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venerdì 2 dicembre 2011

La giornata della menzogna

Nella giornata di ieri si è svolta la venticinquesima giornata mondiale contro l'AIDS. Molti programmi televisivi, radiofonici, i mezzi di stampa e soprattutto internet si sono decorati con il segno distintivo dell'iniziativa ed hanno speso qualche parola su questa malattia terribile, perché ancora oggi incurabile (o curabile con grandi difficoltà). Gli scopi che questa giornata si prefiggeva erano sulla carta nobilissimi: sensibilizzare l'opinione pubblica al problema che ancora oggi l'AIDS costituisce per tutte le popolazioni del mondo, anche la nostra, incentivando la prevenzione. Ma nei fatti, a sentire gli annunci e a leggere gli articoli di ieri, si è svolto il solito copione: una ostinata campagna oserei dire pubblicitaria a favore dei preservativi. Ancora una volta la lotta all'AIDS ha assunto la deprimente forma del condom, nonché la solita connotazione anti-cattolica e contro il papa, dipinto da molti come untore di morte per l'Africa e per i giovani.
La giornata mondiale contro l'AIDS si è trasformata per l'ennesima volta in una grande menzogna; perché in effetti l'ostinata sponsorizzazione dell'uso del preservativo sembra proprio, dati scientifici alla mano, favorire, e non combattere, la diffusione del contagio. E' il caso dell'Uganda: nel 2009 il dottor Rand Stoneburner, medico dell'agenzia di cooperazione americana USAID, ha descritto la metodologia di lotta contro l'AIDS intrapresa dal governo ugandese nella cosiddetta metodologia AB, dall'inglese Abstain e Be faithful, tradotto Astieniti e Sii fedele. I risultati, pubblicati anche sulla rassegna stampa dell'associazione Medicina e Persona, furono i seguenti: con una riduzione del 65% del "casual sex" si assistette ad una riduzione della prevalenza dell'HIV del 75% tra i ragazzi dai 15 ai 19 anni, del 60% dai 20 ai 24 anni e del 54% nel complesso. Numeri che, secondo le più importanti riviste scientifiche tra cui The Lancet, devono essere attribuiti all'educazione volta ad una drastica diminuzione dei rapporti casuali fra giovani.
Per quanto invece riguarda l'uso del preservativo, la metodologia C, da diversi anni si sta discutendo sulla sua effettiva efficacia nel prevenire il contagio. Molti studi condotti dalle stesse case di produzione già negli anni '90 hanno infatti dimostrato che a partire dallo scopo primario, che è quello della contraccezione, il preservativo fallisce intorno al 15% dei casi in cui viene usato "correttamente". Ciò significa che parte degli spermatozoi, che hanno un diametro massimo di 2,5 micron (cioè 250 milionesimi di centimetro), passano ugualmente oltre il lattice. Ora il diametro del virus dell'HIV è stato misurato intorno a 0,1 micron, 25 volte più piccolo di uno spermatozoo; e se il preservativo lascia passare gli spermatozoi lascerà passare maggiormente il virus dell'HIV. Norman Hearst, della University of California San Francisco, ha affermato che, nella prevenzione dal contagio HIV, "le più recenti metanalisi parlano di un’efficacia del preservativo attorno all’80%"; quindi ci sono circa il 20% di probabilità che, pur usando il preservativo (e in maniera corretta), si contragga la malattia: più o meno la stessa probabilità che si ha, giocando alla roulette russa con una rivoltella da 6 colpi, di lasciarci le penne. Tutto questo discorso, poi, vale se il preservativo viene usato "correttamente"; e cosa significhi correttamente non può certo essere valutato caso per caso. Diceva il presidente Ugandese Yoveri Museveni nel 1992 al congresso Mondiale sull’ AIDS a Firenze: “In paesi come i nostri, dove una madre spesso deve camminare per 40 km per ottenere un’aspirina per il figlio malato o 10 km per raggiungere l’acqua, la questione pratica di garantire una costante disponibilità di preservativi o il loro uso corretto non potrà mai essere risolta”. Quindi le stime della probabilità di successo sopra citate vanno senza dubbio corrette al ribasso.
Alle orecchie dei più inesperti, questi dati possono comunque sembrare incoraggianti: sarà sempre meglio proteggersi per l'80% in più rispetto al non proteggersi affatto, si pensa (ed è proprio quello che gli autori di queste campagne puntano a fare). Tutto ciò dando per scontato che l'astinenza e la riduzione dei rapporti occasionali (la metodologia AB usata in Uganda) non siano nemmeno da tenere in considerazione. Ma il problema è un altro: questa vera e propria campagna pubblicitaria a favore dell'uso del preservativo, che anche ieri abbiamo potuto sentire in ogni dove, ha effetti a dir poco devastanti. Diffondere la mentalità che usare il preservativo è il metodo più sicuro per difendersi dal contagio dà l'avvallo, specie presso le popolazioni dell'Africa che sono le più colpite, per poter continuare a praticare condotte sessuali disordinate, anzi, per poterle addirittura incrementare, dato che il preservativo costituisce una difesa "pressoché infallibile"; cosa, come abbondantemente dimostrato, niente affatto vera. Sarà pur vero che c'è l'80% delle possibilità di successo, usando il preservativo, di non contrarre il virus, ma se, forti di questa falsa speranza, gli uomini e le donne si sentono autorizzati ad aumentare il numero di rapporti a rischio è normale che il numero dei contagi, invece che diminuire, aumenterà, e questo proprio a causa della massiccia campagna pubblicitaria a favore dei condom. Per questo motivo la "Giornata mondiale contro l'AIDS", per come si è svolta ieri e in tutte le ventiquattro edizioni passate, è diventata paradossalmente il miglior mezzo per la diffusione del morbo che si intendeva sconfiggere.
E' osservando i numeri dei contagi proprio presso le popolazioni dell'Africa, che la maggior parte dei sostenitori del preservativo vorrebbero difendere, che ci si rende conto che questa metodologia di prevenzione dell'AIDS ha fallito; lo stesso presidente ugandese Yoweri Museveni, più recentemente, ha attaccato la distribuzione di preservativi ai bambini delle scuole elementari descrivendola pericolosa e disastrosa: “Non bisogna insegnare ai bambini come usare i preservativi. Aprirò una guerra sui venditori di condom. Invece di salvare vite umane promuovono la promiscuità tra i giovani. La promiscuità è la maggiore causa di diffusione dell’HIV/AIDS. I bambini a scuola dovrebbero essere educati alla ricerca di un partner per una relazione stabile per tutta la vita”. Ed è in effetti la metodologia AB sopra illustrata, ovvero quella di un'educazione dei giovani all'astinenza, all'autocontrollo ed al sacrificio, che ha dimostrato il maggior incremento di successi a partire dal 2004: Stoneburner ebbe modo di definirla un autentico "vaccino sociale". Se, quindi, invece di fare pubblicità al condom ieri si fosse parlato di più di educazione dei giovani ad una sessualità più responsabile e matura (anche cristiana, sì), si sarebbe certamente fatto molto di più contro l'AIDS.
Concludo con le parole che il Santo Padre Benedetto XVI ebbe modo di esprimere durante il suo primo viaggio in Africa, nel 2009, per le quali fu aspramente criticato da governi ed organizzazioni, e tacciato addirittura di essere un assassino: alla domanda:

