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martedì 30 agosto 2011

Le menzogne sulla Chiesa (II parte)

Diffondo il secondo articolo dell'avvocato Marco Ciamei a proposito dell'intensa campagna denigratoria contro la Chiesa apparsa sulla stampa e su internet. Questa puntata è dedicata all'otto per mille, uno degli argomenti che attira più critiche nei confronti dei cattolici. Come già dimostrato in precedenti post, in realtà queste critiche non nascono da ideali di uguaglianza o da legittimi dubbi sulla gestione del denaro pubblico; sono invece soltanto un pretesto per attaccare con inaudita violenza, nelle parole e negli atteggiamenti, il messaggio di Cristo che la Chiesa divulga. E' vero che l'otto per mille dei contribuenti che non firmano viene dato alla Chiesa cattolica in maniera ingiusta e poco chiara? I cittadini sono veramente non informati circa la destinazione del proprio otto per mille? Ci sono accordi nascosti fra lo stato e la Chiesa cattolica per l'attribuzione dell'otto per mille? La Chiesa fa tutto di nascosto con i soldi che le vengono devoluti? Sono solo alcune delle domande retoriche che vengono rivolte a molti cattolici, i quali spesso si trovano nell'imbarazzo di non saper dare una risposta esauriente, e di conseguenza preferiscono tacere, nei casi in cui non finiscono per credere alle menzogne che vengono loro rinfacciate. Senza tenere conto che i primi a stare zitti prima di essersi informati sulla realtà dei fatti dovrebbero essere proprio quelli che, spinti da uno smisurato odio anticlericale, si mettono a sparare accuse e sentenze di condanna senza avere uno straccio di riscontro, scambiando la libertà di pensiero con la calunnia e l'insulto. Tutto questo, in realtà, perché costoro, che si fanno paladini della libertà, vogliono in realtà mettere a tacere, con fare dittatoriale, tutte le voci contrarie alla loro idea di mondo, senza regole e senza moralità. E' dunque molto utile l'attività contro-divulgativa di Marco Ciamei, non tanto per i detrattori (che di certo non si mettono a leggere cose che finirebbero per far crollare i loro castelli di carte, pazientemente costruiti), quanto più per i fedeli, che almeno in questo modo possono farsi un'idea e cercare di controbattere a queste false accuse.

La verità su Chiesa e 8xmille
Di Marco Ciamei

Dopo aver parlato di ICI e Chiesa cattolica, eccoci ad affrontare il tema ancora più delicato di 8xMille e Chiesa cattolica. È il cavallo di battaglia per eccellenza dei nostri amici "anticlericali": potremmo quasi dire che non ci si può definire autentici cattolici se non si è ricevuta almeno una critica su tale argomento...
Il tema è delicato, perché investe nozioni di storia, di diritto, di laicità, di libertà religiosa. Ne vogliamo parlare senza, ovviamente, pretesa di esaustività: ma un punto chiaro della situazione può aiutare a fornire qualche risposta per i nostri interlocutori e, soprattutto, per “riconciliarci” con la nostra Chiesa su un punto che ci ha fatto sempre, diciamo la verità, sentire in difetto.
Non si può del resto comprendere appieno l’8xMille se non si esamina la storia, del tutto peculiare a livello internazionale, dei rapporti tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano.

Le leggi eversive
Come molti sapranno, il secolo XIX si è caratterizzato per la progressiva spaccatura tra Chiesa cattolica e Stati moderni, in particolare in Italia. Al riguardo, basti ricordare le due leggi Siccardi del 1850, la legge Rattazzi del 1855 e le successive leggi postunitarie cosiddette "eversive". Si tratta di leggi che hanno disposto l’abolizione delle antiche prerogative ecclesiastiche e, soprattutto, la soppressione degli ordini religiosi contemplativi e mendicanti, l’incameramento di tutti i beni ecclesiastici di ordini, corporazioni e congregazioni religiose (con salvezza solo delle parrocchie e degli uffici diocesani), compresi tutti i beni dell’ex Stato Pontificio. La ragione di siffatto "furto" la conoscono tutti: la fortissima impostazione anticlericale (e oggi sappiamo anche massonica) dei governi Sabaudi prima e postunitari dopo, insieme alla impellente necessità di soldi per le casse di uno Stato ridotto allo stremo delle forze economiche dopo le dispendiosissime guerre d’indipendenza.

Tali leggi hanno portato ad effetti devastanti per la Chiesa: interi ordini religiosi (agostiniani, carmelitani, certosini, cappuccini, domenicani, ecc.) sono stati chiusi da un giorno all’altro, milioni di ettari di terra della Chiesa sono stati espropriati alla Chiesa, beni di rilevante valore storico, artistico, economico sono stati confiscati una volta per tutte.
Il tutto, peraltro e come sempre in questi casi, a danno della stragrande maggioranza dei cittadini stessi (cattolici) e dei più poveri, verso cui si indirizzavano le attività di sostegno materiale e spirituale degli ordini religiosi contemplativi e mendicanti e verso cui l’incameramento dei beni ecclesiastici non produsse utilità alcuna (i beni incamerati, infatti, erano troppo costosi e la precedenza nell’assegnazione era comunque data ai creditori dello Stato).

L’accaduto dovette suscitare un tale sdegno nella comunità internazionale che lo stesso nuovo Regno italiano si sentì obbligato ad approvare la cosiddetta Legge delle guarentigie, volta a regolare unilateralmente i rapporti tra Regno italiano e Santa Sede e, soprattutto, a risarcire la Chiesa dei soprusi dei precedenti anni. Pensate, l’importo dell’indennità era prevista in circa tre milioni di lire oro: un’autentica enormità per l’epoca, laddove lo Stato italiano aveva un bilancio di poche centinaia di milioni di lire!
Sarà utile ricordare ai nostri cari amici anticlericali che il Papa, in quell’occasione, negò legittimità ad una legge del tutto unilaterale e rifiutò interamente la somma offerta.

I patti lateranensi
I rapporti tra Chiesa cattolica e Stato italiano sono rimasti da "guerra fredda" per tutta la prima parte del secolo scorso. È solo con l’avvento di Benito Mussolini che, nel 1929, si arriva alla risoluzione di tale stato di cose: i Patti lateranensi hanno dettato la nuova normativa relativa ai rapporti tra Stato italiano e Santa Sede in modo consensuale, così come verificatosi per numerosi altri Stati europei proprio in quel periodo.
I Patti, punto di arrivo di una lunga attività di studio e di incontro, erano suddivisi nel Trattato vero e proprio, che fondava lo Stato Città del Vaticano e riconosceva indipendenza alla Santa Sede, e il Concordato, che regolava i rapporti religiosi e civili fra i due soggetti (per esempio prevedendo il cosidetto "matrimoni concordatario" o l’insegnamento della religione cattolica, ecc.). Tra gli allegati merita menzione la Convenzione finanziaria, che risolveva la questione relativa alle spoliazioni subite dalla Chiesa con le leggi eversive e che prevedeva il sistema della Ccongrua", il sostentamento - in realtà del tutto insufficiente - dei sacerdoti anche in vista delle nuove funzioni pubbliche loro riconosciute (matrimonio, stato civile, ecc.).

Piccola postilla: a questo punto molti vi citeranno, in modo ironico, le famose parole di Pio XI relative a Mussolini, che sembrerebbero suonare più o meno così: "uomo della Provvidenza". Al riguardo, basta rispondere innanzitutto riportando la frase in modo fedele («E forse ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare …»), che suona un tantino diversa; in secondo luogo, ricordando che Pio XI in quella circostanza si riferiva esclusivamente alla questione concordataria, riconoscendo l’apertura di Mussolini (a differenza dei predecessori ideologicamente avversi) nel risolvere finalmente in modo consensuale un problema antico di decenni.

La Costituzione
I Patti lateranensi sono stati espressamente riconosciuti dal testo della Costituzione del 1948, prevedendo, all’art. 7, la loro modificabilità tramite legge ordinaria in presenza di accordo tra le parti, tramite legge costituzionale in mancanza di accordo.

La revisione del 1984
Si arriva, così, alla famosa revisione consensuale durante il governo socialista guidato da Bettino Craxi. La modifica si è resa necessaria alla luce sia di alcuni principi di diritto internazionale nel frattempo elaborati, sia di istanze volte a rendere più effettiva la rispettiva indipendenza e sovranità dei due Stati: dunque, eliminazione della religione cattolica quale "religione di Stato", facoltatività dell’insegnamento della religione cattolica, limitazione al riconoscimento delle pronunce ecclesiastiche di nullità del matrimonio, miglior definizione di alcune questioni di diritto ecclesiastico (cioè della branca giuridica che si occupa dei rapporti tra diritto italiano e diritto della Chiesa), abolizione della "congrua" e previsione di uno strumento di sostentamento della Chiesa cattolica più democratico, ma anche più equo, essendo sino ad allora garantito

L’8xMille
Ed eccoci, finalmente, al fantomatico sistema dell’8xMille. Regolato in Italia con la legge n. 222 del 20 maggio 1985, tale sistema è stato pensato da eminenti giuristi (i cardinali Attilio Nicora e Achille Silvestrini, il prof. Margiotta Broglio) proprio al fine di "democratizzare" il sistema di sostentamento del clero. Vediamo come funziona.

Il meccanismo
Il sistema prevede (art. 47 della legge) che una quota pari all’otto per mille dell’imposta annuale sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), sia destinata, in parte, a «scopi di interesse sociale o di carattere umanitario» a diretta gestione statale e, in parte, a «scopi di carattere religioso» a diretta gestione della Chiesa cattolica. Le destinazioni vengono stabilite sulla base delle scelte espresse dai contribuenti in sede di dichiarazione annuale dei redditi e, in caso di scelte non espresse, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse.
In altre parole, il meccanismo è il seguente:
- l’intero importo dell’8xmille dell’IRPEF viene distinto in due quote, una quota A pari alla percentuale di coloro che hanno firmato, una quota B pari alla percentuale di coloro che non hanno firmato;
- la quota A, oggetto di preferenze, viene distribuita tra i soggetti destinatari in base alle manifestazioni di volontà manifestate dai contribuenti;
- la quota B, non oggetto di preferenze, viene distribuita a sua volta tra tutti i soggetti destinatari tenendo in considerazione le percentuali di preferenza espresse dai contribuenti che hanno firmato.

Il sistema, inoltre, contempla l’ingresso di tutte le altre fedi religiose che raggiungano una Intesa con lo Stato. Ad oggi hanno raggiunto un’Intesa, e partecipano al meccanismo dell’8xmille, la Tavola Valdese, le Assemblee di Dio In Italia, l’Unione delle Chiese Cristiane Avventiste del Settimo Giorno, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, l’Unione Cristiana Evangelica Battista d'Italia e la Chiesa Evangelica Luterana in Italia. In corso di approvazione sono altre fedi religiose.
Ogni Intesa con la singola fede religiosa regola le finalità per le quali impiegare i proventi dell’8xMille: nel caso della Chiesa cattolica, «per esigenze di culto della popolazione, sostentamento del clero, interventi caritativi a favore della collettività nazionale o di paesi del terzo mondov (art. 48 legge 222/1985).

Altra piccola postilla: a proposito, sapete chi, tra i tanti, ha chiesto di concorrere al meccanismo dell’8xMille? L’UAAR. Sì, avete sentito bene, proprio quella associazione che si batte per l’abolizione di tale sistema, denunciato come "truffaldino" e contrario alla laicità di uno Stato. Ringraziando il cielo, la risposta dello Stato è stata negativa, anche dopo vari ricorsi al TAR. Certo che c’è da riflettere sull’autorevolezza di certi ridicoli quanto rumorosi anticlericali.

