fiorenti nell'Asia minore dell'epoca. Si racconta che il padre fosse un sacerdote pagano, e poiché la madre doveva essere morta quando Margherita aveva pochi mesi di vita, egli affidò la figlia ad una balia, che praticava segretamente la religione cristiana tanto da preparare Margherita, di nascosto dal padre, al Battesimo. Dopo aver appreso il messaggio di Cristo e le virtù eroiche dei primi martiri cristiani, la giovane fanciulla, una volta quindicenne, si trovò a disagio quando il padre la riprese nella sua casa, a causa del distacco dalla nutrice che aveva avuto per madre, ma anche degli agi in cui viveva in quella casa. Spronata una sera dal padre ad elevare lodi e bruciare incenso agli idoli che aveva in casa, si dimostrò alquanto insensibile, cosicché venne affidata ad un maestro per rinforzare la sua educazione nella religione pagana. Ma, sempre più insofferente per quegli insegnamenti e per quello stile di vita, Margherita confessò al padre di essere cristiana, ed egli la cacciò di casa. Fu quindi ripresa nella casa della sua vecchia balia, dove si adoperò soprattutto nel pascolo del gregge. Un giorno fu notata al pascolo dal governatore Oliario, che tentò invano di sedurla per poterla sposare; sapendo dunque che era cristiana, il governatore la fece fustigare ed incarcerare.
Proprio in carcere si fonda la devozione che rese popolare, soprattutto in passato, la santa antiochena presso il popolo; si racconta, infatti, che le apparve il demonio sotto forma di drago, che la inghiottì. Ma Margherita, armata di una croce, riuscì a squarciare il ventre dell'animale demoniaco, uscendo vincitrice da questo scontro col maligno. Da questo episodio ha origine la più comune iconografia di Santa Margherita, e la devozione che ne fa la protettrice delle partorienti.
Dopo la sua detenzione, fu nuovamente interrogata dal governatore, ed obbligata ad adorare gli idoli; ma ella fu inamovibile nel proclamare la sua fede in Cristo, e di essersi a Lui donata totalmente con la sua verginità. A quel punto si avvertì un grande terremoto, e una colomba si pose sul capo di Margherita. Ma il governatore, adirato, ordinò che fosse decapitata, cosa che avvenne il 20 luglio 290, all'età di soli quindici anni.
La storia delle reliquie di Santa Margherita è legata a quella del pellegrino Agostino di Pavia, il quale, dopo aver trafugato il corpo, lo trasportò in Italia, a Montefiascone, dove morì a causa di un'improvvisa malattia. Di qui il culto della santa si diffuse in tutta Europa, e le reliquie si sparsero in diversi paesi.
Caorle, da tempo immemorabile, vanta il possesso di alcune importanti reliquie di Santa Margherita, delle quali la più importante è un braccio, racchiuso in un reliquiario che ne ricalca la forma in argento, con un bracciale in pietre preziose e antiche, risalente a prima del secolo XIII, oggi conservato nel museo liturgico parrocchiale.
Raffigurazioni della Santa si trovano in Duomo presso l'altare maggiore moderno, in un bassorilievo in bronzo ornato con pietre preziose, e in un trittico, appeso alla parete destra, del XVIII secolo. Nel Santuario della Madonna dell'Angelo si trova ora la statua di Santa Margherita, risalente al secolo XVII, che faceva parte dell'altare maggiore del Duomo smantellato negli anni '20 del secolo scorso, insieme alla statua di San Gilberto, conservata nello stesso Santuario, e di Santo Stefano Protomartire, collocata sopra la porta centrale del Duomo.
Ma la devozione per la Santa antiochena è testimoniata anche dalla toponomastica della città di Caorle; la seconda parrocchia all'interno del territorio cittadino è infatti dedicata a Santa Margherita, in memoria di un'antico oratorio che anticamente doveva sorgere presso la foce del Livenza, e la frazione che si trova a sud ovest porta proprio il nome di Porto Santa Margherita.

