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venerdì 22 aprile 2011

Ecce Lignum Crucis

Venerdì Santo, secondo giorno del Triduo Pasquale, è il giorno della Passione e Morte del Signore. Ieri sera, con la reposizione del Santissimo Sacramento alla cappella dell'Adorazione, al canto del Pange Lingua, è come se avessimo accompagnato il Signore fuori dal Cenacolo nell'orto degli ulivi, per la sua preghiera piena d'angoscia al Padre. Come Pietro, Giacomo e Giovanni, anche noi siamo stati chiamati da Gesù Cristo a seguirlo e a pregare per non entrare in tentazione, nell'adorazione notturna che dalla fine della Messa in Coena Domini di ieri si sta protraendo nel nostro Duomo anche in queste ore, fino alle 15. Il Nostro Signore è arrestato, processato e falsamente accusato, sbeffeggiato, percosso; la folla che fino a pochi giorni prima l'aveva acclamato Messia, che ascoltava la sua predicazione e lo seguiva, per vedere con i propri occhi i prodigi che compiva, lo ha abbandonato, ed urla a gran voce di liberare Barabba. Il brigante con il nome di un profeta, è questo che l'uomo è portato a scegliere se ragiona come vuole il mondo; la libera scelta che lascia Pilato tra Gesù e Barabba sembra un po' come la scelta insistente del mondo di oggi tra seguire Cristo e la "laicità" che ci viene proposta come una nuova religione di stato. E così l'uomo, davanti all'autorità pubblica, sceglie ancora oggi Barabba al posto di Gesù, quando dice: "Credo in Gesù Cristo, ma non credo nella Chiesa", "Quello che dice il Papa lo farò se e quando ne avrò voglia", "La Chiesa deve adeguarsi al mondo". Pensiamo per un attimo al Nostro amatissimo Signore, dal pretorio, mentre si sente insultato da quelli che Egli ama al di sopra di ogni cosa, al punto di dare la vita per loro; e di certo non solo per chi era presente deve essersi rattristato, ma anche per tutti quelli che, nel tempo, Egli ha sempre amato, per i quali Egli sempre ha sofferto, e che l'hanno rinnegato, insultato e condannato. Certo, la sofferenza corporale inflittaGli dalla tortura romana della crocifissione e della flagellazione devono essere state qualcosa di insopportabile; ma quale dolore deve aver provato il Signore, che oltre a resistere nel corpo si trova a dover subire l'odio ed il rinnegamento di coloro che ama?
Ecce Lignum Crucis, in quo Salus mundi pependit; ecco il Legno della Croce, dal quale pendette la Salvezza del mondo. Da un albero è venuto il peccato di Adamo, che tutti ci condanna; dall'albero della Croce arriva anche la Salvezza. Come dice la famosa omelia sul sabato santo che si legge nell'Ufficio delle letture di domani, il Sacrificio di Cristo rende l'uomo degno, finalmente, di cibarsi dei frutti dell'albero della vita, che è Cristo stesso. Ma oggi è ancora l'ora del buio, l'impero delle tenebre; battiamoci il petto di fronte al Crocifisso, che lancia il suo urlo di dolore fisico e interiore, mentre sulla Croce distrugge il nostro peccato e ci dona la salvezza. Ecco il nostro Re: questo ci dice Pilato e lascia scritto sopra la Croce di Gesù Cristo; questo è veramente il nostro Re, la vera regalità, la strada da percorrere, il sacrificio per amore.

Ascoltiamo questo brano suggestivo, il Miserere di Gregorio Allegri, autore romano nato nel '500; questo brano, cantato nel XVI e XVII secolo dalla Cappella Sistina durante il primo notturno del Venerdì Santo, e tanto prezioso da dover pendere la scomunica per chiunque l'avesse fatto eseguire fuori dall'Urbe, è l'esempio di polifonia a cui ci viene detto di ispirarci dal Concilio Vaticano II, da papa Pio X e dal Magistero della Chiesa. Esso si conforma al sublime modello del canto gregoriano, e pertanto è pienamente degno di varcare le soglie della chiesa; possiamo anche noi convertire i nostri cuori e desiderare di sentire, nelle nostre chiese, la vera musica sacra prescritta dal Magistero, abbandonando anche in queste cose ciò che viene dal mondo e ci allontana dalla preghiera e dal culto che si deve a Nostro Signore Gesù Cristo, Redentore.

