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martedì 11 gennaio 2011

La libertà religiosa nel mondo secondo il papa

Nella giornata di ieri, come di consueto, il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per gli auguri di inizio anno, ed ha pronunciato un discorso ripreso in vari modi dai telegiornali di ieri e dalle testate giornalistiche di oggi. Il tema centrale dell'intero discorso, come ha precisato all'inizio il pontefice, è stato ancora una volta la libertà religiosa, dopo il messaggio per la giornata mondiale per la pace lo scorso 1° gennaio (riportato in questo post). "La pace", ha affermato Benedetto XVI, "si costruisce e si conserva solamente quando l’uomo può liberamente cercare e servire Dio nel suo cuore, nella sua vita e nelle sue relazioni con gli altri".
Così il papa ha colto l'occasione di questo incontro con le personalità che rappresentano paesi da tutto il mondo per "compiere un giro di orizzonte sul mondo intero", ed analizzare le problematiche più gravi che mettono a rischio proprio la libertà religiosa di tutti i popoli.
La prima parte di questo panorama ha riguardato il mondo orientale e medio-orientale: dagli attentati in Iraq contro i cristiani, che hanno costretto gli abitanti di quella terra ad un esilio volontario per non rischiare di perdere la vita, al recente attentato contro la comunità copta ad Alessandria d'Egitto; "questa successione di attacchi è un segno ulteriore dell’urgente necessità per i Governi della Regione di adottare, malgrado le difficoltà e le minacce, misure efficaci per la protezione delle minoranze religiose". Il pontefice, però, mette anche in guardia da quegli ordinamenti che prevedono pure la libertà di culto ma non garantiscono davvero la libertà religiosa in tutte le circostanze che un uomo vive nel lavoro e in famiglia. Tra le piaghe maggiori contro la libertà religiosa il papa individua la legge contro la blasfemia in Pakistan (portata a conoscenza dell'opinione pubblica mondiale a causa della vicenda che ha coinvolto Asia Bibi); chiede il massimo sforzo da parte di tutte le autorità civili e religiose per abrogarla, poiché "è evidente che essa serve da pretesto per provocare ingiustizie e violenze contro le minoranze religiose". L'amore e la devozione nei riguardi di Dio, dice il Santo Padre, "promuove la fraternità e l’amore, non l’odio e la divisione". Quindi egli si sofferma anche sull'Africa, citando l'attentato contro i cristiani in Nigeria proprio la notte di Natale, e sulla Cina, a cui si riferisce quando dice: "In diversi Paesi, d’altronde, la Costituzione riconosce una certa libertà religiosa, ma, di fatto, la vita delle comunità religiose è resa difficile e talvolta anche precaria, perché l’ordinamento giuridico o sociale si ispira a sistemi filosofici e politici che postulano uno stretto controllo, per non dire un monopolio, dello Stato sulla società. Bisogna che cessino tali ambiguità, in modo che i credenti non si trovino dibattuti tra la fedeltà a Dio e la lealtà alla loro patria. Domando in particolare che sia garantita dovunque alle comunità cattoliche la piena autonomia di organizzazione e la libertà di compiere la loro missione, in conformità alle norme e agli standards internazionali in questo campo".
Nella seconda parte del suo discorso, il papa rivolge la sua attenzione dall'Oriente all'Occidente; il primo pericolo messo in evidenza è la negazione, specialmente in ambito sanitario, del diritto all'obiezione di coscienza: "In tale contesto, non si può che rallegrarsi dell’adozione da parte del Consiglio d’Europa, nello scorso mese di ottobre, di una Risoluzione che protegge il diritto del personale medico all’obiezione di coscienza di fronte a certi atti che ledono gravemente il diritto alla vita, come l’aborto". Altro rischio è costituito dal divieto ad esporre i simboli religiosi negli uffici pubblici: "agendo così", dice il pontefice, "non soltanto si limita il diritto dei credenti all’espressione pubblica della loro fede, ma si tagliano anche radici culturali che alimentano l’identità profonda e la coesione sociale di numerose nazioni". In questo senso loda l'impegno di numerosi paesi, al fianco del Governo italiano, nella causa per l'esposizione del Crocifisso, cui hanno contribuito anche altre autorità cristiane come il patriarcato ortodosso di Mosca ed autorità civili.
Una particolare attenzione viene posta poi in ambito educativo; dapprima sottolineando il prezioso contributo della Chiesa cattolica in questo campo anche nei confronti di persone che non credono, e quindi mettendo in guardia dalla costituzione di un modello educativo monopolizzato dallo stato, come si constata in certi paesi dell'America Latina. In secondo luogo Benedetto XVI si sofferma in modo chiaro ed inequivocabile su quei paesi europei che impongono a bambini e ragazzi, in nome della prevenzione delle malattie veneree e delle "gravidanze indesiderate", dei corsi di educazione sessuale che "trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione"; una piaga questa, è da dire, che ha contaminato in alcuni paesi addirittura la Chiesa, con la formulazione di discutibili catechismi che offuscano e contraddicono l'autentica morale sessuale della Chiesa cattolica.
Infine un accorato appello del papa: non esiste una scala di gravità nella violazione della libertà religiosa. Spesso, dove una tale classifica viene stilata, "sono precisamente gli atti discriminatori contro i cristiani che sono considerati meno gravi, meno degni di attenzione da parte dei governi e dell’opinione pubblica [...]. Una proclamazione astratta della libertà religiosa non è sufficiente: questa norma fondamentale della vita sociale deve trovare applicazione e rispetto a tutti i livelli e in tutti i campi; altrimenti, malgrado giuste affermazioni di principio, si rischia di commettere profonde ingiustizie verso i cittadini che desiderano professare e praticare liberamente la loro fede".

