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giovedì 9 giugno 2011

Intervista di mons. Guido Pozzo

Trasmetto il testo di un'intervista rilasciata da mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, al portale francese Nouvelles de France e tradotto dal blog Messainlatino.it, a proposito di motu proprio Summorum Pontificum, istruzione Universae Ecclesiae e di liturgia. In essa il prelato ribadisce che lo scopo dei documenti papali sull'antica liturgia non sono materia esclusiva per i cosiddetti cattolici tradizionalisti, ma sono stati promulgati a beneficio di tutta la Chiesa. Precisa come la liturgia antica e quella nuova si arricchiscono vicendevolmente, non sono una la contraddizione dell'altra, e mette in guardia su due tipi di "tradizionalismo", quello buono dei fedeli «che ribadiscono con forza l'integrità del patrimonio dottrinale, liturgico e culturale della fede e della tradizione cattolica» e quello negativo di coloro che fanno «un uso ideologico della Tradizione, per opporre la Chiesa di prima del Concilio Vaticano II e la Chiesa del Vaticano II, che si sarebbe allontanata dalla Tradizione». Tuttavia non nega il fatto che molto spesso si dipinge un Vaticano II diverso da quello che effettivamente è stato espresso dai Padri nei documenti pervenutici: «Le deviazioni dottrinali e le deformazioni liturgiche che si sono verificate dopo la fine del Concilio Vaticano II non hanno alcun fondamento obiettivo nei documenti conciliari compresi nell’insieme della dottrina cattolica». Anche per questo la diffusione promossa dal motu proprio della Messa in rito antico sono un bene per la Chiesa intera, affinché nella Messa celebrata nel nuovo rito possiamo recuperare ciò che il Concilio davvero intendeva insegnare e promuovere in continuità con la Tradizione. Nella parte finale dell'intervista mons. Pozzo, interrogato in proposito, parla dei rapporti tra la Santa Sede e la Fraternità Sacerdotale San Pio X, giacché uno tra gli obiettivi del papa, con il motu proprio, era quello di promuovere l'unità della Chiesa.

Intervista con mons. Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei

Monsignore, qual è lo scopo del Motu Proprio Summorum Pontificum?
Il Motu proprio Summorum pontificum intende offrire a tutti i fedeli cattolici la liturgia romana, nell’usus antiquior, considerandolo come un tesoro prezioso da conservare. A tal fine, essa intende garantire ed assicurare a tutti coloro che lo richiedono l'uso della forma straordinaria e quindi, a promuovere l'unità e la riconciliazione nella Chiesa.

Perché questo successo della Messa di San Pio V tra i giovani cattolici?
Penso che il raccoglimento interiore, il significato della Messa come sacrificio sia particolarmente valorizzato dalla forma straordinaria. Questo in parte spiega l'aumento del numero di fedeli che la reclamano.

La lettera del Papa che accompagna il Motu Proprio indica che c'è stato un aumento del numero dei fedeli che richiede l'uso della forma straordinaria. Qual è la ragione secondo Lei?
La lettera di accompagnamento del Motu Proprio presenta i motivi e le spiegazioni che chiariscono lo scopo e il significato del Motu Proprio. È essenziale notare che entrambe le forme dell’unico rito romano si arricchiscono a vicenda e devono quindi essere considerate complementari. Il ristrabilimento dell’usus antiquior del Messale romano con il suo quadro normativo proprio è dovuto ad un aumento nelle richieste provenienti dai fedeli che desiderano partecipare alla celebrazione della Santa Messa nella forma straordinaria. Si tratta in sostanza di rispettare e valorizzare un particolare interesse di alcuni fedeli per la Tradizione e per la ricchezza del patrimonio liturgico messo in evidenza dal rito romano antico. È interessante che questa sensibilità sia presente anche nelle giovani generazioni, cioè tra quelli che non erano stati precedentemente formati a questo tipo di liturgia.

Si dice che i movimenti tradizionali suscitino più vocazioni che altrove. E’ vero? Se sì, perché?
Negli istituti che dipendono dalla Commissione pontificale "Ecclesia Dei" e seguono le forme liturgiche e disciplinari della Tradizione, c'è un aumento di vocazioni sacerdotali e di vocazioni alla vita religiosa. Eppure, penso che una ripresa delle vocazioni sacerdotali si rinvenga anche nei seminari. Soprattutto là dove si fornisce una formazione e una educazione al ministero sacerdotale e a una vita spirituale seria e rigorosa, senza sconti di fronte alla secolarizzazione, che purtroppo è entrata nella mentalità e nelle forme di vita di alcuni chierici e persino di alcuni seminari. Questa è, a mio avviso, la causa principale della crisi delle vocazioni al sacerdozio, crisi di qualità beninteso, piuttosto che di quantità. Presentare la figura del sacerdote nella sua identità profonda, come ministro del Sacro, come alter Christus, come guida spirituale del popolo di Dio, come colui che celebra il sacrificio della S. Messa e rimette i peccati nel sacramento della confessione, agendo in persona Christi capitis, tale è la condizione essenziale per la creazione di una pastorale delle vocazioni che sia fruttuosa e consenta la ripresa delle vocazioni al sacerdozio ministeriale.

Sa se il Papa è soddisfatto dell’applicazione del Motu Proprio?
La Commissione pontificia "Ecclesia Dei" tiene costantemente informato il S. Padre sull'evoluzione dell'attuazione del Motu Proprio e sull’aumento della sua ricezione, nonostante le difficoltà che vediamo qui o là.

Quali sono le difficoltà pratiche di applicazione che incontrate?
C'è ancora resistenza da parte di alcuni vescovi e membri del clero che non rendono sufficientemente accessibile la messa tridentina.

L'istruzione Universae Ecclesiae sembra piuttosto incoraggiare ancor di più la celebrazione della forma straordinaria. È questo il caso?
L'istruzione è destinata a contribuire ad applicare ancora più efficacemente e correttamente le direttive del Motu Proprio. Offre qualche chiarimento normativo e qualche chiarimento di aspetti importanti per l'attuazione pratica.

Si ha l'impressione che è principalmente in Francia che le reazioni sono più epidermiche su questo argomento. Qual è la ragione secondo Lei?
Forse è troppo presto per dare una valutazione sufficientemente esauriente delle reazioni all'Istruzione, e questo vale non solo per la Francia. Ma mi sembra che pensando alla situazione della Chiesa in Francia, si dovrebbe prendere in considerazione il fatto che c'è una tendenza a polarizzare e radicalizzare i giudizi e le convinzioni in questa materia. Questo non favorisce una buona comprensione e una ricezione autentica del documento. Bisogna piuttosto superare una visione principalmente emotiva e sentimentale. Si tratta - ed è un dovere – di recuperare il principio dell'unità della liturgia, che giustifica precisamente l'esistenza di due forme, tutt’e due legittime, che non devono essere mai viste in opposizione o in alternativa. La forma straordinaria non è un ritorno al passato e non deve essere intesa come una messa in discussione della riforma liturgica voluta dal Vaticano II. Allo stesso modo, la forma ordinaria non è una rottura con il passato, ma il suo sviluppo, almeno in alcuni aspetti.

