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mercoledì 11 gennaio 2012

Il vero volto degli anti-omofobi

Qualche giorno fa ho pubblicato un articolo sulla sconcia rappresentazione in programma a Milano del regista Romeo Castellucci; una vicenda che ci fa interrogare sulla discriminazione in atto contro i cristiani, ed in particolare contro i cattolici, tanto che alcuni osservatori non hanno esitato a descriverla con il nome di cristiano-fobia.
Ebbene tale nome, non proprio semanticamente corretto (la parola fobia, infatti, indica piuttosto paura verso qualcosa, mentre si vorrebbe intendere qualcosa di più, come discriminazione ed odio), deriva in qualche modo dall'altro atteggiamento di cui i cristiani, ultimamente, sono ritenuti colpevoli: l'omofobia, il cavallo di battaglia delle associazioni omosessualiste. In realtà nel termine "omofobia" oggi si tende a far entrare anche comportamenti che nulla hanno di discriminatorio, ma che riguardano la libertà di pensiero, nella fattispecie la libertà dei cristiani di dissentire dall'omosessualità. Per fare degli esempi: non assumere o licenziare un commesso perché omosessuale è un atto di ingiusta discriminazione, che la Chiesa stessa condanna (CCC 2358), poiché va nella direzione di negare un diritto fondamentale della persona (il lavoro) in ragione dell'orientamento sessuale, che con quel lavoro non ha nulla a che fare; criticare ed opporsi all'adozione di bambini da parte di coppie di omosessuali, al contrario, non può essere considerato un atto discriminatorio, né offensivo, perché i figli non sono in alcun modo considerabili un "diritto" dei genitori (siano essi naturali o adottivi), ed anche perché è a beneficio e nell'interesse del bambino che la sua famiglia sia costituita da un padre e da una madre (come molti studi scientifici stanno, silenziosamente, dimostrando). Quando si tenta di combattere questo atteggiamento per nulla discriminatorio, ma che rientra per lo meno nella libertà di pensiero e di espressione che tutte le persone dovrebbero avere garantito, si rischia di cadere in un massimalismo tipico di vere e proprie dittature.
E' il caso di Adrian Smith, un funzionario inglese di una compagnia di housing, che per aver espresso nel suo profilo facebook delle legittime opinioni di critica nei confronti di certe idee espresse dai movimenti omosessualisti, è stato accusato di omofobia, declassato nel suo lavoro e, praticamente, multato nel suo stipendio con una ammenda di 14000 sterline all'anno. Le frasi del misfatto riguardano la pretesa di alcune coppie omosessuali di sposarsi in chiesa, cosa, secondo Smith, assurda; un'opinione del tutto legittima, che viene erroneamente (e forse in malafede) considerata discriminatoria. Riprendendo l'esempio del commesso che ho fatto sopra, qui sembra di assistere alla stessa cosa: il commesso viene licenziato (in questo caso multato e retrocesso) per aver espresso la sua opinione, in un campo che non riguarda assolutamente il suo lavoro. Ma nessuno sembra curarsene, anzi, sembra addirittura che la si consideri una punizione giusta. Paradossalmente una voce sola si è levata, in Inghilterra, a difesa di Smith, ed è quella di un attivista gay noto in Gran Bretagna, Peter Tatchell, che ha avuto modo di dichiarare: «Se un dipendente gay fosse stato trattato così duramente da un’organizzazione cristiana per aver scritto commenti in favore degli omosessuali sulla propria pagina personale di facebook, avremmo assistito ad una sollevazione generale ed all’inevitabile accusa di omofobia». Un'altra prova, dunque, dell'inestricabile intreccio tra l'anti-omofobia e la cristianofobia.
Di seguito cito l'articolo, a firma di Gianfranco Amato, apparso lunedì sul blog Corrispondenza Romana.

Dagli all'omofobo
Di Gianfranco Amato

Per rendersi conto di quanto siano pericolosi gli interventi legislativi in materia di omofobia, basta attraversare la Manica. In Gran Bretagna aleggia un clima da terreur jacobin, che alimenta la preoccupante escalation di quella che è diventata una vera e propria caccia alle streghe contro chiunque possa anche vagamente apparire in odore di omofobia.

Scrivevo un anno fa del rischio di un nuovo maccartismo delle lobby gay, prendendo lo spunto dal titolo di un intelligente articolo della nota giornalista conservatrice britannica Melanie Phillips apparso sul Daily Mail del 24 gennaio 2011 (Yes, gays have often been the victims of prejudice. But they now risk becoming the new McCarthyites). Le cose da allora sono solo peggiorate. L’ultimo episodio di questa assurda caccia all’omofobo rende assai bene l’idea. Stavolta di mira è stato preso Adrian Smith un funzionario della Trafford Housing Trust (THT), una housing company con sede nei pressi di Manchester, il quale, a seguito di un procedimento disciplinare, è stato retrocesso ad una mansione inferiore, ed ha subito una decurtazione del 40% del proprio stipendio, passando da 35.000 a 21.000 sterline.

Praticamente una multa di 14.000 sterline applicata ogni anno. L’accusa è quella di “gross misconduct”, indisciplina talmente grave (come furto o violenza) da giustificare persino il licenziamento in tronco di un dipendente. Smith è stato “graziato” da questa sanzione estrema solo per il suo ottimo curriculum e per il suo impeccabile comportamento tenuto in diciotto anni di onorato lavoro.

Questi i fatti che hanno portato i dirigenti della THT ad assumere un così severo provvedimento disciplinare. Adrian Smith avrebbe rilasciato presunti commenti “omofobici” nella propria pagina di facebook personale. I commenti consistevano, in realtà, nell’obiezione alla pretesa di celebrare i matrimoni omosessuali in chiesa. «Io non capisco», ha scritto Smith, «perché persone che non hanno fede e non credono in Gesù Cristo devono sposarsi in chiesa; le Sacre Scritture sono assolutamente chiare sul fatto che il matrimonio sia l’unione di un uomo e di una donna». Aggiunge persino questa affermazione: «Se lo Stato intende riconoscere il matrimonio civile tra omosessuali, può benissimo farlo, ma non può imporre le proprie regole nei luoghi destinati alla fede ed alla coscienza».

L’errore commesso da Smith, secondo la THT, è quello di aver specificato la propria posizione lavorativa nel suo profilo facebook, e quindi di aver leso gravemente l’immagine dell’organizzazione, associandola a quelle espressioni ritenute di contenuto omofobico. Tra l’altro, il comportamento di Smith sarebbe anche andato contro la policy aziendale della THT ispirata ai concetti di «inclusione e tolleranza» (sic!).

In questa vicenda, però, qualcosa non torna.

Primo, Adrian Smith ha espresso i suoi commenti fuori dall’orario di lavoro, utilizzando la propria pagina personale di facebook, che non è pubblica e non può, quindi, essere vista da chiunque. Secondo, Adrian Smith si è limitato ad esprimere un’opinione, in maniera pacata, non offensiva, e senza ingiuriare nessuno. Terzo, Adrian Smith non ha minacciato o intimidito chicchessia. Quarto, Adrian Smith non ha neppure espresso un giudizio negativo contro l’omosessualità di per sé, dichiarandosi persino non contrario al matrimonio civile tra gay.

La sua colpa è quella di aver criticato l’eventualità di imporre con una legge i matrimoni in chiesa tra persone dello stesso sesso. Poiché la questione è oggetto di ampio e acceso pubblico in Gran Bretagna, allora dovrebbe essere considerata omofoba tutta quella larga fetta dell’opinione pubblica britannica che condivide le perplessità di Smith. Anzi, per essere precisi, insieme a lui dovrebbero essere bollati come omofobi, il Primo Ministro, il Ministro per le Pari Opportunità, e tutta l’alta gerarchia della Chiesa Anglicana. Se è omofobo Adrian Smith, allora sono omofobi anche tutti loro.

Il provvedimento adottato dal THT non è solo illegittimo ma anche odioso. E a renderlo ancora più odioso è stato il tripudio con cui è stato accolto dalla comunità LGBT. Con una meritoria eccezione di riguardo, però. Si tratta di Peter Tatchell, noto attivista gay che si batte per i diritti degli omosessuali.

Tatchell è l’unico che non solo ha criticato pubblicamente l’operato della THT, ma che ha addirittura preso le difese di Smith. Ha, infatti, scritto sul prestigioso blog statunitense Huffinghton Post: «In una società democratica tutti, compreso Adrian Smith hanno il diritto di esprimere le proprie opinioni anche quando possono apparire ad altri fuorvianti ed errate; la libertà di espressione dovrebbe essere limitata solo in casi estremi, come, ad esempio, quando si concretizza nell’incitazione esplicita alla violenza».