Per leggere e approfondire il discorso del Santo Padre al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede è sufficiente fare clic sul link di seguito:
Udienza al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno.

domenica 9 gennaio 2011

Un nuovo movimento liturgico

Qualche settimana fa il cardinale Antonio Canizares Llovera, prefetto per la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, che lo scorso settembre ha fatto visita alla nostra parrocchia in occasione della grande festa quinquennale, ha rilasciato al Vaticanista Andrea Tornielli una preziosa intervista sul tema della liturgia. In essa troviamo alcune considerazioni del cardinale sullo stato della liturgia al giorno d'oggi, considerazioni che si rifanno a quelle del Santo Padre che lo ha voluto a coordinare il dicastero romano che si occupa della liturgia di tutto il mondo cattolico.
La prima domanda riguarda la riforma liturgica post-conciliare; ancora una volta è il caso di precisare che la forma del rito della Messa che oggi celebriamo non è stata concepita dai padri conciliari, i quali, quando parlavano della liturgia della Santa Messa, si riferivano al rito che da sempre era stato celebrato, quello oggi detto "di san Pio V" o "tridentino". In realtà in passato erano già avvenute alcune riforme, la più importante delle quali fu quella voluta dal venerabile Pio XII per la settimana santa; ma anche il beato Giovanni XXIII aveva riformato il Messale nel 1962, Messale che viene utilizzato anche oggi per le celebrazioni della Santa Messa nella forma straordinaria del rito romano secondo il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Nessuna di queste riforme, però, aveva messo mano in maniera così radicale al rito della Messa come quella approvata nel 1969 (quattro anni dopo la chiusura del Concilio), e chi avesse assistito ad una Santa Messa celebrata oggi nella forma straordinaria se ne può bene rendere conto. Questo per chiarire subito che una critica alla riforma liturgica non è un rifiuto di alcune tesi del Concilio in ambito di liturgia (il quale, inoltre, non ha mai inteso avere carattere dogmatico ma bensì pastorale), anche perché, se ben guardiamo, è spesso il rito uscito dalla riforma liturgica del '69 a contravvenire a quanto detto dal Concilio.
Dice il cardinal Canizares:

«La riforma liturgica è stata re­alizzata con molta fretta. C’era­no ottime intenzioni e il deside­rio di applicare il Vaticano II. Ma c’è stata precipitazione. Non si è dato tempo e spazio suf­ficiente per accogliere e interio­rizzare gli insegnamenti del Concilio, di colpo si è cambiato il modo di celebrare. Ricordo be­ne la mentalità allora diffusa: bi­sognava cambiare, creare qual­cosa di nuovo. Quello che aveva­mo ricevuto, la tradizione, era vi­sta come un ostacolo. La rifor­ma è stata intesa come opera umana, molti pensavano che la Chiesa fosse opera delle nostre mani, invece che di Dio. Il rinno­vamento liturgico è stato visto come una ricerca di laboratorio, frutto dell’immaginazione e del­la creatività, la parola magica di allora.»

Sono di fatto le stesse parole usate dal cardinale Burke, citate nel post pubblicato qualche giorno fa; ed è indubbio che la liturgia oggi, agli occhi di molti, ha ancora il carattere che il cardinale indica come "opera umana", di qualcosa di creativo e di laboratorio, cioè provare, sperimentare ogni volta qualcosa di nuovo, di innovativo.
Un altro aspetto di queste parole iniziali dipinge ancora bene un sentimento che ancora oggi è rimasto impresso nell'immaginario collettivo di Concilio: "La Tradizione era vista come un ostacolo". E' capitato spesso anche a me di trovare una certa diffidenza, ad esempio, nell'uso del latino e del canto gregoriano durante la liturgia; la gente si chiede perché utilizzare una cosa che la gente non capisce, un genere musicale superato, alcuni dicono che non è fatto per l'assemblea: quasi tutti sono convinti che sia un retaggio del passato, una cosa che il Concilio ha abolito perché la Chiesa sia al passo con i tempi. Purtroppo si ignora ciò che il Concilio ha realmente inteso promuovere; nella costituzione "Sacrosanctum Concilium" sulla Sacra Liturgia, infatti, leggiamo:

«L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini.»
(SC n. 36,1)

«La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale.»
(SC n. 116)

«Si conduca a termine l'edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un'edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di S. Pio X. Conviene inoltre che si prepari un'edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese più piccole.»
(SC 117)

