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lunedì 12 marzo 2012

Omelia di congedo del Patriarca dalla Spezia

Ieri il Patriarca eletto mons. Francesco Moraglia ha celebrato nella Cattedrale della Spezia la Santa Messa di congedo per salutare sacerdoti, fedeli ed autorità prima del suo ingresso a Venezia. Questa l'omelia da lui tenuta.

Eccellenza, reverendi confratelli e diaconi, consacrati/e, fedeli laici, vi ringrazio della presenza che è segno di vicinanza e gentilezza; il mio grazie innanzitutto va alle Autorità.
Il momento che stiamo vivendo, il saluto del Vescovo alla propria Chiesa, è per il pastore e per la comunità un evento particolarissimo che tocca l’intimo della persona; è un momento che siamo chiamati a vivere sotto lo sguardo paterno e misericordioso del Signore che, quattro anni fa, ci ha fatto incontrare e ha disposto che camminassimo insieme per un tratto di strada che, alla fine, si è rivelato breve, anzi a me è parso brevissimo e del quale ringrazio Lui e voi. Sì, Lui, il Signore, e voi siete stati i riferimenti costanti della mia vita quotidiana in questi quattro anni. Tutta la persona - dicevo - è coinvolta nell’evento che viviamo ma, qui, ora, prendono il sopravvento i ricordi e i sentimenti.
Come discepoli del Signore sappiamo d’esser chiamati a vivere il momento della separazione - come ogni altro momento della vita -, a partire da ciò che ci costituisce discepoli, ossia la fede; se no, che discepoli saremmo? Così la fede - che ho sempre cercato di annunciare in questi quattro anni - innanzitutto ci ricorda che tutto quello che accade non capita a caso, fa parte di un preciso progetto divino che Dio ha su ciascuno di noi; e se noi uomini non ci opponiamo, Dio è il vero regista della storia, dei suoi piccoli e grandi avvenimenti. Dio è il regista che tutto muove secondo la sua sapienza; e per divina sapienza intendo l’unione di un “amore intelligente” e di un bene “capace di senso”.
La vita, allora, è per il cristiano un “lasciarsi portare”. “Lasciarsi portare” sembra la cosa più facile e comoda della vita, in realtà “lasciarsi portare” richiede grande distacco da se stessi; e tale distacco è quanto di più alto possa giungere una persona e una comunità. Il “lasciarsi portare” comporta, nella storia della salvezza - Antico e Nuovo Testamento - dir di sì a Dio, acconsentire a quello che Egli chiede attraverso le situazioni, i disguidi, le concomitanze, gli imprevisti che di volta in volta caratterizzano la nostra vita. Così, l’operaio che lavora nella vigna del Signore crede, non perché le cose procedono secondo i suoi desideri o secondo i suoi piani ma, piuttosto, perché sa che la sua vita - e tutto ciò che in essa accade - è espressione certa di un amore intelligente e una sapienza più grande che lo precedono; e questo vale, sempre, anche quando ciò contrasta col proprio modo di sentire, con la propria sensibilità, coi propri sentimenti.
Al sì di Abramo corrisponde, nella pienezza dei tempi, il sì di Maria, la prima discepola, la madre del Signore. Traduce in modo felice tale fede biblica Teresa d’Avila; questa santa esprime, in modo incisivo e vivo, l’atteggiamento del credente: «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi, tutto passa. Dio non cambia. La pazienza tutto ottiene. Nulla manca a chi possiede Dio, Dio solo basta». La nostra vita - col passare lento o tumultuoso dei giorni - è importantissima, perché è proprio nel tempo che noi scriviamo l’eternità, e in parte contribuiamo con la nostra testimonianza di vita a scrivere l’eternità delle persone che incontriamo. Nello stesso tempo il cristiano sa che la sua vita terrena non è la realtà ultima, la meta, ma luogo di transito, e deve comportarsi di conseguenza; per capire serviamoci dell’immagine tratta dalla storia d’Israele; è l’immagine della tenda che esprime bene la nostra situazione di pellegrini per cui in ogni momento dobbiamo sempre esser pronti a smontare la nostra tenda e ad andare oltre.
Carissimi, oggi, per voi e per me, è uno di questi momenti, in cui, lo ripeto, sotto lo sguardo amorevole e sapiente di Dio - che nulla fa a caso - siamo chiamati a smontare la nostra tenda e a incamminarci là dove il Signore ci vuole. Questi pensieri sono semplici ma fondamentali per il cristiano - sia esso pastore, sia fedele - e tali pensieri devono ispirare la nostra vita momento dopo momento, ma soprattutto devono sostenerci ed essere la nostra bussola nei tempi che segnano i differenti capolinea della nostra vita; ci sono dei momenti in cui si è chiamati non solo a voltar pagina, ma a cambiare il quaderno dove, fino a quel momento, si era scritta la nostra storia. Sono, questi, tempi di vera grazia, nei quali si può, anzi si deve, guardare la propria vita - fatti, cose, persone - secondo un punto prospettico nuovo, in cui la nostra storia personale e comunitaria si salda in un disegno più grande del nostro e siamo condotti dove neppure immaginavamo; questa è la realtà e il senso della vita sia del singolo credente, sia della comunità di cui fa parte.
