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martedì 17 aprile 2012

Tanto per diffamare la Chiesa

Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad uno strano paradosso: in una società sempre più moderna e democratica come quella in cui ci dicono che viviamo, la libertà viene talmente portata agli estremi che finisce per diventare il pretesto per giustificare un regime quasi dittatoriale. D'altronde non è una teoria così assurda, se già il filosofo Platone ne parlava: egli asseriva che la tirannide nasce proprio dalla democrazia, allorquando "uno stato democratico, assetato di libertà, è alla mercé di cattivi coppieri e troppo s'inebria di schietta libertà" (Platone, La Repubblica, Libro VIII). Se facciamo bene attenzione è proprio quello che accade nella nostra società odierna: la libertà di pensiero, di stampa e di espressione sono diventate così incontrollabili che si finisce per confonderli con una inesistente libertà all'insulto e alla diffamazione. Dal giornalista al blogger, dall'opinionista al semplice frequentatore di social network; è ormai diffusa la convinzione che libertà di stampa significhi che si può scrivere qualsiasi cosa, senza controllare se quanto si racconta corrisponda o meno a verità e senza citare le fonti delle proprie notizie: semmai qualcuno dovesse protestare, è proprio a quest'ultimo (molto spesso il diffamato) che spetta l'onere della prova, e non al suo accusatore, rovesciando così quella che dovrebbe essere una dinamica normale e garantista propria di uno stato civile e democratico. In ogni caso, qualora la notizia si dimostrasse palesemente falsa, il giornalista, l'opinionista o il navigatore di internet che l'ha divulgata non ha né responsabilità né l'obbligo di rettificare (quantomeno con enfasi simile); con il risultato che la falsa accusa ha quasi sempre il sopravvento rispetto alla difesa, e l'opinione pubblica, a volte senza averne colpa, si crea un'idea parziale e falsa della realtà.
Ultimamente i bersagli preferiti di certa stampa e dei social networks sono il Papa e la Chiesa cattolica; solo per citare alcuni esempi, per quanto riguarda la stampa andiamo dalla bufala dello IOR quale azionista principale di una fabbrica d'armi a quella del Papa che indossa le scarpe di Prada, per quanto riguarda i social networks c'è solo l'imbarazzo della scelta di foto e link che denigrano il Papa. Nessuno di questi accusatori si sente in dovere di verificare le proprie notizie e di cercarne le fonti: scoprirebbero, altrimenti, che la fabbrica d'armi in questione ha categoricamente smentito che lo IOR ne fosse azionista, che le scarpe del Papa sono confezionate da un calzolaio novarese che da parecchi anni si occupa di scarpe papali, che le offerte del Papa ai poveri sono molto più di quanto si possa immaginare (come riportato qui per l'anno 2010); addirittura c'è stato chi ha criticato il Papa per la grandezza della torta che gli hanno preparato per il compleanno, senza tra l'altro sapere che le immagini di torte uscite in questi giorni erano immagini di repertorio (e che in ogni caso nessuno si sognerebbe mai di accusare il festeggiato per la torta che gli è stata preparata). In alcuni casi nemmeno di fronte allo sbugiardamento più totale della falsa accusa si riescono ad ottenere le scuse del fiero accusatore, che continua invano a volere la ragione dalla sua parte.
Una delle bufale più odiose che si sono diffuse a mezzo stampa ed internet sulla Chiesa in queste ultime settimane è stata quella che riguardava la presunta Comunione negata ad un ragazzo disabile mentale in diocesi di Ferrara; ce ne parla Giorgio M. Carbone nel suo editoriale oggi apparso su La Bussola Quotidiana, che vi lascio per una attenta lettura.

Tanto per diffamare la Chiesa
Di Giorgio M. Carbone

A un disabile grave è stata rifiutata la prima comunione. Questa è la denuncia che circola su alcuni quotidiani e blog.
Veniamo anzitutto ai fatti. A febbraio i genitori del bambino disabile mentale chiedono a un parroco - dell’arcidiocesi di Ferrara Comacchio, parroco di un paese diverso da quello della loro residenza – che il loro figlio possa ricevere la prima comunione insieme ai suoi compagni di classe, e cioè nel corso del prossimo giovedì santo - lo scorso 5 aprile. Inizia così il percorso di preparazione catechistica, evidentemente personalizzato per il bambino, con gradualità egli viene accolto nella parrocchia per renderlo partecipe delle varie attività.
A Ferrara, nei primi giorni di aprile, il parroco incontra il bambino e i suoi genitori per un bilancio sulle settimane trascorse e offre al bambino una particola non consacrata. Ma il bambino la rifiuta. A questo punto il parroco con i genitori decide di posticipare la prima comunione del bambino. Il giovedì santo questi era seduto accanto ai suoi compagni, non ha ricevuto l’Eucaristia, ma è stato benedetto dal parroco in modo speciale. Questi i fatti.
Poi iniziano a circolare altre notizie. La mamma rivela alle agenzie di stampa: «Siamo amareggiati, non ce lo aspettavamo». Sempre la mamma da mandato a due avvocati di fare un esposto alla Corte europea dei diritti dell’uomo «per violazione della libertà religiosa». Ma queste notizie presto si rivelano delle autentiche e grossolane bufale. Ma intanto hanno diffamato il parroco, la diocesi di Ferrara e la Chiesa in generale.
Questa vicenda, ricostruita sopra con i pochi particolari certi a noi noti, ci dà lo spunto per riflettere su almeno due aspetti generali della patologia dell’informazione e due aspetti riguardanti il merito della vicenda.

LA QUOTIDIANA DIFFAMAZIONE CONTRO LA CHIESA CATTOLICA

È sufficiente un abbozzo di notizia per montare un caso mediatico. Poi, non importa controllare le fonti, fare interviste, muoversi di persona per raccogliere testimonianze e informazioni. Il giornalista elabora di fantasia i pochi dati forniti dalle agenzie di stampa e confeziona la bufala davanti al video del suo pc. Non importa che quanto scrive sia vero, l’importante è che sia verosimile e soprattutto che sia una denuncia contro la Chiesa cattolica e i suoi sacerdoti. È decisivo mettere in piazza la loro ipocrisia: predicano anche cose buone, ma razzolano molto male. Insegnano pure che l’essere umano debole o malato va sempre accolto e amato, ma poi quando si passa ai fatti, a quelli che contano, gli negano un sacramento, l’Eucaristia.

UNA SCOPERTA SOPRENDENTE

Certo questo è un fatto che conta: l’Eucaristia. Anche giornalisti atei dichiarati e ferocemente anticlericali si sono manifestati apertamente, hanno scritto che negare l’Eucaristia è una grave violazione. Scopriamo così che anche loro indirettamente credono quello che anche noi crediamo e cioè che l’Eucaristia, in ragione del fatto che è in modo reale e non simbolico il Corpo di Gesù Cristo, è il più eccellente dei sacramenti ed è il più grande tesoro della Chiesa.
Paradossalmente, la vicenda mediatica li conduce a un approdo che mai avrebbero immaginato. Come nella vicenda degli uomini di età embrionale morti a causa dello scongelamento nell’Ospedale San Filippo di Roma: perché scaldarsi tanto e sprecare fiumi di parole e inchiostro se l’embrione è un grumo di cellule. E in modo analogo, se l’Eucaristia è semplice pane simbolico, perché tutta questa indignazione.
Queste due vicende mediatiche indirettamente segnalano l’umanità degli embrioni congelati e la radicale importanza dell’Eucaristia nella vita umana, anche disabile.
Ma, vendendo al merito della vicenda, emergono almeno alcune questioni - diciamo - singolari.

