Duomo di Caorle su facebook

Visualizzazione post con etichetta 2 novembre. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2 novembre. Mostra tutti i post

martedì 6 novembre 2012

Il Purgatorio. IV-La Bontà di Dio

Meditando le pene e lo stato della anime del Purgatorio si è talvolta tentati allo sconforto, nella consapevolezza che, pur con tutti gli sforzi umanamente possibili, nessun uomo (eccetto Maria Santissima) potrà evitare questo luogo di espiazione. Questa tentazione è quella che vorrebbe far credere all'uomo che, poiché è stato creato per la felicità, ogni sofferenza è inutile e soltanto dannosa. Per il cristiano, però, non è così: Gesù Cristo stesso è venuto tra noi per insegnarci che la sofferenza è via privilegiata per raggiungere il Cielo. Questo brano, tratto sempre dal libro "Il Purgatorio nella Rivelazione dei Santi" (Visto: nulla osta alla stampa. Torino 10 marzo 1946 Sac. Luigi Carnino, Rev. Del. Imprimatur. Can. Luigi Coccolo, Vic. Gen.) sottolinea come nell'esistenza stessa del Purgatorio e delle sue pene si scorgano la Santità, la Bontà e la Sapienza di Dio, che ha mandato sulla terra il Suo Figlio affinché il mondo si salvi per mezzo di Lui.

Dio e le anime del Purgatorio
Santità, Sapienza e Bontà di Dio

Fino ad ora abbiamo parlato del Purgatorio considerato di per sé, e come se esistesse da solo nel mondo sopranaturale, mentre in virtù della comunione dei Santi si trova in continui rapporti colla Chiesa trionfante e colla militante. Studieremo adunque ora queste relazioni, e innanzi tutto tratteremo di quelle che passano fra le anime del Purgatorio e Dio, fra il giudice che condanna e il reo condannato, fra il padre che tende le braccia al figlio esiliato e l'anima che arde d'amore per lui ed affretta col desiderio il momento d'entrare nella paterna dimora.

Una delle cose che più risaltano, per poco che si sia posto mente al fin qui detto, è che il Purgatorio manifesta in modo ammirabile tutte le perfezioni di Dio. Il Salmista ha detto che i cieli narrano la gloria di Dio, ma altrettanto può dirsi di quelle oscure prigioni dalle quali parrebbe dovesse solo diffondersi il dolore e il pianto; eppure Dio in nessuna parte del creato si rivela forse più grande e perfetto come nel Purgatorio. Fra tutte le perfezioni poi che di lui si manifestano laggiù, tre sopratutto emergono in maniera straordinaria, vale a dire la sua santità, sapienza e bontà.
Che il Purgatorio manifesti la santità infinita di Dio nessuno ne dubita. Là infatti troviamo anime sante, uscite di vita nel pieno esercizio della loro carità, predestinate alla gloria, future abitatrici del cielo, oggetto delle compiacenze dell'adorabile Trinità, spiriti eletti che, dopo le lotte della vita, sono sul punto di giungere alla gloria che Dio Padre, nel crearli, aveva loro assegnata. Tuttavia, siccome nei giorni del loro pellegrinaggio hanno contratto delle macchie, Iddio li tiene inesorabilmente lontani da sé; condannandoli ad un fuoco di purificazione, fino al giorno in cui saranno trovati degni di comparire tutti puri, dinanzi al suo cospetto. Forse quelle anime lavorarono molto per la gloria di Dio, sono forse santi sacerdoti che l'han fatto conoscere e amare nel mondo, o religiosi che han tutto abbandonato per lui e che per amor suo abbracciarono una vita di patimenti e di sacrifici, o apostoli che hanno recato il suo nome nelle estreme parti del mondo; ma non importa: basta che abbiano una macchia, una macchia sola, perché Iddio dimentichi, per ora, le loro opere buone, i loro sacrifici, i loro meriti. Quantunque sia ormai pronta per loro la corona di gloria, quantunque in Cielo il Padre le attenda, hanno da purificare col fuoco quanto in loro non è ancora degno di Dio e della sua santità.

Ci sembra che tra le anime del Purgatorio e Dio passi qualche cosa di analogo a quello che passava tra Dio e il suo Figliol divino sul Calvario. Cristo, figlio prediletto del Padre, splendore della sua gloria, oggetto delle sue eterne compiacenze, appena addossatisi i peccati degli uomini, attira sopra di sé i colpi della divina giustizia, e non v'è più pietà per lui che si è dato come riscatto pei peccati del mondo. Trema la terra, si fendono le rocce, il sole si eclissa davanti all'Uomo Dio che muore; ma Dio Padre resta impassibile nel silenzio della sua eternità; nulla lo commuove né intenerisce, neppure quel grido doloroso che gli rivolge la vittima divina: - Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato! - Il sacrificio dev'essere tutto consumato, la giustizia deve avere il suo corso, dopo di che soltanto egli si ricorderà di esser Padre. - Orbene, anche le anime son figlie predilette di Dio, ma perché portano ancora impressa l'orma del peccato, egli non le riconosce per tali, e quando il fuoco vendicatore, quando i supplizi e le espiazioni si saranno accumulati sopra quelle meschine, assisterà impassibile a tante torture, anzi se ne rallegrerà, perché così la sua giustizia sarà soddisfatta. Sarà inutile ogni grido, ogni soccorso implorato, dal cielo, poiché il cielo sarà chiuso per loro, e prima che Iddio si ricordi d'essere padre, ogni macchia dovrà esser distrutta e consumata dal fuoco. - Santa M. Maria Alacoque, che aveva provato in se stessa questi rigori della giustizia di Dio, soleva dire che i tormenti che l'amore divino imprimeva in lei come saggio di quelli che soffrono le anime del Purgatorio erano veramente insopportabili. - S. Caterina da Genova così si esprime a riguardo di questo martirio che la santità di Dio fa soffrire a quelle anime. Il fondamento di tutte le pene è il peccato originale o attuale. Dio ha creato l'anima pura, semplice e netta d'ogni macchia di peccato, con un certo istinto beatifico verso di lui, dal quale istinto il peccato originale, che essa trova in sé, l'allontana; quando poi vi si aggiunge l'attuale, ancora più se ne discosta, e quanto più se ne fa lontana, tanto più diventa malvagia, poiché Dio meno le dà la grazia della corrispondenza. E poiché ogni bontà o virtù è largita per partecipazione di Dio, il quale corrisponde nelle creature irrazionali come vuole e come ha ordinato e non manca loro mai, ed all'anima razionale corrisponde più o meno, secondo che la trova purificata dall'impedimento del peccato; perciò quando si trova un'anima che si accosti alla sua prima creazione pura e netta, quell'istinto beatifico se le va discoprendo e crescendo tuttavia, con tanto impeto e furore di carità (il quale la spinge verso il suo ultimo fine) che le par cosa insopportabile l'impedimento che prova, e quanto più vede e intuisce, tanto più le riesce dura la pena. Or dunque, siccome le anime che soffrono nel Purgatorio non sono insozzate da gravi peccati, perciò non v'è altro impedimento tra Dio e loro tranne quella pena la quale le ha ritardate dall'andare a lui, e vedendo esse e provando quanto importi ogni minimo impedimento, ne nasce in loro un estremo fuoco, simile a quello dell'Inferno, eccetto nella colpa, che è quella che fa la volontà maligna ai dannati, ai quali Dio non corrisponde colla sua bontà epperciò restano in quella disperata maligna volontà contro la volontà di Dio».

Oltre alla santità, il Purgatorio manifesta ammirabilmente la sapienza e la bontà di Dio. Egli infatti non può soffrire impurità dinanzi a sé, perché la sua santità infinita vi si oppone. Siccome però quelle infelici sono morte in istato di grazia e nell'esercizio attuale dell'amore e del pentimento; e quindi non possono essere condannate agli odii e alle disperazioni eterne dell'Inferno, e siccome d'altra parte sono chiuse per loro tanto le porte del Cielo quanto quelle dell'Inferno, Iddio ha creato un luogo intermedio, un soggiorno destinato alle espiazioni temporanee, nel quale regni l'amore accanto alla giustizia e alla santità divina. Sì, l'amore, il più tenero amore fu quello che creò il Purgatorio. Per ben comprendere questa verità, dice S. Caterina da Genova, bisogna pensare che quel che d'ordinario gli uomini ritengono come perfezione, è difetto dinanzi agli occhi di Dio, perché tutte le cose che fa l'uomo portano sempre con sé macchie ed imperfezioni quand'egli non riconosca che la perfezione in quel ch'egli fa è puro dono di Dio. Attesa perciò la corruzione del cuore umano, il Purgatorio era il solo mezzo che a Dio rimanesse per salvarci; poiché chi è mai fra noi che potrebbe ripromettersi di presentarsi senza colpe al tribunale divino? Se non vi fosse stato il Purgatorio, bisognava o che la giustizia di Dio avesse lasciato il peccato impunito, il che ripugna all'essenza sua, o che la quasi universalità delle anime fosse rimasta priva per sempre dalla vista di Dio; mentre ora, grazie a quest'amorevole invenzione del Purgatorio, possiamo ancora aspirare alle gioie della visione beatifica. Così nessuna delle perfezioni divine venendo lesa, la misericordia e la verità s'incontrano in quel soggiorno del dolore, la giustizia e la pace si tendono la mano e tutto si compie in perfetto ordine, sicché dopo espiato il peccato, segue subito il premio delle buone opere, e l'uomo è salvo. - Ed è appunto perché le anime del Purgatorio comprendono questa verità che invece delle grida di rabbia e di disperazione che si sollevano di continuo dall'Inferno, esse innalzano al cielo fra le loro pene canti sublimi d'amore ed inni di grazie. Ma, dirà qui taluno, come potrà mai esercitarsi nel Purgatorio la misericordia di Dio, se Iddio si trova quasi impotente verso quelle povere anime, dovendo la sua giustizia aver libero corso? Risponderò che è tale l'armonia delle perfezioni divine, che non mai una nuoce all'altra, e mentre la giustizia è pienamente soddisfatta, la misericordia trova anch'essa sempre modo di esercitarsi; e Iddio che è amore per eccellenza, fa sempre penetrare in quelle oscure prigioni qualche raggio della sua immensa chiarezza. Come poi possa ciò accadere senza ledere la divina giustizia, sarà manifesto da quanto diremo. Per quattro canali la divina misericordia si spande continuamente su quelle povere anime, ed ecco come.