Oggi per noi si compie qualcosa di significativo; allora è essenziale che come discepoli del Signore - chiamati a fare tale esperienza - poniamo in campo tutta la nostra fede. La fede non è qualcosa di consolatorio, un auspicio o un desiderio impossibile che, proprio perché impossibile, viene consegnato alla fede. No, la fede è sapere certo, per cui la vita è qualcosa che va oltre il momento presente e si proietta verso il mondo realissimo della risurrezione. Dobbiamo vivere di più il nostro battesimo; qui pastore e fedeli sono sullo stesso piano; con linguaggio teologico preciso ma non a tutti comprensibile si parla di “riserva escatologica”, intendendo le ultime cose.
Quindi il momento presente non è fatto solamente da avvenimenti che, ormai accaduti, tutto al più rimangono chiusi nella memoria fintanto che funziona; no, per il discepolo del Signore tutti i fatti e gli eventi della vita devono ancora svelare il loro ultimo significato, la loro ultima fecondità che, un po’ sorpresi, scopriremo, commossi, in Paradiso, dove tutti gli enigmi, i misteri e le domande cui non sappiamo ora dar risposta si chiariranno, svelandoci quanto Dio ci ha amati durante la vita terrena, dandoci un infinito numero di grazie; qui, per i laici presenti, traduco il termine grazia con opportunità, possibilità, incontri. Siamo incamminati verso il mondo della risurrezione, il mio augurio e la mia preghiera è che tutti là, un giorno, ci possiamo ritrovare col Signore.
Questa consapevolezza di vivere, qui e ora, la dimensione penultima e non ultima dell’esistenza ci doni una più grande libertà; la libertà che nasce dalla consapevolezza di non essere costretti a perseguire, oggi, a tutti i costi, il proprio appagamento personale, altrimenti tutta la vita rimarrebbe incompiuta, disattesa, frustrata; non sottovalutiamo ciò in vista di una vera libertà dalle cose e dalle persone. Con questo sguardo, sul tempo e l’eternità, soprattutto sulla paternità di Dio, viviamo il momento che il Signore oggi ci chiede di vivere, e viviamolo con quella libertà che ci dona la fede.
Carissimi, ora voglio ringraziare il Signore per voi, perché quattro anni fa Lui mi mandava a questa Chiesa che io non conoscevo e dalla quale mi sono sentito accolto fin dal primo momento. Ringrazio il Signore perché mi ha dato la gioia di potermi spendere, anche se con le mie poche risorse e doti, per questa Chiesa. Lo ringrazio per tutte le volte che, in questi quattro anni, sono giunto, a sera, stanco per l’intenso lavoro. Lo ringrazio anche perché qualche notte di fronte a problemi e difficoltà non sono riuscito a prendere sonno. Lo ringrazio ancora, e soprattutto, per coloro che con fierezza e forse un po’ d’orgoglio - e di questo chiedo perdono al Signore - ho chiamato “i miei preti”. Molti di loro camminano con passo spedito, altri addirittura corrono, sulla via della perfezione evangelica; per tutti ho sempre cercato d’essere - come Vescovo -, amico, fratello e padre; e se qualcuno non l’ha compreso l’affido in modo particolare al Signore e alla sua grazia; Dio può fare tutto e arrivare dove gli uomini non riescono.
Ringrazio il Signore perché ho incontrato in questi anni consacrati - religiosi e religiose - che, col loro silenzioso operare e occupando i posti più umili del loro Istituto, hanno detto, non a parole ma con i fatti, cosa è la verginità, l’obbedienza e la povertà secondo il Vangelo. Ringrazio il Signore per i tanti laici e laiche cristiani che amano la Chiesa e la servono, là dove essa concretamente si manifesta, nelle parrocchie, nei vicariati, nelle associazioni, nei movimenti, nella pastorale d’ambiente e negli offici diocesani.
A tutti presbiteri, diaconi, consacrati, laici, dico: vi ho voluto bene e non mi è stato difficile volervi bene, vi porterò sempre nella mia preghiera, non dimenticherò mai questi quattro anni, per me così importanti. Anni in cui con voi sono stato cristiano, per voi sono stato Vescovo. Chiedo a tutti perdono dei miei limiti e delle mie insufficienze. Ringrazio il mondo del lavoro e soprattutto gli operai per come mi hanno accolto e per la fiducia che mi hanno concesso; grazie per gli incontri che abbiamo avuto anche in momenti non facili per voi e per le vostre famiglie.
Infine ringrazio il Signore per alcune cose che abbiamo fatto insieme. Penso alla Visita Pastorale, ai pellegrinaggi del primo sabato del mese, all’Adorazione Perpetua di recente istituzione; non manchino mai adoratori, soprattutto negli orari notturni di fronte al Santissimo Sacramento; vi raccomando, poi, il Seminario diocesano affinché possa ancora crescere in qualità e numero di vocazioni.
E ora, carissimi, guardate al mio successore, perché è passando attraverso di Lui che incontrerete Gesù, il Signore, il vero, sommo ed eterno Sacerdote. Incominciate a guardare a colui che il Signore vi ha destinato come padre nella fede, pregando per Lui; chiunque esso sia, accoglietelo come amico, fratello e Padre, ossia Vescovo. Ricordate, infine, che il Vescovo è la tenerezza del Signore Gesù per la sua Chiesa, siate sempre degni di tale tenerezza del Signore verso di voi.
Tutti vi affido, come sempre ho fatto ogni giorno in questi anni, alla Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, ossia madre di tutti i pastori e di tutti fedeli.