IL RITARDO E LA FRETTA

Posto che il bambino disabile mentale abbia iniziato il percorso di catechesi personalizzato a febbraio, mentre i suoi coetanei, compagni di classe, da alcuni anni, perché ammetterlo alla comunione solo dopo soli due mesi? Dopo una “iscrizione” a catechismo in ritardo perché tanta fretta? O va preparato in modo graduale e proporzionato alle sue capacità. Oppure percorrerà l’iter insieme a tutti gli altri.

LA GRAZIA DI CRISTO E LA CAPACITÀ DI COMPRENSIONE

Ma il problema più delicato - e le notizie fornite sono troppo scarne - riguarda la sua reale capacità di comprensione. Il fatto che all’inizio di aprile ha rifiutato la particola non consacrata come va interpretato? Ha rifiutato perché non riesce a deglutire? Perché in una situazione di forte disagio psichico? Perché semplicemente non capisce? Perché disprezza? Non conoscendo molti particolari, possiamo fare queste ipotesi.
Data la decisione del parroco, concordata con i genitori, di rinviare la sua prima comunione, dobbiamo supporre che il bambino dia buone speranze di completare la sua formazione, di crescere nell’intelligenza della sua fede in modo proporzionato all’età e alla sua disabilità psichica. È la speranza nella sua crescita e l’attenzione premurosa verso di lui che fondano il posticipare la prima comunione. Altro che discriminazione o violazione della libertà religiosa.
Certamente, se il bambino non desse queste speranze, non avrebbe senso rinviare la prima comunione. Cioè se la disabilità psichica fosse così grave da rendere la persona incapace di intendere e di volere e se questa persona ha ricevuto il battesimo, non c’è alcun serio motivo per negarle la comunione eucaristica. È stata battezzata nella fede della Chiesa e dei genitori, è stata battezzata nella sua condizione di disabilità che fa supporre l’inesistenza di ostacoli o rifiuti da parte sua, perciò in queste stesse condizioni (disabilità psichica che fa supporre a noi la non-esistenza di ostacoli o rifiuti volontari) può ricevere l’Eucaristia. Può riceverla, ma non è necessario per la sua salvezza. Può riceverla ed è bene che la riceva: ricevendo anche la cresima, completa i sacramenti dell’iniziazione a Cristo Signore. Ma non è strettamente necessario per la sua salvezza eterna: ricevendo il battesimo è stata introdotta nella vita divina, è stata assimilata a Cristo e, non essendo capace di intendere e di volere, non può rifiutare con un atto peccaminoso la vita divina e l’unione con Cristo (cosa che invece noi – che supponiamo essere capaci di intendere e di volere – di fatto facciamo quando pecchiamo gravemente, cioè mortalmente. In verità, nel rifiutare la nostra sincera assimilazione a Gesù Cristo diamo prova della nostra stupidità).
Se poi la persona disabile avesse problemi di deglutizione, va ricordato che di fatto è possibile dare la comunione, non solo con il Corpo di Cristo, ma anche solo con il Sangue di Cristo. Sono sufficienti poche gocce, o anche una sola, del Sangue di Cristo per comunicare la realtà della sua presenza e della sua grazia. Il grande Tommaso d’Aquino scriveva nell’inno Adoro te devote «Me immundum munda tuo sanguine, cuius una stilla salvum facere totum mundum quit ab omni scelere» «Monda me immondo con il tuo sangue, una sola goccia del quale può salvare tutto il mondo da ogni peccato». Il Messale Romano, le norme liturgiche e la virtù dell’epicheia prevedono questo.
Tutto ciò rende possibile realizzare quanto Benedetto XVI insegna con l’Esortazione Postsinodale Sacramentum Caritatis del 2007, n. 58: trattando dell’attiva partecipazione degli infermi all’Eucaristia e dei disabili in generale, scrive «venga assicurata anche la comunione eucaristica, per quanto possibile, ai disabili mentali, battezzati e cresimati: essi ricevono l’Eucaristia nella fede anche della famiglia o della comunità che li accompagna».


Fonte: labussolaquotidiana.it.

mercoledì 8 febbraio 2012

Cristianofobia, un fenomeno europeo

Riporto un articolo apparso lunedì su la Bussola Quotidiana a firma di Marco Respinti, che ci aiuta a riflettere su un fenomeno, l'intolleranza contro i cristiani ed i cattolici in particolare, che sta diventando sempre più europeo.

500 casi di cristianofobia. In Europa
Di Marco Respinti

Per l’esattezza 527. Tanti sono i casi aperti di discriminazione nei confronti dei cristiani monitorati dal Dokumentationsarchiv der Intoleranz gegen Christen diretto a Vienna da Gudrun Kugler e noto anche con il nome inglese The Observatory on Intolerance and Discrimination against Christians in Europe. E non in qualche remota regione del mondo particolarmente famosa per la violenza e il fanatismo, ma nella democraticissima, tollerantissima, laicissima Europa. Una cifra record per il nostro mondo apparentemente pacifico e falsamente pacificato.

È il fenomeno orami noto come "cristianofobia" da che il neologismo è stato creato dallo studioso ebreo di diritto Joseph H.H. Weiler, docente alla New York University School of Law, per essere poi introdotto a livello internazionale nel dicembre 2004, dopo la famosa bocciatura di Rocco Buttiglione alla carica di Commissario europeo per avere osato dire di riconoscersi, lui, cattolico, in principi non negoziabili di diritto naturale.

Il triste traguardo raggiunto dal monitoraggio condotto dall’Osservatorio di Vienna dice cioè che la cristianofobia è oggi un tratto distintivo del nostro mondo, di quel mondo che definiamo "civile" e che riteniamo tanto moralmente superiore al resto dell’orbe terracqueo da attribuire a esso il compito di salvaguardare qui diritti intrinseci alla persona umana che invece altre culture e diverse visioni religiose ritengono "eresia" o violazione dei diritti di Dio. È invece proprio qui, nel Vecchio Continente, la patria storica delle istituzioni rappresentative e della cultura dei diritti dell’uomo, che si consumano, sotto gli occhi di tutti ma in maniera così mass-mediaticamente inavvertita da travolgere tutto nell’indifferenza pratica dei più, i maggiori casi di diniego dei criteri minimi di rispetto, di tolleranza e di equità nei confronti dei cristiani. È in Europa che la marginalizzazione dei cristiani dalla vita pubblica - culturale, sociale, politica - di molti, troppi, Paesi compie quotidianamente passi da gigante, avvenga essa sul piano morale o su quello più strettamente - tecnicamente - giuridico.

