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martedì 13 marzo 2012

Le drammatiche conseguenze dell'ermeneutica della discontinuità

Riprendo un articolo riportato quest'oggi dal blog Cantuale Antonianum, riprendendo a sua volta un articolo di ZENIT; si tratta di un'intervista al cardinale Adrianus Johannes Simonis, arcivescovo emerito di Utrecht, a proposito di un'errata interpretazione del Concilio Vaticano II e dei danni che essa ha creato nel suo Paese, l'Olanda. Personalmente ritengo che sia opportuno imparare da queste parole del cardinale Simonis per evitare di commettere gli errori da lui denunciati, o per correggere la rotta nel caso in cui ci si riconosca in quegli errori. In particolare vorrei sottolineare queste parole dell'intervista, in piena sintonia con il Magistero dei grandi papi Benedetto XVI e Giovanni Paolo II: «E' proprio vero: c’è stata una sbagliata interpretazione del Concilio. Non hanno letto i documenti ma si sono limitati ad argomentare, basandosi sul cosiddetto “spirito del Concilio”, cioè: tutto è permesso, tutto può cambiare [...] Sicuramente, col risultato che i laici in Olanda sono diventati più o meno dei sacerdoti e i sacerdoti si sono laicizzati». Buona lettura.

In Olanda una sbagliata interpretazione del Concilio
Di Paola de Groot-Testoni

ROMA, lunedì, 12 marzo 2012 (ZENIT.org) - A Utrecht si trova la Paushuize, ovvero la casa dell’unico Papa olandese della storia, Adriano VI, al secolo Adriaan Floriszoon (o Florenszoon) Boeyens (1459-1523).
L’allora vescovo di Tortosa, in Spagna, fece costruire la casa nella sua città natale, con l’intento di tornarvi una volta terminato il suo mandato. Ma il Signore aveva altri piani: Adrianus nel 1517 venne nominato cardinale e, cinque anni dopo, eletto Papa.
Morirà a Roma l’anno successivo senza aver mai abitato la Paushuize. Dopo anni di incuria, l’edificio è stato affidato a Ubbo Hylkema la massima autorità olandese nel campo del restauro di dimore storiche. Dopo due anni di lavori, di ristrutturazione accurata e meticolosa, l’edificio è stato riaperto al pubblico. In occasione della cerimonia è stato invitato il Cardinale Adrianus Johannes Simonis, al quale Zenit ha rivolto alcune domande.

Eminenza Lei ha partecipato al Concilio Vaticano II?
Simonis: No, purtroppo no. Non ho partecipato al Concilio però in quel periodo ero presente a Roma, dove ho studiato dal 1959 al 1966.

Ci può comunque dire quali sono stati, secondo Lei, gli insegnamenti e le argomentazioni migliori che sono emerse da quel Concilio?
Simonis: Da quel Concilio una nota importante è sicuramente l’adattamento alla mentalità di questo tempo ma la più importante è la riflessione che ne è scaturita sul ruolo stesso della Chiesa. La Lumen gentium, per me, ne è stato il documento più importante.

La Chiesa olandese non visse serenamente il post-Concilio: ci furono polemiche sul catechismo e altre controversie. A 50 anni da quell’evento, qual è la situazione attuale?
Simonis: La situazione della Chiesa Olandese dopo il Concilio è molto difficile da descrivere. All’epoca abbiamo avuto una polarizzazione su due fazioni. Vivevamo praticamente con due chiese in una. Con una fazione che era molto radicale e voleva cambiare tutto, ma nella quale la fede era molto diminuita. Adesso questa polarizzazione è più o meno finita ma, come conseguenza, moltissimi hanno perduto la fede e hanno lasciato la Chiesa. In generale si può dire che in Olanda vige l’“indifferentismo”. Il Santo Padre, qualche settimana fa, ha detto una cosa molto giusta: ogni uomo ha un senso religioso, una tendenza a cercare Dio, al trascendente; ma in tanta gente questo senso religioso si è perduto, è entrato in coma e questo vale particolarmente per la nostra nazione.

Cosa si è sbagliato nell’interpretare il Concilio?
Simonis: Sì, è proprio vero: c’è stata una sbagliata interpretazione del Concilio. Non hanno letto i documenti ma si sono limitati ad argomentare, basandosi sul cosiddetto “spirito del Concilio”, cioè: tutto è permesso, tutto può cambiare.
Forse anche una sbagliata interpretazione del ruolo dei laici nella Chiesa?
Simonis: Sicuramente, col risultato che i laici in Olanda sono diventati più o meno dei sacerdoti e i sacerdoti si sono laicizzati.

Il Pontefice Benedetto XVI ha indetto l’Anno della Fede e una mobilitazione per la Nuova Evangelizzazione. Cosa dovrebbe fare la Chiesa nei Paesi Bassi?
Simonis: Quello che ho sempre detto è: catechesi, catechesi, catechesi. Manca una catechesi ben fondata, ma adesso il problema è che i giovani si sono così allontanati dalla fede e dalla Chiesa che dicono non ne hanno bisogno, perchè materialmente hanno tutto. Spero, anche se è un’idea un po’ strana, che questa crisi economica, possa condurli a riflettere. Nei Paesi Bassi adesso si reagisce solo a livello emotivo, non si pensa più. Secondo me il Pontefice Benedetto XVI vuole farci riflettere. Ho appena letto un libro del Santo Padre sulla verità, sulla tolleranza e sui problemi moderni legati alla relazione con le altre religioni: il suo invito è pensare e riflettere, usare la ragione, ma in Olanda si usa solo l’emozione. Questo è molto pericoloso.

