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martedì 28 giugno 2011

Le parole del patriarca alla diocesi

“Voglio vivere questa nomina come uno scambio di amore”. Con queste parole il cardinale patriarca di Venezia Angelo Scola ha annunciato alla comunità veneziana la propria nomina ad arcivescovo di Milano, appena ufficializzata dalla Santa Sede. L’annuncio è stato dato in contemporanea a mezzogiorno dalla sala stampa vaticana e dallo stesso card. Scola nel Palazzo patriarcale di fronte a vescovi, sacerdoti, fedeli e giornalisti convocati per la circostanza. “Potete ben capire come non sia facile per me darvi questa notizia – ha esordito il porporato -. E proprio per questo saprete essere magnanimi nei miei confronti. Vi dico semplicemente che ho accolto in obbedienza la decisione del Papa perché è il Papa”. “Debbo riconoscere – ha proseguito il patriarca - che in questo momento il mio cuore è un po’ travagliato. Da una parte, ci sono il fascino della splendida avventura vissuta nelle terre di Marco che dura ormai quasi da un decennio, e il dolore per il distacco da voi che, per dirlo con l’Apostolo Paolo, «mi siete diventati cari»”; dall’altra, “mi aspetta la Chiesa di Milano, quella in cui sono stato svezzato contemporaneamente alla vita e alla fede”. Tuttavia “molto di più che questi argomenti di carattere personale, conta la disposizione ad accogliere il disegno di Dio nella mia vita” che “passa dall’azione dello Spirito Santo nella Chiesa e in essa, in modo speciale, dal ministero del Santo Padre”.
“Dio è sempre più grande e il Suo disegno su di noi, quando è accolto con animo aperto, è sempre il più conveniente, non solo per la propria persona ma anche per quanti ci sono stati affidati” ha detto ancora il card. Scola. Di qui l’esortazione: “Siamo chiamati a guardare il disegno del Padre, voi ed io insieme, con gli occhi ed il cuore di chi ama la Chiesa nella sua splendente universalità che poggia su un’incessante comunione tra le Chiese particolari: da Marco ad Ambrogio, da San Lorenzo Giustiniani a San Carlo, per limitarmi alle radici profonde delle Chiese che sono in Venezia e in Milano”. “Voglio vivere questa nomina come uno scambio di amore” ha assicurato il card. Scola. “Con questo spirito – ha aggiunto - accolgo la decisione del Santo Padre e chiedo a voi di fare parimenti”. Quindi alcuni dati “tecnici”: “Lascio la vita del Patriarcato in ottime mani”; “il popolo cristiano e, soprattutto, il presbiterio veneziano, sono garanzia di un futuro pieno di speranza”. Il card. Scola ha informato di essere stato nominato dal Papa amministratore apostolico, con le facoltà di vescovo diocesano, fino al 7 settembre. Dal giorno successivo mons. Beniamino Pizziol, vescovo di Vicenza, gli succederà nell’incarico fino alla presa di possesso del nuovo patriarca.

Fonte: SIR

Discorso del patriarca

Eminenza, Eccellenza,

Fratelli nel sacerdozio,

Carissimi fedeli,

Vi ho convocato in questa preziosa Sala del Tintoretto per comunicarVi la decisione del Santo Padre, portata a mia conoscenza qualche giorno fa, di nominarmi Arcivescovo di Milano.

Potete ben capire come non sia facile per me darVi questa notizia. E proprio per questo saprete essere magnanimi nei miei confronti.

Vi dico semplicemente che ho accolto in obbedienza la decisione del Papa perché è il Papa.

Con sincerità debbo riconoscere che in questo momento il mio cuore è un po’ travagliato. Da una parte, ci sono il fascino della splendida avventura vissuta nelle terre di Marco che dura ormai quasi da un decennio, e il dolore per il distacco da Voi che, per dirlo con l’Apostolo Paolo, «mi siete diventati cari» (1Ts 2,8); dall’altra, mi aspetta la Chiesa di Milano, quella in cui sono stato svezzato contemporaneamente alla vita e alla fede.

Tuttavia molto di più che questi argomenti di carattere personale, conta la disposizione ad accogliere il disegno di Dio nella mia vita. Sono certo che questo disegno passa dall’azione dello Spirito Santo nella Chiesa e in essa, in modo speciale, dal ministero del Santo Padre. Nonostante i miei limiti, grazie all’educazione ricevuta fin dall’infanzia, ho imparato che Dio è sempre più grande e il Suo disegno su di noi, quando è accolto con animo aperto, è sempre il più conveniente, non solo per la propria persona ma anche per quanti ci sono stati affidati.

Siamo quindi chiamati a guardare il disegno del Padre, Voi ed io insieme, con gli occhi ed il cuore di chi ama la Chiesa nella sua splendente universalità che poggia su un’incessante comunione tra le Chiese particolari: da Marco ad Ambrogio, da San Lorenzo Giustiniani a San Carlo, per limitarmi alle radici profonde delle Chiese che sono in Venezia e in Milano.

Voglio vivere questa nomina come uno scambio di amore. Mi ha confortato in questi giorni una bella affermazione del nostro Proto-Patriarca contenuta ne “Il capitolo dell’amore” (XI, 1): «Nessuno è mai avvinto più ardentemente di quanto è avvinto dall’amore. E non si può non amare, quando si sa di essere amati. E che si è amati e si ama, lo si intende dai doni che ci si scambia in testimonianza di questo amore». Con questo spirito accolgo la decisione del Santo Padre e chiedo a Voi di fare parimenti.