 + Francesco Moraglia


Fonte: Diocesi della Spezia-Sarzana-Brugnato.
Foto: sfidaeducativalaspeziablog.wordpress.com.

sabato 10 marzo 2012

L'ingresso del Patriarca tappa per tappa

Prende forma definitiva e si arricchisce di orari e dettagli importanti il programma dell’ingresso del Patriarca Francesco nella diocesi di Venezia. Il primo abbraccio con mons. Moraglia e i primi saluti ufficiali dei rappresentanti della comunità ecclesiale e civile del Patriarcato avverranno, come già anticipato, durante una serie di incontri “spalmati” nell’arco di due giorni - sabato 24 e domenica 25 marzo - e che culmineranno nella solenne celebrazione di inizio del ministero episcopale veneziano prevista nel pomeriggio domenicale all’interno della cattedrale marciana.
Mons. Moraglia entrerà in diocesi attraverso il comune di Mira nel primo pomeriggio di sabato 24 marzo: alle ore 15 è fissato il primo appuntamento pubblico nella piazza antistante la chiesa parrocchiale di S. Nicolò a Mira Taglio dove riceverà il saluto del vicario foraneo di Gambarare e del sindaco di Mira; qui il Patriarca terrà un primo intervento. Sono invitati a convergere a quest’incontro tutti i sacerdoti e i fedeli delle parrocchie della Riviera. Mons. Moraglia ripartirà poi per Marghera, sostando per un saluto davanti alle chiese di S. Marco Evangelista (Mira Porte) e S. Maria Maddalena (Oriago): alle 16 arriverà sul sagrato della chiesa di S. Antonio, per ricevere il saluto delle locali comunità, prima di recarsi nella chiesa di Gesù Lavoratore dove - alle 16.15 - si svolgerà un incontro con il mondo del lavoro alla presenza dei rappresentanti delle diverse realtà socio-economiche, imprenditoriali e sindacali del territorio.
Adorazione eucaristica con i giovani della diocesi. Mons. Moraglia prenderà di seguito la via per Mestre dove lo attende, alle 17.30 nella grande chiesa del Sacro Cuore in via Aleardi, l’incontro e l’adorazione eucaristica con tutti i giovani della diocesi - dalla prima superiore in su - convocati dal nuovo Patriarca a riflettere e pregare intorno al tema “Eucaristia, Carità di Cristo e Chiesa”: ai giovani (chiamati ad arrivare già verso le 16.30 per un’opportuna preparazione) sarà data la precedenza nell’ingresso in chiesa. Tale appuntamento sostituisce la via crucis diocesana dei giovani fissata, in precedenza, per il 31 marzo.
A servizio nella mensa dei poveri. Subito dopo il Patriarca si trasferirà nella mensa dei poveri di Ca’ Letizia in via Querini: lungo il tragitto è prevista anche una sosta di saluto davanti alla chiesa di S. Carlo (Cappuccini). A Ca’ Letizia mons. Moraglia - accompagnato da una piccola rappresentanza di giovani (uno per vicariato più 7/8 studenti del Seminario) e insieme ai volontari della S. Vincenzo - servirà la cena agli ospiti che ogni sera, numerosissimi, si ritrovano nella struttura caritativa mestrina. Seguirà al termine, nell’adiacente Centro pastorale Papa Luciani, un momento d’incontro del Patriarca con i giovani, i seminaristi e i volontari della San Vincenzo; per mons. Moraglia ci sarà pure l’occasione per un rapido “salto” nella sede dei media diocesani (giornale, ufficio stampa, radio e tv). L’intensa giornata si chiuderà intorno alle 21.00 quando è previsto l’arrivo nel Centro pastorale card. Urbani di Zelarino dove il Patriarca Francesco sarà accolto dalle comunità parrocchiali del vicariato della Castellana e trascorrerà la notte.
L’incontro con i preti anziani. Domenica 25 marzo il primo momento pubblico sarà, alle ore 10, la visita al Centro Nazareth di Zelarino per l’incontro con preti anziani, ammalati ed operatori della struttura sanitaria; alle 11 è fissata una sosta di saluto nella chiesa parrocchiale intitolata a S. Lorenzo Giustiniani (primo Patriarca di Venezia) e poi, alle 11.15, è previsto l’arrivo del corteo patriarcale nel centro di Mestre e precisamente sotto la Torre (piazzetta Pellicani). Qui mons. Moraglia verrà accolto dalle autorità civili e religiose della città e a piedi si avvierà verso piazza Ferretto e poi, alle 11.45, sarà nel Duomo di S. Lorenzo per l’incontro con la comunità mestrina. Tutti i fedeli della terraferma sono invitati in Piazza per stringersi intorno al Patriarca Francesco; l’accesso al Duomo, ovviamente, sarà libero sino ad esaurimento posti.
A Venezia corteo in Canal Grande. Dopo un velocissimo spuntino al Centro pastorale di Zelarino il Patriarca prenderà la strada per Venezia dove già alle 13.45 attraverserà il Ponte di Calatrava e si dirigerà verso il piazzale della stazione ferroviaria di S. Lucia per il tradizionale momento dell’Infiorata a cui sono specialmente invitati i bambini e le famiglie della diocesi; tale momento di preghiera si concluderà, tra l’altro, con la benedizione dei bambini presenti. Dalla stazione, alle 14.15, si formerà e partirà il corteo acqueo destinato a solcare tutto il Canal Grande. Alle 15 il nuovo Patriarca farà tappa alla basilica della Salute per una breve preghiera nel tempo del Longhena intitolato alla Madonna della Salute e per salutare i fedeli lì presenti. Ripreso il corteo acqueo per il tratto finale, mons. Moraglia giungerà infine al molo di piazza S. Marco per il saluto delle autorità civili (Regione, Provincia e Comune) a cui, di seguito, risponderà con il suo primo intervento ufficiale. Attenderanno il Patriarca Francesco all’esterno della basilica, per accoglierlo tutti insieme, i sacerdoti della diocesi di Venezia che poi, con lui, in processione entreranno nella basilica di S. Marco dove alle 16.15 avrà inizio la solenne concelebrazione eucaristica di insediamento ed inizio del ministero episcopale veneziano di mons. Moraglia. La liturgia della messa - per “indulto” concesso dalla Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti solo per tale, unica, circostanza - sarà quella della solennità dell’Annunciazione del Signore (colore liturgico bianco). L’ingresso in cattedrale avverrà su invito; al termine della messa mons. Moraglia saluterà i presenti in piazzetta dei Leoncini, poco prima di rientrare in Patriarchio.

