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lunedì 9 gennaio 2012

Lo spettacolo blasfemo

In questi giorni stiamo assistendo ad una nuova ondata di quella che alcuni osservatori chiamano cristiano-fobia, secondo una moda invalsa tra i più: dal Pakistan continuano ad arrivare notizie su Asia Bibi, la donna cristiana incarcerata e condannata a morte per blasfemia, di cui la quasi totalità dei media italiani sembra essersi dimenticata; oppure la terribile situazione dei cristiani in Nigeria, perseguitati e uccisi dai fondamentalisti islamici, che hanno intimato ai superstiti di lasciare le loro case per poter dare vita ad uno stato totalmente islamico. Ma finché questi gesti razzisti riguardano terre lontane, non ci toccano direttamente, restano fatti di cronaca, semplici titoli che, forse per una qualche casualità, abbiamo letto sui quotidiani o ascoltato al telegiornale.
In verità c'è un altro gesto cristianofobo che sta avvenendo proprio nel cuore della civilissima, democraticissima e liberissima Italia: si tratta di una rappresentazione teatrale di un certo Romeo Castellucci, dal titolo "Sul concetto di Volto del figlio di Dio". Questa, molto in sintesi, la trama: un anziano guarda la televisione in una stanza bianca; ma l'anziano è incontinente, ed è soggetto a frequenti attacchi di dissenteria. Tocca al figlio pulire la stanza ed accudire il padre, ma puntualmente un nuovo attacco di dissenteria inquina il bianco della scenografia non appena il figlio ha terminato le pulizie. Alla fine il povero figlio, forse esasperato, prende i liquami e gli escrementi depositati sul palcoscenico e li scaglia contro il fondo della scenografia.
Viene da chiedersi cosa c'entri il "Volto del figlio di Dio" in tutto questo; ebbene, anche se non se ne capisce il motivo (ma non credo sia l'unica cosa priva di spiegazione in tutta questa faccenda, a cominciare dall'affinità di questa cosa col teatro), durante tutto lo svolgimento campeggia sullo sfondo una gigantografia del Volto di Gesù Cristo, nella rappresentazione del Salvator Mundi di Antonello da Messina. Quindi la chiosa del lavoro di Castellucci non è semplicemente il figlio che lancia via gli escrementi per esasperazione; lancia quegli escrementi all'indirizzo del Volto di Gesù Cristo. E per fugare ogni dubbio (magari qualcuno può pensare che si tratti di casualità), il quadro si squarcia, lasciando leggere la frase "You are not my shepherd" (Tu non sei il mio pastore).
Non ci vuole molto, soltanto un minimo di onestà intellettuale, per capire che questo orrendo spettacolo non è semplicemente una provocazione, satira o qualcos'altro di lecito o innocente, ma un chiaro attacco, volutamente blasfemo, contro Gesù Cristo e contro i cristiani. Da parte sua il regista ci tiene a far sapere (in una lettera pubblicata sul blog messainlatino.it) che il suo spettacolo è «spirituale e cristico; portatore, cioè, dell’immagine del Cristo», e che «è completamente falso che si lordi il volto del Cristo con gli escrementi; chi ha visto lo spettacolo ha potuto vedere la finale colatura di un velo di inchiostro nero scendere sul dipinto come un sudario notturno». Il tutto dando, a chi abbia pensato che lo spettacolo potesse essere offensivo di Gesù Cristo e della religione cristiana, degli emeriti ignoranti. Ci perdoni, dunque, l'ignoranza il regista, se gli facciamo notare che, secondo il suo ragionamento, anche il regime nazista poteva essere definito filo-ebraico, anzi, il maggiore diffusore dell'ebraismo nella Germania degli anni '30, giacché aveva "gentilmente proposto" a tutti gli ebrei di portare in bella vista la Stella di David, un simbolo ebraico; oppure che l'allora ministro Calderoli era un fervente