Siamo in tempo di Quaresima. da Roma chiedono molta attenzione alla confessione e alla pratica dell’Eucaristia. Com’è la situazione nei Paesi Bassi e in che direzione si sta andando?
Simonis: Ormai da 40 anni la confessione è completamente perduta, e lo sa perchè? Perchè gli olandesi non peccano! Nel senso che non sanno più che cos’è il peccato. Il concetto di peccato è legato alla coscienza di Dio, se non si crede più ad un Dio personale, non si pensa più di peccare. Il nostro paese è pieno di “qualchecosisti”, persone che credono in un’entità astratta, che esista qualcosa ma non un Dio personale: per questo pensano di non peccare.

Quindi la confessione non diventa più necessaria?
Simonis: La verità è che nei Paesi Bassi abbiamo bisogno di una conversione totale.

Una sua riflessione personale sulla sua vita di sacerdote, arcivescovo e cardinale. Cosa può dire alle giovani generazioni e ai ragazzi che stanno studiando nei seminari?
Simonis: Dico loro per prima cosa di imparare a pensare, a riflettere. E poi pregare, pregare, pregare. La preghiera è importantissima, è e deve essere il fondamento della vita umana, ma in Olanda non si prega perchè non si crede in un Dio personale ma solo in un ente vago.

Con Wim Eijk, l’Olanda ha un nuovo porporato. Qual è il suo augurio per lui in questi tempi difficili, non solo di crisi economica?
Simonis: Gli ho subito scritto quando ha avuto la nomina cardinalizia. Gli ho augurato di poter conservare lo spirito di servizio. Questa è la più grande responsabilità di un cardinale: restare in questo spirito di servizio alla Chiesa e al Signore. Ciò per l’onore di Dio, per la salute degli uomini e a imitazione del Cuore di Gesù: un cuore pieno di verità, di amore e di misericordia.

Questa è anche la sua esperienza personale di cardinale?
Simonis: Sì, ho cercato di vivere in questo spirito il mio cardinalato per 27 anni. Adesso sono un vecchio cardinale, ho compiuto 80 anni e non posso più eleggere il Papa ma posso ancora essere eletto! (scoppia in una risata) Ma non preoccupatevi, non succederà!


Fonti:

venerdì 8 luglio 2011

La musica sacra secondo il Concilio

Ancora una volta vorrei dedicare un approfondimento al tema della musica sacra nella liturgia della Chiesa. Questa volta vorrei porre l'attenzione su un documento della Chiesa molto importante per tutti i musicisti "di chiesa", poiché detta in qualche modo le regole di come deve essere la musica sacra nell'Ufficio divino. Si tratta dell'Istruzione Musicam Sacram, elaborata nel 1967 (quindi nel pieno dell'elaborazione della riforma liturgica post-conciliare) dal Consilium, l'organismo della Sacra Congregazione dei Riti deputato proprio alla stesura della "nuova" liturgia. Come sempre accade quando si vanno a leggere i documenti ufficiali della Chiesa in materia di liturgia, si constata una grandissima differenza fra quello che quei documenti prescrivevano ed auspicavano e quello che oggi avviene nelle nostre chiese. Qualcuno potrebbe obiettare che non bisogna scadere nel rubricismo, e porsi con un atteggiamento "da giuristi" nei confronti di tali scritti. Ma rivolgersi ai documenti della Chiesa, soprattutto per coloro che nella comunità sono deputati alla preparazione del rito e di tutto quello che esso richiede (compresa la musica) non è affatto rubricismo; al contrario, è doveroso: manifesta umiltà e sottomissione a quello che la Chiesa dice, nel riconoscimento che i suoi dettami non provengono dagli uomini, ma da Dio. E, se si vuole, con una metafora molto semplice, nessuno andrebbe a comprare un marchingegno nuovo da montare con la pretesa di sapere da solo dove andranno posti i singoli pezzi, e rifiutando di leggere il libretto di istruzioni: il risultato sarebbe sicuramente un assemblaggio maldestro, che di sicuro risulterà inutile, inservibile, talvolta anche grottesco. Così, a mio modo di vedere, finiscono per ridurre la liturgia (anche se la metafora, lo ribadisco, è molto semplice) coloro che credono di sapere da se stessi come essa funzioni, rifiutandosi di andare a leggere le "istruzioni".
Molti di coloro che si occupano della musica liturgica nelle chiese sono convinti che il Concilio (intesi anche i documenti prodotti in seguito alla sua chiusura) non abbia dato indicazioni chiare su come deve essere la musica sacra nella liturgia, ed è per questo che oggi, nelle nostre chiese, si hanno le situazioni più disparate, molto eterogenee, spesso lasciate in balia di esperimenti selvaggi. Ma l'istruzione Musicam Sacram questa definizione l'ha data, e chiaramente:

4. a) Musica sacra è quella che, composta per la celebrazione del culto divino, è dotata di santità e bontà di forme[2].
b) Sotto la denominazione di Musica sacra si comprende, in questo documento: il canto gregoriano, la polifonia sacra antica e moderna nei suoi diversi generi, la musica sacra per organo e altri strumenti legittimamente ammessi nella Liturgia, e il canto popolare sacro, cioè liturgico e religioso[3]
.

