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sabato 12 novembre 2011

La questione del gregoriano

Riporto questo articolo apparso sul blog Ecclesia Mater, e segnalato nel blog Messa in latino, a proposito del canto liturgico, e di quello gregoriano in particolare. Si tratta di una lettera scritta dal M° Giannicola D'Amico, direttore della Schola Cantorum S. Cecilia di Monopoli (BA). In esso si fa riferimento ad un intervento del vescovo di Conversano Monopoli, mons. Domenico Padovano, alla conferenza di presentazione del libro di don Nicola Bux(*) dal titolo provocatorio "Come andare a messa e non perdere la fede", sugli abusi liturgici che imperversano oggi in molte chiese. In quell'occasione il vescovo ebbe modo di esporre tutta la sua contrarietà alle tesi esposte nel libro, le quali partono dalle riflessioni di papa Benedetto XVI, che individua le cause della crisi del sacro oggi ed avanza alcune proposte di intervento, tra le quali il recupero del canto gregoriano e della lingua latina nella Forma Ordinaria del Rito Romano e la rivalutazione della Forma Straordinaria, cioè la Messa pre-conciliare, come pozzo da cui attingere anche nella Messa nuova. Pur ammettendo una diagnosi corretta sullo stato di crisi della liturgia al giorno d'oggi, il vescovo di Conversano-Monopoli ribadisce che, secondo lui, la terapia messa in atto dal papa (con l'esempio che egli dà durante le celebrazioni pontificie, il motu proprio Summorum Pontificum e l'istruzione Universae Ecclesiae) sarebbe sbagliata.
Il M° D'Amico, quindi, confuta questa opinione del presule pugliese, affrontando in particolare i temi dell'importanza del canto gregoriano nel Magistero della Chiesa e della comprensibilità del latino. Una frase, nella fattispecie, mi appare importante e profetica:

Mons. Padovano ha ragione a dire che spesso il popolo, nel cantare latino e gregoriano poco o nulla “comprende”. Ma è sufficiente questo per abolirlo? Di questo passo si sopprimerebbe la Comunione perché i fedeli perlopiù, con le categorie della ragione o della cultura che hanno, non capiscono la transustanziazione delle SS. Specie.

Sembrerebbe una tesi un po' ardita e che ci tocca nel nostro orgoglio: come sarebbe a dire che noi fedeli, perlopiù, non comprendiamo il senso della Messa? Ebbene questo video, un'intervista spontanea ad alcuni passanti di Bologna apparso sul sito gloria.tv, sembra purtroppo confermare la tesi del maestro. Ma nessuno si sognerebbe mai di dire che bisogna "abolire" la Santa Messa perché i fedeli non la comprendono. Guardando questo video risulta quanto mai urgente correre ai ripari, e spronare i fedeli ad indagare e conoscere, secondo la retta dottrina della Chiesa, il Mistero del Sacrificio di Cristo realmente presente nella Santa Messa; tuttavia, nelle cose di Fede, la comprensione immediata dei riti passa in secondo piano rispetto al beneficio che da quei riti scaturisce. Cioè, malgrado questa situazione, non è che bisogna "sospendere" o "abolire" la Santa Messa fino a quando i fedeli non avranno capito a cosa vanno ad assistere. Lo stesso accade per il latino nella liturgia ed il canto gregoriano, come ci spiega il maestro D'Amico:

Il canto gregoriano nel senso comune
di Giannicola D'Amico

Qualche sera fa, invitato a dire due parole circa il canto liturgico in occasione della presentazione a Monopoli dell’ultimo libro di don Bux, assistevo alla illustrazione dell’opinione del Vescovo diocesano, mons. Domenico Padovano, il quale non faceva mistero della sua contrarietà alle idee esposte nel libro.
Non entro nel merito di alcune questioni particolari sollevate dal Vescovo, cui risponderanno i liturgisti, ma vorrei soffermarmi sulle affermazioni del Presule circa il canto gregoriano, di cui ha detto “Una grande opera d’arte” ma ne ha negato l’utilità per via della lingua latina, quando esso fosse intonato, come avviene nelle nostre parrocchie, dalle “povere donne che non sanno nemmeno cosa cantano”.
Senza scomodare il rapporto corretto culto pubblico/devozioni private, il quale inerisce anche le questioni musicali (che qui è bene tralasciare, per brevità), bisogna dire con rincrescimento che il Vescovo, su questo punto, commette un errore che però, a sua discolpa, è oggigiorno frequente e comune.
E ciò sia detto col massimo rispetto per l'uomo e, soprattutto, per il ministero che esercita, verso il quale bisogna nutrire la più alta considerazione.
Nessuno al giorno d'oggi, soprattutto nel clero, si sogna di negare valore artistico al canto gregoriano, ma perlopiù gli si nega la sua natura liturgica primigenia e la sua stessa funzione ontologica, se non de jure (e ciò solo perché le fonti primarie del Magistero lo impediscono), almeno abbondantemente de facto.
Esso è, e resta, Parola di Dio cantata.
Ovvero: prima di essere un’opera d’arte è parte integrante e, in alcuni casi necessaria, della liturgia.
Si è totalmente capovolta la prospettiva esistente prima della riforma solesmense, quando il gregoriano – eseguito male o malissimo, trascritto anche peggio, non certo reputato al livello artistico della polifonia sacra o dello stile concertato ecclesiastico - era considerato cifra imprescindibile della liturgia e potente antemurale alle degenerazioni secolaristiche dei riti, veicolate perlopiù attraverso il canale della musica.
Tutto il lavoro esegetico compiuto in Europa sulle fonti del canto gregoriano, dagli anni Cinquanta del XIX sec., aveva ricostruito il volto vero del canto liturgico occidentale facendo recuperare allo sterminato repertorio quella facies estetica perduta nei secoli, senza cacciarlo dalla sua sedes materiae, ma anzi avvalorando l’idea che la Chiesa avesse sempre usato per “spiegare” la Parola di Dio e per rendere il culto nobile ed elevato, uno dei più stupefacenti, polimorfi e appropriati monumenti d’arte di tutti i tempi.
Oggi, dopo più di centocinquantanni di studi liturgici, paleografici, filologici, musicali, semiologici e semiografici, sortiti dall’opera di dom Prospero Gueranger (che non fu un musicista, ma un monaco e un eccelso liturgista) e dei suoi successori di Solesmes, per via di una erronea interpretazione delle disposizioni di quel Concilio Vaticano II che, nella Costituzione liturgica, invece, portò a coronamento le istanze solesmensi, auspicando ulteriori approfondimenti scientifici e più ampia diffusione pratica del gregoriano, assistiamo a questi evidenti sviamenti dovuti a quella che il S. Padre ha definito “ermeneutica della discontinuità”.
La normativa applicativa della Cost. Lit. Sacrosanctum Concilium non fa altro che ribadire questi concetti e anche documenti magisteriali in materia contigua chiarificano il tema.
Mons. Padovano ha ragione a dire che spesso il popolo, nel cantare latino e gregoriano poco o nulla “comprende”.
Ma è sufficiente questo per abolirlo?
Di questo passo si sopprimerebbe la Comunione perché i fedeli perlopiù, con le categorie della ragione o della cultura che hanno, non capiscono la transustanziazione delle SS. Specie.
Si dovrebbe pure abolire la Messa, o riservarla a quei pochi che ne comprendono la intima natura aldilà del semplice dato rituale o precettizio, e si dovrebbe infine mandare in soffitta la dottrina e la dogmatica: quanti riescono a padroneggiare con cognizione di causa l’inabitazione dello Spirito Santo, oppure la immacolata Concezione di Maria?
Ci sarà una ragione per cui la Chiese mantiene ed incrementa tutte queste cose: sono le stesse ragioni per cui il Magistero continua ad indicare nel canto gregoriano la principale voce cantata della liturgia, ovvero che la comprensione esclusiva mediante i sensi e la ragione in subiecta materia non è tutto per la salvezza delle anime, anzi, come canta il Tantum ergo, opportunamente citato dal Vescovo, sarà proprio che “Praestet fides supplementum sensuum defectui”.
Forse il pensiero recente di alimentare questa fede con “cibo” esclusivamente razionale ed ordinario, va rivisto: su queste basi nessuna cattedrale sarebbe stata edificata, nessun mosaico d’oro sarebbe stato composto, nessuna messa polifonica sarebbe stata musicata.
Eppure la Chiesa ha sempre apprezzato, favorito ed utilizzato tali strumenti di evangelizzazione: oggi, però, fa fatica a ri-appropriarsi di queste categorie, confidando in più “aggiornate” strategie pastorali e catechetiche, che quasi sempre relegano le arti liturgiche, o a messaggi pressoché extra-religiosi (le arti dello spazio) o a banalizzazioni che assecondino puramente il nostro povero quotidiano (la musica, arte del tempo).
Forse i motivi pastorali che presiedono al ragionamento di mons. Padovano, dovrebbero essere corroborati - sia detto senza critica al Vescovo che ha espresso la sua opinione liberamente e soprattutto in modo molto chiaro, e di ciò gli va dato pienamente atto - da una maggiore osservanza del Magistero, pontificio e conciliare, della Tradizione della Chiesa e delle norme che presiedono alla celebrazione dei riti.
Il fatto che la Chiesa discuta di ciò è un bene: è viva e non guarda alla limitatezza della sua condizione terrena e presente.
Mi sia permesso dire infine che un criterio strettamente musicale ci permette pure di preferire il semplice canto gregoriano – magari opportunamente accompagnato dall’organo, perché, ad onta dei puristi, anch’esso va inculturato alle realtà parrocchiali, senza pretendere di replicare ovunque la temperie sonora del coro monastico - ai canti che da alcuni decenni si sono gradualmente inseriti nelle nostre liturgie, sul cui livello artistico medio ci sarebbe molto da eccepire, sull’ortodossia dei cui testi a volte è meglio sorvolare, come parimenti sulla loro effettiva partecipabilità da parte di tutti i fedeli che finiscono, a volte, per comprendere poco o nulla egualmente, pur ascoltandoli in italiano (senza dire dei molti canti in inglese, spagnolo, ebraico che ormai saltabeccano qua e là al posto delle antifone).
Se si riacquisisce al senso comune ciò che la legge liturgica prevede e una splendida Tradizione ci ha consegnato, si potrà evitare di confinare il gregoriano nel pur benemerito limbo dei concerti e riportarlo a casa sua, ovvero a servizio e coronamento del Culto divino.
Sarà eseguito poco raffinatamente, come al contrario auspica mons. Padovano memore dell’esempio benedettino in diocesi, che ha giustamente citato, sarà poco compreso dal popolo, che sbaglierà desinenze e ornerà di portamenti le melodie, ma starà al posto suo e ciò non potrà che giovare all’ordine naturale delle cose!
Anche quando si celebra con il Messale di Paolo VI.


(*)Consultore delle Congregazioni per la Dottrina della Fede e per le Cause dei Santi e dell'Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice

lunedì 16 maggio 2011

L'Istruzione Universae Ecclesiae

Torno a scrivere dopo una settimana un po' turbolenta, per diversi motivi, tra i quali il blocco della piattaforma blogger su cui questo blog si fonda. E non potevo non parlare di uno degli eventi in chiave liturgica più importante degli ultimi 50 anni di storia della Chiesa, ossia l'emanazione da parte della Pontificia Commissione Ecclesia Dei dell'Istruzione del papa Universae Ecclesiae (che significa "della Chiesa Universale") sulle misure di attuazione della precedente lettera motu proprio data Summorum Pontificum, datata 2007. Questa istruzione, dopo un periodo di circa tre anni dal motu proprio, fissa definitivamente le modalità, per i fedeli e soprattutto per i vescovi ed il clero, per la celebrazione della Santa Messa secondo la forma extraordinaria del rito romano. Cliccando su questo link potete leggere la traduzione in lingua italiana, pubblicata venerdì scorso sul bollettino quotidiano della Sala Stampa Vaticana, accompagnata da una nota redazionale.
Alla luce delle suggestive celebrazioni del papa in visita ad Aquileia e Venezia, specialmente noi, popolo del Nordest, abbiamo la possibilità di leggere queste importanti righe da un particolare punto di vista. Una prima affermazione importante, già presente nel motu proprio e ribadita anche all'inizio dell'istruzione, è la seguente:

«I testi del Messale Romano di Papa Paolo VI e di quello risalente all’ultima edizione di Papa Giovanni XXIII, sono due forme della Liturgia Romana, definite rispettivamente ordinaria e extraordinaria: si tratta di due usi dell’unico Rito Romano, che si pongono l’uno accanto all’altro. L’una e l’altra forma sono espressione della stessa lex orandi della Chiesa. Per il suo uso venerabile e antico, la forma extraordinaria deve essere conservata con il debito onore».
(§ 6)