In primo luogo bisogna convenire che quasi sempre le anime sono mandate in Purgatorio in virtù di una disposizione di misericordia, e d'una misericordia tutta speciale. Infatti chi è fra noi che almeno una volta in vita sua non abbia meritato l'Inferno? Se ora passeggiamo per le vie della città o respiriamo l'aria pura della nostra campagna, e godiamo tutti i comodi della vita invece di contorcerci fra le eterne disperazioni dell'Inferno, non è forse per misericordia di Dio, che avrebbe potuto farci morire già in tante occasioni, coglierci all'impensata e farci piombare in quel baratro dove si trovano tante anime forse meno colpevoli di noi? - Ma ammettiamo per un momento d'aver conservato la nostra innocenza battesimale e di non esserci macchiati giammai di peccato mortale, chi potrà assicurarci di perseverare nel bene? E se in grazia della perseveranza finale, non commettendo nessun grave peccato, noi arriveremo un giorno in Purgatorio, non sarà forse anche questo un dono immenso della divina misericordia? In realtà però il caso dell'innocenza conservata fino alla morte è cosa rarissima, perché la maggior parte delle anime cadendo più o meno spesso in peccato mortale, si rendono degne dell'Inferno. Eppure per una misericordia gratuita del Signore anche molte di queste si salvano, perché dopo una vita tiepida e negligente, dopo una serie di cadute e di ricadute nel peccato, purificate da un'ultima confessione ben fatta, sono salve dalle pene eterne. Resterà loro, è vero, una più o meno lunga e dura pena da scontare in Purgatorio, ma potrebbero forse lamentarsene se considerassero quante volte abbiano coi loro peccati meritato l'Inferno? Che dire poi di coloro che si salvano con un atto di perfetta contrizione concepita nei momenti dell'agonia? Queste anime che hanno forse passato tutta la lor vita nel peccato, accumulando confessioni nulle a comunioni sacrileghe, e intorno alle quali il demonio andava già tripudiando credendole sua preda, in virtù d'una grazia tutta gratuita e assai immeritata, s'illuminano ad un tratto, e sulla soglia dell'eternità e in mezzo agli spasimi dell'agonia mandando un grido supremo di pentimento, innalzando al cielo un atto di perfetta contrizione, si trovano perdonate e salve, e invece dell'Inferno che meritavano, non soffrono che le espiazioni temporanee del Purgatorio. Oh misteri della misericordia e dell'amore di Dio! - Il P. Ravignan era di parere che a' di nostri, nei quali pure tante anime ingolfate nei pregiudizi si tengono lontane da ogni pratica di religione, molte se ne salvino per intervento diretto della divina misericordia, la quale non di rado agisce su loro negli ultimi momenti di vita. È vero che in questo caso lo spirito deve purificarsi dalle sue colpe con un lungo e duro Purgatorio, ma che importa quando l'eternità è assicurata? Anche se i supplizi di quelle anime venissero prolungati fino alla fine dei secoli, credete voi che se ne lamenterebbero? Niente affatto; che anzi nel momento in cui presentatesi al divin Giudice ascoltano la loro sentenza, gioiscono esse in cuor loro sapendosi condannate alle temporanee espiazioni di quel carcere, non altrimenti che il condannato a morte, il quale venisse a sapere essergli stata commutata la pena del capo in pochi anni di prigionia.

In secondo luogo la misericordia divina si manifesta laggiù anche nell'applicazione della pena. Infatti per quanto terribili sieno i supplizi del Purgatorio, bisogna convenire che son sempre molto inferiori a quello che merita il peccato. - Ogni offesa fatta a Dio, per quanto sia leggera, essendo stata fatta verso una Maestà infinita, importa un'espiazione infinita. Quando si considera il peccato sotto questo rapporto, bisogna persuadersi che la misericordia di Dio regna perfino nell'Inferno, come dice S. Caterina da Genova, perché mentre il peccatore morto in disgrazia di Dio meriterebbe pena infinita quanto all'intensità e quanto alla durata, Iddio nella sua bontà ha voluto renderla infinita solo quanto al tempo, mentre riguardo all'intensità vi ha voluto porre un limite. Se la sola giustizia avesse avuto più severo corso, avrebbe richiesto certamente maggior pena! Altrettanto e con più ragione è delle anime purganti, le quali relativamente ai falli commessi in vita, soffrono molto meno di quel che in realtà meriterebbero.

In terzo luogo la misericordia divina si manifesta laggiù allorché Iddio abbrevia la durata della pena di qualche anima senza ledere i diritti della sua eterna giustizia, ed ecco come. - In confronto all'eternità il tempo è un nulla, ma considerato in se stesso non è altro che una relazione di atti intimamente concatenati fra loro. Ora moltiplicando gli atti dell'anima Iddio può in un istante dare a questa la sensazione di più secoli, come verosimilmente accadrà a coloro che morranno negli ultimi giorni del mondo, e che dovranno espiare in pochi minuti tutte le colpe della loro vita. Egli è vero che tutte le sensazioni dolorose accumulate in sì piccolo spazio di tempo fanno crescere l'intensità del castigo in una proporzione spaventosa, ma quantunque la giustizia eserciti in ciò i suoi pieni diritti, la misericordia non cessa di guadagnarvi, perché così l'anima viene messa più sollecitamente in possesso della gloria divina. Secondo le rivelazioni da noi già citate e molte altre ancora, pare che simili abbreviazioni di pena siano concesse specialmente alle anime divote di Maria santissima; ed è così che si spiegherebbero i famosi privilegi della Bolla Sabatina di cui parleremo quando dovremo trattare delle indulgenze.

In quarto luogo la misericordia si manifesta nel Purgatorio allorché Iddio permette ad un'anima di uscirne temporaneamente per far conoscere il suo stato ai viventi e implorarne suffragi. Da che esiste il Purgatorio migliaia di anime hanno visto in tal modo abbreviare le loro pene, ed è certo gran segno di misericordia il sospendere che Dio fa le leggi della natura permettendo al defunto di venire a raccomandarsi agli amici lasciati su questa terra. Iddio non fa né sempre né per tutte le anime questa grazia, ma si può dire tuttavia che le apparizioni su questa terra di poche di esse giovano a tutte le altre, perché rianimando la fede nel Purgatorio fanno sì che i fedeli si risveglino dalla loro apatìa e dal loro egoismo ed implorino la rugiada della divina misericordia su quelle anime penanti.

Giustizia divina

Volendo ora dire qualche cosa sulla giustizia che Dio esercita in Purgatorio, non ripeteremo qui ciò che già dicemmo circa la severità di essa, ma studieremo solo una questione di non lieve importanza che ci si presenta, e cioè se Iddio si tenga obbligato per giustizia ad applicare ad un dato defunto i suffragi che per lui vengono fatti dai viventi. I teologi sono discordi su questo punto, e i dottori scolastici inclinano a credere che Iddio si sia in ciò riservato la più gran libertà. Quel che è certo si è che - almeno quanto alle indulgenze - i Sommi Pontefici e la Chiesa, non esercitando più alcuna giurisdizione sulle anime del Purgatorio, non possono essere ad esse applicate per modo d'assoluzione come ai vivi, ma solo per modo impetratorio, che è quanto dire che la Chiesa invece di rimettere direttamente quella tale o tal altra parte di pena dovuta al peccato, si limita a pregare Iddio onde accetti quell'indulgenza e l'applichi egli stesso nella proporzione che meglio conviene alla sua giustizia. D'altra parte i teologi mistici inclinando verso l'opposto parere, insegnano che tutti i suffragi che si fanno a favore di un dato defunto, vengono a questo da Dio applicati. Pare infatti conveniente che Iddio tenga conto dell'intenzione particolare di quelli che lo pregano, eccetto che ragioni speciali di giustizia non glielo vietino. Se di tali ragioni ve ne siano spesso, è cosa molto ardua a sapersi. Santa Francesca Romana dice che le preghiere e le buone opere che si fanno in questa vita per qualche anima del Purgatorio, sebbene vadano subito a vantaggio di questa, per quel vincolo però di carità che le unisce tutte servono anche a giovare le altre: se poi siano offerte per un'anima che è già in possesso della gloria, il merito ritorna a colui che le ha fatte, mentre il frutto si spande allora su tutto il Purgatorio.
D'altra parte in molte rivelazioni di Santi vediamo che la giustizia di Dio ha negato talvolta di applicare i suffragi a vantaggio di talune anime per le quali si pregava.

Dalla Santa M. Alacoque abbiamo veduto raccontare di quel nobile personaggio, già da noi menzionato, il quale avendo commesso in vita molte ingiustizie verso i suoi soggetti, vedeva in Purgatorio che i suffragi fatti per lui venivano applicati dalla divina giustizia a vantaggio di quelli che egli vivendo aveva oppressi e danneggiati. Bisogna quindi concludere che Iddio in tal maniera si riserva la più ampia libertà, e che spesso, e fors'anche sempre, l'anima per la quale noi preghiamo non è sollevata dalle sue pene in quella misura che si crede, altrimenti basterebbe guadagnare un'indulgenza plenaria in favore d'un'anima del Purgatorio, o di celebrare in suo suffragio una Messa ad un altare privilegiato, per esser sicuri della sua liberazione, il che è in aperta contraddizione con quanto suol praticare la Chiesa e con quel che ci dicono i Santi nelle loro rivelazioni. Non dobbiamo mai adunque rassicurarci troppo sulla sorte dei nostri cari defunti, ma pregare e pregar molto per loro, poiché senza una speciale rivelazione non potremo mai esser sicuri che essi non abbisognino più dei nostri aiuti.
E qui sorge spontanea la domanda, che cosa faccia Iddio di quell'eccedenza di suffragi ch'egli rifiuta di applicare al defunto, al quale individualmente erano diretti. A noi pare probabilissimo ed in tutto conforme alle leggi della giustizia distributiva, che queste preghiere non vadano perdute, ma che siano applicate ad altre anime che a Dio meglio piace di sollevare. S. Caterina da Genova così si esprime a tal proposito: - «Quando le persone del mondo offrono a Dio preghiere ed elemosine per diminuire le pene delle anime del Purgatorio, queste anime hanno facoltà di distogliere il loro sguardo dall'oggetto divino che di continuo contemplano, per posarlo su questi atti di carità, ma li veggono solo nella bilancia della divina volontà, lasciando che Dio sovranamente disponga di tutto, affinché i suoi diritti siano soddisfatti nel modo che più piaccia alla sua infinita bontà. Queste anime poi hanno ben ragione di rimettersi interamente alla bontà di Dio, perché ne' suoi rapporti con loro non domina la giustizia, ma bensì l'amore. E come non dovrebbe amarle egli che vede in esse le conquiste della sua passione e morte, le future abitatrici del cielo? Egli desidera la fine delle loro pene, e se la giustizia da un lato gli vincola le mani, dall'altro invita noi a soccorrerlo nelle sue membra sofferenti; Tibi derelictus est pauper, orphano tu eris adjutor! (Ps. 9, 34). Queste parole del Salmo si applicano molto bene a quelle anime. Iddio non può far nulla per trarle dalla miseria nella quale sono piombate, e quindi confida a noi la cura di aiutarle; sono esse orfane pel momento, e perciò c'invita ad averne cura». - Nostro Signore apparendo un giorno a S. Geltrude, le disse: - Tutte le volte che liberi un'anima dal Purgatorio fai un atto a me sì gradito, che più non lo sarebbe se riscattassi me stesso dalla cattività. - Spesso nostro Signore si è perfino abbassato ad implorare dall'uomo suffragi per le sue care anime del Purgatorio. Potremmo citare molti di questi esempi, ma ci limiteremo solo al seguente che è raccontato da S. Teresa nel suo libro delle fondazioni (capo 10).