giovedì 14 luglio 2011

Tesori d'arte sacra: l'abside sinistra

Torna l'appuntamento mensile con i tesori d'arte sacra custoditi nella Cattedrale, nel Museo liturgico parrocchiale e nel Santuario; quest'oggi focalizziamo la nostra attenzione sull'abside sinistra, completamente affrescata e decorata, che ospita la cappella del Santissimo Sacramento con il Tabernacolo. L'affresco principale è senza dubbio quello del catino, ossia la parte semisferica che chiude la struttura absidale verso il soffitto, risalente al XIV secolo e sul quale si possono scorgere la figura della Santa Vergine con Bambino in una sorta di scrigno aperto, ove sono impressi dei simboli, che richiamano il cosiddetto nodo di Salomone rappresentato in molti dei mosaici della Basilica di Aquileia.
Ai lati della Madonna vi sono due figure di Santi diaconi e martiri: lo si riconosce dalla lunga veste che indossano, la dalmatica, propria dei diaconi nella storia della Chiesa, e dalla palma che reggono in mano, simbolo apocalittico della vittoria dei martiri. Il Santo a destra è Santo Stefano Protomartire, patrono principale di Caorle, che reca sulla testa e sulla spalla le pietre della sua lapidazione; quello a sinistra è San Lorenzo: infatti, da quando il corpo di Santo Stefano fu trasportato a Roma e deposto nello stesso sepolcro di San Lorenzo, protodiacono romano, il culto dei due martiri cristiani fu per lungo tempo unito.
Ai piedi della scena si osserva un'intera confraternita prostrata in ginocchio, nell'atto di offrire una preghiera che il Bambino Gesù fa per accogliere, dal Grembo della Vergine, con le mani tese. Si tratta con ogni probabilità della Confraternita dell'Assunta, che in quest'abside aveva eretto l'omonimo altare ove era ospitato il Santissimo Sacramento, e che aveva contribuito ad erigere l'oratorio dell'Assunta, ora distrutto, dal quale deriva una statua della Vergine in legno dorato, oggi ancora conservata in Duomo.
Il tamburo dell'abside, sempre affrescato, è invece decorato da un tema architettonico di sei archi sorretti da colonne; all'interno degli archi si stagliano cinque stemmi di vescovi di Caorle (oggi in gran parte consumati), e lo stemma, ben visibile, di papa Sisto V (il terzo partendo da sinistra). Il fatto di aver rappresentato nella Cattedrale di Caorle lo stemma di papa Peretti deve senz'altro rimandare alla nomina del vescovo Girolamo Righettino. Egli, canonico regolare di Sant'Agostino, era anche esperto di cabala e algebra, e si era recato a Roma per far approvare dal Sant'Uffizio uno dei suoi scritti più famosi; l'impressione che la sua opera fece sui prelati romani fu talmente positiva che il monaco fu invitato personalmente in udienza dal pontefice, che ebbe modo di conoscerlo e di commisionargli una carta topografica della città di Roma. Alla morte del vescovo di Caorle Giulio Soperchio, per la stima che si era venuta a instaurare tra il prelato e il papa, fu lo stesso Sisto V, in un pubblico concistoro, a nominare vescovo di Caorle Girolamo Righettino, e con somme lodi, come ci tramandano gli scritti dell'epoca. Così lo stemma del vescovo agostiniano doveva trovarsi affrescato nelle vicinanze di quello papale nel tamburo dell'abside sinistra, anche se ora non ve n'è traccia; tuttavia quello stemma ricorre sulla vasca del Battistero cinquecentesco, che egli contribuì a realizzare, tutt'ora conservato in Duomo.
Infine, a sorreggere il Tabernacolo in stile moderno, è stata posta un'antica ara sacrificale romana appartenuta alla gens Licovia, e risalente al I secolo d.C., e sulla quale è possibile trovare, oltre alle iscrizioni ed alcune raffigurazioni, una conca per raccogliere il sangue delle vittime. Interessante è il significato di questa giustapposizione: mentre in antichità su quest'oggetto gli uomini compivano sacrifici di animali rivolti agli dei pagani, oggi vi è posto sopra l'unico Dio vivo e vero, che si è sacrificato Egli stesso per il bene e la salvezza degli uomini.
Qui di seguito alcune foto d'insieme del complesso dell'abside e del Tabernacolo (foto tratte dal sito caorlotti.it).