Tengo a dirVi che lascio la vita del Patriarcato in ottime mani. La simultanea partenza di S.E. Mons. Beniamino Pizziol e la mia possono, di primo acchito, creare qualche sconcerto. Eppure, esaminate le cose con il realismo della fede, sono certo che il popolo cristiano e, soprattutto, il presbiterio veneziano, sono garanzia di un futuro pieno di speranza. La Visita Pastorale e il modo con cui tutta la Diocesi e la società civile hanno vissuto e stanno cominciando a mettere a frutto il dono della presenza del Papa tra noi ne sono solida conferma.

I mesi che ci separano dalla nomina del nuovo Patriarca non lasceranno la Diocesi senza guida. Il Santo Padre mi ha nominato Amministratore Apostolico, con le facoltà di Vescovo diocesano, fino al giorno 7 settembre. Inoltre, già da ora posso comunicare di aver chiesto che S.E. Mons. Beniamino Pizziol mi succeda come Amministratore Apostolico dal giorno 8 settembre fino alla presa di possesso del nuovo Patriarca.

A tenore di quanto stabilito dalle norme della Chiesa, non è possibile procedere alla nomina del Vicario Generale. È mia intenzione, tuttavia, portare a termine la consultazione perché possa essere di aiuto per il futuro. Inoltre, da oggi cessano le facoltà dei Vicari Episcopali, così come le funzioni dei Consigli Presbiterale e Pastorale. Tuttavia, per assicurare il normale svolgimento della vita nel Patriarcato, mi è consentito di procedere alla nomina di Delegati (cf. canoni 416-417 e Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi Apostolorum successores, Appendice nn. 233-247).

Invito i sacerdoti, le comunità parrocchiali e religiose, ad elevare ferventi preghiere per la nomina del nuovo Patriarca e per le necessità del Patriarcato. Nella Basilica Cattedrale di San Marco e in tutte le altre chiese della Diocesi si celebrino Sante Messe con il formulario previsto dal Messale romano per l’elezione del Vescovo (cf. Apostolorum successores n. 247).

Avremo modo in occasione della Festa del Redentore e degli atti di congedo, agli inizi di settembre, di ritornare sul cammino di questi anni, sul futuro della nostra Chiesa e della nostra amata Venezia di terra e di mare. Potrò così ringraziare debitamente della comunione e della collaborazione che mi è stata offerta in questi anni, a cominciare dalla discreta e preziosa amicizia del Cardinale Marco.

Voglio rivolgere un saluto molto intenso a quanti stanno partecipando ai Grest, ai campi scuola, alle vacanze estive. Ho nel cuore in modo speciale e chiedo la preghiera dei bambini, degli anziani, degli ammalati e dei più poveri ed emarginati. Così come mi affido particolarmente alla preghiera dei monasteri del nostro Patriarcato.

Per ora rinnoviamo il nostro affidamento alla tenera protezione della Vergine Nicopeia che anche in questa occasione ci accompagnerà alla vittoria della fede, della speranza e della carità.


+ Angelo Card. Scola


Venezia, 28 giugno 2011

Il patriarca Angelo Scola traslato a Milano

Quest'oggi papa Benedetto XVI ha reso pubblica la nomina del cardinale Angelo Scola, finora patriarca della nostra diocesi, ad arcivescovo di Milano. Giungendo dalla carica di rettore della pontificia università lateranense, il cardinale Scola era stato destinato alla sede lagunare il 5 gennaio 2002, nominato da papa Giovanni Paolo II a succedere al patriarca emerito cardinale Marco Cè, che a sua volta aveva retto il patriarcato dal 1978, succedendo all'indimenticato cardinale Albino Luciani. Fece il suo ingresso solenne nella basilica di San Marco a Venezia nel marzo dello stesso anno, e ricevette il pallio degli arcivescovi metropoliti il 29 giugno, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, dalle mani del beato papa Giovanni Paolo II. Quindi, l'anno successivo, fu creato cardinale con il titolo dei Santi XII Apostoli, nel Concistoro del 21 ottobre.
A Venezia ha svolto una visita pastorale nel patriarcato, cominciata nel 2005 e conclusasi lo scorso 8 maggio, con l'Assemblea nella Basilica Cattedrale di San Marco presieduta da papa Benedetto XVI. Ha inoltre istituito, nel settembre 2003, il polo pedagogico accademico Studium Generale Marcianum, di cui diventa Gran Cancelliere, ed ha promosso la fondazione OASIS, che promuove la reciproca conoscenza e l'incontro tra cristiani e musulmani, con una particolare attenzione alla realtà delle minoranze cristiane nei paesi a maggioranza musulmana.
Nel novembre 2010, in occasione dell'imminente visita del Santo Padre Benedetto XVI, ha rivolto ai fedeli del patriarcato di Venezia la sua unica lettera pastorale.
Per la nostra cittadina di Caorle è importante il ricordo che ha lasciato nella nostra parrocchia, guidando in due occasioni la festa annuale della Madonna dell'Angelo di luglio, amministrando una volta ai ragazzi il Sacramento della Cresima, celebrando due volte la festa quinquennale della Madonna dell'Angelo e visitando in più circostanze la nostra parrocchia, nella quale volle che si tenessero due incontri dei bambini e ragazzi del patriarcato nonché una volta l'incontro delle coppie di sposi. Ha ricevuto, nell'estate 2004, la cittadinanza onoraria di Caorle, per volontà della giunta guidata dal sindaco Marco Sarto.
Non si può, inoltre, dimenticare il suo impegno per la costruzione della nuova chiesa di Porto Santa Margherita, tanto voluta dall'attuale parroco don Antonio Gusso, che ha consacrato personalmente due anni fa, nel 2009, e dei suoi molteplici interventi nel monastero del Marango, dove lo scorso anno ha celebrato la professione alla vita monastica di un membro di quella comunità.
Insieme all'augurio perché la sua missione di pastore non cessi di produrre buoni frutti ed una particolare preghiera per l'impegnativo compito affidatogli dal papa, non possiamo nascondere il nostro rammarico, sia per l'affetto che, dopo nove anni, si era ormai consolidato verso di lui da parte di tutte le realtà del patriarcato, sia per la situazione in cui si verrà a trovare nel prossimo futuro la nostra diocesi: traslato a Vicenza il vescovo ausiliare, nonché vicario generale e stretto collaboratore del patriarca, mons. Beniamino Pizziol lo scorso aprile, oggi anche il capo della nostra comunità diocesana ci lascia. Vogliamo quindi rivolgere una accorata preghiera al Signore perché sostenga il nostro patriarcato in questo difficile momento di transizione, ed illumini il papa ed i vescovi suoi collaboratori nella nomina del nuovo pastore della nostra Chiesa.