E poi ha sollevato una provocazione che gli fa onore: «Se un dipendente gay fosse stato trattato così duramente da un’organizzazione cristiana per aver scritto commenti in favore degli omosessuali sulla propria pagina personale di facebook, avremmo assistito ad una sollevazione generale ed all’inevitabile accusa di omofobia».

Quando Peter Tatchell ha saputo dell’intenzione di Smith di opporsi alle sanzioni inflittegli rivolgendosi al giudice del lavoro, si è dichiarato pronto a testimoniare in suo favore. Ciò dimostra che il punto non è tanto l’orientamento sessuale di una persona, quanto l’uso ideologico e distorto che di esso se ne fa. E come tutti i frutti velenosi delle degenerazioni ideologiche, anche questa isteria collettiva che tende ad identificare gli omofobi come gli untori manzoniani del XXI secolo, finisce inevitabilmente per tradursi in deprecabili atteggiamenti di intolleranza. E’ così che è sempre accaduto nella Storia ogni volta che i discriminati si sono trasformati in discriminatori.


Fonte: www.corrispondenzaromana.it

lunedì 9 gennaio 2012

Lo spettacolo blasfemo

In questi giorni stiamo assistendo ad una nuova ondata di quella che alcuni osservatori chiamano cristiano-fobia, secondo una moda invalsa tra i più: dal Pakistan continuano ad arrivare notizie su Asia Bibi, la donna cristiana incarcerata e condannata a morte per blasfemia, di cui la quasi totalità dei media italiani sembra essersi dimenticata; oppure la terribile situazione dei cristiani in Nigeria, perseguitati e uccisi dai fondamentalisti islamici, che hanno intimato ai superstiti di lasciare le loro case per poter dare vita ad uno stato totalmente islamico. Ma finché questi gesti razzisti riguardano terre lontane, non ci toccano direttamente, restano fatti di cronaca, semplici titoli che, forse per una qualche casualità, abbiamo letto sui quotidiani o ascoltato al telegiornale.
In verità c'è un altro gesto cristianofobo che sta avvenendo proprio nel cuore della civilissima, democraticissima e liberissima Italia: si tratta di una rappresentazione teatrale di un certo Romeo Castellucci, dal titolo "Sul concetto di Volto del figlio di Dio". Questa, molto in sintesi, la trama: un anziano guarda la televisione in una stanza bianca; ma l'anziano è incontinente, ed è soggetto a frequenti attacchi di dissenteria. Tocca al figlio pulire la stanza ed accudire il padre, ma puntualmente un nuovo attacco di dissenteria inquina il bianco della scenografia non appena il figlio ha terminato le pulizie. Alla fine il povero figlio, forse esasperato, prende i liquami e gli escrementi depositati sul palcoscenico e li scaglia contro il fondo della scenografia.
Viene da chiedersi cosa c'entri il "Volto del figlio di Dio" in tutto questo; ebbene, anche se non se ne capisce il motivo (ma non credo sia l'unica cosa priva di spiegazione in tutta questa faccenda, a cominciare dall'affinità di questa cosa col teatro), durante tutto lo svolgimento campeggia sullo sfondo una gigantografia del Volto di Gesù Cristo, nella rappresentazione del Salvator Mundi di Antonello da Messina. Quindi la chiosa del lavoro di Castellucci non è semplicemente il figlio che lancia via gli escrementi per esasperazione; lancia quegli escrementi all'indirizzo del Volto di Gesù Cristo. E per fugare ogni dubbio (magari qualcuno può pensare che si tratti di casualità), il quadro si squarcia, lasciando leggere la frase "You are not my shepherd" (Tu non sei il mio pastore).
Non ci vuole molto, soltanto un minimo di onestà intellettuale, per capire che questo orrendo spettacolo non è semplicemente una provocazione, satira o qualcos'altro di lecito o innocente, ma un chiaro attacco, volutamente blasfemo, contro Gesù Cristo e contro i cristiani. Da parte sua il regista ci tiene a far sapere (in una lettera pubblicata sul blog messainlatino.it) che il suo spettacolo è «spirituale e cristico; portatore, cioè, dell’immagine del Cristo», e che «è completamente falso che si lordi il volto del Cristo con gli escrementi; chi ha visto lo spettacolo ha potuto vedere la finale colatura di un velo di inchiostro nero scendere sul dipinto come un sudario notturno». Il tutto dando, a chi abbia pensato che lo spettacolo potesse essere offensivo di Gesù Cristo e della religione cristiana, degli emeriti ignoranti. Ci perdoni, dunque, l'ignoranza il regista, se gli facciamo notare che, secondo il suo ragionamento, anche il regime nazista poteva essere definito filo-ebraico, anzi, il maggiore diffusore dell'ebraismo nella Germania degli anni '30, giacché aveva "gentilmente proposto" a tutti gli ebrei di portare in bella vista la Stella di David, un simbolo ebraico; oppure che l'allora ministro Calderoli era un fervente musulmano, giacché aveva deciso di indossare lui stesso la famosa maglietta con le vignette islamiche, un gesto sicuramente maomettistico. Ironia a parte, dal basso della nostra ignoranza ci sentiamo di suggerire al Castellucci che non basta esporre l'immagine di Cristo per definire "cristico" il suo spettacolo; dipende dalla destinazione che ha quell'immagine. E, per rispondere alla seconda obiezione qui riportata, quella cioè secondo cui l'immagine non sarebbe insozzata di escrementi nel finale dell'opera, ci limitiamo a riportare il link a un'immagine che rappresenta la scenografia a rappresentazione conclusa in un teatro francese.
Chiaramente non è un argomento allettante per i grandi quotidiani italiani, fatta eccezione per un articolo di Paola d'Amico a pagina 55 del Corriere di sabato scorso. In compenso in molti quotidiani compare oggi la notizia del comportamento omofobo di un politico pdl nei confronti del governatore della Puglia; allora viene da chiedersi: perché l'omofobia sì e la cristianofobia no? Se fa notizia l'omofobia perché non dovrebbe far notizia la discriminazione nei confronti dei cristiani? La notizia compare soltanto sulle pagine del web, nei siti e nei blog cattolici come Corrispondenza Romana e Fides et Forma, oltre al già citato Messa in Latino; su questi siti internet si sta diffondendo la notizia di una manifestazione di protesta pacifica a cui tutti i cattolici sono invitati che si dovrebbe tenere martedì 24 gennaio alle 19:30 e sabato 28 gennaio alle 20:00 (giorni in cui è prevista la messa in scena della suddetta rappresentazione) davanti al Teatro Parenti a Milano. Ci si può chiedere se vi sia effettivamente l'opportunità di manifestare, come qualcuno si è anche chiesto se vi sia l'opportunità di denunciare fatti di questo tipo; ha provato a dare una risposta il prof. Roberto de Mattei, in un video pubblicato a questo link, che invito per lo meno ad ascoltare. Di certo non vi è l'opportunità di rappresentare questo spettacolo blasfemo proprio mentre una donna cristiana viene, lei sì ingiustamente, accusata di blasfemia e minacciata di morte in Pakistan, e mentre migliaia di cristiani in Nigeria sono costretti a vivere nel terrore di essere trucidati, come già successo, a causa della loro fede cattolica.
Io personalmente inviterei ancora una volta a giudicare con onestà intellettuale quelli che sono i fatti, e che cita anche de Mattei: nel nostro stato non si può criticare il presidente della repubblica perché si rischia di essere accusati del reato di vilipendio, non si può obiettare allo stile di vita degli omosessuali perché si viene accusati di omofobia, non si possono criticare i musulmani perché si rischierebbero le ritorsioni (anche violente) di alcuni e quelle verbali di musulmani e non; Gesù Cristo, invece, può essere liberamente insozzato, offeso, sbeffeggiato e oltraggiato, non esistono leggi che tutelino la libertà di pensiero e di espressione dei cattolici. Se nemmeno protestiamo per questi eventi sconfortanti ed offensivi rischiamo sul serio di far rimanere soltanto la loro bestemmia. Ed invito anche, senza retorica o demagogia, a gettare uno sguardo sulla storia, su quella che è stata l'origine del razzismo più bieco del nostro continente, quello contro gli ebrei, gli omosessuali e i disabili nella Germania nazista e nella Russia comunista, e come esso si sia potuto diffondere senza freno anche grazie alla incolpevole docilità degli stessi discriminati che, ignari di quello a cui erano stati destinati, sopportavano in silenzio le assurde leggi e gli insulti da parte dei regimi nazista e comunista. Studiare la storia può servire anche per non commettere oggi gli stessi errori del passato.

domenica 8 gennaio 2012

L'anno della fede è l'anno del Catechismo

Ieri la Congregazione per la Dottrina della Fede ha emanato una nota con indicazioni pastorali per l'Anno della Fede, che il Santo Padre Benedetto XVI ha indetto in occasione del cinquantesimo anniversario dall'indizione del Concilio Vaticano II. Nel testo è fatto notare anche come questo anniversario coincida con i vent'anni dalla stesura del Catechismo della Chiesa Cattolica; e proprio dal Catechismo, invita la nota, è necessario partire per dare impulso alla nuova evangelizzazione che tanto preoccupa il Papa in questo periodo. Il messaggio comprende indicazioni per la Chiesa Universale, per le Conferenze Episcopali, per le diocesi ed anche per le parrocchie; proprio nella sezione dedicata a queste ultime si legge:

«I sacerdoti potranno dedicare maggior attenzione allo studio dei Documenti del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa Cattolica, traendone frutto per la pastorale parrocchiale – la catechesi, la predicazione, la preparazione ai sacramenti – e proponendo cicli di omelie sulla fede o su alcuni suoi aspetti specifici, come ad esempio, "l’incontro con Cristo", "i contenuti fondamentali del Credo", "la fede e la Chiesa".