 

mercoledì 6 luglio 2011

Una festa che ha 269 anni

La tradizionale festa annuale che stiamo per celebrare i prossimi sabato e domenica, malgrado nel tempo si sia arricchita di elementi nuovi e folkloristici che la fanno apparire una festa recente, affonda in realtà le sue radici nella storia della cittadina marittima di Caorle. Risale, infatti, al 1742, quando, in seguito alla decisione del senato veneziano di confiscare i privilegi sulle acque territoriali caorlotte ai pescatori locali, il popolo si riunì ai piedi della Vergine dell'Angelo per implorarne la grazia e scongiurare il pericolo. Gli abitanti di Caorle vivevano di pesca, e fin dalla fondazione della Repubblica Serenissima, di cui Caorle costituiva una delle nove città del Dogado, avevano mantenuto alcuni diritti sul pescato, che consentiva loro quantomeno la sopravvivenza; rinunciare a quei privilegi avrebbe significato pagare al doge una certa percentuale sulla quantità pescata, e dunque voleva dire il progressivo e repentino deperimento dell'intera cittadina, già molto povera. Fu per questo che il consiglio della comunità civile, dopo aver ricevuto dal senato una prima risposta negativa, si rivolse al doge in persona, e affidarono alla Madonna dell'Angelo tutte le loro preoccupazioni ed ansie sullo svolgimento dell'intera vicenda, facendo voto solenne che, se essa si fosse risolta nel modo favorevole ai caorlotti, si sarebbe celebrata una festa ogni anno per commemorare la concessione di quella grazia.
La Vergine accolse benigna la supplica dei suoi figli, e qualche tempo dopo arrivò dal doge la decisione che i privilegi sulle acque dei pescatori caorlotti sarebbero rimasti intatti. Il consiglio, quindi, si rivolse al vescovo dell'epoca, Francesco Trevisan Suarez, anche lui molto devoto alla Madonna dell'Angelo (tanto da ricostruire il Santuario nella forma in cui ci appare oggi), il quale fissò la data della festa annuale che i cittadini avevano promesso con il voto nella domenica fra l'ottava della Natività della Vergine (l'8 settembre). Ma nel 1864, quando la diocesi era ormai già stata soppressa da quasi mezzo secolo, il patriarca di Venezia Giuseppe Luigi Trevisanato volle spostare quella ricorrenza in un periodo più comodo ai caorlotti, e si rivolse al Sommo Pontefice Pio IX affinché concedesse che la festa fosse celebrata alla seconda domenica di luglio. Il Papa acconsentì, e concesse inoltre che in quella data si celebrasse la Messa e l'Ufficio del Patrocinio di Maria Santissima.
Dieci anni dopo, nel 1874, lo stesso Papa Pio IX delegò il patriarca Trevisanato ad incoronare la statua della Santa Vergine, cosa che avvenne solennemente il 13 settembre dello stesso anno. Per questo motivo tale festa oggi viene ricordata come "Festa dell'Incoronazione", facendo in questo modo coincidere la ricorrenza del Voto del 1742 all'Incoronazione di quasi cent'anni dopo.
Con devozione, dunque, il popolo di Caorle torna a riunirsi ai piedi del simulacro della Vergine dell'Angelo ogni anno, la seconda domenica di luglio; inizialmente la festa si svolgeva direttamente al Santuario, con le Messe festive e i vespri solenni; ma in seguito allo sviluppo turistico di Caorle si ritenne opportuno spostare la festa in Duomo, capace di contenere più fedeli. Nacque così la tradizionale processione che, il sabato precedente la festa, trasporta la Venerata Immagine in Duomo dove, il giorno successivo, vengono celebrate Messe e Vespri solenni; la sera di domenica, infine, la Madonna fa il suo ritorno nella sua dimora in riva al mare, riaccompagnata dagli stessi fedeli. E' da ricordare che questa ricorrenza fa parte delle quattro in cui l'arciprete del Duomo di Caorle durante munere può celebrare Messa e Vespri pontificali, secondo la concessione data da Papa Giovanni XXIII al tempo del parroco mons. Felice Marchesan.
Ultimamente è stato aggiunto il cosiddetto incendio del campanile, ossia lo scoppio vivace di fuochi d'artificio appositamente posti all'interno del campanile del Duomo, che saluta l'arrivo del simulacro sabato sera e la sua partenza domenica sera. Ma questo aspetto di folklore, più che essere l'attrattiva principale dell'evento, è nato per sottolineare ancora una volta come la comunità di Caorle sia disposta a festeggiare con ogni onore la sua Madre e Patrona, che sempre veglia sulla città, difendendola dalle insidie del male.

