Duomo di Caorle su facebook

Visualizzazione post con etichetta Giovanni Paolo II. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giovanni Paolo II. Mostra tutti i post

martedì 9 agosto 2011

Il vescovo di Caorle in un articolo di CaorleMare Magazine

E' apparso sul numero di questo mese del giornale di Caorle dedicato a residenti e turisti, CaorleMare Magazine, un ottimo articolo sull'arcivescovo titolare di Caorle, mons. Juliusz Janusz, a firma di Donatella Brentel, che ringrazio per la gentile concessione dell'articolo. Nell'intervista il prelato parla della sua permanenza nella nostra cittadina, che ha seguito la sua partecipazione alla festa della Madonna dell'Angelo di luglio, e racconta alcuni particolari della sua vita di pastore a servizio di Cristo come diplomatico per la Santa Sede. Non manca un breve cenno alla figura del beato papa Giovanni Paolo II, polacco come l'arcivescovo, che l'ordinò sacerdote quand'era ancora arcivescovo di Cracovia e di cui fu per alcuni anni cerimoniere. Fu lo stesso papa Wojtyla a volerlo Nunzio apostolico, prima in Ruanda e Mozambico e successivamente in Ungheria, e ad insignirlo del titolo della nostra chiesa già Cattedrale di Caorle. Sperando in una sua prossima nuova visita, leggiamo intanto l'articolo di Caorlemare di agosto.

Il polacco Mons. Janusz ha partecipato alle celebrazioni di luglio della Madonna dell'Angelo
Il Vescovo di Caorle
Nunzio apostolico in Slovenia, fu ordinato sacerdote da Wojtyla

di Donatella Brentel

Un incontro molto speciale, quello con l' Arcivescovo Juliusz Janusz, Nunzio Apostolico in Slovenia e titolare del Duomo Santo
Stefano di Caorle. Un uomo di estrema simpatia, con la battuta pronta e un grande entusiasmo, che nella vita ne ha viste tante. E' stato per la seconda volta ospite nella nostra città, ma per la prima volta si intrattiene per poter conoscere la realtà ecclesiale di cui e titolato. Dopo aver celebrato le messe e aver condotto la solenne processione per l'annuale "Festa della Madonna dell'Angelo" il 9 e 10 luglio scorso, ha scelto di passare qualche giorno visitando Caorle.
Innanzuutto, sorge spontaneo chiedere come si sia trovato a Caorle. I suoi occhi si accendono di un sorriso radioso, nascosti dal fumo della pipa che lo accompagna costantemente: "Ho trovato tanto calore umano, una credenza di fede e tanta devozione
incredibile fra i cittadini. Esco, vado in spiaggia, giro fra le calli e i campielli di questa bellissima isola e la gente, un po' stupita, mi saluta, mi chiama come fossi proprio da sempre a Caorle; mi sono sentito a casa, oltre alla cordiale ospitalità del parroco Mons. Giuseppe Manzato, Da oggi avrò più occasioni per tornare. Da febbraio sono Nunzio apostolico in Slovenia e delegato per il Kosovo: ci dividono neanche due ore di macchina, per cui potrò tornare con più facilità”.
"Guardi che meraviglia ..." - mi dice, facendomi vedere le foto che ha scattato durante il suo soggiorno, sono tante con inquadrature perfette. Il Santuario della Vergine immortalato all'alba, al tramonto e sotto un sole cocente nel pomeriggio. Scatti che riproducono la bellezza della città, con i colori delle case e della sabbia. "Insomma - ripete - questa cittadina marinara che mi ha adottato”.
Parla poi del mondo, in cui è "nomade" per la fede cattolica, da quando svolge la missione di Delegato Apostolico, dopo una tesi di laurea conseguita a Roma in "Diritto Pubblico sulla Pace": inviato in Birmania, Cambogia, Tanzania, Scandinavia, Germania, Brasile, Olanda,Cina, Ungheria; parla tantissime lingue. In ogni posto dice di essersi sentito a casa, perché "dove c'è la Chiesa lì c'è la mia casa da quando sono devoto per la Misericordia”.
Ci racconta quanto sia difficile rapportarsi con le Nazioni e i popoli che ostacolano la Chiesa, ma quanta gratitudine per ogni singolo che abbraccia la fede cristiana, in quel caso si vince perché si e lavorato e raccolto. “Anche se poi la Santa Sede mi trasferisce altrove, in quel posto per quel tempo ho seminato e i germogli daranno i frutti. Spesso la politica ostacola la Chiesa, ma il mio ruolo è quello di rispondere all'esigenza e di intervenire in modo adeguato con la pastorale nel territorio, incontrare i giovani ed essere utile per gli altri; questo rientra nelle mie funzioni di organizzatore della struttura della Chiesa cattolica”.

Ecccllenza, cosa mi racconta di Papa Giovanni Paolo II, qualche ricordo che vi lega... ?
"Come possiamo non parlare di Papa Giovanni Paolo II, che mi ha ordinato sacerdote al clero di Cracovia all'età di 23 anni, quando Karol Woityla era allora Arcivescovo della stessa diocesi. Quante risate ci siamo fatti - ricorda mons. Janusz - il Papa era una persona scherzosa e affabile; anche quando cantavamo lui era perfetto aveva una voce stupenda, un vero "animatore" del collegio in cui convivevamo, abbiamo condiviso l'amore per la montagna: lunghe passeggiate e sciate nelle montagne della nostra terra, quei monti il Papa li conosceva ognuno per nome”.
Sarà poi lo stesso Giovanni Paolo Il a nominare Janusz Nunzio Apostolico per il Ruanda nel 1995 e l'8 maggio dello stesso anno Arcivescovo titolare di Caorle dal Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato. Tanti ricordi lo legano a Sua Santità Giovanni Paolo Il, "due Polacchi" che credevano nella pace del mondo e all'internazionalizzazione della curia di cui Giovanni Paolo Il è stato promotore e ideatore di tante Sante Sedi nel mondo.
E poi Caorle, che dopo essere stata per mille anni sede vescovile, soppressa quasi duecento anni fa, ritrova oggi un lignaggio episcopale. Da quando Papa Paolo VI, negli anni '60, ripristinò il titolo vescovile delle diocesi soppresse, ben cinque i Vescovi titolari di Caorle si sono succeduti: Georges Kettel (1968/72, ora deceduto), John Francis Kinney (1976/82, poi nominato Vescovo a Bismark), Egidio Caporello (1982/86, poi nominato Vescovo di Mantova), Gilberto Augustoni (1986/94, poi nominato Cardinale), e Juliusz Janusz.
Una città, Caorle, che vive di grandi privilegi, ereditati da una secolare tradizione storica, ancora molto viva.

lunedì 18 luglio 2011

L'infallibilità papale

Dal blog messainlatino.it traggo questa notizia: ricorre oggi, 18 luglio, l'anniversario del dogma sull'infallibilità papale, promulgato nel 1870 dal beato papa Pio IX. E' particolarmente importante ricordare questo dogma in questo periodo nel quale, a causa degli evidenti influssi da parte nel maligno all'interno della Chiesa stessa, alcuni sacerdoti e laici credono di poter mettere in discussione la dottrina cattolica, la quale non è frutto della mente degli uomini ma dono di Dio. Leggiamo dunque le parole di Pio IX:

«Questa Santa Sede ha sempre ritenuto che nello stesso Primato Apostolico, posseduto dal Romano Pontefice come successore del beato Pietro Principe degli Apostoli, è contenuto anche il supremo potere di magistero. Lo conferma la costante tradizione della Chiesa; lo dichiararono gli stessi Concili Ecumenici e, in modo particolare, quelli nei quali l’Oriente si accordava con l’Occidente nel vincolo della fede e della carità. Proprio i Padri del quarto Concilio di Costantinopoli, ricalcando le orme dei loro antenati, emanarono questa solenne professione: "La salvezza consiste anzitutto nel custodire le norme della retta fede. E poiché non è possibile ignorare la volontà di nostro Signore Gesù Cristo che proclama: "Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa", queste parole trovano conferma nella realtà delle cose, perché nella Sede Apostolica è sempre stata conservata pura la religione cattolica, e professata la santa dottrina. Non volendo quindi, in alcun modo, essere separati da questa fede e da questa dottrina, nutriamo la speranza di poterci mantenere nell’unica comunione predicata dalla Sede Apostolica, perché in lei si trova tutta la vera solidità della religione cristiana" [Ex formula S. Hormisdae Papae, prout ab Hadriano II Patribus Concilii Oecumenici VIII, Constantinopolitani IV, proposita et ab iisdem subscripta est]. Nel momento in cui si approvava il secondo Concilio di Lione, i Greci dichiararono: "La Santa Chiesa Romana è insignita del pieno e sommo Primato e Principato sull’intera Chiesa Cattolica e, con tutta sincerità ed umiltà, si riconosce che lo ha ricevuto, con la pienezza del potere, dallo stesso Signore nella persona del beato Pietro, Principe e capo degli Apostoli, di cui il Romano Pontefice è successore, e poiché spetta a lei, prima di ogni altra, il compito di difendere la verità della fede, qualora sorgessero questioni in materia di fede, tocca a lei definirle con una sua sentenza". Da ultimo il Concilio Fiorentino emanò questa definizione: "Il Pontefice Romano, vero Vicario di Cristo, è il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i Cristiani: a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il supremo potere di reggere e di governare tutta la Chiesa».
«Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa.
Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema».

In questo modo papa Mastai Ferretti proclamava la cosiddetta infallibilità: non si tratta di un atto di arroganza (come pensano taluni, specialmente affini all'area politica da sempre ostile alla Chiesa e a Pio IX in particolare), ma di mettere in pratica le parole del nostro Signore Gesù Cristo, quando a Pietro diede le chiavi del Regno dei Cieli e gli conferì il potere di legare o sciogliere ogni cosa sulla terra e nei cieli. Chiunque metta in dubbio, dunque, questa infallibilità del papa quando insegna dalla sua cattedra sarebbe responsabile di eresia; anzi, il vero atto di arroganza sarebbe, a questo punto, quello di colui che, pur dicendosi cristiano cattolico, dichiara che l'insegnamento magisteriale infallibile del papa dovrà essere soggetto a revisione. In questo modo, infatti, il semplice fedele si sostituirebbe all'autorità che Gesù Cristo stesso ha affidato al suo Vicario, il Papa.
E' quello che sta succedendo da un po' di tempo a questa parte in Europa, specialmente in Austria e Germania, dove si sentono tristi notizie di preti che firmano documenti in aperto contrasto con il Magistero papale; ma la vicenda tocca qua e là tutte le nazioni, intaccando la Chiesa sia nei sacerdoti che nei fedeli laici. Un punto particolarmente doloroso riguarda la presunta apertura che la Chiesa dovrebbe operare in favore del sacerdozio femminile. Tale nodo è infatti stato sciolto dal beato papa Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, dove il papa polacco ha impegnato l'Infallibilità papale con le seguenti parole:

«Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa.»