giovedì 21 aprile 2011

Missa in Coena Domini: omelia del Papa

La Missa in Coena Domini dà inizio al Triduo Pasquale; la parola "Triduo" deriva dal latino, e significa letteralmente "tre giorni". Tuttavia il Triduo di Pasqua, momento liturgico più importante dell'anno per tutti i cristiani, si snoda lungo quattro giorni, da oggi, Giovedì Santo, Venerdì Santo, Sabato Santo fino alla Domenica di Risurrezione, e termina dopo i Vespri del giorno di Pasqua. Ma le celebrazioni più importanti e suggestive, perché uniche in tutto l'anno liturgico, sono la Veglia Pasquale, la notte tra Sabato e Domenica, l'Azione Liturgica pomeridiana della Passione e Morte del Signore il pomeriggio di Venerdì e, questa sera, la Santa Messa in Coena Domini, i cui segni distintivi sono la lavanda dei piedi, gesto simbolico che riprende quello compiuto da Nostro Signore la sera prima della sua Passione, e la processione di Reposizione del Santissimo dopo la Comunione, nel luogo che per tradizione viene detto Sepolcro. E' infatti interessante notare come queste tre celebrazioni siano intimamente unite l'una con l'altra: quella di stasera e quella di domani non si concludono con il Segno della Croce e con il saluto "La Messa è finita"; li sentiremo soltanto alla fine della Veglia Pasquale.
Anche il Santo Padre, Benedetto XVI, ha celebrato la Santa Messa in Coena Domini, come da Tradizione nella Basilica Papale di San Giovanni in Laterano. Nella sua toccante omelia egli si è soffermato in particolar modo sull'unità dei cristiani, sulla necessità di convertirci e di essere umili di fronte al Signore e sul fatto che Egli ha desiderato morire per noi: "Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi prima della mia Passione"; con queste parole Gesù ha inaugurato il suo ultimo convito. Gesù, ha detto il Santo Padre, è andato incontro a quell'ora desiderandola, ha atteso quel momento che avrebbe dovuto essere in qualche modo le vere nozze messianiche, la trasformazione dei doni di questa terra, e una cosa sola con i suoi, per trasformarli. Nel desiderio di Gesù possiamo riconoscere il desiderio di Dio stesso, che dà compimento alla stessa Creazione. Riprendendo alcune delle domande che ha posto anche nella celebrazione di questa mattina, ha proseguito: Gesù ha desiderio di noi, ci attende; e noi abbiamo veramente desiderio di Lui? Bramiamo di diventare una cosa sola con Lui, cosa di cui ci fa dono nell'Eucaristia, oppure desideriamo essere distratti, pieni di altro? Il disinteresse per Lui è come i posti vuoti al banchetto nuziale, oggi non più una parabola, ma una realtà, proprio in quei paesi in cui Egli aveva rivolto il suo annuncio. Gesù aveva tenuto conto anche di coloro che vengono alla cena, ma senza abito nuziale. Citando san Gregorio Magno, in una delle sue omelie, Benedetto XVI ha accostato quelli che vengono al banchetto senza abito nuziale a coloro che hanno la Fede, ma mancano dell'abito nuziale dell'Amore, e chi vive la Fede senza amore viene mandato fuori. La Comunione Eucaristica richiede la Fede, ma la stessa Fede richiede l'Amore.
Gesù, sappiamo dai Vangeli, ha portato nell'Ultima Cena i capisaldi del suo annuncio, ma ha soprattutto pregato: Marco e Luca sottolineano l'atteggiamento ascendente del Ringraziamento e discendente del Benedire. Le parole della Transustanziazione sono parole di preghiera; questa trasformazione della sua sofferenza in Amore possiede una forza trasformatrice nei doni nei quali ora Egli dà se stesso. Lo scopo ultimo della trasformazione eucaristica è la nostra stessa trasformazione nella Comunione con Dio. Una particolare attenzione del papa viene data anche alle parole che oggi vengono pronunciate durante la Santa Messa; da Luca e soprattutto da