Fonte: gvonline.it.

venerdì 9 marzo 2012

La Passione di Cristo - Il processo

Terzo venerdì di Quaresima ancora accompagnati dal racconto della Passione del Signore Gesù Cristo secondo le rivelazioni private della Beata Anna Caterina Emmerich. Quest'oggi il brano del processo a Gesù davanti a Pilato.

Gesù condotto da Pilato
«Condussero allora Gesù dalla casa di Caifa al pretorio» (Giovanni 18,28).

Vidi Gesù trascinato con le funi: il suo viso era gonfio e contuso. Egli appariva sfigurato dalle percosse e dagli oltraggi della notte, indossava soltanto la tunica inconsutile, insudiciata di sputi e macchiata di sangue. La plebaglia affluiva da ogni parte e seguiva il corteo lanciando grida e invettive contro il Galileo. Nel vederlo in quelle condizioni, sanguinante e pieno di lividi, molti amici esclusero Gesù dal loro cuore, la loro fede si affievolì e si ritirarono scoraggiati, mentre i più superficiali si unirono alla marmaglia. Essi non riuscivano a persuadersi che il Signore, così barcollante e malandato, potesse essere il Re, il Profeta, il promesso Messia e il Figlio di Dio. I farisei dicevano a quelli che osservavano dubbiosi: «Vedete il vostro re? Riveritelo!». Dopo una breve visita notturna al tribunale di Caifa, la Madonna era rimasta nel cenacolo immersa nel suo muto dolore, in costante unione spirituale con Gesù. Quando il Signore fu fatto uscire dalla prigione per essere condotto nuovamente davanti ai giudici, ella si alzò per andare a vedere personalmente il suo Figlio diletto. La Vergine mise il velo e il manto, mentre diceva a Maria Maddalena e a Giovanni: «Seguiamo mio Figlio fino al palazzo di Pilato, lo voglio rivedere!». I tre uscirono e percorsero un sentiero obliquo, quindi aspettarono il corteo in un luogo dove sapevano che sarebbe passato. Vidi la santa Madre nascosta dietro l'angolo di un edificio, e con lei c'erano Giovanni e Maria Maddalena. Essi attendevano il passaggio dell'infame corteo. Maria santissima aveva impresse nel cuore le sofferenze del Figlio divino, tuttavia anche i suoi occhi interiori non potevano immaginare come la cattiveria degli uomini lo avesse sfigurato. Vidi la miserabile processione sfiorare la Madre: prima i diabolici principi dei sacerdoti, poi gli accusatori, gli scribi e i farisei, infine Gesù, seguito dalla plebaglia agitata che gli urlava contro ingiurie e maledizioni. Alla vista del suo diletto Figlio, così orribilmente sfigurato, ella esclamò tra le lacrime: «Questo è mio Figlio! Come hanno ridotto il mio Gesù!». Il Signore la guardò commosso e la Vergine santa si sentì mancare; Giovanni e Maria Maddalena la condussero subito via.

