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mercoledì 16 febbraio 2011

Il pensiero di Joseph Ratzinger sulla liturgia

«Nella nostra riforma liturgica c'è la tendenza, a parer mio sbagliata, ad adattare completamente la liturgia al mondo moderno. Essa dovrebbe quindi diventare ancora più breve e da essa dovrebbe essere allontanato tutto ciò che si ritiene incomprensibile; alla fin fine, essa dovrebbe essere tradotta in una lingua ancora più semplice, più "piatta". In questo modo, però, l'essenza della liturgia e la stessa celebrazione liturgica vengono completamente fraintese. Perché in essa non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall'eternità. [...] Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? [...] Purtroppo da noi c'è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n'è per l'antica liturgia. Così siamo sicuramente su una strada sbagliata.»


Riprendo oggi questo breve pensiero dell'allora cardinale Joseph Ratzinger sulla liturgia, tratto dal libro "Il sale della terra", pubblicato oggi dal blog Cordialiter. Possiamo notare come questo pensiero dell'attuale pontefice ricalchi quello espresso da padre Lang e ripreso in un post precedente, sulla comprensione della lingua nella celebrazione, quando dice: «Nella liturgia non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall'eternità». In questo modo, infatti, si intende la actuosa partecipatio auspicata dai tempi del Concilio Vaticano II, e molto spesso fraintesa dagli stessi sacerdoti e liturgisti. Mi permetto di affermarlo perché, a leggere gli atti ufficiali con i quali la Chiesa regolamenta il Culto Divino, non vi è traccia di una "partecipazione attiva" che implichi per il fedele che assiste alla celebrazione il "dover fare qualcosa" materialmente; semmai il contrario, come possiamo leggere, ad esempio, nell'Istruzione Redemptionis Sacramentum:

«Benché la celebrazione della Liturgia possieda indubbiamente tale connotazione di partecipazione attiva di tutti i fedeli, non ne consegue, come per logica deduzione, che tutti debbano materialmente compiere qualcosa oltre ai previsti gesti ed atteggiamenti del corpo, come se ognuno debba necessariamente assolvere ad uno specifico compito liturgico.»
(Redemptionis Sacramentum n.40)

O, ancora più chiaramente, nell'ormai dimenticata Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis:

«Tuttavia, non dobbiamo nasconderci il fatto che a volte si è manifestata qualche incomprensione precisamente circa il senso di questa partecipazione. Conviene pertanto mettere in chiaro che con tale parola non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione. In realtà, l'attiva partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l'esistenza quotidiana. Ancora pienamente valida è la raccomandazione della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, che esortava i fedeli a non assistere alla liturgia eucaristica "come estranei o muti spettatori", ma a partecipare "all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente".»
(Sacramentum Caritatis, n. 52)

E' quindi necessario porre una certa attenzione a quello che significa "partecipare" al Sacrificio. Alcuni, spesso in contrapposizione con la Messa Tridentina, pensano che una delle conquiste della riforma liturgica sia stata quella di promuovere la partecipazione dell'assemblea, nel senso che prima i fedeli "assistevano" alla Santa Messa, ora vi "partecipano". Esiste un certo modo di intendere la partecipazione dell'assemblea secondo il quale, essendo il popolo dei battezzati «Stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa» (1 Pt 2,9) non esiste una vera e propria differenza fra il sacerdozio del prete e quello del battezzato in generale. Ora, questa interpretazione, che ha contribuito, come diceva Giovanni Paolo II (Discorso ai vescovi statunitensi, 1993), alla clericalizzazione dei laici e alla laicizzazione del clero, è stata più volte sconfessata dal Magistero della Chiesa; leggiamo ad esempio, sempre nella Redemptionis Sacramentum:

«Il sacrificio eucaristico non va poi ritenuto come "concelebrazione" in senso univoco del Sacerdote insieme con il popolo presente. Al contrario, l’Eucaristia celebrata dai Sacerdoti è un dono "che supera radicalmente il potere dell’assemblea […]. La comunità che si riunisce per la celebrazione dell’Eucaristia necessita assolutamente di un Sacerdote ordinato che la presieda per poter essere veramente assemblea eucaristica. D’altra parte, la comunità non è in grado di darsi da sola il ministro ordinato". È assolutamente necessaria la volontà comune di evitare ogni ambiguità in materia e portare rimedio alle difficoltà insorte negli ultimi anni. Pertanto, si usino soltanto con cautela locuzioni quali "comunità celebrante" o "assemblea celebrante" [...] e simili.»
(Redemptionis Sacramentum, n.42)

Quindi l'assemblea non "partecipa" alla celebrazione della Santa Messa nel senso che "ha una parte" del ruolo ministeriale che spetta, invece, solo al prete. Che senso ha, quindi, la partecipazione dell'assemblea alla Santa Messa? Se ricordiamo che la Divina Liturgia Eucaristica è il Sacrificio di Cristo, che ogni giorno si compie sull'altare (come mirabilmente troviamo scritto nel Magistero della Chiesa), partecipare alla Messa significa partecipare alla Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo sulla Croce. Allora si comprende come "assistere" e "partecipare" alla Santa Messa non abbiano un significato diverso, o addirittura contrapposto: come san Giovanni e la Madonna assistevano inermi alle sofferenze di Cristo sulla Croce anche noi, nelle nostre chiese, siamo chiamati ad assistervi; come essi partecipavano del suo dolore anche noi, quando "partecipiamo" alla Santa Messa, ci facciamo come san Giovanni e la Vergine Addolorata ai piedi della Croce. In questo modo il sacerdozio battesimale spinge ogni battezzato a proclamare "le opere ammirevoli di Lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce" (1 Pt 2,9).
Ancora il card. Ratzinger afferma, in questo caso sulla liturgia antica: «Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? [...] Purtroppo da noi c'è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n'è per l'antica liturgia. Così siamo sicuramente su una strada sbagliata». In queste parole, scritte nel 2005, troviamo facilmente riferimento nella lettera motu proprio "Summorum Pontificum Cura" e nella relativa lettera di accompagnamento ai vescovi; in esse il papa auspicava che il rito antico e quello nuovo possano vicendevolmente arricchirsi, per recuperare dove è stata perduta una liturgia autentica. Troviamo, ancora, riferimento all'ermeneutica della continuità che il papa (in maniera più forte dopo la sua elezione al soglio pontificio) ha sempre affermato essere la giusta chiave di lettura del Concilio Vaticano II. D'altra parte lo stesso papa Paolo VI, ormai alla chiusura del Concilio, aveva scritto, nell'Enciclica Mysterium Fidei:

«Chi mai potrebbe tollerare che le formule dogmatiche usate dai Concili Ecumenici per i misteri della SS. Trinità e dell'Incarnazione siano giudicate non più adatte agli uomini del nostro tempo ed altre siano ad esse temerariamente surrogate? Allo stesso modo non si può tollerare che un privato qualunque possa attentare di proprio arbitrio alle formule con cui il Concilio Tridentino ha proposto a credere il Mistero Eucaristico. Poiché quelle formule, come le altre di cui la Chiesa si serve per enunciare i dogmi di fede, esprimono concetti che non sono legati a una certa forma di cultura, non a una determinata fase di progresso scientifico, non all'una o all'altra scuola teologica, ma presentano ciò che l'umana mente percepisce della realtà nell'universale e necessaria esperienza: e però tali formule sono intelligibili per gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.»

Non facciamoci, dunque, scoraggiare dalle voci di questi giorni su documenti pronti a stravolgere questo pensiero del papa sulla liturgia antica e nuova, o da quelle di teologi tedeschi che vorrebbero stravolgere la dottrina cattolica; io ho fede in Nostro Signore e fiducia nel Santo Padre. Preghiamo perché lo Spirito Santo guidi sempre le sue azioni, affinché le forze degli inferi non prevalgano.