“Sollecitudine dei Sommi Pontefici” e “Chiesa universale” sono i rispettivi titoli del Motu proprio e della sua istruzione. Ciò significa che l'obiettivo è la riconciliazione con il "tradizionalista"?
L'istruzione, come ho detto all'inizio, intende promuovere l'unità e la riconciliazione nella Chiesa. Il termine "tradizionalista" è spesso una formula generica utilizzata per definire cose molto diverse. Se per "tradizionalisti", si intendono i cattolici che ribadiscono con forza l'integrità del patrimonio dottrinale, liturgico e culturale della fede e della tradizione cattolica, è chiaro che essi troveranno conforto e supporto nell'Istruzione. Il termine "tradizionalista" può inoltre essere interpretato in modo diverso e designare colui che fa un uso ideologico della Tradizione, per opporre la Chiesa di prima del Concilio Vaticano II e la Chiesa del Vaticano II, che si sarebbe allontanata dalla Tradizione. Questa opinione è una maniera distorta di comprendere la fedeltà alla Tradizione, perché il Concilio Vaticano II fa, anche lui, parte della Tradizione. Le deviazioni dottrinali e le deformazioni liturgiche che si sono verificate dopo la fine del Concilio Vaticano II non hanno alcun fondamento obiettivo nei documenti conciliari compresi nell’insieme della dottrina cattolica. Le frasi o le espressioni dei testi conciliari non possono e non devono essere isolate o strappate, per così dire, dal contesto generale della dottrina cattolica. Purtroppo, queste deviazioni dottrinali e questi abusi nell'applicazione pratica della riforma liturgica costituiscono il pretesto di questo "tradizionalismo ideologico" che fa rifiutare il Concilio. Tale pretesto si basa su un pregiudizio infondato. È chiaro che oggi non è più sufficiente ripetere il dato conciliare, ma si deve al contempo confutare e rifiutare le deviazioni e interpretazioni erronee che pretendono fondarsi sull’insegnamento conciliare. Questo vale anche per la liturgia. È la difficoltà con cui ci troviamo oggi alle prese.

"I fedeli che chiedono la celebrazione della forma straordinaria non devono mai venire in aiuto o appartenere a gruppi che negano la validità o la legittimità della Santa Messa o dei sacramenti celebrati secondo la forma ordinaria, o che si oppongono al Romano Pontefice come supremo pastore della Chiesa universale" (Istruzione Universae Ecclesiae, § 19). Questa norma colpisce la Fraternità San Pio X?
L’articolo dell'Istruzione a cui fa riferimento concerne determinati gruppi di fedeli che considerano o postulano un'antitesi tra il Messale del 1962 e quello di Paolo VI, e che pensano che il rito promulgato da Paolo VI per la celebrazione del sacrificio della S. Messa sia dannoso per i fedeli. Tengo a precisare che si deve distinguere chiaramente il rito e il Messale come tale, celebrato secondo le norme, e una certa comprensione e attuazione della riforma liturgica caratterizzata da ambiguità, deformazioni dottrinali, abusi e banalizzazioni, fenomeni purtroppo assai diffusi che hanno portato il cardinale J. Ratzinger a parlare senza esitazione in una delle sue pubblicazioni di "crollo della liturgia". Sarebbe ingiusto e sbagliato attribuire la causa di tale un collasso al Messale riformato. Allo stesso tempo si deve accogliere l'insegnamento e la disciplina che Papa Benedetto XVI ci ha dato nella sua lettera apostolica Summorum pontificum per ripristinare la forma straordinaria del rito romano antico, e seguire il modo esemplare con cui il Papa celebra la Santa Messa nella forma ordinaria in S. Pietro, nelle sue visite pastorali e nei suoi viaggi apostolici.

Ancora oggi, pensa che l'insegnamento del Concilio non sia applicato correttamente?
Nell’insieme, purtroppo sì. Ci sono situazioni complesse in cui si constata che l'insegnamento del Concilio non è stato ancora compreso. Si pratica ancora un'ermeneutica della discontinuità rispetto alla Tradizione.

Benedetto XVI sembra essere molto attento alla liturgia nel suo pontificato, vero?
È assolutamente vero, ma la precisazione che ho dato concerneva soprattutto i gruppi che pensano che ci sia un'opposizione tra i due Messali.

La Fraternità San Pio X riconosce questo Messale come valido e lecito?
E’ alla Fraternità San Pio X che bisogna chiederlo.

Il Santo Padre desidera che la Fraternità San Pio X si riconcili con Roma?
Certamente. La lettera di revoca delle scomuniche dei quattro vescovi illegittimamente consacrati dall'Arcivescovo Lefebvre è l'espressione del desiderio del Santo Padre di promuovere la riconciliazione della Fraternità San Pio X con la Santa sede.

Il contenuto delle discussioni che si svolgono tra Roma e la Fraternità San Pio X è segreto, ma su quali punti e in che modo si svolgono?
Il nodo essenziale è di carattere dottrinale. Per raggiungere la genuina riconciliazione, si devono superare alcune questioni dottrinali che sono alla base della frattura attuale. Nei colloqui in corso, c'è confronto di argomenti tra gli esperti scelti dalla Fraternità San Pio X e gli esperti scelti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Alla fine, si preparano sintesi conclusive, che riassumono le posizioni espresse dalle due parti. I temi discussi sono noti: il Primato e la collegialità episcopale; il rapporto tra la Chiesa cattolica e le confessioni cristiane non cattoliche; la libertà religiosa; il Messale di Paolo VI. Alla fine dei colloqui, i risultati delle discussioni saranno presentati alle rispettive istanze autorizzate per una valutazione complessiva.

Sembra inconcepibile che ci possa essere una rimessa in discussione del Concilio Vaticano II. Allora su che cosa possono incentrarsi queste discussioni? Su una migliore comprensione di quello?
Si tratta del chiarimento di punti da chiarire che precisano il significato esatto dell'insegnamento del Concilio. Questo è ciò che il Santo Padre ha iniziato a fare il 22 dicembre 2005, comprendendo il Concilio in un'ermeneutica del rinnovamento nella continuità. Tuttavia, ci sono alcune obiezioni della Fraternità S. Pio X che hanno senso, perché c’è stata un'interpretazione di rottura. L'obiettivo è quello di mostrare la necessità di interpretare il Concilio nella continuità della Tradizione della Chiesa.

Il Cardinale Ratzinger è stato responsabile delle discussioni circa 20 anni fa. Continua a seguire il loro sviluppo ora che è Papa?
In primo luogo, il ruolo del segretario è quello di organizzare e garantire il corretto svolgimento delle discussioni. La valutazione di queste compete al Santo Padre che segue le discussioni, con il cardinale Levada, ne è informato e dà il suo parere. Lo stesso avviene d’altronde su tutti i punti che affronta la Congregazione.

lunedì 16 maggio 2011

L'Istruzione Universae Ecclesiae

Torno a scrivere dopo una settimana un po' turbolenta, per diversi motivi, tra i quali il blocco della piattaforma blogger su cui questo blog si fonda. E non potevo non parlare di uno degli eventi in chiave liturgica più importante degli ultimi 50 anni di storia della Chiesa, ossia l'emanazione da parte della Pontificia Commissione Ecclesia Dei dell'Istruzione del papa Universae Ecclesiae (che significa "della Chiesa Universale") sulle misure di attuazione della precedente lettera motu proprio data Summorum Pontificum, datata 2007. Questa istruzione, dopo un periodo di circa tre anni dal motu proprio, fissa definitivamente le modalità, per i fedeli e soprattutto per i vescovi ed il clero, per la celebrazione della Santa Messa secondo la forma extraordinaria del rito romano. Cliccando su questo link potete leggere la traduzione in lingua italiana, pubblicata venerdì scorso sul bollettino quotidiano della Sala Stampa Vaticana, accompagnata da una nota redazionale.
Alla luce delle suggestive celebrazioni del papa in visita ad Aquileia e Venezia, specialmente noi, popolo del Nordest, abbiamo la possibilità di leggere queste importanti righe da un particolare punto di vista. Una prima affermazione importante, già presente nel motu proprio e ribadita anche all'inizio dell'istruzione, è la seguente:

«I testi del Messale Romano di Papa Paolo VI e di quello risalente all’ultima edizione di Papa Giovanni XXIII, sono due forme della Liturgia Romana, definite rispettivamente ordinaria e extraordinaria: si tratta di due usi dell’unico Rito Romano, che si pongono l’uno accanto all’altro. L’una e l’altra forma sono espressione della stessa lex orandi della Chiesa. Per il suo uso venerabile e antico, la forma extraordinaria deve essere conservata con il debito onore».
(§ 6)

Dunque non due Messe diverse, nemmeno una più valida dell'altra; entrambe le forme, vale a dire quella alla quale assistiamo tutte le domeniche nella maggior parte delle nostre chiese e quella nel rito cosiddetto "tridentino", sono la stessa Messa. Questa affermazione sembrerebbe quantomeno fantasiosa; chiunque abbia assistito ad una Messa tridentina o sappia per lo meno di cosa si sta parlando, e la confrontasse con quella che, nella maggior parte dei casi, frequenta nella propria parrocchia, a tutto potrebbe pensare tranne che si parli della stessa cosa. Forse risulterebbero meno differenti se il modo di celebrare la Messa nella forma ordinaria fosse più rispettoso delle rubriche che fin dal Concilio Vaticano II la Chiesa ha sempre emanato. Ritornano, allora, alla mente tutte le frasi, abbondantemente già citate, delle costituzioni conciliari e, talvolta, anche dall'introduzione al Messale di Paolo VI, dopo la riforma liturgica; e ritorna alla mente anche la Solenne Messa celebrata da papa Benedetto XVI al parco san Giuliano. In effetti la Santa Messa "riformata", come è anche chiamata la forma del rito ordinario, post-conciliare, al giorno d'oggi è fatta teatro dei più fantasiosi esperimenti liturgico-cinematografico-musicali. Non possiamo negare che, con l'alibi di "stare al passo con i tempi", o di attirare i giovani alla Santa Messa, ché altrimenti non ci verrebbero più (come se oggi le nostre chiese traboccassero di giovani, specialmente cresimati), la Messa si è trasformata piuttosto in una commedia teatrale, in un palco da concerti rock o in una sala da film. Il carattere del sacro sembra talvolta essere completamente scomparso dalla Santa Messa e dai luoghi di culto in generale; con la pretesa di interpretare il desiderio di Nostro Signore, che gradirebbe il culto in ogni forma lo si voglia a Lui rivolgere, specialmente se il più difforme possibile dalle rubriche liturgiche, si è finito per ridurre il Supremo Sacrificio del Signore sull'altare ad un banale incontro tra amici che si ritrovano la domenica.
Di fronte ad uno scenario come questo risuonano pesantemente le parole che il nostro Santo Padre ci ha rivolti nella Basilica Cattedrale di san Marco:

«La nostra vita spirituale dipende essenzialmente dall’Eucaristia. Senza di essa la fede e la speranza si spengono, la carità si raffredda. Vi esorto pertanto a curare sempre più la qualità delle celebrazioni eucaristiche, specialmente di quelle domenicali, affinché il Giorno del Signore sia vissuto pienamente e illumini le vicende e le attività di tutti i giorni».

A questo scopo ecco il proponimento del pontefice nell'emanazione del motu proprio prima e di questa Istruzione poi: le due forme del rito romano, quella ordinaria e quella extraordinaria, "possono arricchirsi a vicenda", come diceva nella lettera inviata ai vescovi nel 2007. Il papa non ha pensato di tornare a promuovere la liturgia antica soltanto a vantaggio di coloro che non vogliono celebrare in alcun altro rito che quello antico; egli ha pensato ad un rilancio della celebrazione della Santa Messa nella venerabile forma extraordinaria anche e soprattutto per la totalità dei fedeli, perché frequentando l'una e l'altra forma essi possano recuperare il senso del sacro, la venerazione nei confronti della Santissima Eucarestia, la bellezza della lingua e del canto sacro nella liturgia riformata, il significato dell'espressione "partecipazione alla Santa Messa", che non si riduce ad un semplice ripetere con la propria bocca le parole o i canti. Non solo; ma noi oggi, con l'alfabetizzazione che abbiamo (nemmeno da porre in confronto con quella di 50 anni fa, quando vi era solo il rito tridentino) e grazie anche alla Messa nella forma ordinaria, che ci ha dato modo di familiarizzare nella lingua volgare con le parti dell'ordinario della Messa, abbiamo la possibilità straordinaria di accostarci alla Messa antica in maniera molto più efficace di quanto facevano i nostri antenati. Quindi chi obietta che "la Messa in latino è sbagliata perché non si capisce niente", come si sentiva anche domenica scorsa al parco san Giuliano credo abbia sbagliato in partenza; se è vero che si fa più fatica a capire, forse, quello che dice il prete o canta la schola (ma fare più fatica non vuol dire che non ci si possa riuscire), d'altra parte ciò ci aiuta ad accostarci meglio (anche con la fatica dell'intelletto, che spesso vorremmo fare a meno di usare) a Gesù Cristo, giacché la piena comprensione del mistero della Santa Messa, credo, nessuno abbia la pretesa di raggiungerla, sia in italiano che in latino.
D'altra parte nessuno è autorizzato a considerare questo atto magisteriale del papa e della Chiesa come una vittoria dal semplice gusto politico, quasi ad usare la Santa Messa come arma per la lotta ideologica fra le due fazioni pro e contro la Messa in latino; infatti, leggiamo nella stessa istruzione:

«I fedeli che chiedono la celebrazione della forma extraordinaria non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria e/o al Romano Pontefice come Pastore Supremo della Chiesa universale».
(§ 19)

Chi ama il latino e la liturgia antica in generale per la Santa Messa non lo fa (e non lo deve fare) per astruse convinzioni personali (che nel caso di alcuni gruppi sfociano in aperte eresie); prima di tutto deve esserci l'amore, nostro nei confronti del Signore, che ha scelto la Santa Messa per tornare da noi col suo Corpo ed il suo Sangue, e Suo nei nostri confronti, poiché ci rende partecipi di questi misteri, così lontani dal nostro mondo e dal nostro modo di pensare. Proprio per questi motivi non dobbiamo cadere nella tentazione di credere che, rendendo la liturgia più vicina a quello che ci fa comodo, come un comizio, una commedia od un concerto rock, essa ci faccia più degnamente accostare al nostro Salvatore, e invece arricchendola col tesoro del canto gregoriano o polifonico e della lingua latina, sia essa, e non noi stessi, ad allontanarci da Lui.
Ringraziamo il Signore ed il nostro Santo Padre, che in nome Suo pasce le pecore del popolo di Dio; preghiamo perché i vescovi e i nostri pastori siano conformi alle sue decisioni, e non vi si oppongano, magari in nome di qualche ideologia che, soltanto per ragioni cronologiche, oggi viene spesso identificata con il fantomatico spirito del concilio.

lunedì 14 marzo 2011

Don Bosco ai giovani: La Messa è Sacrificio

Vorrei riproporre oggi un pensiero di san Giovanni Bosco, dal libello "Il giovane provveduto per la pratica de' suoi doveri negli esercizi di cristiana pietà". Nella premessa leggiamo lo scopo che con questo componimento don Bosco si prefiggeva:

«Due sono gl'inganni principali, con cui il demonio suole allontanare i giovani dalla virtù. Il primo è far loro venire in mente, che il servire al Signore consista in una vita malinconica e lontana da ogni divertimento e piacere. Non è così, cari giovani. Io voglio insegnarvi un metodo di vita cristiana, che vi possa nel tempo stesso rendere allegri e contenti, additandovi quali siano i veri divertimenti e i veri piaceri, talché voi possiate dire col santo profeta Davide: serviamo al Signore in santa allegria: servite Domino in laetitia. Tale appunto è lo scopo di questo libretto, servire al Signore e stare allegri.»