«Nel giorno dei morti l'illustre Don Bernardino di Mendoza mi fece dono di una casa e di un bel giardino situato in Valladolid, perché vi fondassi un monastero in onore della SS. Vergine. Due mesi dopo, questo gentiluomo caduto improvvisamente malato perdette la parola, e quantunque con segni esteriori mostrasse il desiderio di volersi confessare e la viva contrizione che aveva dei suoi peccati, tuttavia non poté farlo. Morì egli, e sebbene allora io mi trovassi lontana dalla sua città, il Signore mi fece conoscere che Don Bernardino di Mendoza era salvo, ma che aveva però corso molto pericolo di dannarsi se la misericordia di Dio non si fosse esercitata sopra di lui in considerazione dei doni fatti al convento della Vergine SS. da me fondato; nondimeno l'anima sua non sarebbe potuta uscire dal Purgatorio prima che venisse celebrata nella nuova casa la prima Messa. A tal notizia rimasi tanto commossa che quantunque desiderassi di affrettare più che fosse possibile l'altra fondazione del convento di Toledo, partii immediatamente per Valladolid per sollecitarvi il compimento dell'edificio del convento. Un giorno mentre stavo a Medina del Campo pregando in una chiesa, nostro Signore mi disse che cercassi di affrettare l'apertura del convento di Valladolid, perché l'anima di Mendoza era in preda ai più atroci tormenti. Me ne partii all'istante sebbene non fossi affatto preparata al viaggio, ed arrivata a Valladolid il giorno della festa di S. Lorenzo, chiamai immediatamente gli operai ed imposi loro di terminare nel più breve tempo i muri del chiostro; e siccome questo lavoro richiedeva ancora qualche settimana, pregai il Vescovo di permettermi l'erezione di una cappella provvisoria per uso delle suore che mi avevano colà accompagnata; il che avendo ottenuto, appena compiuta la cappella, vi feci subito celebrar la Messa, e con mia gran gioia e sorpresa, mentre mi mossi per andare all'altare a ricevere la S. Comunione, vidi l'anima del nostro benefattore, il quale a mani giunte e col viso splendente, ringraziandomi di quanto io aveva fatto per liberarlo dal Purgatorio, se ne saliva al cielo».

Da ciò si può argomentare con quanta bontà ed amore Iddio s'interessi delle povere anime del Purgatorio. Queste amorose premure di colui che un giorno sarà nostro giudice ci spronino a pregar molto per quelle care sofferenti, affinché con questo mezzo ci si prepari un giudizio favorevole quando verrà l'ora suprema in cui dovremo comparire al tribunale di Dio e sperimentar forse i rigori della sua giustizia, poiché allora saranno felici i misericordiosi, perché sarà loro usata misericordia: Beati misericordes, quoniam ipsi misericordiam consequentur (Matth., 5, 7).

venerdì 2 novembre 2012

Il Purgatorio. III-Le pene del Purgatorio

Nel giorno della Commemorazione di tutti i fedeli defunti cito un brano del libro "Il Purgatorio nella Rivelazione dei Santi" (Visto: nulla osta alla stampa. Torino 10 marzo 1946 Sac. Luigi Carnino, Rev. Del. Imprimatur. Can. Luigi Coccolo, Vic. Gen.), disponibile in rete a questo indirizzo. In questo capitolo si parla delle pene del Purgatorio; l'intenzione non è quella di spaventare i cristiani, ma, specialmente in questo tempo in cui, secondo un pensiero più protestante che Cattolico, si tende a non parlare più del Purgatorio, di sollecitare la pietà dei fedeli i quali, conoscendo le pene che la Giustizia e la Misericordia di Dio permette per le anime purganti, saranno persuasi in vita a cercare con tutte le forze di evitare il Purgatorio per giungere in Paradiso e a pregare per le anime di tutti i loro cari defunti imprigionate nel Purgatorio dai loro peccati, perché giungano al più presto alla gloria eterna dei Beati.

LE PENE DEL PURGATORIO E IL LORO RIGORE
Pena del danno e pena del senso

Dopo, la divina sentenza, supposto che l'anima sia condannata al Purgatorio, il desiderio di purificazione invade l'anima stessa, che nella pena che le è riservata vede la via che la condurrà più presto in Paradiso. S. Caterina da Genova, nel suo meraviglioso Trattato del Purgatorio, dice che l'anima corre a precipitarsi in Purgatorio, tanto è grande l'orrore che concepisce dei suoi falli dinanzi alla purezza e alla santità di Dio e tanto è impaziente di purificarsi dalle sue sozzure. Ecco le parole della Santa: «Siccome lo spirito mondo e purificato non trova luogo, eccetto Dio, per suo riposo, essendo stato creato a questo fine; così l'anima in peccato, altro luogo non trova adatto, salvo l'Inferno, avendole ordinato Iddio quel luogo per fine suo: perciò in quell'istante in cui lo spirito è separato dal corpo, l'anima corre verso l'ordinato suo luogo, senz'altra guida che la natura del peccato, quando l'anima parte dal corpo in peccato mortale. E se l'anima non trovasse in quel punto quell'ordinazione (procedente dalla giustizia di Dio) rimarrebbe in un maggiore inferno; perciò non trovando luogo conveniente, né di meno male per lei, per l'ordinazione di Dio vi si getta dentro, come nel suo proprio luogo.

«Così a proposito del Purgatorio, l'anima separata dal corpo, non trovandosi in quella purezza nella quale fu creata, e vedendo in sè l'impedimento che non le può essere levato se non per mezzo del Purgatorio, presto vi si getta dentro, e volentieri e se non trovasse questa ordinazione, atta a levarle quell'impaccio, in quell'istante in lei si genererebbe un vero inferno, vedendo di non potere accostarsi (per l'impedimento) al suo fine, che è Dio, il quale le è tanto a cuore, che in comparazione al Purgatorio è da stimarsi nulla, benché, come si è detto, sia simile all'Inferno (cap- 7)».
Le rivelazioni dei Santi confermano quanto dice S. Caterina da Genova. Leggiamo in S. Geltrude come una religiosa del suo monastero, nota per le sue austere virtù, essendo morta ancor giovane con sentimenti di edificante pietà, si manifestasse alla Santa, mentre questa stava pregando per lei. La defunta fu vista innanzi al trono dell'Altissimo circondata da una brillante aureola e ricoperta di ricche vesti tuttavia sembrava triste in volto e pensierosa, e teneva gli occhi bassi quasi si vergognasse di comparire innanzi a Dio. Sorpresa Geltrude, domandò al divino Sposo delle vergini la causa di quella tristezza e di quel timore, e lo pregò di invitare quella sua sposa presso a lui. Allora Gesù, fatto cenno a quella buona religiosa di avvicinarsi, le sorrideva con amore; ma ella sempre più turbata ed esitante, dopo aver fatto un grande inchino alla Maestà di Dio, si allontanò. Santa Geltrude, più che mai stupita, rivolgendosi direttamente a quell'anima, le disse: - Figlia mia, perché ti allontani, mentre il Salvatore t'invita? Hai sempre desiderato questa suprema felicità durante la vita terrena, ed ora che sei chiamata a goderne, te ne rimani così fredda e impassibile? Non vedi forse che il buon Gesù ti aspetta? - Ma quell'anima rispose - Ah! madre mia, io non sono ancora degna di comparire innanzi all'Agnello immacolato, poiché mi restano ancora alcune macchie da purificare. Per potersi avvicinare al Sole di Giustizia bisogna essere più puri della luce stessa ed io non ho ancora questa perfetta purezza che egli brama di contemplare nei suoi Santi. Anche se le porte del cielo fossero spalancate dinanzi a me e da me sola dipendesse il varcarle, non oserei giammai di farlo prima di essere intieramente purificata dalle più piccole colpe; mi sembrerebbe che il coro delle Vergini, che seguono di continuo l'Agnello divino, mi dovesse scacciare lontano da lui per non esserne degna. - Ma come può esser ciò che mi dici, rispose la Santa, se io ti vedo, o mia figlia, circondata di luce e di gloria? - Quanto voi vedete, rispose quella, non è che la frangia delle vesti sublimi dell'immortalità. Ben altra cosa è il vedere Iddio, il vivere in lui e possederlo per sempre! Per conseguire però questa grazia è necessario che l'anima non abbia in sé la più piccola macchia di colpa.

Così, dopo il giudizio, si inizia la purificazione, hanno inizio le pene. E quali pene! Vicino alla bara di un nostro caro, che le sofferenze hanno consumato, ci confortiamo ordinariamente dicendo: - Almeno ha finito di patire!... - Oh! finissero veramente, col finire della vita presente, le nostre pene! Il corpo cessa di soffrire, ma le sofferenze dell'anima possono continuare, possono accrescersi, e continuano e crescono generalmente.
Infatti secondo quello che insegnano i Dottori, i patimenti del Purgatorio non solo son riservati a quasi tutte le creature umane, ma per la loro intensità neppure sono da paragonarsi ai patimenti della vita presente. Secondo S. Tommaso, il quale del resto non fa che riferire l'unanime insegnamento dei Padri, le pene del Purgatorio in nulla differiscono dalle pene dell'Inferno, eccetto che nella durata. Altrettanto asseriscono i mistici. Ecco quel che leggiamo in S. Caterina da Genova:
«Le anime purganti provano un tal tormento, che lingua umana non può riferire, né alcuna intelligenza darne la più piccola nozione, a meno che Iddio non lo facesse conoscere per grazia speciale (Tratt. del Purg., cap. 2). V'è nel Purgatorio, come nell'Inferno, doppia pena, quella del danno, che consiste nella privazione di Dio, e quella del senso. La pena del danno è senza paragone più grande, ed è tanto più intensa in quantoché quelle anime vivendo nell'amicizia di Dio, sentono più forte il bisogno di unirsi a lui» (Id.).

La Chiesa non si è mai pronunziata sulla natura della pena del senso. Nel Concilio di Firenze fu lungamente dibattuta anche questa questione fra i Greci e i Latini, ma per non porre ostacolo alla desiderata unione delle due Chiese, nulla venne deciso. Però siccome tutti i teologi insegnano che questa pena è quella del fuoco, come pei dannati, sarebbe temerità allontanarsi da tale opinione. Secondo S. Gregorio Magno, S. Agostino e S. Tommaso, questo fuoco è sostanzialmente uguale a quello dell'Inferno: la differenza consiste solo nella durata.
Agli insegnamenti dei Padri e dei Teologi, fanno eco gli insegnamenti dei Mistici e le rivelazioni dei Santi. Nella storia del Padre Stanislao Choscoa, domenicano, leggiamo il fatto seguente (Brovius, Hist.Hist, de, Pologne, année 1590).