Alcune letture che vengono riprese in questo articolo:

lunedì 3 gennaio 2011

L'azione divina nella Santa Messa

«Dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, ma non per ragione del Concilio, il modo della riforma del rito della Messa ha abbastanza oscurato l'azione divina nella Santa Messa unendo cielo e terra e ha indotto alcuni nell'errore che la Santa Liturgia è una nostra attività, che, in qualche senso, noi abbiamo inventato e con la quale, allora, noi possiamo sperimentare. La verità della sacra liturgia è ben diversa.»

Sono parole tratte dall'omelia pronunciata dal cardinale statunitense Raymond Leo Burke, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (nonché membro della Congregazione per il Culto Divino) e porporato di nuova nomina, durante la Santa Messa pontificale celebrata il 26 dicembre scorso presso il Seminario dei Francescani dell'Immacolata a Roma secondo il rito antico. Approfondiamo ancora l'aspetto del Magistero di Benedetto XVI riguardante la liturgia (in preparazione alla visita dei prossimi 7 e 8 maggio) proprio a partire da queste parole. Potrebbero sembrare, ad un primo sguardo, parole molto dure, di stampo chiaramente anticonciliarista; ma ad un'analisi più approfondita si comprende che questa impressione è piuttosto un fraintendimento. Il cardinale, infatti, precisa che l'errore della riforma è avvenuto dopo il Concilio, ma non per volere del Concilio.
E' importante chiarire questo punto, poiché molto spesso si tende ad accostare coloro che amano una buona ed autentica liturgia o che si sentono legati alla forma straordinaria del rito romano (quella che era celebrata prima della riforma liturgica degli anni settanta e ripristinata con una certa libertà da papa Benedetto XVI) a degli inguaribili nostalgici, a vuoti esteti che, in ogni caso, rifiutano il Concilio. Come, allora, spiegare queste parole del cardinale Burke, che criticano in alcuni aspetti la riforma liturgica, con il fatto che questa critica non si ponga per forza di cose contro il Concilio?
Per poterlo fare è necessario fare un passo indietro, nel recente passato della Chiesa, ed analizzare da un punto di vista storico e sociale il periodo in cui questa riforma si è sviluppata. Non passa assolutamente in secondo piano il fatto che il Concilio si sia concluso nel 1965, alla vigilia di quel movimento socio-politico che oggi viene chiamato "Contestazione", nel quale specialmente i giovani dell'epoca contestavano il "mondo degli adulti", ritenuto troppo chiuso e repressivo. Sotto la spinta di queste correnti di pensiero, ed in parte cercando di accoglierne le critiche, la Chiesa che stava cominciando a rileggere e meditare i documenti del Concilio fu spesso tentata dall'errore di "supporre che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo rappresenti una rottura con la tradizione dottrinale e disciplinare che lo precede, quasi ch’esso sia tale novità da doversi paragonare ad una sconvolgente scoperta, ad una soggettiva emancipazione, che autorizzi il distacco, quasi una pseudo-liberazione, da quanto fino a ieri la Chiesa ha con autorità insegnato e professato" (Paolo VI, omelia in occasione del 1° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II). Nasceva cioè quella che Benedetto XVI ha definito, in uno storico discorso alla curia romana, l'Ermeneutica della discontinuità, secondo la quale l'altare addossato alla parete, il latino ed il canto gregoriano, l'organo, la musica polifonica e quella popolare, nonché, talvolta, addirittura il carattere sacrificale della Santa Messa devono essere abbandonati, perché retaggio di un passato ormai anacronistico, inutili superstizioni o linguaggi non più alla portata del popolo (anche se non si capisce bene come lo fossero una volta, quando la gente andava a lavorare nei campi con a malapena la seconda elementare e non lo siano più oggi quando i mezzi per la cultura di base sono alla portata di tutti). Diceva il papa, parlando dell'ermeneutica della discontinuità:

«Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l'unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità. Con ciò, però, si fraintende in radice la natura di un Concilio come tale.»
(Benedetto XVI, Discorso alla curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2005)

Con queste parole chiare ed efficaci del papa, possiamo dire che le parole del cardinale Burke hanno trovato una esauriente spiegazione. Se seguiamo i testi del Concilio, ci accorgiamo che essi non intendono affatto eliminare il latino, il gregoriano, girare gli altari o cambiare il contenuto dottrinale che viene trasmesso dalla Santa Messa. In effetti, all'ermeneutica della discontinuità si contrappone una lettura del Concilio nel senso della continuità con il Magistero immutabile della Chiesa; in questa chiave di lettura comprendiamo perché il papa ha, per così dire, liberalizzato la celebrazione della Messa secondo il rito detto di san Pio V, che era quello in cui la Messa era celebrata prima del Concilio in tutte le chiese cattoliche del mondo, in Italia come negli Stati Uniti d'America o in Australia.
La liturgia non è, quindi, un'invenzione dell'uomo, ma un dono di Dio, che l'uomo ha il dovere di ricevere, apprezzare e salvaguardare. Continua, infatti, il cardinale Burke:

«La Sacra Liturgia è l'azione di Gesù Cristo, vivo nel suo Corpo mistico per l'effusione dello Spirito Santo. E' il suo dono a noi, che noi dobbiamo ricevere, apprezzare e salvaguardare secondo l'indicazione dei nostri pastori e specialmente il Santo Padre, vicario di Cristo il Buon Pastore, sulla terra, e perciò pastore della Chiesa Universale.»

Sempre attingendo al Magistero di papa Benedetto, scopriamo anche che il ripristino del Missale antico, accanto a quello nuovo, non vuol essere sorgente di divisione. Sarà piuttosto causa di arricchimento tra l'una e l'altra forma, affinché anche oggi, sebbene intaccati dalla mentalità moderna che tende al relativismo e alla banalizzazione di ogni cosa, specialmente nell'ambito religioso, non cessiamo di nutrirci del bene che la liturgia antica ha trasmesso anche ai nostri padri e ai nostri santi (san Francesco, san Giovanni Bosco, san Pio X, san Pio da Pietrelcina...). E tramite l'apporto della liturgia antica potremo evitare, nelle nostre liturgie odierne, gli abusi che derivano dal tentativo di secolarizzare anche la Santa Messa (introducendo gestualità, linguaggi, musiche profane, tutte cose che, per dirla come Paolo VI e Giovanni Paolo II, "si precludono da sé l’ingresso nella sfera del sacro e del religioso"). Dice il cardinale Burke citando il Santo Padre (Lettera ai vescovi in occasione della promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum):

«"Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto".
Seguendo il Magistero del Santo Padre, molto giustamente celebriamo il rito romano secondo la forma straordianaria oggi per aiutarci ad entrare più pienamente nella conoscenza del mistero della Fede, il mistero dell'Amore di Dio verso di noi, e rispondere al mistero con amore puro e disinteressato verso Dio e il prossimo.
»

Preghiamo, dunque, il Signore Gesù Cristo perché ci conceda di servirlo nella liturgia con la docilità che Lui stesso ci ha insegnato, rimanendo sottomesso a Maria e Giuseppe nella Santa Famiglia di Nazareth, e perché anche noi possiamo crescere, oltre che in età, in sapienza e grazia davanti a Dio. Con questi sentimenti continuiamo ad attendere la visita del papa in mezzo a noi i prossimi 7 e 8 maggio.