Risposta alle critiche

- "Con l’8xMille non effettui una scelta sul tuo gettito IRPEF, ma sull’intero gettito IRPEF nazionale".
E meno male, aggiungiamo noi. Così come congegnato, infatti, il sistema dell’8xMille permette di equiparare la scelta dell’operaio con quella del ricco imprenditore, della cassiera con quella del finanziere, proprio perché non si destina il “proprio” gettito IRPEF (diverso, evidentemente, da contribuente a contribuente), ma si esprime una preferenza su quello liquidato a livello nazionale.

- "All’8Xmille possono partecipare solo le confessioni religiose che hanno stipulato intese con lo Stato".
Tale critica viene mossa da chi insinua l’intromissione del "Vaticano" (e daglie) nelle scelte dello Stato. Ora, al di là di dietrologismi di sorta e di insinuazioni che lasciamo alla passione giallistica dei nostri amici, è fin troppo ovvio che partecipino alla destinazione di denaro proveniente dalle contribuzioni dei cittadini italiani solo quelle confessioni che diano idonee garanzie sulla destinazione dei fondi e sulla sussistenza dei requisiti di legge (altrimenti l’UAAR ce la ritroveremmo tra le "confessioni religiose" nell’8xMille.).
D’altronde, chi manifesta questo tipo di critica non sa mai indicare quale altro metodo serio possa prevedersi in alternativa.

- "L’8xMille prevede un sistema complesso e ignoto ai più".
Il sistema, al contrario, è semplicissimo: si chiede agli italiani a chi vogliano destinare l’8xMille del gettito IRPEF, avvisandoli espressamente che in caso di mancata firma la quota non oggetto di preferenze viene comunque redistribuita tra i soggetti destinatari. È un po’ come nelle competizioni elettorali: chi va a votare di certo non è sicuro di mandare un eletto in Parlamento, esprime una preferenza che concorre con tutte quelle degli altri; chi non va a votare, però, sa bene di accettare il risultato del voto dato da altri, non essendo pensabile che i voti non espressi producano posti vuoti in parlamento.

- "Con questo sistema il 40% dei contribuenti decide per tutti gli italiani".
Al di là del fatto che ciò accade spesso anche nelle consultazioni elettorali e, lungi dal criticare il sistema elettorale, in quel caso si denuncia giustamente piuttosto l’assenteismo degli elettori, i dati in realtà vanno letti in modo corretto. Va precisato, infatti, che il meccanismo della firma è molto semplice per chi deve presentare la dichiarazione dei redditi (Modello Unico o 730) ed in questi casi, infatti, si arriva al 61% delle scelte. Molto più ostico, invece, è effettuare la scelta per chi deve presentare il CUD - si tratta per lo più di persone anziane e sole - essendo prevista una procedura complessa: infatti, in questo caso le firme ammontano all’1% degli aventi diritto. Per non parlare di tutti quei lavoratori, come i saltuari, che non sono tenuti nemmeno a presentare il CUD.
Le contestazioni, pertanto, dovrebbero essere indirizzate a migliorare il meccanismo di firma e a cercare di far firmare il più possibile, piuttosto che a contestare il sistema di assegnazione delle somme.

- "Perché le somme non oggetto di scelta non vengono assegnate allo Stato?"
Strana domanda, ove solo si consideri che lo Stato è uno dei "concorrenti" nel meccanismo di assegnazione! L’8xMille è stato pensato proprio come uno strumento di scelta per i contribuenti in favore o della Chiesa cattolica, o dello Stato, o delle altre fedi religiose. Tutti in condizione di parità: favorire uno di loro, a discapito di tutti gli altri (non solo della Chiesa, ovviamente), non ha davvero senso. D’altronde, la legge non ammette ignoranza e gli italiani sono ben avvisati: se firmi contribuisci alla scelta in via diretta, se non firmi si decide sulla base di ciò che hanno scelto gli altri!

- "Non vi è trasparenza, non si sa come la Chiesa spende i soldi"
La Chiesa cattolica è tenuta per legge (art. 44 della legge 222/1985) a rendicontare ogni anno allo Stato italiano come spende, centesimo per centesimo, le somme ad essa attribuite dall’8xMille. Tale informativa è pubblicata, inoltre, su vari quotidiani nazionali (Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole24ore, Avvenire, ecc.) e sul sito www.8xmille.com.

- "La maggioranza della quota attribuita alla Chiesa è destinata non alla carità, ma ad esigenze interne".
Intanto la finalità dell’8xMille è quella di sostituire il meccanismo della congrua e le altre normative precedenti di ausilio alla Chiesa. Il principio sotteso a questa normativa è quella di riconoscere alla religione (Cattolica o di altre fedi) un valore in quanto tale: la funzione direttamente caritativa è solo un aspetto del riconoscimento pubblico della fede.
Detto questo, dati alla mano la Chiesa cattolica destina circa il 35% dei fondi al sostentamento del clero, circa il 20% per interventi caritativi in Italia e nel terzo mondo, circa il 15% per le diocesi, circa il 10% per la nuova edilizia di culto, circa il 10% per le attività varie della Chiesa (tribunali ecclesiastici, ecc.) e circa il 10% per i beni culturali ecclesiastici. Al di là del fatto che tante di queste voci ritornano comunque a diretto vantaggio di tutti i cittadini (si pensi agli oratori, o alla tutela dei beni culturali, ecc.), questi ultimi, una volta informati, scelgano loro proprio in base al principio di responsabilità, sul quale questo sistema si fonda, se una tale gestione dell’8xMille sia meritevole di firma o meno.

- "La pubblicità della Chiesa cattolica è ingannatrice, perché punta tutto sulla carità".
Due considerazioni. Intanto, basta andare sul sito www.8xmille.com per verificare da sé i vari tipi di spot pubblicitari, 47 in tutto, che la Chiesa fa trasmettere nelle reti nazionali. Con circa 9 milioni l’anno (meno dell’1% della quota ricevuta), la Chiesa parla di carità in Italia e all’estero in misura non di molto superiore alle esigenze di culto e sostentamento del clero. E a questo punto - e in secondo luogo - dovrebbero spiegare, i nostri amici critici, come si può distinguere in maniera così netta l’attività caritativa dal sostentamento del clero o dall’ausilio alle diocesi, atteso che (e basta frequentare un pochino le parrocchie) ci sono sempre i sacerdoti dietro le iniziative della Caritas, delle mense per i poveri, delle scuole in Africa, ecc. Per non parlare dell’aiuto morale e spirituale che sempre i sacerdoti garantiscono agli anziani e ai sofferenti.

- "Ogni Chiesa si deve mantenere da sé".
Principio più che ovvio, ed infatti proprio a questo è destinato l’8xMille, in un’ottica di laicità non intesa come “distanza/scontro” tra Stato e Chiesa, ma come collaborazione nella distinzione.
Al riguardo, poco si parla di come si comportano gli altri Stati europei.
Stupirà forse sapere che in Europa vi sono ancora Paesi che hanno una religione di Stato (avete sentito bene): Danimarca, Finlandia, Grecia, Inghilterra e Svezia, laddove in tutti i casi - con le dovute differenze impossibili da specificare in questa sede - i ministri di culto sono stipendiati dallo Stato. Tra le altre Nazioni che regolano i loro rapporti con le Chiese mediante intese: lo Stato Belga paga direttamente i ministri di culto; Germania e Austria consentono alle Chiese che hanno firmato determinate intese di riscuotere una imposta ecclesiastica dai cittadini propri membri (anche molto alta, sino all’8-9% del reddito!); Spagna e Portogallo hanno un sistema simile all’8xMille, ma riservato alla sola Chiesa cattolica. Solo Francia e Irlanda escludono ogni “contatto” fiscale tra Stato e Chiese, per ragioni dovute alla storia peculiare di tali Nazioni.

Qualche considerazione finale
La nostra normativa sull’8xMille è all’avanguardia in tema di partecipazione, responsabilità, democraticità, libertà religiosa. Il confronto con gli altri Stati europei (nei cui confronti spesso ci fanno sentire gli ultimi arrivati) ci fa uscire a testa alta. Modifiche si possono pensare e disporre, regola valida per qualsiasi strumento normativo che norma i rapporti sempre delicati tra uno Stato e una confessione religiosa: ma considerare questo sistema come "truffaldino" o di stampo clericale, o peggio ancora come "dittatura del Vaticano", è atteggiamento perlomeno ideologico e non fondato sulla realtà.


Fonte: La Bussola Quotidiana

giovedì 25 agosto 2011

Le menzogne sulla Chiesa

Negli ultimi giorni la concomitanza tra la GMG di Madrid e la crisi della finanza mondiale ha dato origine ad una nuova ondata di proteste, specialmente da parte del mondo telematico di internet, contro la Chiesa cattolica, indicata in maniera abbastanza grossolana come "il Vaticano". Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, soprattutto vista l'origine dei messaggi di questo genere, riconducibile per la maggior parte dei casi ad associazioni di fondamentalisti atei e alla sinistra radicale (da sempre anti-cattolica). Quello che più fa male, però, è che a cadere in queste trappole sono gli stessi cattolici, o meglio, coloro che si dicono cattolici, i quali non perdono talvolta occasione per rivendicare con orgoglio questa loro attività di propaganda "No Vat", per dirla alla maniera più accattivante del mondo di oggi. Benché non ve ne sia oggettivamente la necessità, credo sia opportuno precisare alcune questioni su questo genere di messaggi, cosa che, come ho avuto modo di vedere, già altri siti internet di ispirazione cattolica stanno facendo.
Vorrei prevenire le obiezioni faziose di chi pensa che criticare la gestione patrimoniale della Chiesa è un peccato sicuramente meno grave di altri peccati che nella Chiesa stessa sono stati commessi (il riferimento più frequente è allo scandalo della pedofilia). Non volendo affatto giustificare i deprecabili comportamenti venuti alla luce di certi sacerdoti, che certamente gettano discredito sull'intera Chiesa di Cristo, sebbene non siano imputabili all'intera Chiesa, tuttavia mi sento di affermare che non sono gli errori degli altri a giustificare i propri. Se una persona si dice cattolica dovrebbe quantomeno avere una crisi d'identità nel momento in cui, con tanta convinzione, si trova a fare propaganda contro la Chiesa; la cosa è poi ancora più grave se il "cattolico" in questione ricopre ruoli di educatore all'interno della società e talvolta addirittura dentro la Chiesa stessa. Inoltre, per non correre il rischio di calunniare degli innocenti, si suppone che, prima di aderire a tale propaganda, abbia ottenuto i dovuti riscontri che quello che va predicando in giro è verità, e sia in grado di portare la documentazione e le prove delle accuse che lancia. Purtroppo questo, nella nostra società pluralista e democratica, succede sempre meno; specialmente nel mondo dei mass-media, presso i quali il giornalismo d'inchiesta si è trasformato in una sorta di moderna inquisizione, ove c'è spazio solo per l'accusa e non per la difesa, e gli accusatori che sbagliano non pagano mai. Bastano, poi, quattro righe sulla propria pagina facebook, che magari terminino con "Se condividi inoltralo ai tuoi amici", ed una folta schiera di conoscenti che l'abbiano già fatto girare, che non serve più controllare se quanto scritto è vero o falso: se l'hanno scritto loro è certamente vero.
A questo proposito voglio citare anch'io, come già altri blog di area cattolica, questa ricerca dell'avvocato Marco Ciamei, scritta già il 26 novembre dello scorso anno, ma tornata quanto mai d'attualità in questo periodo; in questo scritto l'autore confuta punto per punto le tesi di coloro che predicano che la Chiesa avrebbe una posizione privilegiata che nessun altro può vantare, e allude al fatto che evaderebbe le tasse su presunti alberghi a cinque stelle, per i quali basterebbe fare posto ad una cappellina per rendere l'intero immobile esente dall'ICI. Certamente possono esserci, come dappertutto, casi patologici in cui qualcuno, per così dire, fa il furbetto; ma non si intende difendere costoro, semmai difendere la Chiesa intera che si attiene alle leggi come fanno tutti i cittadini del nostro Paese. Spero che coloro che hanno dei dubbi, ma specialmente coloro che questi dubbi li hanno troppo facilmente accantonati per sparlare di cose che non sanno, abbiano la pazienza di leggere queste righe, e poi, magari, di commentarle. Non sarà corto o accattivante come il trafiletto che avranno trovato sulla propria pagina facebook, ma leggendolo scopriranno che la Chiesa non è l'unica a non pagare l'ICI sui propri edifici di culto, e che degli stessi benefici godono tutte le associazioni cosiddette ONLUS (senza fini di lucro), tra le quali tutte le altre confessioni religiose con i loro luoghi di culto, i partiti politici con le loro sedi, i centri sociali (i cui aderenti non solo sono esenti dall'ICI, ma a quanto pare anche dai biglietti dei treni "okkupati" e dal pagamento dei danni per le loro manifestazioni "pacifiche"), i sindacati con le loro sedi eccetera.