I catechisti potranno attingere maggiormente alla ricchezza dottrinale del Catechismo della Chiesa Cattolica e guidare, sotto la responsabilità dei rispettivi parroci, gruppi di fedeli per la lettura e il comune approfondimento di questo prezioso strumento, al fine di creare piccole comunità di fede e di testimonianza del Signore Gesù.

Nelle parrocchie si auspica un rinnovato impegno nella diffusione e nella distribuzione del Catechismo della Chiesa Cattolica o di altri sussidi adatti alle famiglie, autentiche chiese domestiche e luoghi primari di trasmissione della fede, ad esempio nel contesto delle benedizioni delle case, dei Battesimi degli adulti, delle Confermazioni, dei Matrimoni. Ciò potrà contribuire alla confessione e all’approfondimento della dottrina cattolica «nelle nostre case e presso le nostre famiglie, perché ognuno senta forte l’esigenza di conoscere meglio e di trasmettere alle generazioni future la fede di sempre».

Il progetto del Papa, dunque, è quello di fondare la nuova evangelizzazione su una maggiore consapevolezza di quello che la Chiesa va predicando, e che è raccolto mirabilmente nel Catechismo. Preghiamo per il Papa e sosteniamolo nella sua missione di pascere il gregge di Cristo; e, in questo periodo di Sede vacante del nostro patriarcato, non dimentichiamo di pregare il Signore perché illumini il Santo Padre nella scelta di un patriarca santo e docile ai divini voleri.

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
Nota con indicazioni pastorali per l’Anno della Fede

Introduzione

Con la Lettera apostolica Porta fidei dell’11 ottobre 2011, il Santo Padre Benedetto XVI ha indetto un Anno della fede. Esso avrà inizio l’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, e terminerà il 24 novembre 2013, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo.

Quest’anno sarà un’occasione propizia perché tutti i fedeli comprendano più profondamente che il fondamento della fede cristiana è «l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». Fondata sull’incontro con Gesù Cristo risorto, la fede potrà essere riscoperta nella sua integrità e in tutto il suo splendore. «Anche ai nostri giorni la fede è un dono da riscoprire, da coltivare e da testimoniare», perché il Signore «conceda a ciascuno di noi di vivere la bellezza e la gioia dell’essere cristiani.

L’inizio dell’Anno della fede coincide con il ricordo riconoscente di due grandi eventi che hanno segnato il volto della Chiesa ai nostri giorni: il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, voluto dal beato Giovanni XXIII (11 ottobre 1962), e il ventesimo anniversario della promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, offerto alla Chiesa dal beato Giovanni Paolo II (11 ottobre 1992).

Il Concilio, secondo il Papa Giovanni XXIII, ha voluto «trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti», impegnandosi affinché «questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo». Al riguardo, resta di importanza decisiva l’inizio della Costituzione dogmatica Lumen gentium: «Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr Mc 16, 15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. A partire dalla luce di Cristo che purifica, illumina e santifica nella celebrazione della sacra liturgia (cfr Costituzione Sacrosanctum Concilium) e con la sua parola divina (cfr Costituzione dogmatica Dei Verbum), il Concilio ha voluto approfondire l’intima natura della Chiesa (cfr Costituzione dogmatica Lumen gentium) e il suo rapporto con il mondo contemporaneo (cfr Costituzione pastorale Gaudium et spes). Attorno alle sue quattro Costituzioni, veri pilastri del Concilio, si raggruppano le Dichiarazioni e i Decreti, che affrontano alcune delle maggiori sfide del tempo.

Dopo il Concilio, la Chiesa si è impegnata nella recezione e nell’applicazione del suo ricco insegnamento, in continuità con tutta la Tradizione, sotto la guida sicura del Magistero. Per favorire la corretta recezione del Concilio, i Sommi Pontefici hanno più volte convocato il Sinodo dei Vescovi, istituito dal Servo di Dio Paolo VI nel 1965, proponendo alla Chiesa degli orientamenti chiari attraverso le diverse Esortazioni apostoliche post-sinodali. La prossima Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, nel mese di ottobre 2012, avrà come tema: La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana.

Sin dall’inizio del suo Pontificato, Papa Benedetto XVI si è impegnato decisamente per una corretta comprensione del Concilio, respingendo come erronea la cosiddetta «ermeneutica della discontinuità e della rottura» e promuovendo quella che lui stesso ha denominato «l’"ermeneutica della riforma", del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, ponendosi in questa linea, da una parte è un «autentico frutto del Concilio Vaticano II», e dall’altra intende favorirne la recezione. Il Sinodo Straordinario dei Vescovi del 1985, convocato in occasione del ventesimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II e per effettuare un bilancio della sua recezione, ha suggerito di preparare questo Catechismo per offrire al Popolo di Dio un compendio di tutta la dottrina cattolica e un testo di sicuro riferimento per i catechismi locali. Il Papa Giovanni Paolo II ha accolto tale proposta quale desiderio «pienamente rispondente a un vero bisogno della Chiesa universale e delle Chiese particolari». Redatto in collaborazione con l’intero Episcopato della Chiesa Cattolica, questo Catechismo «esprime veramente quella che si può chiamare la "sinfonia" della fede».

Il Catechismo comprende «cose nuove e cose antiche (cfr Mt 13, 52), poiché la fede è sempre la stessa e insieme è sorgente di luci sempre nuove. Per rispondere a questa duplice esigenza, il Catechismo della Chiesa Cattolica da una parte riprende l’ "antico" ordine, quello tradizionale, già seguito dal Catechismo di san Pio V, articolando il contenuto in quattro parti: il Credo; la sacra Liturgia, con i sacramenti in primo piano; l’agire cristiano, esposto a partire dai comandamenti; ed infine la preghiera cristiana. Ma, nel medesimo tempo, il contenuto è spesso espresso in un modo "nuovo", per rispondere agli interrogativi della nostra epoca». Questo Catechismo è «uno strumento valido e legittimo al servizio della comunione ecclesiale» e «una norma sicura per l’insegnamento della fede». In esso i contenuti della fede trovano «la loro sintesi sistematica e organica. Qui, infatti, emerge la ricchezza di insegnamento che la Chiesa ha accolto, custodito ed offerto nei suoi duemila anni di storia. Dalla Sacra Scrittura ai Padri della Chiesa, dai Maestri di teologia ai Santi che hanno attraversato i secoli, il Catechismo offre una memoria permanente dei tanti modi in cui la Chiesa ha meditato sulla fede e prodotto progresso nella dottrina per dare certezza ai credenti nella loro vita di fede».

L’Anno della fede vuol contribuire ad una rinnovata conversione al Signore Gesù e alla riscoperta della fede, affinché tutti i membri della Chiesa siano testimoni credibili e gioiosi del Signore risorto nel mondo di oggi, capaci di indicare alle tante persone in ricerca la "porta della fede". Questa "porta" spalanca lo sguardo dell’uomo su Gesù Cristo, presente in mezzo a noi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Egli ci mostra come «l’arte del vivere» si impara «in un intenso rapporto con Lui». «Con il suo amore, Gesù Cristo attira a sé gli uomini di ogni generazione: in ogni tempo Egli convoca la Chiesa affidandole l’annuncio del Vangelo, con un mandato che è sempre nuovo. Per questo anche oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede».

Per incarico di Papa Benedetto XVI, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha redatto, in accordo con i competenti Dicasteri della Santa Sede e con il contributo del Comitato per la preparazione dell’Anno della fede, la presente Nota con alcune indicazioni per vivere questo tempo di grazia, senza precludere altre proposte che lo Spirito Santo vorrà suscitare tra i Pastori e i fedeli nelle varie parti del mondo.