[2] Cfr. S. Pio X, «Motu proprio» Tra le sollecitudini, 22 nov. 1903, n. 2 (ASS 36 [1903-l904] 332).
[3] Cfr. S. Congr. dei Riti, Istr. sulla musica sacra e la sacra Liturgia, 3 set. 1958, n. 4 (AAS 50 [1958] 633).

Quindi si parla di «santità e bontà di forme», come le intendeva Papa San Pio X nel suo motu proprio del 1903, e vengono addirittura elencati i generi musicali ammessi sotto la denominazione di musica sacra: si parla di canto gregoriano, polifonia antica e moderna (e, si noti bene, non "musica moderna", ma "polifonia moderna") e canto popolare sacro. Credo, dunque, che non si possa dire che il Concilio non abbia definito chiaramente cosa si intenda per musica sacra: a che cosa è dovuta, dunque, la situazione attuale della musica liturgica, che in alcuni casi è assolutamente fuori da ogni controllo? Certamente al relativismo, che è prepotentemente entrato nella Chiesa, come in molte parti del pensiero postmoderno, ed in ambito cattolico è responsabile di quella che Papa Benedetto XVI definisce l'Ermeneutica della rottura. Così non bisogna guardare a quello che la Chiesa insegna nel suo magistero (di cui anche questa istruzione fa parte); bisogna, in qualche modo, leggere tra le righe, e questa lettura interpretativa, il più delle volte, finisce per stravolgere totalmente il senso di quanto scritto. Ecco dunque la totale discrepanza tra questi insegnamenti della Chiesa e la situazione attuale delle nostre chiese; e se questo modus cogendi è ancora decisamente sposato in molte parrocchie d'Italia e del mondo, è anche perché, nella Chiesa, fedeli laici, sacerdoti e vescovi, non è riuscita (talvolta per il rifiuto dei suoi membri) a far tornare le cose in sintonia con quanto la Chiesa insegna.
Scorrendo un po' l'istruzione si trova qualcosa anche in merito alla partecipazione dei fedeli nel canto, e si pone l'accento in particolare sulla funzione che ha la musica sacra nell'esprimere esteriormente l'appartenenza dei fedeli e del clero alla Chiesa. Tutti partecipano del Corpo mistico di Cristo, ma ognuno con i suoi compiti e ministeri: il sacerdote celebra la Santa Messa, in persona Christi, i fedeli laici assistono e partecipano del Sacrificio che il Signore Gesù Cristo compie sull'altare. Così leggiamo:

6. L’ordinamento autentico della celebrazione liturgica presuppone anzitutto la debita divisione ed esecuzione degli uffici, per cui «ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio, si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza» richiede inoltre che si rispetti il senso e la natura propria di ciascuna parte e di ciascun canto. Per questo è necessario in particolare che le parti, che di per sé richiedono il canto, siano di fatto cantate, usando tuttavia il genere e la forma richiesti dalla loro natura.

Dunque ha senso che l'assemblea non canti tutto di quello che, nel rito, è accompagnato dalla musica; sarebbe, infatti, un appiattimento della dimensione simbolica del canto sacro, che è quello di manifestare che tutti sono membra della Chiesa di Cristo, ognuno però con il suo compito. Oggi succede molto spesso, invece, di trovare chi pensa che l'autentica e completa partecipazione dell'assemblea si realizzi se e soltanto se essa canta tutto. Non esistono più differenze di compiti e ministeri tra sacerdote, schola e fedeli, tutti sono ugualmente laici e ugualmente sacerdoti, ugualmente maestri e ugualmente allievi (mentre sappiamo che non è così). Ci insegna ancora l'istruzione Musicam sacram sulla partecipazione dei fedeli:

15. Questa partecipazione:
a) deve essere prima di tutto interna: e per essa i fedeli conformano la loro mente alle parole che pronunziano o ascoltano, e cooperano con la grazia divina[14];
b) deve però essere anche esterna: e con questa manifestano la partecipazione interna attraverso i gesti e l’atteggiamento del corpo, le acclamazioni, le risposte e il canto[15];
Si educhino inoltre i fedeli a saper innalzare la loro mente a Dio attraverso la partecipazione interiore, mentre ascoltano ciò che i ministri o la «schola» cantano.

Infine, in questa prima parte, l'istruzione dà alcune direttive anche sulla scelta dei canti da eseguire durante il rito; quello che succede oggi è un po' dato all'arbitrio di coloro che sono deputati alla musica nella liturgia. Si finisce così talvolta per sentire dei canti (o sarebbe meglio dire canzoni) eseguiti solo perché piacciono a chi li esegue, mentre non hanno attinenza alcuna con il tempo liturgico o la festa che si celebra, o con il momento particolare della liturgia in cui si canta. Ma nella Santa Messa i canti sono strettamente legati alla liturgia; essi sono riportati, per chi ne dispone nella propria parrocchia, anche nel foglietto: vi è l'antifona d'ingresso, l'antifona alla Comunione, talvolta è riportata anche quella offertoriale. Queste antifone, che rappresenterebbero i veri "canti" da fare all'ingresso, Comunione ed offertorio, sono musicati in gregoriano nel Graduale. Allora si potrebbe controbattere dicendo che in pochi sanno leggere e cantare il gregoriano: ma questo non deve diventare un alibi. Infatti anche tra i bambini di sei anni in pochi sanno eseguire le espressioni di matematica correttamente, ma se a tredici anni superano l'esame di terza media significa che qualcosa devono aver imparato, nel frattempo. C'è dunque sempre spazio (se se ne ha la voglia) di imparare il canto gregoriano, supremo modello di musica sacra. Ma l'istruzione, nei casi in cui questo sia davvero impraticabile, ammette anche la sostituzione di questi canti (introito, offertorio e comunione) con altri, con "indulto" (significa che è una concessione, non una regola), e stabilisce con quali norme possono avvenire queste sostituzioni:

32. L’uso legittimamente vigente in alcuni luoghi, qua e là confermato con indulto, di sostituire con altri testi i canti d’ingresso, d’offertorio e di comunione che si trovano nel Graduale, può essere conservato, a giudizio della competente autorità territoriale, purché tali canti convengano con il particolare momento della Messa, con la festa e il tempo liturgico. La stessa autorità territoriale deve approvare il testo di questi canti.

Inutile far notare come questo, oggi, sia pressoché totalmente disatteso, dal momento che in molte chiese e parrocchie i canti vengono spesso inventati e proposti nella Santa Messa come ad un concerto rock; e come le competenti autorità territoriali non si occupino quasi mai di porre un freno a questi esperimenti.

Al termine di questo articolo vi è il collegamento all'istruzione conciliare; spero possa essere un occasione affinché chi lo desidera, specialmente responsabili del canto in una parrocchia, possa trarne giovamento ed insegnamento.

martedì 31 maggio 2011

La partecipazione alla Santa Messa

Vorrei parlare oggi di un aspetto liturgico molto importante, che talvolta rischia di essere male interpretato, il più delle volte in buona fede, in virtù di un insegnamento errato, poiché filtrato dalle mentalità rivoltose degli anni addietro: si tratta della partecipazione dei fedeli alla Santa Messa. E' innegabile che durante e dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa abbia voluto dare una grande importanza alla promozione della cosiddetta actuosa participatio; leggiamo infatti nella Costituzione conciliare dedicata alla Sacra Liturgia, la Sacrosanctum Concilium:

14. È ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, [...] ha diritto e dovere in forza del battesimo. A tale piena e attiva partecipazione di tutto il popolo va dedicata una specialissima cura nel quadro della riforma e della promozione della liturgia.

L'espressone "partecipazione attiva" ha dato adito, nel periodo post-conciliare, alle interpretazioni più disparate, che nella maggior parte dei casi poco avevano che fare con il suo reale significato. Ed è forse questa divergenza tra quello che intende la Chiesa e quello che si vuole che la Chiesa intenda l'esempio più lampante del relativismo in campo religioso, della contrapposizione fra ermeneutiche del concilio (rottura e riforma nella continuità) che tante volte il Papa ci ricorda nei suoi discorsi.
La tendenza, oggi, è quella di considerare la partecipazione attiva dei fedeli come una conquista del Concilio Vaticano II e della riforma liturgica ad esso seguita, merito esclusivo di un certo modo di intendere la Santa Messa in netta contrapposizione con quanto accadeva prima del concilio. Inevitabilmente, per promuovere questa idea (sbagliata, come avremo modo di vedere), si finisce per contrappore la Messa cosiddetta "tridentina", dove (si insinua) i fedeli erano costretti a stare zitti e fermi, come degli spettatori ad uno spettacolo non gradito, alla Messa "moderna", dove cade ogni barriera e freno e si può finalmente cantare, parlare, a volte ballare, dando all'assemblea la libertà di fare un po' ciò che vuole. A poco servono le indicazioni dei Papi, specialmente il beato Giovanni Paolo II e il pontefice regnante, Benedetto XVI, a cercare quasi di raddrizzare certe situazioni ormai fuori controllo e a far capire che queste interpretazioni sono del tutto errate e dannose.
Tuttavia le cose non stanno esattamente come oggi la maggior parte di noi considera; sembrerà paradossale, ma il tema della partecipazione dei fedeli era vivo e attuale da molto prima del Concilio Vaticano II, in un periodo in cui quella "tridentina" era l'unica Messa per tutto il mondo. Per fare alcune citazioni, nel motu proprio "Tra le sollecitudini" di san Pio X, del 1903, troviamo:

In particolare si procuri di restituire il canto gregoriano nell’uso del popolo, affinché i fedeli prendano di nuovo parte più attiva all’officiatura ecclesiastica, come anticamente solevasi.

O ancora, in maniera più esauriente, troviamo spiegato nella "Instructio de Musica Sacra et Sacra Liturgia" del Missale Romanum, datata 3 settembre 1958:

22. La Messa richiede, per sua natura, che tutti i presenti vi partecipino nel modo proprio a ciascuno.

a) Questa partecipazione deve essere in primo luogo interna, attuata cioè con devota attenzione della mente e con affetti del cuore, attraverso la quale i fedeli «strettissimamente si uniscano al Sommo Sacerdote... e con Lui e per Lui offrano [il Sacrificio] e con Lui si donino».

b) La partecipazione però dei presenti diventa più piena se all’attenzione interna si aggiunge una partecipazione esterna, manifestata cioè con atti esterni, come sono la posizione del corpo (genuflettendo, stando in piedi, sedendo), i gesti rituali, soprattutto però le risposte, le preghiere e il canto.
[...]