Quello che non vi dicono su Chiesa e denaro
Di Marco Camei

Cari amici cattolici, vi sarà certamente capitato in questi giorni di ricevere critiche dal vostro amico non credente di turno (o credente ma non praticante, o credente praticante ma non osservante...) sul rapporto tra Chiesa e denaro, magari utilizzando i grandi cavalli di battaglia dei cari laicisti: esenzione ICI e 8xmille alla Chiesa cattolica, tra tutti.

Ebbene, se rientrate nella categoria di chi, in tale circostanza, non ha saputo rispondere alcunché (se non, con malcelato imbarazzo, che la Chiesa è fatta di peccatori), provo ad offrirvi alcuni spunti di riflessione. Intendiamoci, che la Chiesa sia fatta di peccatori è una verità e nessuno può metterla in discussione: che questo, però, significhi la irrimediabile verità di ogni critica, beh, forse qualche dubbio può sorgere anche ai non cristiani (detti anche, per un noto pseudo-matematico, non “cretini”).

Visto allora che la figura dei cretini a noi (a differenza di altri) non piace farla, vediamo di approfondire i termini della questione.

Questione ICI
Partiamo con il primo problema, peraltro recentemente tornato a galla dopo la decisione della Commissione europea di riaprire la procedura di infrazione nei confronti dell’Italia su questo punto.
Una premessa, a scanso di equivoci: la CEI e il Vaticano non sono la stessa cosa (sic!).
Con un po’ della vostra pazienza (vi assicuro che ne vale la pena) proviamo a capire come stanno le cose.

La legge
Nel 1992 lo Stato italiano ha istituito l’ICI, l’imposta comunale sugli immobili. Nello stesso intervento normativo (decreto legislativo n. 504/1992) sono state previste delle esenzioni: “alla Chiesa cattolica”, penserete subito. Sbagliato: l’esenzione ha riguardato tutti gli immobili utilizzati da un “ente non commerciale” e destinati “esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive”.

Dunque, secondo la legge, perché venga applicata l’esenzione è necessario che si realizzino due condizioni:

1. Il proprietario dell’immobile deve essere un “ente non commerciale”, ossia non deve distribuire gli utili e gli avanzi di gestione ed è obbligato, in caso di scioglimento, a devolvere il patrimonio residuo a fini di pubblica utilità. In pratica tutto quello che un ente non commerciale “guadagna” (con attività commerciali, con richieste di rette o importi, con la raccolta di offerte, con l’autofinanziamento dei soci, con i contributi pubblici, ecc.) deve essere utilizzato per le attività che svolge e non può essere intascato da nessuno.

2. L’immobile deve essere destinato “esclusivamente” allo svolgimento di una o più tra le otto attività di rilevante valore sociale individuate dalla legge.

Evidente ed apprezzabile la finalità delle esenzioni: lo Stato ha voluto agevolare tutti quei soggetti che svolgono attività sociale secondo criteri di “no profit”.

La novità della Corte di cassazione
Ora, mentre per più di dieci anni queste norme sono state applicate dai Comuni senza alcun problema, i soliti noti hanno iniziato dei contenziosi e nel 2004 la Corte di Cassazione, pronunciandosi su un immobile di un istituto religioso destinato a casa di cura e pensionato per studentesse, ha fornito una interpretazione non prevista dalla legge (… tutto ciò non vi ricorda qualcosa?): i giudici infatti hanno aggiunto un nuovo requisito per avere diritto all’esenzione sia necessario anche che l’attività “non venga svolta in forma di attività commerciale”.

Quale è la novità? È chiaro che cambia tutto se si sposta l’attenzione dalla natura “commerciale” dell’ente proprietario (come richiesto dalla norma) alla natura della “attività commerciale” effettuata (come innovato dalla Corte). Per capire la singolarità della decisione si devono tenere presenti due aspetti:

1. dal punto di vista tecnico, le attività sono considerate commerciali non quando producono utili, ma quando sono organizzate e rese a fronte di un corrispettivo, cioè con il pagamento di una retta o in regime di convenzione con l’ente pubblico: è evidente che alcune delle attività elencate dalla legge (si pensi a quelle sanitarie o didattiche) di fatto non possono essere che “commerciali” in questo senso;

2. “commerciale” non vuol dire “con fine di lucro”: per la legge, infatti, è “commerciale” anche l’attività nella quale vengono chieste rette tanto contenute da non coprire neanche i costi: in pratica, l’esenzione perde ogni senso se interpretata così.
In parole povere, se chiedi anche un cent sei fuori dall’esenzione! E zac, rimane fuori praticamente tutto il no-profit! Via il bambino con l'acqua sporca (a scanso di equivoci, la Chiesa rientrerebbe ovviamente nella seconda voce).

Prima interpretazione autentica
Davanti agli effetti disastrosi che una tale interpretazione avrebbe creato nel mondo del “no profit”, lo Stato italiano è intervenuto con una interpretazione autentica (art. 7 del decreto legge n. 203/2005, governo Berlusconi), ribadendo la sufficienza dei due requisiti iniziali e stabilendo che, ai fini dell’esenzione dall’ICI, non rilevava l’eventuale commercialità della modalità di svolgimento dell’attività.

Denuncia della Commissione Europea
L’interpretazione autentica non deve essere piaciuta, poiché nello stesso anno questa disposizione è stata impugnata di fronte alla Commissione europea denunciandola come “aiuto di Stato”. In pratica, sul presupposto che gli enti non commerciali che svolgono quelle attività socialmente rilevanti sono comunque da considerare “imprese” a tutti gli effetti, si è sostenuto che l’esenzione costituirebbe una distorsione della concorrenza nei confronti dei soggetti (società e imprenditori) che svolgono le stesse attività con fine di lucro soggettivo.
Come a dire: perché mai deve essere agevolato chi offre servizi assistenziali senza guadagnarci (eh già, perché mai …?!).

Seconda intepretazione autentica e istituzione della Commissione ministeriale
Per escludere ogni dubbio lo Stato è intervenuto con una seconda interpretazione autentica (art. 39 del D.L. n. 223/2006, governo Prodi [sottolineato adeguatamente per i più distratti, ndr]), con la quale è stato precisato che l’esenzione deve intendersi applicabile se l’attività è esercitata in maniera “non esclusivamente commerciale”. Il nuovo intervento appare molto equilibrato, perché precisa il senso dell’esenzione permettendo di evitare abusi.
Peraltro, presso il Ministero dell’economia e delle finanze è stata poi istituita una commissione con il compito di individuare le modalità di esercizio delle attività che, escludendo una loro connotazione commerciale e lucrativa, consenta di identificare gli elementi della “non esclusiva commercialità”.

Chiusura del fascicolo per due volte e recente riapertura
Alla luce della seconda interpretazione autentica e della maggiore definizione dei limiti grazie alla Commissione appositamente istituita, la Commissione europea ha chiuso la procedura di infrazione con esclusione di ogni “aiuto di Stato”. Successivamente ne è stata aperta un’altra, sempre sulla stessa linea, e anche questa è stata chiusa per chiara infondatezza.
Ad ottobre di quest’anno [2010], però, il Commissario europeo per la concorrenza (Joaquín Almunia, spagnolo, predecessore del simpatico Zapatero al partito socialista), nonostante le due archiviazioni ha riaperto una ennesima procedura di infrazione. Staremo a vedere.

Qualche riflessione
Bene. Ora abbiamo gli strumenti per rispondere alle gentili domande del nostro ipotetico (ma neanche tanto) amico.

- “L’esenzione è riservata agli enti della Chiesa cattolica”.
In realtà abbiamo visto che la legge destina l’esenzione a tutti gli enti non commerciali, categoria nella quale rientrano certamente gli enti ecclesiastici, ma che comprende anche: associazioni, fondazioni, comitati, onlus, organizzazioni di volontariato, organizzazioni non governative, associazioni sportive dilettantistiche, circoli culturali, sindacati e partiti politici (che sono associazioni), enti religiosi di tutte le confessioni e, in generale, tutto quello che viene definito come il mondo del “non profit”. Non si dimentichi inoltre che fanno parte degli enti non commerciali anche gli enti pubblici.
- “L’esenzione vale per tutti gli immobili della Chiesa cattolica”.
Come abbiamo evidenziato sopra, l’esenzione richiede la compresenza di due requisiti: quello soggettivo, dove rileva la natura del soggetto (essere “ente non commerciale”) e quello oggettivo, dove rileva la destinazione dell’immobile (utilizzarlo “esclusivamente” per le attività di rilevanza sociale individuate dalla legge ed in modo “non esclusivamente commerciale”). Non è vero, quindi, che tutti gli immobili di proprietà degli enti non commerciali (e, quindi, della Chiesa cattolica) sono esenti: lo sono solo se destinati alle attività sopra elencate. In tutti gli altri casi pagano regolarmente l’imposta: è il caso degli immobili destinati a librerie, ristoranti, hotel, negozi, così come delle case date in affitto.

- “L’esenzione vale per ogni imposta”.
In realtà l’esenzione dall’ICI (che è un’imposta patrimoniale) non ha alcun effetto sul trattamento riguardante le imposte sui redditi e l’IVA, né esonera dagli adempimenti contabili e dichiarativi. Infatti gli enti non commerciali, compresi quelli della Chiesa cattolica (parrocchie, istituti religiosi, seminari, diocesi, ecc.), che svolgono anche attività fiscalmente qualificate come “commerciali” sono tenuti al rispetto dei comuni adempimenti tributari e al versamento delle imposte secondo le previsioni delle diverse disposizioni fiscali.

- “Gli alberghi sono esenti”.
Attenzione, questa è insidiosa. Per dimostrare come l’esenzione prevista dalla norma sia iniqua, danneggi la concorrenza e non risponda all’interesse comune, viene citato il caso dell’albergo che, in quanto gestito da enti religiosi, sarebbe ingiustamente esente, a differenza dell’analogo albergo posseduto e gestito da una società.
Peccato, però, che l’attività alberghiera non rientra tra le otto attività di rilevanza sociale individuate dalla norma di esenzione. Perciò gli alberghi, anche se di enti ecclesiastici, non sono esenti e devono pagare l’imposta. Ad essere esenti sono, piuttosto, gli immobili destinati alle attività “ricettive”, che è ben altra cosa. Si tratta di immobili nei quali si svolgono attività di “ricettività complementare o secondaria”. In pratica, le norme nazionali e regionali distinguono fra ricettività sociale e turistico-sociale:

§ La prima comprende soluzioni abitative che rispondono a bisogni di carattere sociale, come per esempio pensionati per studenti fuori sede oppure luoghi di accoglienza per i parenti di malati ricoverati in strutture sanitarie distanti dalla propria residenza.

§ La seconda risponde a bisogni diversi da quelli a cui sono destinate le strutture alberghiere: si tratta di case per ferie, colonie e strutture simili.