Un giorno, mentre questo santo religioso pregava per i defunti, vide un'anima tutta divorata dalle fiamme, alla quale avendo egli domandato se quel fuoco fosse più penetrante di quello della terra: - Ahimè!, rispose gridando la misera, tutto il fuoco della terra paragonato a quello del Purgatorio è come un soffio d'aria freschissima. - E come ciò è possibile? soggiunse il religioso. Bramerei farne la prova a condizione che ciò giovasse a farmi scontare una parte delle pene che dovrò un giorno soffrire in Purgatorio. - Nessun mortale, replicò allora quell'anima, potrebbe sopportare la minima parte di quel fuoco senza morirne all'istante tuttavia se tu, vuoi convincertene, stendi la mano. - Il padre, senza sgomentarsi, porse la mano, sulla quale il defunto avendo fatto cadere una goccia del suo sudore, o almeno di un liquido che sembrava tale, ecco all'improvviso il religioso emettere grida acutissime e cadere in terra tramortito, tanto era grande lo spasimo che provava. Accorsero i suoi confratelli, i quali prodigarono al poveretto tutte le cure, finché non ottennero che ritornasse in sé. Allora egli pieno di terrore raccontò lo spaventoso avvenimento, di cui egli era stato testimone e vittima, conchiudendo il suo discorso con queste parole – Ah! fratelli miei, se ognuno di noi conoscesse il rigore dei divini castighi, non peccherebbe giammai facciamo penitenza in questa vita, per non doverla poi fare nell'altra, perché terribili sono quelle pene; combattiamo i nostri difetti, e correggiamoli, e specialmente guardiamoci dai piccoli falli, poiché il Giudice divino ne tiene stretto conto. La maestà divina è tanto santa che non può soffrire nei suoi eletti la minima macchia. - Dopo di che si pose in letto, ove visse per lo spazio di un anno in mezzo ad incredibili sofferenze prodottegli dall'ardore della piaga che gli si era formata sulla mano. Prima di spirare esortò nuovamente i suoi confratelli a ricordarsi dei rigori della divina giustizia, e quindi morì nel bacio del Signore. Lo storico soggiunge che questo esempio terribile rianimò il fervore in tutti i monasteri, e che i religiosi si eccitavano a vicenda nel servizio di Dio, affine d'essere salvi da così atroci supplizi.

Un fatto quasi uguale avvenne alla beata Caterina da Racconigi (Diario Domenicano, Vita della Beata, 4 Sett.). Una sera, mentre ella assalita dalla febbre stava coricata in letto si mise a pensare agli ardori del Purgatorio, e secondo la sua abitudine, rapita di lì a poco in estasi, fu condotta da nostro Signore in quel luogo di pena. Mentre osservava con terrore quegli ardenti bracieri e quelle fiamme divoratrici, in mezzo alle quali son trattenute le anime che hanno ancora da espiare qualche fallo, udì una voce che le disse: - Caterina, affinché tu con maggior fervore possa procurare la liberazione di queste anime, sperimenterai per un istante nel tuo corpo le loro sofferenze. - In questo mentre una favilla di quel fuoco andò a colpirla nella guancia sinistra: le consorelle che si trovavano vicino a lei per curarla videro benissimo questo fatto, e nel tempo stesso osservarono con orrore che il viso di lei si gonfiò in maniera spaventosa, mantenendosi poi per più giorni in quello stato. La Beata raccontava alle sue sorelle che tutti i patimenti da lei sofferti fino a quel momento (ed erano stati molti), erano nulla a paragone di quello che le faceva soffrire quella scintilla. Fino a quel giorno erasi sempre occupata in modo tutto speciale di sollevare le anime purganti, ma d'allora in poi raddoppiò il fervore e l'austerità per accelerare la loro liberazione, poiché sapeva omai per esperienza il gran bisogno che quelle hanno d'essere sottratte ai loro supplizi.

Racconteremo ora quanto accadde a Sancio virtuosissimo re di Spagna, com'è riferito da Giovanni Vasquez. (Cronica, an. 940).
Questo principe, fervente cristiano, morì avvelenato da uno de' suoi vassalli. Dopo la sua morte la consorte Guda non cessava di pregare e di far pregare pel riposo di quell'anima: fece celebrare un numero immenso di Messe, e per non separarsi da quelle care spoglie, prese il velo nel monastero di Castiglia, dove era stato sepolto il corpo del consorte. Indi a qualche tempo mentre un sabato ella stava pregando con gran fervore la SS. Vergine per la liberazione del defunto, le apparve costui, ma oh Dio! in qual misero stato! Era vestito in gramaglia, e per cintura portava doppio giro di catene arroventate, e rivolgendosi a Guda, le disse: - Ti ringrazio delle preghiere che fai per me e delle Messe che facesti celebrare in mio suffragio, ma prosegui, te ne prego, in quest'opera caritatevole. Se tu sapessi quanto io soffro faresti certamente assai di più, e il tuo zelo nel sollevare me, che tanto amasti sulla terra e che non hai cessato di amare, aumenterebbe d'assai. Per le viscere della divina misericordia soccorrimi, o Guda, soccorrimi, poiché queste fiamme mi divorano! - La pia Regina incominciò allora a raddoppiare preghiere, digiuni e buone opere affin di sollevare quell'anima sì duramente martoriata. Per quaranta giorni non cessò di piangere a calde lacrime per ispegnere le fiamme che divoravano il suo povero marito; fece dispensare larghe elemosine ai poveri a nome del defunto, fece celebrare un gran numero di Messe, e a tal fine donò al monastero splendidi arredi. Passati i quaranta giorni le apparve nuovamente il Re, ma libero dalle catene di fuoco, e invece di gramaglia, ricoperto di un manto candidassimo, nel quale Guda riconobbe con sorpresa quello da lei donato alla chiesa del monastero, e che scomparso all'improvviso - dalla sacristia, si credette involato dai ladri. - Ecco, le disse il Re; grazie a te, io son libero e non ho più nulla a soffrire; sii benedetta per sempre! Persevera nei tuoi pii esercizi, e medita spesso sul rigore delle pene dell'altra vita e sulle gioie del Paradiso, dove io vado ad aspettarti. - A tali detti la Regina, piena di gioia, volle tendere le braccia verso il defunto consorte, ma questo disparve lasciando in mano di lei il mantello, che ella rese alla chiesa cui lo aveva donato la prima volta.

Assai interessante il fatto seguente, che leggiamo nella vita di S. Nicola da Tolentino. Un sabato, di notte, mentre il Santo dormiva, vide in sogno una povera anima del Purgatorio, che lo supplicò di celebrare nella mattina seguente il divin Sacrificio per lei e per molte altre anime che soffrivano in Purgatorio. Il Santo, avendo riconosciuto la voce di chi gli parlava, senza potersi tuttavia ricordare a quale persona a lui nota appartenesse, domandò allo spirito chi fosse. - Io sono il tuo defunto amico Fra Pellegrino da Osimo, che purtroppo sarei andato dannato senza il soccorso della divina misericordia; mi trovo in luogo di pena; ho bisogno del tuo aiuto, ed anche a nome di molte altre anime infelici vengo a supplicarti di voler celebrare per noi domani la santa Messa, dalla quale attendiamo la liberazione, o almeno un gran sollievo dalle nostre pene. - Voglia il Signore applicarti i meriti del suo Sangue prezioso, rispose il Santo, ma in quanto a me, non posso soccorrerti domani col suffragio che mi domandi, perché essendo officiante di settimana, siccome domani è giorno di festa, non potrei celebrare all'altare del coro la Messa dei defunti. – Deh! vieni, vieni almeno con me, gridò allora il defunto con lacrime e singhiozzi, te ne scongiuro per amor di Dio, vieni a contemplare le nostre sofferenze, e non sarai più sì crudele da negarmi il favore che ti domando: so che il tuo cuore è troppo buono perché tu possa più oltre lasciarci in tante pene. Parve allora al Santo di essere trasportato in Purgatorio, dove vide una vasta pianura, nella quale una moltitudine di anime di tutte le età e condizioni erano tormentate con vari ed atroci supplizi. E qui bisognerebbe la penna dell'immortale Alighieri, del cantore sublime dell'Inferno e del Purgatorio per riferire i tormenti indicibili da cui vide il Santo afflitte quelle povere anime, e forse l'immaginazione stessa di Dante impallidirebbe dinanzi a tanto spettacolo di dolore. Non ci proveremo quindi a farlo, ma diremo solo che quegli spiriti penanti imploravano in coro coi gesti e colla voce gemente l'aiuto di san Nicola, al quale Fra Pellegrino disse: - Ecco, come vedi, la situazione di quelli che mi hanno a te inviato: essendo tu caro al Signore, confidiamo che nulla rifiuterà egli all'oblazione del santo Sacrificio compiuta dalle tue mani, e siamo sicuri che la divina misericordia ci libererà. - Sparita in tal modo l'apparizione, il Santo non poté frenare le lacrime alla considerazione di sì straziante spettacolo, e postosi in preghiera per tutto il resto della notte, appena albeggiato corse a trovare il priore per raccontargli l'accaduto. Questi, penetrato dalla descrizione di quelle pene, lo dispensò non solo per quel giorno, ma per l'intera settimana dall'ufficio di ebdomadario, onde potesse durante quel tempo offrire il divin Sacrificio a sollievo di quelle povere anime. Il Santo in quel giorno e per tutta la settimana celebrò la Messa con straordinario fervore, dedicandosi inoltre giorno e notte alla pratica delle virtù e delle penitenze più austere, prolungando le sue veglie e le sue orazioni, digiunando a pane ed acqua, martoriando il suo corpo con discipline e portando una catena di ferro strettamente serrata ai fianchi. Al termine di quei sette giorni, il Santo ebbe la consolazione di vedersi nuovamente comparire Fra Pellegrino, non più in mezzo a quelle orribili torture, ma ricoperto di una veste candidissima e circondato di splendori celesti, in mezzo ai quali gioivano molte altre anime benedette, che tutte salutarono il Santo, chiamandolo loro liberatore, e cantando mentre salivano al cielo: Salvasti nos de affligentibus nos, et odientes nos confudisti! (Ps. 43, 7).