Indicazioni

«So a chi ho creduto» (2 Tm 1, 12): questa parola di san Paolo ci aiuta a comprendere che la fede «è innanzi tutto una adesione personale dell’uomo a Dio; al tempo stesso ed inseparabilmente, è l’assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato». La fede come affidamento personale al Signore e la fede che professiamo nel Credo sono inscindibili, si richiamano e si esigono a vicenda. Esiste un profondo legame fra la fede vissuta ed i suoi contenuti: la fede dei testimoni e dei confessori è anche la fede degli apostoli e dei dottori della Chiesa.

In tal senso, le seguenti indicazioni per l’Anno della fede desiderano favorire sia l’incontro con Cristo attraverso autentici testimoni della fede, sia la conoscenza sempre maggiore dei suoi contenuti. Si tratta di proposte che intendono sollecitare, in modo esemplificativo, la pronta responsabilità ecclesiale davanti all’invito del Santo Padre a vivere in pienezza quest’Anno come speciale «tempo di grazia». La riscoperta gioiosa della fede potrà anche contribuire a consolidare l’unità e la comunione tra le diverse realtà che compongono la grande famiglia della Chiesa.

I. A livello di Chiesa universale

1. Il principale avvenimento ecclesiale all’inizio dell’Anno della fede sarà la XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata da Papa Benedetto XVI nel mese di ottobre 2012 e dedicata a La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Durante questo Sinodo, nella data dell’11 ottobre 2012, avrà luogo una solenne celebrazione d’inizio dell’Anno della fede, nel ricordo del cinquantesimo anniversario di apertura del Concilio Vaticano II.

2. Nell’Anno della fede occorre incoraggiare i pellegrinaggi dei fedeli alla Sede di Pietro, per professarvi la fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, unendosi con colui che oggi è chiamato a confermare nella fede i suoi fratelli (cfr Lc 22, 32). Sarà importante favorire anche i pellegrinaggi in Terra Santa, luogo che per primo ha visto la presenza di Gesù, il Salvatore, e di Maria, sua madre.

3. Nel corso di quest’Anno sarà utile invitare i fedeli a rivolgersi con particolare devozione a Maria, figura della Chiesa, che «in sé compendia e irraggia le principali verità della fede». È dunque da incoraggiare ogni iniziativa che aiuti i fedeli a riconoscere il ruolo particolare di Maria nel mistero della salvezza, ad amarla filialmente ed a seguirne la fede e le virtù. A tale scopo risulterà quanto mai conveniente effettuare pellegrinaggi, celebrazioni e incontri presso i maggiori Santuari.

4. La prossima Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro nel luglio 2013 offrirà un’occasione privilegiata ai giovani per sperimentare la gioia che proviene dalla fede nel Signore Gesù e dalla comunione con il Santo Padre, nella grande famiglia della Chiesa.

5. Sono auspicati simposi, convegni e raduni di ampia portata, anche a livello internazionale, che favoriscano l'incontro con autentiche testimonianze della fede e la conoscenza dei contenuti della dottrina cattolica. Documentando come anche oggi la Parola di Dio continua a crescere e a diffondersi, sarà importante rendere testimonianza che in Gesù Cristo «trova compimento ogni travaglio ed anelito del cuore umano» e che la fede «diventa un nuovo criterio di intelligenza e di azione che cambia tutta la vita dell’uomo». Alcuni convegni saranno particolarmente dedicati alla riscoperta degli insegnamenti del Concilio Vaticano II.

6. Per tutti i credenti, l’Anno della fede offrirà un’occasione propizia per approfondire la conoscenza dei principali Documenti del Concilio Vaticano II e lo studio del Catechismo della Chiesa Cattolica. Ciò vale in modo speciale per i candidati al sacerdozio, soprattutto durante l’anno propedeutico o nei primi anni di studi teologici, per le novizie ed i novizi degli Istituti di Vita Consacrata e delle Società di Vita Apostolica, così come per coloro che vivono un tempo di verifica per aggregarsi ad un’Associazione o a un Movimento ecclesiale.

7. Detto Anno sarà occasione propizia per un’accoglienza più attenta delle omelie, delle catechesi, dei discorsi e degli altri interventi del Santo Padre. I Pastori, le persone consacrate ed i fedeli laici saranno invitati a un rinnovato impegno di effettiva e cordiale adesione all’insegnamento del Successore di Pietro.

8. Durante l’Anno della fede, in collaborazione con il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, sono auspicate varie iniziative ecumeniche volte ad invocare e favorire «il ristabilimento dell'unità fra tutti i cristiani» che «è uno dei principali intenti del sacro Concilio Ecumenico Vaticano II». In particolare, avrà luogo una solenne celebrazione ecumenica per riaffermare la fede in Cristo da parte di tutti i battezzati.

9. Presso il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione sarà istituita un’apposita Segreteria per coordinare le diverse iniziative riguardanti l’Anno della fede, promosse dai vari Dicasteri della Santa Sede o comunque aventi rilevanza per la Chiesa universale. Sarà conveniente informare per tempo detta Segreteria circa i principali eventi organizzati; essa potrà anche suggerire opportune iniziative in merito. La Segreteria aprirà un apposito sito internet al fine di offrire ogni informazione utile per vivere in modo efficace l’Anno della fede.

10. A conclusione di quest’Anno, nella Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, avrà luogo un’Eucaristia celebrata dal Santo Padre, in cui rinnovare solennemente la professione della fede.

II. A livello di Conferenze Episcopali

1. Le Conferenze Episcopali potranno dedicare una giornata di studio al tema della fede, della sua testimonianza personale e della sua trasmissione alle nuove generazioni, nella consapevolezza della missione specifica dei Vescovi come maestri e «araldi della fede».

2. Sarà utile favorire la ripubblicazione dei Documenti del Concilio Vaticano II, del Catechismo della Chiesa Cattolica e del suo Compendio, anche in edizioni tascabili ed economiche, e la loro maggiore diffusione con l’ausilio dei mezzi elettronici e delle moderne tecnologie.

3. È auspicabile un rinnovato sforzo per tradurre i Documenti del Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica nelle lingue nelle quali ancora non esistono. Si incoraggiano iniziative di sostegno caritativo per tali traduzioni nelle lingue locali dei Paesi in terra di missione, dove le Chiese particolari non possono gestirne le spese. Ciò sia condotto sotto la guida della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli.

4. I Pastori, attingendo ai nuovi linguaggi della comunicazione, si impegneranno per promuovere trasmissioni televisive o radiofoniche, film e pubblicazioni, anche a livello popolare e accessibili a un ampio pubblico, sul tema della fede, dei suoi principi e contenuti, nonché sul significato ecclesiale del Concilio Vaticano II.

5. I Santi e i Beati sono gli autentici testimoni della fede. Sarà pertanto opportuno che le Conferenze Episcopali si impegnino per diffondere la conoscenza dei Santi del proprio territorio, utilizzando anche i moderni mezzi di comunicazione sociale.

6. Il mondo contemporaneo è sensibile al rapporto tra fede e arte. In tal senso, si raccomanda alle Conferenze Episcopali di valorizzare adeguatamente, in funzione catechetica ed eventualmente in collaborazione ecumenica, il patrimonio delle opere d’arte reperibili nei luoghi affidati alla loro cura pastorale.

7. I docenti nei Centri di studi teologici, nei Seminari e nelle Università cattoliche sono invitati a verificare la rilevanza, nel loro insegnamento, dei contenuti del Catechismo della Chiesa Cattolica e delle implicazioni derivanti per le rispettive discipline.

8. Sarà utile preparare, con l’aiuto di teologi e autori competenti, sussidi divulgativi dal carattere apologetico (cfr 1 Pt 3, 15). Ogni fedele potrà così meglio rispondere alle domande che si pongono nei diversi ambiti culturali, in rapporto ora alle sfide delle sette, ora ai problemi connessi con il secolarismo e il relativismo, ora agli «interrogativi che provengono da una mutata mentalità che, particolarmente oggi, riduce l’ambito delle certezze razionali a quello delle conquiste scientifiche e tecnologiche», così come ad altre specifiche difficoltà.

9. È auspicabile una verifica dei catechismi locali e dei vari sussidi catechistici in uso nelle Chiese particolari, per assicurare la loro piena conformità con il Catechismo della Chiesa Cattolica. Nel caso in cui alcuni catechismi o sussidi per la catechesi non siano in piena sintonia col Catechismo, o rivelino delle lacune, si potrà cominciare a elaborarne di nuovi, eventualmente secondo l’esempio e con l’aiuto di altre Conferenze Episcopali che già hanno provveduto a redigerli.