In gran parte, il problema ruota attorno a un falsato criterio di "laicità", costantemente intesa solo come laicismo: vale a dire, come insegna il magistero della Chiesa cattolica, l’«estromissione della motivazione e della finalità religiosa da ogni atto della vita umana» (beato Giovanni Paolo II [1920-2005], Discorso Sono lieto, del 1° marzo 1991), che secondo il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) «va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo» (Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, del 7-12-1965, n.43). Quando dunque a questa laicità laicista viene per ciò stesso conferito il monopolio della "modernizzazione" e della neutralità delle istituzioni, che sarebbe l’unica garanzia dell’autentico e rispettoso pluralismo, il cristiano che per definizione non può conformarsi alla "mentalità del secolo", il cristiano che abita e vivifica questo mondo ma che da questo mondo non è ultimamente definito, insomma il cristiano generatore di storia e portatore di un altro criterio risulta solo nemico, quanto meno un ostacolo.

La cristianofobia, pratica e teoretica, si manifesta in molti modi: si va dalle manifestazioni dell’"arte" oltraggiosa cui è data piena possibilità di espressione in nome di una errata concezione delle libertà individuale al tentativo d’imporre norme comportamentali intollerabili, magari anche attraverso direttive "dall’alto", per esempio imposte dalle istituzioni dell’Unione Europea o dalle sue agenzie. Si susseguono così le ingerenze nell’insegnamento scolastico quando l’educazione sessuale (ben noti i casi che si ripetono in Germania) diviene un grimaldello per esautorare l’istituto familiare, gli sforzi per conformare tutti all’accettazione dell’omosessualismo come fait accompli o le violazioni della coscienza di chi obietta contro aborto, eutanasia, sperimentazioni sugli embrioni umani. Ma è notorio che anche solo un crocefisso appeso in classe viene condsierato sconveniente, né mancano addirittura casi di intemperanza verso le campane della parrocchia che suonano sotto casa o nei confronti dei ragazzi che all’oratorio schiamazzano "molestamente" il pomeriggio…

Del resto, è evidente l’uso terroristico del linguaggio, creato appositamente per generare nel pubblico quel sospetto e quella repulsione che sono utilissimi a lucrare per la causa, con cui i cristiani che si oppongono alla normalizzazione vengono rapidamente deportati dalla ragione al torto per essere stigmatizzati come pericolosi nemici. L’invenzione, per esempio, del termine "omofobia" - un termine antipatico, irritante, evocatore di scenari tetri - per denunciare preventivamente e condannare chiunque si permetta di non essere anche solo semplicemente d’accordo con le nuove frontiere dell’"ideologia di genere" o con l’offensiva vessatoria dei "diritti dei gay" (o della comunità LGBT, lesbiche, gay, bisessuali e transgender) ne è il caso più lampante.

Muovendosi sia sul piano propagandistico della cultura sia nelle aule delle denunce, dei ricorsi e degli appelli, la cristianofobia avanza insomma pericolosamente soprattutto nel mondo democratico.
Per questo l’attività di organismi seri come il citato Osservatorio di Vienna è fondamentale. Il più delle volte, infatti, i casi di abuso contro i cristiani avvengono in maniera apparentemente isolata. Sembrano episodi singoli dovuti a questo o a quel motivo di contenzioso personale (il vicino di casa che s’inquieta, il preside della tal scuola che entra in dissidio con una certa famiglia, il primario di un ospedale che litiga con il paziente tizio). Occorre quindi considerarli nella loro organicità per percepirne l’unità e l’offensiva frontale.

Se non fosse altro, il pregio dell’Osservatorio di Vienna è proprio questo. Svelare il progetto, in sé del tutto scoperto e palese, che cerca di smantellare l’ultima resistenza autenticamente popolare che ancora può opporsi al trionfo del relativismo più smaccato: le persone e le famiglie cristiane - non solo cattoliche, del resto - le quali, capaci ancora di generare comunità, istituti e istituzioni, riescono a frenare l’antiumanesimo.

L’Osservatorio provvede dunque a offrire aiuti legali ai perseguitati, raccordandosi con altre istituzioni che statutariamente forniscono tali servizi ai cristiani vessati; raccoglie e organizza le testimonianze; avverte e sollecita i media. Membro della Piattaforma per i diritti fondamentali della UE-Agenzia dei diritti fondamentali, l’Osservatorio è una organizzazione non governativa totalmente no profit il cui obiettivo principale è quello di fare lobby presso istituzioni quali la UE, l’OSCE, il Consiglio d’Europa, le Nazioni Unite, senza dimenticare le Conferenze episcopali dei diversi Paesi, per ricordare e mostrare che il primo problema di violazione dei diritti umani nell’Europa democratica riguardi i cristiani. Che sono l’unica "minoranza" davvero positivamente perseguitata a motivo di ciò che intrinsecamente è.

In anni recenti all’ONU si è esercitata pressione notevole affinché, accanto all’islamofobia e all’antisemitismo, si iniziasse a parlare seriamente anche della cristianofobia, e risultati apprezzabili sono stato ottenuti: tant’è che oggi la Commissione per i diritti umani dell’ONU, che ha sede a Ginevra, parla regolarmente di «antisemitismo, islamofobia e cristianofobia». Con tutta evidenza, si tratta una significativa vittoria semantica e culturale. Che però oggi la patria della cristianofobia sia l’Europa - la casa comune che, avendo preso sul serio la Rivelazione, ha saputo dare vita a una civiltà autenticamente cristiana, pur segnata dal peccato umano e poi travolta dalle ideologie e dalle ideocrazie - è un fatto allarmante. E non può lasciare tranquilla nessuna persona di buona volontà, qualunque sia il suo dio.


Fonte: labussolaquotidiana.it.

giovedì 22 dicembre 2011

La liturgia del Natale secondo il Papa

Voglio riportare un articolo di Massimo Introvigne apparso ieri sul periodico telematico La Bussola Quotidiana a commento delle parole di Papa Benedetto XVI durante l'ultima udienza generale prima del Natale. Abbandonando per l'occasione il tema della preghiera, che aveva da qualche settimana contraddistinto le udienze generali, il pontefice si è soffermato sul senso della festività del Natale, e sui rischi sempre più concreti di una sua banalizzazione. «La verità del Natale», leggiamo nell'articolo di Introvigne, «si trova nella liturgia; con la liturgia natalizia la Chiesa ci introduce nel grande Mistero dell’Incarnazione». Ma il pericolo che vede anche il Santo Padre per i cattolici è quello di considerare le celebrazioni natalizie come un semplice anniversario della nascita di Gesù Cristo a Betlemme, la memoria di un evento accaduto più di duemila anni fa ed ora completamente terminato. Il Papa, invece, dice che celebrare il Natale «è celebrare un Mistero che ha segnato e continua a segnare la storia dell’uomo - Dio stesso è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14), si è fatto uno di noi -; un Mistero che interessa la nostra fede e la nostra esistenza; un Mistero che viviamo concretamente nelle celebrazioni liturgiche, in particolare nella Santa Messa». Non la celebrazione di un anniversario, quindi, ma di un oggi: celebrare la liturgia del Natale significa rivivere oggi, nel presente, l'Incarnazione del Verbo di Dio, così come accade nella liturgia. D'altra parte molte cose della liturgia di questi giorni e dei giorni a venire sottolineano questo carattere di contemporaneità: il Santo Padre poneva l'attenzione sul ritornello del salmo responsoriale della notte di Natale, Oggi è nato per noi il Salvatore; ma pensiamo anche all'antifona al Magnificat dei Secondi Vespri della solennità, dove per ben quattro volte si canta "Hodie" (oggi); e alle antifone in O, che in questo periodo stiamo cantando durante la Novena di Natale, dalle quali, alle soglie del Natale, si svela il messaggio nascosto "Sarò Domani". La liturgia, quindi, non ci fa contemplare un evento lontano e concluso, ma ci dice con insistenza che il Natale avviene oggi. Vi lascio, dunque, all'articolo di ieri de "La Bussola Quotidiana".