musulmano, giacché aveva deciso di indossare lui stesso la famosa maglietta con le vignette islamiche, un gesto sicuramente maomettistico. Ironia a parte, dal basso della nostra ignoranza ci sentiamo di suggerire al Castellucci che non basta esporre l'immagine di Cristo per definire "cristico" il suo spettacolo; dipende dalla destinazione che ha quell'immagine. E, per rispondere alla seconda obiezione qui riportata, quella cioè secondo cui l'immagine non sarebbe insozzata di escrementi nel finale dell'opera, ci limitiamo a riportare il link a un'immagine che rappresenta la scenografia a rappresentazione conclusa in un teatro francese.
Chiaramente non è un argomento allettante per i grandi quotidiani italiani, fatta eccezione per un articolo di Paola d'Amico a pagina 55 del Corriere di sabato scorso. In compenso in molti quotidiani compare oggi la notizia del comportamento omofobo di un politico pdl nei confronti del governatore della Puglia; allora viene da chiedersi: perché l'omofobia sì e la cristianofobia no? Se fa notizia l'omofobia perché non dovrebbe far notizia la discriminazione nei confronti dei cristiani? La notizia compare soltanto sulle pagine del web, nei siti e nei blog cattolici come Corrispondenza Romana e Fides et Forma, oltre al già citato Messa in Latino; su questi siti internet si sta diffondendo la notizia di una manifestazione di protesta pacifica a cui tutti i cattolici sono invitati che si dovrebbe tenere martedì 24 gennaio alle 19:30 e sabato 28 gennaio alle 20:00 (giorni in cui è prevista la messa in scena della suddetta rappresentazione) davanti al Teatro Parenti a Milano. Ci si può chiedere se vi sia effettivamente l'opportunità di manifestare, come qualcuno si è anche chiesto se vi sia l'opportunità di denunciare fatti di questo tipo; ha provato a dare una risposta il prof. Roberto de Mattei, in un video pubblicato a questo link, che invito per lo meno ad ascoltare. Di certo non vi è l'opportunità di rappresentare questo spettacolo blasfemo proprio mentre una donna cristiana viene, lei sì ingiustamente, accusata di blasfemia e minacciata di morte in Pakistan, e mentre migliaia di cristiani in Nigeria sono costretti a vivere nel terrore di essere trucidati, come già successo, a causa della loro fede cattolica.
Io personalmente inviterei ancora una volta a giudicare con onestà intellettuale quelli che sono i fatti, e che cita anche de Mattei: nel nostro stato non si può criticare il presidente della repubblica perché si rischia di essere accusati del reato di vilipendio, non si può obiettare allo stile di vita degli omosessuali perché si viene accusati di omofobia, non si possono criticare i musulmani perché si rischierebbero le ritorsioni (anche violente) di alcuni e quelle verbali di musulmani e non; Gesù Cristo, invece, può essere liberamente insozzato, offeso, sbeffeggiato e oltraggiato, non esistono leggi che tutelino la libertà di pensiero e di espressione dei cattolici. Se nemmeno protestiamo per questi eventi sconfortanti ed offensivi rischiamo sul serio di far rimanere soltanto la loro bestemmia. Ed invito anche, senza retorica o demagogia, a gettare uno sguardo sulla storia, su quella che è stata l'origine del razzismo più bieco del nostro continente, quello contro gli ebrei, gli omosessuali e i disabili nella Germania nazista e nella Russia comunista, e come esso si sia potuto diffondere senza freno anche grazie alla incolpevole docilità degli stessi discriminati che, ignari di quello a cui erano stati destinati, sopportavano in silenzio le assurde leggi e gli insulti da parte dei regimi nazista e comunista. Studiare la storia può servire anche per non commettere oggi gli stessi errori del passato.