A giudizio del santo piemontese, uno dei motivi per cui i giovani del suo tempo si tenevano lontani da una vita virtuosa è che essa è spesso dipinta (dal diavolo) come una sorta di investimento in perdita, che priva dai divertimenti e dalla letizia; a ben guardare, però, questo modo di vedere le cose non si è affatto modificato dai tempi di san Giovanni Bosco, ed ancora oggi è "uno dei principali inganni che allontanano i giovani dalla virtù". Tuttavia il santo sacerdote non illude il giovane sul fatto che è possibile divertirsi dei divertimenti del mondo servendo Dio: egli, infatti, precisa che vi sono "veri divertimenti" e "veri piaceri". A mio modo di vedere questo insegnamento di don Bosco non è ancora sufficientemente recepito; è inutile negare che molto spesso si crea (a volte anche in buona fede) questa illusione. Col pretesto, cioè, di "attirare" il giovane alla Messa o alla vita di parrocchia e di non farlo allontanare, si contrattano le verità di fede: ad esempio tacendo su quelle parti del Catechismo (significato del peccato e del peccato mortale, etica e morale sessuale, matrimonio etc.) più scomode per i giovani, perché costringono ad una revisione della propria condotta di vita e a delle rinunce (a volte faticose), oppure, addirittura, dicendo che queste cose, pur presenti nel Catechismo, non sono più valide oggi, ma piuttosto retaggio di un passato della Chiesa fatto di superstizioni e spesso legato al periodo preconciliare. San Giovanni Bosco non sembra essere dello stesso avviso; intende insegnare "un metodo di vita cristiana che possa rendere allegri e contenti", ma della vera letizia cristiana, che a differenza della gioia e del divertimento mondani, dona pace allo spirito, e non al corpo. Infatti, collegato a questo inganno, ve n'è un altro:

«L'altro inganno è la speranza di una lunga vita colla comodità di convertirvi nella vecchiaia od in punto di morte. Badate bene, miei figliuoli, che molti furono in simile guisa ingannati. Chi ci assicura di venir vecchi? Uopo sarebbe patteggiare colla morte che ci aspetti fino a quel tempo: ma vita e morte sono nelle mani del Signore, il quale può disporne come a lui piace.»

Non che il santo piemontese indichi intrinsecamente malvagio sperare in una lunga vita, ma l'errore sta nel confidare che essa si protragga per lasciarci il tempo di sfogarci coi nostri divertimenti, e poterci comodamente convertire alla fine, quando ormai non ci resta più nulla da fare. In questo è in gioco la nostra responsabilità, poiché, se conosciamo di essere in peccato dobbiamo desiderare convertirci, sia quella degli educatori, poiché da loro, in qualche modo, dipende la salvezza delle anime dei propri discenti.
Una delle sezioni di questa importante e nobile opera di don Bosco è, dunque, dedicata alla Santa Messa. Alla luce di quanto espresso nella premessa, io penso che abbiamo qui una lezione valida ancora, e soprattutto, oggi, quando, per dirla con le parole del card. Burke, "il modo della riforma del rito della Messa ha abbastanza oscurato l'azione divina nella Santa Messa [...] e ha indotto alcuni nell'errore che la Santa Liturgia è una nostra attività". Scrive infatti san Giovanni Bosco:

«Avvertimento: la Messa è l'offerta ed il sacrificio del Corpo e del Sangue di Nostro Signor G. C. che viene offerto e distribuito sotto le specie del pane e del vino consacrato; capite bene, o figliuoli, che nell'assistere alla santa Messa fa lo stesso come se voi vedeste il Divin Salvatore uscir di Gerusalemme e portare la croce sul monte Calvario, dove giunto viene, fra' più barbari tormenti, crocifisso spargendo fino all'ultima goccia il proprio sangue. Questo medesimo sacrificio rinnova il sacerdote mentre celebra la santa Messa, con questa sola distinzione che il sacrifizio del Calvario Gesù Cristo lo fece collo spargimento di sangue, quello della Messa è incruento, cioè senza spargimento di sangue.»

Questo era il tenore degli insegnamenti di don Bosco ai suoi giovani; egli non temeva, parlando in questi termini, di correre il rischio che i ragazzi si allontanassero dalla Messa. Anzi, avendo più premura della salvezza delle loro anime, li esorta, li ammonisce e li rimprovera in questo modo:

«Siccome non si può immaginare cosa più santa, più preziosa quanto il Corpo, il Sangue, l'Anima e la Divinità di Gesù Cristo, così voi, quando andate alla santa Messa, voglio siate persuasi che fate un'azione la più grande, la più santa, la più gloriosa a Dio, e la più utile all'anima propria. Gesù Cristo viene Egli stesso in persona ad applicare a ciascuno in particolare i meriti di quel sangue adorabilissimo, il quale sparse per noi sul Calvario in croce. Ciò deve inspirarci una grande idea della santa Messa e farci desiderare di assistervi bene. Ma il vedere tanti figliuoli con volontà deliberata distratti starvi irriverentemente senza modestia, senza attenzione, senza rispetto, rimanendosi in piedi, guardando qua e là, ah! costoro rinnovano più volte i patimenti del Calvario con grave scandalo de' compagni e disonore della religione! Per evitar un male così grande entrate con disposizioni di vero cristiano nello spirito di Gesù Cristo, e supponete di vederlo cominciare la sua dolorosa passione, esposto a' più barbari trattamenti per nostra salvezza.»