A dire la verità fin dalla diffusione di questa lettera apostolica vi furono diverse voci contradditorie, che puntavano a screditare l'intervento del Papa dicendo che non aveva carattere di infallibilità; a questo rispose definitivamente la Congregazione della Dottrina della Fede, guidata dall'allora cardinale Joseph Ratzinger, il 28 ottobre 1995:

«Dubbio: Se la dottrina, secondo la quale la Chiesa non ha la facoltà di conferire l'ordinazione sacerdotale alle donne, proposta nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis come da tenersi in modo definitivo, sia da considerarsi appartenente al deposito della fede.

Risposta: Affermativa.

Questa dottrina esige un assenso definitivo poiché, fondata nella Parola di Dio scritta e costantemente conservata e applicata nella Tradizione della Chiesa fin dall'inizio, è stata proposta infallibilmente dal magistero ordinario e universale (cf. Conc. Vaticano II, Cost. Dogm. Lumen gentium, n. 25,2). Pertanto, nelle presenti circostanze, il Sommo Pontefice, nell'esercizio del suo proprio ministero di confermare i fratelli (cf. Lc 22,32), ha proposto la medesima dottrina con una dichiarazione formale, affermando esplicitamente ciò che si deve tenere sempre, ovunque e da tutti i fedeli, in quanto appartenente al deposito della fede.
Il sommo pontefice Giovanni Paolo Il, nel corso dell'udienza concessa al sottoscritto cardinale prefetto, ha approvatola presente risposta, decisa nella riunione ordinaria di questa congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.»

Dunque il fedele cristiano non deve e non può mettere in dubbio questo insegnamento infallibile che il Papa ha dato a tutta la Chiesa nel nome di Gesù Cristo; non può pensare che in futuro, in virtù di un concetto errato di progresso, la Chiesa dovrà ammettere anche la donne al sacerdozio; la questione è stata definitivamente chiarita dal magistero papale. Ma purtroppo si sente sempre più spesso dire da alcuni che si dicono cattolici che la Chiesa deve aggiornarsi, che è necessario aprire la mente per fare in modo di stare "al passo con i tempi", quasi come se la dottrina potesse cambiare di anno in anno, fino a diventare in un'epoca l'esatto contrario di quello che era precedentemente. L'insegnamento della Chiesa è ben diverso; sottostare al Magistero senza avere la pretesa di cambiarlo non significa affatto essere chiusi di mente, ma l'esatto contrario: chi accoglie l'insegnamento magisteriale infallibile della Chiesa e lo mette in pratica manifesta obbedienza e docilità, come lo stesso Signore nostro ci ha insegnato. Preghiamo, dunque, in questo anniversario, affinché tutti i cattolici del mondo amino l'insegnamento della Chiesa, e non si arroghino il diritto di saperne di più, di volerlo cambiare o di predicare dottrine diverse da quella cristiana, specialmente se sono sacerdoti e se hanno un ruolo di insegnamento nei confronti di altri fratelli.

Di seguito alcuni collegamenti utili:

lunedì 13 giugno 2011

Dopo l'Europride - Considerazioni

«A nome della Chiesa di Roma non posso non esprimere amarezza per l'affronto recato [...] e per l'offesa ai valori cristiani di una città che è tanto cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo.
La Chiesa non può tacere la verità [...] perché non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male.
»

Queste le parole che sono apparse sui manifesti della contro-manifestazione organizzata da Militia Christi a Roma, in concomitanza con l'Europride, ormai tristemente noto. Non sono parole di mons. Marcel Lefebvre, e nemmeno dei suoi seguaci contemporanei; non sono parole di qualche prete che oggi coloro che amano definirsi "cattolici adulti" disprezzano, usando la parola "tradizionalista" in un senso negativo che non ha. Queste sono parole del beato Giovanni Paolo II, lo stesso beato che non più tardi di un mese e mezzo fa una platea di giovani e adulti andava acclamando addirittura come santo, come un papa amico dei giovani; gli stessi giovani che oggi, pur definendosi cattolici, la pensano in maniera totalmente difforme da quello che il Catechismo della Chiesa cattolica va predicando (il che fa sorgere qualche dubbio sul fatto che costoro abbiano in mente cosa significhi definirsi "cattolici"). Come non ricordare lo sconforto del papa, che aveva supplicato nel lontano 2000 di risparmiare la città di Pietro dalla parata della lussuria e della perversione che anche lo scorso sabato ha avuto luogo; quelle parole e quella parte del messaggio di papa Wojtila oggi sembrano essere state dimenticate. Volontariamente o no poco importa; non possiamo non pensare a come, dal Cielo, papa Giovanni Paolo II continui a rimanere amareggiato e sconfortato per quello che è uscito dal palco del circo massimo sabato scorso: "Facciamo la rivoluzione dell'amore"? Che amore devono inseguire i cristiani, se non Dio che è Amore? E' Lui l'Amore, che ama fino al punto di dare il suo unico Figlio per i suoi figli, giusti o ingiusti che siano, anche per coloro che hanno preso parte alla oscena mascherata. Se noi cristiani crediamo che Dio è Amore, e che Dio è unico nella sua Trinità, come possiamo pensare ad una rivoluzione dell'amore? Quell'amore di cui si parla non è certamente l'amore divino, è l'uomo che vuole sostituire Dio, adorando veri e propri anticristi, chiamando dio (amore) gli idoli della lussuria, gli atti sessuali sfrenati e contro natura, la concupiscenza.
Come non pensare al rammarico del beato Giovanni Paolo II di fronte a tanti giovani che si dicono cristiani, abbagliati dalla mentalità relativista e new age del mondo di oggi, che giudicano la Chiesa arretrata perché non accetta queste aberrazioni dell'amore? La Chiesa che per prima esorta a non discriminare ingiustamente qualsiasi fratello con tendenze di carattere omosessuale, ma non per questo si tira indietro quando si tratta di condannare l'atto come intrinsecamente sbagliato. Lo dice il Catechismo, lo dice il beato Giovanni Paolo II: "La Chiesa non può tacere la verità perché non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male". Ed anche coloro che contestano la Chiesa, a volte addirittura dal suo interno, devono arrendersi a questa verità, non avendo argomenti seri con cui controbattere all'unica Verità che è Gesù Cristo.
I carri sono stati smontati, deposte le parrucche e reindossati i vestiti: la parata è finita; noi cristiani, però, rimaniamo in questo mondo. Il rammarico, come quello del padre della parabola che vede allontanarsi verso la perdizione il figlio, dopo avergli anticipato la sua parte di eredità, non ci lasci in preda al totale sconforto e alla disperazione; preghiamo ancora di più per noi e per questi fratelli, che accecati dai desideri della carne, non riescono ad assecondare quelli dello spirito: che il Signore perdoni i nostri peccati e ci preservi dal fuoco dell'inferno. E preghiamo anche per i fratelli che, pur dicendosi cristiani, si scagliano contro la Chiesa, tacciandola di oscurantismo ed intolleranza, disconoscendo il Catechismo e quindi l'insegnamento stesso di Nostro Signore Gesù Cristo.
Ci è quasi impossibile non pensare agli scritti della Beata Anna Maria Taigi, sposa e madre senese vissuta a cavallo tra il '700 e l'800, devota alla Santissima Trinità; che ci siano da monito e da sprone per compiere la nostra missione di cristiani, ossia implorare la Misericordia del Signore:

«Dopo questi segni, quando si sarà vicini alla fine, il Drago sarà sciolto e la Divina Madre inviterà alla penitenza e gli uomini senza tener conto dei Celesti moniti andranno per le vie della Eterna Città Santa bagnata dal Sangue dei Principi (Apostoli), portando la Lussuria in processione; e il Padre della Menzogna sarà a loro capo. Sacrilegi compiranno contro i tempi del Santo Spirito e contro la Religione: gli uomini si vestiranno da donne e le donne si vestiranno da uomini, la Voce del Santo Vicario non sarà ascoltata e l' Alma Sua figura sara fatta oggetto di scherno e risa, allora il Drago che già ha preso possesso del suo regno istillerà lumi alle menti degli a lui soggetti per diffondere l'alito pestilento della Lussuria ove il Beatissimo pose Sede e per diffondere e moltiplicare l'opera sua nefanda di distruzione e perdizione, dovrà allora dalla Cristianità implorarsi la Misericordia di Dio e fare Orazione per la Chiesa Militante domandando aiuto alla Madre Santa e offrendo penitenze e sacrifici.»



Alcuni articoli tratti da La Bussola Quotidiana:

mercoledì 1 giugno 2011

Il Papa sulla musica sacra

Proprio nell'articolo di ieri parlavo della partecipazione attiva dei fedeli alla Santa Messa, e di come essa non sia qualcosa da inventarsi ex novo da dopo il Concilio, ma sia stata costantemente e continuamente curata dalla Chiesa durante tutto il suo Magistero. Inoltre accennavo anche alla musica sacra, e citavo i diversi gradi di partecipazione nel canto da parte dei fedeli. Sempre ieri, nel bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, veniva reso pubblico il messaggio inviato dal nostro Santo Padre, Benedetto XVI, al card. Zenon Grocholewski, in occasione del centesimo anniversario di fondazione del Pontificio Istituto di Musica Sacra (PIMS). Fondato nel 1911, otto anni dopo la promulgazione del motu proprio "Tra le sollecitudini", da papa san Pio X, il PIMS, allora Scuola Superiore di Musica Sacra, doveva attuare l'attenta riforma del santo papa veneto, il quale auspicava l'eliminazione di ogni germe profano nella musica liturgica ed un ritorno importante al canto gregoriano. Al tempo di Pio X la minaccia maggiore giungeva dalla musica di stampo operistico, che prendeva sempre più piede anche all'interno delle chiese. Oggi certamente non vi è più l'opera ad adulterare il carattere sacro del canto liturgico; ma non possiamo di sicuro affermare che anche oggi non vi siano influssi profani, i quali prepotentemente stanno monopolizzando la musica delle nostre celebrazioni liturgiche. Come dice la parola stessa (profano significa letteralmente davanti al tempio, quindi fuori dal tempio), gli elementi della musica mondana, di qualsiasi genere (rock, pop, leggero, fino ad arrivare al rap e al metal), non hanno la dignità per varcare la soglia della chiesa ed accompagnare i canti liturgici, ed è bene che stiano fuori, come dice papa Giovanni Paolo II citando il predecessore Paolo VI: «non indistintamente tutto ciò che sta fuori dal tempio (profanum) è atto a superarne la soglia». Per giudicare la dignità di un canto liturgico, infatti, non basta guardare il testo (altrimenti parleremmo di preghiera recitata o poesia, non di "canto"); nel canto il testo si fonde intimamente con la musica che l'accompagna, cosicché entrambi devono essere degni della funzione liturgica. Non è detto che un canto sia adatto alla liturgia solo perché ha un testo di derivazione biblica: se tale testo è accompagnato da una musica chiaramente profana (come può essere un motivo palesemente vicino alla musica che oggi si vende per la maggiore), essa addirittura toglie dignità al testo, in qualche maniera lo offende, facendo in modo che il canto, nel suo complesso, non sia più adatto ad entrare in chiesa. D'altra parte, vista la grande proliferazione di canti di questo genere, ciò non significa che sia necessario un ideale rogo, nel quale gettare tutta questa musica, in modo da cancellarne la memoria; essa potrà essere utilizzata in altre occasioni (purché, ovviamente, non sia blasfema), ma non per la Santa Messa e per le funzioni liturgiche.
Qual è il criterio per giudicare se un canto è adatto o meno alla liturgia? Seguendo il Magistero della Chiesa, e nella fattispecie i pronunciamenti dei papi san Pio X e beato Giovanni Paolo II, è proprio il canto gregoriano. Leggiamo nel motu proprio "Tra le sollecitudini" così come nel chirografo di Giovanni Paolo II in occasione del centenario di tale motu proprio, un criterio semplice ed efficace con cui orientarsi nella scelta della musica liturgica:

«Tanto una composizione per chiesa è più sacra e liturgica, quanto più nell'andamento, nella ispirazione e nel sapore si accosta alla melodia gregoriana, e tanto meno è degna del tempio, quanto più da quel supremo modello si riconosce difforme.»

Riconoscendo tale criterio come veritiero, è chiaro che il Concilio e la riforma liturgica che l'ha seguito, non hanno significato una rottura nella Chiesa: lo stesso Concilio, nella costituzione dedicata alla Sacra Liturgia (Sacrosanctum Concilium) e l'ordinamento generale del Messale Romano di Paolo VI conferiscono al gregoriano il posto principale nella liturgia romana. Ciò significa che nelle nostre liturgie dovremmo sentire abbastanza gregoriano; cosa che non accade. Ma il fatto che non accada non è da imputare al Concilio, bensì all'interpretazione (errata) che del Concilio si è data in questi anni; in particolare è auspicabile che si torni a quello che prescriveva il Concilio stesso, cioè che al popolo siano insegnate quanto meno le melodie gregoriane più semplici.
Il primo ad affermare che c'è continuità tra quanto diceva san Pio X e quanto ordinava il Concilio è Papa Benedetto XVI, nel messaggio di ieri, dove definisce la musica sacra "parte integrante della liturgia": ciò significa che, da una parte, non è secondario, nella preparazione liturgica di una celebrazione, curare con la massima diligenza la musica, e dall'altra che, come tutte le parti della liturgia, anche la musica è regolamentata dalle rubriche, e non è lasciata al totale arbitrio degli "animatori" della liturgia. Uno dei passi importanti del messaggio in questione recita:

«Un aspetto fondamentale, a me particolarmente caro, desidero mettere in rilievo a tale proposito: come, cioè, da san Pio X fino ad oggi si riscontri, pur nella naturale evoluzione, la sostanziale continuità del Magistero sulla musica sacra nella Liturgia. In particolare, i Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, alla luce della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, hanno voluto ribadire il fine della musica sacra, cioè "la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli" (n. 112), e i criteri fondamentali della tradizione, che mi limito a richiamare: il senso della preghiera, della dignità e della bellezza; la piena aderenza ai testi e ai gesti liturgici; il coinvolgimento dell’assemblea e, quindi, il legittimo adattamento alla cultura locale, conservando, al tempo stesso, l’universalità del linguaggio; il primato del canto gregoriano, quale supremo modello di musica sacra, e la sapiente valorizzazione delle altre forme espressive, che fanno parte del patrimonio storico-liturgico della Chiesa, specialmente, ma non solo, la polifonia; l’importanza della schola cantorum, in particolare nelle chiese cattedrali.»

In particolare credo sia particolarmente suggestivo il ricordo, da parte del sommo pontefice, della finalità della musica nella liturgia: la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli. Se un canto, più che puntare alla gloria di Dio, punta al piacere di chi lo canta o ascolta, non è adatto per la liturgia; se un canto, più che rivolgersi alla santificazione dei fedeli, si preoccupa del loro diletto durante la celebrazione, non è adatto per la liturgia.
Ed importantissimo è l'ennesimo richiamo del Santo Padre al primato del canto gregoriano, che definisce supremo modello di musica sacra, mettendone in luce uno dei tanti suoi pregi: l'universalità. A questo proposito il Papa scrive:

«A volte, infatti, tali elementi, che si ritrovano nella Sacrosanctum Concilium, quali, appunto, il valore del grande patrimonio ecclesiale della musica sacra o l’universalità che è caratteristica del canto gregoriano, sono stati ritenuti espressione di una concezione rispondente ad un passato da superare e da trascurare, perché limitativo della libertà e della creatività del singolo e delle comunità. Ma dobbiamo sempre chiederci nuovamente: chi è l’autentico soggetto della Liturgia? La risposta è semplice: la Chiesa. Non è il singolo o il gruppo che celebra la Liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività.»

Il fatto, cioè, che il gregoriano unisca tutti i cattolici del mondo (perché è chiaro che resta un canto uguale per tutti) è espressione della cattolicità (che significa appunto universalità) della Chiesa. Durante la Messa non deve esserci la distinzione del singolo o del gruppo; così come è da evitare un canto esclusivo di un solista, è dunque egualmente deprecabile un canto che si caratterizzi in sè come proprio di un determinato gruppo di persone. Esistono, nella Chiesa, diversi gruppi con determinati carismi, per i quali ringraziamo continuamente il Signore; ma l'offerta che essi compiono durante la Messa che celebrano deve essere un unicum con la Chiesa intera, non differenziarsene (ad esempio) con la particolare musica. Vi sono nutriti gruppi di giovani in seno alle diverse parrocchie; ma quando essi partecipano alla Santa Messa essi sono parte dell'unico Corpo mistico di Gesù Cristo, che è la Chiesa, e non è bene che si elaborino liturgie (caratterizzate da particolari musiche) esclusivamente per giovani (ed altre esclusivamente per anziani).
In questo senso, dunque, il papa ci esorta a recuperare l'universalità della Chiesa nella Santa Messa, attraverso il segno tangibile del canto gregoriano. Preghiamo il Signore affinché ci dia la forza per attuare gli insegnamenti del suo Vicario in terra.

Di seguito il link al quale leggere l'intero messaggio di Papa Benedetto XVI al cardinale Grocholewski:
Lettera del Santo Padre al Gran Cancelliere del Pontificio Istituto di Musica Sacra in occasione del 100° anniversario di fondazione dell'Istituto