25. Nella Messa solenne dunque, l’attiva partecipazione dei fedeli può essere di tre gradi:

a) Il primo grado si ha, quando tutti i fedeli danno cantando le risposte liturgiche: Amen; Et cum spiritu tuo; Gloria tibi, Domine; Habemus ad Dominum; Dignum et iustum est; Sed libera nos a malo; Deo gratias. Si deve cercare con ogni cura che tutti i fedeli, di ogni parte del mondo, possano dare cantando queste risposte liturgiche.

b) Il secondo grado si ha quando tutti i fedeli cantano anche le parti dell’Ordinario della Messa: Kyrie, eleison; Gloria in excelsis Deo; Credo; Sanctus-Benedictus; Agnus Dei. Si deve poi cercare di far sì che i fedeli imparino a cantare queste stesse parti dell’Ordinario della Messa, soprattutto con le melodie gregoriane più semplici. Se d’altra parte non sapessero cantare tutte le singole parti, nulla vieta che i fedeli ne cantino alcune delle più facili, come il Kyrie, eleison; Sanctus-Benedictus; Agnus Dei, riservando il Gloria e il Credo alla «schola cantorum».
Si deve cercare inoltre di far sì che in tutte le parti del mondo i fedeli imparino queste più facili melodie gregoriane: Kyrie, eleison; Sanctus-Benedictus, e Agnus Dei secondo il numero XVI del Graduale Romano; il Gloria in excelsis Deo con Ite, Missa est-Deo gratias, secondo il numero XV; il Credo poi secondo il num. I o III. In questo modo si potrà ottenere quel risultato tanto desiderabile, che i fedeli in tutto il mondo possano manifestare, nell’attiva partecipazione al sacrosanto Sacrificio della Messa, la loro fede comune anche con uno stesso festoso concento.

c) Il terzo grado finalmente si ha quando tutti i presenti siano talmente preparati nel canto gregoriano da poter cantare anche le parti del Proprio della Messa. Questa piena partecipazione alla Messa in canto si deve sollecitare soprattutto nelle comunità religiose e nei seminari.

In quest'ultima istruzione si trova, in particolare, la definizione di "partecipazione attiva", dei gesti che essa richiede (non battere le mani, balletti sul posto o simili, ma da seduti alzarsi in piedi, o inginocchiarsi) e di cosa significa partecipare col canto: non che l'assemblea debba cantare tutto ciò che la schola o il celebrante osano intonare, ma che esistono parti proprie (le risposte) per loro natura fatte apposta per i fedeli, altre fatte per la sola schola, altre per il solo celebrante. Se, in particolare, ci concentriamo sull'ultima parte della citazione, scopriamo che nella Messa cantata della nostra parrocchia viene messa in pratica quasi alla lettera, merito dei parroci che negli anni si sono succeduti ed hanno avuto cura di pascere il loro gregge in comunione con il Papa e tutta la Chiesa.
La "scoperta" che di partecipazione attiva si parlava anche e soprattutto per la Messa nel rito antico porge immediatamente una serie di considerazioni: innanzitutto che la partecipazione attiva di cui si parla nel Concilio Vaticano II non è una scoperta degli anni 70 e della riforma post-conciliare, ma un aspetto di cui la Chiesa si è sempre occupata (possiamo dire che "si partecipava" anche nella Messa antica); poi, non avendo il Concilio Vaticano II inventato nulla di nuovo, che la partecipazione attiva che esso raccomanda è la stessa raccomandata anche prima dal Magistero della Chiesa; infine, che aggiungere significati rivoluzionari alla partecipazione attiva, e bocciare per questo la Messa nel rito antico, è non solo privo di fondamento, ma contrario al Concilio Vaticano II e al Magistero immutabile della Chiesa. Non dimentichiamoci, infatti, che i padri conciliari non scrivevano di liturgia sulla base della Messa nel rito post-conciliare (oggi detto forma ordinaria), ma avevano sempre visto e celebrato nel rito pre-conciliare (oggi detto forma extraordinaria).
Leggendo, dunque, il concilio in continuità con il Magistero precedente, viene naturale spiegarsi perché esso non abolisca, ma raccomandi che i fedeli imparino a cantare ed ascoltare il canto gregoriano, definito "il canto proprio della liturgia romana", e perché l'organo a canne è raccomandato come lo strumento per eccellenza nell'accompagnamento del canto o anche da solo. Viene naturale leggere il motu proprio Summorum Pontificum e la recente istruzione Universae Ecclesiae come la maniera con cui il Santo Padre cerca di correggere per tutta la Chiesa le visioni errate, in materia liturgica, sulle diverse forme del rito della Santa Messa, e non come il contentino dato a quattro nostalgici di pizzi e merletti. Risultano altresì inspiegabili le ragioni di chi, in nome di chissà quale concilio (a questo punto), predica che la lingua latina, il canto gregoriano, il contegno proprio della devozione dei fedeli, la bellezza dell'arte a servizio di Dio, siano aspetti retrogradi, superati, da sostituire con urgenza e da rigettare con odio.
Concludo ricordando una delle finalità con cui il papa ha "liberalizzato" la Messa nella forma extraordinaria del rito romano; egli vuole che ovunque, nella Chiesa, il rito antico aiuti i fedeli a vivere il nuovo con la devozione, l'amore e il rispetto che si deve a Gesù Cristo nelle sacre specie consacrate (cose che, a ben guardare, oggi viviamo piuttosto con monotonia o meccanicità distaccata, anche a causa del modo improprio di intendere la partecipazione attiva di cui sopra). D'altra parte, grazie al nuovo rito, i fedeli possono introdursi e capire quello antico in maniera più profonda, rispetto a quanto facevano i nostri padri o nonni fino a cinquant'anni fa, affinché esso non sia solamente una sorta di rievocazione storica, ma un'autentica espressione di fede e devozione.