Se confrontiamo questi articoli della costituzione conciliare adibita alla liturgia e quello che viene attuato nella stragrande maggioranza delle chiese oggi non vi è dubbio: il latino è stato abbandonato, anzi peggio, abolito, il canto gregoriano ha l'ultimo posto, se non è del tutto assente, nei libri di canto delle varie chiese non si trova praticamente mai traccia di canto gregoriano; in questa maniera si contravviene al Concilio, non certo cercando di promuovere la lingua latina e il canto gregoriano. Da dove arriva dunque tutto questo disagio, a volte proprio astio, nei confronti del latino e del gregoriano? Io credo proprio, come ha detto il cardinal Canizares: "La Tradizione" (che non vuol dire una credenza popolare, ma tutto il bagaglio di insegnamento dottrinale, liturgico e pastorale che la Chiesa ha tramandato da Gesù Cristo fino agli anni sessanta) "era vista come un ostacolo", e, non c'è dubbio, per molti lo è tutt'ora; ma almeno è chiarito che non sono costoro quelli che seguono i dettami del Concilio. Per questo il cardinale dice:

«Dobbiamo considerare il rin­novamento liturgico secondo l’ermeneutica della continuità nella riforma indicata da Bene­detto XVI per leggere il Concilio. E per far questo bisogna supera­re la tendenza a “congelare” lo stato attuale della riforma po­stconciliare.»

E nella stessa intervista si capisce quello che intende il cardinale (ed anche il papa) per "rinnovamento" e "riforma":

«Di fronte al rischio della routi­ne, di fronte ad alcune confusio­ni, alla povertà e alla banalità del canto e della musica sacra, si può dire che vi sia una certa cri­si. Per questo è urgente un nuo­vo movimento liturgico. Bene­detto XVI indicando l’esempio di san Francesco d’Assisi, molto devoto al Santissimo Sacramen­to, ha spiegato che il vero rifor­matore è qualcuno che obbedi­sce alla fede.»

E' necessario recuperare, dunque, una certa umiltà ed obbedienza; il mondo uscito dagli anni sessanta è stato spesso pervaso dal relativismo (ad esempio: non è più buono ciò che è oggettivamente è buono, è buono ciò che uno pensa sia buono); anche nei confronti dell'insegnamento della Chiesa, non è necessario seguire quello che è scritto nelle rubriche, ma bisogna fare ciò che la propria sensibilità dice di fare. L'umiltà e l'obbedienza, invece, non intendono annullare la sensibilità delle persone, ma piuttosto aiutare a discernere il perché di certe scelte che la Chiesa ci ha tramandato. E più che in ogni altro ambito, proprio chi è responsabile della liturgia (dal servizio all'altare al canto liturgico) deve accogliere innanzitutto con umiltà e obbedienza gli insegnamenti della Chiesa, per mettere al centro dell'azione liturgica Nostro Signore, e non l'individualismo di chi canta o serve o dell'assemblea. Questa non deve essere protagonista dell'azione liturgica (come in un parlamento i deputati sono protagonisti della seduta) ma deve essere aiutata a partecipare al sacrificio di Cristo; questa è l'actuosa partecipatio del Concilio: non una lista di cose da fare durante la Messa, come una parte affidata ad un attore, ma entrare con la preghiera nel Sacrificio dell'altare, quasi come san Giovanni e la Madonna ai piedi della Croce.
Aspettiamo quindi docili e fiduciosi gli insegnamenti della Chiesa: il cardinale ha annunciato, infatti:

«Il nuovo movimento liturgi­co dovrà far scoprire la bellezza della liturgia. Perciò apriremo una nuova sezione della nostra Congregazione dedicata ad “Ar­te e musica sacra” al servizio del­la liturgia. Ciò ci porterà a offrire quanto prima criteri e orienta­menti per l’arte, il canto e la mu­sica sacri. Come pure pensiamo di offrire prima possibile criteri e orientamenti per la predicazio­ne.»

Per leggere l'intera intervista del cardinal Canizares potete cliccare sul seguente link:
Intervista al cardinal Canizares