domenica 26 giugno 2011

Corpus Domini - Omelia del Santo Padre

Giovedì scorso, quando nella città di Roma si è celebrata la solennità del Corpus Domini, il Santo Padre Benedetto XVI ha pronunciato l'omelia nella Santa Messa celebrata nella Basilica di San Giovanni in Laterano, cui è seguita la Processione Eucaristica con il Santissimo Sacramento fino alla Basilica di Santa Maria Maggiore.

Cari fratelli e sorelle!

La festa del Corpus Domini è inseparabile dal Giovedì Santo, dalla Messa in Caena Domini, nella quale si celebra solennemente l’istituzione dell’Eucaristia. Mentre nella sera del Giovedì Santo si rivive il mistero di Cristo che si offre a noi nel pane spezzato e nel vino versato, oggi, nella ricorrenza del Corpus Domini, questo stesso mistero viene proposto all’adorazione e alla meditazione del Popolo di Dio, e il Santissimo Sacramento viene portato in processione per le vie delle città e dei villaggi, per manifestare che Cristo risorto cammina in mezzo a noi e ci guida verso il Regno dei cieli. Quello che Gesù ci ha donato nell’intimità del Cenacolo, oggi lo manifestiamo apertamente, perché l’amore di Cristo non è riservato ad alcuni, ma è destinato a tutti. Nella Messa in Caena Domini dello scorso Giovedì Santo ho sottolineato che nell’Eucaristia avviene la trasformazione dei doni di questa terra – il pane e il vino – finalizzata a trasformare la nostra vita e ad inaugurare così la trasformazione del mondo. Questa sera vorrei riprendere tale prospettiva.

Tutto parte, si potrebbe dire, dal cuore di Cristo, che nell’Ultima Cena, alla vigilia della sua passione, ha ringraziato e lodato Dio e, così facendo, con la potenza del suo amore, ha trasformato il senso della morte alla quale andava incontro. Il fatto che il Sacramento dell’altare abbia assunto il nome “Eucaristia” – “rendimento di grazie” – esprime proprio questo: che il mutamento della sostanza del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo è frutto del dono che Cristo ha fatto di se stesso, dono di un Amore più forte della morte, Amore divino che lo ha fatto risuscitare dai morti. Ecco perché l’Eucaristia è cibo di vita eterna, Pane della vita. Dal cuore di Cristo, dalla sua “preghiera eucaristica” alla vigilia della passione, scaturisce quel dinamismo che trasforma la realtà nelle sue dimensioni cosmica, umana e storica. Tutto procede da Dio, dall’onnipotenza del suo Amore Uno e Trino, incarnato in Gesù. In questo Amore è immerso il cuore di Cristo; perciò Egli sa ringraziare e lodare Dio anche di fronte al tradimento e alla violenza, e in questo modo cambia le cose, le persone e il mondo.

Questa trasformazione è possibile grazie ad una comunione più forte della divisione, la comunione di Dio stesso. La parola “comunione”, che noi usiamo anche per designare l’Eucaristia, riassume in sé la dimensione verticale e quella orizzontale del dono di Cristo. E’ bella e molto eloquente l’espressione “ricevere la comunione” riferita all’atto di mangiare il Pane eucaristico. In effetti, quando compiamo questo atto, noi entriamo in comunione con la vita stessa di Gesù, nel dinamismo di questa vita che si dona a noi e per noi. Da Dio, attraverso Gesù, fino a noi: un’unica comunione si trasmette nella santa Eucaristia. Lo abbiamo ascoltato poco fa, nella seconda Lettura, dalle parole dell’apostolo Paolo rivolte ai cristiani di Corinto: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1 Cor 10,16-17).