Dunque non due Messe diverse, nemmeno una più valida dell'altra; entrambe le forme, vale a dire quella alla quale assistiamo tutte le domeniche nella maggior parte delle nostre chiese e quella nel rito cosiddetto "tridentino", sono la stessa Messa. Questa affermazione sembrerebbe quantomeno fantasiosa; chiunque abbia assistito ad una Messa tridentina o sappia per lo meno di cosa si sta parlando, e la confrontasse con quella che, nella maggior parte dei casi, frequenta nella propria parrocchia, a tutto potrebbe pensare tranne che si parli della stessa cosa. Forse risulterebbero meno differenti se il modo di celebrare la Messa nella forma ordinaria fosse più rispettoso delle rubriche che fin dal Concilio Vaticano II la Chiesa ha sempre emanato. Ritornano, allora, alla mente tutte le frasi, abbondantemente già citate, delle costituzioni conciliari e, talvolta, anche dall'introduzione al Messale di Paolo VI, dopo la riforma liturgica; e ritorna alla mente anche la Solenne Messa celebrata da papa Benedetto XVI al parco san Giuliano. In effetti la Santa Messa "riformata", come è anche chiamata la forma del rito ordinario, post-conciliare, al giorno d'oggi è fatta teatro dei più fantasiosi esperimenti liturgico-cinematografico-musicali. Non possiamo negare che, con l'alibi di "stare al passo con i tempi", o di attirare i giovani alla Santa Messa, ché altrimenti non ci verrebbero più (come se oggi le nostre chiese traboccassero di giovani, specialmente cresimati), la Messa si è trasformata piuttosto in una commedia teatrale, in un palco da concerti rock o in una sala da film. Il carattere del sacro sembra talvolta essere completamente scomparso dalla Santa Messa e dai luoghi di culto in generale; con la pretesa di interpretare il desiderio di Nostro Signore, che gradirebbe il culto in ogni forma lo si voglia a Lui rivolgere, specialmente se il più difforme possibile dalle rubriche liturgiche, si è finito per ridurre il Supremo Sacrificio del Signore sull'altare ad un banale incontro tra amici che si ritrovano la domenica.
Di fronte ad uno scenario come questo risuonano pesantemente le parole che il nostro Santo Padre ci ha rivolti nella Basilica Cattedrale di san Marco:

«La nostra vita spirituale dipende essenzialmente dall’Eucaristia. Senza di essa la fede e la speranza si spengono, la carità si raffredda. Vi esorto pertanto a curare sempre più la qualità delle celebrazioni eucaristiche, specialmente di quelle domenicali, affinché il Giorno del Signore sia vissuto pienamente e illumini le vicende e le attività di tutti i giorni».

A questo scopo ecco il proponimento del pontefice nell'emanazione del motu proprio prima e di questa Istruzione poi: le due forme del rito romano, quella ordinaria e quella extraordinaria, "possono arricchirsi a vicenda", come diceva nella lettera inviata ai vescovi nel 2007. Il papa non ha pensato di tornare a promuovere la liturgia antica soltanto a vantaggio di coloro che non vogliono celebrare in alcun altro rito che quello antico; egli ha pensato ad un rilancio della celebrazione della Santa Messa nella venerabile forma extraordinaria anche e soprattutto per la totalità dei fedeli, perché frequentando l'una e l'altra forma essi possano recuperare il senso del sacro, la venerazione nei confronti della Santissima Eucarestia, la bellezza della lingua e del canto sacro nella liturgia riformata, il significato dell'espressione "partecipazione alla Santa Messa", che non si riduce ad un semplice ripetere con la propria bocca le parole o i canti. Non solo; ma noi oggi, con l'alfabetizzazione che abbiamo (nemmeno da porre in confronto con quella di 50 anni fa, quando vi era solo il rito tridentino) e grazie anche alla Messa nella forma ordinaria, che ci ha dato modo di familiarizzare nella lingua volgare con le parti dell'ordinario della Messa, abbiamo la possibilità straordinaria di accostarci alla Messa antica in maniera molto più efficace di quanto facevano i nostri antenati. Quindi chi obietta che "la Messa in latino è sbagliata perché non si capisce niente", come si sentiva anche domenica scorsa al parco san Giuliano credo abbia sbagliato in partenza; se è vero che si fa più fatica a capire, forse, quello che dice il prete o canta la schola (ma fare più fatica non vuol dire che non ci si possa riuscire), d'altra parte ciò ci aiuta ad accostarci meglio (anche con la fatica dell'intelletto, che spesso vorremmo fare a meno di usare) a Gesù Cristo, giacché la piena comprensione del mistero della Santa Messa, credo, nessuno abbia la pretesa di raggiungerla, sia in italiano che in latino.
D'altra parte nessuno è autorizzato a considerare questo atto magisteriale del papa e della Chiesa come una vittoria dal semplice gusto politico, quasi ad usare la Santa Messa come arma per la lotta ideologica fra le due fazioni pro e contro la Messa in latino; infatti, leggiamo nella stessa istruzione:

«I fedeli che chiedono la celebrazione della forma extraordinaria non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria e/o al Romano Pontefice come Pastore Supremo della Chiesa universale».
(§ 19)

Chi ama il latino e la liturgia antica in generale per la Santa Messa non lo fa (e non lo deve fare) per astruse convinzioni personali (che nel caso di alcuni gruppi sfociano in aperte eresie); prima di tutto deve esserci l'amore, nostro nei confronti del Signore, che ha scelto la Santa Messa per tornare da noi col suo Corpo ed il suo Sangue, e Suo nei nostri confronti, poiché ci rende partecipi di questi misteri, così lontani dal nostro mondo e dal nostro modo di pensare. Proprio per questi motivi non dobbiamo cadere nella tentazione di credere che, rendendo la liturgia più vicina a quello che ci fa comodo, come un comizio, una commedia od un concerto rock, essa ci faccia più degnamente accostare al nostro Salvatore, e invece arricchendola col tesoro del canto gregoriano o polifonico e della lingua latina, sia essa, e non noi stessi, ad allontanarci da Lui.
Ringraziamo il Signore ed il nostro Santo Padre, che in nome Suo pasce le pecore del popolo di Dio; preghiamo perché i vescovi e i nostri pastori siano conformi alle sue decisioni, e non vi si oppongano, magari in nome di qualche ideologia che, soltanto per ragioni cronologiche, oggi viene spesso identificata con il fantomatico spirito del concilio.

martedì 12 aprile 2011

La liturgia: questione di età?