giovedì 24 novembre 2011

Il dialogo religioso e le richieste di perdono

Voglio proporre all'attenzione dei lettori un articolo di Gianfranco Trabuio, pubblicista, già professore universitario a Padova e Venezia, che affronta il tema del dialogo religioso tra la Chiesa Cattolica e l'Islam e un tema particolarmente sentito al giorno d'oggi: le richieste di scuse della Chiesa Cattolica. Infatti, nella nostra società sempre più marcatamente anti-cattolica, accanto ai consueti e demagogici inviti al Papa da parte di molti sedicenti cattolici e atei (che magari sono appena tornati da una bella crociera, indossano vestiti firmati od ostentano con fierezza gioielli e preziosi) a disfarsi dei suoi "numerosi anelli" per sfamare l'intera Africa, un altro ritornello che si sente spesso è quello delle scuse che il papa (ed in particolare l'attuale pontefice) dovrebbe continuamente rivolgere al mondo intero e all'Islam in particolare per le Crociate. Come se le Crociate fossero state la guerra di invasione dei cristiani dell'epoca contro indifesi e pacifici uomini di religione musulmana, durante la quale i primi si avventavano e massacravano senza pietà i secondi. Non si può nemmeno dire che tutto, nella storia cristiana, sia stato regolare, come lo stesso papa Benedetto XVI ha avuto modo di sottolineare durante l'ultimo incontro interreligioso di Assisi: «Sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna». Tuttavia, osserva Trabuio, perché soltanto il papa e la Chiesa Cattolica devono chiedere scusa? Ed elenca una serie di massacri per i quali oggi nessuno, stranamente, invoca le scuse, nemmeno durante le numerose marce della pace di Assisi organizzate da varie comunità, tra le quali sant'Egidio, che dà l'impressione di impegnarsi molto nel dialogo interreligioso. Eppure questi drammi, elencati da Trabuio, hanno per protagonisti proprio dei frati francescani, che in quelle marce della pace sembrano essere stati completamente dimenticati. Non è necessario né vitale per il cristiano esigere le scuse da parte dei suoi torturatori; finisce per esserlo, invece, per chi si fa paladino della pace e della verità, e che invece si ostina a voler vedere il marcio sempre e soltanto da parte della Chiesa, oltraggiando, in questo modo, anche la memoria dei martiri che gloriosamente hanno preferito la morte al rinnegare Gesù Cristo in favore di Maometto.