venerdì 7 gennaio 2011

La persecuzione dei cristiani nel mondo

Le notizie di questi giorni portano alla luce un problema che in realtà sussiste da molto tempo, ed è il caso di chiamarlo con il nome di "persecuzione" dei cristiani. Non è esagerato accostare le stragi dei nostri giorni alle stragi che venivano compiute dai romani all'inizio dell'era cristiana. Abbiamo sentito di un attentato accaduto in Nigeria la notte di Natale, l'ultimo quello ai cristiani copti ad inizio anno; questi atti non sembrano più limitarsi a singoli episodi, né si può parlare semplicemente di emulazione da parte di facinorosi criminali: il disegno è quello di annientare i cristiani, ed è naturale che ciò avvenga prima in quei posti dove i cristiani sono sempre tenuti controllati dalla maggioranza religiosa islamica, o anche indù. Ma è certo (notizia dei giorni scorsi) che si stanno organizzando attentati anche nel nostro territorio, evidentemente per scoraggiare eventuali sacche di resistenza rimaste dopo la massiccia opera di apostasia che la nostra società, alcuni insegnanti a partire dall'asilo e dalle elementari (specie sotto Natale), i professori e i pensatori, fin'anche le nostre istituzioni talvolta promuovono col nome di "laicità".
In Egitto, dove si è svolto l'ultimo disastroso attentato, coloro che professano la fede in Nostro Signore Gesù Cristo sono obbligati a portarlo scritto sulla carta di identità, una versione più "civile" della stella gialla ripristinata dai nazisti con gli ebrei; le norme egiziane per la costruzione delle chiese (in vigore dal 1934) sottomettono l'approvazione della richiesta al consenso dei musulmani che abitano in zona, della polizia e del presidente della repubblica; e, qualora venga designata una zona per la costruzione, immediatamente fioccano le moschee, per rendere più difficile, se non impossibile, la costruzione del luogo di culto. Ma norme come queste non sono affatto isolate, basti pensare al Marocco (dove vige una legge che vieta ai cristiani di "convertire" i musulmani, pena l'espulsione o l'arresto), o alla Turchia, alla Tunisia o all'Algeria (dove la libertà religiosa è garantita costituzionalmente, ma è vietato dare ai bambini dei nomi cristiani se si vuole che essi vengano iscritti all'anagrafe di stato). Per non parlare poi degli stati asiatici, come in Iraq, Pakistan (con la legge anti blasfemia che ha portato e mantiene tutt'ora in stato di arresto Asia Bibi) o della Cina, col regime comunista che ha istituito una chiesa di stato dove, si sospetta, alcuni vescovi fedeli al papa sono costretti a celebrare, o dell'India.
In tutto questo le nostre voci, le voci dei cristiani "benestanti", non si sentono; non si fanno sentire o non si vuole che si facciano sentire. I telegiornali di ieri, curiosamente, intervistavano, tra le altre, due donne (in servizi diversi, ovviamente); una era italiana, in via Condotti a Roma mentre aspettava di poter fare shopping, l'altra era egiziana, cristiana copta, e si stava preparando alla celebrazione del Natale (che per la chiesa copta-ortodossa si è celebrato ieri sera). Era interessante sentire come la preoccupazione della donna italiana fosse quella di alzarsi alle 7 della mattina sopportare il freddo in coda per qualche ora pur di potersi accaparrare l'offerta più vantaggiosa, mentre la preoccupazione della donna egiziana fosse quella di dire che lei alla messa di mezzanotte sarebbe andata ugualmente, malgrado la minaccia di morte del sito "Mujaheddin", perché in qualche modo tutti prima o poi moriremo. Sia chiaro, con questo non intendo condannare la donna italiana perché era andata a fare shopping, né tantomeno dire che andare a fare compre sia qualcosa di sbagliato (se non altro mantiene coloro che lavorano nei negozi). Quello che voglio sottolineare è la diversità degli obiettivi e delle aspettative di vita che noi, cristiani comodi occidentali, abbiamo rispetto ai cristiani perseguitati. Chi di noi si sentirebbe di dire o anche solo di pensare: "Non mi importa di morire per andare a Messa"? Il cristianesimo occidentale si è davvero così impoverito; abbiamo ridotto Gesù Cristo alla statua che troviamo (e rischiamo di perdere anche quella) nelle nostre chiese, che trovavamo nelle aule di scuola. Certo, ci comoda quando a Natale o all'Epifania possiamo dormire qualche ora in più, ma siamo disposti a perdere un'ora della nostra giornata per la Messa? C'è chi mette a rischio tutta la sua vita per andare a Messa, e chi non è disposto a perdere un'ora.
Ci sono, però, silenzi ancora più assordanti. E' di pochi giorni fa la notizia che l'Unione Europea, nelle agende diffuse in migliaia di scuole, abbia inserito le festività religiose di ogni sorta di credo mondiale, ma non quelle cristiane, come il Natale e la Pasqua. Non si tratta più nemmeno di chiedere che l'Europa riconosca di essere nata su radici cristiane; si tratta di chiedere di riconoscere, accanto al Ramadan, il Natale e la Pasqua (non oso dire le ricorrenze mariane). Ancora, il nostro governo è stato costretto a protestare contro i vertici europei per poter esporre nei propri locali pubblici il Crocifisso, quando fu deliberato che questo poteva dare fastidio ai figli di una donna che ha la croce sulla bandiera della propria nazione. Ed è necessaria la strigliata del nostro ministro degli Esteri (che per questo ha avuto un posto d'onore nel periodico bollettino delle minacce di Al Qaeda), del cardianale Bagnasco presidente della CEI e del papa per far sì che i vertici europei pronuncino un decoroso richiamo alla libertà religiosa? C'è chi dal suo seggio europeo si affretta a redarguire il papa quando dice che il preservativo non è la soluzione al problema dell'aids nel terzo mondo, ma quanti si sono alzati per redarguire lo sceicco Ahmed el Tyeb, grande imam della moschea cairota di Al Azhar, quando ha bollato come "grave ingerenza" le parole del papa che ha osato chiedere un intervento degli uomini politici in difesa di quella povera gente morta ammazzata per il solo fatto di andare in chiesa?
Come mai i siti internet delle varie associazioni di atei e razionalisti, che spesso usano il deprecabile olocausto degli ebrei per lanciare insulti contro il venerabile pontefice Pio XII, si riempiono di insulti e risate sardoniche quando si tratta delle palesi discriminazioni contro i cristiani dei giorni nostri?
Ricordiamoci, dunque, che essere cristiani è un privilegio, per noi che siamo comodi sulle nostre poltrone e controvoglia ci alzeremmo per le scomode panche della chiesa; un privilegio per il quale molti nostri fratelli nel mondo pagano con la vita. Che questo pensiero ci ridesti come cristiani e scacci da noi le tentazioni del diavolo che, imperterrito, crede di poter distruggere l'opera di Dio facendo perno sulla pusillanimità che manifestiamo quando cediamo alla nostra debolezza. Preghiamo il Signore perché ce ne scampi, e possiamo al contrario diventare (seguendo le parole del papa durante l'Angelus di ieri) come la stella che ha condotto i Magi a Betlemme, e condurre le genti alla conoscenza di Nostro Signore.