Domenica scorsa un amico mi ha raccontato di una discussione avuta con dei giovani sulla liturgia, e di come i temi principali fossero quelli che purtroppo, da quarant'anni a questa parte, hanno spesso finito per dividere piuttosto che unire i membri della Chiesa: l'"animazione" liturgica e, più in particolare, il latino. Vorrei dunque cogliere l'occasione di scrivere ancora qualche riflessione, anche prendendo spunto dagli scritti di papa Benedetto XVI, in questo cammino ormai in dirittura d'arrivo verso la sua Visita pastorale nelle nostre terre.
Una delle prime obiezioni (c'è da dire abbastanza inconsistenti) che vengono mosse a coloro che mostrano un qualche interesse o gradimento per il latino nella liturgia è "sei vecchio", o "sono cose superate". C'è l'idea che la Chiesa si sia rinnovata, o debba ancora rinnovarsi, attraverso un percorso che porti alla pressoché totale eliminazione del latino. La domanda è questa: in quale punto della storia la Chiesa avrebbe sancito l'abolizione del latino? In quali documenti troviamo scritto che è necessario aborrire il latino? Da qui ci si collega immediatamente anche all'aspetto dell'"animazione" liturgica forse più sentito dalla gente, e dai giovani in particolare, ossia la musica liturgica: anche qui la scelta del canto gregoriano è da vecchi, i canti della devozione popolare obsoleti. Ci si può porre la stessa domanda di prima: quando la Chiesa ha detto di abbandonare il canto gregoriano? E qual è, dunque, la musica adatta per "animare" la liturgia?
La risposta, da parte di coloro che pensano al latino e al gregoriano come "roba da vecchi" è pressoché unanime: è il Concilio Vaticano II lo spartiacque tra il vecchiume ed il rinnovamento. Chi segue il Concilio non può, sempre secondo costoro, che volgere le spalle a tutto ciò che era la liturgia precedentemente, sperimentando nuove soluzioni, più al passo con i tempi, e che attirino i giovani. Una replica, che mostra l'errore di questa convinzione, arriva dagli stessi documenti del Concilio; nella costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium sulla Sacra Liturgia leggiamo a chiare lettere il più volte citato n. 36: «L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini». E ancora il n. 116: «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale». Inoltre l'Ordinamento Generale del Messale Romano promulgato da Paolo VI ribadisce gli stessi concetti; al n. 41 troviamo nuovamente: «A parità condizioni, si dia la preferenza al canto gregoriano, in quanto proprio della Liturgia romana», ed addirittura: «è opportuno che sappiano cantare insieme, in lingua latina, e nelle melodie più facili, almeno le parti dell’ordinario della Messa, specialmente il simbolo della fede e la preghiera del Signore». Quindi non solo il Concilio e i testi riguardanti la riforma liturgica non hanno mai sancito l'abolizione del latino e del gregoriano, ma hanno raccomandato di promuoverlo presso i fedeli, dando incarico ai sacerdoti di premurarsi affinché il popolo sappia cantare in latino. A questo proposito vorrei proporre un pensiero del papa, quand'era ancora cardinale, in un discorso tenuto a Roma nel 1998 in occasione del decimo anniversario del motu proprio Ecclesia Dei di Giovanni Paolo II:

«Non è stato il Concilio a riformare i libri liturgici, esso ne ha ordinato la revisione e, a questo fine, ha fissato alcuni principi fondamentali. In primo luogo il Concilio ha dato una definizione di che cos'è la liturgia e questa definizione fornisce un metro di giudizio per ogni celebrazione liturgica. Se si ignorano queste regole essenziali e si accantonano le "normae generales" formulate nei numeri 34-36 della Costituzione De Sacra Liturgia, allora sì che si disubbidisce al Concilio!»

Un altro punto importantissimo di quella discussione è stato proprio il significato stesso della liturgia della Santa Messa e della partecipazione dei fedeli, significati dai quali, a mio modo di vedere, si originano tutti i fraintendimenti dei testi del Concilio. E' emerso che oggi, soprattutto tra i giovani, vi è la tendenza ad interpretare la Santa Messa come una festa; ma di quale festa stiamo parlando? Se ai bambini ed ai ragazzi parliamo di "festa" essi si immagineranno il compleanno di un amico, al quale si mangia e beve in compagnia, si canta, si corre, si gioca a pallone; oppure, per i più grandicelli, una serata tra amici, in pizzeria, in discoteca, dove si discorre, si balla, si cercano "emozioni forti". Non che sia sbagliato partecipare o desiderare di partecipare a queste "feste", anzi (a meno che non si arrivi all'esagerazione e, purtroppo, a fenomeni quali l'alcolismo e la tossicodipendenza). Ma se torniamo a guardare alla Santa Messa, possiamo dire che la festa sia questa, cioè quella che si fa ad un compleanno o in discoteca? Certamente no. Sta qui quello che anche papa Benedetto definisce "il mistero sacro", e che, a suo modo di vedere, «oggi ha ceduto il posto a una creatività selvaggia». Si capisce bene che molti degli atteggiamenti che causano scontro hanno origine proprio da questa concezione della "festa" domenicale. E' chiaro che alla festa di compleanno, tra bambini, nessuno si sognerebbe mai di intonare il Veni Creator prima del taglio della torta; in discoteca nessuno avrebbe desiderio di scatenarsi in pista sulle note del Te Deum; ad un concerto rock calerebbe drasticamente il numero di persone che comprerebbe il biglietto se il gruppo proponesse canti devozionali, magari accompagnati dal suono dell'organo a canne. Non dobbiamo nasconderci che in molte occasioni nelle nostre chiese si ascoltano musiche invece adatte al compleanno di un bambino, ad un concerto rock e (non dico una menzogna) alla discoteca. Certo, quelle musiche hanno il tono della festa; ma chi è che fa festa? A chi facciamo festa, al ritmo di queste musiche? A Nostro Signore, che sull'altare si dona ancora, Corpo e Sangue, ai suoi figli, o a noi stessi, che non rinunciamo, per un'ora alla settimana e nemmeno in chiesa, al desiderio del divertimento mondano, pena non frequentare più la parrocchia? Allora che tipo di "festa" è la Santa Messa? Il papa, nel '98, notava questo:

«C'è poi una pericolosa tendenza a minimizzare il carattere sacrificale della Messa e ad indurre alla sparizione del mistero e del sacro con il pretesto - un pretesto asserito imperativo - che in questo modo ci si fa comprendere meglio»

Il Sacrificio di Gesù Cristo sulla Croce, questo accade sull'altare quando il sacerdote alza l'Ostia ed il Calice, per questo papa Benedetto ha voluto che la Croce tornasse sopra l'altare, e non relegata in un lato, come se desse fastidio; a tal proposito egli annota, nel suo libro "Introduzione allo Spirito della Liturgia":

«Tra i fenomeni veramente assurdi del nostro tempo io annovero il fatto che la croce venga collocata su un lato [dell'altare] per lasciare libero lo sguardo sul sacerdote. Ma la croce, durante l'Eucarestia, rappresenta un disturbo?»

Molti rispondono che la Santa Messa abbia soltanto il carattere conviviale (e non sacrificale) di una cena, portando a sostegno di questa tesi quello che i primi cristiani facevano nelle prime Messe che venivano da loro celebrate dopo la morte e risurrezione di Nostro Signore. A questo risponde sempre Benedetto XVI; l'Ultima Cena di Cristo non fu semplicemente un banchetto. Nell'omelia della Santa Messa in Coena Domini del 2009, il papa afferma:

«In quell’ora anticipa la crocifissione e la risurrezione. Ciò che là si realizzerà, per così dire, fisicamente in Lui, Egli lo compie già in anticipo nella libertà del suo amore. Egli dona la sua vita e la riprende nella risurrezione per poterla condividere per sempre.»