Perché solo il Papa deve chiedere perdono?
Francesco, i martiri francescani e l'Islam

Di Francesco Trabuio

Non si può analizzare la attuale situazione sul dialogo religioso tra Chiesa Cattolica e Islam se non si parte dalla storia. Tutti i tentativi di impostare il dialogo tra questi due mondi come se non ci fosse il passato, è come pulire il pavimento nascondendo la polvere sotto il tappeto: è inutile e dannoso per tutti e due, e per le sorti del mondo.

Purtroppo quando le fedi religiose si identificano con la politica degli Stati e con la gestione del potere economico, non è facile intraprendere un percorso virtuoso che possa portare al rispetto reciproco e alla convivenza pacifica.

Il recente incontro mondiale di Assisi tra i capi religiosi, voluto da Benedetto XVI, ha fatto segnare ancora una volta il coraggio della Chiesa Cattolica nel convocare le religioni a parlare della pace nel mondo. Cosa dovrebbero fare gli uomini di fede votati alla santità se non costruire la pace? Il Papa cattolico ancora una volta ha chiesto perdono per le violenze del passato perpetrate dagli uomini della Chiesa cattolica. Giustamente. Chiedere perdono, da un punto di vista pedagogico e psicologico, è sempre un’operazione vincente. Riconoscere i propri peccati fa parte della pedagogia della dottrina della Chiesa e del Vangelo.

Il Papa Benedetto XVI, però, doveva fare anche un’altra operazione culturale: invitare gli altri capi religiosi a chiedere perdono alla Chiesa cattolica per tutte le violenze attuate dai loro fedeli contro i fedeli della Chiesa cattolica e di tutte le altre confessioni religiose. SOLO E SOLTANTO quando tutti avranno il coraggio di domandare perdono reciprocamente si potrà avviare la conversione dei cuori, e da questa passare al rispetto e alla convivenza, diversamente questi incontri rimangono eventi giornalisticamente importanti ma poco utili per l’obiettivo finale, che è quello della pace nel mondo e della giustizia economica tra le nazioni.

Oggi è quanto mai urgente arrivare a questa consapevolezza. Purtroppo in un recente incontro romano tra i volontari che operano in Terra Santa e per la Terra Santa, si è avuta la percezione che fare presente ai musulmani e agli ebrei la necessità di percorrere la strada del perdono reciproco sia politicamente scorretto. È politicamente corretto e accettato solo se è la Chiesa cattolica a chiedere perdono, gli altri possono tranquillamente continuare a esercitare la violenza che più gli conviene contro i seguaci di Gesù Nazareno. Lo vediamo a Betlemme e nei territori palestinesi, lo vediamo in India, lo vediamo in Egitto, lo vediamo in Indonesia, lo vediamo in Iraq e in Libano. Di quanti martiri ha ancora bisogno la Chiesa cattolica per poter affermare nei riguardi di questi violenti che nessuna violenza ha mai portato alla pace?