I documenti di questo articolo:

lunedì 7 marzo 2011

Le Ermeneutiche del Concilio - Parte II

Continuiamo la riflessione sulle ermeneutiche del Concilio Vaticano II, ossia sulle chiavi di lettura che del Concilio si sono date negli anni che hanno seguito l'ultima assise della Chiesa. Seguendo il discorso del papa alla Curia romana del 2005, abbiamo visto nella prima parte come nel post-Concilio si siano sviluppate due ermeneutiche conflittuali e contrarie: da una parte quella che Benedetto XVI chiama Ermeneutica della discontinuità o della rottura e dall'altra l'Ermeneutica della continuità o della riforma. L'ultima volta ci siamo soffermati sulla prima, sostenuta dai mass-media a da parte dei teologi moderni, che sostiene una netta spaccatura tra Chiesa pre-Conciliare e post-Conciliare; il Concilio avrebbe corretto tutti gli errori compiuti in 1960 anni di storia della Chiesa rifondando una sorta di nuova chiesa su un fantomatico "spirito del Concilio". Quest'ultimo, però prescinde dai documenti e dagli scritti che i padri Conciliari hanno prodotto, i quali sarebbero stati in qualche modo intaccati dalla cultura pre-conciliare e quindi da rifiutare categoricamente.
Oggi ci concentreremo sulla seconda, l'ermeneutica della riforma. Secondo il nostro Santo Padre, si possono trovare delle indicazioni che questa fosse la chiave di lettura prediletta già nei discorsi di apertura, di papa Giovanni XXIII, e di chiusura, di papa Paolo VI. Ma particolarmente emblematiche ritiene le parole di papa Giovanni, che cita:

«[Il Concilio] vuole trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti, che lungo venti secoli, nonostante difficoltà e contrasti, è divenuta patrimonio comune degli uomini. Patrimonio non da tutti bene accolto, ma pur sempre ricchezza aperta agli uomini di buona volontà. [...] Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell'antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell'opera, che la nostra età esige… È necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo. Una cosa è infatti il deposito della fede, cioè le verità contenute nella nostra veneranda dottrina, e altra cosa è il modo col quale esse sono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata.»

Come possiamo leggere, papa Giovanni sottolinea che compito del Concilio è di trasmettere la dottrina della Chiesa "senza attenuazioni o travisamenti". Pensiamo per un attimo a quello che ci hanno insegnato al Catechismo riguardo al peccato: io mi ricordo che le suore ci insegnavano che esiste il peccato veniale e il peccato mortale, ci facevano imparare l'atto di dolore per la Confessione e ci insegnavano a fare l'esame di coscienza, prima della Confessione sacramentale, la penitenza, il ringraziamento... Oggi so invece che in certe zone l'atto di dolore non si insegna più, perché "Dio non castiga, è buono", si sente di alcuni sacerdoti che non vogliono assolutamente che in Confessionale si confessino i peccati (è in un post di oggi dal blog Cordialiter), i nostri ragazzi non sanno più che cos'è il peccato mortale e cosa comporta. Questo è spesso giustificato in virtù del Concilio: il Concilio avrebbe ripulito da tante superstizioni, come quella che Dio castiga; dimenticando però che i castighi di Dio non sono, come pensano costoro, delle vendette senza scopo, ma il modo in cui il Signore ci ama e corregge la nostra vita: «perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto» (Pro 3,12; Eb 12,6). C'è ancora la rottura col passato, che Benedetto XVI giudica sbagliata: i nostri genitori o nonni avrebbero sempre sbagliato a pregare il Signore in questi termini, solo dopo il Concilio si prega in modo giusto.
Altri aspetti di continuità/discontinuità è facile incontrarli nella liturgia; il Concilio, ad esempio nella Musicam sacram, ci ha lasciato chiare indicazioni su quella che deve essere la musica liturgica, vale a dire il gregoriano al primo posto, il latino da non abbandonare, anzi, da considerare come la lingua propria della liturgia, l'organo a canne da tenere in grande considerazone. Come abbiamo modo di vedere, il nostro Santo Padre Benedetto XVI ha recuperato questi aspetti, nelle liturgie papali; ma da quante parti si sente parlare del rifiuto del gregoriano e del latino, anche purtroppo da parte degli sacerdoti o dei vescovi, rifiutando nettamente questi suggerimenti del pontefice in nome del Concilio, che li avrebbe aboliti. Abbiamo qui un esempio di come lo "spirito del Concilio" paradossalmente agisca in maniera contraria a quello che il Concilio stesso ha stabilito.
O, ancora peggio, quando in nome del Concilio si tende ad eliminare il carattere sacrificale della Santa Messa, ritenendo essa solo come un momento di festa e di memoria di "una" cena. E' interessante riprendere quanto scriveva papa Paolo VI in proposito, nella sua enciclica Mysterium Fidei, proprio l'anno della chiusura del Concilio, a conferma dell'ermeneutica della continuità:

«La norma di parlare dunque,che la Chiesa con lungo secolare lavoro, non senza l'aiuto dello Spirito Santo, ha stabilito, confermandola con l'autorità dei Concili, norma che spesso è diventata la tessera e il vessillo della ortodossia della fede, dev'essere religiosamente osservata; né alcuno, secondo il suo arbitrio o col pretesto di nuova scienza, presuma di cambiarla. Chi mai potrebbe tollerare che le formule dogmatiche usate dai Concili Ecumenici per i misteri della SS. Trinità e dell'Incarnazione siano giudicate non più adatte agli uomini del nostro tempo ed altre siano ad esse temerariamente surrogate? Allo stesso modo non si può tollerare che un privato qualunque possa attentare di proprio arbitrio alle formule con cui il Concilio Tridentino ha proposto a credere il Mistero Eucaristico. Poiché quelle formule, come le altre di cui la Chiesa si serve per enunciare i dogmi di fede, esprimono concetti che non sono legati a una certa forma di cultura, non a una determinata fase di progresso scientifico, non all'una o all'altra scuola teologica, ma presentano ciò che l'umana mente percepisce della realtà nell'universale e necessaria esperienza: e però tali formule sono intelligibili per gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.»

Giovanni XXIII e Paolo VI, i due pontefici del Concilio Vaticano II, erano dunque concordi nell'interpretazione che anche Benedetto XVI indica come la strada maestra, quella che porta molto frutto, e che riconosce la continuità della Chiesa pre-conciliare e post-conciliare, senza rotture e divisioni, ma fondandosi sul Magistero secolare e sulla Tradizione. E' interessante notare questo, perché non è affatto scontato; è infatti invalsa da molti anni un'interpretazione, data dalla cosiddetta "Scuola di Bologna", che ha avuto grande successo per la pubblicazione di una "Storia del Concilio Vaticano II" in cinque volumi e tradotto in varie lingue. Essa appare centrata in maniera palese dalla parte dell'ermeneutica della discontinuità, come ha anche avuto modo di notare mons. Agostino Marchetto (già segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti): «Di fatto quel gruppo di studiosi di Bologna – diciamo così –, guidati dal Prof. G. Alberigo, e ben coadiuvati da una affiatata squadra di autori (anche di Lovanio, e non solo), che si trovano fondamentalmente in una stessa linea di pensiero, sono riusciti, con ricchezza di mezzi, industriosità di operazioni e larghezza di amicizie, a monopolizzare ed imporre una interpretazione – secondo noi – scentrata [...] una interpretazione quasi monocorde, cioè non nel senso di quell'abbraccio di cui abbiamo detto in antecedenza». Una delle caratteristiche più preoccupanti di questa scuola di pensiero, secondo il parere anche di mons. Marchetto, è la contrapposizione tra Giovanni XXIII e Paolo VI: il primo è additato come araldo della "modernità" e artefice di riforme strutturali nella Chiesa; riforme che non hanno potuto vedere la luce per il freno imposto dal successore. In realtà, come dimostrato sopra, tale visione è del tutto fuori luogo; sia papa Giovanni XXIII che Paolo VI hanno interpretato il Concilio Vaticano II in continuità con la Tradizione della Chiesa, hanno inteso i vescovi ed i sacerdoti come custodi e divulgatori dell'unica ed immutabile dottrina della Chiesa, docili ed in comunione con il successore di Pietro, il papa.

Ritengo che, per prepararci alla ormai imminente visita del papa nelle nostre terre, dobbiamo conformarci anche a questo suo pensiero sul Concilio e sulla Chiesa. Di seguito potrete trovare i link agli articoli su cui mi sono basato per scrivere questo post:

sabato 5 marzo 2011

Le Ermeneutiche del Concilio - Parte I

«Nessuno può negare che, in vaste parti della Chiesa, la recezione del Concilio si è svolta in modo piuttosto difficile, anche non volendo applicare a quanto è avvenuto in questi anni la descrizione che il grande dottore della Chiesa, san Basilio, fa della situazione della Chiesa dopo il Concilio di Nicea: egli la paragona ad una battaglia navale nel buio della tempesta, dicendo fra l'altro: “Il grido rauco di coloro che per la discordia si ergono l’uno contro l’altro, le chiacchiere incomprensibili, il rumore confuso dei clamori ininterrotti ha riempito ormai quasi tutta la Chiesa falsando, per eccesso o per difetto, la retta dottrina della fede …”.»

Quelle qui sopra citate sono parole pronunciate dal nostro papa, Benedetto XVI, nel primo discorso augurale alla Curia romana, tenuto nel dicembre 2005, anno della sua elezione al soglio pontificio; ritengo sia importante approfondirne il pensiero in merito, specialmente a poche settimane dalla sua visita nelle nostre terre. In esse egli introduce uno spinoso problema, che da lungo tempo era ritenuto praticamente un tabù: l'interpretazione del Concilio Vaticano II. Ed usa termini pesanti e inequivocabili, citando san Basilio: ergersi l'uno contro l'altro, chiacchiere incomprensibili, rumore confuso, clamori ininterrotti. Verrebbe quasi da chiedersi com'è possibile che da un Concilio (che etimologicamente significa "muoversi insieme") possano generarsi tali discordie; tuttavia è indubbio che qualcosa è successo, e da più di quarant'anni se ne sente tutto il peso. Una contrapposizione c'è, ed è quella che Benedetto XVI indica fra le due ermeneutiche, significa "chiavi di lettura", che sono state date del Concilio in questi anni: una la chiama discontinuità o rottura, l'altra invece continuità o riforma. Cerchiamo di approfondire una volta per tutta quello che si intende con questi termini, usando proprio le parole del pontefice.

«Da una parte esiste un'interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall'altra parte c'è l'“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino.»