Non è, dunque, né possibile né lecito pensare che l'Ultima Cena sia solo il momento conviviale, in cui Cristo insieme agli apostoli festeggiava la Pasqua ebraica; è l'anticipo della Croce e risurrezione, che egli attua in quella Santa Cena prima ancora di viverlo nel suo stesso Corpo poiché, come disse Egli stesso: «Nessuno mi toglie la mia vita: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,18). Solo se intendiamo il carattere sacrificale dell'Ultima Cena, e quindi di ogni Santa Messa, possiamo cercare di intendere come Nostro Signore tramuti la Pasqua degli ebrei nella Pasqua della sua Risurrezione: l'Agnello, che secondo la legge di Mosè doveva essere consumato prima della festa, e al quale non doveva essere spezzato alcun osso, è Cristo, che è stato consumato prima della Pasqua di Risurrezione nell'Ultima Cena, nelle Specie del Pane e del Vino, e sulla Croce dove, non gli è stato spezzato alcun osso, ma dal fianco squarciato scaturirono Sangue ed Acqua. Chi cita l'uso dei primi cristiani, specialmente tra i più giovani ma anche tra gli adulti, non può sapere quello di cui sta parlando (occorrerebbero degli studi approfonditi), e certamente parla per sentito dire; prendo spunto da alcune parole di don Nicola Bux, consultore, tra gli altri, dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, tratto dal suo libro "Come andare a Messa e non perdere la fede": «Seguendo Lutero, molti teologi e liturgisti cattolici negano o attenuano il carattere sacrificale della Messa, preferendo quello conviviale. Eppure lo “spezzare il pane” (fractio panis) nel giorno del Signore, primitivo nome della messa, viene espressamente indicato come un sacrificio dalla Didaché (14, 2), testo cristiano dei primi secoli».
Di fronte al Sacrificio di Cristo, dunque, cambia anche l'accezione del termine partecipazione, come più volte troverete in questo blog; non si partecipa alla Messa come ad una festa di compleanno o in discoteca, dove se stai seduto in disparte senza ballare, battere le mani, parlare, sei effettivamente escluso. La partecipazione al Mistero Eucaristico assume tutt'altro significato: partecipare al Sacrificio di Cristo significa contemplarlo con devozione e timore, come la Madonna e san Giovanni sotto la Croce; significa anche fare noi stessi Sacrificio, per partecipare, se pure in minima parte, alle sue sofferenze; significa, infine, gettare in Lui ogni nostra sofferenza, spirituale e corporale, perché Egli, inchiodandole insieme al Suo Santissimo Corpo, sulla Croce, ci tragga dal fango del peccato con la sua Risurrezione. A questa partecipazione non si risponde con i ritmi e le musiche che ci piacciono, che fanno parte del mondo di oggi, che attirano i giovani (ai concerti rock, però, non certo alla Messa) e che ci danno l'illusione di rallegrarci senza passare per il Sacrificio: il latino, il gregoriano e talvolta anche la polifonia e i canti popolari, nei termini stabiliti dal Magistero della Chiesa (anche dal Concilio) ci sono molto utili, invece, per abbassare la testa, lasciare fuori dalla Chiesa i divertimenti mondani e partecipare, nella maniera autentica, al Sacrificio di nostro Signore.

martedì 22 marzo 2011

Il papa e il latino nella liturgia

Abbiamo in altre occasioni approfondito l'aspetto dell'uso della lingua latina nella liturgia, cercando di far capire il motivo di questa scelta. Oggi continuiamo in questo approfondimento, ma orientati verso la visita del papa ad Aquileia e Venezia. Nel sito internet dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, diretto dal Maestro delle celebrazioni, mons. Guido Marini, troviamo interessanti informazioni in merito.
Innanzitutto c'è da dire questo: quando si parla di Messa in Latino si pensa a qualcosa che riguarda il passato, per diversi ordini di motivi: principalmente perché fino alla riforma liturgica la Santa Messa era celebrata solo in lingua latina. Tuttavia un conto è dire che il latino appartiene al passato, un conto è dire che è superato. La prima affermazione può essere in un certo senso condivisa: si legge nel sito dell'Ufficio delle Celebrazioni: «Il latino è senza dubbio la lingua più longeva della liturgia romana: la si utilizza infatti da più di sedici secoli, ossia da quando si perfezionò a Roma, sotto Papa Damaso († 384) il passaggio ad essa dal greco». Ciò non significa che, appartenendo al passato, non possa appartenere anche al presente e al futuro; continua infatti il testo: «I libri liturgici ufficiali del Rito Romano vengono pertanto a tutt’oggi pubblicati in latino (editio typica)». Al contrario, chi pensa che il latino sia una cosa superata, ritiene che esso non debba più essere parte della liturgia, in quanto il suo utilizzo sarebbe un anacronistico ritorno ad una realtà che, probabilmente, si ritiene negativa. Ritornano qui, nella questione dell'uso del latino nella liturgia, le due ermeneutiche della storia della Chiesa: da una parte la continuità (il latino è nato nel passato, ma vive e prolifica nel presente) e dall'altra la rottura (oggi sì che si sta bene, che abbiamo abolito questa noia del latino).
Come nel post dedicato alle ermeneutiche del Concilio, ci rendiamo conto che chi promuove la rottura in nome del Concilio lo fa, in realtà, a titolo esclusivamente personale, giacché il Concilio ha affermato cose ben diverse:

«L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini.
Sacrosanctum Concilium, n.36»

Anche nel caso della lingua vernacolare, il Concilio ed il Codice di Diritto Canonico sono molto chiari: «La traduzione del testo latino in lingua nazionale da usarsi nella liturgia deve essere approvata dalla competente autorità ecclesiastica territoriale di cui sopra»; quindi anche nel caso delle lingue nazionali non si tratta di un'altra Messa, scritta appositamente in un linguaggio "moderno", si tratta della stessa Messa, tradotta dal latino. La lingua latina, dunque, al primo posto; ma allora perché oggi il latino è quasi completamente accantonato in molte realtà ecclesiali? Non abbiamo una risposta soddisfacente; se non quella che arriva dal Sommo Pontefice, il quale sta cercando di riportare questi comportamenti, che vanno contro il Magistero della Chiesa e gli insegnamenti del Concilio, sul giusto binario. E a coloro che si affrettano a bollare il Magistero di Benedetto XVI come controcorrente rispetto al suo predecessore, Giovanni Paolo II, l'Ufficio delle Celebrazioni ricorda queste parole del futuro beato papa polacco:

«La Chiesa romana ha particolari obblighi verso il latino, la splendida lingua dell’antica Roma e deve manifestarli ogniqualvolta se ne presenti l’occasione»
Dominicae Cenae, n. 10

Così gli insegnamenti che il Santo Padre Benedetto XVI impartisce durante le liturgie papali sono in continuità con quanto affermato da Giovanni Paolo II:

«Più in generale, chiedo che i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminario, siano preparati a comprendere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché ad utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano; non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia.»
Sacramentum Caritatis, n.62