martedì 14 giugno 2011

Tesori d'arte sacra: Gli affreschi dell'abside

In questo mensile appuntamento con i tesori d'arte sacra conservati nel Duomo, nel Santuario e nel Museo parrocchiale, concludiamo la parte riguardante l'abside centrale descrivendo gli affreschi che ne ornano le pareti. Nel catino si possono osservare ancora oggi, riportati alla luce in seguito ai restauri del 1995, i frammenti dell'antico affresco che doveva rappresentare il Cristo Pantocratore circondato da Santi e dalla regina Caterina Cornaro, che in seguito ad un naufragio sulle coste caorlotte, fu tratta in salvo dai pescatori della cittadina marittima; in quell'occasione la regina di Cipro donò alla cattedrale della città, secondo la tradizione, la preziosa pala d'oro, di cui abbiamo parlato qualche mese fa. Contestualmente, nella parte superiore del tamburo, separata dal catino tramite una decorazione a foglie d'acanto in rilievo (come è possibile ammirare anche nella Basilica di San Marco a Venezia), dovevano trovarsi le figure degli apostoli, di cui rimangono la figura di un volto e di un piede. Nella parte centrale dovevano trovarsi gli stemmi del vescovo Domenico Minio (1684-1698), del podestà Costantino Zorzi e lo stemma della città. Questi affreschi furono ricoperti da uno strato d'intonaco già nel XVII secolo, secondo quanto riportato dallo storico Giovanni Musolino: il 23 giugno 1686 fu il Consiglio dei cittadini a decidere «d'imbiancar certe figure poste sotto la cappella dell'altar maggiore per essere indecenti, molto sconcie nella faccia, consumate dal tempo e di poca considerazione». La parte inferiore del tamburo è invece decorata con un drappo affrescato, ancora oggi ben conservato. Da notare i frammenti lapidei con cui è ornata la sede del celebrante e degli accoliti, risalenti al VI-VII secolo e provenienti dalla chiesa costruita precedentemente all'attuale Duomo, esempi mirabili di arte cristiana longobarda; in particolare con la raffigurazione del pavone, a sinitra, e della lepre, a destra. Il contorno a doppia ghiera dell'arco trionfale, sotto il quale si trova oggi l'altare maggiore moderno, sono inoltre decorati da motivi floreali e geometrici affrescati.
Nella parete sinistra del presbiterio si trova, conservato in buono stato, un affresco risalente al secolo XV, raffigurante una struttura con pinnacoli e due santi, uno dei quali è oggi irriconoscibile, l'altro è Santo Stefano Protomartire, patrono della città. All'interno della struttura è stato successivamente dipinto lo stemma del vescovo Giuseppe Maria Piccini (1644-1648), che riformò la struttura del presbiterio rimuovendo la struttura dell'iconostasi e sostituendola con le balaustre ancor oggi conservate in cattedrale. Lo stemma veniva a trovarsi proprio sopra il faldistorio del vescovo, realizzato con ferro e piombo e ornato da velluti damascati in occasione delle festività più importanti; tale struttura sopravvisse fino al Concilio Vaticano II e ne sono testimonianza alcune foto, che raffigurano il patriarca Angelo Giuseppe Roncalli a Caorle, durante le celebrazioni in onore della Madonna dell'Angelo.
Dalla parte opposta, sulla parete destra del presbiterio, si trova un altro affresco, del secolo XVI, raffigurante la Vergine con Bambino in trono tra le figure di san Giovanni Evangelista (a sinistra) e la Maddalena (a destra). A sinistra dell'Evangelista, inoltre, si scorge la figura di un santo vescovo vestito dei paramenti sacri e delle insegne episcopali, in atto benedicente: la tradizione ci tramanda essere la figura di sant'Alvise. Da notare, in particolare, l'iconografia della Maddalena, con in mano il vaso dei profumi che, il giorno della Risurrezione del Signore, portava al Sepolcro per ungere il Corpo di Cristo. L'insieme delle quattro figure è inserito in una struttura di colonne ed archi a sesto acuto che ricordano la struttura che separa le navate nella basilica di Aquileia.