Il Papa: «La liturgia svela la verità del Natale»
Di Massimo Introvigne

A pochi giorni dal Natale, Benedetto XVI ha interrotto nell'udienza generale del 21 dicembre la sua «scuola della preghiera» per riflettere sul vero senso della festa della Natività e sui rischi di una sua banalizzazione. «Facciamo in modo che, anche nella società attuale, lo scambio degli auguri non perda il suo profondo valore religioso, e la festa non venga assorbita dagli aspetti esteriori, che toccano le corde del cuore. Certamente, i segni esterni sono belli e importanti, purché non ci distolgano, ma piuttosto ci aiutino a vivere il Natale nel suo senso più vero, quello sacro e cristiano, in modo che anche la nostra gioia non sia superficiale, ma profonda».

La verità del Natale, ha detto il Papa, si trova nella liturgia. «Con la liturgia natalizia la Chiesa ci introduce nel grande Mistero dell’Incarnazione». Questo mistero, ha spiegato il Pontefice, riguarda il presente e non solo il passato. «Il Natale, infatti, non è un semplice anniversario della nascita di Gesù, è anche questo, ma è di più, è celebrare un Mistero che ha segnato e continua a segnare la storia dell’uomo - Dio stesso è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14), si è fatto uno di noi -; un Mistero che interessa la nostra fede e la nostra esistenza; un Mistero che viviamo concretamente nelle celebrazioni liturgiche, in particolare nella Santa Messa».

Naturalmente per considerare il Natale un fatto di oggi, e non un semplice anniversario, occorre la fede. «Qualcuno potrebbe chiedersi: come è possibile che io viva adesso questo evento così lontano nel tempo? Come posso prendere parte fruttuosamente alla nascita del Figlio di Dio avvenuta più di duemila anni fa?». La risposta si trova, ancora, nella liturgia. «Nella Santa Messa della Notte di Natale, ripeteremo come ritornello al Salmo Responsoriale queste parole: "Oggi è nato per noi il Salvatore"». È molto importante, ha sottolineato il Papa, riflettere sul fatto che «questo avverbio di tempo, "oggi", ricorre più volte in tutte le celebrazioni natalizie». Questa insistenza ha un significato preciso. «Nella Liturgia tale avvenimento oltrepassa i limiti dello spazio e del tempo e diventa attuale, presente; il suo effetto perdura, pur nello scorrere dei giorni, degli anni e dei secoli».

Ricordandoci «che Gesù nasce "oggi", la Liturgia non usa una frase senza senso, ma sottolinea che questa Nascita investe e permea tutta la storia, rimane una realtà anche oggi alla quale possiamo arrivare proprio nella liturgia». Almeno per i credenti, «la celebrazione del Natale rinnova la certezza che Dio è realmente presente con noi, ancora "carne" e non solo lontano: pur essendo col Padre è vicino a noi. Dio, in quel Bambino nato a Betlemme, si è avvicinato all’uomo: noi Lo possiamo incontrare adesso, in un "oggi" che non ha tramonto».

Il Pontefice afferma di volere «insistere su questo punto, perché l’uomo contemporaneo, uomo del "sensibile", dello sperimentabile empiricamente, fa sempre più fatica ad aprire gli orizzonti ed entrare nel mondo di Dio». A quest'uomo contemporaneo va anzitutto ricordato che il Natale è un fatto, non una favola o un mito. «La redenzione dell’umanità avviene certo in un momento preciso e identificabile della storia: nell’evento di Gesù di Nazaret; ma Gesù è il Figlio di Dio, è Dio stesso, che non solo ha parlato all’uomo, gli ha mostrato segni mirabili, lo ha guidato lungo tutta una storia di salvezza, ma si è fatto uomo e rimane uomo. L’Eterno è entrato nei limiti del tempo e dello spazio, per rendere possibile "oggi" l’incontro con Lui».

Nello stesso tempo l'evento del Natale, senza nulla perdere della sua storicità, diventa parte integrante del tempo presente nella vita spirituale e nella liturgia. «I testi liturgici natalizi ci aiutano a capire che gli eventi della salvezza operata da Cristo sono sempre attuali, interessano ogni uomo e tutti gli uomini. Quando ascoltiamo o pronunciamo, nelle celebrazioni liturgiche, questo "oggi è nato per noi il Salvatore", non stiamo utilizzando una vuota espressione convenzionale, ma intendiamo che Dio ci offre "oggi", adesso, a me, ad ognuno di noi la possibilità di riconoscerlo e di accoglierlo, come fecero i pastori a Betlemme, perché Egli nasca anche nella nostra vita e la rinnovi, la illumini, la trasformi con la sua Grazia, con la sua Presenza». Così il Natale, rimanendo un fatto storico preciso, diventa «evento efficace per noi».

Se ci lasciamo guidare dalla liturgia, scopriamo anche un secondo aspetto essenziale del Natale: il suo legame con la Pasqua. La liturgia ci ripete che «l’evento di Betlemme deve essere considerato alla luce del Mistero Pasquale: l’uno e l’altro sono parte dell’unica opera redentrice di Cristo. L’Incarnazione e la nascita di Gesù ci invitano già ad indirizzare lo sguardo verso la sua morte e la sua risurrezione: Natale e Pasqua sono entrambe feste della redenzione. La Pasqua la celebra come vittoria sul peccato e sulla morte: segna il momento finale, quando la gloria dell’Uomo-Dio splende come la luce del giorno; il Natale la celebra come l’entrare di Dio nella storia facendosi uomo per riportare l’uomo a Dio: segna, per così dire, il momento iniziale, quando si intravede il chiarore dell’alba».

Perfino le stagioni aiutano a capire la liturgia. «Anche i due periodi dell’anno, in cui sono collocate le due grandi feste, almeno in alcune aree del mondo, possono aiutare a comprendere questo aspetto. Infatti, mentre la Pasqua cade all’inizio della primavera, quando il sole vince le dense e fredde nebbie e rinnova la faccia della terra, il Natale cade proprio all’inizio dell’inverno, quando la luce e il calore del sole non riescono a risvegliare la natura, avvolta dal freddo, sotto la cui coltre, però, pulsa la vita e comincia di nuovo la vittoria del sole e del calore».