“Santità, tra i molti mali che travagliano l’Africa, vi è anche e in particolare quello della diffusione dell’Aids. La posizione della Chiesa cattolica sul modo di lottare contro di esso viene spesso considerata non realistica e non efficace. Lei affronterà questo tema, durante il viaggio?”

il Papa ha rispose:

“Io direi il contrario: penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto, visibilmente e anche invisibilmente, per la lotta contro l’Aids, ai Camilliani, a tutte le Suore che sono a disposizione dei malati … Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di profilattici: al contrario, il rischio è di aumentare il problema. La soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi. Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dare forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra che questa sia la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo tutti coloro che lo fanno”.

Dati scientifici alla mano, chi è, allora, il vero assassino di africani malati di AIDS?

Fonte primaria: http://www.zenit.org/article-17620?l=italian.

giovedì 1 dicembre 2011

Rorate coeli - Canto per l'avvento

Uno dei canti che più rappresentano il tempo di Avvento nel quale ci troviamo è Rorate coeli desuper. Sin dal VII secolo, al tempo di papa San Gregorio Magno, si canta questa antifona d'ingresso, il cui testo è tratto dal libro del Profeta Isaia (Is 45, 8):

Stillate, cieli, dall'alto
e le nubi facciano piovere il giusto
.

Nel XVIII secolo l'abate di Solesmes, Dom Prosper Guéranger, mutò l'introito in un'antifona da cantare come ritornello tra alcune strofe che esprimono supplica (Ne irascaris Domine), penitenza (Peccavimus), attesa (Vide Domine) ed infine conforto (Consolamini popule meus). La forma musicale in cui sono scritte le strofe è quella che viene detta di "accentus", uno stile di canto monodico senza un ritmo codificato, in cui il testo è il metro principale ed ha una nota per sillaba (per questo è anche detto "canto sillabico"). Questo stile di canto si contrappone al "concentus", ricco di melismi, utilizzato soprattutto per infondere una certa solennità al canto. Quindi è evidente che, sebbene sia stato scritto relativamente di recente, questo genere di canto esprima non solo con il testo, ma anche con la musica stessa, tutto il carattere proprio dell'Avvento, cioè l'attesa temperante che non vuole anticipare la solennità del Natale; ed è da questi elementi che si comprende perché il canto gregoriano è additato dalla Chiesa come il modello dal quale trarre ogni altro genere di canto liturgico.
Qui di seguito il testo originale ed una traduzione, tratta dal nostro libretto dei canti parrocchiale:

Rorate coeli desuper
et nubes pluant iustum.

Ne irascaris, Domine,
ne ultra memineris iniquitatis:
ecce civitas Sancti
facta est deserta,
Sion deserta facta est,
Jerusalem desolata est;
domus sanctificationis tuae
et gloriae tuae,
ubi laudaverunt Te
patres nostri.

Rorate...

Peccavimus, et facti sumus
tamquam immundus nos,
et cecidimus
quasi folium universi:
et iniquitates nostrae
quasi ventus abstulerunt nos:
abscondisti
faciem tuam a nobis,
et allisisti nos
in manu iniquitatis nostrae.

Rorate...

Vide, Domine,
afflictionem populi tui,
et mitte quem
missurus es;
emitte Agnum dominatorem terrae,
de petra deserti
ad montem filiae Sion,
ut auferat ipse
iugum captivitatis nostrae.

Rorate...

Consolamini, consolamini,
popule meus:
cito veniet salus tua;
quare moerore consumeris,
quia innovanit te dolor?
Salvabo te, noli timere,
ego enim sum
Dominus Deus tuus,
Sanctus Israel,
Redemptor tuus.

Rorate...
Stillate o cieli dall'alto
e le nubi piovano il giusto.

Non adirarti, Signore,
non ricordare più l'iniquità:
ecco la città del santuario
è deserta,
Sion è divenuta deserta,
Gerusalemme è desolata;
la dimora della tua santità
e della tua gloria,
dove ti lodarono
i padri nostri.

Stillate...

Abbiamo peccato e siamo divenuti
come immondi,
siamo caduti
tutti come foglie
e le nostre iniquità
ci hanno dispersi come il vento:
hai nascosto
a noi il tuo volto
e ci hai abbandonato
in mano alle nostre iniquità.

Stillate...

Guarda, Signore,
l'afflizione del tuo popolo
e manda Colui che
stai per mandare;
manda l'Agnello dominatore della terra,
dalla pietra del deserto
al monte della figlia di Sion,
perché tolga il giogo
della nostra schiavitù.

Stillate...

Consòlati, consòlati
popolo mio:
presto verrà la tua salvezza;
perché ti consumi nella tristezza,
mentre il dolore ti riassale?
Ti salverò, non temere,
perché io sono
il Signore tuo Dio,
il Santo d'Israele,
il tuo Redentore.

Stillate...