Ecco qui un altro aspetto, quello del canto liturgico, principalmente gregoriano. Il papa fornisce la ricetta da usare affinché il popolo di Dio ritorni a pregare con questo incommensurabile strumento, capace di elevare gli animi al Signore. Molti, infatti, obiettano alla reintroduzione del latino e del gregoriano che la gente non sa il latino, e che il gregoriano è difficile. Tuttavia dobbiamo ricordare che latino e gregoriano (come già visto) non sono mai stati aboliti, e quindi non devono essere reintrodotti, ma semmai dobbiamo tirarli fuori dalle cantine polverose in cui spesso sono stati relegati dagli araldi del postconcilio; ed il fatto che il gregoriano sia difficile è un mito ormai sfatato, il gregoriano non è più difficile di molti altri canti che si usano in svariate realtà ecclesiali. Quello che è più importante, però, è che lo stesso Benedetto XVI invita i preti a tornare ad insegnare il latino e il gregoriano alla gente; quindi non dobbiamo buttare nel cestino i libri usuales perché la gente non sa il gregoriano, ma dobbiamo semmai educare, aiutare il popolo a cantare. E' quello che tentiamo di fare nella nostra parrocchia (almeno alla Messa delle 10:45 e durante i Vespri domenicali); e molti fedeli, specialmente turisti, vengono a dirci di come rimangono estasiati a riascoltare il canto che forse nelle loro terre è purtroppo andato perduto, malgrado per secoli abbia condotto i cuori dei cristiani verso Dio, e che tutt'oggi non ha perso questo suo incredibile potere.
Quando, dunque, al parco san Giuliano sentiremo il papa celebrare in latino e saremo invitati a rispondere nell'ordinario della Messa con il gregoriano, penseremo a queste cose e, spero, potremmo essere lieti di seguire il papa in questo suo insegnamento.

Qui di seguito la pagina dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice dedicata all'uso del latino nella liturgia:
L'uso della lingua latina.

venerdì 18 marzo 2011

Inno gregoriano: "Audi benigne Conditor"

Siamo alle soglie della seconda domenica di Quaresima; vorrei proporvi, dunque, questo inno, "Audi benigne Conditor", che significa "Ascolta benigno Creatore"; si tratta dell'inno che viene recitato o cantato durante i vespri di tutti i giorni del tempo di Quaresima fino alla Domenica delle Palme, e che già domenica scorsa abbiamo cominciato a riproporre durante i vespri nel nostro Duomo. Il genere poetico-musicale dell'inno, nella liturgia, è l'unico rimasto praticamente intatto dopo la riforma attuata dal papa san Pio V durante il Concilio di Trento, con la quale furono aboliti, sia per gli ordini monastici che in quelli secolari, i tropi e le sequenze (di queste ultime ne sono sopravvissute solo cinque, che tutt'ora si dovrebbero cantare in tutte le chiese di rito romano in determinate ricorrenze liturgiche); al contrario, appunto, gli inni gregoriani si sono conservati, e la loro divulgazione (ve ne sono di particolari per il tempo di Avvento, di Natale, di Quaresima e di Pasqua, nonché per le varie solennità dell'anno liturgico) è stata così capillare nella Tradizione della Chiesa da renderli una sorta di segno di riconoscimento della particolare ricorrenza che in chiesa si celebra, facili da ricordare e difficili da dimenticare. Infatti nella nostra parrocchia inni come quello di Avvento o quello delle solennità mariane (l'Ave Maris Stella, che costituisce per la nostra parrocchia l'unico esempio sopravvissuto di melodia patriarchina) sono talmente conosciuti da non poter essere sostituiti con altre versioni (le quali causerebbero solo confusione nei fedeli). Ma, con mia non piccola sorpresa, anche inni che furono per molti anni abbandonati a causa del tumulto del periodo post-conciliare che viviamo in una certa misura ancora oggi (e che ha portato di fatto all'abolizione del latino e del gregoriano, contrariamente a quanto prescritto dal Concilio Vaticano II), non sono stati dimenticati; è il caso dell'inno quaresimale in questione, per cui è sufficiente rinfrescare la memoria per far sì che tutto il popolo si unisca col canto nelle parti che ad esso spettano. Ma non solo coloro che lo impararono ai tempi di mons. Felice Marchesan possono cantarlo facilmente; anche i "neofiti" del canto gregoriano si cimentano con gioia e profitto, data la semplicità della melodia e la forma poetico-musicale stessa dell'inno, che si ripete uguale ad ogni strofa. Ci si rende conto, dunque, che il canto gregoriano, per sua natura, si presta naturalmente ad arricchire la liturgia: esso è semplice, quasi che quella musica sia generata dal testo stesso (che è sempre biblico o di biblica ispirazione), e malgrado questa semplicità è ricco, non della ricchezza del mondo ma di chi accumula, come comanda Nostro Signore, i suoi tesori in Cielo; è anche casto, ossia non intaccato dalla mentalità del mondo, adatto alla sola liturgia e di essa parte integrante; ed è inoltre obbediente, poiché osserva i precetti che la Chiesa in duemila anni di storia ha raccomandato di seguire nella liturgia, e che derivano direttamente dal comando del Signore: "non moltiplicate discorsi superbi". Non a caso, infatti, in tutta la storia della Chiesa, prima e dopo il Concilio Tridentino e prima e dopo il Concilio Vaticano II, esso ci è additato come «il canto proprio della liturgia romana», quello a cui deve essere riservato il primo posto. Lasciamo dunque la parola e la voce al gregoriano, con l'inno "Audi benigne Conditor":

Audi, benigne Conditor,
Nostras preces cum fletibus,
In hoc sacro jejunio
Fusas quadragenario.

Scrutator alme cordium,
Infirma tu scis virium:
Ad te reversis exhibe
Remissionis gratiam.

Multum quidem peccavimus,
Sed parce confitentibus:
Ad nominis laudem tui,
Confer medelam languidis.

Concede nostrum conteri
Corpus per abstinentiam,
Culpae ut relinquant pabulum
Jejuna corda criminum.

Praesta beata Trinitas,
Concede simplex Unitas:
Ut fructuosa sint tuis
Jejuniorum munera. Amen.
Ascolta, benigno Creatore,
le nostre preghiere e le lacrime
in questo sacro digiuno
quaresimale effuse.

O benefico Scrutatore dei cuori
Tu conosci le infermità degli uomini:
concedi a chi a Te si converte
la grazia del perdono.

Di certo molto abbiamo peccato,
ma confidiamo parchi:
a lode del Tuo Nome
porta a noi ammalati la medicina.

Concedi che siano consumati i nostri
corpi dall'astinenza,
perché abbandonino il nutrimento
della colpa i cuori digiuni dei crimini.

Ascolta, o beata Trinità
concedi, o semplice Unità,
che i tuoi traggano i fruttuosi
doni dei digiuni. Amen.