Davanti a Pilato
«Ma egli non rispose neppure una parola, sicché il procuratore se ne meravigliò assai» (Matteo 27,14).

Riavutasi da quell'orrendo spettacolo, la Vergine si fece condurre da Giovanni e da Maria Maddalena al palazzo di Pilato. Questo edificio è situato in una posizione sopraelevata e vi si accede salendo per una gradinata di marmo. Esso domina un ampio piazzale circondato da portici, sotto i quali ci sono i mercati. Il palazzo è circondato da un grande muro di cinta interrotto dal “foro”, ossia quattro ingressi disposti secondo i punti cardinali, presidiati da un consistente corpo di guardia. Il palazzo di Pilato è congiunto dal lato nord con il foro e dal lato sud con il pretorio, dove Pilato pronunciava i suoi giudizi. Di fronte alla colonna della flagellazione, presso il corpo di guardia, si eleva una loggia chiamata “Gabbata” una sorta di tribunale all'aperto, elevato e cilindrico, con i sedili di pietra, dove Pilato emanava i giudizi più solenni; vi si accede per mezzo di alcuni scalini. Invece la scalinata di marmo, che sale al palazzo del procuratore, conduce a una terrazza scoperta dalla quale Pilato parlava con gli accusatori, i quali sedevano su alcune panche di pietra all'entrata del foro. Non lontano dal corpo di guardia e dalla colonna della flagellazione si trovano le prigioni sotterranee in cui erano stati rinchiusi due ladroni. Dietro al palazzo del procuratore ci sono altre terrazze con chioschi e giardini che conducono alla dimora di Claudia Procla, moglie di Pilato. Erano circa le sei del mattino, secondo il nostro modo di calcolare il tempo, quando il triste corteo raggiunse il palazzo di Pilato. Sfigurato orribilmente dai maltrattamenti, Gesù fu condotto fin sotto la scala del procuratore, mentre i sinedriti si erano disposti davanti al pretorio senza varcarne la soglia per non contaminarsi. La striscia che essi non dovevano oltrepassare era tracciata sul selciato del cortile. Pilato stava sopra la grande terrazza sporgente, disteso su una lettiga; davanti a sé aveva una piccola tavola a tre piedi sulla quale erano collocate le insegne del suo rango. Accanto a lui c'erano ufficiali e soldati con i fregi e le insegne del potere romano. Quando Pilato vide arrivare Gesù in mezzo a un grande tumulto, si alzò e parlò con un'aria sprezzante: «Perché venite così presto? Come mai avete ridotto quest'uomo in così miserabili condizioni? Cominciate di buon'ora a percuotere e scorticare le vostre vittime!», e indicò Gesù in mezzo a loro. I Giudei, senza rispondere, urlarono agli sgherri: «Avanti, conducetelo al tribunale!». Poi si rivolsero a Pilato: «Ascolta le nostre accuse contro questo malfattore. Noi non possiamo entrare nel tuo tribunale, perché secondo la nostra legge ci renderemmo impuri». Solo gli sgherri salirono i gradini di marmo trascinando Gesù sulla grande terrazza sporgente. Pilato aveva spesso sentito parlare di Gesù di Nazaret, “il Galileo”. Ora, nel vederlo così sfigurato e maltrattato, sentì aumentare il suo disgusto per i sacerdoti del tempio. Con tono imperioso e sprezzante il procuratore romano chiese loro: «Di che cosa accusate quest'uomo?». «Se non fosse un malfattore non te l'avremmo condotto», risposero irritati. «E' meglio che lo giudichiate secondo le vostre leggi», replicò Pilato. «Tu sai che abbiamo pesanti limitazioni riguardo alla pena capitale», risposero i sacerdoti con voce ansiosa, perché volevano uccidere Gesù prima della festa solenne. Pilato dimostrò di non essere disposto a condannare Gesù senza prove e intimò loro di produrre i capi d'accusa. Essi ne presentarono tre, per ognuno dei quali erano pronti a deporre dieci testimoni. I sinedriti volevano persuadere a tutti i costi Pilato che Gesù era reo innanzi tutto contro l'imperatore, in modo che fosse condannato dal procuratore romano. Essi presentarono Gesù di Nazaret come agitatore delle masse, colpevole di avere turbato l'ordine pubblico; aggiunsero che egli violava il sabato perché operava guarigioni in quel giorno sacro. A questo punto furono interrotti da Pilato: «A quanto sembra, voi non siete malati, diversamente le sue guarigioni non vi avrebbero scandalizzati». Senza badare all'ironia del procuratore romano i sinedriti continuarono: «Attira il popolo con insegnamenti orrendi, dice che per ottenere la vita eterna bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue». Rendendosi