Foto dal sito caorlotti.it

martedì 17 maggio 2011

Tesori d'arte sacra: frammenti di iconostasi

Torna l'appuntamento mensile con la scoperta dei tesori conservati tra il nostro Duomo, il museo parrocchiale ed il Santuario. Questo mese ci concentriamo sulle sei icone, conservate nel museo, e raffiguranti le figure di sei degli apostoli, attribuite a san Pietro, sant'Andrea, san Bartolomeo, san Matteo, san Giacomo (il minore) e san Filippo . Si tratta di sei dipinti su tavola di epoca trecentesca, ed attribuiti alla scuola di Paolo Veneziano, pittore veneto vissuto tra il 1300 ed il 1365; essi sono i superstiti di una collezione più ampia di tavole, che in antichità dovevano costituire l'iconostasi della Cattedrale. Il critico e storico dell'arte Rodolfo Pallucchini scrisse dell'autore, nel suo libro "La pittura veneziana del Trecento": «Si tratta di una personalità, legata ai modi di Paolo del tempo della pala feriale marciana e del polittico bolognese di San Giacomo, che proporrei di chiamare il Maestro di Caorle. E' certo un pittore che conosce le regole bizantine paleologhe (dal punto di vista tipologico si pensi all'Icone con i dodici "Apostoli" del Museo Puskin di Mosca), ma con un incupimento espressivo quasi macedone ed al tempo stesso con una grandiosità d'impianto che fa pensare che il suo autore fosse pratico di affresco».
L'elemento architettonico dell'iconostasi era entrato a far parte della costruzione degli edifici di culto già in epoca paleocristiana; si tratta di una barriera, solitamente in marmo e legno, che separava il presbiterio dal resto della navata. Se ne annoverano sostanzialmente di due tipi, riconducibili alla maniera occidentale (piuttosto bassa, una sorta di balaustra) e a quella orientale (molto più slanciata). Quella della cattedrale di Caorle, dagli studi effettuati in passato e di recente, doveva senza dubbio essere nello stile delle chiese orientali, a testimonianza degli intensi rapporti commerciali e culturali tra l'Oriente ed Aquileia e poi Venezia.
Il ruolo per il quale nasce l'iconostasi è quello di creare una divisione tra il luogo destinato ai fedeli e quello destinato all'altare, al quale soltanto il clero poteva accedere durante le sacre funzioni. Inizialmente, nelle iconostasi di stile orientale, tale divisione era creata da semplici drappi o arazzi; solo successivamente, tra gli spazi lasciati vuoti dalla struttura in legno o marmo, fecero la loro comparsa raffigurazioni sacre, quali dipinti od anche statue, da cui deriva il nome, di radice greca, «Iconostasi», che significa letteralmente "posto destinato alle immagini". Per avere un'idea della forma che poteva avere l'iconostasi del nostro Duomo basta visitare la basilica di Santa Maria Assunta a Torcello, dove l'iconostasi è stata conservata.
Una recentissima ricerca pervenutaci dal dott. Fabio Luca Bossetto, dell'Università di Padova, ha gettato una luce nuova sulla storia di questo elemento artistico-architettonico, ora smantellato. Con puntuali riferimenti alle fonti storiche, specialmente dall'archivio storico patriarcale di Venezia, il dott. Bossetto ha ricostruito la struttura che doveva avere l'iconostasi, e che molto probabilmente doveva constare di quindici tavole simili alle sei a noi pervenute, a differenza delle dodici che, fino a qualche anno fa, si pensava. Infatti, scrive nel suo studio, pensando alla forma consueta delle iconostasi bizantine (che avevano sempre nel mezzo la Deesis, ossia l'insieme