Possiamo notare, grazie alla traduzione quasi letterale, la bellezza e la poesia del testo latino che cantiamo; è innegabile che molto spesso, nella traduzione in italiano, i contenuti si perdano, così come la poesia (come già detto altrove in questo blog); da qui, ancora una volta, vediamo non solo l'importanza, ma anche la necessità di cantare in latino (magari tenendo la traduzione sott'occhio le prime volte): infatti, se sappiamo di poter cantare una preghiera così profonda, perché dovremmo rivolgere al Signore della gloria e della misericordia un testo più banale e di inferiore bellezza?
Come al solito in questi contributi, possiamo ascoltare una versione gregoriana dell'inno e, di seguito, una versione polifonica (del compositore fiammingo Guillaume Dufay, vissuto a cavallo tra XIV e XV secolo): il Concilio Vaticano II, infatti, pone la polifonia subito dopo il gregoriano per dignità, sempre ammesso che essa si conformi al gregoriano come intenzioni e come arte (come dissero i papi Giovanni Paolo II e Pio X).


lunedì 14 febbraio 2011

Il latino nella liturgia

Qualche giorno fa, nel sito Zenit e poi ripreso da numerosi altri siti, è stato pubblicato un intervento di padre Uwe Michael Lang, officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, a proposito della «Lingua della celebrazione liturgica». Prima di lasciare alla lettura di questo importante intervento, vorrei fare un commento soprattutto legato all'incipit, che presenta in modo chiaro il tema sviluppato nel seguito. Vi leggiamo: «La lingua non è soltanto uno strumento che serve per comunicare fatti, e deve farlo nel modo più semplice ed efficiente, ma è anche il mezzo per esprimere la nostra mens in un modo che coinvolga tutta la persona. Di conseguenza, la lingua è anche il mezzo in cui si esprimono i pensieri e le esperienze religiosi». In queste poche righe troviamo un elemento per certi aspetti nuovo, a cui non siamo certamente abituati: la lingua non serve solo per comunicare, ma è la struttura tramite la quale esprimere lo stato d'animo, la mens. A ben guardare, la lingua (almeno per l'utilizzo che se ne fa nella liturgia) non ha come unico obiettivo quello di comunicare; se è così vuol dire che non è necessario che tutto quello che viene detto durante un'azione liturgica (sia dal sacerdote che dai fedeli) debba per forza essere di immediata e facile comprensione. Ed infatti, continuando la lettura di quest'articolo di padre Lang, troviamo subito dopo: «Si riduce l’elemento della comprensibilità a favore di altri elementi, in particolare quello espressivo». Attenzione: questo non significa che il latino annulli l'elemento della comprensibilità; ridurre non significa annullare. Se un testo, ad esempio cantato, è in latino anziché in italiano, è chiaro che la sua comprensione non è più immediata; ma non dimentichiamo che l'italiano è, tra le lingue moderne, quella che ha più affinità con le sue radici latine. Così, se invece di cantare "I cieli e la terra sono pieni della tua gloria" cantiamo "Pleni sunt coeli et terra gloria tua", oppure al posto di "Agnello di Dio che togli i peccati del mondo" cantiamo "Agnus Dei qui tollis peccata mundi", la comprensione, per quanto ridotta dal fatto che si canta in latino, è pressoché immediata; ed è così per la maggior parte delle parti dell'ordinario della Messa in latino.
Se, tuttavia, il latino comportasse solo una riduzione della comprensibilità, il bilancio risulterebbe inevitabilmente svantaggioso; padre Lang aggiunge che, a prezzo di una riduzione (modica, da quanto visto) della comprensione, col latino si guadagna in altri elementi, specie in quello espressivo. In questo senso faccio sempre l'esempio dell'inno eucaristico del Pange Lingua, che, almeno nella sua parte finale (il Tantum ergo), cantiamo ogni domenica (nella nostra parrocchia). Ora, una traduzione di un testo destinato al canto deve conciliare aspetti diversi: la fedeltà all'originale, il mantenimento del carattere poetico, in questo caso, e l'adesione alla melodia, per citarne alcuni. Per coloro che si sono cimentati nella traduzione di tale canto (e fra questi anche nomi illustri), sarà certamente risultato evidente come non sia possibile accontentare tutte queste richieste contemporaneamente, ma inevitabilmente, per soddisfare l'una, è necessario rinunciare all'altra. Ecco il risultato: riporto il testo originale, una traduzione abbastanza fedele e la "traduzione" riportata nel nostro repertorio diocesano "Amen. Maranathà!":

Tantum ergo Sacramentum
veneremur cernui:
et antiquum documentum
novo cedat ritui:
praestet fides supplementum
sensuum defectui.
Dunque tale Sacramento
veneriamo, prostrati
e l'antico rito
si muti nel nuovo;
presti aiuto la fede
quando i sensi tacciono.
Adoriamo il Sacramento
che Dio Padre ci donò.
Nuovo patto, nuovo rito
nella fede si compì.
Al mistero è fondamento
la parola di Gesù.

Come possiamo osservare dai tre testi messi a confronto, la traduzione fedele all'originale dà certamente il senso vero di quello che il Tantum ergo vuole esprimere, in questa prima strofa, ma non si presta in alcun modo ad un adattamento alle melodie esistenti, né ad altre appositamente composte; inoltre perde quella forma poetica del componimento latino, essendo infatti una parafrasi del testo. D'altra parte, la versione "Adoriamo il Sacramento" è scritta apposta per poter essere fedele alla melodia, ma dice tutt'altro: non è il Tantum ergo tradotto in lingua italiana. Vi è anche il tentativo di dare una sorta di struttura poetica (ponendo parole tronche alla fine dei versi pari), senza però creare delle rime e, sinceramente, dando piuttosto l'effetto di una cantilena infantile.
Cosa vuol dire questo? Non che la versione "Adoriamo il Sacramento" non sia liturgica; ma piuttosto che coloro i quali, mossi dalla volontà di rendere più accessibile il Tantum ergo ai fedeli, lo sostituissero con quest'altro testo, farebbero cantare un'altra cosa, non il Tantum ergo, un altro canto (benché sotto la stessa melodia). In sostanza, solo la lingua latina unita alla melodia gregoriana ha in sè quel senso di completezza, e risulta dunque insostituibile: rinunciando in parte alla immediatezza della comprensibilità, si guadagna in stile, espressione, musicalità ed anche devozione. C'è poi da aggiungere che, dove il testo latino non sia immediatamente associabile alle relative parole in italiano, in tutte le chiese è possibile realizzare sussidi ove, accanto al testo latino, è posta la traduzione; cosicché all'ascolto (o prima di esso) di questi brani cantati o recitati si può affiancare una completa comprensione.
Questi effetti dell'utlizzo del latino (non solo nel canto ma anche nelle parti recitate) sono quelli propri di una lingua sacra; per collegarsi a san Tommaso d'Aquino (come fa padre Lang), possiamo indicarli come solemnitas: «Ciò che si trova nei sacramenti per istituzione umana non è necessario alla validità del sacramento, ma conferisce una certa solennità, utile nei sacramenti a eccitare la devozione e il rispetto in coloro che li ricevono» (Summa Theologiae III, 64, 2; cf. 83, 4). Devozione e rispetto sono proprie dell'arte sacra che orna le chiese, i paramenti e gli arredi sacri, della musica sacra, ma anche della lingua. E così come in una pittura l'iconografia, ad esempio, vuol far andare l'osservatore ben oltre quello che vede dipinto, oppure nel gregoriano la musica unita al testo contengono significati che possono essere compresi solo al di là di un ascolto superficiale, anche la liturgia espressa con la sua lingua propria, cioè il latino (come lo definisce il Concilio Vaticano II), rende più distante il mistero che viene celebrato, non per allontanarlo, ma per invogliare il fedele ad avvicinarvisi in un modo ancora più intimo della semplice intelligibilità.