Sant’Agostino ci aiuta a comprendere la dinamica della comunione eucaristica quando fa riferimento ad una sorta di visione che ebbe, nella quale Gesù gli disse: “Io sono il cibo dei forti. Cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me” (Conf. VII, 10, 18). Mentre dunque il cibo corporale viene assimilato dal nostro organismo e contribuisce al suo sostentamento, nel caso dell’Eucaristia si tratta di un Pane differente: non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé, così che diventiamo conformi a Gesù Cristo, membra del suo corpo, una cosa sola con Lui. Questo passaggio è decisivo. Infatti, proprio perché è Cristo che, nella comunione eucaristica, ci trasforma in Sé, la nostra individualità, in questo incontro, viene aperta, liberata dal suo egocentrismo e inserita nella Persona di Gesù, che a sua volta è immersa nella comunione trinitaria. Così l’Eucaristia, mentre ci unisce a Cristo, ci apre anche agli altri, ci rende membra gli uni degli altri: non siamo più divisi, ma una cosa sola in Lui. La comunione eucaristica mi unisce alla persona che ho accanto, e con la quale forse non ho nemmeno un buon rapporto, ma anche ai fratelli lontani, in ogni parte del mondo. Da qui, dall’Eucaristia, deriva dunque il senso profondo della presenza sociale della Chiesa, come testimoniano i grandi Santi sociali, che sono stati sempre grandi anime eucaristiche. Chi riconosce Gesù nell’Ostia santa, lo riconosce nel fratello che soffre, che ha fame e ha sete, che è forestiero, ignudo, malato, carcerato; ed è attento ad ogni persona, si impegna, in modo concreto, per tutti coloro che sono in necessità. Dal dono di amore di Cristo proviene pertanto la nostra speciale responsabilità di cristiani nella costruzione di una società solidale, giusta, fraterna. Specialmente nel nostro tempo, in cui la globalizzazione ci rende sempre più dipendenti gli uni dagli altri, il Cristianesimo può e deve far sì che questa unità non si costruisca senza Dio, cioè senza il vero Amore, il che darebbe spazio alla confusione, all’individualismo, alla sopraffazione di tutti contro tutti. Il Vangelo mira da sempre all’unità della famiglia umana, un’unità non imposta da fuori, né da interessi ideologici o economici, bensì a partire dal senso di responsabilità gli uni verso gli altri, perché ci riconosciamo membra di uno stesso corpo, del corpo di Cristo, perché abbiamo imparato e impariamo costantemente dal Sacramento dell’Altare che la condivisione, l’amore è la via della vera giustizia.

Ritorniamo ora all’atto di Gesù nell’Ultima Cena. Che cosa è avvenuto in quel momento? Quando Egli disse: Questo è il mio corpo che è donato per voi, questo è il mio sangue versato per voi e per la moltitudine, che cosa accadde? Gesù in quel gesto anticipa l’evento del Calvario. Egli accetta per amore tutta la passione, con il suo travaglio e la sua violenza, fino alla morte di croce; accettandola in questo modo la trasforma in un atto di donazione. Questa è la trasformazione di cui il mondo ha più bisogno, perché lo redime dall’interno, lo apre alle dimensioni del Regno dei cieli. Ma questo rinnovamento del mondo Dio vuole realizzarlo sempre attraverso la stessa via seguita da Cristo, quella via, anzi, che è Lui stesso. Non c’è nulla di magico nel Cristianesimo. Non ci sono scorciatoie, ma tutto passa attraverso la logica umile e paziente del chicco di grano che si spezza per dare vita, la logica della fede che sposta le montagne con la forza mite di Dio. Per questo Dio vuole continuare a rinnovare l’umanità, la storia ed il cosmo attraverso questa catena di trasformazioni, di cui l’Eucaristia è il sacramento. Mediante il pane e il vino consacrati, in cui è realmente presente il suo Corpo e Sangue, Cristo trasforma noi, assimilandoci a Lui: ci coinvolge nella sua opera di redenzione, rendendoci capaci, per la grazia dello Spirito Santo, di vivere secondo la sua stessa logica di donazione, come chicchi di grano uniti a Lui ed in Lui. Così si seminano e vanno maturando nei solchi della storia l’unità e la pace, che sono il fine a cui tendiamo, secondo il disegno di Dio.

Senza illusioni, senza utopie ideologiche, noi camminiamo per le strade del mondo, portando dentro di noi il Corpo del Signore, come la Vergine Maria nel mistero della Visitazione. Con l’umiltà di saperci semplici chicchi di grano, custodiamo la ferma certezza che l’amore di Dio, incarnato in Cristo, è più forte del male, della violenza e della morte. Sappiamo che Dio prepara per tutti gli uomini cieli nuovi e terra nuova, in cui regnano la pace e la giustizia – e nella fede intravediamo il mondo nuovo, che è la nostra vera patria. Anche questa sera, mentre tramonta il sole su questa nostra amata città di Roma, noi ci mettiamo in cammino: con noi c’è Gesù Eucaristia, il Risorto, che ha detto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Grazie, Signore Gesù! Grazie per la tua fedeltà, che sostiene la nostra speranza. Resta con noi, perché si fa sera. “Buon Pastore, vero Pane, o Gesù, pietà di noi; nutrici, difendici, portaci ai beni eterni, nella terra dei viventi!”. Amen.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