Entrambe sono regolate, a livello di autorizzazioni amministrative, da norme che ne limitano l’accesso a determinate categorie di persone e che, spesso, richiedono la discontinuità nell’apertura. Se si verifica che qualche albergo (non importa se a una o a cinque stelle) si “traveste” da casa per ferie, questo non vuol dire che sia ingiusta l’esenzione, ma che qualcuno ne sta usufruendo senza averne diritto. Per questi casi i comuni dispongono dello strumento dell’accertamento, che consente loro di recuperare l’imposta evasa.

- “Basta una cappellina per ottenere l’esenzione”.
Questa è più simpatica che ridicola. È del tutto falso che una piccola cappella posta all’interno di un hotel di proprietà di religiosi renda l’intero immobile esente dall’ICI, in base al fatto che così si salvaguarderebbe la clausola dell’attività di natura “non esclusivamente commerciale”. È vero esattamente l’opposto: dal momento che la norma subordina l’esenzione alla condizione che l’intero immobile sia destinato a una delle attività elencate e considerato che – come abbiamo visto sopra – l’attività alberghiera non è tra queste, in tal caso l’intero immobile dovrebbe essere assoggettato all’imposta, persino la cappellina che, autonomamente considerata, avrebbe invece diritto all’esenzione.

- “Ma io conosco personalmente casi in cui quello che dici non viene applicato”.
Chi sbaglia, fosse anche membro della Chiesa cattolica, è tenuto a pagare, come qualsiasi altro cittadino che infrange la legge. Ciò non significa, tuttavia, che la legge sia per ciò solo sbagliata, non vi pare?

- "Persino l'Europa ci sta sanzionando".
L'Europa ha aperto due procedure di infrazione e in entrambi i casi ha deciso per l'archiviazione. Una terza procedura è stata aperta ora da un soggetto dichiaratamente ostile alla Chiesa cattolica e la procedura è allo stato iniziale.
Ad ogni modo, l'Europa ha espresso dubbi sempre e solo con riferimento alla presenza o meno di "aiuti di Stato", ossia su presunti meccanismi distorsivi della concorrenza. Questione (peraltro già smentita due volte) che con i rapporti tra Stato e Chiesa nulla c'entra.

Riassumendo: il problema dell’esenzione dell’ICI alla Chiesa cattolica non è altro che un pretesto per attaccare quest’ultima ed è portato avanti con un accecamento pari solo all’odio per chi da due millenni proclama incessantemente Gesù Cristo al mondo intero. Basti pensare che, se venisse davvero meno l’esenzione per questi immobili perché ritenuta “aiuto di Stato”, si aprirebbe la strada all’abolizione di tutte le agevolazioni previste per gli enti non lucrativi, a partire dal trattamento riservato alle Onlus.
Ma questo non ditelo alle Onlus, loro sono meno misericordiose della Chiesa cattolica!

Articolo originale e fonti

domenica 7 agosto 2011

La chiesa oratorio di San Gaetano

Alle porte della città di Caorle, immersa nella campagna, si trova la piccola frazione di San Gaetano, oggi in festa per la ricorrenza del patrono. Il piccolo oratorio dedicato al santo di Thiene, oggi dismesso in favore della più grande e recente chiesa, fu eretto nel 1797, per venire incontro alle necessità dei fedeli che, per partecipare alla Santa Messa, dovevano fare circa cinque chilometri di strada a piedi ed in barca fino a raggiungere la chiesa più vicina, che era quella di Ca' Cottoni. Nel 1823 un decreto dell'allora patriarca di Venezia Giovanni Pyrker stabiliva che in quell'oratorio si potessero celebrare le funzioni domenicali e nelle festività dell'anno, in ora da prescriversi dall'arciprete di Caorle. Tuttavia, verso la metà del XIX secolo, sorse un contenzioso tra la parrocchia del Duomo e quella di Ca' Cottoni, fino ad allora l'unica altra parrocchia del territorio cittadino, sul diritto di giurisdizione dell'oratorio di San Gaetano; il patriarca Angelo Ramazzotti risolse la questione a favore del Duomo, anche a motivo del fatto che il clero di Caorle si recava all'oratorio processionalmente ogni anno il terzo giorno delle rogazioni, vi amministrava i Battesimi e vi celebrava la solenne Santa Messa il 7 agosto, giorno del patrono, "come avveniva ai tempi del vescovato". La parrocchia di San Gaetano fu eretta soltanto nel 1959.
Ancora oggi, sopra la porta d'ingresso, campeggia la statua di san Gaetano da Thiene, di fine XVIII secolo, ed una meridiana. All'interno, alla parete del coro, era appesa una tela rafigurante il Santo patrono, opera del pittore veneziano Eugenio Moretti, della metà del 1800; l'altare era ornato con un'ulteriore statua lignea del santo, opera di scultori della Val Gardena, e da alcune lampade in rame provenienti dalla chiesa di Santo Stefano di Venezia. Sulla controfacciata si trovavano un Crocifisso ligneo del secolo XVIII ed una tela di Santa Rita da Cascia, contornata da una cornice in legno dorato di stile rinascimentale. Sulla parete di sinistra si apriva una piccola cappellina laterale dedicata all'Immacolata Concezione; all'interno dell'altare erano custoditi i resti del martire San Faustino, provenienti dalla chiesa veneziana di San Vidal.
L'oratorio, poi divenuto chiesa parrocchiale, fu proprietà di diversi nobili veneziani, che avevano comprato la tenuta nel territorio di San Gaetano: originariamente la famiglia Contarini Dal Zaffo, quindi le famiglie Marcuzzi e Giacomelli. Nella prima metà del XX secolo passò al barone Franchetti, che provvide al suo arricchimento; nella sua tenuta di San Gaetano, inoltre, egli ospitò più volte il suo amico e scrittore americano Ernst Hemingway, che, affascinato dal paesaggio della laguna di Caorle, lo descrisse nel suo libro "Di là dal fiume e tra gli alberi".

Fonti - Giovanni Musolino: Storia di Caorle (La Tipografica, Venezia - 1967)

sabato 2 luglio 2011

Cuore Immacolato di Maria

Il sabato all'indomani della solennità del Sacro Cuore di Gesù la Chiesa ricorda la memoria del Cuore Immacolato della Beata sempre Vergine Maria; così come quello del Nostro Signore e Redentore Gesù Cristo, anche il Cuore della Vergine è colmo dell'Amore di Dio ed ugualmente offeso da coloro che bestemmiano il nome di Gesù e di Maria e da tutti i peccati degli uomini. L'origine della sua devozione risale sempre al XVII secolo, grazie alla Congregazione fondata da San Giovanni Eudes, anche se vi sono ulteriori tracce all'inizio del 1600 a Napoli. Di certo un grande impulso a tale devozione arrivò con papa Pio XII, che nel 1944 estese a tutta la Chiesa la memoria del Cuore Immacolato di Maria, in ricordo della Consacrazione del mondo al medesimo Cuore Immacolato da lui operata nel 1942. Papa Pacelli era infatti molto legato alle apparizioni della Beata Vergine ai tre pastorelli di Fatima: il 13 maggio 1917, giorno della prima apparizione, egli veniva consacrato vescovo nella Basilica Vaticana per le mani di Papa Benedetto XV; inoltre egli stesso affermò, negli ultimi mesi della sua vita, di aver visto il miracolo del sole.
Il 13 giugno 1917 la Madonna disse a Lucia, mostrando il suo cuore circondato di spine: «Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato». Apparendo privatamente alla veggente il 10 dicembre 1925, soggiunse: «Guarda, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine che gli uomini ingrati infliggono continuamente con bestemmie e ingratitudini. Consolami almeno tu e fa sapere questo: a tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario e mi faranno compagnia per quindici minuti meditando i Misteri, con l’intenzione di offrirmi riparazioni, prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza». Nasce così la devozione dei primi cinque sabati del mese: quest'anno viviamo la singolare coincidenza del primo sabato del mese di luglio con la memoria liturgica del Cuore Immacolato della Vergine.
Per ottenere la promessa del Cuore di Maria si richiedono le seguenti condizioni:
  • Confessione, fatta entro gli otto giorni precedenti, con l’intenzione di riparare le offese fatte al Cuore Immacolato di Maria. Se uno nella confessione si dimentica di fare tale intenzione, può formularla nella confessione seguente.
  • Comunione, fatta in grazia di Dio con la stessa intenzione della confessione.
  • La Comunione deve essere fatta nel primo sabato del mese.
  • La Confessione e la Comunione devono ripetersi per cinque mesi consecutivi, senza interruzione, altrimenti si deve ricominciare da capo.
  • Recitare la corona del Rosario, almeno la terza parte, con la stessa intenzione della confessione.
  • Meditazione, per un quarto d’ora fare compagnia alla SS.ma Vergine meditando sui misteri del Rosario.
Al confessore che chiese a Lucia il perché del numero di cinque sabati, ella rispose: «Si tratta di riparare le cinque offese dirette al Cuore Immacolato di Maria: le bestemmie contro la sua Immacolata Concezione; contro la sua Verginità; contro la sua Maternità divina e il rifiuto di riconoscerla come Madre degli uomini; l’opera di coloro che pubblicamente infondono nel cuore dei piccoli l’indifferenza, il disprezzo e perfino l’odio contro questa Madre Immacolata; l'opera di coloro che la offendono direttamente nelle sue immagini sacre».
Mostriamoci grati di così grande Amore che deriva a noi dal celeste trono di Dio, e invochiamo la Vergine Maria, implorando il perdono per le offese contro di Lei e l'intercessione presso Dio, perché perdoni ogni nostro peccato. E ricordiamoci sempre di pregare il Signore e la Madonna per la nostra Chiesa di Venezia, in attesa del nuovo pastore, affinché il Papa sia illuminato dallo Spirito Santo ed il nuovo patriarca sia docile al Divino Volere e alle direttive del suo Vicario in terra.

giovedì 30 giugno 2011

Scola a Milano: il commento di un lettore

Ho ricevuto la richiesta, da parte di un lettore, di pubblicare un commento all'articolo di due giorni fa, in cui davo l'annuncio dell'avvenuta nomina del nostro patriarca Angelo Scola ad arcivescovo di Milano. A causa dell'estensione dell'intervento, e per una maggiore fruibilità di lettura, questo intervento non può essere scritto nella sezione dei commenti, così lo pubblico volentieri in questo nuovo articolo.

«È difficile nascondere che alla notizia della nomina del card. Angelo Scola ad arcivescovo di Milano noi Veneziani siamo stati colti da profondo sgomento: a nemmeno due mesi dal trasferimento di mons. Beniamino, la diocesi è stata provata ulteriormente dalla revoca della sua guida pastorale, e ciò ci sembra tanto più difficile da accettare anche a motivo della familiarità e del legame che in quasi 10 anni si è instaurato con il nostro Patriarca, una relazione che da sempre i veneziani sentono in modo speciale ma che, in questo caso, si era stabilita in modo ancor più solido e per certi aspetti inedito. Angelo Scola non è stato per Venezia soltanto un pastore, ma un vero attore, un protagonista della società civile: ne è prova l'eredità che ci lascia: un'istituzione universitaria d'eccellenza qual è il Marcianum, la fondazione Oasis, l'importante lascito culturale e intellettuale che ad essi, e non solo, è seguito, oltre all'instancabile azione pastorale volta a sanare i conflitti sociali, anche al di là dell'appartenenza alla comune fede cristiana.

Recentemente l'evento della visita pastorale del Papa nel Nordest ha rappresentato in modo assai chiaro che la missione spirituale e sociale non solo dei soggetti legati alle realtà ecclesiali ma, in modo esteso, di tutta quella popolazione è la continuazione di ciò che l'antico Patriarcato di Aquileia ha significato, una missione che si traduce nel vivere una vita buona corroborata dalla comune fede religiosa professata, che sia anche il riflesso della creatività e dell'operosità che ne hanno garantito l'esistenza allargandosi anche oltre i confini nazionali e delle singole civiltà: questo impulso certamente non si è esaurito, anche nel travaglio della società odierna. Dunque una vita buona e la professione di una fede comune che avevano ed hanno sicuramente più di un riferimento stabile, ma che riconoscono specialmente, almeno riguardo all'ambito religioso, nella persona del Patriarca una direzione da seguire, in ragione, come si diceva, di una storia religiosa e civile le cui radici sono le stesse. Di qui discende il prestigio della sede patriarcale, la cui continuità storica tra ieri e oggi è stata chiaramete significata dal pellegrinare del Papa da Aquleia a Venezia.