Né si tratta solo di teologia e di simboli. «Nel Natale noi incontriamo la tenerezza e l’amore di Dio che si china sui nostri limiti, sulle nostre debolezze, sui nostri peccati e si abbassa fino a noi». Questa è la verità, storica e liturgica, della «grotta di Betlemme: Dio si abbassa fino ad essere adagiato in una mangiatoia, che è già preludio dell’abbassamento nell’ora della sua passione. Il culmine della storia di amore tra Dio è l’uomo passa attraverso la mangiatoia di Betlemme e il sepolcro di Gerusalemme».

A Natale, ha concluso il Papa, i buoni cattolici vanno a Messa, e sanno che l'essenziale della festa è «la celebrazione dell’Eucaristia, centro del Santo Natale; lì si rende presente in modo reale Gesù, vero Pane disceso dal cielo, vero Agnello sacrificato per la nostra salvezza». Solo ricordando che il suo centro è la Messa vivremo «un Natale veramente cristiano, in modo che anche gli scambi di auguri in quel giorno siano espressione della gioia di sapere che Dio ci è vicino e vuole percorrere con noi il cammino della vita».

Fonte: labussolaquotidiana.it

Completo l'articolo con l'antifona gregoriana dei Secondi Vespri di Natale, Hodie Christus Natus est, e con una sua versione polifonica del compositore olandese Jan Pieterszoon Sweelinck.



venerdì 25 novembre 2011

Giornata della Colletta Alimentare

Domani, ultimo sabato del mese di novembre, l'associazione Banco Alimentare Onlus organizza come di consueto la giornata della Colletta Alimentare, giunta alla sua quindicesima edizione. Alcuni volontari fuori dei supermercati accoglieranno i clienti consegnando loro una locandina ed una borsa per la spesa, nella quale chi può e chi vuole potrà porre alcuni prodotti dalla propria spesa da destinare ai più poveri e ai più bisognosi del nostro Paese. La borsa sarà poi riconsegnata all'uscita del supermercato, dove gli addetti (riconoscibili dalla pettorina con il logo dell'iniziativa) raccoglieranno i generi alimentari offerti. Nell'attuale situazione economica che rende critico il bilancio di molte delle nostre famiglie, questo piccolo gesto di solidarietà concreta ci aiuta ad essere vicini a coloro che si trovano in una situazione ancora peggiore (come coloro che hanno perso il lavoro, o non hanno più soldi per pagare la casa), e per i quali anche assicurare a se stessi e alla propria famiglia un pasto quotidiano diventa difficile. La Giornata della Colletta Alimentare ci aiuti, dunque, ad aprire gli occhi sulla povertà che ci circonda (e che purtroppo sta diventando sempre più evidente), ed anche ad apprezzare ancora di più i beni, specialmente i più semplici, che possiamo permetterci, riducendo gli sprechi di cibo e di acqua.
Non tutti i prodotti sono indicati per la colletta alimentare: è necessario che siano prodotti a lunga scadenza e non facilmente deteriorabili, come pasta, olio e scatolame. Una lista dei prodotti adatti, reperibile nel sito dell'associazione Banco Alimentare Onlus, www.bancoalimentare.it, è disponibile cliccando nel link qui sotto:
http://www.bancoalimentare.it/colletta-alimentare-2011/listaspesa.pdf.

Di seguito riporto l'articolo apparso ieri sul quotidiano online La Bussola Quotidiana, a firma di Giovanni Fighera, con una testimonianza del presidente dell'associazione, don Mauro Inzoli.

Colletta alimentare, la carità di un popolo
Di Giovanni Fighera

«La carità è il bene fondamentale che nessuno può mancare di mettere a frutto e senza il quale ogni altro dono è vano» ha detto Benedetto XVI, domenica 13 novembre prima dell’Angelus, al termine del quale il Papa ha anche salutato i volontari della Giornata nazionale della Colletta alimentare che si terrà il 26 novembre.

L’Associazione Onlus Banco Alimentare da anni raccoglie le eccedenze alimentari e le ridistribuisce ad enti ed iniziative che, in Italia, si occupano di assistenza e di aiuto ai poveri e agli emarginati. La raccolta cerca di rispondere concretamente alla emergenza povertà in Italia, assistendo oltre un milione di persone. Ma questo non basta: il bisogno è ben più grande. Per questo, da ormai quindici anni, l’ultimo sabato di novembre si tiene la Giornata Nazionale della Colletta alimentare in migliaia di supermercati. Più di centoventimila volontari all’opera, novemila e quattrocento tonnellate di cibo raccolte in un solo giorno, cinque milioni di italiani che hanno acquistato il cibo per i più poveri sono i numeri dell’anno scorso in Italia che hanno fatto della Colletta il gesto di un intero popolo, il più grande gesto di carità nel nostro Paese.

Don Mauro Inzoli, presidente dell’Associazione Banco Alimentare, scrive: «La carità non è appannaggio di qualcuno. […] Noi crediamo che la proposta di fare la spesa a favore dei poveri abbia in sé un contenuto educativo che possa incidere profondamente sulla cultura». Noi tutti siamo chiamati a sperimentare che la carità è della stessa natura dell’uomo. Nessuno, però, fa esperienza soltanto quando prova o sperimenta qualcosa. Una persona può aver avuto tante donne, ma può non aver mai fatto esperienza dell’amore. Miguel Mañara, la figura storica nascosta sotto il leggendario Don Giovanni, ha conquistato tante donne, ma non conosce davvero la natura dell’amore fin quando non incontra Girolama, che lo abbraccia nonostante il suo limite, che lo ama per quello che è, che gli mostra una letizia che le altre donne non possedevano. Miguel Mañara incontra una umanità diversa, più corrispondente alla sua attesa, al suo umano desiderio di essere amato. Non c’è umana esperienza senza questa verifica di corrispondenza al cuore. Nell’esperienza dell’amore la persona coglie la propria dimensione strutturale di essere dipendenza da un altro e percepisce un compimento, una soddisfazione, una letizia maggiori rispetto ad una posizione narcisistica di auto soddisfazione.