Qui di seguito potete ascoltare per intero l'omelia del cardinale Burke:

venerdì 31 dicembre 2010

1° gennaio - Giornata mondiale della pace

Domani, primo giorno del nuovo anno ed anche di un nuovo decennio, ricorre la solennità liturgica di Maria Santissima Madre di Dio. Essa è posta nel compimento dell'ottava di Natale, e ci invita a rivolgere la nostra attenzione alla maternità di Maria, che ha generato per opera dello Spirito Santo il suo Creatore.
Dal 1968, per volere di papa Paolo VI, il 1° gennaio è anche la data in cui la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della pace; alla sua istituzione, il pontefice ebbe modo di augurarsi:

«Sarebbe Nostro desiderio che poi, ogni anno, questa celebrazione si ripetesse come augurio e come promessa - all'inizio del calendario che misura e descrive il cammino della vita umana nel tempo - che sia la Pace con il suo giusto e benefico equilibrio a dominare lo svolgimento della storia avvenire.»

Quella del 2011 è dunque la 44ma giornata mondiale della pace; ci aiuta, in questa ricorrenza, il messaggio che papa Benedetto XVI ha rilasciato per questa occasione lo scorso 8 dicembre.
Egli inizia questo suo messaggio scorrendo i momenti più difficili dell'anno appena trascorso, in particolare per quanto riguarda i credenti, citando il "vile attacco contro la Cattedrale siro-cattolica “Nostra Signora del Perpetuo Soccorso” a Baghdad, dove, il 31 ottobre scorso, sono stati uccisi due sacerdoti e più di cinquanta fedeli, mentre erano riuniti per la celebrazione della Santa Messa". Viene immediatamente da pensare all'attentato che in Nigeria ha colpito fedeli e sacerdoti che assistevano alla Messa di Natale, che evidentemente non sono ricordati in questo messaggio perché avvenuti dopo la sua stesura. Il papa manifesta la sua vicinanza a queste popolazioni e ringrazia tutti i governi che si adoperano per evitare che episodi come questi possano ripetersi. Quindi affronta l'importante tematica della libertà religiosa, nella quale, dice il pontefice: "trova espressione la specificità della persona umana, che per essa può ordinare la propria vita personale e sociale a Dio, alla cui luce si comprendono pienamente l’identità, il senso e il fine della persona". La vera libertà religiosa, continua il Santo Padre, non è da intendersi come l'eliminazione di qualunque religione, erroneamente ritenute da molti la causa delle guerre del mondo; "Una libertà nemica o indifferente verso Dio finisce col negare se stessa e non garantisce il pieno rispetto dell’altro[...] L’illusione di trovare nel relativismo morale la chiave per una pacifica convivenza, è in realtà l’origine della divisione e della negazione della dignità degli esseri umani. Si comprende quindi la necessità di riconoscere una duplice dimensione nell’unità della persona umana: quella religiosa e quella sociale. Al riguardo, è inconcepibile che i credenti “debbano sopprimere una parte di se stessi - la loro fede - per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti”".
Un punto che, tra gli altri, sembra toccare un aspetto molto delicato agli occhi degli osservatori di oggi, è quello su una positiva laicità degli stati. A questo proposito il papa accomuna due atteggiamenti ostili: "il fondamentalismo religioso e il laicismo sono forme speculari ed estreme di rifiuto del legittimo pluralismo e del principio di laicità. Entrambe, infatti, assolutizzano una visione riduttiva e parziale della persona umana, favorendo, nel primo caso, forme di integralismo religioso e, nel secondo, di razionalismo. La società che vuole imporre o, al contrario, negare la religione con la violenza, è ingiusta nei confronti della persona e di Dio, ma anche di se stessa. Dio chiama a sé l’umanità con un disegno di amore che, mentre coinvolge tutta la persona nella sua dimensione naturale e spirituale, richiede di corrispondervi in termini di libertà e di responsabilità, con tutto il cuore e con tutto il proprio essere, individuale e comunitario".
La molteplicità delle confessioni religiose è un aspetto che tocca anche da vicino la cristianità; per questo il Santo Padre scrive: "Per la Chiesa il dialogo tra i seguaci di diverse religioni costituisce uno strumento importante per collaborare con tutte le comunità religiose al bene comune". Tuttavia lo stesso pontefice riconosce che il dialogo tra i rappresentanti delle diverse confessioni cristiane o di altre religioni non deve essere inteso a creare una religione nuova, che comprenda aspetti dell'una o dell'altra, come se possa esistere un tale credo, tale da essere considerato perfetto solo perché mette d'accordo le diverse esigenze degli uomini: "Quella indicata non è la strada del relativismo, o del sincretismo religioso. La Chiesa, infatti, “annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è «via, verità e vita» (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose”".
In un altro paragrafo, il papa afferma come l'ostilità verso la religione, oltre ad assumere le forme drammatiche che portano ad atti di inaudita violenza, si ritrova, in maniera più subdola, anche nel nostro "civile" mondo occidentale: "Vi sono poi - come ho già affermato - forme più sofisticate di ostilità contro la religione, che nei Paesi occidentali si esprimono talvolta col rinnegamento della storia e dei simboli religiosi nei quali si rispecchiano l’identità e la cultura della maggioranza dei cittadini. Esse fomentano spesso l’odio e il pregiudizio e non sono coerenti con una visione serena ed equilibrata del pluralismo e della laicità delle istituzioni, senza contare che le nuove generazioni rischiano di non entrare in contatto con il prezioso patrimonio spirituale dei loro Paesi".
Questi, molto in sintesi, alcuni punti del Messaggio per la Giornata mondiale della pace; l'intero messaggio si può reperire al seguente indirizzo:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/peace/documents/hf_ben-xvi_mes_20101208_xliv-world-day-peace_it.html