Giovanni sappiamo che Gesù, nella sua preghiera durante l'Ultima Cena, ha anche rivolto suppliche al Padre, che contengono anche preghiere per i suoi fedeli di allora e di tutti i tempi. In particolare la preghiera per l'Unità; Gesù dice esplicitamente che ciò non vale solo per i discepoli allora presenti, ma per quelli di tutti i tempi, affinché essi diventino una sola cosa, perché il mondo creda. L'unità dei Cristiani può realizzarsi solo nella Fede e nell'Amore per Gesù; non può essere soltanto interiore, mistica, ma deve farsi visibile, per testimoniare Gesù al mondo. Come dice san Paolo: il Pane che noi spezziamo non è forse Comunione con il Corpo di Cristo? E poiché esiste un solo Pane noi tutti siamo una sola cosa. Dall'Eucaristia nasce la Chiesa, è il mistero dell'intima vicinanza di Comunione di ogni singolo col Signore e nello stesso tempo l'unione visibile tra tutti. Celebriamo necessariamente insieme; in ogni comunità vi è il Signore in modo totale, Egli è uno solo in tutte le Comunità. Per questo nelle parole della Messa leggiamo le parole “Una cum papa nostro et cum episcopo nostro”; esse non sono un'aggiunta esteriore; così l'unità diventa visibile, costituisce per noi stessi un elemento concreto, dando anche i nomi del papa e del vescovo.
Ha proseguito il Santo Padre con un nuovo richiamo agli scandali nella Chiesa; san Luca narra di come il Signore, nell'Ultima Cena, abbia predetto a Pietro che Satana l'avrebbe messo alla prova; ma gli ha anche chiesto, una volta convertito, di confermare i suoi fratelli. Oggi constatiamo con dolore nuovamente che a Satana è stato concesso di vagliare i discepoli visibilmente davanti a tutto il mondo; ma sappiamo che Gesù prega per la Fede di Pietro e dei suoi successori; sappiamo che, al pericolo di affondare, Pietro viene continuamente salvato e guidato dal Signore.
Altro punto importante dell'omelia il pontefice l'ha dedicato alla conversione: tutti gli esseri umani, eccetto Maria, hanno bisogno di conversione. Spaventato dal primo annuncio, Pietro disse a Gesù “allontanati da me perché sono peccatore”, testimoniando l'umiltà di chi non si sente degno di Lui, dopo averlo riconosciuto. A Cesarea di Filippi Pietro aveva però voluto distogliere Gesù dalla Passione, nell'Ultima Cena non ha voluto farsi lavare i piedi, nell'orto degli Ulivi ha estratto la spada, tanto quanto stava accadendo pareva non conciliarsi con il suo modo di pensare Dio. Davanti alla serva, però, ha negato di conoscerlo, parendogli questa una piccola bugia; qui è caduto tutto il suo eroismo. Anche noi dobbiamo accettare l'apparente impotenza di Dio in questo mondo, abbiamo bisogno dell'umiltà del discepolo che segue il maestro. Noi, che spesso lo abbandoniamo quando la fedeltà a Lui ci costa un prezzo troppo alto, in quest'ora vogliamo pregarlo di guardare anche noi come a guardato Pietro, e di convertirci.
Parlando in prima persona, il papa ha sottolineato come le parole dette dal Signore a Pietro nell'Ultima Cena valgano ancora oggi per lui e per la Chiesa. Pietro, il convertito, è chiamato a confermare i suoi fratelli; non è un fatto esteriore che questo incarico gli venga affidato nel Cenacolo; l'unità si manifesta infatti nella celebrazione Eucaristica. Per il papa è un grande sollievo sapere che in tutte le celebrazioni si prega per lui; solo con la preghiera di tutta la Chiesa egli può confermare i fratelli.
"Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con noi"; il papa ha concluso con un'esortazione: Signore, suscita anche in noi il desiderio di Te, rafforzarci nell'unità con Te e tra di noi, dona alla tua Chiesa l'unità perché il mondo creda.

Cliccate qui per leggere il testo integrale dell'omelia di papa Benedetto XVI.