Se guardiamo queste parole con gli occhi del mondo, viene subito da chiedersi: dove sarebbe l'allegria e la contentezza? Sembra piuttosto che vivere la Messa, secondo don Bosco, sia quanto di più lontano dalla gioia, dalla festa e dal divertimento. Allora capiamo ancora di più il significato di quelle espressioni, "veri divertimenti" e "veri piaceri" che il cristiano, come insegna san Giovanni Bosco, deve perseguire nella sua vita: il cristiano trova letizia nel rivivere l'incruento sacrificio di Nostro Signore durante la Santa Messa per riceverne ogni beneficio spirituale. Al contempo il santo mette in guardia dalle distrazioni, dagli atti blasfemi e dalle mancanze di rispetto: di fronte al Signore che non solo si fa presente nella Santa Messa, ma ricompie il sacrificio tramite il quale ci ha redenti, non possiamo permettere di distraci, dobbiamo prepararci con ogni cura a questo mistico incontro con il Salvatore. Per questo è importante avere in somma considerazione la liturgia: anche i canti e gli atteggiamenti devono essere tutti diretti verso Cristo, e capiamo, dunque, come esistano musiche ed atteggiamenti del corpo adatti a varcare la soglia della chiesa ed altri che è bene, per rispetto e per il santo Timor di Dio, restino fuori.
San Giovanni Bosco conclude questa sezione del suo libello con una sorta di guida per "assistere con frutto alla Santa Messa"; sono indicazioni forgiate a misura della Messa antica, la quale per sua natura è tutta improntata a Cristo e al suo Sacrificio, ma che è bene applicare anche a quella riformata, per recuperarne la direzione corretta verso Nostro Signore e la sua dimensione sacrificale, nonché la differenza (che è necessario tener ben presente) tra la gioia del mondo e la letizia che promana dalla liturgia.

In principio della Messa

Signor mio Gesù Cristo, io vi offerisco questo santo sacrifizio a vostra maggior gloria ed a bonte spirituale dell'anima mia, fatemi la grazia che il mio cuore e la mia mente ad altro più non pensino che a voi. Anima mia, scaccia ogni altro pensiero e preparati ad assistere a questa santa Messa col massimo raccoglimento.

Al Confiteor

Io confesso a Dio onnipotente, alla Beata sempre Vergine Maria, al Beato Michele Arcangelo, al Beato Giovanni Battista, a' santi apostoli Pietro e Paolo e a tutti i Santi, che molto peccai con pensieri, parole ed opere per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Perciò prego la Beata Vergine Maria, il Beato Michele Arcangelo, il B. Giovanni Battista, i Ss. Apostoli Pietro e Paolo e tutti i santi ad intercedere per me appresso il Signor nostro Iddio.

Il Sacerdote ascende all'altare

Tutta la terra vi adori, o Signore, e canti lode al vostro santo nome. Sia gloria al Padre, al Figliuolo ed allo Spirito Santo. Così sia.

Al Kyrie eleison

Signor mio G. C, abbiate misericordia di questa povera anima mia.

Al Gloria

Sia gloria a Dio nel più alto de' cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà, perchè solo Iddio è degno di essere lodato e glorificato per tutti i secoli.

All'Oremus

Ricevete, o Signore, le preghiere che da questo sacerdote vi sono indirizzate per me. Concedetemi la grazia di vivere.e morire da buon cristiano nel grembo della santa Madre Chiesa.

All'Epistola

Infiammate, o Signore, il cuor mio del vostro santo amore, acciocchè io vi ami e vi serva tutti i giorni della mia vita.

Al Vangelo

Io sono pronto, o Signore, a confessare la fede del Vangelo a costo della mia vita, professando le grandi verità, che ivi sono contenute. Datemi grazia e fortezza per fare la vostra Divina volontà, e fuggire tutte le occasioni di peccare.

Al Credo

Io credo fermamente tutte le verità che voi, mio Dio, rivelaste alla vostra Chiesa, perchè siete verità infallibile. Accrescete perciò in me lo spirito di viva fede, di ferma speranza, e d'infiammata carità.

All'Offertorio

Vi offerisco, o mio Dio, per le mani del Sacerdote quel pane e quel vino che debbono essere cangiati nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. Vi offro nel medesimo tempo il mio cuore, la lingua mia, affinchè per l'avvenire altro non desideri nè di altra cosa io parli, se non di quello che riguarda al vostro santo servizio.

All'Orate Fratres

Ricevete, Signore, questo sagrifizio per onore e gloria del vostro santo nome, per mio vantaggio, e per quello di tutta la vostra Santa Chiesa.

Al Praefatio

Mio cuore, alzati a Dio e pensa alla passione di G. C., che egli rinnova pe' tuoi peccati.

Al Sanctus

Anima mia, unisci ogni tuo affetto al coro degli Angeli, e canta con essi un inno di gloria dicendo: Santo, Santo, Santo è il Signore, il Dio degli eserciti. Sia glorificato e benedetto per tutti i secoli.

Al Memento dei vivi

Vi prego, o Gesù mio, di ricordarvi de' miei genitori, degli altri parenti, de' miei benefattori, degli amici miei, ed anche de' miei nemici: ricordatevi altresì del Sommo Pontefice e di tutta la Chiesa, e di ogni autorità spirituale e temporale, a cui tutti sia pace, concordia e benedizione.

All’elevazione dell'Ostia

Con tutta umiltà prostrato vi adoro, o Signore, e credo fermamente che voi esistete in questa Ostia sacra. Oh gran mistero, un Dio viene dal cielo in terra per la mia salute! Sia lodato e ringraziato ogni momento il santissimo e divinissimo sacramento. (100 giorni d'indulgenza ogni volta).

All’Elevazione del calice

Signor mio Gesù Cristo, io adoro quel sangue che voi spargeste per salvare l'anima mia. Io ve l'offerisco in memoria della vostra passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo; ricevetelo in isconto de' miei peccati, e pei bisogni di santa Chiesa.

Al memento dei morti

Ricordatevi, Signore, delle anime del Purgatorio e specialmente di quelle de' miei parenti, benefattori spirituali e temporali. Liberatele da quelle pene e date a tutte la gloria del paradiso.

Al Pater noster

Vi ringrazio, Gesù mio, di questo eccellente modello di preghiera che mi deste: fatemi la grazia che io la possa recitare colla divozione e coll'attenzione che si merita. Concedetemi quanto in essa vi domanda per me quel sacerdote, e soprattutto che io non cada in mortale peccato, unico e sommo male che può farmi perdere eternamente. Dite il Pater noster, etc.

All'Agnus Dei

Gesù, agnello immacolato, vi supplico ad usare misericordia a me e a tutti gli uomini del mondo affinchè tutti si convertano a voi, per godere quella vera pace che provano coloro che sono in grazia vostra.

Al Domine non sum dignus

O Signore, per la moltitudine de' miei peccati io non son degno che voi veniate ad abitare nell'anima mia, ma dite solamente una parola, e mi sarà rimesso ogni peccato. Oh quanto mi spiace di avervi offeso, fatemi la grazia, che non vi offenda mai più per l'avvenire.

Alla Comunione

Se non potete comunicarvi sacramentalmente fate almeno la comunione spirituale, che consiste in un ardente desiderio di ricevere Gesù nel vostro cuore, dicendo: Mio caro e buon Gesù, poichè questa mattina io non posso ricevere l'Ostia santa, venite nondimeno a prendere possesso di me colla vostra grazia, onde io viva sempre nel vostro santo amore. La grazia che singolarmente vi domando è di potere star lontano dalle cattive compagnie, che pur troppo sono stato occasione delle mie cadute nel peccato.

Alle ultime orazioni

Vi ringrazio, o mio Dio, di esservi sacrificato per me. Fate che sin da questo momento tutto io mi possa sacrificare a Voi. Dispiaceri, fatiche, caldo, freddo, fame, sete ed anche la morte tutto accetterò volentieri dalle vostre mani, pronto ad offerire tutto e perdere tutto, purchè io possa adempiere quello che prescrive la vostra santa legge.

Alla Benedizione

Benedite, Signore, queste sante risoluzioni, beneditemi per la mano del vostro ministro, e fate che gli effetti di questa benedizione siano eternamente sopra di me. Nel nome del Padre, e del Figliuolo, e dello Spirito Santo. Così sia.