conto dell'accanimento col quale essi presentavano le accuse, Pilato, sorridendo ai suoi ufficiali, disse ai Giudei: «Sembra che anche voi seguiate la sua dottrina, perché avete fretta di mangiare la sua carne e di bere il suo sangue!». Imperturbati, essi passarono al secondo capo d'accusa. Dissero che il Nazareno sobillava il popolo a non pagare il tributo all'imperatore. Nell'udire queste parole Pilato ebbe un moto di collera e li interruppe con tono tagliente: «Questa è una grande menzogna perché io l'avrei saputo prima di voi!». E, senza reagire, i Giudei mossero contro Gesù la terza accusa: «Comunque sia, quest'uomo di bassa origine ha formato un grande partito e ha profetato la caduta di Gerusalemme. Inoltre diffonde tra il popolo parabole a doppio senso circa un re che prepara le nozze di suo figlio. Costui ha radunato sopra una montagna una moltitudine di gente che lo ha proclamato re. Ma il Galileo ha trovato che il tempo non era ancora maturo per quest'evento e si è tenuto nascosto, uscendo fuori solo recentemente per assumere la dignità regale. Infatti è stato accolto trionfalmente dalla folla osannante di Gerusalemme che lo acclamava: “Figlio di Davide! Benedetto sia il regno del nostro padre Davide!”. Si è fatto chiamare Cristo, re dei Giudei, l'unto del Signore, il re promesso agli Ebrei!». Su queste ultime parole, confermate da dieci testimoni, Pilato apparve molto pensoso; passò nell'ultima sala del tribunale e ordinò alle guardie di portargli Gesù per interrogarlo.
Pilato era un pagano superstizioso e alquanto superficiale, facile a turbarsi. Aveva sentito parlare vagamente dei «figli degli dèi romani»; non ignorava neppure che i profeti dell'antichità giudaica avevano preannunciato «l'Unto del Signore», il Messia promesso ai Giudei. Sapeva inoltre che dall'Oriente erano venuti alcuni re a visitare il vecchio Erode, il quale aveva fatto massacrare molti lattanti. Pilato non credeva che Gesù, caduto in tali compassionevoli condizioni, potesse essere il re della promessa, ma lo volle interrogare ugualmente perché era accusato di voler usurpare i diritti dell'imperatore. Quando Gesù gli fu dinanzi, Pilato, dopo averlo scrutato con stupore, gli chiese: «Sei dunque il re dei Giudei? ». Gesù gli disse: «Mi chiedi questo spontaneamente o altri ti hanno parlato di me?». «Sono io forse un ebreo per interessarmi di simili miserie? Il tuo popolo ti ha consegnato a me perché io ti condanni a morte. Dimmi: che cosa hai fatto?», gli chiese Pilato in tono sprezzante. L'interrogato rispose: «Sì, sono re, come tu dici. Sono nato e venuto in questo mondo per rendere testimonianza alla Verità. Chiunque è dalla Verità ascolta la mia voce». Pilato, alzandosi, lo guardò e disse: «Cos'è mai la verità?». Egli aveva ormai compreso che Gesù non poteva danneggiare l'imperatore romano. Fece ritorno sulla terrazza e sentenziò, rivolto ai sinedriti: «Non trovo alcuna colpa in quest'uomo!». I nemici di Gesù reagirono scagliando contro di lui un mare di accuse e d'improperi. Siccome il Salvatore restava silenzioso e orante, Pilato gli disse: «Non hai nulla da obiettare a queste accuse?». Gesù non proferì parola. Il procuratore romano aggiunse: «Costoro inventano menzogne contro di te!». Intanto gli accusatori gli continuavano a gridare furiosi: «Non trovi colpa in un miserabile che ha sollevato la popolazione dalla Galilea fino qui?». Udendo nominare la Galilea, Pilato domandò: «Ma quest'uomo è Galileo, quindi suddito di Erode?». «Sì!», risposero i sinedriti. «La sua residenza attuale è a Cafarnao e i suoi genitori hanno avuto dimora a Nazaret». «Se è suddito di Erode, conducetelo dinanzi a lui. Egli è qui per la festa e potrà giudicarlo». Detto questo, Pilato inviò un messo a Erode e fece condurre Gesù fuori del tribunale. Così fu felice d'aver evitato il giudizio su Gesù, perché questo compito gli era assai increscioso. Inoltre Pilato desiderava mostrarsi gentile con Erode, con il quale era in urto per motivi politici. Il procuratore romano sapeva che il tetrarca era molto curioso di vedere Gesù. Furiosi per l'affronto subito di fronte al popolo, i sinedriti fecero ricadere tutta la loro collera sul Redentore. Lo fecero frustare selvaggiamente e, coprendolo di insulti, lo trascinarono da Erode. Attraversando la folla che gremiva le vie di Gerusalemme giunsero alla reggia del tetrarca.