Messa del Crisma: omelia del Santo Padre

Con il Giovedì Santo si pone fine al Tempo di Quaresima e si dà inizio al Triduo Pasquale, il punto focale di tutta la vita annuale del cristiano. Il Giovedì Santo, nella Messa in Coena Domini, celebriamo l'istituzione dell'Eucarestia da parte di Nostro Signore Gesù Cristo nell'Ultima Cena, e faremo memoria del gesto della lavanda dei piedi, che Gesù Cristo ha compiuto dopo l'Ultima Cena, lasciando agli Undici il comandamento: "Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri". Il Giovedì Santo, però, si celebra anche un altro aspetto molto importante: durante l'Ultima Cena, infatti, il Signore, anticipando l'offerta sacrificale di se stesso sulla Croce, diede ordine ai suoi discepoli di continuare a perpetuare il suo sacrificio sull'altare tutti i giorni: ha istituito quindi il sacerdozio ministeriale, quello dei diaconi, dei preti e dei vescovi, che in virtù del Sacramento dell'Ordine si occupano della cura delle anime del popolo di Dio. Il Venerdì Santo, nell'Azione Liturgica pomeridiana, celebriamo la Morte del Signore in Croce, leggendo la Passione secondo san Giovanni e procedendo con l'Adorazione della Santa Croce e la Santa Comunione. Il Sabato Santo, nella Solenne Veglia Pasquale, e la Domenica celebriamo la Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, il compimento della vera Pasqua, la liberazione dal peccato e dalla morte di tutti i credenti in Cristo Gesù.
Quest'oggi, come preludio al Triduo Pasquale, ha luogo la Messa del Crisma, che si celebra in tutte le cattedrali del mondo, e vede il popolo e soprattutto i sacerdoti uniti attorno al proprio vescovo, chiamati a rinnovare le loro promesse sacerdotali; durante questa Santa Messa vengono inoltre consacrati gli Olii santi per il Battesimo, la Cresima e l'Unzione degli Infermi: l'Olio dei Catecumeni, l'Olio del Crisma e l'Olio degli Infermi.
Questa mattina il Santo Padre Benedetto XVI ha anch'egli celebrato la Santa Messa del Crisma, insieme ai cardinali e vescovi di Curia e i presbiteri e diaconi della diocesi di Roma. Durante la sua omelia ha approfondito in particolare il significato che hanno per i cristiani questi Olii santi. Nei sacramenti, ha detto il papa, il Signore ci tocca per mezzo degli elementi della Creazione: l'unità tra Creazione e Redenzione si rende visibile. Pane e vino sono frutti della terra e del lavoro dell'uomo: il Signore li ha scelti come portatori della sua presenza; anche nell'olio questo accade, infatti la parola Cristo significa "unto". Ciò che nel sacerdote dell'antica alleanza era avvenuto in modo simbolico con l'unzione con l'olio, avviene propriamente in Cristo, dove l'umanità è penetrata dalla divinità. Noi stessi ci chiamiamo cristiani, unti, persone che partecipano a Cristo. “Non voglio soltanto chiamarmi cristiano ma voglio anche esserlo” ha detto citando sant'Ignazio di Antiochia, ed ha esortato ad pregare il Signore perché sempre più non solo ci chiamiamo cristiani ma anche lo siamo nella vita.
E' passato poi a spiegare più da vicino il significato dei tre Olii: tramite essi si esprimono tre dimensioni essenziali dell'esistenza cristiana. L'Olio dei Catecumeni, ha detto Benedetto XVI, è un tocco interiore col quale il Signore attira le persone vicino a sé, un primo tocco; mediante questo tocco, che avviene ancora prima del Battesimo, guardiamo alle persone che sono alla ricerca della Fede, alla ricerca di Dio. L'olio dei Catecumeni ci dice che non solo l'uomo cerca Dio: Dio stesso si è messo alla ricerca di noi. Il fatto che Egli si sia fatto uomo ci fa vedere quanto Dio ami l'uomo: “Cercandomi ti sedesti stanco: che tanto sforzo non sia vano”, ha ricordato nel Dies Irae. Dio ama gli uomini: Egli viene incontro all'inquietudine del nostro cuore con l'inquietudine del suo stesso cuore che lo induce a compiere l'atto estremo per noi. In questo senso dovremmo sempre rimanere catecumeni: “Ricercate sempre il suo volto” e “Dio è tanto grande da superare sempre infinitamente tutta la nostra conoscenza e tutto il nostro essere”, ha detto citando il salmo 105 e sant'Agostino. L'uomo è inquieto perché tutto ciò che è temporale è troppo poco; ma siamo veramente inquieti verso di Lui? Non ci siamo forse rassegnati alla sua assenza? Non permettiamo questa riduzione, ha esortato il pontefice: rimaniamo sempre inquieti.