lunedì 2 maggio 2011

Il colpo di coda del drago ferito

Mi ricordo ancora una riflessione, a cui fui invitato durante un corso di esercizi spirituali, sul mistero dell'esistenza del male nel mondo. Alla domanda del perché esistano ancora il male ed il diavolo dopo che Gesù Cristo con la sua Risurrezione ha vinto la morte, si rispondeva con un esempio, citando la condotta delle truppe naziste dai territori occupati: malgrado fosse evidente che la guerra era persa, e la capitolazione era soltanto questione di ore, essi, andandosene, cercavano di distruggere quante più cose possibile, e non soltanto per garantirsi più sicura la fuga e tagliare la strada agli inseguitori, ma anche gratuitamente, come la storia ci insegna (ad esempio con il terribile progetto di porre fine a quella che è tristemente passata alla storia con l'epiteto di "soluzione finale"). Così, mi si spiegava, anche il diavolo ha già perso la guerra; ma sapendo che Iddio, nel suo immenso Amore verso l'uomo, sua creatura, lascia all'essere umano la libertà di seguirLo o di rifiutarLo, cerca di distruggere e divorare quante più anime possibile ora, che ancora può plagiare le coscienze.
In questi giorni, dopo la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II, alcuni fatti mi hanno fatto tornare alla mente questo paragone. Documentari di stampo laicista, giornali e siti internet stanno ormai da tempo diffondendo l'equivalenza "prete = pedofilo"; equivalenza molto drammatica per due ordini di motivi: il primo è senz'altro quello che si usano, in questo modo, i terribili crimini di cui alcuni sacerdoti e vescovi si sono macchiati nei confronti di bambini innocenti e delle loro famiglie al solo scopo di voler screditare la Chiesa da parte di coloro che, in disaccordo con quanto essa predica, non trovano argomenti per contrastarla nel merito (per inesistenza degli argomenti stessi, dico io, o quanto meno per l'incapacità di chi li cerca); in secondo luogo perché, è evidente a tutti, si compie una generalizzazione criminosa ed infamante nei confronti delle centinaia di milioni di preti e vescovi che invece si adoperano per la salute, l'educazione, la salvezza di moltissimi bambini nel mondo (non solo cattolici) e di tutte le famiglie. E' come se, mi si permetta il paragone, quando i numerosi (e legittimi, nel nostro stato) cortei di protesta, si lasciano dietro le spalle cassonetti in fiamme, auto distrutte, vetrine di negozi in frantumi, per non parlare di feriti e, addirittura, di vittime, cominciassimo a dire che "manifestanti = delinquenti, malmenatori, assassini". E' chiaro che non tutti coloro che manifestano (contro il governo, contro il g8, contro qualsivoglia ragione) sono responsabili di questi atti vandalici; ma come mai, non appena nelle parole di qualche politico o commentatore televisivo si affacci anche solo il sentore di questo paragone tra manifestanti e vandali, si alzano gli scudi (in qualche modo giustamente) per salvaguardare la bontà della manifestazione nel suo complesso, e quando invece la gente dice apertamente "preti = pedofili" a stento si trova qualcuno che interviene a difesa dei milioni di preti buoni e che difende la causa della Chiesa? I manifestanti di Roma del dicembre 2010 (prendo ad esempio l'ultima manifestazione catastrofica avvenuta in Italia) sono innocenti tanto quanto i preti accusati vigliaccamente ed ingiustamente di pedofilia.
Questa vigliaccheria ed ingiustizia si ravvisa, oggi, in modo particolare nei confronti del beato Papa Giovanni Paolo II, e di chi lo ha ieri beatificato, il Santo Padre Bendetto XVI. Nei giorni scorsi, infatti, sono apparse, ad opera di campioni di libertà e di civiltà, delle scritte sui manifesti di Roma che ricordavano la beatificazione di papa Wojtila, che lo bollavano senza appello come pedofilo; e in vari siti internet viene usata (allo scopo di danneggiarne la memoria) la notizia di una associazione di vittime della pedofilia che protesta contro la beatificazione del papa polacco perché, cito testualmente, "avrebbe tollerato a lungo le molestie e le violenze subite da moltissimi fedeli". E' vero che, nel ciclone scatenatosi lo scorso anno su papa Benedetto XVI, fu tirato in ballo anche Giovanni Paolo II, e prontamente i commentatori più faziosi rilanciarono entusiasti la notizia. Mentre, però, i dubbi sorti sull'operato del papa polacco venivano verificati e dipanati dalle commissioni appositamente costituite, la piazza mediatica si trastullava con quella notizia, non preoccupandosi minimamente di indagare la buona fede di papa Wojtila né di papa Ratzinger. E quando arrivò la notizia della beatificazione, per costoro ciò non poteva significare altro che l'insabbiamento, il segreto, il complotto, come da copione dei "migliori" romanzi di Dan Brown. D'altra parte le accuse sono così infantili, e la loro consistenza così fragile, da non riuscire a suscitare arrabbiatura o sdegno nei confronti di chi tali accuse le porge; almeno per quanto mi riguarda, ma penso ciò valga anche per una certa quota dei lettori di questo umile blog, tutto quello che questi atteggiamenti suscitano è un misto tra pietà e compassione per chi li manifesta. Compassione per coloro che, deboli, non hanno la forza per compiere un'indagine autonoma sulla verità dei fatti, e si lasciano trascinare dal vociferare maligno di queste fonti di anti-notizie, evidentemente interessate a creare un'opinione pubblica esplicitamente avversa alla Chiesa. Pietà perché è chiaro, come dicevo all'inizio dell'articolo, che il diavolo, con queste persone, ha gioco facile, riesce a plagiare le anime di costoro, facendo leva sulla loro libertà di scelta, in modo che si perdano in giudizi falsi e gratuiti, che si fermano sempre ad un'analisi superficiale della storia e dei fatti. Non è un caso che le accuse di pedofilia, infiammatesi l'anno scorso contro papa Benedetto XVI, abbiano ripreso vigore in questi giorni; l'interesse della gente alla vita del nuovo beato, e da questa necessariamente a Nostro Signore Gesù Cristo, rischia di distogliere le menti da quella sorta di "volontà superiore" che da anni ormai cerca di rendere l'opinione pubblica un popolo di senza Dio. Il diavolo vede il rischio di perdere gran parte delle anime su cui ha influenza, e non può non stare a guardare di fronte a tanta mobilitazione cristiana; deve in qualche modo reagire, ed è proprio questa reazione a smascherarne i piani, a rivelare la sua firma sotto questi atti, lo ripeto, di profonda vigliaccheria ed ingiustizia.
Nei confronti di questi fratelli non si può che provare pena e compassione; preghiamo per loro perché abbiano la forza di aprire gli occhi, di vedere la falsità delle tesi a cui vanno dietro. Un aiuto ad aprire gli occhi in questo senso può venire da questo articolo di qualche anno fa, intitolato "Molto rumore per nulla" a firma di Massimo Introvigne, apparso sul sito del CENSUR; in esso l'autore demolisce con una certa facilità le accuse allora rivolte esclusivamente al pontefice regnante, Benedetto XVI (non vi era evidentemente alcuna utilità nel tirare in ballo il predecessore, a quel tempo), a partire da un film di stile complottistico uscito negli USA. Per questioni di tempo e di lunghezza non lo riporto in questo articolo, ma ne consiglio vivamente la lettura, specialmente a coloro che manifestano l'idea opposta, cioè che Giovanni Paolo II ha coperto i pedofili che si annidavano nella Chiesa: se la vostra convinzione è tanto solida non vi farà certo male leggere questo articolo, ma almeno vi invito a perdere quei 5 minuti che servono per leggerlo con attenzione, per amore di verità.

Molto rumore per nulla. Il Papa, la pedofilia e il documentario "Sex Crimes and the Vatican" di Massimo Introvigne

Vorrei solo far notare come questo articolo contenga dati di fatto, con la citazione di documenti e di date, e non illazioni, come quelle che in senso opposto si trovano oggi sul web (del tipo avrebbe tollerato: o ha tollerato o non lo ha fatto, e chi lo ha dimostrato?), o accuse direttamente e palesemente false, come quelle smontate punto per punto in questo articolo. Interessanti sono anche gli articoli citati in coda a quello di cui sopra ho messo il link.
Un nuovo ed ultimo invito alla preghiera per questi fratelli che preferiscono seguire le accattivanti teorie del complotto e del mistero (il diavolo sa bene che linguaggio parlare per fare breccia nella debolezza umana, solo l'aiuto di Dio ci consente di resistergli): preghiamo per loro, e non arrabbiamoci con loro; ciò darebbe solo ulteriore forza al maligno.

domenica 1 maggio 2011

Beato Giovanni Paolo II - Omelia del Santo Padre

Di seguito l'omelia del Santo Padre Benedetto XVI alla Cappella Papale di oggi, domenica 1° maggio, in cui ha solennemente beatificato il suo predecessore, papa Giovanni Paolo II.

Cari fratelli e sorelle!

Sei anni or sono ci trovavamo in questa Piazza per celebrare i funerali del Papa Giovanni Paolo II. Profondo era il dolore per la perdita, ma più grande ancora era il senso di una immensa grazia che avvolgeva Roma e il mondo intero: la grazia che era come il frutto dell’intera vita del mio amato Predecessore, e specialmente della sua testimonianza nella sofferenza. Già in quel giorno noi sentivamo aleggiare il profumo della sua santità, e il Popolo di Dio ha manifestato in molti modi la sua venerazione per Lui. Per questo ho voluto che, nel doveroso rispetto della normativa della Chiesa, la sua causa di beatificazione potesse procedere con discreta celerità. Ed ecco che il giorno atteso è arrivato; è arrivato presto, perché così è piaciuto al Signore: Giovanni Paolo II è beato!

Desidero rivolgere il mio cordiale saluto a tutti voi che, per questa felice circostanza, siete convenuti così numerosi a Roma da ogni parte del mondo, Signori Cardinali, Patriarchi delle Chiese Orientali Cattoliche, Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Delegazioni Ufficiali, Ambasciatori e Autorità, persone consacrate e fedeli laici, e lo estendo a quanti sono uniti a noi mediante la radio e la televisione.

Questa Domenica è la Seconda di Pasqua, che il beato Giovanni Paolo II ha intitolato alla Divina Misericordia. Perciò è stata scelta questa data per l’odierna Celebrazione, perché, per un disegno provvidenziale, il mio Predecessore rese lo spirito a Dio proprio la sera della vigilia di questa ricorrenza. Oggi, inoltre, è il primo giorno del mese di maggio, il mese di Maria; ed è anche la memoria di san Giuseppe lavoratore. Questi elementi concorrono ad arricchire la nostra preghiera, aiutano noi che siamo ancora pellegrini nel tempo e nello spazio; mentre in Cielo, ben diversa è la festa tra gli Angeli e i Santi! Eppure, uno solo è Dio, e uno è Cristo Signore, che come un ponte congiunge la terra e il Cielo, e noi in questo momento ci sentiamo più che mai vicini, quasi partecipi della Liturgia celeste.

"Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!" (Gv 20,29). Nel Vangelo di oggi Gesù pronuncia questa beatitudine: la beatitudine della fede. Essa ci colpisce in modo particolare, perché siamo riuniti proprio per celebrare una Beatificazione, e ancora di più perché oggi è stato proclamato Beato un Papa, un Successore di Pietro, chiamato a confermare i fratelli nella fede. Giovanni Paolo II è beato per la sua fede, forte e generosa, apostolica. E subito ricordiamo quell’altra beatitudine: "Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli" (Mt 16,17). Che cosa ha rivelato il Padre celeste a Simone? Che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Per questa fede Simone diventa "Pietro", la roccia su cui Gesù può edificare la sua Chiesa. La beatitudine eterna di Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ha la gioia di proclamare, sta tutta dentro queste parole di Cristo: "Beato sei tu, Simone" e "Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!". La beatitudine della fede, che anche Giovanni Paolo II ha ricevuto in dono da Dio Padre, per l’edificazione della Chiesa di Cristo.

Ma il nostro pensiero va ad un’altra beatitudine, che nel Vangelo precede tutte le altre. E’ quella della Vergine Maria, la Madre del Redentore. A Lei, che ha appena concepito Gesù nel suo grembo, santa Elisabetta dice: "Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto" (Lc 1,45). La beatitudine della fede ha il suo modello in Maria, e tutti siamo lieti che la beatificazione di Giovanni Paolo II avvenga nel primo giorno del mese mariano, sotto lo sguardo materno di Colei che, con la sua fede, sostenne la fede degli Apostoli, e continuamente sostiene la fede dei loro successori, specialmente di quelli che sono chiamati a sedere sulla cattedra di Pietro. Maria non compare nei racconti della risurrezione di Cristo, ma la sua presenza è come nascosta ovunque: lei è la Madre, a cui Gesù ha affidato ciascuno dei discepoli e l’intera comunità. In particolare, notiamo che la presenza effettiva e materna di Maria viene registrata da san Giovanni e da san Luca nei contesti che precedono quelli del Vangelo odierno e della prima Lettura: nel racconto della morte di Gesù, dove Maria compare ai piedi della croce (cfr Gv 19,25); e all’inizio degli Atti degli Apostoli, che la presentano in mezzo ai discepoli riuniti in preghiera nel cenacolo (cfr At 1,14).

Anche la seconda Lettura odierna ci parla della fede, ed è proprio san Pietro che scrive, pieno di entusiasmo spirituale, indicando ai neo-battezzati le ragioni della loro speranza e della loro gioia. Mi piace osservare che in questo passo, all’inizio della sua Prima Lettera, Pietro non si esprime in modo esortativo, ma indicativo; scrive, infatti: "Siete ricolmi di gioia" – e aggiunge: "Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede: la salvezza delle anime" (1Pt 1,6.8-9). Tutto è all’indicativo, perché c’è una nuova realtà, generata dalla risurrezione di Cristo, una realtà accessibile alla fede. "Questo è stato fatto dal Signore - dice il Salmo (118,23) - una meraviglia ai nostri occhi", gli occhi della fede.