Origine della Via Crucis

La santa Vergine, Giovanni e Maria Maddalena avevano assistito con angoscia a quanto si era svolto nel pretorio. Essi erano rimasti nascosti e avevano udito le ingiurie pronunciate dai sinedriti. Mentre Gesù veniva condotto da Erode, Giovanni fece percorrere alla Vergine e a Maria Maddalena la Via Crucis. Dal palazzo di Caifa a quello di Anna, fino al monte degli Ulivi e al Getsemani, essi unirono le loro sofferenze a quelle del Signore, venerando i luoghi dove egli era caduto e aveva sofferto in modo atroce. Maria santissima si prostrava spesso al suolo baciando la terra santificata dalle cadute e dal sangue del Figlio. Con gli occhi pieni di lacrime, Giovanni cercava di consolare Maria Maddalena e l'addolorata Vergine. Questa fu l'origine della Via Crucis, la dolorosa contemplazione della passione di Gesù.

Pilato e il sogno della moglie Claudia Procla
«Ora, mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: “Non t'impicciare nelle cose di quel giusto, perché oggi ho molto sofferto in sogno a motivo di lui”» (Matteo 27,19).

Claudia Procla, la moglie del procuratore romano, osservava da una galleria segreta il corteo che conduceva Gesù da Erode. Profondamente turbata, inviò un domestico da Pilato perché desiderava parlargli. Claudia era una donna di bell'aspetto, portava sul capo un velo che le scendeva sul dorso e un diadema fermava la sua folta capigliatura. Sul petto aveva un fermaglio prezioso che manteneva la lunga veste ad ampie pieghe. La vidi parlare a lungo col suo sposo. Gli raccontò le meravigliose visioni che aveva avuto in sogno riguardo al Figlio di Dio. Era pallida in volto e scongiurò Pilato di non fare del male a Gesù. Mentre Claudia raccontava a Pilato i sogni avuti quella notte, la maggior parte di essi passò davanti alla mia vista interiore. La consorte di Pilato aveva visto i principali episodi della vita del Signore e aveva sofferto tutta la notte. Aveva appreso molte verità penose, come il massacro degli innocenti, la profezia di Simeone, la passione di nostro Signore e i dolori della sua santa Madre. I nemici di Gesù si erano manifestati nel sogno visionario di Claudia sotto forme mostruose.
La donna stava vedendo molti miracoli e verità meravigliose, quando improvvisamente fu risvegliata dal rumore del corteo che conduceva Gesù attraverso il foro. Nel vedere il Signore così sfigurato e maltrattato, il suo cuore ne fu assai sconvolto e mandò a chiamare Pilato. Dopo aver ascoltato attentamente il racconto e la supplica della sua sposa, che si era espressa con tanta tenerezza, egli la rassicurò: «Non ho trovato colpa in quest'uomo, perciò non emetterò nessuna condanna nei suoi confronti; ho riconosciuto la sua innocenza e la malizia degli Ebrei». Come pegno della sua solenne promessa Pilato le diede un anello. Così si separarono.
Il procuratore romano era un uomo corrotto e superbo, capace di ricorrere a qualsiasi bassezza pur di ottenere i suoi vantaggi, ma allo stesso tempo era molto superstizioso. La sua concezione religiosa era molto confusa; egli offriva segretamente l'incenso ai suoi dèi per invocarne l'aiuto. Temeva che essi si vendicassero di lui se avesse riconosciuto l'innocenza di Gesù, nella quale egli tuttavia credeva. Le meravigliose visioni narrate da sua moglie lo convinsero a liberare il Galileo. Il corpo di guardia del pretorio fu messo in allarme e tutti i luoghi importanti di Gerusalemme furono fatti presidiare dai soldati romani.

Gesù davanti a Erode Antipa
«Erode, insieme con le sue guardie, lo trattò con disprezzo e si prese gioco di lui...» (Luca 23,11).