Testo originale: www.vatican.va

venerdì 24 giugno 2011

Ut queant laxis - Inno a San Giovanni

Il 24 giugno, sei mesi prima del Natale, ricorre per la Chiesa la natività di San Giovanni Battista, il precursore di Cristo. Il giorno dell'Annunciazione dell'Angelo a Maria Santissima, infatti, egli dice alla Madonna che la sua parente, Elisabetta, era al sesto mese di gravidanza; e con un semplice calcolo, si può presupporre che la nascita di Giovanni sia avvenuta circa sei mesi prima di quella di Cristo. Non solo, ma alcuni recenti studi sull'esattezza della datazione del Natale del Signore nei mesi invernali si basa proprio sul racconto di san Luca, quando nel suo Vangelo racconta l'annuncio dell'Angelo a Zaccaria, nel tempio.
Di Giovanni Battista troviamo scritta nel Vangelo la natura della sua missione; nel cantico di Zaccaria, suo padre, è additato «Profeta dell'Altissimo», chiamato a dare al popolo di Dio «la conoscenza della Salvezza nella remissione dei suoi peccati» (Lc 1, 76-77). E, sempre nel Vangelo, troviamo lo stesso Signore nostro Gesù Cristo che lo indica come suo precursore: «Più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista» (Mt 11, 9-11). A lui la Chiesa dedica due ricorrenze nel corso dell'anno liturgico: oltre alla natività si ricorda anche il suo martirio, il 29 agosto.
Una particolarità legata alla solennità della natività del Battista riguarda la musica liturgica. L'inno vespertino di questa solennità è l'Ut queant laxis, al quale, possiamo dire, tutta la musica del passato ed anche quella odierna deve parte della sua esistenza. Sulla base di quest'inno, scritto da Paolo Diacono, Guido d'Arezzo ricavò il nome delle note che ancora oggi utilizziamo; poiché, infatti, ogni verso comincia con una nota di un grado più alto rispetto alla precedente, partendo dalla più bassa ed arrivando alla più alta, egli trasse il nome di ciascuna nota dalla sillaba corrispondente alla prima nota di ciascun verso della prima strofa:

Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum,
Solve polluti
Labii reatum,
Sancte Ioannes.

Inizialmente furono ricavati i nomi delle prime sei note, che costituivano l'esacordo utilizzato per i canti gregoriani dell'epoca, giacché non era utilizzata anche la settima nota di quella che oggi chiamiamo scala musicale; con l'evolversi della scrittura musicale, alla settima nota fu dato come nome "Si", ovvero le iniziali di Sancte Ioannes. Dunque i nomi delle sette note erano Ut - Re - Mi - Fa - Sol - La - Si; solo successivamente, nel XVII secolo, il nome della prima nota fu cambiato da Ut a Do, in onore del musicologo fiorentino Giovan Battista Doni, prendendone la prima sillaba del cognome. Tra l'altro è curioso notare come il suo nome fosse proprio Giovanni Battista.
Per questo motivo non è sbagliato dire che tutta la musica deve la propria esistenza alla musica religiosa, ed in particolare al canto gregoriano ed ai suoi cultori dei secoli addietro. L'origine del nome delle note musicali è una forte testimonianza di come in passato la musica profana (cioè quella non adatta al tempio) nascesse e prendesse esempio da quella sacra. Un po' il contrario (constatiamo con dolore) di quello che succede oggi nella maggior parte delle nostre chiese, dove si vuole che la musica sacra segua le orme di quella profana; ma chi ha studiato un minimo di estetica e storia della musica capisce bene che questa pretesa è un fallimento in partenza, sarebbe come se il padre volesse imparare dal figlio come vivere nel mondo.
Non ci resta che invocare l'intercessione di san Giovanni Battista, il primo tra i nati di donna, affinché il canto sacro torni ad essere davvero sacro, e sia anch'esso il primo tra le musiche create dall'uomo, come si addice alla musica composta per il Signore.
Di seguito, come di consueto, alcune proposte musicali: la prima in canto gregoriano, la seconda musicata da Giovanni Battista Gieri, maestro di cappella della cattedrale di Pisa nel XVII secolo.





Ut queant laxis
resonare fibris
mira gestorum
famuli tuorum,
solve polluti
labii reatum
Sancte Ioannes.

Nuntius caelo
veniens supremo,
te patri magnum
fore nasciturum,
nomen et vitae
seriem gerendae
ordine promit.

Ille promissi
dubius superni
perdidit promptae
modulos loquelae;
sed reformasti
genitus peremptae
organa vocis.

Ventris obstruso
positus cubili
senseras regem
thalamo manentem;
hinc parens nati
meritis uterque
abdita pandit.

Laudibus cives
celebrant superni
te, Deus simplex
pariterque Trine;
supplices ac nos
veniam precamur:
parce redemptis. Amen.
Affinché possano su grandi
corde far risuonare
i miracoli delle gesta
tue i servi,
sciogli dell'impuro
labbro il peccato,
o San Giovanni.

Un Nunzio dal cielo
supremo veniente,
al padre la tua grande
nascita,
il nome e della vita
lo svolgimento
rivelò con ordine.

Egli alla promessa
celeste dubbioso
perdette della pronta
loquela i moduli;
ma guaristi,
nato, dell'impedita
voce i registri.

Rinchiuso del ventre
nel giaciglio posto
avvertisti il re
che prendeva dimora;
così le madri, per i dei figli
meriti, entrambe
svelarono gli arcani misteri.