Di seguito due versioni: quella gregoriana ed una versione polifonica per sole voci maschili scritta da mons. Valentin Miserachs Grau, presidente del Pontificio Istituto di Musica Sacra e direttore della cappella della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.

martedì 29 novembre 2011

Omelia del cardinale Piacenza sulla musica

Voglio citare l'omelia del cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero, tenuta durante la Santa Messa in onore di Santa Cecilia, patrona dei musicisti, lo scorso 22 novembre. Di essa vorrei porre all'attenzione dei lettori una frase in particolare: «Nella Liturgia quindi non è l’uomo ad inventare qualcosa e poi a cantarlo, ma il canto “proviene dagli angeli”, cioè l’uomo deve innalzare il suo cuore affinché concordi con la tonalità che gli giunge dall’alto, stando davanti a Dio, in adorazione». E' un paradigma generale che va applicato a tutta la liturgia, ed alla musica sacra in quanto parte integrante della liturgia stessa. L'uomo usa i suoi mezzi propri e il frutto del suo lavoro, come pane e vino, parole e canto sacro, affinché, per grazia di Dio, possa essere innalzato alla grandezza dell'Altissimo. Per questo è necessario che tutto ciò che l'uomo offre nella liturgia sia buono e autentico; ma le categorie di bontà ed autenticità sono oggi sotto l'attacco spietato del relativismo, per il quale tutto, a seconda dei punti di vista, può essere considerato buono e degno di far parte della liturgia. Ma la bontà a cui la liturgia assurge è quella di Dio, che è l'unico ad essere Buono; come fare, dunque, per attenersi a questo supremo modello di bontà? Con umiltà e obbedienza al Magistero della Chiesa, che il Signore stesso ci ha indicato di seguire consegnando a Pietro le chiavi; senza avere la pretesa di inventare nuove formule, che stravolgano il rito, o di importare ritmi e musiche profani solo per il gradimento che essi riscuotono fuori dal tempio. In altre parole, l'uomo deve dedicare al culto di Dio quanto di meglio l'umanità abbia realizzato, specie nel campo delle arti; far fatica per cercare di imitare i modelli che la Chiesa ci addita (il canto gregoriano, la polifonia sacra e i canti che sorgono dalle devozioni popolari) e non eseguire il genere di musica che piace di più, anche se in esso non si ravvisa nemmeno una traccia di sacralità. Umiltà, obbedienza e temperanza: delle virtù che siamo chiamati ad imparare e a praticare, proprio durante questo tempo di Avvento, in tutti gli aspetti della nostra vita.

La musica è via maestra di bellezza e di evangelizzazione
Omelia del Cardinale Mauro Piacenza

In quella straordinaria espressione artistica dell’uomo che chiamiamo “musica”, è possibile riconoscere, forse meglio e più intensamente che in ogni altro “luogo”, la presenza del Mistero.

Affermava il Santo Padre Benedetto XVI nell’Udienza generale dello scorso 31 agosto: «Ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. […] Mi torna in mente un concerto di musiche di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein. Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio. Accanto a me c'era il vescovo luterano di Monaco e spontaneamente gli dissi: “Sentendo questo si capisce: è vero; è vera la fede così forte, e la bellezza che esprime irresistibilmente la presenza della verità di Dio».
La bellezza che così si sperimenta è la gloria di Dio che trasfigura il mondo!
La bellezza, così intesa, non è immagine statica da contemplare, ma è attiva e dinamica, è in movimento, è forza che agisce e compie: la percezione della bellezza è un varco che si apre su una realtà più grande, è un varco che si apre nel mondo di Dio.
La bellezza si realizza in una forma che, se assumesse un significato finalizzato a se stesso, fossilizzerebbe la vita, ridurrebbe il rapporto tra il cuore dell’uomo e l’Infinito.
Al contrario, è proprio attraverso questo rapporto con l’infinito che si realizza la creatività stessa, che contempla questa bellezza e la traduce in una certa forma, ma la bellezza è eterna, mentre la forma è provvisoria.
La musica è via maestra di bellezza e, mi si permetta, di evangelizzazione!
In un epoca nella quale non esistevano ancora tutti i sistemi di riproduzione musicale della nostra società, ascoltare musica, soprattutto nella Liturgia, era realmente una “esperienza celestiale”.
In tal senso la musica è eterna, anche perché sempre riproducibile.
Mi ha sempre colpito l’esempio di Marija Judina, una dei più grandi pianisti russi del ‘900, la pianista che commosse Stalin. «Sconosciuta in Occidente ed emarginata in patria - dove pure era considerata un prodigio di perfezione musicale e tecnica - perché il regime aveva paura della sua fede senza riserve, del suo temperamento indomito e della sua indipendenza di vedute. Tutti aspetti, questi, che non venivano semplicemente dal suo carattere, ma da un nucleo interiore che lei riconosceva come ineliminabile, irriducibile nell’uomo. Al tocco delle sue dita («artigli d’aquila», le definì Šostakovic), i tasti del pianoforte evocavano un altro mondo, trasfigurato, purificando la realtà da miserie e piccinerie, infondendole significato e speranza, donandole la bellezza».
Il critico musicale Piero Rattalino racconta in un’intervista che quando Stalin ascoltò, nel 1943, alla radio l’esecuzione dal vivo di Marija Judina, del Concerto per pianoforte e orchestra n. 23 in La Maggiore K 488 di Mozart, ne restò colpito e volle a tutti i costi il disco.
Nessuno ebbe il coraggio di dirgli che il concerto non era stato registrato, che era una diretta effettuata negli studi della radio di Mosca e così venne inciso nella notte, in gran segreto.
Il disco venne confezionato in pochi esemplari e recapitato al tremendo ammiratore.
Stalin si mostrò generoso, e fece avere alla Judina ventimila rubli, una cifra strepitosa per l’epoca. Ma lei li rifiutò per sé e così rispose al dittatore: «La ringrazio per il Suo aiuto, Iosif Vissarionovič. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso, La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della mia parrocchia». Si dice che il disco con il concerto della Judina fosse sul grammofono di Stalin, quando lo trovarono morto nella sua dacia».
La pianista amava ripetere di essere consapevole delle proprie debolezze, ma pensava che la grandezza dell’uomo non fosse principalmente nelle sue doti, bensì nell’impulso «ad “osare” che nasce con lui e muore solo dopo di lui, nel suo cuore che ha sete d’infinito»; per tacitarlo – diceva citando Dostoevskij, «bisognerebbe tagliare la lingua a Cicerone, cavare gli occhi a Copernico, lapidare Shakespeare…».
L’incontro con gli artisti attraverso le loro opere e le loro esecuzioni (musicali, canore, pittoriche, scultoree, architettoniche, poetiche e letterarie) è, allora, incontro con la loro anima, con la loro sete d’infinito che può esprimersi in forme diverse.
Certamente, a maggior ragione, questo accade con la musica composta, pensata, scritta per Dio, per la divina Liturgia.
La Parola di Dio espressa in parole di uomini conserva un “non dicibile” che si esprime in canto, affinché l’indicibile divenga udibile; questo vuol dire che la musica sacra, espressione della Parola e del silenzio percepito in essa, ha bisogno di un sempre nuovo ascolto di tutta la pienezza del Logos.
La liturgia è parusia anticipata, è l’irrompere del «già» nel nostro «non ancora» e la liturgia terrena è realmente tale solo per il fatto che si inserisce in ciò che è più grande, nella liturgia celeste già da sempre in atto.
San Benedetto, nella Regola, al Cap. XIX, intitolato: “L’atteggiamento da tenere durante la recita dei Salmi”, cita il Salmo 46,8 «Cantate inni con arte» e il Salmo 137,1 «A te voglio cantare davanti agli angeli» per indicare ai monaci - ma si può riferire a tutti noi -, di riflettere, quando si canta, «su come dobbiamo comportarci al cospetto della divinità e dei suoi angeli, e quando partecipiamo all’ufficio divino il nostro animo sia in armonia con la nostra voce», «et sic stemus ad psallendum ut mens nostra concordet voci nostrae».
Cosa vuol dire questo se non quanto si è detto già anche per le grandi espressioni musicali?
Nella Liturgia quindi (ma si è visto anche nel rapporto con l’Infinito che determina una grande espressione artistica) non è l’uomo ad inventare qualcosa e poi a cantarlo, ma il canto “proviene dagli angeli”, cioè - ed è questo che afferma san Benedetto - l’uomo deve innalzare il suo cuore affinché concordi (abbia lo stesso cuore) con la tonalità che gli giunge dall’alto, stando davanti a Dio, in adorazione.
Solo un “cuore concorde”, solo la persona che adora il Signore può esprimere una musica adeguata alla liturgia.
È l’Atteggiamento delle vergini della parabola evangelica: è sufficiente, per l'ultimo giorno, il desiderio di "entrare alle nozze", non basta riconoscere "la voce dello sposo".
È necessario coltivare il buon “olio della fede”, perché non abbia a mancare nel momento giusto, quando riecheggerà, per ciascuno, diventando visione, la parola del Profeta Osea: «Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore».
È la grande lezione che ci imparte la dolcissima Vergine e Martire Cecilia la cui vita è armonia, è musica, è canto, inserita nel commovente, incantevole concertato della ecclesiale communio sanctorum!