È risaputo che Venezia, unica sede Patriarcale nell'Occidente, insieme a Lisbona, è stata la sola che nel secolo scorso ha dato alla Chiesa ben tre papi, per questo e non solo il trasferimento a Milano ci appare inedito, e, poiché inaspettato, certamente più doloroso. Infatti non esistono precedenti a riguardo, dovendo relegare i casi di Gianalberto Badoer (Badoaro) (trasferito a Brescia nel 1706) e di Ján Pyrker (trasferito a Eger nel 1827) a debite eccezioni di natura essenzialmente politica: bisogna ricordare che la storia della Chiesa di quegli anni si è intrecciata sovente proprio con i meccanismi della politica, basti pensare che il ministero del cardinalato, benché concesso dalla sede apostolica, veniva richiesto dagli esercizi temporali, dagli stati sovrani come la Repubblica della Serenissima, che di fatto è la vera autorità temporale e spirituale agente in quel tempo, con potere di nomina e revoca dei proprio vescovi (per esempio i vescovi di Brescia di quegli anni erano tutti veneziani, essendo Brescia stata annessa da 300 anni alla Serenissima). Più tardi, negli anni del declino, Venezia subisce dapprima la spoliazione napoleonica e successivamente l'annessione all'Austria, perdendo di fatto ogni autorità sia in campo civile che religioso.

Occorre allora domandarsi: perché il Papa ha voluto il Patriarca alla guida della diocesi di Milano? Se da una parte - per le ragioni sopra esposte - questo inevitabilmente ha determinato il declassamento della diocesi Veneziana e in un certo senso la perdita dell'antico prestigio, per cui tanti fedeli ne sono rimasti amareggiati, occorre anche spiegare, senza nascondersi, che la ragione di fondo risiede nella crisi in cui versa da tempo la diocesi ambrosiana, apparsa tanto grave che per risolverla il Papa ha ritenuto di inviare la medicina più efficace, la migliore secondo lui, stante il fattore dell'età rappresentasse un detraente. Non sto qui a dilungarmi sulle ragioni e sui sintomi di questa crisi, mi basti citare alcuni casi eclatanti quali la controversa redazione del nuovo lezionario ambrosiano, la mancata recezione ed anzi l'avversione al motu proprio "Summorum Pontificum", il consistente calo delle vocazioni sacerdotali e le voci di dissenso che sovente si sono levate da molte personalità di prim'ordine di cui l'arcivescovo emerito si è circondato, come mons. Manganini. A questo si accompagna un fattore ancora più stringente, che molti autorevoli vaticanisti non hanno mancato di sottolineare, vale a dire le accuse e i veleni che per più di un anno hanno attraversato l'Istituto Toniolo, vera "cassaforte culturale ed economica dell'Università Cattolica", al centro di conflitti su nomine e gestione, tanto da creare un vero e proprio caso diplomatico (recentemente Tettamanzi è stato convocato in Vaticano a colloquio con il Papa e il Segretario di Stato). Una delle chiavi della nomina sta proprio in questo, cioè nell'incapacità dell'arcivescovo di gestire queste tensioni, e certamente il nuovo arcivescovo non potrà fare a meno di confrontarsi fin dall'inizio con una realtà tanto delicata, potendo però avvalersi del suo bagaglio di amministratore capace maturato a Venezia, oltre che di procacciatore di risorse, come gli anni da Patriarca hanno dimostrato.

Resta a questo punto la questione dolorosa della successione: e qui si tratta di interpretare il ruolo che Venezia ha ed avrà nel prossimo futuro, considerando anche il fatto che il quadro del tessuto sociale del veneziano e dell'intero Nordest è ben lontano dall'apparire di semplice gestione, con i suoi flussi turistici da primato nazionale che incidono in modo non indolore sulla demografia di queste terre ed anche sulle relazioni inter-personali (il caso di Venezia e del suo litorale sono un esempio illuminante). Un quadro, dunque, di tensioni sociali che ancora faticano a trovare soluzione, inserito in un contesto di crisi economica, e più in generale di crisi dei valori, che mette in discussione istituti che nella società civile di oggi appaiono sempre più come inattuali e superati.
C'è da dire anche che dopo Angelo Scola Venezia non sarà più la stessa di prima e di questo la nomina del successore dovrà tener presente: se sarà uno dei nomi vagliati e scartati per Milano, ebbene questa, inevitabilmente, rappresenterà un'involuzione e sarebbe davvero difficile da accettare. Se da una parte è vero che occorre pregare lo Spirito Santo, dall'altra parte, come in tutte le cose e come è stato per la evidente forzatura che ha rappresentato il caso di Milano, si rende necessaria, una certa dose di pragmatismo, unita naturalmente alla lungimiranza pastorale; viene da chiedersi: chi prenderà in mano i tanti capitoli lasciati incompiuti dalla partenza di Scola, primo fra tutti il neo costituito polo accademico? Chi riannoderà i fili e gli spunti dei tanti discorsi del Papa in visita a Venezia, anche in vista del Convegno inter-diocesano di Aquileia 2? Chi sarà capace di continuare il dialogo interreligioso con le confessioni non cristiane e chi potrà affacciarsi con autorevolezza alla finestra dell'Oriente, cui Venezia è consustanziale? Certamente non potrà essere qualcuno improvvisato, e mi risulta difficile credere che un diplomatico o un vescovo cha abbia come credenziale una semplice affinità di tipo geografico possa fare al caso.

Personalmente un'idea ce l'avrei, e francamente, sic stantibus rebus, mi sembra francamente l'unica via praticabile: non serve andare troppo lontano, se si ricorda che Scola era nato a Malgrate, basterebbe spostarsi solo un di un poco più a sud, per arrivare in Brianza, in un paese che si chiama Merate, e che alla fine non ci suonerebbe nemmeno così estraneo».

Lettera firmata

mercoledì 25 maggio 2011

Il bambino "è" un diritto o "ha" un diritto?

Continuano le critiche alla bocciatura del progetto di legge Concia, detto contro l'omofobia. Si moltiplicano articoli di giornali (specialmente quelli di una certa area politica), gruppi sui social network e trasmissioni televisive che puntano a descrivere l'Italia come un paese in cui sono calpestati i diritti umani, nella fattispecie quelli delle persone omosessuali. Uno degli argomenti più contestati è quello dell'affidamento dei bambini a coppie omosessuali. Oggi, nelle varie mappe disegnate dalle associazioni gay, un Paese non può essere considerato civile se ad una coppia omosessuale non è garantito il diritto di avere un figlio. Com'è possibile, ci si può chiedere, avere un figlio ad una coppia omosessuale? Il problema è presto risolto: basta rivolgersi a madri o padri surrogati, che mettono a disposizione i propri gameti o l'intero utero (nel caso della madre surrogata), solitamente in cambio di denaro. Così vediamo Elton John ed il suo compagno a spasso con la carrozzina, Ricky Martin con i suoi piccoli e molti altri esempi famosi. In Italia la legge non permette di avere figli tramite genitori surrogati: e all'opinione pubblica si dice che questa è una violenza contro le coppie omosessuali, una manifestazione di aperta omofobia da parte dello Stato e della Chiesa, poiché in questo modo alle coppie eterosessuali e alle coppie omosessuali non vengono garantiti gli stessi diritti.
Effettivamente questa affermazione appare inappellabile, e lascia poco spazio ad interpretazioni che siano in qualche modo comprensive dei motivi della legge italiana e della Chiesa, che con tale legge concorda. Ma fermiamoci un attimo, ed analizziamola bene: "Privare le coppie omosessuali di avere un figlio significa non riconoscere loro gli stessi diritti delle coppie eterosessuali". In questo modo è fuori d'ogni dubbio che si intende il figlio come un diritto della coppia; il bambino "è" un diritto. Purtroppo una tale affermazione non suscita immediatamente la reazione da parte di chi la legge o ascolta, poiché il nostro mondo quotidiano è ormai intriso di questa mentalità (bambino = diritto) anche e soprattutto tra le coppie eterosessuali, non solo omosessuali. E' vero che l'assenza di un figlio può essere fonte di grande sofferenza per una coppia; ma questo non deve indurre a pensare che a tutti coloro che desiderano un bambino debba essere concesso a tutti i costi. Questo perché il bambino non è un oggetto, un bene materiale; è una persona umana, e come tale ha la sua dignità individuale, che deve essere garantita e rispettata. Il bambino, più che "essere" un diritto, "ha" dei diritti, proprio in quanto persona.
Alcuni obiettano: talvolta le persone omosessuali hanno maggiore sensibilità e si comportano meglio degli eterosessuali nei confronti dei bambini (dato del tutto privo di prove, tra le altre cose, e forse figlio di quel modus cogendi "gay è meglio" di cui parlavo nel precedete post); ciò non è sufficiente, tuttavia, per il bambino. Al bambino non basta "essere trattato bene", nemmeno essere amato come se avesse due genitori eterosessuali; egli ha bisogno di due genitori, un padre ed una madre, maschio e femmina: "ha" il diritto di crescere in una famiglia di questo tipo, e questo prevalica ogni altro preteso diritto degli adulti su di lui. Lo scrive oggi, su La Bussola Quotidiana, lo psicanalista Claudio Risè, intervistato da Antonio Giuliano. Nell'articolo intitolato Bimbi con due padri, ecco perché no argomenta, studi alla mano, la tesi che, per la crescita del bambino, siano necessari entrambi gli aspetti, maschile e femminile.

Bimbi con due padri, ecco perchè no
Di Antonio Giuliano

Per chi da anni denuncia la crisi della figura paterna suona quasi beffarda la grancassa mediatica e culturale di chi vorrebbe famiglie con due padri (come Repubblica del 23 maggio “I figli di due padri”). Ma lo psicanalista Claudio Risè ormai non si scompone più: «Nel nostro orizzonte culturale l’essere umano non viene più considerato come una persona con un suo corpo, ma solo come un oggetto prefabbricato. Qui si sta organizzando la produzione di bambini come adorabili oggetti di consumo». Sulla scia di sponsor del calibro di Elton John o Ricky Martin anche in Italia sarebbero un centinaio le coppie omosessuali che ricorrono all’estero (da noi è vietata) alla maternità “surrogata”: in pratica nell’utero di una donatrice che offre a pagamento il proprio utero viene inserito un embrione formato dall’ovocita di una donatrice e il seme di uno dei due padri. E la campagna mediatica si rianima mentre è in corso in parlamento il dibattito sulla legge sull’omofobia.

Professore perché per un bimbo è importante avere un padre e una madre?
In assenza del genitore del proprio sesso, sarà molto difficile per quel bambino sviluppare la propria identità psicologica corrispondente. La psiche maschile e quella femminile sono molto diverse e l’identità complessiva si forma anche a partire dalla propria identità sessuale. Nel caso di maternità surrogata, lo sviluppo psicologico, affettivo, cognitivo di una bimba con due genitori di sesso maschile sarebbe in forte difficoltà: avrebbe problemi nel riconoscersi nel proprio sesso. Lo stesso accade al piccolo maschio.