L’apertura all’altro è una dimensione naturale per l’essere umano che spesso, crescendo, finisce per dimenticarselo fino a quando non fa nuovamente esperienza di essere amato. Quando accade questo? Solo quando qualcuno gli fa percepire che tiene proprio a lui, che gli vuole bene così come è, incondizionatamente, senza preclusioni. Un fatto, tra i tanti sorprendenti che mi sono capitati in questi anni durante la colletta alimentare, testimonia in maniera emblematica che questa giornata è, in primo luogo, un’occasione di incontro e di condivisione del significato del gesto. Qualche anno fa, io e un mio collega di scuola abbiamo invitato gli studenti a partecipare alla Colletta, dopo averli accompagnati a visitare la sede del Banco in Lombardia. «Condividere un bisogno per condividere il senso della vita» è il motto. Il giorno della Colletta, nel pomeriggio, entra nel supermercato una signora anziana. Avrà forse ottant’anni. Mentre procede con passo lento e stanco, alcuni miei studenti la fermano per invitarla a fare la spesa, ma lei non vuole sentire ragioni. In maniera un po’ incauta e repentina la incalzo: «Signora, le devo dire una cosa importante!». Allora, arrabbiata e con sguardo di rimprovero, la signora inizia a farmi una predica sui giovani di oggi e sulla loro presunzione, mi racconta la sua storia, del trasferimento nei campi di concentramento in gioventù, della fortuna di essere un’esperta in un settore che poteva servire ai nazisti, della povertà sperimentata nel Secondo dopoguerra.

Mentre racconta, la ascolto attentamente e le faccio delle domande. Nel contempo, ogni tanto, quando passano dei clienti del supermercato, le chiedo scusa e interrompo momentaneamente l’ascolto per invitare al gesto della colletta. Col passare dei minuti il suo sguardo si intenerisce e si fa meno duro. Dopo un po’, mi chiede di poter far la conoscenza anche degli altri volontari e inizia a fermare i clienti del supermercato. A coloro che non si fermano non risparmia le critiche: «Vergognatevi!». Dopo due ore, la signora fa la spesa per la colletta. E poi, visto che ha la febbre, la invitiamo ad andare a casa a riposarsi. Questa volta, che fatica a convincerla ad andare via! Che sorpresa è rendersi conto che un gesto così dignitoso, un gesto di carità è per noi, perché possiamo essere più lieti! Che sorpresa è assistere ad un giorno ordinario che diventa straordinario per la presenza di Cristo, che è amore che unisce, che fa condividere, che riempie di senso e della sua presenza il vuoto della giornata! Si può sempre scommettere sulla nostra umanità e sulla quella altrui, perché, come dice un personaggio del romanzo Diario di un curato di campagna di Bernanos, «ogni uomo conserva sempre la possibilità di amare. L’Inferno è non amare più».

Per questo l’invito rivolto a tutti è di partecipare alla Colletta, sia come volontari che facendo la spesa, e di riflettere sulle cosiddette «dieci righe» che introducono al valore educativo del gesto: «Il momento storico che stiamo vivendo rimane molto delicato e drammatico. I poveri sono in costante crescita e sono sempre più prossimi a ciascuno di noi. Non manca solo il cibo, manca il lavoro, la casa e soprattutto sembrano venir meno le ragioni per sperare e per questo si è sempre più soli; una solitudine spesso avvertita da chiunque, poveri o ricchi. Cristo, presente ora, colma quella solitudine, risponde a tutte le esigenze del nostro cuore. Per questa esperienza, proponiamo ad ognuno la Colletta alimentare, perché facendo la spesa per chi è nel bisogno si ridesti tutta la nostra persona, cominciando a vivere all’altezza dei desideri del nostro cuore».


Fonte: labussolaquotidiana.it.

venerdì 23 settembre 2011

Lutero il rivoluzionario

In questo periodo, in cui il Santo Padre Benedetto XVI si trova in visita nel suo paese natale, la Germania, torna in primo piano il tema importante dell'ecumenismo. In particolare anche il Papa ha dichiarato che il rapporto con gli amici evangelici costituisce una parte importante del suo viaggio; ma vale la pena di ricordare come si è originato lo scisma protestante in Germania, ad opera di Martin Lutero. E' uscito oggi, sul quotidiano online La Bussola Quotidiana, un interessante articolo di Francesco Agnoli dal titolo "Lutero: rivoluzione e non riforma". In effetti la storia ci presenta quella di Lutero con il nome di "Riforma protestante"; e la successiva discussione in ambito cattolico voluta dal Concilio di Trento come "Controriforma". I libri di scuola, d'altra parte, presentano l'opera di Lutero come giustificata da una ampia corruzione nella Chiesa cattolica, che aveva nella compravendita delle indulgenze il suo aspetta più eclatante. Questo articolo ci aiuta a capire quali siano state, invece, le ragioni dell'azione di Lutero, e come essa abbia di fatto fondato una nuova religione, piuttosto che riformato la religione cattolica. Non che alcuni vescovi e abati di quell'epoca non fossero realmente corrotti; ma questo fu piuttosto l'elemento che favorì la diffusione delle tesi luterane, più che la causa dello scisma. Se oggi come allora il protestantesimo si alimenta da un certo sentimento anticattolico, allora vale la pena di conoscere la reale natura della teologia luterana. Per questo diffondiamo questo importante contributo di Francesco Agnoli.

Lutero: rivoluzione, non riforma
Di Francesco Agnoli

Quando si parla di Lutero, nell’immaginario collettivo creato ad arte da propagandisti interessati, il pensiero corre subito alla corruzione della Chiesa cattolica del Cinquecento. Molti libri della scuola dell’obbligo, allora, si soffermano nel descrivere le oscenità dei vescovi e dei papi di quel periodo, la cosiddetta vendita delle indulgenze e quant’altro, per poi estrarre dal cilindro il vendicatore, l’eroe buono, il ribelle animato da senso di giustizia: Martin Lutero, appunto.


Ebbene si tratta di una caricatura. Non perché la Chiesa dell’epoca non fosse corrotta. Lo era sicuramente. Del resto è la storia che ce lo insegna: quando scarseggiano i sacerdoti santi, nascono le diaspore, la gente perde la fede…La Chiesa dell’epoca, dunque, versava in pessime condizioni. Non stupisca: ha anch’essa, nella sua componente umana, i suoi giorni e le sue notti.

La crisi era dovuta a motivi interni, rilassatezza dei costumi, ai vescovi che pensavano a viaggiare e alla bella vita, all’incuria di molti sacerdoti, alla mentalità rinascimentale e cortigiana penetrata nel tempio di Dio…, e a motivi esterni: in molti paesi d’Europa, in quegli anni, vescovi ed abati non erano scelti dal papa di Roma, ma dai sovrani. Erano quindi più che uomini di Chiesa, uomini di potere. A ciò si aggiunga il rischio sempre in agguato: il clericalismo….


Ci sarebbe dunque voluto, sicuramente, un riformatore. Come lo era stato Francesco d’Assisi, per esempio, o come sant’Ignazio di Loyola.


Riformatore è colui che riconosce il male che vive nella Chiesa, e si adopera non contro di Essa, ma perché Essa sia più fedele al suo compito, alla sua costituzione divina. Il riformatore cattolico non inventa una nuova dottrina, non propone una ricetta sua, ma lucida e rispolvera il senso profondo del Vangelo e della Tradizione, nella fedeltà alla Chiesa di sempre. Con umiltà.


Lutero, invece, fece tutt’altro: non fu un riformatore, ma un rivoluzionario. Non cercò di eliminare i guasti, le aberrazioni, gli errori, ma propose una religione nuova, una nuova teologia ed una nuova antropologia. Indicò non Cristo, ma le sue personali opinioni.