Voglio per il momento fermarmi qui e lasciarvi, per chi lo volesse, alla lettura dell'intero intervento di padre Lang, che potrete visualizzare cliccando qui.

martedì 14 settembre 2010

Tre anni dal motu proprio

Tre anni fa, il 14 settembre 2007, entrava in vigore il motu proprio Summorum Pontificum; il motu proprio è un atto che il papa ha compiuto di sua volontà, senza suggerimenti esterni, ma per la sua stessa volontà. Con questo particolare atto papa Benedetto XVI ha voluto rendere più semplice per tutti la celebrazione della Messa secondo il messale di San Pio V, detta anche Messa tridentina poiché rimasta pressoché immutata dal Concilio di Trento del XVI secolo (l'unica modifica che si ebbe nel Canone, la Preghiera Eucaristica che porta alla Consacrazione, fu compiuta dal beato Giovanni XXIII nel 1962 con l'inserimento del nome di San Giuseppe). Con il Concilio Vaticano II era auspicato un aggiornamento del Messale Romano secondo le rubriche approvate dai padri conciliari, anche se la riforma liturgica che seguì (nel 1970) modificò profondamente la struttura della celebrazione Eucaristica rispetto a quella precedente. Il nuovo Messale conteneva così nuove Preghiere Eucaristiche, il Lezionario consentiva di ascoltare durante l'anno molti più brani biblici; ma in molti casi l'introduzione delle nuove traduzioni nazionali finì per far perdere l'uso della lingua latina, vista, erroneamente, come obsoleta e incomprensibile, mentre il Concilio ne prevedeva non solo la conservazione, ma anche la promozione (Sacrosanctum Concilium n. 36). Si assistette a quella che papa Benedetto chiama Ermeneutica della discontinuità o della rottura, cioè una chiave di lettura del Concilio Vaticano II che interpreta tutto ciò che vi era prima come superato, o addirittura superstizioso e sbagliato, mentre è necessario superare i testi del Concilio non tanto seguendo i testi stessi, quanto più il loro "spirito", cosa che, per l'inevitabile vaghezza su come si definisca tale spirito, ha causato confusione (Discorso ai membri della Curia Romana del 22 dicembre 2005). L'altra ermeneutica, quella della continuità, che "silenziosamente ma sempre più visibilmente ha portato frutti", afferma invece che il Concilio "vuole trasmettere pura ed integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti", individuando la novità del Concilio non già come una novità di contenuti, bensì del "modo col quale essi sono enunciati" (S. Oec. Conc. Vat. II Constitutiones Decreta Declarationes, 1974, pp. 863-865). In questo ambiente ha trovato fertile terreno il motu proprio di cui parliamo; in alcuni casi, e specialmente dai fautori di quella ermeneutica della discontinuità che "non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna" (Discorso ai membri della Curia Romana del 22 dicembre 2005), si è voluto ridurre la promulgazione del motu proprio come una semplice dispensa data dal papa ai cosiddetti Lefebvriani (i seguaci di mons. Marcel Lefebvre, che subito dopo il Concilio Vaticano II se ne discostarono in maniera decisa sia sul piano dottrinale che liturgico, fino ad arrivare alla scomunica dello stesso Lefebvre e di altri quattro presuli, perché nominati senza il consenso del papa, scomunica recentemente rimessa). Non nascondendo le positive implicazioni che questo atto ha ed ha avuto nel ricucire lo strappo con i Lefebvriani, papa Benedetto ha però sottolineato come "ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto" (Lettera ai vescovi per la pubblicazione del Motu proprio); quindi un atto per tutta la Chiesa, e non solo per pochi. Non manca poi di precisare che "non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum; nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura". E fa parte della continuità della Chiesa anche la Messa antica, poiché "ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso".
Questa una breve storia del motu proprio, che in questi anni, tra inevitabili polemiche ma anche tra importanti prove di fede, ha fatto in modo che la celebrazione della Messa antica si diffondesse non solo nelle grandi città e nelle fraternità sacerdotali dispensate, ma anche nelle piccole chiese di tutto il mondo.

Per conoscere in maniera più approfondita il motu proprio e le ragioni che hanno spinto il papa a promulgarlo, pubblichiamo di seguito i documenti più significativi in merito:

lunedì 12 luglio 2010

Il latino e il gregoriano nella liturgia

Volevo segnalare questo interessante video di "sentinelle del mattino" (un gruppo che si occupa dell'evangelizzazione dei giovani e presso i giovani) nell'ambito dell'iniziativa "Café teologico", ossia una serie di incontri informali su temi liturgici, catechistici e sulla morale. Il video in questione è tenuto da don Andrea Brugnoli, coordinatore del gruppo sentinelle del mattino, e riguarda la liturgia antica, recentemente liberalizzata da papa Benedetto XVI con il motu proprio "Summorum pontificum", che proprio quest'anno compie 3 anni di attuazione (il 14 settembre). Il sacerdote espone il concetto di motu proprio ed affronta il tema della liturgia antica, analizzando gli aspetti peculiari di un rito che chi è cresciuto dopo gli anni 70 spesso non ricorda o non ha affatto visto. Parlando della Messa antica, ripercorre alcuni aspetti fondamentali di quello che sulla liturgia dice il Concilio Vaticano II, che spesso si ritiene, erroneamente, contrapposto al cosiddetto "rito tridentino", o al latino e al gregoriano anche nel rito odierno; aspetti che valgono, quindi, sia per la Messa antica che per quella che celebriamo tutti i giorni. In particolare si sofferma su quanto afferma il Concilio a proposito del latino, del canto liturgico (in particolare del gregoriano) e dell'arte sacra, che fortunatamente nella nostra Chiesa di Caorle, a motivo delle sue tradizioni, sono vivi ancora oggi. Questo video, quindi, è un ottimo approfondimento in materia di liturgia anche per tutti coloro che partecipano alla Messa e alle altre funzioni liturgiche nella nostra parrocchia.
Il video dura circa 75 minuti, si compone di una più lunga parte espositiva e di una breve parte dedicata alle domande dei partecipanti a questa sorta di convegno; malgrado la lunghezza (comunque inferiore a quella di una partita di calcio) non è troppo pesante; ed essendo registrato è possibile vederlo a spezzoni.

12. La messa antica è moderna? from sentinelledelmattino on Vimeo.

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