delle figure del Cristo, la Santa Vergine e san Giovanni evangelista), già nelle prime ricognizioni della Sovrintendenza si era avanzata l'ipotesi della presenza di quindici icone (dodici apostoli più le tre figure della deesis). Tale ipotesi fu poi confermata dagli scritti lasciati dopo la prima visita pastorale dal vescovo di Caorle Francesco Andrea Grassi; ma il presule, che parlava dei dodici apostoli e del Santissimo Salvatore, citava l'Arcangelo Michele e Santo Stefano, piuttosto che le figure della Vergine e dell'Evangelista della Deesis. Tali inserti necessariamente scompaginavano l'intero ordine delle figure, poiché è chiaro che, se vicino al Salvatore non vi erano la Madonna e san Giovanni dovevano essercene altre due, e non era indifferente la scelta di quali figure scegliere; nota il dott. Bossetto che, se si ammetteva che la Deesis fosse sostituita dall'Arcangelo e Santo Stefano, il Protomartire, sebbene patrono della Cattedrale, avrebbe sopravanzato in importanza gli apostoli. Il problema è in qualche modo risolto dalla numerazione rinvenuta sul retro di alcune delle tavole superstiti, di cui parla Maria Elisa Avagnina: si trova il numero IIII dietro a san Bartolomeo, il IX dietro a sant'Andrea, l'XI a san Matteo e il XIII a san Giacomo. Il fatto che la numerazione si spinga oltre il XII conferma la presenza di quindici tavole; pensando poi che il posto centrale (cioè l'VIII) doveva essere riservato al Cristo, e osservando la posizione dei soggetti, che dovevano essere rivolti tutti verso il centro, subito a destra del Salvatore doveva esser posto sant'Andrea, e quindi a sinistra, a rigore di logica, san Pietro, primo tra gli apostoli e fratello di Andrea. Per un coerente posizionamento delle icone dell'Angelo e di Santo Stefano citate dal vescovo Grassi, dunque, esse non potevano che essere poste agli estremi della composizione, probabilmente in ordine di importanza al primo posto a sinistra l'Arcangelo e a destra il Protomartire. Il fatto abbastanza certo che alla destra del Cristo ci fosse sant'Andrea, per Bossetto, significa verosimilmente che non doveva essere rappresentato san Paolo, associato a san Pietro come patroni della Chiesa romana, e la posizione di san Matteo fa pensare alla presenza dei quattro evangelisti, quindi san Marco e san Luca in sostituzione degli apostoli Simone e Giuda, come era consueto in alcune tradizioni.
Dagli scritti lasciati all'epoca, fu il vescovo Giuseppe Maria Piccini, il cui stemma campeggia sulla parete sinistra del presbieterio, a rivoluzionarne l'intera struttura, smantellando l'iconostasi e sostituendola con la più bassa balaustra in marmo ancora presente in Cattedrale, ed inoltre spostando l'altare maggiore ed aprendo due finestroni in corrispondenza dell'abside centrale. Da altre informazioni ricavate dalle visite pastorali dei vescovi Francesco Andrea Grassi e Domenico Minio, il dott. Bossetto ha concluso che sopra l'iconostasi dovevano essere presenti un Crocifisso (lo stesso che campeggia sopra l'altare oggi, sulla croce moderna) e due statue lignee della Vergine e di San Giovanni Evangelista, che dovevano così costituire la Deesis non riprodotta a livello delle icone.
Di seguito la disposizione delle icone nella ricostruzione di Fabio Luca Bossetto; le immagini sono copie fedeli ricostruite (le originali sono conservate nel museo parrocchiale), tratte dal libro "Caorle. Il Duomo e il Museo" a cura di Alessandro Mozzambani e Giulia Pavesi, 1982.