giovedì 6 gennaio 2011

L'Epifania del Signore

«Tribus miraculis ornatum, diem sanctum colimus:
Hodie stella magos duxit ad praesepium:
Hodie vinum ex aqua factum est ad nuptias:
Hodie in Jordane a Joanne Christus baptizari voluit, ut salvaret nos, alleluia.
»
«Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l'acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza, alleluia.»

Così recita l'antifona al Magnificat dei secondi vespri della solennità odierna, l'Epifania di Nostro Signore Gesù Cristo. Il significato del termine "Epifania" sarà certamente stato spiegato a molti di noi; la parola ha origine greca e significa "manifestazione". Ma questa spiegazione non lascerà certo soddisfatto l'interrogativo: perché celebrare la manifestazione di Nostro Signore quando già nel Natale abbiamo celebrato la sua incarnazione e quindi, in qualche modo, la sua manifestazione nella sua carne mortale? E, in ogni caso, che cosa significa veramente questa manifestazione, che cosa ha a che fare con i tre Re magi?
Può aiutarci a dipanare qualche dubbio proprio l'antifona riportata all'inizio dell'articolo, Tribus miraculis; non uno, ma tre eventi prodigiosi la chiesa contempla oggi: l'adorazione dei Magi, o meglio, il fatto che la stella ha condotto i Magi al presepio; l'acqua mutata in vino alle nozze (di Cana); il Battesimo di Gesù al fiume Giordano da parte di Giovanni il Battista. Non solo, ma l'antifona insiste tre volte nel dire che questi miracoli li celebriamo tutti insieme oggi. La liturgia della Chiesa, infatti, pur essendo ordinata secondo un certo criterio cronologico (circa due settimane dopo il Natale avviene l'adorazione dei Magi), celebra in un'unica festa le tre occasioni in cui il Signore Gesù Cristo ha manifestato a tutti le genti la sua divinità.
Focalizziamo per un attimo la nostra attenzione sul primo prodigio: la stella ha condotto i Magi al presepio. Non si dice che i Magi si sono recati alla grotta di Betlemme, ma che vi sono stati condotti. La stella rappresenta il modo in cui il Signore si rende manifesto a questi tre personaggi entrati nella tradizione Cristiana e che individuiamo simultaneamente come Re e come Magi, cioè veggenti, astrologi, scienziati. Essi si presentano al re Erode, giungendo da Oriente, dicendo:

«Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo».
(Mt 2,2)

C'è da dire che l'astrologia dell'epoca non è quella di oggi, quella di stregoni e fattucchiere che sfruttano la credulità dei più ignoranti; se non la si chiama astronomia è perché essa non poteva assurgere al livello di "scienza" come la conosciamo oggi, dato che mancava un metodo scientifico ed era basata soltanto sulle osservazioni e su interpretazioni prettamente antropocentriche (un po' come è "l'alchimia" nei confronti della chimica). Dunque il Signore si serve in qualche modo di quella che possiamo chiamare la "materia-studio" dei magi; tramite la stella li attira a Betlemme. Ed essi non la seguono per puro amore del sapere; l'Evangelista Matteo ci riferisce che essi parlano ad Erode indicando quel fenomeno celeste come "la sua stella", la stella del re dei Giudei che è nato. E' quindi la Fede a muovere i Magi verso la grotta; qui essi riconoscono la regalità di Cristo (con il dono dell'oro), la sua divinità (con il dono dell'incenso) e ne predicono la morte (con il dono della mirra).
Il secondo miracolo citato dall'antifona è quello delle nozze di Cana, conosciuto come il primo miracolo compiuto da Nostro Signore nella sua vita pubblica. E' un'altra manifestazione pubblica di Cristo, con cui il Padre dimostra che Egli è il suo prediletto, il Figlio da seguire.
Infine il terzo miracolo è quello del Battesimo di Gesù al fiume Giordano; la pagina evangelica, che ascolteremo la prossima domenica, si conclude infatti in questo modo:

«Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: "Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento"».
(Mt 3,16-17)

Ancora una manifestazione certa con la quale il Padre attesta che il Cristo è davvero il Messia, colui il quale ha l'autorità per dire "Lo Spirito del Signore è sopra di me".
Ecco, dunque, il significato della solennità dell'Epifania; essa completa il Natale, nel quale veneriamo l'Incarnazione di Nostro Signore, con gli eventi prodigiosi in cui Egli si rende noto a tutte le genti come il Messia che doveva venire, il Figlio di Dio, l'amato.