Un altro fatto assai impressionante si legge nelle cronache domenicane a proposito del fuoco del Purgatorio (v. Ferdinando di Castiglia, Storia di S. Domenico, 2a parte, libro I, cap. a3).
A Zamora, città del regno di Leon in Spagna, viveva in un convento di Domenicani un buon religioso, legato in santa amicizia ad un Francescano, uomo anch'egli di esimia virtù. Un giorno in cui i due frati s'intrattenevano fra loro di cose spirituali, si promisero scambievolmente che il primo che fosse morto sarebbe apparso all'altro, se così a Dio fosse piaciuto, per informarlo della sorte toccatagli nell'altro mondo. Morì per primo il Francescano, e, fedele alla sua promessa, apparve un giorno al religioso Domenicano mentre stava preparando il refettorio, e - dopo averlo salutato con straordinaria benevolenza, gli disse di essere bensì salvo, ma che gli rimaneva ancora molto da soffrire per una infinità di piccoli falli, dei quali non si era emendato durante la vita. Poi soggiunse: - Niente v'è sulla terra che possa dare un'idea delle mie pene. - E perché l'amico ne avesse una prova, il defunto stese la destra sulla tavola del refettorio, dove l'impronta rimase così profonda, quasi vi avessero applicato sopra un ferro rovente. Quella tavola si conservò a Zamora fino al termine del ‘700, epoca nella quale le rivoluzioni politiche la fecero sparire insieme con tanti altri ricordi di pietà dei quali abbondava l'Europa.

«Usque ad novissimum quadrantem!»

Ma forse, dirà qualcuno, supplizi così atroci saranno riservati ai grandi peccatori o a coloro che avendo accumulato quaggiù in terra colpe su colpe, si convertono solo in punto di morte senza far penitenza dei loro falli. Purtroppo non è così: i fatti sopra narrati e quelli che stiamo per raccontare dimostrano proprio il contrario, che saranno cioè puniti anche i falli leggeri, anche le mancanze che crediamo trascurabili e nelle quali cadiamo tanto spesso e tanto volentieri, illudendoci di non doverne pagare poi pena alcuna nell'altra vita.

Si legge nella vita della ven. Agnese di Gesù, religiosa domenicana, che per più di un anno sottopose il suo corpo ad asprissime penitenze, ed innalzò a Dio molte e ferventi preghiere pel defunto padre del suo confessore. Quest'anima le appariva sovente implorando i suffragi di lei, e un giorno avendole toccata una spalla con la mano, ebbe a soffrirci per più di sei ore gli ardori intollerabili del Purgatorio: finalmente il defunto fu liberato dopo tredici mesi da quelle torture. Sopra di che gli autori delle memorie sulla vita della madre Agnese fanno osservare il rigore dei divini giudizi; poiché il defunto avea santamente vissuto nel secolo, era un confessore della fede, essendo stato perseguitato dai protestanti di Nimes, i quali si erano impadroniti de' suoi beni, l'aveano gettato in prigione e vessata con ogni sorta di angherie; prima di morire aveva sopportato con pazienza esemplare una lunga e dolorosa malattia; eppure nonostante tanti meriti acquistati, nonostante i digiuni, le preghiere, le discipline della caritatevole Agnese, nonostante le numerose Messe celebrate dal figlio suo, ei restò più di un anno in mezzo a quelle torture spaventose.

Ma udite un esempio ancor più meraviglioso. Allorché questa stessa madre Agnese era priora del suo monastero, una delle religiose per nome suor Angelica, venuta a morte, il dì seguente, a quello in cui era spirata il confessore della comunità ordinò alla superiora che si recasse a pregare sulla tomba di lei. Vi andò ella infatti, e trovandosi là inginocchiata tutta sola e nel cupo della notte, fu assalita da un subitaneo timore, insinuatole forse dal demonio, che voleva distorla da quel caritatevole officio. Abituata però com'era alle sue astuzie, si tenne salda ed offrì a Dio quello spavento in espiazione per la defunta, rappresentandogli come non fosse curiosità ma obbedienza che la induceva ad interessarsi dello stato di quell'anima, e poiché era a lui piaciuto di farla custode in vita di quella povera pecorella, fosse naturale ch'ella trepidasse per lei dopo la morte. Ed ecco venirle innanzi la morta in abito da religiosa, emettendo dal capo come una fiamma ardente, il cui calore bruciava quasi il viso della priora, alla quale suor Angelica con grande umiltà domandò perdono dei dispiaceri causatile durante la vita, ringraziandola dell'affettuosa assistenza che le avea prodigata nell'ultima malattia. La madre Agnese, da parte sua, tutta confusa, domandava perdono alla suora, pretendendo nella sua umiltà di non averle prestato tutte quelle cure, alle quali sarebbe stata tenuta nella sua carica di superiora. Ma suor Angelica seguitava a ringraziarla e ad attestarle la sua riconoscenza, perché in vita le aveva spesso inculcate quelle parole del Vangelo: «Maledetto colui che compie con negligenza l'opera di Dio». La spronava in pari tempo ad eccitare le suore a servir Dio con sollecitudine e ad amarlo con tutto il cuore, e soggiunse: - Se si potesse arrivare a comprendere quanto son grandi i tormenti del Purgatorio, si starebbe sempre all'erta per cercare di evitarli. -

Tutti sanno quanto grande fosse il fervore delle prime compagne di S. Teresa, di quelle anime elette, che ella si era associate per la riforma del Carmelo. Eppure malgrado la loro santità e le loro eroiche penitenze, quasi tutte dovettero provare le pene del Purgatorio. Ecco quanto racconta a tal proposito la Santa stessa (Vita S. Teresa, scritta da lei stessa, cap. 30).« Una religiosa di questo monastero, gran serva di Dio, essendo morta appena da due giorni e recitandosi per lei in coro l'Ufficio dei defunti, mentre una suora leggeva una lezione ed io ero in piedi per dire il versetto, alla metà della lezione vidi l'anima della suddetta uscire dal fondo della terra e salire al cielo. « Nello stesso monastero moriva, in età di diciotto o venti anni circa, un'altra religiosa vero modello di fervore e di virtù, la cui vita era stata una serie non interrotta di patimenti e di dolori sofferti con ammirabile pazienza. Io non dubitavo che sarebbe libera dalle fiamme del Purgatorio; eppure, mentre circa quattro ore dopo la sua morte recitavo l'Ufficio, vidi parimenti la sua anima uscir dalla terra e salire al cielo ».

Dalla vita della beata Stefanina Quinzana togliamo un esempio, che avvalora quanto stiamo asserendo. Una religiosa domenicana, chiamata Suor Paola, era morta a Mantova dopo una lunga vita menata nell'esercizio delle più eroiche virtù. Il cadavere di lei, portato in chiesa, era stato posto in mezzo al coro, e mentre, secondo il rito ecclesiastico, ne veniva fatta l'assoluzione, la beata Stefanina Quinzana, che era legata da stretta amicizia alla defunta, inginocchiatasi presso la bara, si pose a raccomandare a Dio con tutto il fervore dell'anima la compianta amica. Quand'ecco questa all'improvviso lasciar cadere il crocifisso che teneva fra le mani, tendere la sinistra, ed afferrando con questa la mano destra della beata, stringerla con tanta forza, da non poterla più svincolare. Per più di un'ora quelle due mani restarono così serrate, durante il qual tempo Suor Stefanina sentiva in fondo al suo cuore una voce inarticolata, che diceva: - Soccorretemi, sorella mia, soccorretemi negli spaventosi supplizi che mi tormentano. Oh! se sapeste la rabbia dei nostri nemici invisibili nell'ora della morte, e la severità del Giudice che esige il nostro amore, che esamina le nostre più indifferenti operazioni, e l'espiazione da farsi prima di giungere alla ricompensa! Se sapeste come bisogna esser puri per ottenere la corona immortale! Pregate molto per me, sorella mia; ponetevi mediatrice fra la giustizia di Dio e i falli di me meschina; pregate, pregate e fate penitenza per me che non posso più aiutarmi. - Tutta la comunità rimase stupita a quel fatto, quantunque nessuno intendesse i lamenti della defunta; finalmente intervenne il superiore che in virtù di santa obbedienza comandò a suor Paola di lasciare Stefanina. Ubbidì subito la defunta, e la sua mano ripiombò inanimata sul feretro. - La storia della Beata riferisce che ella fu fedele alla preghiera dell'amica, e si diè ad ogni sorta di penitenze e di opere soddisfattorie, finché una nuova rivelazione le fece conoscere che suor Paola era stata finalmente liberata da quei tormenti ed ammessa alla gloria eterna.
Vorremmo che le anime pie restassero colpite da questi esempi e ne approfittassero per emendarsi, considerando che quelle piccole imperfezioni, quei difetti di ogni giorno, di cui si accusano sì spesso al santo tribunale della penitenza, senz'averne però quasi mai una sufficiente contrizione, trovano nell'altra vita una rigorosa espiazione. Il fatto seguente valga ad affermare quanto andiamo dicendo.

Cornelia Lampognana fu una santa matrona che visse a Milano, ad imitazione di Santa Francesca Romana, nella professione perfetta dei tre stati di vergine, di sposa e di vedova. Essendo strettamente in santa amicizia con una religiosa del terz'Ordine di san Domenico, un giorno in cui s'intrattenevano delle cose dell'altra vita, si promisero scambievolmente che se così fosse piaciuto a Dio, la prima di loro che morisse, apparirebbe all'altra. Dopo cinque anni Cornelia passò da questa vita, e in capo a tre giorni si presentò alla sua compagna, mentre era in cella inginocchiata ai piedi del crocifisso. Stupita a tal vista, la religiosa esclamò: - O Cornelia, Cornelia mia, come sono felice di rivederti! Dove ti trovi tu dunque? Certo sarai già nel seno di Dio, che servisti in questa vita con tanto zelo ed amore! – Ahimè! Ancora no, rispose l'altra. Vedi come sono diversi i giudizi di Dio da quelli degli uomini! Io sono in luogo di pena e vi dovrò restare ancora per qualche tempo in espiazione dei falli della mia vita, che avrebbe potuto essere più fedele e più fervente. - Prendendo poi per mano la sua amica, soggiunse: - Vieni con me, e ti farò vedere cose meravigliose. - E postosi in cammino, arrivarono in un vasto campo tutto ripieno di bellissime viti, sulle cui foglie erano impressi dei caratteri. - Leggi - disse Cornelia all'amica. Si chinò allora la suora e con grandissima sorpresa avendo letto su quelle foglie i propri difetti ed imperfezioni quotidiane, domandò attonita che cosa volesse ciò significare. Nulla di strano, sorella mia - rispose la defunta non hai forse letto spesse volte quelle parole pronunziate da nostro Signore nell'ultima cena: «Io sono la vite e voi i tralci»? Ogni nostra azione buona o cattiva è una foglia di questa mistica vigna; per entrare in cielo è necessario che le foglie del male siano distrutte e consumate dal fuoco: ma, consolati, sorella mia, poiché guardando ben da vicino, vedrai che poco ti resta a distruggere, avendo tu fedelmente perseverato nelle tue promesse verginali, e servito con zelo il tuo buon maestro. Sono è vero ancor numerose le tue mancanze, ma non tanto quanto le mie che percorsi sulla terra stati sì differenti e te ne voglio far convinta. - E avanzandosi di pochi passi si trovarono di nuovo in una località ripiena di viti serpeggianti e intrecciantesi da tutte le parti, in maniera che le foglie ricoprivano il suolo; ed appressandosi ansiosamente la suora per vedere che cosa fosse scritto su queste: - Fermati, le disse l'amica: il mio divin Salvatore non permette che tu conosca fin d'ora le offese che io gli feci, e vuol risparmiarmi tanta vergogna. Leggi soltanto quel che troverai scritto sulle foglie che vedi vicine a te. - Allora ella posando lo sguardo su quelle che le erano più dappresso, vide registrate tutte le mancanze commesse dalla defunta nel luogo santo, le irriverenze, le distrazioni, i discorsi inutili fatti in chiesa. - O mio Gesù, gridò allora la religiosa, che s'avrà da fare per rimediare a tanti falli? Come mai dopo le tue confessioni e comunioni sì frequenti, dopo le indulgenze da te guadagnate ti resta ancor tanto da espiare? - Giusto è quanto dici, o sorella, ma sappi che per la mia tiepidezza e per l'abitudine presavi, io non trassi tutto quel frutto che avrei dovuto dalle mie comunioni e confessioni, e quanto alle indulgenze avendone guadagnate pochissime, tre o quattro al più, a motivo delle mie abituali distrazioni e della mancanza di fervore, bisogna che faccia ora quella penitenza che non feci quando pur mi sarebbe riuscito si facile. -

