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mercoledì 20 giugno 2012

Intervista a mons Bux sulla liturgia

Riporto un'intervista fatta da Fabio Colagrande su Radio Vaticana a mons. Nicola Bux, docente alla Facoltà teologica pugliese e consultore presso le Congregazioni per la Dottrina della Fede e per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, in cui si parla degli abusi liturgici come della fonte della perdita dell'etica anche nella Chiesa (citando Papa Benedetto XVI). Nell'intervista mons. Bux cita gli errori commessi nell'attuazione della riforma liturgica, porta degli esempi di alcuni di essi ancora presenti nelle nostre liturgie e cerca di analizzarne cause e rimedi.

Il Papa e i richiami alla corretta liturgia. Mons. Bux: è un atto sacro, non di intrattenimento
[MP3]

Nel suo videomessaggio per la cerimonia conclusiva del Congresso eucaristico internazionale di Dublino, Benedetto XVI ha affermato che i desideri dei Padri Conciliari circa il rinnovamento liturgico sono stati oggetto di “molte incomprensioni ed irregolarità”. “La riforma voleva condurre la gente a un incontro personale con il Signore presente nell’Eucaristia - ha detto il Papa - ma la revisione è rimasta ad un livello esteriore”. Ma come e perché è stata fraintesa la riforma liturgica del Concilio Vaticano II? Fabio Colagrande lo ha chiesto a mons. Nicola Bux, docente alla Facoltà teologica pugliese e consultore presso le Congregazioni per la Dottrina della Fede e per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti:

R. – E’ avvenuto quello che è accaduto a livello sociale e morale, cioè la caduta in verticale dell’etica e così è accaduto con la liturgia. Cioè, la liturgia è stata intesa non più come il diritto di Dio di essere adorato, come Egli stesso ha stabilito, ma come la nostra pretesa di creare noi un culto e di offrirlo secondo – come dire – i nostri usi e costumi. Il profeta Isaia dice: “Avete reso il mio culto un imparaticcio di usi umani”, per cui la liturgia – come il Papa, quando era ancora teologo, cardinale, ha scritto – è diventata una sorta di intrattenimento. Ecco: questo, credo, che sia il punto. Credo che oggi vada in qualche modo ristabilito, ripristinato il principio che la liturgia non è un bene a nostra disposizione, dove è possibile fare quello che ci piace, ci mettiamo dentro quello che vogliamo e ne togliamo quello che non ci va… bensì, è un atto pubblico della Chiesa, come il Vaticano II stesso ricorda nella Costituzione sulla Liturgia, e pertanto va regolato dalla Santa Sede e, come il Consiglio stesso ricorda nel famoso paragrafo 22 della Costituzione al comma 3, “Nessun altro – assolutamente, anche se sacerdote, può aggiungere, togliere o mutare alcunché di sua iniziativa in materia liturgica”. Quello che è accaduto nel mondo, e che il Papa stesso in qualche modo denuncia, è esattamente quello che il Consiglio non voleva.

D. – Quindi, il rinnovamento liturgico voluto dai Padri conciliari bisogna ancora attuarlo?

R. – E certamente. Il rinnovamento va continuato. A parte che la liturgia, come d’altronde la vita della Chiesa è – come si suol dire in latino – semper reformanda, cioè parleremmo di una riforma continua, ma badi bene: una riforma, non una rivoluzione. Molti, purtroppo, hanno inteso la riforma come una rivoluzione, cioè ribaltiamo tutto, mettiamo al centro della liturgia l’uomo invece che Dio, l’uomo con le sue pretese, con le sue voglie, la sua – diciamolo pure – immancabile volontà di protagonismo, dimenticando invece che il protagonista nella liturgia è un altro: è il Signore, è Dio. “Adora il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori di me”: questo è il primo dei Comandamenti. Non ci lamentiamo poi che anche l’etica – ahimé – anche l’etica, nella Chiesa, è caduta in verticale. Il Papa ha detto una celebre frase abbastanza forte, e cioè che la crisi della Chiesa dipende in gran parte dal crollo della liturgia. E perché accade questo? Perché quando noi ci facciamo come a immagine nostra Dio, tutti i comandamenti vanno giù a rotoli.