Ascoltiamo una versione dell'antifona gregoriana dei secondi vespri di questa solennità odierna; lasciamoci incantare dal canto gregoriano, il quale, come musica veramente sacra, ha il potere di manifestare il Signore nella liturgia per coloro che hanno il cuore disposto ad accoglierlo. Così comprendiamo perché i pontefici Pio X e Giovanni Paolo II hanno affermato che il criterio per definire adatto alla liturgia un canto è proprio il gregoriano: tanto più un canto gli è affine tanto più esso liturgico; più, invece, se ne discosta e meno è il caso di farlo ascoltare dentro una chiesa.

martedì 4 gennaio 2011

Statistiche del sito parrocchiale per l'anno 2010

Pubblichiamo le statistiche di un altro anno trascorso per il sito parrocchiale www.caorleduomo.altervista.org; un anno importante, che ha visto trascorrere la festa quinquennale della Madonna dell'Angelo, periodo in cui il sito servito per informazioni a molti turisti e parrocchiani, e continua a servire da archivio per foto e video di quegli indimenticabili momenti. Il 2010 ha visto anche la nascita del blog caorleduomo.blogspot.com, che dal maggio dello scorso anno contiene notizie, approfondimenti e opinioni sulla vita parrocchiale e della Chiesa in genere.
Dal 3 gennaio dello scorso anno ad oggi il sito parrocchiale è stato visitato 6.017 volte, con 23.454 visualizzazioni di pagina; di queste 5.528 visite provenivano dall'Italia (abbastanza equamente distribuite nel territorio nazionale). Altre visite si sono avute da Ungheria (217), Polonia (43), Germania (41), Austria (39), Repubblica Ceca (26), Inghilterra e Stati Uniti d'America (17), Brasile (16) e Svizzera (11). Con meno di dieci visite si susseguono poi Slovenia e Spagna (6), Olanda e Hong Kong (5), Slovacchia e Marocco (4), Russia e Giappone (3), Belgio, Venezuela, Francia e Croazia (2), Ucraina, Macedonia, Perù, Canada, Norvegia, Santa Lucia, Argentina, Romania, Colombia, Armenia, Malta e Grecia (1). Il mese con il maggior numero di visite è stato quello tra il 26 agosto ed il 26 settembre, in cui si è svolta la festa quinquennale, con ben 1.125 visite e 4.307 pagine visualizzate.
Per quanto riguarda invece il blog parrocchiale, dal 13 aprile (data in cui è stato aperto il blog) si sono contate 4.194 visite, con un picco di 1.945 visite proprio nel mese di dicembre appena trascorso. In questo caso la distribuzione per paese vede 3.694 visite dall'Italia, 140 dagli Stati Uniti d'America, 34 dalla Federazione Russa, 29 dall'Austria, 27 dalla Svizzera, 26 dalla Slovenia, 25 dalla Germania, 23 dalla Francia, 19 da India e Messico. E' da sottolineare inoltre la gradita sorpresa che ieri il post sull'omelia del cardinale Burke è stato ripreso dall'importante portale cattolico maranatha.it; un fatto che onora questo blog e la parrocchia stessa.
Prego il Signore perché possa continuare in questo servizio per un altro anno ancora, sperando di fare cosa gradita a tutti voi che seguite con regolarità o anche saltuariamente questi portali internet.

lunedì 3 gennaio 2011

L'azione divina nella Santa Messa

«Dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, ma non per ragione del Concilio, il modo della riforma del rito della Messa ha abbastanza oscurato l'azione divina nella Santa Messa unendo cielo e terra e ha indotto alcuni nell'errore che la Santa Liturgia è una nostra attività, che, in qualche senso, noi abbiamo inventato e con la quale, allora, noi possiamo sperimentare. La verità della sacra liturgia è ben diversa.»