Ricordiamolo, perché non lo si dice spesso: la sua stessa vocazione era stata incerta, poco spontanea, e la vita religiosa, abbracciata senza adeguata consapevolezza, si rivelò, per lui, insopportabile. Lutero era uomo passionale, irascibile, impetuoso: cercò, certamente, di cambiarsi, di farsi violenza, con penitenze e preghiera; forse con troppe penitenze e preghiere, ma con pochi risultati. Lutero infatti, non riusciva ad accettare la sua limitatezza, la sua miseria, tipica della condizione umana. Ha scritto di lui J. Maritain: “Si appoggiava, per giungere alla virtù, alle sue sole forze, fidandosi dei propri sforzi, delle sue penitenze, delle opere della sua volontà, molto più che della grazia. Praticava così quel pelagianesimo di cui accuserà i cattolici, e da cui in realtà lui stesso non riuscirà ad affrancarsi. Praticamente egli era, nella vita spirituale un fariseo che conta nelle sue opere, come fa fede il suo raggrinzimento di scrupoloso. Si rimproverava come peccato ogni involontaria impressione della sensibilità, e si studiava di acquistare una santità da cui fosse esclusa la minima traccia della debolezza umana” (I tre riformatori).

L’insuccesso, dunque, vissuto con orgoglio, scatenò la sua ribellione e generò la sua nuova antropologia: io non riesco a fare il bene, l’uomo non riesce a fare il bene, ogni uomo è solo cattivo. Questo è il caposaldo del pensiero luterano: il pessimismo antropologico. Lo stesso concetto sostenuto, nello stesso periodo, da Niccolò Machiavelli.


Ma se l’uomo non è capace di opere di bene, allora, come può salvarsi?

Se le opere buone non contano nulla, concluse Lutero, l’unica cosa che ci può salvare è la Fede, la misericordia di Dio (la sola Fides, in contrapposizione con il pensiero di san Giacomo fides sine operibus morta est).

Di qui la sua celebre proposizione luterana: “Pecca fortiter sed crede fermius”, cioè “pecca pure fortemente, ma credi più fermamente”. Di qui la sua critica alle indulgenze: non solo alla corruzione, ma alla possibilità stessa che ad una azione buona (ad esempio un'elemosina per costruire una chiesa o un ospedale, come spesso si faceva) corrispondesse un perdono dei peccati. Di qui la seconda parte della sua vita: non più rigore e penitenza eccessivi, ma, come ammetteva lui stesso, e come testimoniano disegni e ritratti dell’epoca, gozzoviglie, dissolutezza, vino…

Ridotto l’uomo a peccatore senza possibilità alcuna di bene, appeso solo al filo della fede, Lutero si rese ben conto di aver così ucciso la libertà. E lo scrisse apertamente nel suo “De servo arbitrio”: “Quanto a me, io lo confesso: se la cosa fosse possibile, non vorrei che mi fosse dato il libero arbitrio o che a mia disposizione fosse lasciato alcunché, con cui poter tendere alla salvezza, non solo perché non avrei la capacità di resistere e conservarlo fra tante avversità e pericoli e fra tanti assalti diabolici, poiché, essendo un solo demonio piú forte di tutti gli uomini, nessuno degli uomini si salverebbe, ma perché, anche se non ci fossero pericoli, avversità, demoni, io sarei costretto a travagliarmi continuamente nell'incertezza e a dare pugni nell'aria: infatti la mia coscienza, anche se vivessi e operassi eternamente, mai potrebbe conseguire una tranquilla certezza di quanto dovesse fare per soddisfare Dio. E, qualunque opera avessi compiuto, sussisterebbe sempre lo scrupolo se ciò piacesse a Dio, o se Egli richiedesse qualcosa di piú, cosí come prova l'esperienza di tutti coloro che si sono dati alle opere e come io ho dovuto apprendere in tanti anni con grave mia sofferenza. Ma ora, poiché Dio ha avocato a sé la mia salvazione, escludendola dal mio arbitrio, e ha promesso di salvarmi non a motivo delle mie opere e del corso della mia vita, ma per la sua grazia e misericordia, io sono tranquillo e sicuro che Egli mi sarà fedele e non mi mentirà, e inoltre cosí possente e grande, che nessun demonio, nessuna avversità potranno piegarlo o strapparmi a Lui” (Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, vol. VIII, pagg. 1145-1146).


Da questa concezione, ne derivava un’altra, sebbene non ancora così esplicita come sarebbe accaduto con Calvino: non contando nulla le buone opere, o meglio non essendo possibile che un uomo faccia qualcosa di buono, ne consegue che l’uomo è predestinato, alla salvezza o alla dannazione, indipendentemente dalla sua stessa vita, per giudizio insindacabile di Dio.


Un altro concetto fondamentale introdotto da Lutero per abbattere la necessità della Chiesa, fu la riduzione dei sacramenti a due, e la proclamazione del libero esame: ogni uomo può leggere e interpretare liberamente la Bibbia, senza mediazione alcuna. Un tale principio si rivelò, però, devastante: se ogni uomo può leggere come vuole le Sacre Scritture, infatti, è giocoforza che nascano infinite interpretazioni ed infinite sette. Così nel tempo sorsero calvinisti, socianiani, evangelici, battisti, anabattisti, episcopaliani… mormoni, avventisti, testimoni di Geova…Ovunque sedicenti profeti si alzarono per dire di aver compreso il vero senso della Bibbia (nascosto sino ad allora, sino ad almeno 15 secoli dopo la venuta di Cristo), ed iniziarono, in base al libero esame, a proporre la data per la fine del mondo, a distruggere dogmi e a crearne altri…


A tutto ciò si aggiunga il carattere durissimo di Lutero: per lui il papa era l’Anticristo e i cattolici i suoi “servi”; i contadini ribelli andavano trattati con ferocia: “Verso i contadini testardi, caparbi, e accecati, che non vogliono sentir ragione, nessuno abbia un po’ di compassione, ma percuota, ferisca, sgozzi, uccida come fossero cani arrabbiati...” (Scritti politici, Utet, Torino 1978, p. 515); quanto agli ebrei: “In primo luogo bisogna dare fuoco alle loro sinagoghe o scuole; e ciò che non vuole bruciare deve essere ricoperto di terra e sepolto, in modo che nessuno possa mai più vederne un sasso o un resto”; inoltre occorre “allo stesso modo distruggere e smantellare anche le loro case, perché essi vi praticano le stesse cose che fanno nelle loro sinagoghe. Perciò li si metta sotto una tettoia o una stalla, come gli zingari” (Degli ebrei e delle loro menzogne, Torino 2000, pp. 188-190).