Fonti: www.zenit.org e messainlatino.it.

sabato 26 novembre 2011

Tempo di Avvento

Con questa Domenica comincia un nuovo anno liturgico. L'anno che segue la liturgia, infatti, non corrisponde a quello civile, che comincia in gennaio per terminare in dicembre: esso si diparte dall'Avvento, il tempo liturgico che porta verso il Natale, in cui si celebra la prima venuta di Cristo sulla terra, ma anche il tempo dedicato in maniera particolare all'attesa della Sua venuta nella gloria, quando giudicherà i vivi e i morti e riconsegnerà tutta la creazione nelle mani del Padre Celeste. La liturgia, con i suoi segni visibili esteriori, ci aiuta a comprendere meglio la natura di questo tempo; non è un inizio anno chiassoso come i capidanno cui oramai siamo abituati, ma siamo altresì invitati agli atteggiamenti dell'attesa e della veglia, che ci proiettano verso i misteri ultimi, i novissimi, che costituiscono il destino di ogni uomo. Il colore liturgico delle vesti sacre e degli arredi è il viola, fusione del blu, che indica la temperanza e la prudenza da applicare nella vita, specie in questo tempo, e del rosso, che ci ricorda il Sangue della Passione di Cristo, venuto nel mondo per riscattare con la Sua stessa vita le nostre anime dalla schiavitù del peccato. Nelle domeniche e nelle ferie di Avvento non si recita il Gloria, inno natalizio per eccellenza (comincia, infatti, con le parole che gli angeli rivolsero ai pastori nella Notte Santa), cosa che in un certo senso aumenta l'attesa verso il culmine, che è la solennità del Natale del Signore. Infine anche la musica è più discreta, gli strumenti più parchi, per non anticipare la gioia del Natale, al quale siamo invitati a prepararci con la preghiera e la contrizione.
A questo proposito vorrei indicare ai lettori un brano particolarmente significativo della liturgia del tempo di Avvento, ossia l'inno che ci accompagnerà in tutte le domeniche e ferie di Avvento alla celebrazione dei Vespri: Conditor Alme Siderum. Ne propongo l'ascolto nella versione gregoriana e in una rielaborazione in chiave polifonica del princeps musicae Giovanni Pierluigi da Palestrina; in fondo potete trovare il testo con la traduzione. Con questo omaggio musicale intendo augurare a tutti i lettori un buon inizio dell'anno liturgico e, soprattutto, un buon tempo di Avvento.





Cónditor alme síderum,
ætérna lux credéntium,
Christe, redémptor ómnium,
exáudi preces súpplicum.

Qui cóndolens intéritu
mortis períre sæculum,
salvásti mundum lánguidum,
donans reis remédium,

Vergénte mundi véspere,
uti sponsus de thálamo,
egréssus honestíssima
Vírginis matris cláusula.

Cuius forti poténtiæ
genu curvántur ómnia;
cæléstia, terréstria
nutu faténtur súbdita.