Sono parole tratte dall'omelia pronunciata dal cardinale statunitense Raymond Leo Burke, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (nonché membro della Congregazione per il Culto Divino) e porporato di nuova nomina, durante la Santa Messa pontificale celebrata il 26 dicembre scorso presso il Seminario dei Francescani dell'Immacolata a Roma secondo il rito antico. Approfondiamo ancora l'aspetto del Magistero di Benedetto XVI riguardante la liturgia (in preparazione alla visita dei prossimi 7 e 8 maggio) proprio a partire da queste parole. Potrebbero sembrare, ad un primo sguardo, parole molto dure, di stampo chiaramente anticonciliarista; ma ad un'analisi più approfondita si comprende che questa impressione è piuttosto un fraintendimento. Il cardinale, infatti, precisa che l'errore della riforma è avvenuto dopo il Concilio, ma non per volere del Concilio.
E' importante chiarire questo punto, poiché molto spesso si tende ad accostare coloro che amano una buona ed autentica liturgia o che si sentono legati alla forma straordinaria del rito romano (quella che era celebrata prima della riforma liturgica degli anni settanta e ripristinata con una certa libertà da papa Benedetto XVI) a degli inguaribili nostalgici, a vuoti esteti che, in ogni caso, rifiutano il Concilio. Come, allora, spiegare queste parole del cardinale Burke, che criticano in alcuni aspetti la riforma liturgica, con il fatto che questa critica non si ponga per forza di cose contro il Concilio?
Per poterlo fare è necessario fare un passo indietro, nel recente passato della Chiesa, ed analizzare da un punto di vista storico e sociale il periodo in cui questa riforma si è sviluppata. Non passa assolutamente in secondo piano il fatto che il Concilio si sia concluso nel 1965, alla vigilia di quel movimento socio-politico che oggi viene chiamato "Contestazione", nel quale specialmente i giovani dell'epoca contestavano il "mondo degli adulti", ritenuto troppo chiuso e repressivo. Sotto la spinta di queste correnti di pensiero, ed in parte cercando di accoglierne le critiche, la Chiesa che stava cominciando a rileggere e meditare i documenti del Concilio fu spesso tentata dall'errore di "supporre che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo rappresenti una rottura con la tradizione dottrinale e disciplinare che lo precede, quasi ch’esso sia tale novità da doversi paragonare ad una sconvolgente scoperta, ad una soggettiva emancipazione, che autorizzi il distacco, quasi una pseudo-liberazione, da quanto fino a ieri la Chiesa ha con autorità insegnato e professato" (Paolo VI, omelia in occasione del 1° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II). Nasceva cioè quella che Benedetto XVI ha definito, in uno storico discorso alla curia romana, l'Ermeneutica della discontinuità, secondo la quale l'altare addossato alla parete, il latino ed il canto gregoriano, l'organo, la musica polifonica e quella popolare, nonché, talvolta, addirittura il carattere sacrificale della Santa Messa devono essere abbandonati, perché retaggio di un passato ormai anacronistico, inutili superstizioni o linguaggi non più alla portata del popolo (anche se non si capisce bene come lo fossero una volta, quando la gente andava a lavorare nei campi con a malapena la seconda elementare e non lo siano più oggi quando i mezzi per la cultura di base sono alla portata di tutti). Diceva il papa, parlando dell'ermeneutica della discontinuità:

«Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l'unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità. Con ciò, però, si fraintende in radice la natura di un Concilio come tale.»
(Benedetto XVI, Discorso alla curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2005)

Con queste parole chiare ed efficaci del papa, possiamo dire che le parole del cardinale Burke hanno trovato una esauriente spiegazione. Se seguiamo i testi del Concilio, ci accorgiamo che essi non intendono affatto eliminare il latino, il gregoriano, girare gli altari o cambiare il contenuto dottrinale che viene trasmesso dalla Santa Messa. In effetti, all'ermeneutica della discontinuità si contrappone una lettura del Concilio nel senso della continuità con il Magistero immutabile della Chiesa; in questa chiave di lettura comprendiamo perché il papa ha, per così dire, liberalizzato la celebrazione della Messa secondo il rito detto di san Pio V, che era quello in cui la Messa era celebrata prima del Concilio in tutte le chiese cattoliche del mondo, in Italia come negli Stati Uniti d'America o in Australia.
La liturgia non è, quindi, un'invenzione dell'uomo, ma un dono di Dio, che l'uomo ha il dovere di ricevere, apprezzare e salvaguardare. Continua, infatti, il cardinale Burke:

«La Sacra Liturgia è l'azione di Gesù Cristo, vivo nel suo Corpo mistico per l'effusione dello Spirito Santo. E' il suo dono a noi, che noi dobbiamo ricevere, apprezzare e salvaguardare secondo l'indicazione dei nostri pastori e specialmente il Santo Padre, vicario di Cristo il Buon Pastore, sulla terra, e perciò pastore della Chiesa Universale.»

Sempre attingendo al Magistero di papa Benedetto, scopriamo anche che il ripristino del Missale antico, accanto a quello nuovo, non vuol essere sorgente di divisione. Sarà piuttosto causa di arricchimento tra l'una e l'altra forma, affinché anche oggi, sebbene intaccati dalla mentalità moderna che tende al relativismo e alla banalizzazione di ogni cosa, specialmente nell'ambito religioso, non cessiamo di nutrirci del bene che la liturgia antica ha trasmesso anche ai nostri padri e ai nostri santi (san Francesco, san Giovanni Bosco, san Pio X, san Pio da Pietrelcina...). E tramite l'apporto della liturgia antica potremo evitare, nelle nostre liturgie odierne, gli abusi che derivano dal tentativo di secolarizzare anche la Santa Messa (introducendo gestualità, linguaggi, musiche profane, tutte cose che, per dirla come Paolo VI e Giovanni Paolo II, "si precludono da sé l’ingresso nella sfera del sacro e del religioso"). Dice il cardinale Burke citando il Santo Padre (Lettera ai vescovi in occasione della promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum):