10. Sarà opportuna, in collaborazione con la competente Congregazione per l’Educazione Cattolica, una verifica della presenza dei contenuti del Catechismo della Chiesa Cattolica nella Ratio della formazione dei futuri sacerdoti e nel Curriculum dei loro studi teologici.

III. A livello diocesano

1. È auspicabile una celebrazione di apertura dell’Anno della fede e una sua solenne conclusione a livello di ogni Chiesa particolare, in cui «confessare la fede nel Signore risorto nelle nostre Cattedrali e nelle chiese di tutto il mondo».

2. Sarà opportuno organizzare in ogni diocesi del mondo una giornata sul Catechismo della Chiesa Cattolica, invitando in modo particolare i sacerdoti, le persone consacrate e i catechisti. In quest’occasione, ad esempio, le eparchie orientali cattoliche potranno svolgere un incontro con i sacerdoti per testimoniare la propria specifica sensibilità e tradizione liturgica all’interno dell’unica fede in Cristo; così, le giovani Chiese particolari nelle terre di missione potranno essere invitate ad offrire una rinnovata testimonianza di quella gioia della fede che tanto le contraddistingue.

3. Ogni Vescovo potrà dedicare una sua Lettera pastorale al tema della fede, richiamando l’importanza del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa Cattolica e tenendo conto delle specifiche circostanze pastorali della porzione di fedeli a lui affidata.

4. Si auspica che in ogni diocesi, sotto la responsabilità del Vescovo, si organizzino momenti di catechesi, destinati ai giovani ed a coloro che sono in ricerca del senso della vita, allo scopo di scoprire la bellezza della fede ecclesiale, e si promuovano incontri con suoi testimoni significativi.

5. Sarà opportuno verificare la recezione del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa Cattolica nella vita e nella missione di ogni singola Chiesa particolare, specialmente in ambito catechistico. In tal senso, si auspica un rinnovato impegno da parte degli Uffici catechistici delle diocesi, che – sostenuti dalle Commissioni per la Catechesi delle Conferenze Episcopali – hanno il dovere di curare la formazione dei catechisti sul piano dei contenuti della fede.

6. La formazione permanente del clero potrà essere incentrata, particolarmente in quest’Anno della fede, sui Documenti del Concilio Vaticano II e sul Catechismo della Chiesa Cattolica, trattando, ad esempio, temi come "l’annuncio del Cristo risorto", "la Chiesa sacramento di salvezza", "la missione evangelizzatrice nel mondo di oggi", "fede e incredulità", "fede, ecumenismo e dialogo interreligioso", "fede e vita eterna", "l’ermeneutica della riforma nella continuità", "il Catechismo nella cura pastorale ordinaria".

7. Si invitano i Vescovi ad organizzare, specialmente nel periodo quaresimale, celebrazioni penitenziali in cui chiedere perdono a Dio, anche e specialmente per i peccati contro la fede. Quest’Anno sarà altresì un tempo favorevole per accostarsi con maggior fede e più intensa frequenza al sacramento della Penitenza.

8. Si auspica un coinvolgimento del mondo accademico e della cultura per una rinnovata occasione di dialogo creativo tra fede e ragione attraverso simposi, convegni e giornate di studio, specialmente nelle Università cattoliche, mostrando «come tra fede e autentica scienza non vi possa essere alcun conflitto perché ambedue, anche se per vie diverse, tendono alla verità».

9. Sarà importante promuovere incontri con persone che, «pur non riconoscendo in sé il dono della fede, sono comunque in una sincera ricerca del senso ultimo e della verità definitiva sulla loro esistenza e sul mondo», ispirandosi anche ai dialoghi del Cortile dei Gentili, avviati sotto la guida del Pontificio Consiglio della Cultura.

10. L’Anno della fede potrà essere un’occasione per prestare un’attenzione maggiore alle Scuole cattoliche, luoghi adeguati per offrire agli alunni una testimonianza viva del Signore e per coltivare la loro fede, con un opportuno riferimento all’utilizzo di buoni strumenti catechistici, come, ad esempio, il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica o come Youcat.

IV. A livello di parrocchie / comunità / associazioni / movimenti

1. In preparazione all’Anno della fede, tutti i fedeli sono invitati a leggere e meditare attentamente la Lettera apostolica Porta fidei del Santo Padre Benedetto XVI.

2. L’Anno della fede «sarà un’occasione propizia per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia». Nell’Eucarestia, mistero della fede e sorgente della nuova evangelizzazione, la fede della Chiesa viene proclamata, celebrata e fortificata. Tutti i fedeli sono invitati a prendervi parte consapevolmente, attivamente e fruttuosamente, per essere autentici testimoni del Signore.

3. I sacerdoti potranno dedicare maggior attenzione allo studio dei Documenti del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa Cattolica, traendone frutto per la pastorale parrocchiale – la catechesi, la predicazione, la preparazione ai sacramenti – e proponendo cicli di omelie sulla fede o su alcuni suoi aspetti specifici, come ad esempio, "l’incontro con Cristo", "i contenuti fondamentali del Credo", "la fede e la Chiesa".

4. I catechisti potranno attingere maggiormente alla ricchezza dottrinale del Catechismo della Chiesa Cattolica e guidare, sotto la responsabilità dei rispettivi parroci, gruppi di fedeli per la lettura e il comune approfondimento di questo prezioso strumento, al fine di creare piccole comunità di fede e di testimonianza del Signore Gesù.

5. Nelle parrocchie si auspica un rinnovato impegno nella diffusione e nella distribuzione del Catechismo della Chiesa Cattolica o di altri sussidi adatti alle famiglie, autentiche chiese domestiche e luoghi primari di trasmissione della fede, ad esempio nel contesto delle benedizioni delle case, dei Battesimi degli adulti, delle Confermazioni, dei Matrimoni. Ciò potrà contribuire alla confessione e all’approfondimento della dottrina cattolica «nelle nostre case e presso le nostre famiglie, perché ognuno senta forte l’esigenza di conoscere meglio e di trasmettere alle generazioni future la fede di sempre».

6. Sarà opportuno promuovere missioni popolari e altre iniziative, nelle parrocchie e nei luoghi di lavoro, per aiutare i fedeli a riscoprire il dono della fede battesimale e la responsabilità della sua testimonianza, nella consapevolezza che la vocazione cristiana «è per sua natura anche vocazione all’apostolato».

7. In questo tempo, i membri degli Istituti di Vita Consacrata e delle Società di Vita Apostolica sono sollecitati ad impegnarsi nella nuova evangelizzazione, con una rinnovata adesione al Signore Gesù, mediante l’apporto dei propri carismi e nella fedeltà al Santo Padre ed alla sana dottrina.

8. Le Comunità contemplative durante l’Anno della fede dedicheranno una particolare intenzione alla preghiera per il rinnovamento della fede nel Popolo di Dio e per un nuovo slancio nella sua trasmissione alle giovani generazioni.

9. Le Associazioni e i Movimenti ecclesiali sono invitati a farsi promotori di specifiche iniziative che, mediante il contributo del proprio carisma e in collaborazione con i Pastori locali, si inseriscano nel grande evento dell’Anno della fede. Le nuove Comunità e i Movimenti ecclesiali, in modo creativo e generoso, sapranno trovare i modi più adeguati per offrire la loro testimonianza di fede al servizio della Chiesa.

10. Tutti i fedeli, chiamati a ravvivare il dono della fede, cercheranno di comunicare la propria esperienza di fede e di carità dialogando coi loro fratelli e sorelle, anche delle altre confessioni cristiane, con i seguaci di altre religioni, e con coloro che non credono, oppure sono indifferenti. In tal modo si auspica che l’intero popolo cristiano inizi una sorta di missione verso coloro con cui vive e lavora, nella consapevolezza di aver «ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti».

Conclusione

La fede «è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi. Intenta a cogliere i segni dei tempi nell’oggi della storia, la fede impegna ognuno di noi a diventare segno vivo della presenza del Risorto nel mondo». La fede è un atto personale ed insieme comunitario: è un dono di Dio, che viene vissuto nella grande comunione della Chiesa e deve essere comunicato al mondo. Ogni iniziativa per l’Anno della fede vuole favorire la gioiosa riscoperta e la rinnovata testimonianza della fede. Le indicazioni qui offerte hanno lo scopo di invitare tutti i membri della Chiesa ad impegnarsi perché quest’Anno sia occasione privilegiata per condividere quello che il cristiano ha di più caro: Cristo Gesù, Redentore dell’uomo, Re dell’Universo, «autore e perfezionatore della fede» (Eb 12, 2).

Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 6 gennaio 2012, Solennità dell’Epifania del Signore.