Cari fratelli e sorelle, oggi risplende ai nostri occhi, nella piena luce spirituale del Cristo risorto, la figura amata e venerata di Giovanni Paolo II. Oggi il suo nome si aggiunge alla schiera di Santi e Beati che egli ha proclamato durante i quasi 27 anni di pontificato, ricordando con forza la vocazione universale alla misura alta della vita cristiana, alla santità, come afferma la Costituzione conciliare Lumen gentium sulla Chiesa. Tutti i membri del Popolo di Dio – Vescovi, sacerdoti, diaconi, fedeli laici, religiosi, religiose – siamo in cammino verso la patria celeste, dove ci ha preceduto la Vergine Maria, associata in modo singolare e perfetto al mistero di Cristo e della Chiesa. Karol Wojtyła, prima come Vescovo Ausiliare e poi come Arcivescovo di Cracovia, ha partecipato al Concilio Vaticano II e sapeva bene che dedicare a Maria l’ultimo capitolo del Documento sulla Chiesa significava porre la Madre del Redentore quale immagine e modello di santità per ogni cristiano e per la Chiesa intera. Questa visione teologica è quella che il beato Giovanni Paolo II ha scoperto da giovane e ha poi conservato e approfondito per tutta la vita. Una visione che si riassume nell’icona biblica di Cristo sulla croce con accanto Maria, sua madre. Un’icona che si trova nel Vangelo di Giovanni (19,25-27) ed è riassunta nello stemma episcopale e poi papale di Karol Wojtyła: una croce d’oro, una "emme" in basso a destra, e il motto "Totus tuus", che corrisponde alla celebre espressione di san Luigi Maria Grignion de Montfort, nella quale Karol Wojtyła ha trovato un principio fondamentale per la sua vita: "Totus tutus ego sum et omnia mea tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor tuum, Maria – Sono tutto tuo e tutto ciò che è mio è tuo. Ti prendo per ogni mio bene. Dammi il tuo cuore, o Maria" (Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, n. 266).

Nel suo Testamento il nuovo Beato scrisse: "Quando nel giorno 16 ottobre 1978 il conclave dei cardinali scelse Giovanni Paolo II, il Primate della Polonia card. Stefan Wyszyński mi disse: «Il compito del nuovo papa sarà di introdurre la Chiesa nel Terzo Millennio»". E aggiungeva: "Desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l’intera Chiesa – e soprattutto con l’intero episcopato – mi sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito. Come vescovo che ha partecipato all’evento conciliare dal primo all’ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l’eterno Pastore che mi ha permesso di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato". E qual è questa "causa"? E’ la stessa che Giovanni Paolo II ha enunciato nella sua prima Messa solenne in Piazza San Pietro, con le memorabili parole: "Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!". Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a tutti, egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva sembrare irreversibile.

Swoim świadectwem wiary, miłości i odwagi apostolskiej, pełnym ludzkiej wrażliwości, ten znakomity syn Narodu polskiego pomógł chrześcijanom na całym świecie, by nie lękali się być chrześcijanami, należeć do Kościoła, głosić Ewangelię. Jednym słowem: pomógł nam nie lękać się prawdy, gdyż prawda jest gwarancją wolności.

[Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia della libertà.]

Ancora più in sintesi: ci ha ridato la forza di credere in Cristo, perché Cristo è Redemptor hominis, Redentore dell’uomo: il tema della sua prima Enciclica e il filo conduttore di tutte le altre.

Karol Wojtyła salì al soglio di Pietro portando con sé la sua profonda riflessione sul confronto tra il marxismo e il cristianesimo, incentrato sull’uomo. Il suo messaggio è stato questo: l’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo. Con questo messaggio, che è la grande eredità del Concilio Vaticano II e del suo "timoniere" il Servo di Dio Papa Paolo VI, Giovanni Paolo II ha guidato il Popolo di Dio a varcare la soglia del Terzo Millennio, che proprio grazie a Cristo egli ha potuto chiamare "soglia della speranza". Sì, attraverso il lungo cammino di preparazione al Grande Giubileo, egli ha dato al Cristianesimo un rinnovato orientamento al futuro, il futuro di Dio, trascendente rispetto alla storia, ma che pure incide sulla storia. Quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all’ideologia del progresso, egli l’ha legittimamente rivendicata al Cristianesimo, restituendole la fisionomia autentica della speranza, da vivere nella storia con uno spirito di "avvento", in un’esistenza personale e comunitaria orientata a Cristo, pienezza dell’uomo e compimento delle sue attese di giustizia e di pace.

Vorrei infine rendere grazie a Dio anche per la personale esperienza che mi ha concesso, di collaborare a lungo con il beato Papa Giovanni Paolo II. Già prima avevo avuto modo di conoscerlo e di stimarlo, ma dal 1982, quando mi chiamò a Roma come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, per 23 anni ho potuto stargli vicino e venerare sempre più la sua persona. Il mio servizio è stato sostenuto dalla sua profondità spirituale, dalla ricchezza delle sue intuizioni. L’esempio della sua preghiera mi ha sempre colpito ed edificato: egli si immergeva nell’incontro con Dio, pur in mezzo alle molteplici incombenze del suo ministero. E poi la sua testimonianza nella sofferenza: il Signore lo ha spogliato pian piano di tutto, ma egli è rimasto sempre una "roccia", come Cristo lo ha voluto. La sua profonda umiltà, radicata nell’intima unione con Cristo, gli ha permesso di continuare a guidare la Chiesa e a dare al mondo un messaggio ancora più eloquente proprio nel tempo in cui le forze fisiche gli venivano meno. Così egli ha realizzato in modo straordinario la vocazione di ogni sacerdote e vescovo: diventare un tutt’uno con quel Gesù, che quotidianamente riceve e offre nella Chiesa.

Beato te, amato Papa Giovanni Paolo II, perché hai creduto! Continua – ti preghiamo – a sostenere dal Cielo la fede del Popolo di Dio. Tante volte ci hai benedetto in questa Piazza dal Palazzo! Oggi, ti preghiamo: Santo Padre, ci benedica! Amen.


Dal sito vatican.va

sabato 30 aprile 2011

Il patriarca intervistato su Giovanni Paolo II

In un'intervista rilasciata ieri al sito ilsussidiario.net, poi continuata sul blog angeloscola.it il nostro patriarca, cardinale Angelo Scola, ricorda il papa che lo ha nominato Patriarca di Venezia nel 2002 e cardinale nel 2003. Eccone alcuni stralci.

Vi racconto il Giovanni Paolo II che ho conosciuto
A cura di Federico Ferraù

Eminenza, che ricordo personale ha di Giovanni Paolo II?

La prima volta che salii sull’altare con lui, nel 1979, rimasi colpito dal suo modo di celebrare. Giovanni Paolo II era un papa “mistico”, che viveva un rapporto di straordinaria immediatezza con Dio. Non c’è da sorprendersi che la gente ne abbia invocato fin dal giorno della sua morte la santità. Bastava vederlo pregare. Quando si andava a pranzo da lui, si passava per la cappella a dire l’Angelus. Tutti noi pensavamo che fosse una questione di 30 secondi. A volte, invece, durava così a lungo che non si riusciva più a stare in ginocchio sul pavimento. Il papa si immergeva davvero nella preghiera, per lui non c’erano più né tempo né spazio. Lo si vedeva anche dal movimento delle labbra. Nella sua preghiera io ho percepito - o meglio, ho visto - un dialogo con Dio profondo, ininterrotto. Come un respiro, il Santo Padre emetteva dei suoni come il gorgogliare di un torrente che non si ferma mai. Una cosa impressionante.

Giovanni Paolo II è stato un grande devoto di Maria. Che cosa insegna questa devozione alla Chiesa del nostro tempo?

È fonte di benefica umiltà per ogni cristiano. Maria infatti è l’espressione più potente della Chiesa Immacolata e insegna a tutti i fedeli, uomini e donne, che Cristo Sposo è l’ineffabile dono per la Chiesa Sposa. Di fronte a Lui tutti siamo per così dire anzitutto “passivi”, cioè nella posizione di chi innanzitutto riceve.
Inoltre Maria, paradigma di ogni maternità, è colei che in qualunque circostanza, anche la più sfavorevole, ci accompagna a Gesù. È vergine e madre. Per questo amo definire Maria come “la donna”.

L’ultima parte del pontificato di Giovanni Paolo II è stata segnata da un rapporto con la verità (e con la guida della Chiesa) sofferto, interiormente combattuto, soprattutto a causa della malattia. Il gigante che ha segnato così profondamente la storia mondiale non ha avuto paura di mostrarsi in tutti i suoi limiti. Che cosa insegna da questo punto di vista il beato Wojtyla, come uomo e come successore di Pietro?

Nella fase finale della sua vita Giovanni Paolo II ha incarnato la grande affermazione paolina: “Quando sono debole, è allora che sono forte”. “Basta la tua grazia”: così si esprime Paolo nella Seconda Lettera ai Corinti. Il modo con cui Giovanni Paolo II ha portato la sua sofferenza, ha esaltato il ministero petrino perché ha mostrato che il potere di governo nella Chiesa – ma non solo nella Chiesa – non è mai alla mercè di chi lo possiede. Viene sempre e solo da Dio.
Bisogna pregare ogni giorno perché chiunque ha responsabilità di governo nella Chiesa, possa viverla in questo modo.

In che cosa Giovanni Paolo II è un santo contemporaneo? A quale profonda domanda dell’uomo di oggi risponde la sua santità di vita?

La sua santità traspare secondo me in maniera luminosa dal suo appassionato impegno per la libertà. Per me Wojtyla è stato il papa della libertà ed è il santo della libertà. Una libertà però che ha continuamente bisogno di essere liberata. Come dice il Vangelo di Giovanni, chi segue Gesù “sarà libero davvero”.

L'intervista completa è consultabile ai seguenti indirizzi:

venerdì 29 aprile 2011

Benedetto XVI racconta Giovanni Paolo II

Divulgo questa intervista rilasciata da papa Benedetto XVI il 16 ottobre 2005 alla televisione pubblica polacca, e pubblicata ieri da Il blog degli amici di Papa Ratzinger. Interrogato dal padre gesuita Andrea Majewski, il Santo Padre ricorda come ebbe inizio, durante i conclave del 1978, la sua amicizia con il cardinale polacco, poi papa Giovanni Paolo II, e come poi essa sia sfociata nel particolare rapporto di fiducia che vi era tra i due.