All’ultimo Vangelo

Verbo eterno, fatto carne per salvare l'anima mia, io vi adoro col più profondo rispetto, e vi ringrazio di quanto patiste per me. Concedetemi la grazia di conservare i frutti di questa santa Messa; perdonatemi, se non vi ho assistito colla debita attenzione, e fate che uscendo io di questa chiesa abbiano gli occhi, la lingua e tutti i sensi miei in sommo orrore ogni cosa che si opponga alle verità del vostro santo Vangelo. Dite una Salve alla B. V. Immacolata ed un Pater a S. Giuseppe, affinchè vi aiutino a mantenere i proponimenti fatti, e soprattutto ad evitare lo occasioni del peccato.

mercoledì 16 febbraio 2011

Il pensiero di Joseph Ratzinger sulla liturgia

«Nella nostra riforma liturgica c'è la tendenza, a parer mio sbagliata, ad adattare completamente la liturgia al mondo moderno. Essa dovrebbe quindi diventare ancora più breve e da essa dovrebbe essere allontanato tutto ciò che si ritiene incomprensibile; alla fin fine, essa dovrebbe essere tradotta in una lingua ancora più semplice, più "piatta". In questo modo, però, l'essenza della liturgia e la stessa celebrazione liturgica vengono completamente fraintese. Perché in essa non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall'eternità. [...] Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? [...] Purtroppo da noi c'è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n'è per l'antica liturgia. Così siamo sicuramente su una strada sbagliata.»


Riprendo oggi questo breve pensiero dell'allora cardinale Joseph Ratzinger sulla liturgia, tratto dal libro "Il sale della terra", pubblicato oggi dal blog Cordialiter. Possiamo notare come questo pensiero dell'attuale pontefice ricalchi quello espresso da padre Lang e ripreso in un post precedente, sulla comprensione della lingua nella celebrazione, quando dice: «Nella liturgia non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall'eternità». In questo modo, infatti, si intende la actuosa partecipatio auspicata dai tempi del Concilio Vaticano II, e molto spesso fraintesa dagli stessi sacerdoti e liturgisti. Mi permetto di affermarlo perché, a leggere gli atti ufficiali con i quali la Chiesa regolamenta il Culto Divino, non vi è traccia di una "partecipazione attiva" che implichi per il fedele che assiste alla celebrazione il "dover fare qualcosa" materialmente; semmai il contrario, come possiamo leggere, ad esempio, nell'Istruzione Redemptionis Sacramentum:

«Benché la celebrazione della Liturgia possieda indubbiamente tale connotazione di partecipazione attiva di tutti i fedeli, non ne consegue, come per logica deduzione, che tutti debbano materialmente compiere qualcosa oltre ai previsti gesti ed atteggiamenti del corpo, come se ognuno debba necessariamente assolvere ad uno specifico compito liturgico.»
(Redemptionis Sacramentum n.40)

O, ancora più chiaramente, nell'ormai dimenticata Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis:

«Tuttavia, non dobbiamo nasconderci il fatto che a volte si è manifestata qualche incomprensione precisamente circa il senso di questa partecipazione. Conviene pertanto mettere in chiaro che con tale parola non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione. In realtà, l'attiva partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l'esistenza quotidiana. Ancora pienamente valida è la raccomandazione della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, che esortava i fedeli a non assistere alla liturgia eucaristica "come estranei o muti spettatori", ma a partecipare "all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente".»
(Sacramentum Caritatis, n. 52)

E' quindi necessario porre una certa attenzione a quello che significa "partecipare" al Sacrificio. Alcuni, spesso in contrapposizione con la Messa Tridentina, pensano che una delle conquiste della riforma liturgica sia stata quella di promuovere la partecipazione dell'assemblea, nel senso che prima i fedeli "assistevano" alla Santa Messa, ora vi "partecipano". Esiste un certo modo di intendere la partecipazione dell'assemblea secondo il quale, essendo il popolo dei battezzati «Stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa» (1 Pt 2,9) non esiste una vera e propria differenza fra il sacerdozio del prete e quello del battezzato in generale. Ora, questa interpretazione, che ha contribuito, come diceva Giovanni Paolo II (Discorso ai vescovi statunitensi, 1993), alla clericalizzazione dei laici e alla laicizzazione del clero, è stata più volte sconfessata dal Magistero della Chiesa; leggiamo ad esempio, sempre nella Redemptionis Sacramentum:

«Il sacrificio eucaristico non va poi ritenuto come "concelebrazione" in senso univoco del Sacerdote insieme con il popolo presente. Al contrario, l’Eucaristia celebrata dai Sacerdoti è un dono "che supera radicalmente il potere dell’assemblea […]. La comunità che si riunisce per la celebrazione dell’Eucaristia necessita assolutamente di un Sacerdote ordinato che la presieda per poter essere veramente assemblea eucaristica. D’altra parte, la comunità non è in grado di darsi da sola il ministro ordinato". È assolutamente necessaria la volontà comune di evitare ogni ambiguità in materia e portare rimedio alle difficoltà insorte negli ultimi anni. Pertanto, si usino soltanto con cautela locuzioni quali "comunità celebrante" o "assemblea celebrante" [...] e simili.»
(Redemptionis Sacramentum, n.42)

Quindi l'assemblea non "partecipa" alla celebrazione della Santa Messa nel senso che "ha una parte" del ruolo ministeriale che spetta, invece, solo al prete. Che senso ha, quindi, la partecipazione dell'assemblea alla Santa Messa? Se ricordiamo che la Divina Liturgia Eucaristica è il Sacrificio di Cristo, che ogni giorno si compie sull'altare (come mirabilmente troviamo scritto nel Magistero della Chiesa), partecipare alla Messa significa partecipare alla Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo sulla Croce. Allora si comprende come "assistere" e "partecipare" alla Santa Messa non abbiano un significato diverso, o addirittura contrapposto: come san Giovanni e la Madonna assistevano inermi alle sofferenze di Cristo sulla Croce anche noi, nelle nostre chiese, siamo chiamati ad assistervi; come essi partecipavano del suo dolore anche noi, quando "partecipiamo" alla Santa Messa, ci facciamo come san Giovanni e la Vergine Addolorata ai piedi della Croce. In questo modo il sacerdozio battesimale spinge ogni battezzato a proclamare "le opere ammirevoli di Lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce" (1 Pt 2,9).
Ancora il card. Ratzinger afferma, in questo caso sulla liturgia antica: «Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? [...] Purtroppo da noi c'è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n'è per l'antica liturgia. Così siamo sicuramente su una strada sbagliata». In queste parole, scritte nel 2005, troviamo facilmente riferimento nella lettera motu proprio "Summorum Pontificum Cura" e nella relativa lettera di accompagnamento ai vescovi; in esse il papa auspicava che il rito antico e quello nuovo possano vicendevolmente arricchirsi, per recuperare dove è stata perduta una liturgia autentica. Troviamo, ancora, riferimento all'ermeneutica della continuità che il papa (in maniera più forte dopo la sua elezione al soglio pontificio) ha sempre affermato essere la giusta chiave di lettura del Concilio Vaticano II. D'altra parte lo stesso papa Paolo VI, ormai alla chiusura del Concilio, aveva scritto, nell'Enciclica Mysterium Fidei:

«Chi mai potrebbe tollerare che le formule dogmatiche usate dai Concili Ecumenici per i misteri della SS. Trinità e dell'Incarnazione siano giudicate non più adatte agli uomini del nostro tempo ed altre siano ad esse temerariamente surrogate? Allo stesso modo non si può tollerare che un privato qualunque possa attentare di proprio arbitrio alle formule con cui il Concilio Tridentino ha proposto a credere il Mistero Eucaristico. Poiché quelle formule, come le altre di cui la Chiesa si serve per enunciare i dogmi di fede, esprimono concetti che non sono legati a una certa forma di cultura, non a una determinata fase di progresso scientifico, non all'una o all'altra scuola teologica, ma presentano ciò che l'umana mente percepisce della realtà nell'universale e necessaria esperienza: e però tali formule sono intelligibili per gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.»