I violenti non sono dei pazzi isolati, hanno sempre dietro di loro un potere religioso e politico che li spinge verso la violenza e che li protegge. Ecco perché è quanto mai attuale ritornare a parlare della figura di Francesco di Assisi e della sua Regola. Come è stato scritto in precedenza in una mia relazione al XXI Congresso degli Amici di Terra Santa del Triveneto, Francesco non è mai stato un pacifista, come lo dipingono i miti politicamente corretti delle marce della pace che ad Assisi ogni anno raccolgono migliaia di persone: ecologisti, cattolici di varie sfumature, sindacalisti, politici dichiaratamente appartenenti alla nebulosa della sinistra marxista, e persone di orientamento politico che propongono la negazione dei famosi valori non negoziabili tanto cari alla dottrina di Benedetto XVI, come il diritto alla vita e il diritto alla famiglia come voluta da Dio Creatore. Francesco è stato un uomo di pace ed è andato al seguito della quinta Crociata nel 1219 per convertire il Sultano Malek el Kamil, e per convincere i crociati a fermarsi di fronte all’inutile guerra. Francesco era andato dal Sultano consapevole che rischiava la vita, ma il suo obiettivo era più grande della sua stessa vita: portare la parola di Gesù, quella del Vangelo. Gesù ha insegnato il perdono e la misericordia e non la violenza contro gli uomini di altre religioni. Che Dio sarà mai quello che invita a uccidere i credenti di altre fedi? Quale paradiso può aspettarsi un omicida?

Ecco, a queste domande ancor oggi dobbiamo tentare di dare una risposta, e non c’è esperienza storica che ci possa aiutare meglio delle storie dei martiri francescani, assassinati dai seguaci del profeta Muhammad, a partire dai famosi cinque protomartiri del Marocco.

È necessario evidenziare con insistenza che Francesco era arso dal desiderio del martirio, lui voleva morire martire per Cristo, e questa sua aspirazione era maturata ancora nel 1211 quando era partito, per predicare il Vangelo nella Siria dei monaci stiliti, e dove i musulmani avevano come sommo impegno quello di uccidere chi avesse tentato di convertire al Vangelo qualche credente in Allah. Però la nave si incagliò sulle coste della Croazia.

Un’altra volta, ancora, il nostro Francesco aveva tentato di raggiungere la Terra di Gesù, inutilmente.

Nonostante i due insuccessi patiti, organizzato l’Ordine in province (1217), egli provvide a mandare missionari in tutte le principali nazioni d’Europa. Nel famoso Capitolo generale delle stuoie, celebrato alla Porziuncola, nella Pentecoste del 1219, diede licenza ai frati Ottone sacerdote, Berardo suddiacono, e ai conversi Vitale, Pietro, Accursio, Adiuto, di andare a predicare il Vangelo ai saraceni del Marocco, mentre egli si sarebbe recato con i crociati in Palestina per visitare i Luoghi santi e convertire gl’infedeli, pur ignorandone la lingua. È molto bello ricordare che per Francesco la Provincia di Oltremare, la Terra di Gesù e dei suoi apostoli, era considerata la Perla delle Province.

Dopo aver ricevuto la benedizione del santo fondatore, i sei missionari si diressero a piedi verso la Spagna. Giunti nel regno di Aragona, Vitale, superiore della spedizione, cadde malato, ma ciò non impedì agli altri cinque figli di S. Francesco di proseguire il loro cammino sotto la guida di Berardo. Dopo diverse peripezie e patimenti subiti dai musulmani di Spagna, riuscirono ad arrivare nella capitale del Marocco, dove iniziarono a predicare nelle piazze col crocifisso in mano. Il sultano del Marocco immediatamente li fece imprigionare e dopo violenze di ogni tipo e vista la loro determinazione a non abiurare la loro fede in Cristo Gesù, il sultano stesso tagliò loro la testa, lasciando i poveri corpi al ludibrio dei fanatici musulmani. Era il 16 gennaio 1220.

Don Pietro Fernando, Infante del re del Portogallo, che si trovava a Marrakech, fece costruire due casse d’argento di diversa grandezza. Si servì della più piccola per deporvi le teste, della più grande per deporvi i corpi degli uccisi in odio alla fede cattolica. Quando ritornò in Portogallo, egli portò con sé le preziose reliquie dei cinque protomartiri francescani e le depose nella chiesa di Santa Croce a Coimbra, dove sono ancora venerate. Fu in quella occasione che Ferdinando da Lisbona si sentì talmente acceso dall’amor di Dio che decise di abbandonare l’Ordine dei Canonici Regolari per abbracciare quello dei Frati Minori. Diventerà il grande sant’Antonio da Padova, il taumaturgo e teologo che tanto lustro darà all’Ordine di Francesco di Assisi.

Alla notizia del martirio dei cinque suoi figli, Frate Francesco, che si trovava al seguito della quinta Crociata, disse in un trasporto di riconoscenza verso Dio: “Ora posso dire che ho veramente cinque fratelli minori”. Il Papa Sisto IV li canonizzò nel 1481.

Nessuno finora ha chiesto perdono, neanche ai frati Francescani, per questo massacro, regolarmente compiuto obbedendo ai canoni dell’Islam.