R. – Dall’inizio ho sentito una grande simpatia e, grazie a Dio, immeritatamente, il cardinale di quel tempo mi ha donato fin dall’inizio la sua amicizia. Sono grato per questa fiducia che mi ha donato, senza i miei meriti. Soprattutto vedendolo pregare, ho visto e non solo capito, ho visto che era un uomo di Dio. Questa era l’impressione fondamentale: un uomo che vive con Dio, anzi in Dio. Mi ha poi impressionato la cordialità, senza pregiudizi, con la quale si è incontrato con me. Senza grandi parole, era così nata un’amicizia che veniva proprio dal cuore e, subito dopo la sua elezione, il Papa mi ha chiamato diverse volte a Roma per colloqui e alla fine mi ha nominato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

D. - Quali sono, secondo Lei, Santo Padre, i punti più significativi del Pontificato di Giovanni Paolo II?

R. - Possiamo avere, direi, due punti di vista: uno ad extra - al mondo -, ed uno ad intra - alla Chiesa -. Riguardo al mondo, mi sembra che il Santo Padre, con i suoi discorsi, la sua persona, la sua presenza, la sua capacità di convincere, ha creato una nuova sensibilità per i valori morali, per l’importanza della religione nel mondo. Questo ha fatto sì che si creasse una nuova apertura, una nuova sensibilità per i problemi della religione, per la necessità della dimensione religiosa nell’uomo e soprattutto è cresciuta – in modo inimmaginabile – l’importanza del Vescovo di Roma. Tutti i cristiani hanno riconosciuto – nonostante le differenze e nonostante il loro non riconoscimento del Successore di Pietro – che è lui il portavoce della cristianità. Nessun altro al mondo, a livello mondiale può parlare così nel nome della cristianità e dar voce e forza nell’attualità del mondo alla realtà cristiana. Ma anche per la non cristianità e per le altre religioni, era lui il portavoce dei grandi valori dell’umanità. E’ anche da menzionare che è riuscito a creare un clima di dialogo fra le grandi religioni e un senso di comune responsabilità che tutti abbiamo per il mondo, ma anche che le violenze e le religioni sono incompatibili e che insieme dobbiamo cercare la strada per la pace, in una responsabilità comune per l’umanità. Spostiamo l’attenzione ora verso la situazione della Chiesa. Io direi che, anzitutto, ha saputo entusiasmare la gioventù per Cristo. Questa è una cosa nuova, se pensiamo alla gioventù del ’68 e degli anni Settanta. Che la gioventù si sia entusiasmata per Cristo e per la Chiesa ed anche per valori difficili, poteva ottenerlo soltanto una personalità con quel carisma; soltanto Lui poteva in tal modo riuscire a mobilitare la gioventù del mondo per la causa di Dio e per l’amore di Cristo. Nella Chiesa ha creato – penso – un nuovo amore per l’Eucaristia, ha creato un nuovo senso per la grandezza della Misericordia Divina; e ha anche approfondito molto l’amore per la Madonna e ci ha così guidato ad una interiorizzazione della fede e, allo stesso tempo, ad una maggiore efficienza. Naturalmente bisogna menzionare – come sappiamo tutti - anche quanto sia stato essenziale il suo contributo per i grandi cambiamenti nel mondo nell’89, per il crollo del cosiddetto socialismo reale.

D. – Nel corso dei suoi incontri personali e dei colloqui con Giovanni Paolo II, che cosa faceva maggior impressione a Vostra Santità? Potrebbe raccontarci i suoi ultimi incontri con Giovanni Paolo II?

R. – Sì. Gli ultimi due incontri li ho avuti, un primo, al Policlinico “Gemelli”, intorno al 5-6 febbraio; e, un secondo, il giorno prima della sua morte, nella sua stanza. Nel primo incontro il Papa soffriva visibilmente, ma era pienamente lucido e molto presente. Io era andato semplicemente per un incontro di lavoro, perché avevo bisogno di alcune sue decisioni. Il Santo Padre - benché soffrendo – seguiva con grande attenzione quanto dicevo. Mi comunicò in poche parole le sue decisioni, mi diede la sua benedizione, mi salutò in tedesco, accordandomi tutta la sua fiducia e la sua amicizia. Per me è stato molto commovente vedere, da una parte, come la sua sofferenza fosse in unione col Signore sofferente, come portasse la sua sofferenza con il Signore e per il Signore; e, dall’altra, vedere come risplendesse di una serenità interiore e di una lucidità completa. Il secondo incontro è stato il giorno prima della morte: era ovviamente più sofferente, visibilmente, circondato da medici ed amici. Era ancora molto lucido, mi ha dato la sua benedizione. Non poteva più parlare molto. Per me questa sua pazienza nel soffrire è stato un grande insegnamento, soprattutto riuscire a vedere e a sentire come fosse nella mani di Dio e come si abbandonasse alla volontà di Dio. Nonostante i dolori visibili, era sereno, perché era nelle mani dell’Amore Divino.

© Copyright Radio Vaticana

mercoledì 27 aprile 2011

Giovanni Paolo II e la Dominus Iesus

Mancano ormai pochi giorni alla solenne beatificazione di papa Giovanni Paolo II, il primo maggio in piazza san Pietro. Già il giorno delle sue solenni esequie, e dalle parole dell'omelia pronunciata dall'allora decano del Sacro Collegio, cardinale Joseph Ratzinger, si percepiva l'aura di santità di questo uomo di Dio, che ha regnato sul trono di Pietro per quasi 27 anni. Siamo, però, così sicuri di conoscere a fondo il papa che la folla del colonnato del Bernini non esitò ad invocare "Santo Subito"? Dobbiamo ammettere che la figura di papa Wojtyla si è prestata nel tempo a molte "interpretazioni", già quand'era in vita, a volte contrastanti l'una dall'altra. E' ad esempio indicato da tutti come il papa dei giovani, degli stessi giovani che, pur dicendosi cattolici, contestano il Catechismo della Chiesa Cattolica, che Giovanni Paolo II difendeva strenuamente. Gli stessi giovani che oggi, talvolta, si scagliano contro Benedetto XVI, accusato di essere troppo freddo, completamente diverso dal suo predecessore e lontano dai giovani e dalla loro mentalità. Oppure, come già visto in altri post di questo blog, coloro che oggi lo esaltano, sull'onda del consenso mediatico di cui gode, ieri lo contestavano, ad esempio in occasione della beatificazione di papa Pio IX.
Probabilmente, questi contrasti si devono alla presa di possesso che il mondo mediatico fece del papa polacco; e sappiamo bene come i mass-media spesso dicano e scrivano guardando prima al tornaconto della testata piuttosto che alla verità oggettiva dei fatti. E successe così anche riguardo ad un altro importante evento, ossia la promulgazione della dichiarazione Dominus Iesus, "Circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa"; ce lo racconta Sandro Magister, vaticanista, che ha recentemente pubblicato nel suo blog Settimo Cielo un commento ad una intervista del cardinale Tarcisio Bertone, attuale Segretario di Stato e Camerlengo e allora segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede guidata dal cardinale Ratzinger.
Molti ricordano, infatti, l'incontro di Assisi 1986, quando il papa si recò in pellegrinaggio nella città di san Francesco insieme ai rappresentanti delle altre religioni del mondo. E' un fatto oggettivo che la modalità con la quale si svolse quell'incontro diede adito a considerazioni errate sull'ecumenismo e sulla verità delle religioni, tant'è che alcuni intervistati, tra cui una suora, ebbero modo di dire, in quella circostanza, che Giovanni Paolo II avrebbe insegnato che tutte le religioni sono uguali (affermazione falsa, e che recentemente ha mandato al macero decine di migliaia di copie di Youcat in lingua francese). A far luce sulla confusione creata nel 1986 ad Assisi, fu lo stesso papa, nel 1990, con la lettera enciclica Redemptoris Missio, il cui punto primo si intitolava emblematicamente "Gesù Cristo unico Salvatore", e nella quale leggiamo:

«Nel rispetto di tutte le credenze e di tutte le sensibilità, dobbiamo anzitutto affermare con semplicità la nostra fede in Cristo, unico salvatore dell'uomo, fede che abbiamo ricevuto come dono dall'alto senza nostro merito. [...] In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una "graduale secolarizzazione della salvezza", per cui ci si batte, sì, per l'uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi invece, sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l'uomo e tutti gli uomini, aprendoli ai mirabili orizzonti della filiazione divina. [...] Coloro che sono incorporati nella chiesa cattolica devono sentirsi dei privilegiati, e per ciò stesso maggiormente impegnati a testimoniare la fede e la vita cristiana come servizio ai fratelli e doverosa risposta a Dio, memori che "la loro eccellente condizione non è da ascrivere ai loro meriti, ma a una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, lungi dal salvarsi, saranno più severamente giudicati"»

In sostanza, con queste parole il papa incoraggia e ricorda ai missionari di terre dove sono predominanti altre religioni che il compito del cristiano è annunziare Cristo, e che annunziare Cristo viene prima di qualsiasi riguardo per le altre religioni, poiché solo Cristo è l'unico Nostro Salvatore. Questa enciclica fu accolta con molta freddezza, dice il cardinal Bertone, soprattutto in Asia; e fu questo, rivela il Segretario di Stato Vaticano, a far desiderare al papa una "costituzione dogmatica", che fu poi realizzata nella dichiarazione Dominus Iesus. Questa è, se possibile, ancor più chiara della precedente enciclica:

«Il perenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio). Di conseguenza, si ritengono superate verità come, ad esempio, il carattere definitivo e completo della rivelazione di Gesù Cristo, la natura della fede cristiana rispetto alla credenza nelle altre religioni, il carattere ispirato dei libri della Sacra Scrittura, l'unità personale tra il Verbo eterno e Gesù di Nazareth, l'unità dell'economia del Verbo incarnato e dello Spirito Santo, l'unicità e l'universalità salvifica del mistero di Gesù Cristo, la mediazione salvifica universale della Chiesa, l'inseparabilità, pur nella distinzione, tra il Regno di Dio, Regno di Cristo e la Chiesa, la sussistenza nella Chiesa cattolica dell'unica Chiesa di Cristo. [...] Le radici di queste affermazioni sono da ricercarsi in alcuni presupposti, di natura sia filosofica, sia teologica, che ostacolano l'intelligenza e l'accoglienza della verità rivelata. Se ne possono segnalare alcuni: la convinzione della inafferrabilità e inesprimibilità della verità divina, nemmeno da parte della rivelazione cristiana; l'atteggiamento relativistico nei confronti della verità, per cui ciò che è vero per alcuni non lo sarebbe per altri; [...] la tendenza, infine, a leggere e interpretare la Sacra Scrittura fuori dalla Tradizione e dal Magistero della Chiesa. [...] Per porre rimedio a questa mentalità relativistica, che si sta sempre più diffondendo, occorre ribadire anzitutto il carattere definitivo e completo della rivelazione di Gesù Cristo. Deve essere, infatti, fermamente creduta l'affermazione che nel mistero di Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato, il quale è « la via, la verità e la vita » (Gv 14,6), si dà la rivelazione della pienezza della verità divina: « Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare » (Mt 11,27); « Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato » (Gv 1,18); « È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità e voi avete in lui parte alla sua pienezza » (Col 2,9‑10).»