Con lodi i cittadini
celesti celebrano
te, o Dio semplice
e parimenti Trino;
supplici anche noi
imploriamo la grazia:
perdona ai redenti. Amen.

giovedì 23 giugno 2011

Terribili sviluppi sull'eutanasia

Su La Bussola Quotidiana di oggi appare un articolo a firma di Thaddeus Baklinski (traduzione di Marco Respinti), il quale propone una sconvolgente statistica sullo studio dei trapianti di organi, che mette a confronto i successi delle operazioni nel caso di pazienti donatori deceduti per cause naturali e quelli nel caso di pazienti uccisi tramite eutanasia (o eutanasizzati, per essere più politicamente corretti). La conclusione è sconcertante: si dice che gli organi dei pazienti eutanasizzati sarebbero più efficaci per i trapianti. La questione è molto seria: dell'eutanasia si parla spesso senza sapere granché sulle malattie dei pazienti, sulle possibilità effettive di guarigione o di sopravvivenza. Ma le notizie che arrivano dal Belgio parlano addirittura di eutanasie svolte senza il consenso esplicito del morituro, una deriva dalla quale mettono in guardia tutte le associazioni, soprattutto di stampo cattolico, che lottano contro la diffusione di questa pratica, erroneamente annoverata tra le terapie.
Il pericolo, come cita Baklinski sulla Bussola quotidiana, è facilmente prevedibile: in un mondo in cui dominano le ideologie più banali, la mentalità newage ed il materialismo, a partire da uno studio come questo sentiremo ben presto le opinioni di certi operatori sanitari e politici che rimprovereranno come egoisti e stupidi i malati (più o meno gravi) e le loro famiglie che decideranno di non ricorrere all'eutanasia, impedendo così ad altre persone di vivere con i loro organi. Come si può intuire, l'accostamento tra i trapianti d'organi e l'eutanasia farà presto breccia nelle menti deboli degli illuminati benpensanti (ed anticattolici), contaminandone il buonsenso, e non passerà molto, se le cose procederanno in questo modo, che questa triste profezia si avvererà.

L’eutanasia è ottima per i trapianti. Studio shock nel Belgio degli orrori
di Thaddeus Baklinski

Lovanio, Belgio - Un inquietante studio condotto da un gruppo di medici belgi, di cui ha dato notizia il periodico specialistico Applied Cardiopulmonary Pathophysiology, contempla l’uccisione di pazienti per via eutanasica in una sala adiacente a quelle in cui si svolgono le normali operazioni ospedaliere e quindi il loro trasporto nella stanza accanto per l’espianto degli organi subito dopo la constatazione del decesso. Lo studio afferma infatti che i polmoni di coloro che muoiono per eutanasia sono più adatti a interventi di trapianto rispetto a quelli asportati da vittime accidentali.

Dick van Raemdonck, del Dipartimento di Chirurgia toracica della Clinica universitaria Gasthuisberg, nonché capo dell’équipe impegnata nello studio pubblicato in forma di rapporto con il titolo Initial experience with transplantation of lungs recovered from donors after euthanasia, ovvero “Prima esperienza di trapianto di polmoni prelevati da donatori sottoposti a eutanasia”, ha paragonato tra loro, per il periodo compreso fra il 2007 al 2009, i risultati ottenuti con il trapianto di polmoni prelevati da persone morte per trauma, tipicamente in seguito a gravi ferite alla testa, e quelli raggiunti con l’utilizzo di polmoni provenienti da donatori eutanasizzati.

Secondo il rapporto, tre pazienti su quattro di coloro a cui sono stati trapiantati polmoni provenienti da pazienti eutanasizzati sono stati dimessi dall’ospedale dopo 33 giorni «con eccellenti funzioni d’innesto post-trapianto e un precoce buon esito ricettivo», e tra quei riceventi si è verificato «un solo decesso nel reparto di terapia intensiva causato da problemi indipendenti dal trapianto».

«Tutti i donatori», si osserva nel rapporto, «avevano espresso il desiderio di offrire i propri organi una volta che la loro richiesta di accedere all’eutanasia fosse stata accettata secondo quanto stabilito dalla legge belga. Tutti i donatori soffrivano di insostenibili disordini non maligni».

Il rapporto afferma che fra i quattro donatori eutanasizzati presi in considerazione uno era affetto da «insostenibile disordine mentale» mentre i restanti tre soffrivano «di una debilitante malattia benigna, tipo un disordine di natura neurologica o muscolare».

Per procedere all’operazione, i donatori sono stati ricoverati in ospedale alcune ora prima della progettata eutanasia. Poi sono stati uccisi in una sala prossima a quelle in cui si svolgono i normali interventi clinici. Quindi i loro polmoni sono stati prelevati immediatamente dopo la conclamazione del decesso.

«In una sala adiacente a quella operatoria è stato predisposto un accesso venoso centrale», scrive il dottor Van Raemdonck nel rapporto. «Quindi i donatori sono stati eparinizzati (ovvero è stata iniettata loro dell’eparina, un anticoagulante) subito prima di assumere un cocktail di medicinali somministrato dal medico operante incaricato dell’eutanasia. Infine, come impone la legislazione belga per qualsiasi donatore di organi, il paziente è stato definito morto in base a criteri cardiorespiratorio da tre medici indipendenti. A questo punto il defunto è stato trasferito rapidamente, posizionato sul tavolo operatorio e intubato».

Il rapporto afferma che i donatori eutanasizzati ammontano al 23,5% di tutti i donatori belgi di polmoni deceduti per arresto cardiaco.