Guardando all'Olio dell'Unzione degli Infermi il papa ha posto davanti a noi la schiera dei sofferenti (affamati, assetati, vittime di violenza, gli ammalati, i perseguitati e i calpestati, le persone col cuore affranto). Nel primo invio dei discepoli da parte di Gesù, san Luca ci narra che li mandò ad annunciare il Vangelo e a guarire gli infermi. Certo il compito principale della Chiesa, sottolinea Benedetto XVI, è l'annuncio del Regno di Dio, ma proprio questo annuncio deve essere un processo di guarigione: “Fasciare le piaghe dei cuori spezzati”. L'annuncio del Regno di Dio deve innanzitutto guarire il cuore ferito degli uomini. L'uomo è per sua stessa essenza un essere in relazione: se però è turbata la relazione fondamentale, quella con Dio, non possiamo neppure veramente guarire nel corpo e nell'anima. Per questo la prima e fondamentale guarigione avviene nell'incontro con Cristo, che ci riconcilia con Dio e sana il nostro cuore affranto. Ma anche la guarigione concreta della malattia e della sofferenza, nota il Santo Padre, è ruolo della Chiesa, visibile nell'Olio per l'Unzione degli Infermi. E' questa anche l'occasione per ringraziare le sorelle e i fratelli che portano sollievo agli uomini sofferenti, senza guardare la loro confessione. Attraverso il mondo una scia luminosa di persone ha origine dall'amore di Gesù per i sofferenti e i malati. Per questo ringraziamo in quest'ora il Signore, per questi fratelli che danno testimonianza della bontà di Dio. L'olio degli Infermi è segno tangibile della bontà del cuore: senza parlare di Cristo costoro lo manifestano.
Infine il papa si è soffermato sull'Olio del Crisma, mistura di olio di oliva e profumi. E' l'olio dell'unzione sacerdotale e di quella regale, che si allaccia alle unzioni dell'Antica Alleanza. Nella Chiesa si usa per la Confermazione e per le ordinazioni sacre. Con questo, ha detto il pontefice, si vuole dare compimento alle parole del profeta Isaia, con le quali riprende le parole di promessa di Dio verso il suo popolo presso il Sinai: voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Israele doveva esercitare una funzione sacerdotale per il mondo, aprire il mondo a Dio. San Pietro proclama, aprendo a tutto il popolo dei battezzati: "Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa. Voi un tempo eravate non popolo; ora siete popolo di Dio". L'unzione nel Battesimo e nella Confermazione introduce in questo ministero sacerdotale per l'umanità. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarlo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo comune incarico, in quanto battezzati, non dobbiamo farne un vanto, ammonisce il papa, ma ciò è una cosa che ci dà gioia e ci inquieta: siamo davvero santuario di Dio per il mondo? Diamo testimonianza di Dio o lo nascondiamo? Non siamo forse diventati popolo dell'incredulità? Non è vero forse che l'occidente è stanco della sua fede? Benedetto XVI ci invita con forza a gridare in quest'ora a Dio: “Non permettere che diventiamo non popolo; fa' che la forza del tuo Spirito diventi nuovamente efficace in noi, affinché con gioia testimoniamo il tuo messaggio”. Nonostante tutta la vergogna per i nostri errori, dice il Santo Padre, non dobbiamo dimenticarci dei grandi esempi della fede. Ricorda, il pontefice, il 1° maggio, data in cui verrà beatificato Giovanni Paolo II; allora penseremo a lui come esempio per il nostro tempo, ed insieme a tutti coloro che egli ha beatificato e canonizzato.
Al termine della sua omelia, il papa si rivolge ai sacerdoti: "Il giovedì è particolarmente il nostro giorno: nell'Ultima Cena il Signore ha istituito il sacerdozio neo-testamentario: “consacrali nella verità” ha pregato il Padre. Con umiltà per tutte le nostre insufficienze rinnoviamo il nostro Sì al Signore Gesù".