D. – Vuole farci un esempio pratico di questa mancata revisione delle forme liturgiche, del modo in cui è stato travisato il volere dei Padri conciliari?

R. – Faccio un esempio, che il Papa stesso ha richiamato proprio in ordine al Congresso che si sta celebrando: l’adorazione. La liturgia, per sua natura, è un atto di culto, non è un atto di intrattenimento della gente. Oggi i preti, nella liturgia dicono alla fine della Messa: “Buongiorno, buonasera, come state? Mi raccomando, andate a casa, fate questo, fate quest’altro …”. La liturgia, come atto della Chiesa universale, non è un atto di un gruppo che io possa trasformare in una sorta di riunione di famiglia. No, e questo è il punto. Allora, l’adorazione: adorazione significa che la gente viene in chiesa perché deve riconoscere e adorare il Signore. E dunque questa è la cosa fondamentale. Se viene meno questo, è chiaro che ogni altra cosa è possibile. C’è il fraintendimento, c’è – per esempio – il fatto che il tabernacolo oggi, come lamentano molti laici, venga messo in un angolo, non lo si trova nemmeno più, al centro invece troneggia il seggio del prete e questo naturalmente non è scritto da nessuna parte ma, via via, è come uno slittamento progressivo: abbiamo tolto dal centro il Signore nel Santissimo Sacramento e ci siamo messi noi, noi chierici. Ahimé, tra l’altro, in un momento in cui – come si può vedere dalle cronache - proprio noi chierici non brilliamo certo. Faremmo molto bene a stare da un lato, come ministri. D’altronde, la parola "ministro" vuol dire "colui che serve", non certamente colui che è il padrone.


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Fonte: radiovaticana.org.

mercoledì 1 febbraio 2012

Intervista di Radio Vaticana al Patriarca eletto

Pubblico qui di seguito il testo dell'intervista rilasciata ieri da S. E. mons. Francesco Moraglia, Patriarca eletto di Venezia, a Sergio Centofanti di Radio Vaticana.

D. - Come ha accolto questa nomina del Papa a Patriarca di Venezia?

R. – Lo stato d’animo al momento è stato quello di trepidare. Trepidare perché uno si sente proiettato in una situazione che finora non gli apparteneva e per molti versi non immaginava neanche. Quindi, la prima sensazione è stata proprio questo interrogarsi su questa nuova realtà. Poi, sono andato in cappella e parlando con il Signore nel tabernacolo gli ho detto: “In fin dei conti ci sei tu, e quindi mi fido di te”.

D. – Lei va nella sede di Venezia in un momento molto critico per l’Italia, per l’Europa. Che cosa dire in proposito?

R. – La realtà ecclesiale partecipa, ovviamente, di tutta la contestualizzazione sociale, politica, economica e finanziaria che grava questo preciso momento storico. Con l’idea di essere vescovo e di cercare di guardare la situazione a partire dall’uomo, e quindi immaginando che la crisi prima che sociale, prima che politica, prima che finanziaria sotto certi punti di vista sia una crisi antropologica culturale, e quindi avere un po’ questa attenzione a tutto ciò che è umano, a tutto ciò che caratterizza l’uomo, a tutto ciò che costituisce l’uomo, evidentemente con una prospettiva cristiana, poi, perché tutto ciò che è umano è cristiano, e tutto ciò che è cristiano appartiene all’umano. Ecco, direi in questa prospettiva.

D. – Come ridare fiducia alla gente, oggi?

R. – Io penso che un primo modo, per il vescovo, sia quello di amare la sua gente, di far capire alla gente che c’è questo sentimento di amore, di vicinanza: stare in mezzo a loro. Poi, conoscersi reciprocamente perché certamente un vescovo deve anche parlare, deve anche guidare … Però credo che il parlare, il guidare non possa mai prescindere dall’essere uno di loro, stare in mezzo a loro anche se con la caratteristica propria della missione del vescovo.