Il dottor Peter Saunders di Care Not Killing - una rete britannica composta di organizzazioni che si preoccupano dei diritti umani dei disabili, di gruppi per la garanzia dell’assistenza medica e delle cure palliative, nonché di associazioni d’ispirazione religiosa contrarie all’eutanasia - si è detto scioccato dell’indifferenza casual con cui è scritto quel rapporto.

«Mi ha sconvolto», ha detto con parole riportate dal quotidiano britannico The Telegraph, «la nonchalance con cui viene trattato l’argomento, quasi che uccidere pazienti per prelevarne gli organi sia la cosa più naturale del mondo. L’approccio scarno con cui il rapporto descrive il processo di espianto degli organi è particolarmente agghiacciante e mostra quale grado di collaborazione fra squadra eutanasica e chirurghi trapiantisti sia necessario per la riuscita dell’operazione: “preparateli per la scena di fianco alla sala operatoria, poi uccideteli e quindi spediteli dentro per il prelievo degli organi”. Il tutto con una sola giornata di lavoro del Nuovo Mondo Belga».

Come sottolinea il dottor Saunders, «dato che in Belgio la metà dei casi di eutanasia avviene senza la volontà espressa del malato, è solo una questione di tempo prima che gli organi siano prelevati dai pazienti senza consenso. Oggi in quel Paese i medici fanno cose che la maggior parte dei loro colleghi di altri Paesi del mondo giudicherebbe assolutamente orrende».

Ana Iltis, direttrice del Center for Bioethics Health and Society dell’Università di Wake Forrest nel North Carolina, in un intervento a Fox News, precisa: «Una volta accettata l’idea che i medici uccidano i pazienti, sembra logico che ne prelevino gli organi per i trapianti. La gente tende a rispondere con un “bleah”, ma questa riposta dovrebbe essere indirizzata all’eutanasia».

La Iltis fa riferimento a un rapporto stilato della Canadian Medical Association (CMA) che calcola il numero dei casi di eutanasia privi di esplicita richiesta da parte dei pazienti verificatisi in Belgio nel 2010. Secondo il CMA, il 20% degli infermieri belgi intervistati dai ricercatori ha preso parte a operazioni eutanasiche e quasi la metà di loro - un numero di persone compreso fra le 120 e le 248 - ha ammesso di aver partecipato a «terminazioni senza richiesta o consenso. Fra questi si possono immaginare casi in cui è stata la famiglia del paziente a esprimere il consenso, ma, per come la comprendo io, la legge esige l’esplicita richiesta da parte del paziente».

Intervistato da LifeSiteNews, il direttore dell’organizzazione canadese Euthanasia Prevention Coalition, Alex Schadenberg, dice che siccome oggi l’eutanasia e il suicidio assistito vengono venduti alle masse come una panacea capace di mettere fine a ogni sofferenza, quanto accade in Belgio è presentato come un modo altruistico per fare del bene al prossimo attraverso le nostre morti.

«Le persone che quindi non moriranno per eutanasia o suicidio assistito», aggiunge Schadenberg, «verranno considerate egoiste e quindi ostracizzate poiché le loro malattie protratte sino alla morte naturale imporranno alla società costosi esborsi di denaro oppure perché negheranno organi freschi e sani agli altri che ne hanno bisogno». Peraltro, conclude Schadenberg, «gli organi così utilizzati sono sani perché la persona che li dona spesso non è un malato terminale, ma un paziente che teme di avviarsi a una condizione di vita terminale. Continueranno a dirci che la cosa riguarda la libertà di scelta. Ma la scelta di che? Quella della scelta è solo una illusione; qui si tratta invece di imporre la morte».

La versione originale di questo articolo, Shock study: Organs harvested from euthanized patients make better transplants, è comparsa su LifeSiteNews, il portale Internet dedicato alla cultura della vita e alla difesa della famiglia naturale fondato nel settembre 1997. Con sede centrale a Front Royal, in Virginia, e un importante distaccamento a Toronto, in Canada, LifeSiteNews è diretto da John-Henry Westen. Traduzione di Marco Respinti