Ma discontinuità o continuità rispetto a cosa? Dice il papa, tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Ora, immersi in questa cultura nella quale (sempre per dirla come il papa) dilaga il relativismo, secondo la quale non esiste il giusto e lo sbagliato, infettata da un buonismo che vuole che ogni discorso sia politically correct, saremmo quasi portati a dire che la ragione sta nel mezzo: un po' di ragione ce l'ha chi dice che bisogna distaccarsi decisamente dalla Chiesa preconciliare, e un po' chi dice che qualcosa va salvato. A ben guardare, però, il papa non è di questa idea; tra queste due ermeneutiche c'è quella sbagliata e quella giusta: «L'una», dice, «ha causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti». Dal seguito del discorso si capisce chiaramente che quella generatrice di caos è la cosiddetta ermeneutica della rottura, mentre quella della continuità porta buoni frutti, sebbene in silenzio.

«L'ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l'unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito.»

I tratti caratteristici di questa chiave di lettura sono dunque questi: una certa insofferenza rispetto ai documenti che il Concilio ci ha lasciato (Costituzioni, lettere, omelie, discorsi), un sostanziale rifiuto di tutto ciò che la Chiesa era stata prima del Concilio (tant'è che i suoi documenti sono rifiutati perché ritenuti "infettati" dalle molte cose vecchie e inutili che esistevano prima), un'insistente creatività, o sarebbe meglio dire fai-da-te, specialmente in ambito liturgico e dottrinale, e una smisurata fiducia nel cosiddetto "spirito del Concilio", che, travalicando ciò che i padri conciliari ci hanno trasmesso per iscritto, deve per forza fare il contrario (molto spesso è proprio così) di quello che tali scritti dicono. In verità coloro che leggono i documenti del Concilio e da questi cercano di partire per dare il proprio contributo di preghiera e di servizio nelle proprie comunità, sono considerati ingenui, se tutto va bene, perché non hanno capito che lo spirito del Concilio non sta nei documenti, o dei freddi giuristi (e anche peggio), quando si ostinano a far notare che certe libertà, per esempio in ambito liturgico, non solo non sono mai state previste dal Concilio, ma sono veri e propri abusi. Oppure pensiamo a quanto sia invalsa ancora oggi la mentalità che tutto ciò che riguarda il pre-Concilio sia affetto da un'intrinseca aura di errore, corretta dal Concilio, o meglio, dallo spirito del Concilio; siamo arrivati al punto che l'aggettivo "tridentino" viene usato come dispregiativo, indice di una sorta di irritante nostalgia degna solo di sarcastica commiserazione. Sorge dunque anche a noi, come al nostro Santo Padre, un naturale interrogativo: se gli scritti del Concilio devono rimanere inascoltati, o addirittura bisogna fare il contrario di quello che dicono, da dove trae origine lo "spirito del Concilio"? In cosa consiste questo spirito, e come si giustifica la sua appartenenza al Concilio (dato che il Concilio sembra aver detto cose diverse da quelle che tale spirito suggerisce)? Il papa, in questa direzione, è molto chiaro:

«Con ciò, però, si fraintende in radice la natura di un Concilio come tale. In questo modo, esso viene considerato come una specie di Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova. Ma la Costituente ha bisogno di un mandante e poi di una conferma da parte del mandante, cioè del popolo al quale la costituzione deve servire. I Padri non avevano un tale mandato e nessuno lo aveva mai dato loro; nessuno, del resto, poteva darlo, perché la costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la vita eterna e, partendo da questa prospettiva, siamo in grado di illuminare anche la vita nel tempo e il tempo stesso. I Vescovi, mediante il Sacramento che hanno ricevuto, sono fiduciari del dono del Signore. Sono “amministratori dei misteri di Dio”; come tali devono essere trovati “fedeli e saggi”. [...] In un Concilio dinamica e fedeltà devono diventare una cosa sola.»

Questo dunque l'autorevole pensiero del pontefice sull'ermeneutica della discontinuità; è inutile dire che ciò non basta per porre fine alle discordie di cui si accennava all'inizio. Chi ritiene che il fantomatico spirito del Concilio sia l'alibi che consente di fare, in qualsiasi ambito (morale, dottrinale, liturgico...), ciò che si vuole, non può accettare che da qualche parte (sia questa anche il soglio petrino), gli venga detto che ciò è sbagliato: la conseguenza naturale, per costoro, è che il papa sbaglia. Allora non stupiscono i molteplici attacchi arrivati un po' da ogni dove (giornali, siti internet, purtroppo anche dagli stessi uomini di Chiesa) alla visita del papa a Venezia ed Aquileia dei prossimi 7 e 8 maggio; d'altra parte lo disse anche il papa nel discorso che stiamo seguendo: l'ermeneutica della discontinuità "non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna". Quello dei soldi è spesso soltanto un pretesto, per non dire pubblicamente quello che comunque si sente serpeggiare: "il papa non lo vogliamo, che stia a casa sua"; cosa che appare piuttosto spudorata, e certamente meritevole di compassione.
Preghiamo Nostro Signore Gesù Cristo affinché ci renda sempre fedeli e docili a Lui e al suo vicario in terra; e preghiamo per tutta la Chiesa, perché ritrovi l'unità anche in queste cose molto serie e importanti.

A breve un commento anche sull'ermeneutica della riforma; nel frattempo potete trovare qui l'intero discorso alla Curia romana del 2005.
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