L'articolo non è finito: per leggere l'intero articolo di Gianfranco Trabuio vi rimando al seguente link:
http://www.ioamolitalia.it/2011/11/perche-solo-il-papa-deve-chiedere-perdono/#more-19768.

mercoledì 8 giugno 2011

La tolleranza del mondo rispetto ai cattolici

Quest'oggi, su La Bussola quotidiana è uscito un articolo di Massimo Introvigne, rappresentante dell'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) per la lotta al razzismo, alla xenofobia e all’intolleranza e discriminazione contro i cristiani, dove il sociologo ha esposto i risultati di una statistica che vede salire a 105.000 il numero dei cristiani uccisi nel mondo in un anno a causa della loro religione. Introvigne sottolinea come «una minoranza di coloro che hanno riferito la notizia ha sollevato dubbi su una cifra che a prima vista può sembrare eccessiva», cosa che mette in luce una certa sottovalutazione della vera entità del problema. Egli, però, cita con accuratezza la fonte ed il lavoro da cui è tratta questa statistica, concludendo che il numero dei cristiani uccisi si aggira attorno ad uno ogni 5 minuti o, volendo approssimare per difetto il risultato della ricerca effettuata, uno ogni 5 minuti e mezzo.
In effetti ricordiamo tutti le vicende che lo scorso Natale hanno coinvolto l'Egitto, dove a causa di diversi attentati sono cadute molte vittime, fra i cristiani copti, per il solo fatto che stavano partecipando alla Messa. Tuttavia da Natale, complice anche lo spostamento dell'attenzione dell'opinione pubblica mondiale sui fatti ben noti dell'intero nord Africa, i telegiornali non ne hanno più parlato. Con il meccanismo per cui se il telegiornale o il giornale non ne parla il fatto non è accaduto, oggi ci disinteressiamo completamente delle migliaia di morti cristiani che ogni giorno cadono sotto le armi e gli attentati. Soltanto un anno fa l'uccisione di mons. Luigi Padovese, vicario apostolico in Anatolia, poco più di tre mesi fa l'assassinio del ministro pakistano per le minoranze (nonché unico cattolico al governo), Shahabaz Bhatti: eppure sembrano passati degli anni. Per non parlare di Asia Bibi, che probabilmente i nostri ragazzi nemmeno sanno chi sia, la donna arrestata e condannata a morte sempre in Pakistan ormai due anni fa, a causa della vergognosa legge sulla blasfemia in vigore in quello stato; e non dimentichiamo il governatore del Punjab, Salman Taseer, ucciso da una delle sue guardie del corpo nel gennaio dell'anno scorso per aver voluto difendere la donna cristiana. Casi come questi nel mondo si ripetono ogni giorno, anzi: secondo lo studio reso noto da Introvigne, ogni 5 minuti.
Ma non serve andare in Pakistan, India, Cina, Egitto, per trovare episodi di intolleranza di questo tipo contro i cristiani. E' di domenica scorsa, 5 giugno, la notizia che nella civilissima e "accogliente" (come qualcuno nei giorni scorsi l'ha definita) città di Milano, un gruppo di una ventina di giovani dei centri sociali ha fatto irruzione in una chiesa, gridando slogan offensivi contro i preti, costringendo il vescovo ausiliare che celebrava in quel momento la Messa ad interrompere, fino a che, tra gli spintoni e gli insulti, i giovani manifestanti si ritirassero sul sagrato. Il tutto era stato annunciato nel novembre dello scorso anno, quando apparvero delle scritte vergognose sui muri dell'oratorio. E tutto questo perché in quella parrocchia un sacerdote ha osato dare aiuto, per mezzo di alcuni psicologi, ad alcune persone con tendenze omosessuali che sentivano come sbagliata questa loro inclinazione, e desideravano superarla. Un fatto di questo genere è normalemente qualcosa di molto grave, che dovrebbe avere un'eco abbastanza ridondante sulle più comuni testate giornalistiche; invece, a parte qualche eroica eccezione, non se ne è dato affatto lo spazio che meritava. Proviamo, per contro, ad immaginare cosa sarebbe successo se un gruppo di cristiani avesse fatto irruzione in una moschea per manifestare, ad esempio, contro la concezione integralistica che certi musulmani mostrano di avere nei confronti delle donne. Ironia della sorte, questi tollerantissimi giovani volevano manifestare contro l'intolleranza della Chiesa.
Ma gli esempi non sono finiti: ad esempio l'anno scorso si sono moltiplicate le scritte sui muri della sede di Scienza e Vita a Milano, sempre per protestare contro l'intolleranza dei cattolici, contro uno psicologo americano, Joseph Nicolosi, che da anni mette in pratica un metodo riparativo nei confronti di quelle persone che di propria volontà chiedono aiuto per superare le tendenze omosessuali. Fatti che ricordano da vicino l'episodio avvenuto all'università La Sapienza, contro papa Benedetto XVI, al quale è stata tolta, sempre in nome della tolleranza, la libertà di espressione.
Per non parlare, poi, delle innumerevoli scritte sui muri che noi stessi vediamo con i nostri occhi nelle nostre città, degli episodi di derisione ed intolleranza a causa del proprio credo cattolico, per i quali molti di noi, soprattutto giovani, desistono e cedono al modo di pensare comune: meglio essere e farsi vedere atei piuttosto che cristiani, o comunque meglio essere cristiani al passo coi tempi, che dicono sì alle coppie di fatto, all'aborto, al divorzio, all'omosessualità, all'eutanasia. Così si è più alla moda, più inseriti nel gruppo, si hanno più possibilità in ambito lavorativo, rispetto a quelli che testimoniano la propria Fede in mezzo alla gente, osando replicare a quelli che, con scherno e forti dell'arroganza di certi mezzi di comunicazione, disprezzano la Chiesa e la sua dottrina senza nemmeno sapere che cosa dice in realtà. Proprio il grande numero di episodi di questo tipo fa dire a molti: "Che vuoi che sia una scritta sul muro, una risata alle spalle o in faccia, una turba di giovani esaltati che ti gridano dietro quando sei in chiesa? Succede tutti i giorni, perché un giornale dovrebbe parlarne?". In effetti, ormai, questo accade tutti i giorni, e sotto il nostro naso, così come i cristani muoiono ogni giorno, anzi, ogni 5 minuti, nelle parti del mondo che fino a ieri pensavamo fossero "lontane". Chissà se anche lì i nostri fratelli cristiani pensano che questi atti di "civile intolleranza" non meritino di essere riportati sui mass-media.