William Card. Levada
Prefetto

Luis F. Ladaria, S.I.
Arcivescovo tit. di Thibica
Segretario


Fonte: vatican.va

mercoledì 4 gennaio 2012

Nuovi studi sulla Sindone

Ultimamente, è di ieri uno spazio concesso sul programma Geo & Geo in onda su Rai 3, si è diffusa la notizia dei nuovi studi condotti dall'Ente per le Nuove tecnologie, l'Energia e l'Ambiente (ENEA) sulla Sindone, e più precisamente sulle modalità in cui sarebbe stata impressa la figura del corpo sul lino. Per i dettagli su questi studi vi rimando ad un articolo di Marco Tosatti, apparso il 15 dicembre scorso sul sito Vatican Insider. Per riassumere, lo studio ha dimostrato che l'impressione dell'immagine sul telo sindonico non può essere avvenuta in seguito alla colorazione con particolari pitture, né per riscaldamento (ad esempio riscaldando uno stampo in metallo ed imprimendovi sopra il lenzuolo). Si tratta, infatti, di una pigmentazione molto particolare, quella della Sindone, che interessa soltanto una porzione superficiale delle fibrille del lino del lenzuolo estremamente piccola (200 nanometri, cioè 200 miliardesimi di metro); un dipinto avrebbe interessato il telo ben più in profondità, così come gli effetti del riscaldamento, i quali provocherebbero anche delle inevitabili bruciature delle fibre, sulla Sindone assenti. Gli scienziati dell'ENEA hanno cercato di riprodurre la colorazione caratteristica del lenzuolo utilizzando dei flash brevissimi, ma molto intensi, di radiazione ultravioletta: il risultato è stato positivo, nel senso che, variando le caratteristiche del fascio utilizzato, è possibile riprodurre in laboratorio una colorazione del lino simile a quella della Sindone, cioè estremamente superficiale. Tuttavia i campioni utilizzati sono molto più piccoli di un corpo umano come quello riprodotto sulla Sindone: per realizzare tramite radiazione UV un'immagine di tale grandezza, stimano i ricercatori dell'ENEA, occorrerebbero strumentazioni laser con una potenza molto grande, circa 34 milioni di megaWatt, mentre i più potenti laser sul mercato al giorno d'oggi arrivano a qualche migliaio di megaWatt. Tutto ciò senza tener conto del fatto che, come è stato già abbondantemente dimostrato, le macchie di sangue presenti sul lenzuolo sono di sangue umano, e che essendo l'immagine priva di segni di sbavatura (i quali sarebbero certamente stati presenti ipotizzando che il lino fosse stato adagiato su un corpo sanguinante per essere poi rimosso da qualcuno) esse rimangono tutt'ora inspiegabili.
Uno dei test più discussi che negli ultimi anni ha interessato la reliquia, è stato quello del Carbonio-14, che usa la radioattività di un particolare isotopo del carbonio, presente in natura in tutti i materiali organici, per datare reperti archeologici. Questo esame diede nel 1988 un risultato molto controverso: il lino sindonico, infatti, risalirebbe al 1260-1390. Tuttavia tali risultati sono stati da sempre oggetto di numerose critiche: inizialmente perché in disaccordo con le tracce storiche dell'esistenza della Sindone prima del 1260; poi perché non si teneva conto delle possibilità che incendi e inquinamento ambientale, nel corso dei secoli, avrebbero potuto alterarli di molto; infine fu avanzata l'ipotesi, ancora da verificare in maniera definitiva, che il campione utilizzato per il carbonio-14 (fu concesso un piccolo lembo di lenzuolo prelevato da una regione periferica), fosse un rattoppo operato successivamente, come testimonierebbero analisi allo spettrometro di massa ed osservazioni al microscopio.
Queste ultime ricerche dell'Enea avvalorerebbero, quindi, l'inattendibilità del test del carbonio-14; la tecnologia necessaria per produrre l'immagine sul lenzuolo, infatti, non era di certo a disposizione degli artisti dell'età di Giotto o Leonardo, che con i mezzi in loro possesso non avrebbero potuto realizzare un'opera di questo genere. La Sindone, quindi, non cessa di costituire un grande enigma per la scienza dei nostri giorni; usando le parole del beato papa Giovanni Paolo II, una "sfida all'intelligenza umana".

Collegamenti esterni:

lunedì 2 gennaio 2012

E' morto don Aldo Pesce

Questa mattina, all'età di 84 anni, don Aldo Pesce, indimenticato parroco di Ca' Corniani e Ca' Cottoni, è tornato alla Casa del Padre. I funerali saranno celebrati giovedì 5 gennaio nella Chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena ad Oriago di Mira alle ore 10:00. Questo il comunicato apparso sul sito gvonline.it del settimanale diocesano Gente Veneta:

E' morto la mattina di lunedì 2 gennaio, all'età di 84 anni, il sacerdote diocesano don Aldo Pesce. Il decesso è avvenuto all'Ospedale all'Angelo di Mestre, dove era ricoverato da qualche giorno per l'aggravarsi delle sue condizioni di salute. Don Aldo, originario di Mira, era stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1952 dal Patriarca Agostini. I suoi primi incarichi lo portarono negli anni '50 - come vicario parrocchiale - a S. Eufemia (Venezia), S. Donato di Murano e Carpenedo. Dal 1959 al 1966 seguì per la prima volta la parrocchia di Ca' Corniani a Caorle per poi diventare, fino al 1974, parroco a S. Rita di Mestre. Dopo una breve esperienza pastorale a Ponte Crepaldo e Marango di Caorle, don Aldo si spostò di nuovo a Venezia in quanto nominato parroco di S. Trovaso (dal 1975 al 1982) e poi anche vicario foraneo di Dorsoduro (dal 1976 al 1979). Passò quindi a guidare la parrocchia di Marano Veneziano (dal 1982 al 1993) e, più o meno nello stesso periodo, fu inoltre vicario foraneo di Gambarare. Dal 1993 al 2007 ritornò, infine, sul Litorale di Caorle con l'incarico di parroco delle comunità di Ca' Corniani e S. Gaetano. Per molti anni fu membro del Consiglio Presbiterale, del Collegio dei Consultori e del gruppo dei Parroci Consulenti. Ultimamente viveva nella residenza S. Maria del Rosario a Carpenedo. I funerali di don Aldo Pesce si svolgeranno giovedì 5 gennaio alle ore 10.00 nella chiesa parrocchiale di S. Maria Maddalena a Oriago di Mira, località dove la salma verrà poi tumulata nella tomba di famiglia. Interverrà e presiederà la celebrazione eucaristica l'Amministratore apostolico del Patriarcato di Venezia mons. Beniamino Pizziol.

Da parte nostra e di tutti coloro che ne portano nel cuore la memoria, non può che scaturire una preghiera al Padre perché accolga la sua anima in Paradiso:

Requiem aeternam dona ei, Domine, et Lux perpetua luceat ei; requiescat in pace. Amen.

68mo anniversario del voto alla Madonna

Il 2 gennaio è il giorno in cui Caorle torna devotamente ai piedi della sua amata Madonnina dell'Angelo, alla quale deve ancora oggi la sua esistenza. Alla fine del 1943, infatti, il comando dell'esercito nazista di stanza a Venezia, che dopo l'armistizio chiesto dall'Italia alle forze alleate aveva occupato i territori dell'Italia settentrionale, aveva stabilito lo sgombero di tutti gli abitanti della città di Caorle e la completa cancellazione del territorio dalle carte geografiche, sommergendo il litorale per una profondità di circa venti chilometri. A quel tempo l'Italia era sguarnita di ogni ordine civile, il re ed il governo si erano rifugiati da Roma a Brindisi e i governi locali del nord Italia, se non completamente assenti, erano del tutto asserviti agli ordini dei tedeschi; non vi era dunque possibilità di appello a qualsivoglia autorità civile, per i poveri caorlotti, al fine di scongiurare la catastrofe ormai decisa per le proprie case e la propria città. L'allora arciprete del Duomo di Caorle don Felice Marchesan, insieme a mons. Gottardi, futuro arcivescovo di Trento, cercarono invano più volte di far desistere i militari tedeschi dall'infausto proposito. Alla fine, convocati i fedeli ai piedi della Madonna dell'Angelo, la comunità supplicò la Vergine Santa, il 2 gennaio 1944, con la promessa che, se Lei fosse riuscita laddove gli uomini avevano fallito, i caorlotti si sarebbero impegnati a ristrutturare il Santuario, la cui ultima costruzione risaliva a duecento anni prima ed era molto bisognoso di intervento.
E la Madonna non fece mancare ai suoi fedeli il suo sostegno: la settimana successiva l'arciprete poteva recare a Caorle la notizia del cambio di ordini presso il comando tedesco.
E' questo, dunque, che oggi ricordiamo: la salvezza della nostra città di Caorle dalla distruzione materiale dei suoi edifici. Ma ben altre sono le distruzioni che oggi minacciano la nostra cittadina e la stabilità delle famiglie che la abitano: la droga e le dipendenze in cui troppo spesso i nostri giovani cadono, una concezione del lavoro e del denaro individualistica e maniacale, che arriva al punto di dividere i genitori dai propri figli, un'edilizia che talvolta si è mostrata insensibile ed irrispettosa dell'ambiente in cui è messa in opera; per non parlare del momento di difficoltà economica che tutto il nostro Paese vede davanti a sé. Anche oggi, come sessant'otto anni fa, possiamo affannarci per trovare da soli il modo di uscire da questi problemi, senza però riuscire a risolverli. La ricorrenza odierna ci indica l'unica via che può rendere fruttuosi i nostri sforzi: invocare l'aiuto di Dio, tramite la potente intercessione della sua Santissima Madre. Questo vuole essere l'augurio per la ricorrenza che all'inizio dell'anno ci richiama, come nel lontano 2 gennaio del 1944, ai piedi della Vergine dell'Angelo: non escludiamo Dio dalla nostra vita, non rifiutiamo l'aiuto della Madonna, che mai ha deluso le attese di chi la invoca sinceramente. Soltanto nel Signore possiamo essere certi che tutti i nostri propositi di solidarietà e amore verso gli altri sono puri ed autentici, e non contaminati dall'egoismo o dall'ideologia. La Madonna dell'Angelo si ricordi ancora, durante questo nuovo anno, dell'intera città di Caorle, anche se noi caorlotti, a volte, ci dimentichiamo di Lei.