Cliccando qui potrete leggere il testo integrale dell'omelia del Santo Padre alla Messa del Crisma in lingua italiana.

domenica 17 aprile 2011

Vexilla Regis prodeunt

Con la Domenica delle Palme, che celebriamo oggi, iniziano per noi il tempo di Passione e la Settimana Santa. I segni che la liturgia propone agli occhi e allo spirito sono molteplici: innanzitutto i rami d'ulivo, che sostituiscono per lo più i rami di palma con cui, i Vangeli ci raccontano, fu accolto Gesù Cristo nel suo ingresso a Gerusalemme. L'ulivo richiama infatti la Passione di Nostro Signore, che proprio nell'orto del Getsèmani si recò in preghiera dopo l'Ultima Cena. Poi il colore delle vesti e dei paramenti liturgici, che a differenza del resto del Tempo di Quaresima, è il rosso, colore del Sangue effuso dal Redentore sulla Croce, e al quale si associa anche il Sangue di tutti i martiri che per il Signore hanno donato e donano tutt'oggi la loro vita. Ma, come di consueto, anche la musica liturgica si addobba in maniera tipica della Settimana Santa. Uno dei segni più importanti è l'inno, che sarà cantato durante i Vespri di tutti i giorni da oggi fino al Sabato Santo, il Vexilla Regis.
L'autore dei versi di quest'inno è Venanzio Fortunato, nato a Duplavilis, l'odierna Valdobbiadene, nel 530 e vissuto, nella prima parte della sua vita, tra Aquileia e Ravenna, ed autore tra l'altro di un inno Pange lingua per il Venerdì Santo, da non confondere con quello eucaristico che si canta il Giovedì Santo. L'originale di quest'inno contava otto strofe, ma fu rimaneggiato al tempo di papa Urbano VIII (a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo), entrando a far parte del Liber Usualis fino alla riforma liturgica degli anni settanta, quando, nel Liber Hymnarius, ha parzialmente riacquisito il testo antico. In letteratura, poi, quest'inno è citato in diverse epoche ed opere, a cominciare dalla Commedia dantesca, dove appare "al negativo" all'inizio dell'ultimo canto dell'inferno, ma anche in "A Portrait of the artist as a young man" dell'autore irlandese James Joyce.
L'incipit dell'inno propone subito all'attenzione quello che per l'uomo rimane un paradosso: parla infatti di "Vexilla Regis", cioè dei vessilli del re, che avanzano, ma vi accosta, immediatamente dopo, "fulget Crucis mysterium", ossia rifulge il mistero della Croce. Nella mente dei fedeli appaiono quindi le immagini delle processioni devozionali del Venerdì Santo, o le Vie Crucis, o ancora qualsiasi altra processione religiosa, aperta dal Crocifisso; la Croce, segno d'infamia per l'uomo, è divenuta l'insegna della gloria di un re, il vero re, che è Cristo Signore. Come ricordava papa Benedetto XVI, in una delle meditazioni per la via crucis del Venerdì Santo del 2005, Gesù Cristo era fuggito dalla folla che voleva prenderlo per farlo re, quando ancora non era il momento; ma durante la sua agonia sulla Croce il suo titolo regale può rimanere esposto all'attenzione di tutti, nell'iscrizione composta da Pilato: "Gesù il Nazareno, Re dei Giudei": è questa la vera regalità, come dice lo stesso inno poco più in alto, "Regnavit a ligno Deus" (Dio ha regnato dal legno).
Prosegue, il testo, indicando il Crocifisso da cui pende il prezzo per riscattare il mondo dalla sua schiavitù (pretium pependit saeculi); come nella cultura romana lo schiavo diventava libero, una volta riscattato il suo prezzo al suo padrone, così il Redentore diventa il prezzo che deve essere versato per liberarci dalla schiavitù del male e del peccato. E nella stessa strofa il Crocifisso diventa la bilancia, strumento da sempre associato alla giustizia: "statera facta corporis" che, liberando l'uomo, lo sottrae all'Inferno, dove il diavolo vuole attirarlo. Fino a giungere al culmine di tutto il componimento, poco prima della conclusione, dove la croce viene salutata come unica speranza (O Crux, ave, spes unica), come a dire che la sofferenza di Cristo è l'unica via da percorrere per la salvezza.
Come di consueto ecco il testo dell'inno, che canteremo durante i vespri di questa sera e al Venerdì Santo, da poter seguire, insieme alla traduzione, mentre ascoltiamo questa proposta musicale, con una strofa in gregoriano ed una in un interessante falso bordone polifonico.