Da gran parte del mondo laico e, purtroppo, anche da una parte del mondo cattolico, racconta il cardinal Bertone, piovvero critiche su questo documento; e si assistette ad un fenomeno non inconsueto, riguardo a papa Giovanni Paolo II. Non potendo attaccare direttamente lui, amato dalla gente, con ampio consenso, si attaccano i personaggi che lo assistono, più nascosti e quindi anche impossibilitati a difendersi. Il personaggio preferito dagli attacchi della stampa dell'epoca era sempre uno: il cardinale Joseph Ratzinger. Addirittura era dipinto come una sorta di mente oscura, che plagiava Giovanni Paolo II finendo per fargli approvare cose che il papa mai avrebbe voluto. Ne è testimonianza un articolo (segnalato da Il blog degli amici di papa Ratzinger), ancora oggi presente negli archivi web di un noto quotidiano nazionale (se non altro per le sue posizioni spesso ostili alla Chiesa), uscito il giorno successivo l'annuncio di papa Wojtila, il 1° ottobre del 2000. Vi leggiamo:

Papa Wojtyla "corregge" e spiega il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della congregazione della dottrina della Fede e custode dell' ortodossia cattolica. O meglio: papa Woityla, a sorpresa, dice la sua - ieri in piazza San Pietro nel mezzo della solenne rito della canonizzazione di 120 martiri cinesi e tre religiose - sul recente documento, Dominus Jesus, pubblicato da Ratzinger e giudicato da più parti come un freno all' ecumenismo e al dialogo interreligioso.

Questo articolo era l'espressione pubblica di quella che ormai era l'idea diffusa in generale, cioè che la Dominus Iesus fosse opera del cardinale Ratzinger, e che papa Giovanni Paolo II fosse stato (non si capisce bene in che modo) da lui costretto a diffonderla.
Il cardinal Bertone, nell'articolo di Magister, smentisce definitivamente questa voce malevola, svelando il retroscena della vicenda:

«Non solo in campo laico, ma anche in campo cattolico alcuni si allinearono a queste critiche. Il papa rimase doppiamente amareggiato. Ci fu una sessione di riflessione proprio su queste reazioni, soprattutto dei cattolici. Alla fine della riunione, con forza il papa ci disse: ‘Voglio difenderla e voglio parlarne domenica 1° ottobre, durante la preghiera dell’Angelus – eravamo presenti io, il cardinale Ratzinger e il cardinale Re – e vorrei dire questo e quest’altro’. Abbiamo preso nota delle sue idee e abbiamo redatto il testo che lui ha approvato e poi pronunciato. Era la domenica in cui venivano canonizzati i martiri cinesi. La coincidenza aveva suggerito a qualcuno una certa prudenza: «Non conviene – gli suggerivano taluni – che lei parli della ‘Dominus Iesus’ proprio in quel giorno, è meglio che lo faccia in un altro contesto. È meglio che lo rimandi, potrebbe renderlo pubblico l’8 ottobre, nella domenica del giubileo dei vescovi, alla presenza di centinaia di presuli’. Ma il papa rispose così a tali obiezioni: ‘Come? Adesso devo rimandare? Assolutamente no! Ho deciso per il primo ottobre, ho deciso per questa domenica, e domenica lo farò!’»

Ringraziamo, dunque, Sandro Magister (il quale conclude ricordando le parole di Giovanni Paolo II all'Angelus di quel 1° ottobre: "la Dichiarazione Dominus Iesus approvata da me in forma speciale") per aver divulgato questa vicenda raccontata dal cardinal Bertone proprio prima della beatificazione di papa Wojtila; è infatti quanto mai necessario (anche per rispondere alle critiche dei detrattori) conoscere bene il futuro beato, ed una buona conoscenza, al giorno d'oggi, richiede di andare oltre alle notizie divulgate dai mass-media più comuni.

Di seguito i documenti serviti alla scrittura di questo articolo:

martedì 15 marzo 2011

Pagine YouTube e Facebook su Giovanni Paolo II

Un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede ci informa oggi dell'apertura di una pagina Facebook in preparazione alla beatificazione di papa Giovanni Paolo II il prossimo 1° maggio; inoltre il canale YouTube già aperto sul papa polacco sarà aggiornato periodicamente con contenuti nuovi provenienti dall'archivio della Radio Vaticana e del Centro Televisivo Vaticano. Di seguito il comunicato stampa e tutti gli indirizzi.

"In vista della Beatificazione di Giovanni Paolo II (1 maggio 2011), la Radio Vaticana e il Centro Televisivo Vaticano (CTV) presentano alcune iniziative e mettono a disposizione un'ampia varietà di materiale di documentazione".

"Su Youtube è attiva una nuova pagina dedicata a Giovanni Paolo II in vista della beatificazione. La pagina è raggiungibile all'indirizzo http://www.youtube.com/giovannipaoloii. Vi vengono inseriti, poco per volta, ogni giorno, i seguenti tipi di video: videoclip sul Pontificato anno per anno; videoclip con la voce del Papa, in diverse lingue e in diverse situazioni (viaggi e in Vaticano).

"Si tratta degli audio forniti e selezionati dai Programmi Linguistici della Radio Vaticana ai quali dal CTV è stato realizzato il montaggio video. L'audio del Papa sarà nella lingua originale in cui è stato pronunciato mentre in sovraimpressione, in inglese, viene indicato il luogo (il Paese), il giorno, mese ed anno dell'evento".

"La pagina dedicata su Youtube e il canale normale già presente da tempo in 4 lingue www.youtube.com/vatican verranno poi alimentati dalle videoclip di attualità ed informazione dei giorni della Beatificazione".

"Su Facebook - questa è la novità - è attiva una pagina dedicata a Giovanni Paolo II in vista della Beatificazione. La pagina è raggiungibile all'indirizzo: www.facebook.com/vatican.johnpaul2. In questa pagina vengono inserite contemporaneamente tutte le videoclip che vengono inserite sul canale di Youtube".

"L'obiettivo è di diversificare gli strumenti per dare il massimo risalto possibile e la massima diffusione a questa iniziativa. A differenza di altre iniziative già presenti su Internet in varie forme e riconducibili a privati e comunque non alla Santa Sede, questa porta la firma congiunta di Radio Vaticana e Centro Televisivo Vaticano, è stata concordata con il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali ed è naturalmente aperta a tutti gli utilizzatori di Facebook".

"L'obiettivo generale è di accompagnare il percorso verso la Beatificazione utilizzando gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione e valorizzando le risorse che abbiamo ed almeno in parte il vasto patrimonio documentale in possesso della Radio Vaticana e del Centro Televisivo Vaticano".

OP/ VIS 20110315 (360)

venerdì 14 gennaio 2011

Giovanni Paolo II sarà beato

La Santa Sede ha comunicato quest'oggi che l'iter del processo di beatificazione del venerabile servo di Dio, papa Giovanni Paolo II, si è concluso con l'autorizzazione da parte del Santo Padre Benedetto XVI al cardinale Angelo Amato (prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi) a pubblicare il decreto sul miracolo per il quale è stata riconosciuta l'intercessione del papa polacco. In un comunicato della sala stampa, poi, è stata resa nota la data del rito di beatificazione, che si terrà domenica 1° maggio 2011, ottava di Pasqua e domenica della Divina Misericordia, celebrato dal Santo Padre.
Il miracolo, necessario perché un fedele non martire possa essere dichiarato beato dalla Chiesa, è quello invocato da suor Marie Pierre Simon, malata del morbo di Parkinson e guarita inspiegabilmente dopo essersi rivolta all'intercessione del papa polacco.
La scelta della data del rito, che avverrà la domenica precedente la visita di Benedetto XVI nella nostra diocesi e ad Aquileia, è significativa; molti, infatti, ricorderanno che Giovanni Paolo II si spense nella sera del 2 aprile 2005, che in quell'anno era il sabato dell'ottava di Pasqua, vigilia della domenica in Albis. La festa della Divina Misericordia, legata alle apparizioni alla suora polacca santa Faustina Kowalska, fu stabilita nella prima domenica dopo Pasqua proprio da papa Wojtiła; quest'anno, poi, si ha anche la coincidenza di questa ricorrenza con il primo giorno del mese di maggio, mese tradizionalmente dedicato alla devozione mariana, cui papa Giovanni Paolo II era molto legato (a partire dal suo motto episcopale, col quale a Lei si affidava totalmente: Totus tuus).
Di seguito pubblichiamo il riassunto che è apparso oggi sul bollettino della sala stampa della Santa Sede sul processo canonico di beatificazione del defunto pontefice Giovanni Paolo II.

Il giorno 14 gennaio 2011, il Sommo Pontefice Benedetto XVI, durante l’Udienza concessa all’Em.mo Signor Cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha autorizzato lo stesso Dicastero a promulgare il Decreto sul miracolo attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Wojtyła). Questo atto conclude l’iter che precede il Rito della beatificazione, la cui data sarà decisa dal Santo Padre.

Com’è noto, la Causa, per Dispensa Pontificia, iniziò prima che fossero trascorsi i cinque anni dalla morte del Servo di Dio, richiesti dalla Normativa vigente. Tale provvedimento fu sollecitato dall’imponente fama di santità, goduta dal Papa Giovanni Paolo II in vita, in morte e dopo morte. Per il resto furono osservate integralmente le comuni disposizioni canoniche riguardanti le Cause di beatificazione e di canonizzazione.

Dal giugno 2005 all’aprile 2007, furono pertanto celebrate l’Inchiesta Diocesana principale romana e quelle Rogatoriali in diverse diocesi, sulla vita, sulle virtù e sulla fama di santità e di miracoli. La validità giuridica dei processi canonici fu riconosciuta dalla Congregazione delle Cause dei Santi con il Decreto del 4 maggio 2007. Nel giugno 2009, esaminata la relativa Positio, nove Consultori teologi del Dicastero diedero il loro parere positivo in merito all’eroicità delle virtù del Servo di Dio. Nel novembre successivo, seguendo l’usuale procedura, la medesima Positio fu poi sottoposta al giudizio dei Padri Cardinali e Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, che si espressero con sentenza affermativa.

Il 19 dicembre 2009 il Sommo Pontefice Benedetto XVI autorizzò la promulgazione del Decreto sull’eroicità delle virtù.

In vista della Beatificazione del Venerabile Servo di Dio, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione delle Cause dei Santi la guarigione dal "morbo di Parkinson" di Sr. Marie Simon Pierre Normand, religiosa dell’Institut des Petites Soeurs des Maternités Catholiques.