Non facciamoci, dunque, scoraggiare dalle voci di questi giorni su documenti pronti a stravolgere questo pensiero del papa sulla liturgia antica e nuova, o da quelle di teologi tedeschi che vorrebbero stravolgere la dottrina cattolica; io ho fede in Nostro Signore e fiducia nel Santo Padre. Preghiamo perché lo Spirito Santo guidi sempre le sue azioni, affinché le forze degli inferi non prevalgano.

Alcune letture che vengono riprese in questo articolo:

martedì 14 settembre 2010

Tre anni dal motu proprio

Tre anni fa, il 14 settembre 2007, entrava in vigore il motu proprio Summorum Pontificum; il motu proprio è un atto che il papa ha compiuto di sua volontà, senza suggerimenti esterni, ma per la sua stessa volontà. Con questo particolare atto papa Benedetto XVI ha voluto rendere più semplice per tutti la celebrazione della Messa secondo il messale di San Pio V, detta anche Messa tridentina poiché rimasta pressoché immutata dal Concilio di Trento del XVI secolo (l'unica modifica che si ebbe nel Canone, la Preghiera Eucaristica che porta alla Consacrazione, fu compiuta dal beato Giovanni XXIII nel 1962 con l'inserimento del nome di San Giuseppe). Con il Concilio Vaticano II era auspicato un aggiornamento del Messale Romano secondo le rubriche approvate dai padri conciliari, anche se la riforma liturgica che seguì (nel 1970) modificò profondamente la struttura della celebrazione Eucaristica rispetto a quella precedente. Il nuovo Messale conteneva così nuove Preghiere Eucaristiche, il Lezionario consentiva di ascoltare durante l'anno molti più brani biblici; ma in molti casi l'introduzione delle nuove traduzioni nazionali finì per far perdere l'uso della lingua latina, vista, erroneamente, come obsoleta e incomprensibile, mentre il Concilio ne prevedeva non solo la conservazione, ma anche la promozione (Sacrosanctum Concilium n. 36). Si assistette a quella che papa Benedetto chiama Ermeneutica della discontinuità o della rottura, cioè una chiave di lettura del Concilio Vaticano II che interpreta tutto ciò che vi era prima come superato, o addirittura superstizioso e sbagliato, mentre è necessario superare i testi del Concilio non tanto seguendo i testi stessi, quanto più il loro "spirito", cosa che, per l'inevitabile vaghezza su come si definisca tale spirito, ha causato confusione (Discorso ai membri della Curia Romana del 22 dicembre 2005). L'altra ermeneutica, quella della continuità, che "silenziosamente ma sempre più visibilmente ha portato frutti", afferma invece che il Concilio "vuole trasmettere pura ed integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti", individuando la novità del Concilio non già come una novità di contenuti, bensì del "modo col quale essi sono enunciati" (S. Oec. Conc. Vat. II Constitutiones Decreta Declarationes, 1974, pp. 863-865). In questo ambiente ha trovato fertile terreno il motu proprio di cui parliamo; in alcuni casi, e specialmente dai fautori di quella ermeneutica della discontinuità che "non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna" (Discorso ai membri della Curia Romana del 22 dicembre 2005), si è voluto ridurre la promulgazione del motu proprio come una semplice dispensa data dal papa ai cosiddetti Lefebvriani (i seguaci di mons. Marcel Lefebvre, che subito dopo il Concilio Vaticano II se ne discostarono in maniera decisa sia sul piano dottrinale che liturgico, fino ad arrivare alla scomunica dello stesso Lefebvre e di altri quattro presuli, perché nominati senza il consenso del papa, scomunica recentemente rimessa). Non nascondendo le positive implicazioni che questo atto ha ed ha avuto nel ricucire lo strappo con i Lefebvriani, papa Benedetto ha però sottolineato come "ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto" (Lettera ai vescovi per la pubblicazione del Motu proprio); quindi un atto per tutta la Chiesa, e non solo per pochi. Non manca poi di precisare che "non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum; nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura". E fa parte della continuità della Chiesa anche la Messa antica, poiché "ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso".
Questa una breve storia del motu proprio, che in questi anni, tra inevitabili polemiche ma anche tra importanti prove di fede, ha fatto in modo che la celebrazione della Messa antica si diffondesse non solo nelle grandi città e nelle fraternità sacerdotali dispensate, ma anche nelle piccole chiese di tutto il mondo.

Per conoscere in maniera più approfondita il motu proprio e le ragioni che hanno spinto il papa a promulgarlo, pubblichiamo di seguito i documenti più significativi in merito:

giovedì 22 luglio 2010

Intervista al cardinal Canizares sulla liturgia

La scorsa settimana il cardinale Antonio Canizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e per la Disciplina dei Sacramenti (l'organismo della Chiesa che si occupa della promozione e della regolamentazione della Liturgia), che avremo l'onore di ricevere nella nostra parrocchia per la festa quinquennale della Madonna dell'Angelo di settembre, ha rilasciato un'intervista alla testata cattolica tedesca Tagespost circa la liturgia, in occasione del terzo anniversario dalla promulgazione del motu proprio pontificio "Summorum Pontificum". Nell'intervista, che segue in una traduzione italiana tratta dal sito messainlatino.it, egli parla di come la liturgia antica (l'unico rito esistente prima della riforma liturgica post-conciliare) possa comunicare alla nuova, essendo le due forme del rito una sola, specialmente per quel che riguarda il senso del mistero e del sacro e soprattutto il senso di ciò che comporta la Sovranità del Signore; inoltre il cardinale nota come la proficua comunione fra rito antico e rito nuovo costituisca un rinnovamento, utile in particolar modo ai giovani, perché possano essere allevati allo spirito della liturgia. Ma leggiamo direttamente le parole del cardinale:

- Eminenza, quando il Santo Padre scrisse all’episcopato mondiale a proposito del Summorum Pontificum parlò perfino di dure opposizioni. Le cose sono cambiate?
Il clima è sostanzialmente rimasto lo stesso. Credo tuttavia che sia in corso un cambiamento. Viene compreso sempre più quale sia l’oggetto del motu proprio. La comprensione della liturgia nella tradizione della Chiesa è cresciuta e lo stesso vale per l’ermeneutica della continuità. Tutto questo contribuisce non solo all’accettazione del motu proprio, ma a portare avanti un rinnovamento della liturgia, nel senso che lo spirito della liturgia viene nuovamente vissuto in profondità.