Qualcuno le obietterebbe che uno dei due padri (o una delle madri nel caso di coppie lesbiche) potrebbe benissimo svolgere il ruolo della figura materna (o paterna nell’altro caso).
No. La vita umana è inscritta in due ordini: il dato naturale, biologico, e quello simbolico che il bambino ha iscritto nella propria psiche, conscia e inconscia. Entrambi presiedono allo sviluppo, alla manifestazione di una capacità progettuale, alla crescita di un’affettività equilibrata. Il padre è un individuo di genere maschile che ha scritto nel suo patrimonio genetico, antropologico, affettivo e simbolico la storia del proprio genere. Proprio perché è un maschio e non è una donna, non può avere né il sapere naturale profondo, né quello simbolico materno. I due codici simbolici, paterno e materno, sono molto diversi: la madre è colei che soddisfa i bisogni, il padre è colui che dà luogo al movimento e propone il limite: indica la direzione e stabilisce dove non si può andare. Nei paesi anglosassoni e del nordeuropea da tempo ci sono casi di coppie omosessuali con figli: studi sul campo hanno provato che la mancanza di genitori di sesso diverso è fonte di problemi, il più evidente dei quali (quando i genitori sono del sesso opposto al tuo), è la formazione delle tua immagine sessuale profonda.

Quali sono i rischi che corre un bambino/a che cresce senza un genitore di sesso femminile? Tanto più che nella fecondazione assistita eterologa padre e madre sono spesso sconosciuti…
L’esperienza del contatto fisico con la madre, nella cui pancia si è stati, è riconosciuta dalla psichiatria e dalle psiconalisi come fondativa della personalità, e della stessa corporeità…

Nei libri come Il padre l’assente inaccettabile o Il mestiere di padre (entrambi pubblicati dalla San Paolo) denunciava la scomparsa della figura paterna. Ora invece sembra a rischio la figura materna.
Anche quei libri sono stati scritti per dimostrare che servono entrambi i genitori, entrambi gli aspetti, quello maschile e quello femminile. La verità è che ormai non c’è solo una crisi della paternità. Ma dell’umanità in generale. L’essere umano, attraverso acquisti e affitti di parti del corpo e elementi generativi è diventato un “prodotto fabbricato”, nel senso in cui ne parlava Michel Foucault. Siamo ormai all’interno di un modello culturale “materialista” (ma in realtà molto mentale, perché passa dalla negazione del corpo “naturale”) fondato sulla soddisfazione narcisistica dei bisogni indotti dal sistema di consumo. Il bimbo “fabbricato” è uno di questi nuovi bisogni. È l’effetto del processo di secolarizzazione che ha tagliato anche i rapporti con il padre celeste, Dio: non c’è posto per l’Altro, tanto meno per la dimensione verticale. Ma negando l’ordine naturale e simbolico siamo costretti a negare anche la nostra corporeità (iscritta in essi) come spiego nel mio ultimo libro Guarda tocca vivi. Riscoprire i sensi per essere felici (Sperling & Kupfer, pp. 210, euro 16,50). Altro che superinvestimento nei sensi. L’ideologia consumista, le mode, i media dettano i nostri comportamenti, perfino nell’innamoramento: ci si incontra e ci si lascia in base ai suggerimenti della moda e delle “tendenze”. La sapiente teologia dell’amore di Giovanni Paolo II è stata spazzata via da una sessualità staccata dalla sensualità della persona umana, e consumista. Non stupiamoci, allora, se sono sempre di più quelli che vogliono evadere dal proprio corpo: magari con le droghe o coi disturbi alimentari come l’anoressia. La sacralità del corpo del cristianesimo è stata negata, e i consumi divinizzati. Ma solo riappropriandoci della nostra corporeità potremo relazionarci con gli altri. E con Dio.

giovedì 19 maggio 2011

Il "gay-friendly" che discrimina i gay

Traggo spunto anche oggi dall'editoriale di Riccardo Cascioli, apparso su La Bussola Quotidiana, per parlare di un tema molto delicato e d'attualità; il titolo dell'editoriale di Cascioli è emblematico: «Chi discrimina chi?». Si tratta della questione che viene oggi chiamata omofobia, per indicare il presunto atteggiamento di intolleranza e di discriminazione, se non di vera e propria vessazione, che sarebbe riservato alle persone con tendenze omosessuali da parte della società di oggi; ma in modo abbastanza diretto, tale accusa è rivolta principalmente alla Chiesa cattolica e a coloro che operano nel sociale (politici, psicologi, pensatori) in sintonia con essa. La domanda che oggi dobbiamo porci è se le cose stanno effettivamente come si sente dire in giro; ovvero sia, la Chiesa discrimina veramente gli omosessuali? E' corretto dire che la Chiesa sia omofoba?
Per rispondere a questi interrogativi è necessario, a mio modo di vedere, capire quello che predica la dottrina cattolica sugli omosessuali; andiamo a leggere quello che scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica:

2357 [...] Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

2358 [...] Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

Da queste righe penso sia per tutti sufficientemente chiara la posizione della Chiesa; si condanna l'atto omosessuale, in quanto intrinsecamente disordinato (e se ne spiegano i motivi) , ma nei confronti di chi presenta tendenze omosessuali si dice di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione (la consueta distinzione fra il peccato ed il peccatore). Forse bisognerebbe tacere sul disordine che certi atti comportano? Molto peggio sarebbe, secondo me, se la Chiesa, per un falso ideale di libertà nei confronti dei gay, tacesse su quello che pensa a proposito degli atti omosessuali. Per un falso rispetto della persona (che la società invece sembra approvare) si sarebbe costretti a mentire: credo che nessuno, nemmeno gli omosessuali stessi, voglia vivere in una società basata sulla menzogna reciproca.
Da dove ha origine questo falso rispetto, questo "politically correct" delle parole e del pensiero a cui oggi sembriamo tutti obbligati? A mio modo di vedere, ciò è dovuto al fatto che è diffusa in tutti un'idea di amore adulterata ancora dalla mentalità sessantottina, da un concetto errato e svuotato di libertà: il famoso "vivi e lascia vivere". Per rispettare la libertà di una persona, se la vedi farsi del male (volontariamente o meno) non puoi intervenire e dirglielo. Il solo fatto di esprimere un'opinione, negativa nella fattispecie, sul comportamento di una persona, per il bene di quella persona, viene bollato come intolleranza; e non si sta parlando di obbligare la gente a comportarsi in un certo modo, né tantomeno di odiare una persona perché si comporta in quella maniera: semplicemente della libertà di esprimere un'opinione negativa sull'atto.
Ma il problema di questa ideologia del "politically correct" è anche un altro; alla fine sono proprio coloro che intendono preservare l'uguaglianza a discriminare quelli che vorrebbero proteggere. Un esempio di tale paradosso è spiegato molto bene da Riccardo Cascioli nel suo editoriale di oggi. Egli parla della bocciatura, in Commissione Giustizia della Camera, del progetto di legge Concia sulle "norme per il contrasto dell’omofobia e transfobia", e racconta le reazioni da parte dell'associazionismo omosessuale (precisa che tali reazioni non provengono in primo luogo dagli omosessuali, ma dalle associazioni). Basta, d'altra parte, una piccola ricerca in rete: "Grave e irresponsabile bocciatura", "peggior destra integralista europea", "complici morali di tutti gli atti di violenza" (per limitarsi ad una sola associazione). Ma facciamo bene attenzione a quello che prevedeva questo progetto di legge; scrive Cascioli:

«Esso è composto di soli due articoli, che aggiungono altrettanti commi a due articoli del codice penale: in pratica, la punizione di un’offesa o una violenza è aggravata se la vittima è un omosessuale o transessuale, e le eventuali attenuanti vengono cancellate; inoltre per chi commette reati di questo genere, in caso di sospensione della pena è previsto un lavoro di pubblica utilità presso associazioni di gay In altre parole, chi si è opposto al progetto di legge non ha avallato norme che rendono le persone omosessuali più vulnerabili o meno protette, semplicemente ha valutato che – dal punto di vista di chi è vittima di violenze o offese - le persone omosessuali sono come quelle eterosessuali. Se le parole hanno un senso è chi vuole questa legge che intende introdurre una discriminazione a vantaggio delle persone omosessuali».

Un altro esempio di questa dilagante mentalità falsamente egualitaria, che ha toccato da vicino la comunità caorlotta, lo troviamo in questo articolo, dove si dà particolare enfasi al fatto che alcuni alberghi di Caorle avrebbero aperto al "turismo omosessuale". Ma, pensiamoci bene, perché parlare di "turismo omosessuale"? Perché distinguere il turismo di persone con tendenze omosessuali dal turismo della totalità della gente? Non è questo un modo di discriminare i gay? All'interno dell'articolo si prova a spiegare in cosa consisterebbe tale apertura:

«Abbracciarsi e baciarsi come fanno tutte le altre coppie eterosessuali. Bisogna rendersi conto che, per una coppia gay, anche prendersi per mano può diventare un problema se non ci si trova nel posto giusto. Il gestore del locale potrebbe anche infastidirsi se non è preparato alle nuove tendenze del turismo. Ma questo non accadrà a Caorle nelle strutture che hanno già scelto di seguire il "gay wave"».

In altre parole ama i gay chi consente loro di esibirsi in atteggiamenti poco giustificabili davanti a tutti, ad esempio famiglie con bambini. Ci sentiremmo davvero di bollare un albergatore come intollerante per aver detto a una coppia di tenersi certi atteggiamenti in privato anziché farlo davanti ai bambini? Anche qui non credo faccia differenza che la coppia sia omosessuale o eterosessuale. L'articolo, poi, si conclude così:

«Caorle è invece appare del tutto impreparata, almeno per questa stagione, per la realizzazione di hotel "gay only"».

Ed è qui svelato il paradosso: per far sentire gli omosessuali uguali a tutti gli altri l'auspicio è quello di realizzare strutture adatte ai soli gay (praticamente un ghetto).
In conclusione, credo che la vera discriminazione e la vera violenza sulle persone la facciano in primo luogo coloro che puntano non ad evitare (come è giusto e doveroso) la violenza e l'ingiustizia nei confronti degli omosessuali, ma a far passare il messaggio che in qualche modo "gay è meglio". E, voglio ribadirlo, non credo affatto che gli omosessuali in sè abbiano questo atteggiamento; sono piuttosto le associazioni, i movimenti, le unioni che vogliono creare questo clima di scontro. Come dice Riccardo Cascioli nel suo editoriale, «si assiste a una crescente aggressività dei movimenti gay – non delle persone omosessuali – nei confronti di chi non si adegua a questo pensiero politicamente corretto: è questo che dovrebbe allarmare prima di tutto».

sabato 19 marzo 2011

Christus vincit!