Te, Sancte, fide quæsumus,
ventúre iudex sæculi,
consérva nos in témpore
hostis a telo pérfidi.

Sit, Christe, rex piíssime,
tibi Patríque glória
cum Spíritu Paráclito,
in sempitérna sæcula. Amen.
Vivificante creatore delle stelle,
eterna luce dei credenti,
Cristo, redentore di tutti,
esaudisci le preghiere di chi ti supplica.

Tu compatendo il mondo
che andava in rovina nella morte,
salvasti l'umanità ammalata,
donando una cura ai peccatori,

Mentre scendeva la sera del mondo,
come uno sposo dal talamo nuziale,
sei uscito dall'intemerato
ventre della Vergine madre.

Alla tua forte potenza
tutte le creature piegano il ginocchio;
quelle del cielo, quelle della terra
si mostrano sottomesse alla tua volontà.

Te, o Santo, con fede preghiamo,
te, che verrai come giudice del mondo:
conservaci nel tempo
dalla lancia del perfido nemico.

O Cristo, re piissimo,
a te e al Padre sia gloria
con lo Spirito Paraclito
per i secoli eterni. Amen.

Traduzione dal sito www.cantualeantonianum.com

venerdì 25 novembre 2011

Giornata della Colletta Alimentare

Domani, ultimo sabato del mese di novembre, l'associazione Banco Alimentare Onlus organizza come di consueto la giornata della Colletta Alimentare, giunta alla sua quindicesima edizione. Alcuni volontari fuori dei supermercati accoglieranno i clienti consegnando loro una locandina ed una borsa per la spesa, nella quale chi può e chi vuole potrà porre alcuni prodotti dalla propria spesa da destinare ai più poveri e ai più bisognosi del nostro Paese. La borsa sarà poi riconsegnata all'uscita del supermercato, dove gli addetti (riconoscibili dalla pettorina con il logo dell'iniziativa) raccoglieranno i generi alimentari offerti. Nell'attuale situazione economica che rende critico il bilancio di molte delle nostre famiglie, questo piccolo gesto di solidarietà concreta ci aiuta ad essere vicini a coloro che si trovano in una situazione ancora peggiore (come coloro che hanno perso il lavoro, o non hanno più soldi per pagare la casa), e per i quali anche assicurare a se stessi e alla propria famiglia un pasto quotidiano diventa difficile. La Giornata della Colletta Alimentare ci aiuti, dunque, ad aprire gli occhi sulla povertà che ci circonda (e che purtroppo sta diventando sempre più evidente), ed anche ad apprezzare ancora di più i beni, specialmente i più semplici, che possiamo permetterci, riducendo gli sprechi di cibo e di acqua.
Non tutti i prodotti sono indicati per la colletta alimentare: è necessario che siano prodotti a lunga scadenza e non facilmente deteriorabili, come pasta, olio e scatolame. Una lista dei prodotti adatti, reperibile nel sito dell'associazione Banco Alimentare Onlus, www.bancoalimentare.it, è disponibile cliccando nel link qui sotto:
http://www.bancoalimentare.it/colletta-alimentare-2011/listaspesa.pdf.

Di seguito riporto l'articolo apparso ieri sul quotidiano online La Bussola Quotidiana, a firma di Giovanni Fighera, con una testimonianza del presidente dell'associazione, don Mauro Inzoli.

Colletta alimentare, la carità di un popolo
Di Giovanni Fighera

«La carità è il bene fondamentale che nessuno può mancare di mettere a frutto e senza il quale ogni altro dono è vano» ha detto Benedetto XVI, domenica 13 novembre prima dell’Angelus, al termine del quale il Papa ha anche salutato i volontari della Giornata nazionale della Colletta alimentare che si terrà il 26 novembre.

L’Associazione Onlus Banco Alimentare da anni raccoglie le eccedenze alimentari e le ridistribuisce ad enti ed iniziative che, in Italia, si occupano di assistenza e di aiuto ai poveri e agli emarginati. La raccolta cerca di rispondere concretamente alla emergenza povertà in Italia, assistendo oltre un milione di persone. Ma questo non basta: il bisogno è ben più grande. Per questo, da ormai quindici anni, l’ultimo sabato di novembre si tiene la Giornata Nazionale della Colletta alimentare in migliaia di supermercati. Più di centoventimila volontari all’opera, novemila e quattrocento tonnellate di cibo raccolte in un solo giorno, cinque milioni di italiani che hanno acquistato il cibo per i più poveri sono i numeri dell’anno scorso in Italia che hanno fatto della Colletta il gesto di un intero popolo, il più grande gesto di carità nel nostro Paese.

Don Mauro Inzoli, presidente dell’Associazione Banco Alimentare, scrive: «La carità non è appannaggio di qualcuno. […] Noi crediamo che la proposta di fare la spesa a favore dei poveri abbia in sé un contenuto educativo che possa incidere profondamente sulla cultura». Noi tutti siamo chiamati a sperimentare che la carità è della stessa natura dell’uomo. Nessuno, però, fa esperienza soltanto quando prova o sperimenta qualcosa. Una persona può aver avuto tante donne, ma può non aver mai fatto esperienza dell’amore. Miguel Mañara, la figura storica nascosta sotto il leggendario Don Giovanni, ha conquistato tante donne, ma non conosce davvero la natura dell’amore fin quando non incontra Girolama, che lo abbraccia nonostante il suo limite, che lo ama per quello che è, che gli mostra una letizia che le altre donne non possedevano. Miguel Mañara incontra una umanità diversa, più corrispondente alla sua attesa, al suo umano desiderio di essere amato. Non c’è umana esperienza senza questa verifica di corrispondenza al cuore. Nell’esperienza dell’amore la persona coglie la propria dimensione strutturale di essere dipendenza da un altro e percepisce un compimento, una soddisfazione, una letizia maggiori rispetto ad una posizione narcisistica di auto soddisfazione.