Continuiamo a pregare il Signore perché, secondo l'auspicio di papa Paolo VI, la pace possa davvero governare lo svolgimento della nostra storia futura. Questa sera il Duomo resterà aperto fino alle ore 24:00 per l'Adorazione e la preghiera di tutti i fedeli che lo desiderassero. Inoltre ricordo che domani, durante tutto il giorno, sarà possibile lucrare l'Indulgenza plenaria visitando e soffermandosi in preghiera nel Santuario della Madonna dell'Angelo, alle solite condizioni che si trovano nel decreto di concessione, visualizzabile nella traduzione italiana cliccando qui.

mercoledì 29 dicembre 2010

Il papa sulla Santa Comunione

Sebbene a piccoli passi, si avvicina la visita del Santo Padre Benedetto XVI nella nostra diocesi; tramite i quartini settimanali di Gente Veneta è possibile approfondire alcuni aspetti del Magistero del papa. Approfondiamo oggi uno degli aspetti più silenziosi e nello stesso tempo anche più visibili del suo Magistero in materia di liturgia, un aspetto a cui il nostro pontefice è molto attento (e che ancora si fa attendere sugli inserti del nostro giornale diocesano). Chiunque abbia guardato alla televisione una celebrazione del Santo Padre avrà certamente notato il modo in cui egli distribuisce il Santissimo Sacramento al momento della Comunione; i fedeli si accostano a lui in fila indiana, si inginocchiano (all'inginocchiatoio appositamente preparato) con le mani giunte e ricevono la Santissima Eucarestia direttamente in bocca, non sulla mano. E un'altra notizia, proprio dei giorni vicini al Natale, è che nelle celebrazioni papali anche tutti i sacerdoti, diaconi e laici che lo aiutano nella distribuzione della Santissima Eucarestia dovranno distribuirla solo in bocca, e non sul palmo della mano.
Perché queste scelte da parte del papa? Una prima spiegazione ci viene dall'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, che in un approfondimento dedicato scrive, a proposito del ricevere la Comunione sulla lingua:

«Il motivo di questa preferenza è duplice: da una parte, evitare al massimo la dispersione dei frammenti eucaristici; dall’altra, favorire la crescita della devozione dei fedeli verso la presenza reale di Cristo nel sacramento»