Ieri, tra l'altro venerdì di Quaresima, la Grande Camera della Corte Europea per i Diritti dell'Uomo con sede a Strasburgo ha definitivamente assolto l'Italia dall'accusa di violazione dei diritti umani a causa dell'esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche. La sentenza, attesa da molto tempo e per la quale bisogna riconoscere l'impegno dell'attuale governo italiano, arriva nell'ambito del cosiddetto caso "Lautsi contro Italia"; la signora Soile Lautsi è la mamma di origini finlandesi che, con l'aiuto dell'UAAR (Unione Atei Agnostici e Razionalisti) aveva portato alla ribalta il caso dei Crocifissi nelle aule scolastiche, chiedendo alla scuola Vittorio da Feltre di Abano Terme (PD) di rimuoverli, in quanto, secondo lei, costituivano una violazione del suo diritto di educare i propri figli (di 11 e 13 anni nel 2001) secondo i "principi laici" (sarebbe più corretto chiamarli principi atei). Vedendosi rispondere negativamente dall'istituto scolastico, ed addirittura subendo la direttiva del Ministero dell'Istruzione italiano, che sanciva l'esposizione obbligatoria dei Crocifissi nelle aule, fece ricorso al TAR del Veneto, il quale, dopo un rapido passaggio alla Corte Costituzionale, sentenziò che "la croce è diventata uno dei valori secolari della Costituzione italiana e rappresenta i valori della vita civile". Di qui la decisione della signora Lautsi di rivolgersi alla Corte Europea di Strasburgo, nel 2006, che si pronunciò a suo favore, ordinando la rimozione dei Crocifissi dalle aule scolastiche e un risarcimento dello stato nei confronti della ricorrente per danni morali di 5000 euro: «La presenza del crocifisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche, potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso, che avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione. Tutto questo, potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose, o che sono atei. La Corte non è in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana. L'esposizione obbligatoria di un simbolo di una data confessione in luoghi che sono utilizzati dalle autorità pubbliche, e specialmente in classe, limita il diritto dei genitori di educare i loro figli in conformità con le proprie convinzioni e il diritto dei bambini di credere o non credere».
La sentenza fu accolta in maniera sostanzialmente positiva dalle Comunità ebraiche italiane, che la definirono "Una chiara lezione dalla Corte europea", dalle confessioni cristiane evangeliche, valdesi, luterane e battiste italiane, che la leggevano in un'ottica di netta separazione fra stato e chiesa, e dalle unioni degli atei, che la definirono come un grande successo per la laicità. Le comunità musulmane non espressero un parere esplicito, anche se tra esse si possono enumerare i pareri simili a quelli dell'ormai famoso Abel Smith, secondo il quale l'Italia vieterebbe agli uomini di professare una religione diversa dal cristianesimo con l'esposizione del Crocifisso nei luoghi pubblici.
Il mondo politico espresse parere contrario alla sentenza della Corte Europea e alle sue motivazioni quasi all'unanimità, fatta eccezione per i gruppi dei Radicali, Sinistra e Libertà e Sinistra alternativa e Verdi, i quali espressero parere favorevole. Il governo italiano ricorse immediatamente contro la sentenza di primo grado, trovando successivamente il sostegno esterno di altri paesi membri del Consiglio d'Europa: Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Principato di Monaco, Romania, Russia e San Marino.
Di ieri la sentenza di appello che assolve l'Italia: con 15 voti favorevoli e 2 contrari, i giudici hanno smentito la sentenza di primo grado, riconoscendo che non sussistono elementi che provino l'eventuale influenza sugli alunni dell'esposizione del crocefisso nella aule scolastiche. Il presidente della CEI, cardinale Angelo Bagnasco giudica il pronunciamento della corte europea «una sentenza importante, di grande buon senso e di grande rispetto per quelle che sono le argomentazioni che sono state presentate dal governo italiano insieme ad un numero significativo di paesi europei che hanno condiviso questa posizione».
Immediate anche le reazioni degli esponenti del governo, che tale ricorso avevano inoltrato; il ministro dell'Istruzione Gelmini ha espresso «profonda soddisfazione per la sentenza della Corte di Strasburgo, un pronunciamento nel quale si riconosce la gran parte del popolo italiano. Si tratta di una grande vittoria per la difesa di un simbolo irrinunciabile della storia e dell’identità culturale del nostro Paese». Anche il ministro degli Esteri Frattini è intervenuto sul caso, dichiarando: «Oggi ha vinto il sentimento popolare dell'Europa. Perchè la decisione interpreta soprattutto la voce dei cittadini in difesa dei propri valori e della propria identità. Mi auguro che dopo questo verdetto l'Europa torni ad affrontare con lo stesso coraggio il tema della tolleranza e della libertà religiosa».
Inutile dire che l'UAAR dichiara invece "profonda delusione" per la sentenza di assoluzione; la famiglia ricorrente, fa sapere il sito dell'UAAR, ritiene che il cambiamento dell'opinione della Corte sia dovuta alle "enormi pressioni messe in campo dalla Chiesa cattolica", e che "sostenere che mancano elementi che provino la discriminazione subita è puerile".
Qualche giorno fa, inoltre, la Corte di Cassazione italiana aveva deposto le motivazioni della sentenza contro il giudice Luigi Tosti, rimosso dall'ordine giudiziario, il quale si rifiutava di lavorare in qualsiasi aula di tribunale finché non fossero stati rimossi i Crocifissi da tutte le aule italiane oppure ad essi venissero affiancati simboli di altre religioni; in queste motivazioni si legge che il Crocifisso può e deve essere esposto nelle aule di tribunale italiane, e ad esso non può essere affiancato alcun altro simbolo.
Da parte nostra, come di tutti i cristiani cattolici (ed anche ortodossi) del mondo non possiamo che essere soddisfatti di questa sentenza, e ringraziare il Signore; affermiamo e cantiamo con tutta la nostra voce: "Christus vincit! Christus regnat! Christus imperat!".

domenica 21 novembre 2010

Lettera pastorale del patriarca

Oggi, solennità di Cristo Re e festa della Madonna della Salute per il nostro patriarcato, il patriarca ha voluto diffondere la sua prima lettera pastorale, per annunciare la visita del papa i prossimi 7 e 8 maggio ad Aquileia e Venezia. In essa il patriarca spiega le motivazioni della visita del papa ed il suo significato nell'ambito più ampio della Chiesa di Venezia e di tutto il nordest. In chiusura il nostro vescovo suggerisce una preghiera, da recitare quanto più possibile comunitariamente e anche personalmente, proprio per la futura visita del Santo Padre.

Carissime/i,
sabato 7 e domenica 8 maggio 2011 il Santo Padre sarà tra noi. Visiterà Aquileia e Venezia.
Avrò modo di ritornare con i fratelli vescovi della Conferenza Episcopale Triveneta sui gesti che si svolgeranno in occasione di questo straordinario avvenimento.
Con questo breve scritto, vorrei rivolgermi a tutti voi per condividere la gioia suscitata dall’annuncio della visita papale e renderci così conto del prezioso dono che il Papa ci fa. Questo, infatti, è il primo modo per prepararci ad accoglierlo degnamente.

1. Perché il Santo Padre viene a farci visita?

C’è una ragione profonda della venuta di Benedetto XVI tra noi. È di gran lunga la più importante perché esprime la missione specifica del successore di Pietro. Essa si radica nel compito che Gesù stesso affidò al Capo degli Apostoli quando gli disse: «Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32).
Che cosa significa questa espressione «conferma i tuoi fratelli»? Di quale conferma abbiamo bisogno?
Il desiderio che arde nel nostro cuore è di essere confermati nella certezza che Gesù Cristo è vivo ed è a noi contemporaneo. AmarLo e seguirLo ci rende pienamente uomini. La fede, nutrita dalla preghiera liturgica e personale, dall’amore di carità e dal pensiero di Cristo, è “conveniente” per gli uomini e le donne di oggi, perché investe in ogni istante affetti, lavoro e riposo. Nulla resta fuori. Benedetto XVI lo sta documentando con la sua preghiera, con la sua testimonianza, con il suo insegnamento e coi suoi viaggi. Qui sta la sostanza del dono che il Papa intende fare, visitandole, alle Chiese e alle popolazioni del Nordest.
Le occasioni concrete a cui si lega la sua venuta - la solenne Eucaristia nel parco di San Giuliano a Mestre, l’avvio del cammino interdiocesano verso il Secondo Convegno Ecclesiale ad Aquileia, la conclusione nella Basilica Cattedrale di San Marco della Visita
Pastorale del nostro Patriarcato, l’inaugurazione del restauro della Cappella della Trinità del Seminario Patriarcale, l’apertura della nuova biblioteca moderna dello Studium Generale Marcianum - sono la “carne” di questo dono.
Da quando Dio è entrato nella storia e ha voluto farsi in tutto simile a noi, tranne che nel peccato per renderci partecipi della sua stessa vita, ogni circostanza ed ogni rapporto di cui è intessuta l’umana esistenza sono occasione di incontro personale con Lui: è il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. Quale occasione di verità e di bellezza poter vivere questi gesti con il Santo Padre!

2. Una passione per tutto l’umano

Seguire Cristo consente di vivere in pienezza. Questo – ognuno di noi lo intuisce molto bene – non coincide automaticamente con il superamento delle nostre contraddizioni o incoerenze, né tantomeno significa che i cristiani siano migliori di coloro che pensano o dicono di non credere. Vuol dire unicamente che per grazia di Dio abbiamo ricevuto questa possibilità che vogliamo condividere con tutti. Infatti, per ogni uomo ed ogni donna è naturale comunicare ogni giorno spontaneamente, in tutti gli ambienti che frequenta, ciò a cui uno tiene più di ogni altra cosa.
«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10, 8) scrive l’Apostolo. Questo dinamismo è inscritto nel DNA del cristiano. Appartenere al Signore nella sua Chiesa genera un’inarrestabile passione per l’umano – anzitutto per quello che riscopriamo in noi – che si traduce nella ricerca di un’apertura al confronto con tutti.
La venuta del Santo Padre ad Aquileia e a Venezia è destinata a tutti gli abitanti di queste nostre terre che, ne sono certo, sapranno trarne profitto come avvenne per la visita di Paolo VI (1972) e di Giovanni Paolo II (1985). Come non ricordare in proposito il singolare legame tra Pietro e Marco che così profondamente ha segnato la nostra straordinaria storia? E come tacere, per limitarci ai tempi recenti, l’approfondirsi del solido legame delle nostre genti con il Papa grazie a San Pio X, al Beato Giovanni XXIII, al Servo di Dio Giovanni Paolo I, patriarchi divenuti papi, ma soprattutto santi, cioè uomini riusciti?
«Gli uomini - è lo stesso Benedetto XVI a ricordarcelo - avranno sempre bisogno di Dio, anche nell’epoca del dominio tecnico del mondo e della globalizzazione: del Dio che ci si è mostrato in Gesù Cristo e che ci raduna nella Chiesa universale, per imparare con Lui e per mezzo di Lui la vera vita e per tenere presenti e rendere efficaci i criteri della vera umanità… Dio vive, e ha bisogno di uomini che esistono per Lui e che Lo portano agli altri» (Benedetto XVI, Lettera ai seminaristi, 18 ottobre 2010). Desideriamo che un po’di questo gusto per la bellezza della fede e per la passione di comunicarla raggiunga anche noi. Per questo, con umiltà ma anche con decisione, vogliamo mettere a disposizione della persona e della missione del Papa, in questa straordinaria occasione, energie e creatività, affinché Cristo sia conosciuto ed amato.

3. Come prepararci

Per prepararci a vivere fino in fondo l’incontro con il Papa ci vogliamo dare tempi e modalità.

a. Anzitutto i tempi
Mi sembra opportuno dividere il periodo di attesa in due grandi momenti. Il primo andrà dalla Festa della Madonna della Salute, che quest’anno coincide con la solennità di Cristo Re, fino all’inizio della Quaresima. Il secondo dalla Quaresima fino al 7-8 maggio.

b. Modalità
Dopo aver interpellato vari organismi sinodali del Patriarcato propongo di concentrarci per la prima fase su due aspetti: la preghiera assidua e l’approfondimento del magistero di Benedetto XVI.
Questa scelta presenta un duplice vantaggio.
Anzitutto ci aiuta ad assimilare in profondità il valore del gesto papale. Il suo scopo, abbiamo detto, è quello di confermare la nostra fede affinché la nostra vita fin d’ora sia più bella, più buona e più vera. Facciamo nostra la domanda degli Apostoli: «Accresci la nostra fede» (Lc 17,6).
In secondo luogo la nostra preparazione, così intesa, non richiederà impegni straordinari da assumere personalmente, in famiglia, nelle nostre aggregazioni, parrocchie, vicariati e diocesi. Si tratterà piuttosto di imprimere al nostro cammino ordinario un preciso orientamento verso l’evento di grazia che la visita del Santo Padre rappresenta per trarne tutto il frutto possibile.