L’apertura all’altro è una dimensione naturale per l’essere umano che spesso, crescendo, finisce per dimenticarselo fino a quando non fa nuovamente esperienza di essere amato. Quando accade questo? Solo quando qualcuno gli fa percepire che tiene proprio a lui, che gli vuole bene così come è, incondizionatamente, senza preclusioni. Un fatto, tra i tanti sorprendenti che mi sono capitati in questi anni durante la colletta alimentare, testimonia in maniera emblematica che questa giornata è, in primo luogo, un’occasione di incontro e di condivisione del significato del gesto. Qualche anno fa, io e un mio collega di scuola abbiamo invitato gli studenti a partecipare alla Colletta, dopo averli accompagnati a visitare la sede del Banco in Lombardia. «Condividere un bisogno per condividere il senso della vita» è il motto. Il giorno della Colletta, nel pomeriggio, entra nel supermercato una signora anziana. Avrà forse ottant’anni. Mentre procede con passo lento e stanco, alcuni miei studenti la fermano per invitarla a fare la spesa, ma lei non vuole sentire ragioni. In maniera un po’ incauta e repentina la incalzo: «Signora, le devo dire una cosa importante!». Allora, arrabbiata e con sguardo di rimprovero, la signora inizia a farmi una predica sui giovani di oggi e sulla loro presunzione, mi racconta la sua storia, del trasferimento nei campi di concentramento in gioventù, della fortuna di essere un’esperta in un settore che poteva servire ai nazisti, della povertà sperimentata nel Secondo dopoguerra.

Mentre racconta, la ascolto attentamente e le faccio delle domande. Nel contempo, ogni tanto, quando passano dei clienti del supermercato, le chiedo scusa e interrompo momentaneamente l’ascolto per invitare al gesto della colletta. Col passare dei minuti il suo sguardo si intenerisce e si fa meno duro. Dopo un po’, mi chiede di poter far la conoscenza anche degli altri volontari e inizia a fermare i clienti del supermercato. A coloro che non si fermano non risparmia le critiche: «Vergognatevi!». Dopo due ore, la signora fa la spesa per la colletta. E poi, visto che ha la febbre, la invitiamo ad andare a casa a riposarsi. Questa volta, che fatica a convincerla ad andare via! Che sorpresa è rendersi conto che un gesto così dignitoso, un gesto di carità è per noi, perché possiamo essere più lieti! Che sorpresa è assistere ad un giorno ordinario che diventa straordinario per la presenza di Cristo, che è amore che unisce, che fa condividere, che riempie di senso e della sua presenza il vuoto della giornata! Si può sempre scommettere sulla nostra umanità e sulla quella altrui, perché, come dice un personaggio del romanzo Diario di un curato di campagna di Bernanos, «ogni uomo conserva sempre la possibilità di amare. L’Inferno è non amare più».

Per questo l’invito rivolto a tutti è di partecipare alla Colletta, sia come volontari che facendo la spesa, e di riflettere sulle cosiddette «dieci righe» che introducono al valore educativo del gesto: «Il momento storico che stiamo vivendo rimane molto delicato e drammatico. I poveri sono in costante crescita e sono sempre più prossimi a ciascuno di noi. Non manca solo il cibo, manca il lavoro, la casa e soprattutto sembrano venir meno le ragioni per sperare e per questo si è sempre più soli; una solitudine spesso avvertita da chiunque, poveri o ricchi. Cristo, presente ora, colma quella solitudine, risponde a tutte le esigenze del nostro cuore. Per questa esperienza, proponiamo ad ognuno la Colletta alimentare, perché facendo la spesa per chi è nel bisogno si ridesti tutta la nostra persona, cominciando a vivere all’altezza dei desideri del nostro cuore».


Fonte: labussolaquotidiana.it.

giovedì 24 novembre 2011

Il dialogo religioso e le richieste di perdono

Voglio proporre all'attenzione dei lettori un articolo di Gianfranco Trabuio, pubblicista, già professore universitario a Padova e Venezia, che affronta il tema del dialogo religioso tra la Chiesa Cattolica e l'Islam e un tema particolarmente sentito al giorno d'oggi: le richieste di scuse della Chiesa Cattolica. Infatti, nella nostra società sempre più marcatamente anti-cattolica, accanto ai consueti e demagogici inviti al Papa da parte di molti sedicenti cattolici e atei (che magari sono appena tornati da una bella crociera, indossano vestiti firmati od ostentano con fierezza gioielli e preziosi) a disfarsi dei suoi "numerosi anelli" per sfamare l'intera Africa, un altro ritornello che si sente spesso è quello delle scuse che il papa (ed in particolare l'attuale pontefice) dovrebbe continuamente rivolgere al mondo intero e all'Islam in particolare per le Crociate. Come se le Crociate fossero state la guerra di invasione dei cristiani dell'epoca contro indifesi e pacifici uomini di religione musulmana, durante la quale i primi si avventavano e massacravano senza pietà i secondi. Non si può nemmeno dire che tutto, nella storia cristiana, sia stato regolare, come lo stesso papa Benedetto XVI ha avuto modo di sottolineare durante l'ultimo incontro interreligioso di Assisi: «Sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna». Tuttavia, osserva Trabuio, perché soltanto il papa e la Chiesa Cattolica devono chiedere scusa? Ed elenca una serie di massacri per i quali oggi nessuno, stranamente, invoca le scuse, nemmeno durante le numerose marce della pace di Assisi organizzate da varie comunità, tra le quali sant'Egidio, che dà l'impressione di impegnarsi molto nel dialogo interreligioso. Eppure questi drammi, elencati da Trabuio, hanno per protagonisti proprio dei frati francescani, che in quelle marce della pace sembrano essere stati completamente dimenticati. Non è necessario né vitale per il cristiano esigere le scuse da parte dei suoi torturatori; finisce per esserlo, invece, per chi si fa paladino della pace e della verità, e che invece si ostina a voler vedere il marcio sempre e soltanto da parte della Chiesa, oltraggiando, in questo modo, anche la memoria dei martiri che gloriosamente hanno preferito la morte al rinnegare Gesù Cristo in favore di Maometto.

Perché solo il Papa deve chiedere perdono?
Francesco, i martiri francescani e l'Islam

Di Francesco Trabuio

Non si può analizzare la attuale situazione sul dialogo religioso tra Chiesa Cattolica e Islam se non si parte dalla storia. Tutti i tentativi di impostare il dialogo tra questi due mondi come se non ci fosse il passato, è come pulire il pavimento nascondendo la polvere sotto il tappeto: è inutile e dannoso per tutti e due, e per le sorti del mondo.