Ragionerebbe quindi da insensato colui che dicesse di non pregare per un defunto, perché visse e morì da santo. Quante anime deploreranno amaramente in Purgatorio questi giudizi troppo favorevoli sulla loro sorte di oltretomba. Noi abbiamo visto che S. Agostino aveva tutt'altra idea del rigore dei divini giudizi, dal momento che dopo venti anni pregava tutti i giorni e scongiurava i suoi lettori pel riposo dell'anima della sua santa madre Monica. A proposito dell'eccessiva facilità di giudicar santi alcuni defunti, riportiamo un esempio tratto dalla Cronaca dei Frati Minori. (Parte II, libro IV, cap. 7).

Nel convento dei Frati Minori di Parigi, essendo morto un santo religioso, che per la sua eminente pietà veniva soprannominato l'Angelico, uno de' suoi confratelli, dottore in teologia e uomo di molte virtù omise di celebrare le tre Messe solite a dirsi dai religiosi alla morte di ciascun confratello, sembrandogli di far quasi ingiuria alla misericordia e giustizia di Dio pregando per la salvezza di un uomo sì santo e che, secondo lui, doveva già trovarsi elevato al più alto grado di gloria. Ma ecco che in capo a pochi giorni, mentr'egli stava passeggiando assorto in meditazione per un viale del giardino, gli apparve il defunto tutto circondato di fiamme, gridando con voce lamentevole: - Caro maestro, ve ne scongiuro, abbiate pietà di me e soccorretemi. - E qual bisogno avete de' miei poveri aiuti, o anima santa? rispose il religioso. – Ahimè! Ahimè! Io sono ancor trattenuto nel fuoco del Purgatorio, in attesa delle tre Messe che voi avreste dovuto celebrare per me. Se aveste esattamente soddisfatto all'obbligo che le nostre costituzioni c'impongono, a quest'ora sarei già nella celeste Gerusalemme. - E poiché il religioso allegava per scusa la vita santa ch'egli aveva menato, le preghiere, le penitenze, l'esattezza scrupolosa da lui usata nell'osservanza della regola e tante altre sublimi virtù, il defunto esclamò: - Ahimè! Ahimè! Nessuno crede, nessuno comprende con quanta severità Iddio giudica e punisce le sue creature. L'infinita purezza di lui scopre difetti in tutte le nostre azioni. Se i cieli medesimi non vanno esenti da imperfezioni davanti ai suoi occhi purissimi, come l'uomo, creatura tanto miserabile, potrà comparire davanti a lui? Occorre rendere conto a Dio fino all'ultimo centesimo, usque ad novissimum quadrantem. Se con tutta la scienza che possedete, voi aveste compreso un po' meglio la santità infinita di Dio, oh! non mi avreste trattato con tanto rigore! - E ciò detto scomparve. Affrettatosi il buon religioso a celebrare le tre Messe domandate, nel terzo giorno gli apparve di nuova quell'anima benedetta per ringraziarlo e per annunziargli che, finite le pene, se ne andava a ricevere la ricompensa delle sue virtù.

Da tutto questo dobbiamo concludere che purtroppo non si pensa abbastanza ai rigori del Purgatorio e alla santità di Colui che non tollera la più lieve macchia nei suoi Santi. Se si meditassero un po' più spesso queste verità si eviterebbero con maggior cura quei falli leggeri, di cui facciamo si poco conto, e si pregherebbe con più fervore per quelle povere anime martoriate, che mentre viviamo ci sarebbe tanto facile soccorrere.

Fonte: Il Purgatorio nella Rivelazione dei Santi.

venerdì 26 ottobre 2012

Il Purgatorio. II-I novissimi

Nel post precedente ho accennato ai Novissimi, cioè le cose ultime dell'uomo. In questo post vorrei presentare la dottrina della Chiesa sui Novissimi così come appare nel Catechismo Maggiore di San Pio X e nell'ultima edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Essa, nella conoscenza di quanto ci aspetta e di quanto il Signore ci ha promesso, ci sprona a vivere la nostra vita proiettata non più tra le preoccupazioni di questo mondo ma nell'altro, e ci dà motivo di pregare per i nostri fratelli defunti che si trovano nel Purgatorio, affinché giungano al più presto nella gloria del Cielo .

Dal Catechsimo Maggiore:

968. Che cosa intendete per Novissimi?
Novissimi sono chiamate nei Libri santi le cose ultime che accadranno all’uomo.
969. Quanti sono i Novissimi, o cose ultime dell’ uomo?
I Novissimi, o cose ultime dell’uomo, sono quattro:
Morte,
Giudizio,
Inferno,
Paradiso.
970. Perché i Novissimi si dicono cose ultime dell’uomo?
I Novissimi si dicono cose ultime dell’uomo, perché la Morte è l’ultima cosa che ci accade in questo mondo; il Giudizio di Dio è l’ultimo fra i giudizi che dobbiamo sostenere; l’Inferno è l’estremo male che avranno i cattivi; il Paradiso il sommo bene che avranno i buoni.
971. Quando dobbiamo noi pensare ai Novissimi?
È bene pensare ai Novissimi ogni giorno, e massimamente nel fare orazione alla mattina subito svegliati, alla sera prima di andare a riposo e tutte le volte che siamo tentati a far male, perché questo pensiero è validissimo a farci evitare il peccato.

Dal Catechsimo della Chiesa Cattolica:

1020 Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l'ultima volta, le parole di perdono dell'assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l'ha segnato, per l'ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole:

« Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi. [...] Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi. [...] Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno ». [604]

I. Il giudizio particolare

1021 La morte pone fine alla vita dell'uomo come tempo aperto all'accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo [605]. Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell'incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l'immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro [606] e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone [607] così come altri testi del Nuovo Testamento [608] parlano di una sorte ultima dell'anima [609] che può essere diversa per le une e per le altre.

1022 Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione [610], o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, [611] oppure si dannerà immediatamente per sempre [612].

« Alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore ». [613]

II. Il cielo

1023 Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono « così come egli è » (1 Gv 3,2), « a faccia a faccia » (1 Cor 13,12) [614]:

« Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo [...] e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c'era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate, [...] anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale — e questo dopo l'ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo — sono state, sono e saranno in cielo, associate al regno dei cieli e al paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l'essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura ». [615]

1024 Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata « il cielo ». Il cielo è il fine ultimo dell'uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva.

1025 Vivere in cielo è « essere con Cristo » [616]. Gli eletti vivono « in lui », ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome [617]:

« Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi Regnum – La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c'è Cristo, là c'è la vita, là c'è il Regno ». [618]

1026 Con la sua morte e la sua risurrezione Gesù Cristo ci ha « aperto » il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui.

1027 Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano » (1 Cor 2,9).

1028 A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo mistero alla contemplazione immediata dell'uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa « la visione beatifica »:

« Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l'onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, [...] godere nel regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell'immortalità raggiunta ». [619]

1029 Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all'intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui « regneranno nei secoli dei secoli » (Ap 22,5). [620]

III. La purificazione finale o purgatorio

1030 Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo.

1031 La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt'altra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concili di Firenze [621] e di Trento. [622] La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, [623] parla di un fuoco purificatore:

« Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c'è, prima del giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt 12,32). Da questa affermazione si deduce che certe colpe possono essere rimesse in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro ». [624]

1032 Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: « Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato » (2 Mac 12,45). Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, [625] affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti:

« Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, [626] perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? [...] Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere ». [627]

IV. L'inferno

1033 Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: « Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna » (1 Gv 3,14-15). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. [628] Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola « inferno ».

1034 Gesù parla ripetutamente della « geenna », del « fuoco inestinguibile », [629] che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l'anima che il corpo. [630] Gesù annunzia con parole severe: « Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno [...] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente » (Mt 13,41-42), ed egli pronunzierà la condanna: « Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno! » (Mt 25,41).

1035 La Chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, « il fuoco eterno ». [631] La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

1036 Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l'inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l'uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: « Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano! » (Mt 7,13-14).

« Siccome non conosciamo né il giorno né l'ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l'unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci sarà pianto e stridore di denti ». [632]

1037 Dio non predestina nessuno ad andare all'inferno; [633] questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole « che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi » (2 Pt 3,9):

« Accetta con benevolenza, o Signore, l'offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti ». [634]

V. Il giudizio finale

1038 La risurrezione di tutti i morti, « dei giusti e degli ingiusti » (At 24,15), precederà il giudizio finale. Sarà « l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce [del Figlio dell'uomo] e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna » (Gv 5,28-29). Allora Cristo « verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli [...]. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. [...] E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna » (Mt 25,31-33.46).

1039 Davanti a Cristo che è la verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio. [635] Il giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena:

« Tutto il male che fanno i cattivi viene registrato a loro insaputa. Il giorno in cui Dio non tacerà (Sal 50,3) [...] egli si volgerà verso i malvagi e dirà loro: Io avevo posto sulla terra i miei poverelli, per voi. Io, loro capo, sedevo nel cielo alla destra di mio Padre, ma sulla terra le mie membra avevano fame. Se voi aveste donato alle mie membra, il vostro dono sarebbe giunto fino al capo. Quando ho posto i miei poverelli sulla terra, li ho costituiti come vostri fattorini perché portassero le vostre buone opere nel mio tesoro: voi non avete posto nulla nelle loro mani, per questo non possedete nulla presso di me ». [636]

1040 Il giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l'ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l'opera della creazione e di tutta l'Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte. [637]

1041 Il messaggio del giudizio finale chiama alla conversione fin tanto che Dio dona agli uomini « il momento favorevole, il giorno della salvezza » (2 Cor 6,2). Ispira il santo timor di Dio. Impegna per la giustizia del regno di Dio. Annunzia la « beata speranza » (Tt 2,13) del ritorno del Signore il quale « verrà per essere glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto » (2 Ts 1,10).