domenica 1 gennaio 2012

Giornata mondiale della Pace 2012

Educare i giovani alla giustizia e alla pace

1. L'inizio di un nuovo anno, dono di Dio all’umanità, mi invita a rivolgere a tutti, con grande fiducia e affetto, uno speciale augurio per questo tempo che ci sta dinanzi, perché sia concretamente segnato dalla giustizia e dalla pace.

Con quale atteggiamento guardare al nuovo anno? Nel Salmo 130 troviamo una bellissima immagine. Il Salmista dice che l’uomo di fede attende il Signore « più che le sentinelle l’aurora » (v. 6), lo attende con ferma speranza, perché sa che porterà luce, misericordia, salvezza. Tale attesa nasce dall’esperienza del popolo eletto, il quale riconosce di essere educato da Dio a guardare il mondo nella sua verità e a non lasciarsi abbattere dalle tribolazioni. Vi invito a guardare il 2012 con questo atteggiamento fiducioso. È vero che nell’anno che termina è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno.

In questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere l’aurora di cui parla il Salmista. Tale attesa è particolarmente viva e visibile nei giovani, ed è per questo che il mio pensiero si rivolge a loro considerando il contributo che possono e debbono offrire alla società. Vorrei dunque presentare il Messaggio per la XLV Giornata Mondiale della Pace in una prospettiva educativa: « Educare i giovani alla giustizia e alla pace », nella convinzione che essi, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova speranza al mondo.

Il mio Messaggio si rivolge anche ai genitori, alle famiglie, a tutte le componenti educative, formative, come pure ai responsabili nei vari ambiti della vita religiosa, sociale, politica, economica, culturale e della comunicazione. Essere attenti al mondo giovanile, saperlo ascoltare e valorizzare, non è solamente un’opportunità, ma un dovere primario di tutta la società, per la costruzione di un futuro di giustizia e di pace.

Si tratta di comunicare ai giovani l’apprezzamento per il valore positivo della vita, suscitando in essi il desiderio di spenderla al servizio del Bene. È un compito, questo, in cui tutti siamo impegnati in prima persona.

Le preoccupazioni manifestate da molti giovani in questi ultimi tempi, in varie Regioni del mondo, esprimono il desiderio di poter guardare con speranza fondata verso il futuro. Nel momento presente sono molti gli aspetti che essi vivono con apprensione: il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo della politica, della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale.

È importante che questi fermenti e la spinta ideale che contengono trovino la dovuta attenzione in tutte le componenti della società. La Chiesa guarda ai giovani con speranza, ha fiducia in loro e li incoraggia a ricercare la verità, a difendere il bene comune, ad avere prospettive aperte sul mondo e occhi capaci di vedere « cose nuove » (Is 42,9; 48,6)!

I responsabili dell’educazione

2. L’educazione è l’avventura più affascinante e difficile della vita. Educare – dal latino educere – significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona. Tale processo si nutre dell’incontro di due libertà, quella dell’adulto e quella del giovane. Esso richiede la responsabilità del discepolo, che deve essere aperto a lasciarsi guidare alla conoscenza della realtà, e quella dell’educatore, che deve essere disposto a donare se stesso. Per questo sono più che mai necessari autentici testimoni, e non meri dispensatori di regole e di informazioni; testimoni che sappiano vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi. Il testimone è colui che vive per primo il cammino che propone.

Quali sono i luoghi dove matura una vera educazione alla pace e alla giustizia? Anzitutto la famiglia, poiché i genitori sono i primi educatori. La famiglia è cellula originaria della società. « È nella famiglia che i figli apprendono i valori umani e cristiani che consentono una convivenza costruttiva e pacifica. È nella famiglia che essi imparano la solidarietà fra le generazioni, il rispetto delle regole, il perdono e l’accoglienza dell’altro ». Essa è la prima scuola dove si viene educati alla giustizia e alla pace.

Viviamo in un mondo in cui la famiglia, e anche la vita stessa, sono costantemente minacciate e, non di rado, frammentate. Condizioni di lavoro spesso poco armonizzabili con le responsabilità familiari, preoccupazioni per il futuro, ritmi di vita frenetici, migrazioni in cerca di un adeguato sostentamento, se non della semplice sopravvivenza, finiscono per rendere difficile la possibilità di assicurare ai figli uno dei beni più preziosi: la presenza dei genitori; presenza che permetta una sempre più profonda condivisione del cammino, per poter trasmettere quell’esperienza e quelle certezze acquisite con gli anni, che solo con il tempo trascorso insieme si possono comunicare. Ai genitori desidero dire di non perdersi d’animo! Con l’esempio della loro vita esortino i figli a porre la speranza anzitutto in Dio, da cui solo sorgono giustizia e pace autentiche.

Vorrei rivolgermi anche ai responsabili delle istituzioni che hanno compiti educativi: veglino con grande senso di responsabilità affinché la dignità di ogni persona sia rispettata e valorizzata in ogni circostanza. Abbiano cura che ogni giovane possa scoprire la propria vocazione, accompagnandolo nel far fruttificare i doni che il Signore gli ha accordato. Assicurino alle famiglie che i loro figli possano avere un cammino formativo non in contrasto con la loro coscienza e i loro principi religiosi.

Ogni ambiente educativo possa essere luogo di apertura al trascendente e agli altri; luogo di dialogo, di coesione e di ascolto, in cui il giovane si senta valorizzato nelle proprie potenzialità e ricchezze interiori, e impari ad apprezzare i fratelli. Possa insegnare a gustare la gioia che scaturisce dal vivere giorno per giorno la carità e la compassione verso il prossimo e dal partecipare attivamente alla costruzione di una società più umana e fraterna.

Mi rivolgo poi ai responsabili politici, chiedendo loro di aiutare concretamente le famiglie e le istituzioni educative ad esercitare il loro diritto-dovere di educare. Non deve mai mancare un adeguato supporto alla maternità e alla paternità. Facciano in modo che a nessuno sia negato l’accesso all’istruzione e che le famiglie possano scegliere liberamente le strutture educative ritenute più idonee per il bene dei propri figli. Si impegnino a favorire il ricongiungimento di quelle famiglie che sono divise dalla necessità di trovare mezzi di sussistenza. Offrano ai giovani un’immagine limpida della politica, come vero servizio per il bene di tutti.

Non posso, inoltre, non appellarmi al mondo dei media affinché dia il suo contributo educativo. Nell’odierna società, i mezzi di comunicazione di massa hanno un ruolo particolare: non solo informano, ma anche formano lo spirito dei loro destinatari e quindi possono dare un apporto notevole all’educazione dei giovani. È importante tenere presente che il legame tra educazione e comunicazione è strettissimo: l’educazione avviene infatti per mezzo della comunicazione, che influisce, positivamente o negativamente, sulla formazione della persona.

Anche i giovani devono avere il coraggio di vivere prima di tutto essi stessi ciò che chiedono a coloro che li circondano. È una grande responsabilità quella che li riguarda: abbiano la forza di fare un uso buono e consapevole della libertà. Anch’essi sono responsabili della propria educazione e formazione alla giustizia e alla pace!