Purtroppo quando le fedi religiose si identificano con la politica degli Stati e con la gestione del potere economico, non è facile intraprendere un percorso virtuoso che possa portare al rispetto reciproco e alla convivenza pacifica.

Il recente incontro mondiale di Assisi tra i capi religiosi, voluto da Benedetto XVI, ha fatto segnare ancora una volta il coraggio della Chiesa Cattolica nel convocare le religioni a parlare della pace nel mondo. Cosa dovrebbero fare gli uomini di fede votati alla santità se non costruire la pace? Il Papa cattolico ancora una volta ha chiesto perdono per le violenze del passato perpetrate dagli uomini della Chiesa cattolica. Giustamente. Chiedere perdono, da un punto di vista pedagogico e psicologico, è sempre un’operazione vincente. Riconoscere i propri peccati fa parte della pedagogia della dottrina della Chiesa e del Vangelo.

Il Papa Benedetto XVI, però, doveva fare anche un’altra operazione culturale: invitare gli altri capi religiosi a chiedere perdono alla Chiesa cattolica per tutte le violenze attuate dai loro fedeli contro i fedeli della Chiesa cattolica e di tutte le altre confessioni religiose. SOLO E SOLTANTO quando tutti avranno il coraggio di domandare perdono reciprocamente si potrà avviare la conversione dei cuori, e da questa passare al rispetto e alla convivenza, diversamente questi incontri rimangono eventi giornalisticamente importanti ma poco utili per l’obiettivo finale, che è quello della pace nel mondo e della giustizia economica tra le nazioni.

Oggi è quanto mai urgente arrivare a questa consapevolezza. Purtroppo in un recente incontro romano tra i volontari che operano in Terra Santa e per la Terra Santa, si è avuta la percezione che fare presente ai musulmani e agli ebrei la necessità di percorrere la strada del perdono reciproco sia politicamente scorretto. È politicamente corretto e accettato solo se è la Chiesa cattolica a chiedere perdono, gli altri possono tranquillamente continuare a esercitare la violenza che più gli conviene contro i seguaci di Gesù Nazareno. Lo vediamo a Betlemme e nei territori palestinesi, lo vediamo in India, lo vediamo in Egitto, lo vediamo in Indonesia, lo vediamo in Iraq e in Libano. Di quanti martiri ha ancora bisogno la Chiesa cattolica per poter affermare nei riguardi di questi violenti che nessuna violenza ha mai portato alla pace?

I violenti non sono dei pazzi isolati, hanno sempre dietro di loro un potere religioso e politico che li spinge verso la violenza e che li protegge. Ecco perché è quanto mai attuale ritornare a parlare della figura di Francesco di Assisi e della sua Regola. Come è stato scritto in precedenza in una mia relazione al XXI Congresso degli Amici di Terra Santa del Triveneto, Francesco non è mai stato un pacifista, come lo dipingono i miti politicamente corretti delle marce della pace che ad Assisi ogni anno raccolgono migliaia di persone: ecologisti, cattolici di varie sfumature, sindacalisti, politici dichiaratamente appartenenti alla nebulosa della sinistra marxista, e persone di orientamento politico che propongono la negazione dei famosi valori non negoziabili tanto cari alla dottrina di Benedetto XVI, come il diritto alla vita e il diritto alla famiglia come voluta da Dio Creatore. Francesco è stato un uomo di pace ed è andato al seguito della quinta Crociata nel 1219 per convertire il Sultano Malek el Kamil, e per convincere i crociati a fermarsi di fronte all’inutile guerra. Francesco era andato dal Sultano consapevole che rischiava la vita, ma il suo obiettivo era più grande della sua stessa vita: portare la parola di Gesù, quella del Vangelo. Gesù ha insegnato il perdono e la misericordia e non la violenza contro gli uomini di altre religioni. Che Dio sarà mai quello che invita a uccidere i credenti di altre fedi? Quale paradiso può aspettarsi un omicida?

Ecco, a queste domande ancor oggi dobbiamo tentare di dare una risposta, e non c’è esperienza storica che ci possa aiutare meglio delle storie dei martiri francescani, assassinati dai seguaci del profeta Muhammad, a partire dai famosi cinque protomartiri del Marocco.

È necessario evidenziare con insistenza che Francesco era arso dal desiderio del martirio, lui voleva morire martire per Cristo, e questa sua aspirazione era maturata ancora nel 1211 quando era partito, per predicare il Vangelo nella Siria dei monaci stiliti, e dove i musulmani avevano come sommo impegno quello di uccidere chi avesse tentato di convertire al Vangelo qualche credente in Allah. Però la nave si incagliò sulle coste della Croazia.

Un’altra volta, ancora, il nostro Francesco aveva tentato di raggiungere la Terra di Gesù, inutilmente.

Nonostante i due insuccessi patiti, organizzato l’Ordine in province (1217), egli provvide a mandare missionari in tutte le principali nazioni d’Europa. Nel famoso Capitolo generale delle stuoie, celebrato alla Porziuncola, nella Pentecoste del 1219, diede licenza ai frati Ottone sacerdote, Berardo suddiacono, e ai conversi Vitale, Pietro, Accursio, Adiuto, di andare a predicare il Vangelo ai saraceni del Marocco, mentre egli si sarebbe recato con i crociati in Palestina per visitare i Luoghi santi e convertire gl’infedeli, pur ignorandone la lingua. È molto bello ricordare che per Francesco la Provincia di Oltremare, la Terra di Gesù e dei suoi apostoli, era considerata la Perla delle Province.

Dopo aver ricevuto la benedizione del santo fondatore, i sei missionari si diressero a piedi verso la Spagna. Giunti nel regno di Aragona, Vitale, superiore della spedizione, cadde malato, ma ciò non impedì agli altri cinque figli di S. Francesco di proseguire il loro cammino sotto la guida di Berardo. Dopo diverse peripezie e patimenti subiti dai musulmani di Spagna, riuscirono ad arrivare nella capitale del Marocco, dove iniziarono a predicare nelle piazze col crocifisso in mano. Il sultano del Marocco immediatamente li fece imprigionare e dopo violenze di ogni tipo e vista la loro determinazione a non abiurare la loro fede in Cristo Gesù, il sultano stesso tagliò loro la testa, lasciando i poveri corpi al ludibrio dei fanatici musulmani. Era il 16 gennaio 1220.