Di seguito l'articolo odierno di Massimo Introvigne ed alcuni altri articoli sui fatti di Milano di domenica scorsa, tratti sempre da La Bussola Quotidiana:

venerdì 7 gennaio 2011

La persecuzione dei cristiani nel mondo

Le notizie di questi giorni portano alla luce un problema che in realtà sussiste da molto tempo, ed è il caso di chiamarlo con il nome di "persecuzione" dei cristiani. Non è esagerato accostare le stragi dei nostri giorni alle stragi che venivano compiute dai romani all'inizio dell'era cristiana. Abbiamo sentito di un attentato accaduto in Nigeria la notte di Natale, l'ultimo quello ai cristiani copti ad inizio anno; questi atti non sembrano più limitarsi a singoli episodi, né si può parlare semplicemente di emulazione da parte di facinorosi criminali: il disegno è quello di annientare i cristiani, ed è naturale che ciò avvenga prima in quei posti dove i cristiani sono sempre tenuti controllati dalla maggioranza religiosa islamica, o anche indù. Ma è certo (notizia dei giorni scorsi) che si stanno organizzando attentati anche nel nostro territorio, evidentemente per scoraggiare eventuali sacche di resistenza rimaste dopo la massiccia opera di apostasia che la nostra società, alcuni insegnanti a partire dall'asilo e dalle elementari (specie sotto Natale), i professori e i pensatori, fin'anche le nostre istituzioni talvolta promuovono col nome di "laicità".
In Egitto, dove si è svolto l'ultimo disastroso attentato, coloro che professano la fede in Nostro Signore Gesù Cristo sono obbligati a portarlo scritto sulla carta di identità, una versione più "civile" della stella gialla ripristinata dai nazisti con gli ebrei; le norme egiziane per la costruzione delle chiese (in vigore dal 1934) sottomettono l'approvazione della richiesta al consenso dei musulmani che abitano in zona, della polizia e del presidente della repubblica; e, qualora venga designata una zona per la costruzione, immediatamente fioccano le moschee, per rendere più difficile, se non impossibile, la costruzione del luogo di culto. Ma norme come queste non sono affatto isolate, basti pensare al Marocco (dove vige una legge che vieta ai cristiani di "convertire" i musulmani, pena l'espulsione o l'arresto), o alla Turchia, alla Tunisia o all'Algeria (dove la libertà religiosa è garantita costituzionalmente, ma è vietato dare ai bambini dei nomi cristiani se si vuole che essi vengano iscritti all'anagrafe di stato). Per non parlare poi degli stati asiatici, come in Iraq, Pakistan (con la legge anti blasfemia che ha portato e mantiene tutt'ora in stato di arresto Asia Bibi) o della Cina, col regime comunista che ha istituito una chiesa di stato dove, si sospetta, alcuni vescovi fedeli al papa sono costretti a celebrare, o dell'India.
In tutto questo le nostre voci, le voci dei cristiani "benestanti", non si sentono; non si fanno sentire o non si vuole che si facciano sentire. I telegiornali di ieri, curiosamente, intervistavano, tra le altre, due donne (in servizi diversi, ovviamente); una era italiana, in via Condotti a Roma mentre aspettava di poter fare shopping, l'altra era egiziana, cristiana copta, e si stava preparando alla celebrazione del Natale (che per la chiesa copta-ortodossa si è celebrato ieri sera). Era interessante sentire come la preoccupazione della donna italiana fosse quella di alzarsi alle 7 della mattina sopportare il freddo in coda per qualche ora pur di potersi accaparrare l'offerta più vantaggiosa, mentre la preoccupazione della donna egiziana fosse quella di dire che lei alla messa di mezzanotte sarebbe andata ugualmente, malgrado la minaccia di morte del sito "Mujaheddin", perché in qualche modo tutti prima o poi moriremo. Sia chiaro, con questo non intendo condannare la donna italiana perché era andata a fare shopping, né tantomeno dire che andare a fare compre sia qualcosa di sbagliato (se non altro mantiene coloro che lavorano nei negozi). Quello che voglio sottolineare è la diversità degli obiettivi e delle aspettative di vita che noi, cristiani comodi occidentali, abbiamo rispetto ai cristiani perseguitati. Chi di noi si sentirebbe di dire o anche solo di pensare: "Non mi importa di morire per andare a Messa"? Il cristianesimo occidentale si è davvero così impoverito; abbiamo ridotto Gesù Cristo alla statua che troviamo (e rischiamo di perdere anche quella) nelle nostre chiese, che trovavamo nelle aule di scuola. Certo, ci comoda quando a Natale o all'Epifania possiamo dormire qualche ora in più, ma siamo disposti a perdere un'ora della nostra giornata per la Messa? C'è chi mette a rischio tutta la sua vita per andare a Messa, e chi non è disposto a perdere un'ora.
Ci sono, però, silenzi ancora più assordanti. E' di pochi giorni fa la notizia che l'Unione Europea, nelle agende diffuse in migliaia di scuole, abbia inserito le festività religiose di ogni sorta di credo mondiale, ma non quelle cristiane, come il Natale e la Pasqua. Non si tratta più nemmeno di chiedere che l'Europa riconosca di essere nata su radici cristiane; si tratta di chiedere di riconoscere, accanto al Ramadan, il Natale e la Pasqua (non oso dire le ricorrenze mariane). Ancora, il nostro governo è stato costretto a protestare contro i vertici europei per poter esporre nei propri locali pubblici il Crocifisso, quando fu deliberato che questo poteva dare fastidio ai figli di una donna che ha la croce sulla bandiera della propria nazione. Ed è necessaria la strigliata del nostro ministro degli Esteri (che per questo ha avuto un posto d'onore nel periodico bollettino delle minacce di Al Qaeda), del cardianale Bagnasco presidente della CEI e del papa per far sì che i vertici europei pronuncino un decoroso richiamo alla libertà religiosa? C'è chi dal suo seggio europeo si affretta a redarguire il papa quando dice che il preservativo non è la soluzione al problema dell'aids nel terzo mondo, ma quanti si sono alzati per redarguire lo sceicco Ahmed el Tyeb, grande imam della moschea cairota di Al Azhar, quando ha bollato come "grave ingerenza" le parole del papa che ha osato chiedere un intervento degli uomini politici in difesa di quella povera gente morta ammazzata per il solo fatto di andare in chiesa?
Come mai i siti internet delle varie associazioni di atei e razionalisti, che spesso usano il deprecabile olocausto degli ebrei per lanciare insulti contro il venerabile pontefice Pio XII, si riempiono di insulti e risate sardoniche quando si tratta delle palesi discriminazioni contro i cristiani dei giorni nostri?
Ricordiamoci, dunque, che essere cristiani è un privilegio, per noi che siamo comodi sulle nostre poltrone e controvoglia ci alzeremmo per le scomode panche della chiesa; un privilegio per il quale molti nostri fratelli nel mondo pagano con la vita. Che questo pensiero ci ridesti come cristiani e scacci da noi le tentazioni del diavolo che, imperterrito, crede di poter distruggere l'opera di Dio facendo perno sulla pusillanimità che manifestiamo quando cediamo alla nostra debolezza. Preghiamo il Signore perché ce ne scampi, e possiamo al contrario diventare (seguendo le parole del papa durante l'Angelus di ieri) come la stella che ha condotto i Magi a Betlemme, e condurre le genti alla conoscenza di Nostro Signore.