D. – In particolare, la priorità di oggi sono i giovani: pensiamo ai tanti giovani senza lavoro …

R. – Solo in Italia i dati fanno rabbrividire, perché parliamo di un 30 per cento di giovani tra i 14 e i 25 anni che non hanno lavoro, con tutto quello che questo determina a livello di insicurezza di questi ragazzi di fronte al futuro. Io molte volte dico ai nostri giovani: “Voi siete il futuro!”, ma dobbiamo dirglielo in modo coerente, dando loro un presente diverso. E certamente, questo 30 per cento di giovani senza lavoro ha poi una ricaduta anche sulle scelte che chiaramente debbono essere fatte in questa fascia di età, tra i 14 e i 25-30 anni, e che non possono essere fatte e che vengono posticipate evidentemente con una situazione di distorsione anche nelle generazioni future. Anche questa è una cosa su cui dobbiamo riflettere molto.

D. – Lei lascia La Spezia: con quali sentimenti e con quale bilancio?

R. – Il bilancio lo lascio fare al Signore e poi anche alle persone che hanno partecipato a questo cammino ecclesiale di quattro anni. Io lascio La Spezia con l’idea di essere stato ancora solo nella fase iniziale del mio ministero. La lascio con nostalgia, ma con vera nostalgia, perché alla Spezia con l’aiuto del Signore mi sono trovato bene, ho cercato di fare quello che ho potuto. Ringrazio il Signore per gli incontri con la gente, per le visite pastorali, purtroppo interrotte, per l’esperienza della pastorale giovanile vocazionale perché da sette seminaristi siamo passati ad averne 17: una comunità seminaristica, quindi, che fa sperare bene anche perché c’è bisogno nel presbiterio di avere questa luce sul futuro. E poi, la religiosità popolare che ha avuto dei momenti alti, dei momenti di preghiera nei pellegrinaggi del primo sabato del mese in cui, oltre alla preghiera mariana, alla celebrazione eucaristica ed alla meditazione, c’è stato anche un incontro con le persone nelle ore che seguivano lo spazio religioso. Credo che in quella mezza giornata mensile si siano costruite molte cose a livello ecclesiale, perché poi queste persone le ritrovavamo anche in altri momenti della vita ecclesiale. L’ultima cosa di cui ringrazio il Signore, è che si è aperta la scorsa domenica l’instaurazione dell’adorazione perpetua in diocesi: 365 giorni all’anno, per 24 ore al giorno, con 700 adoratori impegnati ed un altro movimento, che si è impegnato in questi mesi con la diocesi, che sta muovendo i primi passi in modo davvero promettente.

D. – Il Papa ha proclamato, per quest’anno, l’Anno della fede. Come riportare la fede tra gli uomini?

R. – L’Anno della fede, a 50 anni dal Concilio Vaticano II e a vent’anni dalla promulgazione del Catechismo nella Chiesa cattolica, è un’opportunità che dobbiamo cogliere attraverso un ascolto profondo dello Spirito Santo. Penso che il punto di partenza di ogni realtà ecclesiale, sia per fedeli e sia per i pastori, sia indubbiamente una fede forte. La fede è una realtà personale, non individuale, e questo Anno della fede credo che debba proprio segnare una novità in tal senso. Nella mia diocesi della Spezia si era discusso un po’ per trovare e creare qualche evento e qualche avvenimento. Tra poco mi recherò a Venezia e vedrò quello che era già stato programmato e deciso. Prima di tutto ascolterò la realtà che incontrerò, però vorrei anche che l’Anno della fede fosse colto ed individuato all’interno di quello che è già il cammino della Chiesa veneziana, all’interno anche del Triveneto, che sta facendo un cammino importante verso Aquileia 2. Proprio lì, durante questi mesi e queste settimane, mi sembra stiano ormai tirando le fila di un cammino biennale. Ho già posto la mia attenzione nel vedere quello che è stato fatto e quello che si sta facendo, proprio per poter entrare in sintonia con il cammino della Chiesa di Venezia.

D. – Quali sono, a questo punto, le sue speranze più profonde?

R. – Le speranze più profonde sono quelle di essere in mezzo alla gente come colui che è mandato per servire la fede. Non essere, quindi, padrone della fede della mia gente quanto piuttosto collaboratore della gioia di queste persone. Penso quindi che la prima cosa che un vescovo deve fare è pregare per la sua Chiesa. Inoltre, lo ripeto, stare in mezzo a loro e, quando si è maturato un discernimento – ascoltando anche gli altri -, vedere “il possibile”. La pastorale vuol dire proprio misurarsi col “possibile” all’interno di una situazione concreta.


Fonte: radiovaticana.org.

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