Don Pietro Fernando, Infante del re del Portogallo, che si trovava a Marrakech, fece costruire due casse d’argento di diversa grandezza. Si servì della più piccola per deporvi le teste, della più grande per deporvi i corpi degli uccisi in odio alla fede cattolica. Quando ritornò in Portogallo, egli portò con sé le preziose reliquie dei cinque protomartiri francescani e le depose nella chiesa di Santa Croce a Coimbra, dove sono ancora venerate. Fu in quella occasione che Ferdinando da Lisbona si sentì talmente acceso dall’amor di Dio che decise di abbandonare l’Ordine dei Canonici Regolari per abbracciare quello dei Frati Minori. Diventerà il grande sant’Antonio da Padova, il taumaturgo e teologo che tanto lustro darà all’Ordine di Francesco di Assisi.

Alla notizia del martirio dei cinque suoi figli, Frate Francesco, che si trovava al seguito della quinta Crociata, disse in un trasporto di riconoscenza verso Dio: “Ora posso dire che ho veramente cinque fratelli minori”. Il Papa Sisto IV li canonizzò nel 1481.

Nessuno finora ha chiesto perdono, neanche ai frati Francescani, per questo massacro, regolarmente compiuto obbedendo ai canoni dell’Islam.


L'articolo non è finito: per leggere l'intero articolo di Gianfranco Trabuio vi rimando al seguente link:
http://www.ioamolitalia.it/2011/11/perche-solo-il-papa-deve-chiedere-perdono/#more-19768.

mercoledì 23 novembre 2011

Sospeso per la Messa del papa

Invita i colleghi a vedere la Messa del Papa in tv, l’azienda sanitaria lo sospende per tre giorni
Dal quotidiano Avvenire

Ha annunciato un presidio e uno sciopero della fame un dipendente dell’Ulss 12 sospeso per tre giorni senza stipendio perché, in occasione della visita del Papa a Venezia nel maggio scorso, si adoperò per consentire a degenti e colleghi di assistere in diretta alla Messa celebrata da Benedetto XVI. «Il direttore generale Antonio Padoan ha ritenuto che l’iniziativa ledesse l’immagine laica dell’Azienda per cui ha agito disciplinarmente nei miei confronti», spiega Bernardino Mason, il dipendente. «In previsione della visita del Papa a Venezia, avvenuta l’8 maggio – racconta – sono stato incaricato dal direttore amministrativo e dal direttore di Scuola di Sanità Veneta, mio diretto superiore, di rendere possibile la visione della Messa ai degenti degli ospedali e a chiunque ne avesse desiderio». «Sono stato punito pur avendo dimostrato che ho agito in collaborazione con altri e su indicazione del direttore amministrativo Maria Alessandra Massei – prosegue Mason – fatalità la punizione mi è stata comunicata il giorno successivo alla fine dell’incarico del direttore amministrativo». Replica l’azienda sanitaria: «La procedura disciplinare – spiega l’azienda – è stata comminata perché con una sua email il dipendente aveva sollecitato il personale ospedaliero a seguire la Messa del Pontefice durante l’orario di servizio».

Fonte: L'Avvenire, 23 novembre 2011, pag. 14

Sospeso per la Messa del Papa in tv
Di Alberto Francesconi dal Gazzettino di Venezia

Punito per avere invitato il personale dell’Ospedale dell’Angelo a seguire la Messa del Papa. È destinata a sollevare polemiche la sospensione di tre giorni dal servizio comminata dalla direzione dell’Ulss 12 a un proprio dipendente, Bernardino Mason, autore di una mail con la quale invitava il personale in servizio a seguire dal maxischermo allestito nella hall dell’ospedale la Messa celebrata al Parco di San Giuliano da Benedetto XVI l’8 maggio scorso. Mason, in servizio alla Scuola di sanità veneta, braccio operativo dell’Ulss 12 nella formazione, ha annunciato un presidio di protesta e uno sciopero della fame nei tre giorni di sospensione, dal 28 al 30 novembre. «Il direttore generale Antonio Padoan ha ritenuto che l’iniziativa ledesse l’immagine laica dell’Azienda per cui ha agito disciplinarmente nei miei confronti», spiega Mason, che adombra il sospetto che di una lotta di potere dietro il provvedimento disciplinare a suo carico. Proprio il dipendente era stato incaricato dal direttore amministrativo dell’Ulss di permettere ai degenti di assistere alla diretta della Messa del Papa. All’Angelo, per avere la tv in camera è necessario pagare; per la rilevanza dell’evento si era così deciso di allestire un maxischermo nella hall. Mason, noto per il suo impegno pluriennale nel mondo dell’associazionismo e della cooperazione, sarebbe però andato oltre: «La procedura disciplinare - spiega l’azienda - è stata comminata perché con una sua email il dipendente aveva sollecitato il personale ospedaliero a seguire la Messa del Pontefice durante l’orario di servizio». Con un uso improprio della posta elettronica aziendale, ma soprattutto con una violazione della "mission" dell’azienda che, si legge nella contestazione, «non è quella di fare propaganda religiosa, bensì di assistere la collettività». Mason però sente puzza di bruciato: «Sono stato punito - sostiene - pur avendo dimostrato che ho agito in collaborazione con altri e su indicazione del direttore amministrativo Maria Alessandra Massei - prosegue Mason - fatalità la punizione mi è stata comunicata il giorno successivo alla fine dell’incarico del direttore amministrativo». Per questo il dipendente, che annuncia che ricorrerà contro la sospensione, ha deciso che trascorrerà i tre giorni alla stazione Sfmr dell’Ospedale a digiuno spiegando al pubblico il proprio caso.

Fonte: Il Gazzettino di Venezia, 23 novembre 2011, pag. XVII
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