«"Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto".
Seguendo il Magistero del Santo Padre, molto giustamente celebriamo il rito romano secondo la forma straordianaria oggi per aiutarci ad entrare più pienamente nella conoscenza del mistero della Fede, il mistero dell'Amore di Dio verso di noi, e rispondere al mistero con amore puro e disinteressato verso Dio e il prossimo.
»

Preghiamo, dunque, il Signore Gesù Cristo perché ci conceda di servirlo nella liturgia con la docilità che Lui stesso ci ha insegnato, rimanendo sottomesso a Maria e Giuseppe nella Santa Famiglia di Nazareth, e perché anche noi possiamo crescere, oltre che in età, in sapienza e grazia davanti a Dio. Con questi sentimenti continuiamo ad attendere la visita del papa in mezzo a noi i prossimi 7 e 8 maggio.

Qui di seguito potete ascoltare per intero l'omelia del cardinale Burke:

domenica 2 gennaio 2011

67mo Anniversario del Voto alla Madonna dell'Angelo

Ricorre oggi, 2 gennaio del nuovo anno 2011, il sessantasettesimo anniversario del Voto che la comunità di Caorle sciolse alla Madonna dell'Angelo il 2 gennaio 1944. Guardare indietro, nella storia della nostra città, è una cosa che oggi si tende a non fare più; la storia di Caorle è ignota prima di tutto agli stessi caorlotti, sia i più cresciuti, i quali però in passato non hanno mai avuto modo di poterla studiare, sia i più giovani, i quali sembrano più interessati a levare le ancore il più presto possibile da quello che definiscono "un buco sperduto" piuttosto che approfondire la sua storia (che è anche un pezzo della loro stessa identità). Il frammento di storia che riguarda questa ricorrenza è uno dei più gravi momenti vissuti dalla città di Caorle, quando addirittura rischiò di scomparire.
Siamo nel dicembre 1943, in piena seconda guerra mondiale; l'armistizio firmato dal generale Badoglio e reso noto l'8 settembre aveva lasciato non solo l'esercito privo di ordini, ma aveva anche sfasciato anche l'intera organizzazione politica dello stato italiano; con l'insediamento del re a Brindisi, poi, i tedeschi si erano addentrati in Italia fino ad occupare Roma. Anche Caorle, dunque, era presidiata dalle truppe naziste; le quali, per ragioni strategiche, pianificarono l'allagamento di tutta la fascia costiera di Caorle per una profondità di dieci chilometri. Al popolo era stata ordinata l'immediata evacuazione dalle proprie abitazioni per essere trasferiti in provincia di Vicenza. Fu l'allora arciprete, don Felice Marchesan, come in molte città unica autorità rimasta in paese, a recarsi direttamente al Comando di Venezia per scongiurare la cancellazione della città di Caorle e delle campagne circostanti. Di fronte al deciso diniego del Comando, il curato riunì tutto il popolo al Santuario della Madonna dell'Angelo, il 2 gennaio 1944, per supplicare la Vergine (che già in passato aveva soccorso la popolazione in altri momenti critici della sua storia) affinché fosse evitato il disastro; in cambio il popolo si sarebbe impegnato a restaurare il Santuario che, dall'ultima ricostruzione nel 1751, risultava gravamente compromesso dalla salsedine e dagli agenti atmosferici. L'efficace intercessione della Madonna non tardò ad ottenere la grazia al popolo, e pochi giorni dopo l'arciprete potè recare agli abitanti la notizia che le loro case e i loro campi erano salvi. Come promesso, la popolazione si mobilitò in fretta per raccogliere il più presto possibile la somma necessaria a pagare il restauro: pescatori, contadini, operai e artigiani, esercenti ed impiegati destinavano parte del loro salario e dei loro proventi settimanali e mensili per la causa del Voto.
Ogni anno la nostra comunità, ma sarebbe più opportuno che tutta la città lo facesse, ricorda con devozione il beneficio provvidenziale che l'intercessione della Vergine procurò ai nostri genitori, nonni o bisnonni, senza il quale non potremmo essere qui a Caorle, gli albergatori non avrebbero gli alberghi, i contadini la terra e i pescatori non avrebbero lavoro, come molti altri operai e impiegati. Talmente grande è la nostra riconoscenza alla Madonna dell'Angelo che il Santo Padre, per decreto della Penitenzieria apostolica, ha concesso per sette anni, a partire dall'anno scorso, di poter ricevere l'Indulgenza plenaria per sè e per i propri defunti a coloro che visitano il Santuario e vi si raccolgono in preghiera davanti al simulacro della Vergine alle solite condizioni.
Ogni anno, alle 10:00, si celebra in Santuario una santa Messa votiva in questo giorno; data la coincidenza di quest'oggi con la seconda domenica di Natale la celebrazione della Santa Messa in Santuario è stata posticipata a domani, 3 gennaio, alle ore 10:00. Preghiamo il Signore per intercessione della Madonna dell'Angelo, e continuiamo ad affidarci alla sua materna protezione in tutte le nostre difficoltà.
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