VI. La speranza dei cieli nuovi e della terra nuova

1042 Alla fine dei tempi, il regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Dopo il giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato:

Allora la Chiesa « avrà il suo compimento [...] nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l'uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo ». [638]

1043 Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l'umanità e il mondo, dalla Sacra Scrittura è definito con l'espressione: « i nuovi cieli e una terra nuova » (2 Pt 3,13). [639] Sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio di « ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra » (Ef 1,10).

1044 In questo nuovo universo, [640] la Gerusalemme celeste, Dio avrà la sua dimora in mezzo agli uomini. Egli « tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate » (Ap 21,4). [641]

1045 Per l'uomo questo compimento sarà la realizzazione definitiva dell'unità del genere umano, voluta da Dio fin dalla creazione e di cui la Chiesa nella storia è « come sacramento ». [642] Coloro che saranno uniti a Cristo formeranno la comunità dei redenti, la « Città santa » di Dio (Ap 21,2), « la Sposa dell'Agnello » (Ap 21,9). Essa non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, [643] dall'amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione.

1046 Quanto al cosmo, la Rivelazione afferma la profonda comunione di destino fra il mondo materiale e l'uomo:

« La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio [...] e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione [...]. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo » (Rm 8,19-23).

1047 Anche l'universo visibile, dunque, è destinato ad essere trasformato, « affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia, senza più alcun ostacolo, al servizio dei giusti », [644] partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo risorto.

1048 « Ignoriamo il tempo in cui saranno portate a compimento la terra e l'umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l'universo. Passa certamente l'aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini ». [645]

1049 « Tuttavia l'attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell'umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l'umana società, tale progresso è di grande importanza ». [646]

1050 « Infatti i beni della dignità dell'uomo, della comunione fraterna e della libertà, cioè tutti questi buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale ». [647] Dio allora sarà « tutto in tutti » (1 Cor 15,28), nella vita eterna:

« La vita, nella sua stessa realtà e verità, è il Padre, che attraverso il Figlio nello Spirito Santo riversa come fonte su tutti noi i suoi doni celesti. E per la sua bontà promette veramente anche a noi uomini i beni divini della vita eterna ». [648]

In sintesi

1051 Ogni uomo riceve nella sua anima immortale la propria retribuzione eterna fin dalla sua morte, in un giudizio particolare ad opera di Cristo, giudice dei vivi e dei morti.

1052 « Noi crediamo che le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo [...] costituiscono il popolo di Dio nell'al di là della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della risurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi ». [649]

1053 « Noi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite attorno a Gesù e a Maria in paradiso, forma la Chiesa del cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com'è e dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi e aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine ». [650]

1054 Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma imperfettamente purificati, benché sicuri della loro salvezza eterna, vengono sottoposti, dopo la morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia di Dio.

1055 In virtù della « comunione dei santi », la Chiesa raccomanda i defunti alla misericordia di Dio e per loro offre suffragi, in particolare il santo sacrificio eucaristico.

1056 Seguendo l'esempio di Cristo, la Chiesa avverte i fedeli della triste e penosa realtà della morte eterna, [651] chiamata anche « inferno ».

1057 La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio; in Dio soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

1058 La Chiesa prega perché nessuno si perda: « Signore, [...] non permettere che sia mai separato da te ». [652] Se è vero che nessuno può salvarsi da se stesso, è anche vero che Dio « vuole che tutti gli uomini siano salvati » (1 Tm 2,4) e che per lui « tutto è possibile » (Mt 19,26).

1059 « La santissima Chiesa romana crede e confessa fermamente che nel [...] giorno del giudizio tutti gli uomini compariranno col loro corpo davanti al tribunale di Cristo per rendere conto delle loro azioni ». [653]

1060 Alla fine dei tempi, il regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Allora i giusti regneranno con Cristo per sempre, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo materiale sarà trasformato. Dio allora sarà « tutto in tutti » (1 Cor 15,28), nella vita eterna.

----------

(604) Sacramento dell'Unzione e cura pastorale degli infermi, Raccomandazione dei moribondi, 236-237 (Libreria Editrice Vaticana 1984) p. 111-112.

(605) Cf 2 Tm 1,9-10.

(606) Cf Lc 16,22.

(607) Cf Lc 23,43.

(608) Cf 2 Cor 5,8; Fil 1,23; Eb 9,27; 12,23.

(609) Cf Mt 16,26.

(610) Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 856; Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS 1304; Concilio di Trento, Sess. 25a, Decretum de purgatorio: DS 1820.

(611) Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 857; Giovanni XXII, Bolla Ne super his: DS 991; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1000-1001; Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS 1305.

(612) Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 858; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1002; Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS 1306.

(613) San Giovanni della Croce, Avisos y sentencias, 57: Biblioteca Mística Carmelitana, v. 13 (Burgos 1931) p. 238.

(614) Cf Ap 22,4.

(615) Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1000; cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 49: AAS 57 (1965) 54.

(616) Cf Gv 14,3; Fil 1,23; 1 Ts 4,17.

(617) Cf Ap 2,17.

(618) Sant'Ambrogio, Expositio evangelii secundum Lucam, 10, 121: CCL 14, 379 (PL 15, 1927).

(619) San Cipriano di Cartagine, Epistula 58, 10: CSEL 32, 665 (56, 10: PL 4, 367-368).

(620) Cf Mt 25,21.23.

(621) Cf Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS 1304.

(622) Cf Concilio di Trento, Sess. 25a, Decretum de purgatorio: DS 1820; Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 30: DS 1580.

(623) Per esempio, 1 Cor 3,15; 1 Pt 1,7.

(624) San Gregorio Magno, Dialogi, 4, 41, 3: SC 265, 148 (4, 39: PL 77, 396).

(625) Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 856.

(626) Cf Gb 1,5.

(627) San Giovanni Crisostomo, In epistulam I ad Corinthios, homilia 41, 5: PG 61, 361.

(628) Cf Mt 25,31-46.

(629) Cf Mt 5,22.29; 13,42.50; Mc 9,43-48.

(630) Cf Mt 10,28.

(631) Cf Simbolo Quicumque: DS 76; Sinodo di Costantinopoli (anno 543), Anathematismi contra Origenem, 7: DS 409; Ibid., 9: DS 411; Concilio Lateranense IV, Cap. 1, De fide catholica: DS 801; Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 858; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1002; Concilio di Firenze, Decretum pro Iacobitis: DS 1351; Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 25: DS 1575; Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 12: AAS 60 (1968) 438.

(632) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS 57 (1965) 54.

(633) Cf Concilio di Orange II, Conclusio: DS 397; Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 17: DS 1567.

(634) Preghiera eucaristica I o Canone Romano: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 386.

(635) Cf Gv 12,48.

(636) Sant'Agostino, Sermo 18, 4, 4: CCL 41, 247-249 (PL 38, 130-131).

(637) Cf Ct 8,6.

(638) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS 57 (1965) 53.

(639) Cf Ap 21,1.

(640) Cf Ap 21,5.

(641) Cf Ap 21,27.

(642) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1: AAS 57 (1965) 5.

(643) Cf Ap 21,27.

(644) Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 5, 32, 1: SC 153, 398 (PG 7, 1210).

(645) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 39: AAS 58 (1966) 1056-1057.

(646) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 39: AAS 58 (1966) 1057.

(647) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 39: AAS 58 (1966) 1057; cf Id., Cost. dogm. Lumen gentium, 2: AAS 57 (1965) 5-6.

(648) San Cirillo di Gerusalemme, Catecheses illuminandorum, 18, 29: Opera, v. 2, ed. J. Rupp (Monaco 1870) p. 332 (PG 33, 1049).

(649) Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 28: AAS 60 (1968) 444.

(650) Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 29: AAS 60 (1968) 444.

(651) Cf Congregazione per il Clero, Direttorio catechistico generale, 69: AAS 64 (1972) 141.

(652) Preghiera prima della Comunione: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 421.

(653) Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 859; cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 16: DS 1549.