venerdì 19 novembre 2010

Il martirio dei cristiani di oggi

Quando parliamo dei martiri cristiani siamo forse abituati a pensare alle icone o agli affreschi che abbiamo visto nei musei o (sempre meno spesso, purtroppo) nelle nostre chiese; il pensiero va alle gesta eroiche e lontane di quei primi cristiani, perseguitati dagli imperatori romani, che per difendere la propria fede erano costretti a rifugiarsi nelle catacombe. Ma la realtà è un'altra, una realtà che non conosciamo perché lontana da noi, troppo lontana dalle logiche e dagli interessi politici perché i giornali ne parlino, come magari parlano delle carceri americane, o troppo poco avvincenti perché i programmi di "approfondimento" se ne occupino.
Parlare di martirio in un mondo come il nostro, così benpensante che vuole cacciare il sacrificio persino dalla Messa per sostituirlo con le feste da discoteca, è troppo scomodo: ma è anche questo nostro atteggiamento che contribuisce a scavare le catacombe nei paesi di quei cristiani che sono costretti in vario modo ad abiurare la fede in Nostro Signore. Parlano i numeri: in meno di un secolo coloro che professavano la fede cristiana in Iraq sono passati dal 20% (all'inizio del 1900) al 2% dei giorni nostri, con una notevole accelerazione negli ultimi anni.
Ma una vicenda in particolare è in questi giorni assunta a simbolo del martirio dei cristiani in quelle terre mediorientali: è il caso di Asia Bibi, donna pakistana di 37 anni, madre di due bambini. L'anno scorso, durante il suo lavoro nei campi del Punjab, ebbe una discussione con le sue colleghe di lavoro islamiche, le quali volevano convincerla ad abbandonare il cristianesimo e convertirsi all'Islam. La donna ha difeso la sua fede in Cristo crocifisso per lei, additandolo come esempio alle sue colleghe e invitandole a pensare cosa Maometto avesse fatto per loro. A questa frase Asia è stata picchiata e rinchiusa in carcere, mentre la gente insultava lei e i suoi figli. Denunciata per blasfemia è stata recentemente condannata a morte. Non dimentichiamo che il Pakistan si è reso protagonista ultimamente della promulgazione di una legge che condanni la blasfemia contro l'Islam, e possiamo ben immaginare che tipo di utilizzo se ne possa fare, anche alla luce della vicenda toccata ad Asia Bibi.
Prima dell'esecuzione della sentenza di morte dovrà pronunciarsi l'alta corte pakistana; per questo in tutto l'orbe cattolico e non solo si sta organizzando una grande mobilitazione, che ha visto in prima linea il Santo Padre, Benedetto XVI, lanciare un appello dopo l'Angelus della scorsa domenica; lo stato italiano, con il ministro degli esteri Franco Frattini, che proprio in queste ore ha annunciato che forse il caso sarà riesaminato dalle autorità pakistane, con le quali il ministro assicura di usare tutti i mezzi diplomatici a sua disposizione per convincerle a mettere mano alla pericolosa legge sulla blasfemia; anche la televisione della CEI, TV2000 ha organizzato una campagna di solidarietà, di cui potete leggere i dettagli cliccando qui.
Anche a noi spetta di non lasciar soli questi cristiani, che non hanno nulla da invidiare a quelli che sono dipinti negli affreschi, sulle tele e nelle icone dei nostri musei e delle nostre chiese. Preghiamo il Signore per loro e, cosa egualmente importante, non vergognamoci della nostra fede; per rispetto di Nostro Signore, che non si è vergognato di noi, fino al punto di farsi da noi uccidere, e per rispetto anche di coloro che per amor suo rischiano la loro stessa vita. Non temiamo di professarci cristiani; prepariamoci ad affrontare l'insulto e la derisione, pena ben più leggera delle torture fisiche e della morte che i nostri fratelli patiscono in altre parti del mondo, ma che tuttavia conduce alla stessa sorte nel Regno di Cristo: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,11-12).
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