martedì 21 giugno 2011

San Luigi Gonzaga - Patrono della gioventù

Ricorre oggi la memoria liturgica di san Luigi Gonzaga. Nato il 9 marzo 1568 a Castiglione delle Stiviere, nel mantovano, primo dei nove figli del marchese Ferrante e di Marta Tana, fu subito introdotto alla vita militare, tanto che alla tenera età di soli cinque anni rischiò di rimanere schiacciato da un cannone che aveva caricato. Malgrado fosse l'erede del titolo nobiliare del padre, egli decise fin da subito di dedicarsi alla vita contemplativa e religiosa: all'età di dodici anni ricevette la Prima Comunione dal cardinale san Carlo Borromeo, ed espresse il desiderio di entrare nella Compagnia di Gesù, decisione per la quale dovette combattere molto con il padre, contrario a questa scelta. In questo periodo fa anche il catechista dei giovani, e quando raggiunge l'età di 17 anni si reca a Roma per studiare lettere, scienza e filosofia; tra i suoi maestri ebbe anche san Roberto Bellarmino. Passò la parte finale della sua giovane vita al servizio degli ammalati proprio a Roma, nell'epidemia di peste che colpì la città dei papi nel 1590; trasportando un moribondo che aveva raccolto per la strada, subì il contagio della malattia, che lo uccise il 21 giugno 1591, all'età di 23 anni. Venne beatificato da papa Paolo V nell'ottobre 1605, e canonizzato da papa Benedetto XIII il 31 dicembre 1726. Nel 1926 papa Pio XI lo proclamò patrono della gioventù.
Fin dall'età di dieci anni san Luigi decise di votarsi alla completa verginità; questa scelta gli valse spesso la nomea di persona che odiava le donne: in realtà san Luigi, dotato di forte temperamento, intendeva combattere contro la "fiacchezza morale del gran mondo", e non era affatto il fragile piagnone che in alcuni casi le cronache ci hanno tramandato. A ben guardare, quindi, il messaggio che san Luigi Gonzaga ci ha trasmesso con la sua vita è di grande attualità anche oggi, specialmente per quei giovani e quei bambini che, già da 12-13 anni (età nella quale san Luigi maturava la sua vocazione), mostrano un ossessivo attaccamento ad una sessualità immorale, di certo non incoraggiati dall'esempio degli adulti; essi dimostrano in questo modo di disprezzare le donne (e le donne gli uomini) moltò più di quanto san Luigi sia stato accusato di fare. Oggi diventa dunque l'occasione di rivolgerci a Dio affinché, per intercessione di san Luigi Gonzaga, patrono della gioventù, converta i cuori di questi bambini e dei loro genitori, ed aiuti anche noi a vivere nella Chiesa la stessa dedizione verso il prossimo che ha avuto lui.
Insieme a san Tarcisio, san Luigi Gonzaga è anche uno dei compatroni dei chierichetti egli che, malgrado lo avesse desiderato, morì prima di riuscire a diventare sacerdote; il gruppo dei chierichetti del nostro Duomo l'ha scelto come proprio patrono, ed oggi, giorno della sua festa, serviranno all'altare alla Santa Messa delle 18:30.

sabato 18 giugno 2011

Antifona "Salve Regina"

La seconda parte del Tempo Ordinario, quella che comincia il lunedì dopo la Pentecoste e si conclude la vigilia della prima domenica d'Avvento, è caratterizzato dall'antifona mariana Salve Regina. Essa fa parte delle quattro antifone maggiori dedicate alla Beata Vergine Maria, che contraddistinguono le diverse parti dell'anno liturgico: abbiamo già visto in passato l'antifona Alma Redemptoris Mater, adatta al tempo di Avvento, di Natale e al tempo Ordinario fino alla festa della Presentazione al Tempio di Gesù, o Purificazione di Maria, il 2 febbraio; le succede l'antifona Ave Regina Coelorum, usata tra la Purificazione per tutto il tempo di Quaresima fino alla Pasqua; e l'antifona Regina Coeli, adatta al tempo di Pasqua. Con l'antifona Salve Regina, dunque, chiudiamo questo breve ciclo di articoli dedicati alle maggiori antifone mariane.
L'antifona Salve Regina è forse la più conosciuta tra le quattro antifone maggiori; scritta nell'XI secolo forse da Ermanno di Reichenau, detto Ermanno lo Zoppo, o forse dal vescovo Ademaro di Le Puy, che promosse insieme ad altri la prima crociata, fu introdotta nell'ufficio liturgico dai monaci di Cluny nel 1135, diffondendosi ben presto in molte altre comunità religiose. Nel XIV secolo fu inserita nell'ufficio divino, ed ancora oggi viene utilizzata nella liturgia delle ore, al termine delle Ore principali e, soprattutto, della Compieta. A partire dalla seconda metà del XIX secolo e fino alla riforma liturgica era inoltre abitualmente intonata, nel periodo liturgico sopra citato, dopo la Santa Messa.
Il testo saluta la Vergine come Regina, come fanno anche il Regina Coeli e l'Ave Regina Coelorum, ricordando l'ultimo mistero glorioso del Rosario, e conduce il fedele ad una supplica fiduciosa verso Colei che è la nostra Avvocata presso Dio. Con particolare enfasi, il beato Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, raccomandava la recita dell'antifona Salve Regina e delle Litanie lauretane al termine della preghiera del Rosario con queste parole: «Come stupirsi se l'animo sente il bisogno, alla fine di questa preghiera, in cui ha fatto intima esperienza della maternità di Maria, di sciogliersi nelle lodi per la Vergine Santa, sia nella splendida preghiera della Salve Regina, che in quella delle Litanie lauretane?».
Il Liber Usualis, il libro liturgico che contiene i testi ed i canti liturgici gregoriani, contiene due versioni dell'antifona mariana: una nel Tonus simplex, che è quello ancor oggi più diffuso e forse uno dei pochi canti gregoriani conosciuto in quasi tutte le comunità parrocchiali, anche italiane; l'altra nel Tonus sollemnis, più diffusa nelle comunità religiose e specialmente benedettine, ma molto affascinante e suggestiva.
Di seguito, come di consueto, propongo all'ascolto alcune esecuzioni: una in tono semplice (che dovremmo ricominciare ad ascoltare e a cantare nel modo corretto, dati i numerosi errori cui l'abbandono in massa dell'insegnamento del canto gregoriano nelle parrocchie ha dato origine presso la maggior parte dei fedeli), una in tono solenne ed una versione della gloriosa polifonia rinascimentale, scritta dal compositore spagnolo del XVI secolo Tomás Luis de Victoria proprio sulla base del tono solenne, ed eseguita dal coro della cattedrale di Westminster a Londra.





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