giovedì 25 ottobre 2012

Il Purgatorio. I-La morte nel mondo di oggi

In questi giorni che anticipano e in quelli che seguiranno i due giorni di Ognissanti e della Commemorazione di tutti i fedeli defunti desidero scrivere una serie di post dedicati alla dottrina della Chiesa cattolica sul Purgatorio, al fine di far convergere la preghiera e la meditazione sul Mistero del Purgatorio e sulle anime dei defunti ivi imprigionate. In questo primo post faccio una personale analisi sull'interpretazione della morte e della vita dopo la morte che oggi sembra essere più diffusa tra i credenti e i non credenti.
Nel nostro mondo sempre più secolarizzato, anche la morte e la vita dopo la morte stanno subendo un processo di progressiva scristianizzazione anche da parte di chi si professa cristiano. Una conseguenza particolarmente curiosa di questo processo è il fatto che oggi credere in una vita dopo la morte non è più il tratto che contraddistingue un credente da un ateo. Infatti fino a pochi anni fa, ma c'è chi continua ad asserirlo ancora, moltissimi pensatori atei accusavano i credenti per il fatto che la loro fede sarebbe debole proprio perché essi non si accontenterebbero della morte come fine della vita, ma, a motivo di consolazione illusoria (questo è quello che gli atei affermano), credono che la vita continui nell'aldilà. In realtà oggi sembra che siano più gli atei, seguiti purtroppo anche da una buona fetta di coloro che si dicono cristiani, a credere ad una certa vita dopo la morte, che però nulla ha a che vedere con quella vera; essa sembra fatta apposta per consolare quelli che restano qui sulla terra, piuttosto che per coloro che effettivamente entrano nell'aldilà.
Queste le caratteristiche dello stravagante "aldilà", che molto (troppo) sembra avere in comune con l'aldiqua: innanzitutto tutti coloro che ci lasciano diventerebbero angeli, senza alcuna coscienza di cosa effettivamente gli Angeli siano. Questa metamorfosi angelica sembra essere poi legata all'età ed alle circostanze che hanno portato alla morte: in generale più il defunto è giovane e più sarebbe facile che diventi un angelo, così come accade quanto più improvvisa è la morte. In questa vita futura essi continuerebbero a svolgere le attività che svolgevano da "vivi", o meglio, continuerebbero a fare soltanto quello che a loro piaceva fare da vivi (fosse stato anche andare a donne); guarderebbero ai loro congiunti rimasti sulla terra con uno sguardo non buono, ma buonista, evitando ogni possibile rimprovero, ma piuttosto incoraggiando ogni azione che i vivi credono buona per loro. Questo genere di convinzione sembra rafforzarsi quando nei funerali cristiani, specialmente di giovani morti improvvisamente, si lascia ai loro amici ricoprire la bara con magliette della squadra del cuore, portare, in chiesa o fuori, motociclette, automobili, strumenti musicali che il defunto apprezzava in vita, richiedere ai musicisti di parrocchia "canzoni allegre" perché il defunto era una persona allegra. Infine, in alcuni casi sempre più frequenti, si richiede la cremazione del corpo per tenerselo in casa o per spargerne le ceneri in mare, sulla terra o addirittura nello spazio; è assai raro, infatti, vedere giovani recarsi in un cimitero per pregare sulla tomba di un loro amico defunto.
Grande assente in questo tipo di cerimonie funebri è proprio la preghiera; l'unica parvenza di preghiera è quella per gli astanti, dal momento che è diffusa la convinzione che per il morto non serva pregare, se davvero è "un angelo" che felice saltella per i prati di un paradiso molto simile alla nostra terra. C'è da dire che molto spesso ci si mettono anche i preti, che durante i funerali pronunciano, più che omelie, vere e proprie "agiografie" del defunto, sempre per la convinzione che in un funerale non si debba pregare per il defunto ma serva molto più preoccuparsi di quello che vuole sentirsi dire l'"Assemblea". Come conseguenza alcuni di questi sacerdoti consentono, specialmente dopo la Comunione, ricordi funebri da parte di parenti e amici sullo stile hollywoodiano che vediamo al cinema o in tv, oppure smettono le vesti nere, il colore proprio del rito funebre, per indossare quelle viola (che forse, credono, sia di un impatto meno negativo sull'"Assemblea") o peggio quelle bianche (perché il defunto è già puro e santo); alcuni arrivano addirittura ad insegnare che il funerale è un matrimonio, il matrimonio dell'anima del defunto con Dio, e pertanto, durante la funzione, cercano, magari in buona fede, di strappare un sorriso sulle facce dei poveri congiunti.
Questo tipo di cerimonie forse potrà consolare parenti e amici, anche se dubito che si possa essere pienamente consolati allo stesso modo di come si fa coi bambini, magari dicendo cose false. Se davvero fosse questo l'aldilà avrebbero ragione gli atei che accusano i credenti di crearsi il paradiso che vogliono o che si immaginano, perché è proprio questa la verità: questo è un paradiso inventato. Cosa ne è della pietà per il defunto? Se il defunto avesse bisogno di preghiere per la sua anima, chi le eleverà al suo posto, se parenti e amici sono convinti della sua salvezza?
In tutto questo ragionamento manca un appiglio fondamentale per un cattolico, la dottrina cristiana; accanto al Paradiso (alla cui esclusiva presenza molti sembrano ridurre l'aldilà) mancano l'Inferno e il Purgatorio; mancano il Giudizio particolare ed il Giudizio universale; mancano, in altre parole, i Novissimi, le cose ultime, che un tempo la Chiesa insegnava ma che ora sono viste come qualcosa di sorpassato.
Nei prossimi post dedicati al Purgatorio approfondiremo più dettagliatamente la dottrina della Chiesa a proposito della vita dopo la morte, come essa richieda da parte dei vivi non astrazione sullo stato dei propri defunti, ma innanzitutto preghiera e speranza e come la conoscenza della verità sulla morte cristiana diventi uno sprone non solo per gli istanti ultimi della propria vita, ma per tutta la durata della nostra vita e di quella degli altri.

martedì 2 novembre 2010

Le esequie cristiane

In questa ricorrenza del 2 novembre, Commemorazione di tutti i fedeli defunti, vorrei riprendere un articolo pubblicato da Zenit, Cantuale Antonianum e Rinascimento Sacro, scritto da don Enrico Finotti, parroco di Santa Maria del Carmine a Rovereto, sulla teologia delle esequie cristiane. L'incipit dell'articolo, che in fondo potrete trovare per intero, dice:

«Uno degli errori oggi più diffusi è quello di sottovalutare le basi teologiche e impostare dei progetti pastorali senza il fondamento dottrinale, con esclusiva attenzione alle urgenze sociologiche.»

L'autore del pezzo fa un confronto fra quelli che sono i capisaldi dottrinali della Chiesa in questo campo e quello che vediamo frequentemente, anche in televisione, e che, in qualche modo, noi stessi talvolta "ci aspettiamo" da un funerale. Il punto di partenza delle esequie cristiane è il fatto che la Chiesa riconosce l'uomo col suo corpo e la sua anima; con la morte corporale la vita dell'uomo non finisce, l'anima è immortale. Questo è il primo dogma che il cristiano riconosce e di cui la liturgia esequiale è permeata; in questo senso il funerale è una celebrazione di vita, la vita ultraterrena che noi ancora non comprendiamo (per noi rimane avvolta nel mistero), ma che aspettiamo anche noi, nella speranza di poter vedere il Signore e ricongiungerci con i nostri cari.
Un altro dei dogmi che riguardano questo momento dell'esperienza di ogni cristiano è l'esistenza del Purgatorio; il peccato dell'uomo è perdonato completamente con l'Assoluzione della Confessione sacramentale, ma le conseguenze del male compiuto restano, e l'anima del defunto le ripara in Purgatorio. A ben guardare oggi questo dogma, sebbene se ne conosca l'esistenza, è poco considerato, quando non si creda addirittura possa essere un'invenzione di Dante Alighieri per scrivere la sua Commedia. Ma la Chiesa non ha smesso di perpetuarlo, nemmeno dopo il Concilio, e la liturgia (sebbene spogliata di alcune sue parti molto toccanti e significative) lo contiene ancora oggi (ad esempio con la pratica delle indulgenze). Come dice l'autore dell'articolo: "La Chiesa non ‘canonizza’ il defunto, ma lo affida a Dio con il cuore contrito ed umiliato e aspetta solo da Lui la lode"; e proprio per questo la liturgia esequiale è penitenziale, il colore liturgico è il nero (o anche il viola), tutti i fedeli sono chiamati alla preghiera perché Dio, onnipotente e misericordioso, tragga a sè l'anima del fratello defunto, purificandola da tutti i peccati compiuti in vita e concedendole la gloria eterna. Nella liturgia pre-conciliare (che potete trovare qui) questo carattere penitenziale era sottolineato in ogni momento, ma in particolare dalla toccante sequenza del Dies irae; con essa i fedeli si fanno quasi portavoce dell'anima del defunto in una toccante supplica dell'anima a Dio, nella quale umilmente chiede di essere salvata prima del giorno del giudizio finale; vi leggiamo: "Cercandomi ti sedesti stanco, / mi hai redento con il supplizio della Croce: / che tanto sforzo non sia vano! [...] Tu che perdonasti Maria di Magdala, / e che esaudisti il buon ladrone, / anche a me hai dato speranza. // Le mie preghiere non sono degne; / ma tu, buono, fa' benigno / che io non sia arso dal fuoco eterno". E' significativa anche un'altra frase di don Enrico Finotti, che dice: "Secondo la parabola evangelica del banchetto nuziale (Lc 14, 7ss.), la Chiesa pone il defunto all’ultimo posto, steso a terra ai piedi della ‘santa mensa’, e attende che Dio stesso, e solo Lui, sorga e dica “Amico, passa più avanti” (Lc 14, 10)".
Non è infrequente oggi, in molti luoghi, trovare un ribaltamento di quello che la Chiesa dice, espressione di questi dogmi dottrinali; talvolta si assite a celebrazioni esequiali in cui il carattere è quello di una festa nuziale, in cui il colore liturgico è il bianco, in cui vengono richiesti "canti allegri" perché il defunto avrebbe voluto così. In qualche modo la tendenza è quella di eliminare completamente dalla celebrazione il suo carattere penitenziale, e quindi eliminare la preghiera per la salvezza dell'anima del defunto. Paradossalmente, dice don Enrico, si finisce così per celebrare in maniera smisurata la vita terrena del defunto, quasi dimenticandosi della dimensione ultraterrena: "Il corpo subisce la fatua celebrazione di ciò che fu nel passato mediante il tumolo, monumento celebrativo che vuole interpretare la personalità dell’estinto. [...] sarà oscurata sia la fondamentale realtà della morte che tutti accomuna, sia dell’umile penitenza che è intrinseca allo stato del corpo morto. Il tumolo potrà avere diverse tipologie, che da quelle storiche arrivano a quell’ingombro di oggetti, cari al defunto, che oggi coprono, talvolta banalmente la bara, ma rappresenta sempre il segno eloquente di quella commemorazione rivolta irrimediabilmente al passato e ormai priva di vita, che sarà tanto più accentuata quanto più si eclisserà il senso della trascendenza e il compimento ultimo nel futuro di Dio". Invece, la penitenza esequiale non vuole essere la tristezza cercata ad ogni costo, ma l'umile riconoscimento che noi uomini non siamo nulla per giudicare quello che spetta all'unico Sommo Giudice: "La Chiesa, ispirando a sobrietà la commemorazione del defunto ed evitando un superficiale elogio, sa bene che solo Dio è il giudice e solo Cristo sa quello che c’è nel cuore dell’uomo (Gv 2, 25)".
Il dolore del distacco dai propri cari è quanto di più triste esista nella vita di un essere umano; la Chiesa non intende accentuare questo dolore, ma nemmeno illuderci di cancellarlo con una gioia frivola che è soltanto umana, e che non ci consola. La morte rimane un grande mistero; il nostro dolore è confortato dalla speranza che il Signore ascolterà la preghiera di chi umilmente lo invoca, specie se unito nel dolore al Figlio Suo Gesù Cristo, morto anch'Egli, sulla Croce, mentre i suoi amati figli lo deridevano e lo schernivano, e alla Madre addolorata, che ha accolto tra le sue braccia il corpo esanime del Figlio, martoriato dal segno dei chiodi, delle spine e della flagellazione. Non sarà forse Lei, che ha sperimentato in modo così crudo questo nostro dolore umano ineluttabile, ad intercedere con forza presso il Signore perché le anime dei nostri cari defunti giungano a Lui? Quali grandi compagni nel dolore abbiamo noi cristiani, Dio stesso ha sofferto per noi! Questa è la consolazione che ci dà Gesù Cristo per mezzo della Chiesa, non quella di cancellare, con cerimonie fintamente gioiose, la sofferenza per il distacco (cosa che è solo un'illusione), ma la certezza che la nostra preghiera, intrisa di questa sofferenza, sarà accolta da chi ha provato un dolore come il nostro (e più del nostro).
Non cessiamo, dunque, di pregare il Signore per i nostri fratelli: la Commemorazione odierna non è una semplice memoria che l'uomo fa di chi lo ha preceduto, un ricordo sterile; ma, nel ricordo dell'amore che per loro abbiamo provato (e che anche loro ci hanno donato), la Commemorazione si fa preghiera. In questo ricordiamo che ancora per tutta la giornata odierna è possibile lucrare l'Indulgenza Plenaria del 2 novembre per i propri defunti alle solite condizioni, mentre fino all'8 novembre una volta al giorno è possibile lucrare l'Indulgenza visitando le tombe dei propri cari in cimitero e pregando, anche solo mentalmente, di fronte ad esse.

Qui il collegamento all'articolo di don Enrico Finotti dal blog Cantuale Antonianum:
Una sintesi della teologia delle esequie cristiane di don Enrico Finotti.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...