1. San Michele Arcangelo, 2. San Taddeo, 3. San Tommaso, 4. San Bartolomeo, 5. San Luca, 6. San Marco, 7. San Pietro, 8. Santissimo Salvatore, 9. Sant'Andrea, 10. San Giovanni, 11. San Matteo, 12. San Giacomo Maggiore, 13. San Giacomo Minore, 14. San Filippo, 15. Santo Stefano

venerdì 15 aprile 2011

Tesori d'arte sacra: i reliquiari della Santa Croce

Posticipato di un paio di giorni (a causa delle importanti vicende che purtroppo hanno coinvolto la stesura di Youcat) torna l'appuntamento mensile con l'arte sacra; questo mese, data anche la vicinanza con la Settimana Santa, approfondiamo qualche notizia sui reliquiari della Santa Croce presenti nella nostra parrocchia, oggi custoditi nel Museo liturgico parrocchiale. Infatti, tra le numerose reliquie di santi e sante otteute dalla sede di Caorle in più di mille anni di vita vescovile, alcune riguardano la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. La prima notizia di una reliquia riguardante la Passione risale al XVIII secolo: si tratta di un reliquiario, al tempo del vescovo Giovanni Vincenzo de Filippi, contenente resti di diversi santi, e sormontato da una croce di cristallo contenente le reliquie della Croce, del Preziosissimo Sangue e una Spina della Sacra Corona. Tale reliquia fu successivamente spostata in un reliquiario apposito a forma di croce di cristallo, donato dal vescovo Francesco Trevisan Suarez, e che è ancor oggi custodita in Museo; per l'occasione il vescovo Suarez stese anche una nuova autentica, il 15 ottobre 1744, che rinnovava il precedente documento del suo predecessore, il vescovo De Filippi, e che attestava come il legno fosse stato staccato da quello custodito in San Marco. Un altro documento storico della presenza di reliquie della Passione di Cristo risale al 23 aprile 1747, quando il vescovo Francesco Trevisan Suarez lasciò per iscritto di aver ottenuto dalla cattedrale di Ancona una lancetta che era stata a contatto con la sacra lancia che aveva dischiuso il Costato del Signore subito dopo la sua morte in Croce.
Da allora, per circa cent'anni, non abbiamo ulteriori notizie, anche se gli atti della visita pastorale del patriarca Angelo Giuseppe Ramazzotti del 23 giugno 1858 ci fanno presupporre l'esistenza di almeno un altro di questi reliquiari. Infatti il patriarca, volendo regolamentare il culto delle reliquie nel patriarcato di Venezia, ordinava di non esporre la "Reliquia del Preziosissimo Sangue" finché non ne fosse stata provata l'autenticità, nonché di rimuovere tutte le reliquie prive di sigillo vescovile. Questo significa che, negli anni precedenti, la cattedrale di Caorle doveva possedere un ulteriore reliquiario, detto del Preziosissimo Sangue, che veniva esposto probabilmente nella festa liturgica dedicata (all'inizio del mese di luglio) e nei giorni della Passione, e che non possedeva il decreto di autentica stilato dai vescovi caprulani. Tuttavia, per ovviare al problema della mancanza della prova di autenticità e non volendo rompere una tradizione probabilmente secolare, fu lo stesso patriarca Ramazzotti a donare, nel 1861, un nuovo reliquiario del Preziosissimo Sangue, comprendente una piccola porzione di terra imbevuta del Preziosissimo Sangue e due Spine della Sacra Corona. Il reliquiario (riportato nella foto) è opera pregevole di orificeria veneziana, in stile neogotico, con un'ampolla principale in cristallo di Murano e, all'interno, una goccia centrale in vetro soffiato, ove è posta la terra; ai lati della goccia in vetro soffiato sono poste le due spine, una per parte, delle quali una oggi è, purtroppo, spezzata. All'esterno dell'ampolla principale, legato tramite un filo rosso, è ancora oggi visibile il sigillo in ceralacca del patriarca Angelo Ramazzotti.
Quest'ultimo reliquiario, in particolare, viene portato in processione per le vie del centro storico la sera del Venerdì Santo ancora oggi, durante la Via Crucis tradizionale; nel secolo scorso questa manifestazione della devozione popolare si è arricchita della presenza dei Baraboi, uomini incappucciati in nero che portano scalzi la Croce in processione, usanza sicuramente proveniente da tradizioni del sud Italia. Tuttavia la processione del Venerdì Santo deve essere certamente preesistente, e lo attesta la presenza di documenti storici sulla reliquia del Preziosissimo Sangue non autenticata, in luogo della quale il patriarca Ramazzotti donò quello splendido reliquiario, che oggi costituisce uno dei pezzi più preziosi, per devozione e arte, conservati nella nostra parrocchia.