- In Francia esistono due seminari diocesani che educano i loro seminaristi alla celebrazione in entrambe le forme del rito romano. Come giudica questo esempio?
Esiste un’unica liturgia. Conseguentemente le due forme del rito vanno entrambe bene appunto perché si tratta di una sola ed unica liturgia. Circa questo punto bisogna osservare come la Chiesa, sulla base dell’ermeneutica della continuità, non abbia mai né congelato né interrotto la continuità con il Messale di Giovanni XXIII. La tradizione della Chiesa viene integrata dallo sviluppo seguente il Concilio Vaticano II, pertanto la formazione liturgica di tutti deve sempre essere orientata dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium. Alla luce della ricchezza del rito romano nella sua integrità, alla quale appartengono sia il Messale di Giovanni XXIII che la riforma liturgica postconcliliare, non è possibile contrapporre le due forme: esse sono espressione della medesima ricchezza liturgica.

- Condivide la scelta del Vescovo di Tolone, che ha voluto che i suoi seminaristi fossero educati alla celebrazione in entrambe le forme?
Egli vede la tradizione della Chiesa proprio secondo l’ermeneutica della continuità. E poiché la Sacrosanctum Concilium resta ovviamente valida, egli le dà seguito secondo una formazione liturgica nella quale viene appresa la celebrazione in entrambe le forme. I buoni frutti di questa scelta sono già visibili nella Diocesi di Tolone.

- Quali elementi della forma straordinaria potrebbero essere integrati in quella ordinaria?
Il senso del mistero e del sacro, e soprattutto il senso di ciò che comporta la Sovranità del Signore. Si tratta della grandezza di Dio e del Suo mistero. L’uomo è sempre indegno di avere parte attiva in questa liturgia donata da Dio. Dobbiamo riscoprire il Diritto di Dio, lo “ius divinum”: prima lo si fa, meglio è. Purtroppo oggi si ha spesso l’impressione che la liturgia sia qualcosa di cui l’uomo può disporre e nella quale sia lui stesso ad agire. Questo rispecchia la secolarizzazione del nostro tempo, che mette altri aspetti in secondo piano. Ciò ha fatto sì che la riforma liturgica del Concilio Vaticano II non abbia prodotto i frutti desiderati.

- Cosa consiglia ai Sacerdoti? Come dovrebbero iniziare?
I Sacerdoti devono tornare a prepararsi alla S. Messa così com’è previsto nel rito straordinario. Lo stesso vale per l’atto penitenziale e la consapevolezza che non siamo noi a rendere noi stessi degni di celebrare, ma la nostra fiducia nella misericordia e nel perdono di Dio che ci avvicinano alla presenza di Dio nella celebrazione. Un tesoro da non dimenticare è la dimensione del Sacrificio così com’è descritta nei testi di preghiere. Da tutto questo emerge un atteggiamento molto profondo che dovremmo interiorizzare.

- Nella sua lettera ai Vescovi il Santo Padre ha sottolineato che con il motu proprio viene perseguita la riconciliazione interna della Chiesa. Come giudica il dibattito sulle ordinazioni illecite della Fraternità Sacerdotale San Pio X?
Le ordinazioni rappresentano un momento delicato in un tempo ricco di decisioni importanti. Sarebbe stato auspicabile che si aspettasse a procedere, dal momento che se un giorno si desse una concreta opportunità di accordo, questa potrebbe essere ostacolata proprio dal fatto delle ordinazioni.

- Parliamo della Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid nel 2011. Cosa consiglia a tutti quei giovani che mostrano curiosità nei confronti della Messa in rito antico?
I giovani devono essere allevati nello spirito della liturgia. Sarebbe un errore porsi polemicamente a favore di un rito o dell’altro. Essi hanno bisogno di essere condotti al senso della preghiera e del mistero di Dio. Deve essere trasmessa loro la lode ed il ringraziamento che la Chiesa attraverso i secoli ha espresso nella liturgia. Ciò che oggi manca ai giovani è soprattutto una buona formazione liturgica, indipendentemente dalla forma in cui questa avviene. Questa è la grande sfida per il prossimo futuro, anche per la Congregazione per il Culto Divino ed i Sacramenti. Oggi abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico, come esisteva nel secolo Diciannovesimo e Ventesimo. Non si tratta dunque di una forma o dell’altra, ma della liturgia in quanto tale.

- Come potrà tale nuovo movimento liturgico diventare realtà?
Abbiamo bisogno di una nuova introduzione al Cristianesimo. Anche per bambini e ragazzi. Una introduzione alla liturgia non consiste soltanto in ciò che si deve sapere sulla celebrazione, anche se ovviamente questa resta ineludibile in ambito teologico e dottrinario. Giovani e bambini devono prendere parte a liturgie solenni, permeate dal mistero di Dio. Partecipazione attiva non vuol dire fare qualcosa, ma fare il proprio ingresso nel rito nel ringraziamento, nel silenzio, nell’ascolto, nella preghiera ed in tutto ciò in cui realmente la liturgia consiste. Finché ciò non avrà luogo, non potrà esistere alcun rinnovamento liturgico. Dobbiamo compiere una svolta di centottanta gradi. La pastorale giovanile dovrà essere un luogo in cui possa verificarsi l’incontro con Cristo vivente nella Chiesa. Lì dove Cristo si mostra come qualcuno che appartiene al passato, non è possibile né partecipazione attiva né formazione liturgica. Nessun rinnovamento, per quanto possa essere necessario, potrà mai aver luogo, se la consapevolezza del Cristo vivente non si risveglierà.

lunedì 12 luglio 2010

Il latino e il gregoriano nella liturgia

Volevo segnalare questo interessante video di "sentinelle del mattino" (un gruppo che si occupa dell'evangelizzazione dei giovani e presso i giovani) nell'ambito dell'iniziativa "Café teologico", ossia una serie di incontri informali su temi liturgici, catechistici e sulla morale. Il video in questione è tenuto da don Andrea Brugnoli, coordinatore del gruppo sentinelle del mattino, e riguarda la liturgia antica, recentemente liberalizzata da papa Benedetto XVI con il motu proprio "Summorum pontificum", che proprio quest'anno compie 3 anni di attuazione (il 14 settembre). Il sacerdote espone il concetto di motu proprio ed affronta il tema della liturgia antica, analizzando gli aspetti peculiari di un rito che chi è cresciuto dopo gli anni 70 spesso non ricorda o non ha affatto visto. Parlando della Messa antica, ripercorre alcuni aspetti fondamentali di quello che sulla liturgia dice il Concilio Vaticano II, che spesso si ritiene, erroneamente, contrapposto al cosiddetto "rito tridentino", o al latino e al gregoriano anche nel rito odierno; aspetti che valgono, quindi, sia per la Messa antica che per quella che celebriamo tutti i giorni. In particolare si sofferma su quanto afferma il Concilio a proposito del latino, del canto liturgico (in particolare del gregoriano) e dell'arte sacra, che fortunatamente nella nostra Chiesa di Caorle, a motivo delle sue tradizioni, sono vivi ancora oggi. Questo video, quindi, è un ottimo approfondimento in materia di liturgia anche per tutti coloro che partecipano alla Messa e alle altre funzioni liturgiche nella nostra parrocchia.
Il video dura circa 75 minuti, si compone di una più lunga parte espositiva e di una breve parte dedicata alle domande dei partecipanti a questa sorta di convegno; malgrado la lunghezza (comunque inferiore a quella di una partita di calcio) non è troppo pesante; ed essendo registrato è possibile vederlo a spezzoni.

12. La messa antica è moderna? from sentinelledelmattino on Vimeo.

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