Come di consueto, i copiosi Atti dell’Inchiesta canonica, regolarmente istruita, unitamente alle dettagliate Perizie medico-legali, furono sottoposti all’esame scientifico della Consulta Medica del Dicastero delle Cause dei Santi il 21 ottobre 2010. I suoi Periti, dopo aver studiato con l’abituale scrupolosità le testimonianze processuali e l’intera documentazione, si espressero a favore dell’inspiegabilità scientifica della guarigione. I Consultori teologi, dopo aver preso visione delle conclusioni mediche, il 14 dicembre 2010 procedettero alla valutazione teologica del caso e, all’unanimità, riconobbero l’unicità, l’antecedenza e la coralità dell’invocazione rivolta al Servo di Dio Giovanni Paolo II, la cui intercessione era stata efficace ai fini della prodigiosa guarigione.

Infine, l’11 gennaio 2011, si è tenuta la Sessione Ordinaria dei Cardinali e dei Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, i quali hanno emesso un’unanime sentenza affermativa, ritenendo miracolosa la guarigione di Sr. Marie Pierre Simon, in quanto compiuta da Dio con modo scientificamente inspiegabile, a seguito dell’intercessione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, fiduciosamente invocato sia dalla stessa sanata sia da molti altri fedeli.

Fonte: www.vatican.va.

mercoledì 29 dicembre 2010

Il papa sulla Santa Comunione

Sebbene a piccoli passi, si avvicina la visita del Santo Padre Benedetto XVI nella nostra diocesi; tramite i quartini settimanali di Gente Veneta è possibile approfondire alcuni aspetti del Magistero del papa. Approfondiamo oggi uno degli aspetti più silenziosi e nello stesso tempo anche più visibili del suo Magistero in materia di liturgia, un aspetto a cui il nostro pontefice è molto attento (e che ancora si fa attendere sugli inserti del nostro giornale diocesano). Chiunque abbia guardato alla televisione una celebrazione del Santo Padre avrà certamente notato il modo in cui egli distribuisce il Santissimo Sacramento al momento della Comunione; i fedeli si accostano a lui in fila indiana, si inginocchiano (all'inginocchiatoio appositamente preparato) con le mani giunte e ricevono la Santissima Eucarestia direttamente in bocca, non sulla mano. E un'altra notizia, proprio dei giorni vicini al Natale, è che nelle celebrazioni papali anche tutti i sacerdoti, diaconi e laici che lo aiutano nella distribuzione della Santissima Eucarestia dovranno distribuirla solo in bocca, e non sul palmo della mano.
Perché queste scelte da parte del papa? Una prima spiegazione ci viene dall'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, che in un approfondimento dedicato scrive, a proposito del ricevere la Comunione sulla lingua:

«Il motivo di questa preferenza è duplice: da una parte, evitare al massimo la dispersione dei frammenti eucaristici; dall’altra, favorire la crescita della devozione dei fedeli verso la presenza reale di Cristo nel sacramento»

E per quanto riguarda l'atteggiamento della genuflessione:

«La pratica di inginocchiarsi per la santa Comunione ha a suo favore secoli di tradizione ed è un segno di adorazione particolarmente espressivo, del tutto appropriato alla luce della vera, reale e sostanziale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate»

Viene allora da chiedersi cosa ci sia che non va nella pratica di ricevere la Comunione sul palmo della mano; innanzitutto è opportuno approfondire la genesi di questa pratica, che, al contrario di quello che pensano in molti, nulla ha a che vedere con il Concilio, né tantomeno con la riforma liturgica che al Concilio ha fatto seguito. A confermarlo sono le memorie di mons. Annibale Bugnini, protagonista e per molti aspetti artefice della riforma liturgica post-conciliare: in esse si legge che la prassi di distribuire la Comunione sulla mano cominciò a diffondersi, in ambito cattolico, verso la metà degli anni 60 in "certe regioni d'Europa" (Olanda e Belgio). E' importante affermare: "in ambito cattolico"; infatti in ambito protestante già nel XVI secolo fu ristabilita la Comunione sulla mano, in accordo alla dottrina eretica che non esista la transustanziazione, ossia che il pane eucaristico sia normale pane comune, e pertanto anche coloro che amministravano questo pane non dovevano avere l'ordine sacro. E' invece insegnamento cattolico che il Sacramento dell'Ordine imprima un segno indelebile nell'anima dell'ordinato, rendendolo così diverso dai fedeli laici; e quindi si comprende quello che diceva san Tommaso d'Aquino: il Sacramento "non viene toccato da nessuna cosa che non sia consacrata: e quindi sono consacrati il corporale, il calice e così pure le mani del sacerdote, per poter toccare questo sacramento. A nessun altro quindi è permesso toccarlo fuori di caso di necessità: se per esempio stesse per cadere per terra, o in altre contingenze simili" (Summa Theologiae III, 82,3).
Nella metà degli anni sessanta, probabilmente influenzati dalle correnti di pensiero che infuriavano nell'epoca del post-concilio, alcuni sacerdoti olandesi presero, dunque, a distribuire il Santissimo Sacramento sulle mani ai fedeli, così come accadeva nelle chiese protestanti che nella loro regione sono molto più abbondanti che da noi, senza autorizzazione da parte di Roma. Così papa Paolo VI decise di prendere delle decisioni categoriche in merito; inizialmente (1965) vietò che fosse cambiata la prassi di ricevere la Comunione sulla lingua in quelle regioni, ma i suoi richiami rimasero inascoltati. Quindi (1968), non potendo "esimersi dal considerare l’eventuale innovazione con ovvia apprensione", ordinò una consulta sub decreto all'episcopato mondiale, il quale si dichiarò a grandissima maggioranza contrario all'innovazione. Di conseguenza il papa diede mandato alla Congregazione per il Culto Divino di redigere un documento, l'istruzione Memoriale Domini, attraverso la quale far conoscere a tutto il mondo cattolico il risultato della consulta dei vescovi, confermare la prassi di distribuire la Comunione sulla lingua, che, recitava l'istruzione, non toglie in alcun modo dignità a chi si comunica e mettere in guardia sulla irriverenza e sulla possibilità di profanazione dell'Eucarestia a cui la pratica di distribuire l'Ostia sulla mano poteva portare. Nell'istruzione si lasciava però una strada aperta per quelle chiese in cui la pratica risultava radicata da quasi cinque anni, concedendo che, se la Conferenza episcopale del luogo avesse approvato l'innovazione con una maggioranza di almeno i due terzi, essa avrebbe potuto inviare alla Santa Sede una richiesta di approvazione, che, nella maggior parte dei casi, come possiamo ben vedere nelle nostre chiese, è arrivata. E' interessante leggere, nelle memorie di mons. Bugnini, come questa concessione volesse evitare che "in questi tempi di forte contestazione (...) l’autorità non venga battuta sulla breccia, mantenendo una proibizione che difficilmente avrebbe seguito nella pratica", poiché, date le correnti di pensiero che imperversavano all'epoca, "è da prevedere anche una reazione violenta in alcune zone e una disubbidienza piuttosto diffusa dove l’uso è stato già introdotto". Le richieste, col passare degli anni, arrivarono un po' dalle Conferenze episcopali di tutto il mondo, sebbene non vi fossero le condizioni auspicate per la richiesta (ossia non fosse radicata la pratica innovativa e non si prevedessero contestazioni); basti pensare che, per l'Italia, l'indulto fu concesso addirittura il 19 maggio 1989. Quello che era stato concesso come indulto alla regola è diventato regola; addirittura in alcuni casi si sente che la prassi di ricevere la Comunione sulla lingua è mal sopportata, ed è questa ad essere concessa ad indulto.
E questo nonostante i pronunciamenti dei successori di Paolo VI siano andati nella direzione di confermare le preoccupazioni del pontefice lombardo: Giovanni Paolo II, nella lettera Dominicae Cenae, scriveva:

«In alcuni paesi è entrata in uso la comunione sulla mano. Tale pratica è stata richiesta da singole conferenze episcopali ed ha ottenuto l'approvazione della sede apostolica. Tuttavia, giungono voci su casi di deplorevoli mancanze di rispetto nei confronti delle specie eucaristiche, mancanze che gravano non soltanto sulle persone colpevoli di tale comportamento, ma anche sui pastori della Chiesa, che fossero stati meno vigilanti sul contegno dei fedeli verso l'eucarestia. Avviene pure che, talora, non è tenuta in conto la libera scelta e volontà di coloro che, anche dove è stata autorizzata la distribuzione della comunione sulla mano, preferiscono attenersi all'uso di riceverla in bocca.»

E nell'ultima sua enciclica, Ecclesia de Eucharistia:

«Dando all’Eucaristia tutto il rilievo che essa merita, e badando con ogni premura a non attenuarne alcuna dimensione o esigenza, ci dimostriamo veramente consapevoli della grandezza di questo dono. Ci invita a questo una tradizione ininterrotta, che fin dai primi secoli ha visto la comunità cristiana vigile nella custodia di questo “tesoro”. [...] Non c’è pericolo di esagerare nella cura di questo Mistero, perché “in questo Sacramento si riassume tutto il mistero della nostra salvezza”»

In questo senso si innesta la prassi reintrodotta da papa Benedetto XVI, dalla solennità di Corpus Domini del 2008, di distribuire la Comunione solo in bocca e ai fedeli inginocchiati e, dalle celebrazioni natalizie di quest'anno, anche a tutti gli altri fedeli solo sulla lingua. Alcuni rivalutano la prassi di distribuire la Comunione sul palmo della mano in funzione del passato dei primi cristiani, che effettivamente dovevano comunicarsi in questa maniera; a ciò risponde sempre Paolo VI, con l'istruzione Memoriale Domini, nella quale si dice che, con l'approfondimento della conoscenza del mistero eucaristico, la pratica fu presto abbandonata, anzi: esplicitamente proibita.
Nell'istruzione Redemptionis Sacramentum si mettono in guardia i sacerdoti dai pericoli di profanazione che possono purtroppo derivare quando si distribuisce la Santissima Eucarestia sulla mano dei fedeli:

«Se un comunicando, nelle regioni in cui la Conferenza dei Vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il Sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia. Si badi, tuttavia, con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. Se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli.»

Preghiamo, dunque, il Signore, perché ci conceda di accostarci ai Sacri Misteri con la necessaria riverenza e con il debito raccoglimento, poiché come dice il nostro papa Benedetto XVI, "La Comunione raggiunge la sua profondità solo quando è sostenuta e compresa dall’adorazione".

Di seguito potrete trovare i collegamenti che sono serviti da spunto per questo articolo:
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...