venerdì 8 aprile 2011

Il museo liturgico parrocchiale

Una realtà della nostra parrocchia che persino gli stessi parrocchiani conoscono poco è il museo liturgico, annesso al Duomo ed allestito in quella che anticamente era la cappella privata del vescovo. In seguito ai lavori di restauro voluti dal parroco mons. Felice Marchesan, il 13 settembre 1975 fu inaugurato questo nuovo spazio dall'allora patriarca di Venezia il card. Albino Luciani (futuro papa Giovanni Paolo I). In esso sono custoditi preziosissimi arredi sacri, che vanno dalle suppellettili alle vesti liturgiche alle carte glorie, opere d'arte, reliquiari preziosi e frammenti lapidei appartenuti alla basilica paleocristiana del VII secolo, sulle rovine della quale è stata costruita la cattedrale che ancora oggi possiamo ammirare. Una così vasta collezione di tesori, tanto da fare invidia alle cattedrali più rinomate, è un vanto per la comunità parrocchiale e per l'intera cittadina caorlotta, testimonianza di un glorioso passato, nel quale Caorle è stata sede vescovile; pensiamo, addirittura, che parte dei tesori più preziosi fu trafugata in epoca napoleonica, quando i soldati francesi (come testimonia lo storico caorlotto Trino Bottani nel suo "Saggio di storia della città di Caorle") facevano razzie di oggetti preziosi ed opere d'arte come bottino di guerra o per portarli in patria.
Tra i cimeli più preziosi conservati nel museo liturgico è senza dubbio annoverata la Croce capitolare, croce astile in argento, realizzata a sbalzo e cesello e datata prima metà del XVI secolo, che precedeva le processioni più solenni a cui prendeva parte il Capitolo della cattedrale (cioè il collegio del canonici); il reliquiario del Preziosissimo Sangue, un pregevolissimo manufatto di oreficeria veneziana del XVIII secolo, con teca in cristallo di Murano contenente della terra, per calpestata da Gesù Cristo sanguinante mentre saliva il Calvario, e due spine della sacra corona. Molto interessanti sono le sei Tavole degli apostoli, datate XIV secolo ed attribuite alla scuola di Paolo Veneziano; esse sono i pezzi superstiti dell'antica iconostasi che divideva il presbiterio dal resto della navata centrale, e che doveva consistere in 15 quadri, tra apostoli ed evangelisti, l'arcangelo Michele e santo Stefano, di cui restano delle testimonianze negli atti del XVI secolo di mons. Piccini (il vescovo che volle il rifacimento del presbiterio) e negli scambi epistolari degli importanti personaggi dell'epoca. Ma ancora preziosi ostensori, pianete, piviali, reliquiari e carteglorie, ed una stanza secondaria con una teca dedicata alla memoria del beato papa Giovanni XXIII, contenente i cimeli a lui appartenuti (zucchetto, veste talare, pantofole...) e donate alla comunità parrocchiale dai due fratelli, Guido e Giampaolo Gusso, che lo servirono come camerieri personali.
Al fine di promuovere questa realtà e di far conoscere il museo parrocchiale, quest'oggi, venerdì 8 aprile alle ore 20:30, nel percorso degli Incontri sulla via del bello, del buono e del vero, si terrà una visita guidata al museo, aperta a tutti coloro che desiderano parteciparvi e assolutamente gratuita; un appuntamento da non perdere, per conoscere di quale importante eredità storica siamo responsabili soprattutto noi che viviamo in questa parrocchia ed in questo territorio.
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