Perché allora Lutero ebbe tanto successo? Sicuramente perché seppe utilizzare il pretesto della corruzione della Chiesa, per la sua rivoluzione, ma soprattutto perché seppe arruolare i principi tedeschi prima e altri sovrani poi. Alcuni signori tedeschi prima, infatti, poi i re di Svezia, Danimarca, Inghilterra… furono coloro che permisero al protestantesimo di decollare, schierandosi dalla sua parte, con uno scopo ben preciso: diventare protestanti significava abolire la Chiesa cattolica dalle proprie terre, incamerarne i beni, sommare nella propria figura il potere temporale e quello spirituale! Se dunque nel campo religioso Lutero portò l’anarchia e l’individualismo, in campo politico generò le Chiese di Stato e le chiese nazionali. Fuori dalle chiese, in Inghilterra, vi è ancora oggi una scritta: “Church of England”. Inconcepibile per il pensiero cattolico… Fu la divisione dell’Europa, la fine del sogno imperiale, di unire popoli diversi per lingua, cultura e tradizioni, ma fondati sulla stessa fede.

Si potrebbe dire molto altro, ma manca lo spazio. Urge dunque una conclusione. Il protestantesimo oggi è in crisi totale. In buona parte vive, come è spesso successo, per opposizione al cattolicesimo. In molte nazioni, pur di non scomparire, ha aperto al sacerdozio femminile, ai gay ecc., senza successo alcuno, anzi…Ma il protestantesimo, come si è visto, è basato sul libero esame, e se è vero che sovente questo ha portato a tante aberrazioni, è anche giusto ricordare che vi sono sempre stati e vi sono anche oggi protestanti più o meno vicini alla vera tradizione cristiana. Vi sono, per fare un solo esempio, protestanti che lottano con grande coraggio, con determinazione anche molto superiore a quella dei cattolici, in difesa della vita e dei principi non negoziabili. Vi sono protestanti che rinnegano buona parte delle idee di Lutero, dalla svalutazione delle opere buone, alla negazione del libero arbitrio. Con questi protestanti, come con tutti gli uomini di buona volontà, si deve ed occorre collaborare, consapevoli che la vera fede è per noi non un motivo di superbia, ma una responsabilità. Senza però che questo comporti una confusione sul piano dottrinale. Senza che ecumenismo diventi sinonimo di indifferentismo. Ci separano teologia, antropologia, ecclesiologia, storia… Ma la speranza è che si ritorni ad un “solo ovile” sotto un “solo pastore”, che si ripeta dovunque quello che è accaduto in Inghilterra ed in altre parti del mondo: un ritorno alla Chiesa “una, santa, cattolica ed apostolica”.

Fonte: La Bussola Quotidiana.

sabato 17 settembre 2011

La Bussola Quotidiana: Catechesi sull'abside

Oggi, per la rubrica Arte e Catechesi, sul quotidiano online La Bussola Quotidiana è stato pubblicato un articolo molto interessante, scritto da Luigi Codemo, dal titolo «L'abside, segno e speranza della risurrezione». Esso, partendo dall'abside presente in gran parte delle chiese più "classiche", vi innesta una catechesi su Cristo, il veniente, e sulla misericordia di Dio che non ha limiti, e che trabocca dai confini che l'uomo possa mai immaginarsi, cosa ben rappresentata dall'abside che esce dal perimetro della basilica. La cosa che ci fa particolarmente piacere di questo articolo è che, come fotografia di accompagnamento e di esempio, è stata scelta proprio l'abside maggiore del nostro Duomo. Per questo motivo (oltre, ovviamente, che per il singolare interesse che desta) non possiamo fare altro che citare questo interessante articolo e proporlo alla lettura anche dei frequentatori di questo blog.

L'abside, segno e speranza della risurrezione
Di Luigi Codemo

L’abside di una chiesa è la parete che non chiude. È il monte abbassato. Il burrone riempito. Il sentiero raddrizzato. È lo spazio aperto da Cristo, dall’avvento di «colui che è, che era e che viene» (Ap 1,8). Quelle pietre che a semicerchio fuoriescono dalle mura squadrate ricordano che ogni celebrazione della liturgia è cammino verso il ritorno di Cristo. Attestano la speranza nella parusia.

Cristo, infatti, è il veniente per eccellenza, o erchòmenos, colui che è in atto di venire (Mc 11,9). Anche ora, in questo momento. Ci sarà il momento in cui tutto sarà palese, quando il cosmo intero sarà giunto al traguardo e si aprirà il tempo della nuova terra e del nuovo cielo, il tempo della nuova Gerusalemme, della città che non ha più bisogno né del sole né della luna, perché la gloria di Dio stesso la illumina (Ap 21,23). Ma tutto questo non è ancora. Anche se è già visibile agli occhi della fede. Perché in Cristo «tutto è compiuto» (Gv 19,30). E nei sacramenti l’eschaton, ciò che sarà, è già presente e in atto. «Se uno è in Cristo – scrive San Paolo – è una creazione nuova: il mondo vecchio è passato, ecco tutto si è fatto nuovo» (2Cor 5,17).

Viviamo nel tempo del "già e non ancora". Per spiegarlo, Gregorio Magno utilizza l’immagine dell’aurora: il sole ha cominciato a sorgere, ma le tenebre cercano di stringersi ancora alle cose del mondo, spalancano le fauci e sbattono la coda, perché sanno che resta loro poco tempo (Ap 12,12). Per questo l’abside è costruito volto ad oriente, per accogliere i primi raggi del sole che sorge e vince le tenebre. L’abside è il segno esteriore della fede che, vivendo del mistero pasquale, ovvero di Cristo risorto, si rivolge piena di speranza all’incontro definitivo, non più velato, con Cristo.

La fine non è, quindi, attesa di uno spegnimento, di un fiaccarsi dei tempi, di uno sprofondare nell’inerzia della notte. Cristo ha distrutto le potenze della morte in vista dell’incorruttibilità. Per dirla con Clemente Alessandrino «Cristo ha mutato il tramonto in Oriente».

Quando si vede la croce del presbiterio inscritta nell’abside o rappresentata, come per esempio nel mosaico di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna, torna alla mante che Cristo nel giorno della Parusia porterà sul corpo i segni della croce. È questo un mistero che lascia ammirati. Il corpo umano, con tutte le sue ferite, è dentro il mistero della Trinità! Certo, un corpo trasfigurato, ma che comunque non ha abolito le ferite.

Anche i dipinti che ritraggono Cristo “Giudice dei vivi e dei morti” ne mostrano le stimmate. Egli, nella sua onnipotenza, non scuote via da sé, come se fosse pulviscolo, la propria umanità. Non lo ha fatto sul Golgota e non lo ha fatto ascendendo al cielo. Egli è uomo e Dio. Per questo è giudice: perché è la misura assoluta del rapporto tra l’umano e il divino. Egli lo ha testimoniato nella sua verità. Alla verità a cui ciascun uomo è chiamato. La distanza dal suo esempio sarà oggetto del giudizio dell’ultimo giorno.

E su questo tema del giudizio è ancora l’abside che ci può aiutare, ricordandoci la misericordia di Dio. L’abside infatti, con la sua forma che esorbita, segna come un sovrappiù. Indica il tempo della pazienza di Dio. «Il Signore non ritarda nell'adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9). Il Signore è misericordioso e quindi attende: lascia tempo affinché gli uomini si convertano e coloro che si convertono si perfezionino.


Fonte: labussolaquotidiana.it
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