E per quanto riguarda l'atteggiamento della genuflessione:

«La pratica di inginocchiarsi per la santa Comunione ha a suo favore secoli di tradizione ed è un segno di adorazione particolarmente espressivo, del tutto appropriato alla luce della vera, reale e sostanziale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate»

Viene allora da chiedersi cosa ci sia che non va nella pratica di ricevere la Comunione sul palmo della mano; innanzitutto è opportuno approfondire la genesi di questa pratica, che, al contrario di quello che pensano in molti, nulla ha a che vedere con il Concilio, né tantomeno con la riforma liturgica che al Concilio ha fatto seguito. A confermarlo sono le memorie di mons. Annibale Bugnini, protagonista e per molti aspetti artefice della riforma liturgica post-conciliare: in esse si legge che la prassi di distribuire la Comunione sulla mano cominciò a diffondersi, in ambito cattolico, verso la metà degli anni 60 in "certe regioni d'Europa" (Olanda e Belgio). E' importante affermare: "in ambito cattolico"; infatti in ambito protestante già nel XVI secolo fu ristabilita la Comunione sulla mano, in accordo alla dottrina eretica che non esista la transustanziazione, ossia che il pane eucaristico sia normale pane comune, e pertanto anche coloro che amministravano questo pane non dovevano avere l'ordine sacro. E' invece insegnamento cattolico che il Sacramento dell'Ordine imprima un segno indelebile nell'anima dell'ordinato, rendendolo così diverso dai fedeli laici; e quindi si comprende quello che diceva san Tommaso d'Aquino: il Sacramento "non viene toccato da nessuna cosa che non sia consacrata: e quindi sono consacrati il corporale, il calice e così pure le mani del sacerdote, per poter toccare questo sacramento. A nessun altro quindi è permesso toccarlo fuori di caso di necessità: se per esempio stesse per cadere per terra, o in altre contingenze simili" (Summa Theologiae III, 82,3).
Nella metà degli anni sessanta, probabilmente influenzati dalle correnti di pensiero che infuriavano nell'epoca del post-concilio, alcuni sacerdoti olandesi presero, dunque, a distribuire il Santissimo Sacramento sulle mani ai fedeli, così come accadeva nelle chiese protestanti che nella loro regione sono molto più abbondanti che da noi, senza autorizzazione da parte di Roma. Così papa Paolo VI decise di prendere delle decisioni categoriche in merito; inizialmente (1965) vietò che fosse cambiata la prassi di ricevere la Comunione sulla lingua in quelle regioni, ma i suoi richiami rimasero inascoltati. Quindi (1968), non potendo "esimersi dal considerare l’eventuale innovazione con ovvia apprensione", ordinò una consulta sub decreto all'episcopato mondiale, il quale si dichiarò a grandissima maggioranza contrario all'innovazione. Di conseguenza il papa diede mandato alla Congregazione per il Culto Divino di redigere un documento, l'istruzione Memoriale Domini, attraverso la quale far conoscere a tutto il mondo cattolico il risultato della consulta dei vescovi, confermare la prassi di distribuire la Comunione sulla lingua, che, recitava l'istruzione, non toglie in alcun modo dignità a chi si comunica e mettere in guardia sulla irriverenza e sulla possibilità di profanazione dell'Eucarestia a cui la pratica di distribuire l'Ostia sulla mano poteva portare. Nell'istruzione si lasciava però una strada aperta per quelle chiese in cui la pratica risultava radicata da quasi cinque anni, concedendo che, se la Conferenza episcopale del luogo avesse approvato l'innovazione con una maggioranza di almeno i due terzi, essa avrebbe potuto inviare alla Santa Sede una richiesta di approvazione, che, nella maggior parte dei casi, come possiamo ben vedere nelle nostre chiese, è arrivata. E' interessante leggere, nelle memorie di mons. Bugnini, come questa concessione volesse evitare che "in questi tempi di forte contestazione (...) l’autorità non venga battuta sulla breccia, mantenendo una proibizione che difficilmente avrebbe seguito nella pratica", poiché, date le correnti di pensiero che imperversavano all'epoca, "è da prevedere anche una reazione violenta in alcune zone e una disubbidienza piuttosto diffusa dove l’uso è stato già introdotto". Le richieste, col passare degli anni, arrivarono un po' dalle Conferenze episcopali di tutto il mondo, sebbene non vi fossero le condizioni auspicate per la richiesta (ossia non fosse radicata la pratica innovativa e non si prevedessero contestazioni); basti pensare che, per l'Italia, l'indulto fu concesso addirittura il 19 maggio 1989. Quello che era stato concesso come indulto alla regola è diventato regola; addirittura in alcuni casi si sente che la prassi di ricevere la Comunione sulla lingua è mal sopportata, ed è questa ad essere concessa ad indulto.
E questo nonostante i pronunciamenti dei successori di Paolo VI siano andati nella direzione di confermare le preoccupazioni del pontefice lombardo: Giovanni Paolo II, nella lettera Dominicae Cenae, scriveva:

«In alcuni paesi è entrata in uso la comunione sulla mano. Tale pratica è stata richiesta da singole conferenze episcopali ed ha ottenuto l'approvazione della sede apostolica. Tuttavia, giungono voci su casi di deplorevoli mancanze di rispetto nei confronti delle specie eucaristiche, mancanze che gravano non soltanto sulle persone colpevoli di tale comportamento, ma anche sui pastori della Chiesa, che fossero stati meno vigilanti sul contegno dei fedeli verso l'eucarestia. Avviene pure che, talora, non è tenuta in conto la libera scelta e volontà di coloro che, anche dove è stata autorizzata la distribuzione della comunione sulla mano, preferiscono attenersi all'uso di riceverla in bocca.»

E nell'ultima sua enciclica, Ecclesia de Eucharistia:

«Dando all’Eucaristia tutto il rilievo che essa merita, e badando con ogni premura a non attenuarne alcuna dimensione o esigenza, ci dimostriamo veramente consapevoli della grandezza di questo dono. Ci invita a questo una tradizione ininterrotta, che fin dai primi secoli ha visto la comunità cristiana vigile nella custodia di questo “tesoro”. [...] Non c’è pericolo di esagerare nella cura di questo Mistero, perché “in questo Sacramento si riassume tutto il mistero della nostra salvezza”»

In questo senso si innesta la prassi reintrodotta da papa Benedetto XVI, dalla solennità di Corpus Domini del 2008, di distribuire la Comunione solo in bocca e ai fedeli inginocchiati e, dalle celebrazioni natalizie di quest'anno, anche a tutti gli altri fedeli solo sulla lingua. Alcuni rivalutano la prassi di distribuire la Comunione sul palmo della mano in funzione del passato dei primi cristiani, che effettivamente dovevano comunicarsi in questa maniera; a ciò risponde sempre Paolo VI, con l'istruzione Memoriale Domini, nella quale si dice che, con l'approfondimento della conoscenza del mistero eucaristico, la pratica fu presto abbandonata, anzi: esplicitamente proibita.
Nell'istruzione Redemptionis Sacramentum si mettono in guardia i sacerdoti dai pericoli di profanazione che possono purtroppo derivare quando si distribuisce la Santissima Eucarestia sulla mano dei fedeli:

«Se un comunicando, nelle regioni in cui la Conferenza dei Vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il Sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia. Si badi, tuttavia, con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. Se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli.»

Preghiamo, dunque, il Signore, perché ci conceda di accostarci ai Sacri Misteri con la necessaria riverenza e con il debito raccoglimento, poiché come dice il nostro papa Benedetto XVI, "La Comunione raggiunge la sua profondità solo quando è sostenuta e compresa dall’adorazione".

Di seguito potrete trovare i collegamenti che sono serviti da spunto per questo articolo:
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