Vexilla Regis prodeunt:
fulget Crucis mysterium,
qua vita morte pertulit,
et morte vitam protulit.

Quae vulnerata lanceae
mucrone diro, criminum
ut nos lavaret sordibus,
manavit unda et sanguine.

Impleta sunt quae concinit
David fideli carmine,
dicendo nationibus:
Regnavit a ligno Deus.

Arbor decora et fulgida,
ornata Regis purpura,
electa digno stipite,
tam sanctam membra tangere.

Beata, cuius brachiis
praetium pependit saeculi:
statera facta corporis,
tulitque praedam tartari.

O CRUX, AVE, SPES UNICA,
hoc Passionis tempore
piis adauge gratiam,
reisque dele crimina.

Te, fons salutis Trinitas,
collaudet omnis spiritus:
quibus Crucis victoriam,
largiris, adde praemium. Amen.
Avanzano i vessilli del Re,
rifulge il mistero della Croce,
che dalla vita condusse alla morte
e dalla morte ha manifestato la vita.

Quando fu colpita dalla punta
della crudele lancia, per
lavarci dai nostri sordidi crimini
versò un'onda di sangue.

Sono compiute le parole che Davide
cantò coi suoi versi fedeli,
dicendo alle genti:
Dio ha regnato dal legno.

O Albero splendido e fulgido,
ornato della porpora regale,
dal tronco eletto al punto
di toccare le sante membra.

O beata, dalle cui braccia
pendette il prezzo del mondo:
e fatta del corpo una bilancia,
ha tolto la preda all'inferno.

O CROCE, AVE, UNICA SPERANZA,
in questo tempo di Passione
accresci ai pii la grazia,
cancella ai rei i crimini.

Te, Trinità fonte di salvezza,
lodi ogni spirito:
dalla vittoria della Croce
elargisci, aggiungi il premio. Amen.


lunedì 15 marzo 2010

Celebrazioni della Settimana Santa

Si avvicina la Settimana Santa, che porta nel fulcro della vita cristiana di tutto l'anno liturgico. Si comincia domenica 28 marzo, con la domenica delle palme; faremo memoria dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme con la benedizione degli ulivi, sul sagrato della chiesa della Madonna di Pompei alle ore 10:00, a cui seguirà la processione verso il Duomo, ove sarà celebrata la Santa Messa. Il momento culminante sarà il sacro Triduo pasquale, che comincerà giovedì 1° aprile alle ore 20:30, con la Messa in Coena Domini, dove faremo memoria dell'ultima cena di Gesù e della lavanda dei piedi; continuerà con la celebrazione della Passione e Morte di Gesù, venerdì 2 aprile alle 15:00; infine si concluderà la notte del sabato santo, 3 aprile, con la solenne Veglia pasquale, con inizio alle ore 21:00.
La presenza costante di Gesù tra noi sarà sottolineata dall'Adorazione del Santissimo Sacramento; domenica 28 dalle 12:45 alle 17:45, lunedì e martedì santo dalle 8:30 alle 18:00 e mercoledì santo dalle 8:30 alle 12:00. Infine giovedì santo a partire da dopo la Messa in Coena Domini per tutta la notte, fino al pomeriggio del venerdì santo.
Dal pomeriggio del giovedì santo e per tutti i giorni del venerdì e del sabato santo dei sacerdoti saranno disponibili in Duomo per il sacramento della Confessione.
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