* La preghiera
Mi limito a suggerire qualche indicazione che chiede di essere personalizzata e tradotta nelle forme più adeguate da parte di ogni comunità e di ogni fedele. Tutti gli abituali atti liturgici (la celebrazione dell’Eucaristia, della Riconciliazione e di tutti i Sacramenti, Liturgia della Parola di Dio, Liturgia della Ore, ecc. ) ed ogni forma di preghiera comunitaria (adorazione comunitaria, santo rosario, feste della Madonna e dei santi, ecc.) abbiano come intenzione esplicitamente espressa la preparazione del popolo di Dio all’evento di grazia rappresentato dalla Visita del Santo Padre. Domando, per la medesima intenzione, l’intensificarsi della preghiera in famiglia e della preghiera personale (preghiere del mattino e della sera, prima e dopo i pasti, ecc.). Gente Veneta e gli altri mezzi di comunicazione proporranno settimanalmente dei suggerimenti in proposito.
Vi invito inoltre a recitare sovente, comunitariamente e personalmente, la preghiera seguente appositamente preparata per la venuta del Papa.

Preghiera in preparazione
della Visita pastorale di Benedetto XVI
ad Aquileia e a Venezia 7-8 maggio 2011

Dio Padre, sorgente di ogni paternità,
che hai creato il mondo e quanti vi abitano,
Dio Figlio che, per salvarci, ti sei fatto
uomo e hai condiviso la nostra condizione
umana fino alla morte e alla morte di croce,
Dio Spirito Santo che facendoci partecipi
della comunione divina rinnovi
ogni nostra relazione,
ti ringraziamo per il dono di Papa Benedetto in mezzo a noi.
Egli viene a confermare i fratelli,
concedici di accoglierlo con amore filiale
per imitarne la fede indomita,
la speranza certa e la carità ardente.

Signore Gesù, tu hai detto a Pietro:
«Su questa pietra edificherò la mia Chiesa»,
rendici figli degni di questa santa Dimora,
docili al suo Successore.
Signore Gesù, tu hai detto:
«Sono venuto perché abbiano la vita
e l’abbiano in abbondanza»,
donaci di farne ogni giorno esperienza
negli affetti, nel lavoro e nel riposo,
rinnova il coraggio che ha spinto i nostri padri fino agli estremi confini del mondo,
perché possiamo comunicare
a tutti gli uomini il gusto della vita cristiana.

Vergine amata, tu che nei momenti
della prova hai custodito i tuoi figli,
proteggi le nostre terre con tutti coloro
che vi abitano e le visitano.
A Te, Madre del bell’amore,
affidiamo in modo speciale noi stessi,
tutti i nostri cari, le nostre famiglie,
i bambini, i giovani, gli ammalati,
gli anziani, i più poveri e bisognosi, tutti i perseguitati per la fede e per giusti ideali,
in modo speciale i nostri fratelli cristiani.
Tu, Causa della nostra letizia,
ascolta ed intercedi.
Amen.


* L’approfondimento del magistero papale
Ogni settimana verrà fornito, sempre attraverso Gente Veneta e gli altri mezzi di comunicazione, un breve testo tratto dall’insegnamento papale perché possa divenire oggetto di riflessione e di meditazione. Una speciale Commissione è già all’opera per costruire, in modo semplice ma organico, questa antologia. Il suo scopo è quello di accompagnarci nel quotidiano, illuminando con le parole del Papa i principali misteri della nostra fede in se stessi e nelle loro implicazioni con la nostra vita di uomini e di donne, di fanciulli/e, di ragazzi/e, di giovani, di adulti e di anziani.
Questi testi dovranno essere oggetto di una attenta lettura sia personale che comunitaria. Una lettura che può nascere solo da un ascolto profondo, libero da ogni pregiudizio, che cerchi un confronto a 360 gradi non solo con i battezzati ma con tutti i nostri fratelli uomini.

Carissimi,
la visita del Santo Padre è un dono che, come ogni dono, suscita una risposta grata. Una risposta che chiede responsabilità. Al senso di responsabilità di ciascuno singolarmente preso, di tutte le comunità cristiane, di tutte le associazioni ecclesiali e civili, di tutte le istituzioni mi affido perché questa straordinaria occasione sia preparata fin nei minimi particolari. Il Papa ci trova in cammino e, ne sono certo, ci lascerà in eredità nuove possibilità di crescita personale, ecclesiale civile.
Di cuore porgo a tutti la mia benedizione ed il mio affettuoso saluto.

S.E. card. Angelo Scola
Patriarca

martedì 2 novembre 2010

Le esequie cristiane

In questa ricorrenza del 2 novembre, Commemorazione di tutti i fedeli defunti, vorrei riprendere un articolo pubblicato da Zenit, Cantuale Antonianum e Rinascimento Sacro, scritto da don Enrico Finotti, parroco di Santa Maria del Carmine a Rovereto, sulla teologia delle esequie cristiane. L'incipit dell'articolo, che in fondo potrete trovare per intero, dice:

«Uno degli errori oggi più diffusi è quello di sottovalutare le basi teologiche e impostare dei progetti pastorali senza il fondamento dottrinale, con esclusiva attenzione alle urgenze sociologiche.»

L'autore del pezzo fa un confronto fra quelli che sono i capisaldi dottrinali della Chiesa in questo campo e quello che vediamo frequentemente, anche in televisione, e che, in qualche modo, noi stessi talvolta "ci aspettiamo" da un funerale. Il punto di partenza delle esequie cristiane è il fatto che la Chiesa riconosce l'uomo col suo corpo e la sua anima; con la morte corporale la vita dell'uomo non finisce, l'anima è immortale. Questo è il primo dogma che il cristiano riconosce e di cui la liturgia esequiale è permeata; in questo senso il funerale è una celebrazione di vita, la vita ultraterrena che noi ancora non comprendiamo (per noi rimane avvolta nel mistero), ma che aspettiamo anche noi, nella speranza di poter vedere il Signore e ricongiungerci con i nostri cari.
Un altro dei dogmi che riguardano questo momento dell'esperienza di ogni cristiano è l'esistenza del Purgatorio; il peccato dell'uomo è perdonato completamente con l'Assoluzione della Confessione sacramentale, ma le conseguenze del male compiuto restano, e l'anima del defunto le ripara in Purgatorio. A ben guardare oggi questo dogma, sebbene se ne conosca l'esistenza, è poco considerato, quando non si creda addirittura possa essere un'invenzione di Dante Alighieri per scrivere la sua Commedia. Ma la Chiesa non ha smesso di perpetuarlo, nemmeno dopo il Concilio, e la liturgia (sebbene spogliata di alcune sue parti molto toccanti e significative) lo contiene ancora oggi (ad esempio con la pratica delle indulgenze). Come dice l'autore dell'articolo: "La Chiesa non ‘canonizza’ il defunto, ma lo affida a Dio con il cuore contrito ed umiliato e aspetta solo da Lui la lode"; e proprio per questo la liturgia esequiale è penitenziale, il colore liturgico è il nero (o anche il viola), tutti i fedeli sono chiamati alla preghiera perché Dio, onnipotente e misericordioso, tragga a sè l'anima del fratello defunto, purificandola da tutti i peccati compiuti in vita e concedendole la gloria eterna. Nella liturgia pre-conciliare (che potete trovare qui) questo carattere penitenziale era sottolineato in ogni momento, ma in particolare dalla toccante sequenza del Dies irae; con essa i fedeli si fanno quasi portavoce dell'anima del defunto in una toccante supplica dell'anima a Dio, nella quale umilmente chiede di essere salvata prima del giorno del giudizio finale; vi leggiamo: "Cercandomi ti sedesti stanco, / mi hai redento con il supplizio della Croce: / che tanto sforzo non sia vano! [...] Tu che perdonasti Maria di Magdala, / e che esaudisti il buon ladrone, / anche a me hai dato speranza. // Le mie preghiere non sono degne; / ma tu, buono, fa' benigno / che io non sia arso dal fuoco eterno". E' significativa anche un'altra frase di don Enrico Finotti, che dice: "Secondo la parabola evangelica del banchetto nuziale (Lc 14, 7ss.), la Chiesa pone il defunto all’ultimo posto, steso a terra ai piedi della ‘santa mensa’, e attende che Dio stesso, e solo Lui, sorga e dica “Amico, passa più avanti” (Lc 14, 10)".
Non è infrequente oggi, in molti luoghi, trovare un ribaltamento di quello che la Chiesa dice, espressione di questi dogmi dottrinali; talvolta si assite a celebrazioni esequiali in cui il carattere è quello di una festa nuziale, in cui il colore liturgico è il bianco, in cui vengono richiesti "canti allegri" perché il defunto avrebbe voluto così. In qualche modo la tendenza è quella di eliminare completamente dalla celebrazione il suo carattere penitenziale, e quindi eliminare la preghiera per la salvezza dell'anima del defunto. Paradossalmente, dice don Enrico, si finisce così per celebrare in maniera smisurata la vita terrena del defunto, quasi dimenticandosi della dimensione ultraterrena: "Il corpo subisce la fatua celebrazione di ciò che fu nel passato mediante il tumolo, monumento celebrativo che vuole interpretare la personalità dell’estinto. [...] sarà oscurata sia la fondamentale realtà della morte che tutti accomuna, sia dell’umile penitenza che è intrinseca allo stato del corpo morto. Il tumolo potrà avere diverse tipologie, che da quelle storiche arrivano a quell’ingombro di oggetti, cari al defunto, che oggi coprono, talvolta banalmente la bara, ma rappresenta sempre il segno eloquente di quella commemorazione rivolta irrimediabilmente al passato e ormai priva di vita, che sarà tanto più accentuata quanto più si eclisserà il senso della trascendenza e il compimento ultimo nel futuro di Dio". Invece, la penitenza esequiale non vuole essere la tristezza cercata ad ogni costo, ma l'umile riconoscimento che noi uomini non siamo nulla per giudicare quello che spetta all'unico Sommo Giudice: "La Chiesa, ispirando a sobrietà la commemorazione del defunto ed evitando un superficiale elogio, sa bene che solo Dio è il giudice e solo Cristo sa quello che c’è nel cuore dell’uomo (Gv 2, 25)".
Il dolore del distacco dai propri cari è quanto di più triste esista nella vita di un essere umano; la Chiesa non intende accentuare questo dolore, ma nemmeno illuderci di cancellarlo con una gioia frivola che è soltanto umana, e che non ci consola. La morte rimane un grande mistero; il nostro dolore è confortato dalla speranza che il Signore ascolterà la preghiera di chi umilmente lo invoca, specie se unito nel dolore al Figlio Suo Gesù Cristo, morto anch'Egli, sulla Croce, mentre i suoi amati figli lo deridevano e lo schernivano, e alla Madre addolorata, che ha accolto tra le sue braccia il corpo esanime del Figlio, martoriato dal segno dei chiodi, delle spine e della flagellazione. Non sarà forse Lei, che ha sperimentato in modo così crudo questo nostro dolore umano ineluttabile, ad intercedere con forza presso il Signore perché le anime dei nostri cari defunti giungano a Lui? Quali grandi compagni nel dolore abbiamo noi cristiani, Dio stesso ha sofferto per noi! Questa è la consolazione che ci dà Gesù Cristo per mezzo della Chiesa, non quella di cancellare, con cerimonie fintamente gioiose, la sofferenza per il distacco (cosa che è solo un'illusione), ma la certezza che la nostra preghiera, intrisa di questa sofferenza, sarà accolta da chi ha provato un dolore come il nostro (e più del nostro).
Non cessiamo, dunque, di pregare il Signore per i nostri fratelli: la Commemorazione odierna non è una semplice memoria che l'uomo fa di chi lo ha preceduto, un ricordo sterile; ma, nel ricordo dell'amore che per loro abbiamo provato (e che anche loro ci hanno donato), la Commemorazione si fa preghiera. In questo ricordiamo che ancora per tutta la giornata odierna è possibile lucrare l'Indulgenza Plenaria del 2 novembre per i propri defunti alle solite condizioni, mentre fino all'8 novembre una volta al giorno è possibile lucrare l'Indulgenza visitando le tombe dei propri cari in cimitero e pregando, anche solo mentalmente, di fronte ad esse.

Qui il collegamento all'articolo di don Enrico Finotti dal blog Cantuale Antonianum:
Una sintesi della teologia delle esequie cristiane di don Enrico Finotti.
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