Educare alla verità e alla libertà

3. Sant’Agostino si domandava: « Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem? – Che cosa desidera l’uomo più fortemente della verità? ». Il volto umano di una società dipende molto dal contributo dell’educazione a mantenere viva tale insopprimibile domanda. L’educazione, infatti, riguarda la formazione integrale della persona, inclusa la dimensione morale e spirituale dell’essere, in vista del suo fine ultimo e del bene della società di cui è membro. Perciò, per educare alla verità occorre innanzitutto sapere chi è la persona umana, conoscerne la natura. Contemplando la realtà che lo circonda, il Salmista riflette: « Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? » (Sal 8,4-5). È questa la domanda fondamentale da porsi: chi è l’uomo? L’uomo è un essere che porta nel cuore una sete di infinito, una sete di verità – non parziale, ma capace di spiegare il senso della vita – perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Riconoscere allora con gratitudine la vita come dono inestimabile, conduce a scoprire la propria dignità profonda e l’inviolabilità di ogni persona. Perciò, la prima educazione consiste nell’imparare a riconoscere nell’uomo l’immagine del Creatore e, di conseguenza, ad avere un profondo rispetto per ogni essere umano e aiutare gli altri a realizzare una vita conforme a questa altissima dignità. Non bisogna dimenticare mai che « l’autentico sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione », inclusa quella trascendente, e che non si può sacrificare la persona per raggiungere un bene particolare, sia esso economico o sociale, individuale o collettivo.

Solo nella relazione con Dio l’uomo comprende anche il significato della propria libertà. Ed è compito dell’educazione quello di formare all’autentica libertà. Questa non è l’assenza di vincoli o il dominio del libero arbitrio, non è l’assolutismo dell’io. L’uomo che crede di essere assoluto, di non dipendere da niente e da nessuno, di poter fare tutto ciò che vuole, finisce per contraddire la verità del proprio essere e per perdere la sua libertà. L’uomo, invece, è un essere relazionale, che vive in rapporto con gli altri e, soprattutto, con Dio. L’autentica libertà non può mai essere raggiunta nell’allontanamento da Lui.

La libertà è un valore prezioso, ma delicato; può essere fraintesa e usata male. « Oggi un ostacolo particolarmente insidioso all’opera educativa è costituito dalla massiccia presenza, nella nostra società e cultura, di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione, perché separa l’uno dall’altro, riducendo ciascuno a ritrovarsi chiuso dentro il proprio “io”. Dentro ad un tale orizzonte relativistico non è possibile, quindi, una vera educazione: senza la luce della verità prima o poi ogni persona è infatti condannata a dubitare della bontà della stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune ».

Per esercitare la sua libertà, l’uomo deve dunque superare l’orizzonte relativistico e conoscere la verità su se stesso e la verità circa il bene e il male. Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce lo chiama ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, ad assumere la responsabilità del bene compiuto e del male commesso. Per questo, l’esercizio della libertà è intimamente connesso alla legge morale naturale, che ha carattere universale, esprime la dignità di ogni persona, pone la base dei suoi diritti e doveri fondamentali, e dunque, in ultima analisi, della convivenza giusta e pacifica fra le persone.

Il retto uso della libertà è dunque centrale nella promozione della giustizia e della pace, che richiedono il rispetto per se stessi e per l’altro, anche se lontano dal proprio modo di essere e di vivere. Da tale atteggiamento scaturiscono gli elementi senza i quali pace e giustizia rimangono parole prive di contenuto: la fiducia reciproca, la capacità di tessere un dialogo costruttivo, la possibilità del perdono, che tante volte si vorrebbe ottenere ma che si fa fatica a concedere, la carità reciproca, la compassione nei confronti dei più deboli, come pure la disponibilità al sacrificio.

Educare alla giustizia

4. Nel nostro mondo, in cui il valore della persona, della sua dignità e dei suoi diritti, al di là delle proclamazioni di intenti, è seriamente minacciato dalla diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità, del profitto e dell’avere, è importante non separare il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti. La giustizia, infatti, non è una semplice convenzione umana, poiché ciò che è giusto non è originariamente determinato dalla legge positiva, ma dall’identità profonda dell’essere umano. È la visione integrale dell’uomo che permette di non cadere in una concezione contrattualistica della giustizia e di aprire anche per essa l’orizzonte della solidarietà e dell’amore.

Non possiamo ignorare che certe correnti della cultura moderna, sostenute da principi economici razionalistici e individualisti, hanno alienato il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti, separandolo dalla carità e dalla solidarietà: « La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La carità manifesta sempre anche nelle relazioni umane l’amore di Dio, essa dà valore teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo ».

« Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati » (Mt 5,6). Saranno saziati perché hanno fame e sete di relazioni rette con Dio, con se stessi, con i loro fratelli e sorelle, e con l’intero creato.

Educare alla pace

5. « La pace non è la semplice assenza di guerra e non può ridursi ad assicurare l’equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l’assidua pratica della fratellanza ». La pace è frutto della giustizia ed effetto della carità. La pace è anzitutto dono di Dio. Noi cristiani crediamo che Cristo è la nostra vera pace: in Lui, nella sua Croce, Dio ha riconciliato a Sé il mondo e ha distrutto le barriere che ci separavano gli uni dagli altri (cfr Ef 2,14-18); in Lui c’è un’unica famiglia riconciliata nell’amore.

Ma la pace non è soltanto dono da ricevere, bensì anche opera da costruire. Per essere veramente operatori di pace, dobbiamo educarci alla compassione, alla solidarietà, alla collaborazione, alla fraternità, essere attivi all’interno della comunità e vigili nel destare le coscienze sulle questioni nazionali ed internazionali e sull’importanza di ricercare adeguate modalità di ridistribuzione della ricchezza, di promozione della crescita, di cooperazione allo sviluppo e di risoluzione dei conflitti. « Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio », dice Gesù nel discorso della montagna (Mt 5,9).

La pace per tutti nasce dalla giustizia di ciascuno e nessuno può eludere questo impegno essenziale di promuovere la giustizia, secondo le proprie competenze e responsabilità. Invito in particolare i giovani, che hanno sempre viva la tensione verso gli ideali, ad avere la pazienza e la tenacia di ricercare la giustizia e la pace, di coltivare il gusto per ciò che è giusto e vero, anche quando ciò può comportare sacrificio e andare controcorrente.

Alzare gli occhi a Dio

6. Di fronte alla difficile sfida di percorrere le vie della giustizia e della pace possiamo essere tentati di chiederci, come il Salmista: « Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? » (Sal 121,1).

A tutti, in particolare ai giovani, voglio dire con forza: « Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero… il volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l’amore eterno. E che cosa mai potrebbe salvarci se non l’amore? » [9]. L’amore si compiace della verità, è la forza che rende capaci di impegnarsi per la verità, per la giustizia, per la pace, perché tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (cfr 1 Cor 13,1-13).

Cari giovani, voi siete un dono prezioso per la società. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni, che spesso si presentano come la via più facile per superare i problemi. Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio, di scegliere le vie che richiedono fedeltà e costanza, umiltà e dedizione. Vivete con fiducia la vostra giovinezza e quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di amore vero! Vivete intensamente questa stagione della vita così ricca e piena di entusiasmo.

Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, e lo sarete quanto più vi sforzate di superare le ingiustizie e la corruzione, quanto più desiderate un futuro migliore e vi impegnate a costruirlo. Siate consapevoli delle vostre potenzialità e non chiudetevi mai in voi stessi, ma sappiate lavorare per un futuro più luminoso per tutti. Non siete mai soli. La Chiesa ha fiducia in voi, vi segue, vi incoraggia e desidera offrirvi quanto ha di più prezioso: la possibilità di alzare gli occhi a Dio, di incontrare Gesù Cristo, Colui che è la giustizia e la pace.

A voi tutti, uomini e donne che avete a cuore la causa della pace! La pace non è un bene già raggiunto, ma una meta a cui tutti e ciascuno dobbiamo aspirare. Guardiamo con maggiore speranza al futuro, incoraggiamoci a vicenda nel nostro cammino, lavoriamo per dare al nostro mondo un volto più umano e fraterno, e sentiamoci uniti nella responsabilità verso le giovani generazioni presenti e future, in particolare nell’educarle ad essere pacifiche e artefici di pace. È sulla base di tale consapevolezza che vi invio queste riflessioni e vi rivolgo il mio appello: uniamo le nostre forze, spirituali, morali e materiali, per « educare i giovani alla giustizia e alla pace ».

Dal Vaticano, 8 Dicembre 2011

BENEDICTUS PP XVI


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Fonte: www.vatican.va
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