Il palazzo di Erode Antipa si innalza nella parte nuova della città, non lontano dal pretorio. Vidi alcuni soldati romani che scortavano il corteo dei Giudei con Gesù prigioniero. Il popolo, intanto, istigato dai farisei, affluiva nella zona del mercato, affollando i paraggi della reggia di Erode. Il tetrarca, avvertito dal messo di Pilato, aspettava il Galileo nella sala più sontuosa; lo vidi assiso su una specie di trono fatto di cuscini, circondato dalla corte e da alcune guardie armate. Erode si sentiva molto lusingato per il fatto che Pilato gli avesse riconosciuto il diritto di giudicare un suo suddito alla presenza dei sacerdoti del tempio. Gesù giunse da Erode completamente sfigurato, con la faccia sanguinante e la veste macchiata di sangue. Il tetrarca, assalito da un moto di pietà mista a ribrezzo, disse ai sacerdoti: «Come vi permettete di portarmelo in queste condizioni? Prima lavatelo e pulitelo!». Allora gli sgherri lavarono Gesù nell'atrio senza cessare di tormentarlo, al punto di sfregargli un panno ruvido sul volto ferito. Erode rimproverò aspramente i sacerdoti per la loro crudeltà, ma fece questo solo perché voleva imitare Pilato. Appena finirono di lavarlo, le guardie riportarono Gesù davanti a Erode Antipa. Il quale dimostrò molta benevolenza verso il Galileo, addirittura gli fece portare un calice di vino per farlo ristorare; ma Gesù non bevve, restò silenzioso e fermo come una statua. Erode invece parlò molto, rivolgendo parole elevate e cortesi al Signore e facendogli una serie di domande. Gesù non pronunciò parola e tenne lo sguardo fisso a terra. Senza lasciar trapelare la sua ira e il suo disappunto per l'atteggiamento di Gesù, l'Antipa continuò con le domande e le lusinghe, invitandolo a fare un miracolo alla sua presenza: «E' vero che sei il Figlio di Dio... o chi sei veramente? Perché taci? Mi hanno parlato molto dei tuoi discorsi, dei miracoli e delle prodigiose guarigioni che riesci a produrre. Vuoi mostrarmi qualcosa? Tu sai che io posso farti liberare». Vedendo che Gesù restava impassibile, egli riprese le sue domande con maggior vigore: «Ho saputo di te cose meravigliose: hai reso la vista ai ciechi nati, hai sfamato migliaia di persone con pochi pani, hai ridestato Lazzaro dalla morte. Perché adesso non possiedi più questo potere? Sei tu colui che sei sfuggito alla morte che fu data a numerosi bambini sotto il regno di mio padre? Mi rammento che alcuni re dell'Oriente erano venuti da mio padre per vedere un neonato re degli Ebrei; il neonato di cui parlo eri tu? Oppure vuoi utilizzare quest'episodio per diventare re?». Poiché il Signore continuava a non degnare di uno sguardo quell'adultero incestuoso, assassino di Giovanni Battista, Erode sentenziò con voce grave: «Non vedo in te niente di regale, vedo solo un pazzo!». I sinedriti, approfittando del disgusto del tetrarca provocato dal silenzio di Gesù, rinforzarono le loro accuse. Essi adoperarono gli argomenti più convincenti per fare in modo che Erode intravedesse il suo trono in pericolo se Gesù fosse stato rimesso in libertà. Ciò nonostante, il tetrarca non era disposto a condannare il Redentore per una serie di motivi: innanzi tutto perché davanti al Signore provava un intimo terrore e il rimorso per aver fatto uccidere Giovanni; inoltre disprezzava i capi dei sacerdoti, i quali l'avevano allontanato dai sacrifici a causa del suo adulterio; infine, non voleva fare un affronto a Pilato che aveva dichiarato Gesù innocente. Umiliato però dal persistente silenzio di Gesù, lo consegnò ai servi e alle guardie della sua reggia, che erano più di duecento, dando loro quest'ordine: «Rendete a questo re da strapazzo gli onori che si merita!». Il Salvatore venne trascinato in un grande cortile e colà fu vittima di nuovi e crudelissimi oltraggi, mentre Erode si godeva il supplizio da una terrazza di marmo. Intanto Anna e Caifa tentavano con ogni mezzo di convincere il tetrarca a condannare Gesù a morte, ma egli disse loro: «Condannarlo sarebbe da parte mia un delitto contro il giudizio di Pilato, che ebbe la cortesia di mandarlo a me!». Vedendo che questi era deciso a non condannare Gesù, i sacerdoti incaricarono i farisei di sollevare il popolo contro il Galileo. Alcuni dei più acerrimi nemici del Signore, temendo che Pilato lo rimettesse in libertà, distribuirono denaro ai servi di Erode affinché lo maltrattassero fino a provocargli la morte. Vidi Gesù martoriato dai duecento servi di Erode. Gli misero un gran sacco bianco come mantello e lo percossero a più non posso, lo tiravano come per farlo ballare, poi lo gettavano a terra trascinandolo per il cortile. Il suo sacro capo sbatté più volte contro le colonne di marmo. Lo rialzavano e ricominciavano a martoriarlo, sputandogli addosso e coprendolo d'insulti. I servi, prezzolati dai nemici di Gesù, gli assestavano colpi sul sacratissimo capo. Il Signore li guardava con compassione, mentre sospirava per i dolori atroci; i suoi gemiti strazianti suscitavano le risate deliranti dei suoi torturatori; nessuno sentiva pietà di lui. Completamente insanguinato, Gesù cadde tre volte sotto i feroci colpi di bastone. Vidi gli angeli che gli ungevano il sacratissimo capo, piangevano ed erano molto addolorati. Mi fu rivelato che senza la loro celeste assistenza il Redentore sarebbe certamente morto. Dopo quest'orrenda infamia, Erode Antipa rinviò Gesù da Pilato.

Gesù ricondotto da Pilato
«Barabba era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio» (Luca 23,19).

Così ridotto, ancora coperto con il sacco bianco di cotone, Gesù fu riportato a Pilato. I sacerdoti erano furiosi perché neanche Erode aveva voluto condannarlo. Pieni di rabbia, perché costretti a ripresentarsi davanti al procuratore romano, essi tormentarono Gesù in tutti i modi. Per mostrarlo in quello stato ignominioso, gli fecero per correre un cammino due volte più lungo del normale. I sommi sacerdoti fecero questo anche per lasciar tempo ai farisei di sobillare la popolazione contro Gesù. Per via gli aguzzini non cessarono un solo istante di torturare il Redentore. Egli cadde più volte e fu fatto rialzare a furia di pugni, calci e bastonate, mentre il popolo, facendosi sempre più numeroso al suo passaggio, l'oltraggiava senza fine. Stremato e deriso dalla marmaglia istigata dai farisei, Gesù pregò il Padre di non farlo morire prima del tempo. Alle otto e un quarto il corteo, attraversando il foro, giunse davanti all'ingresso orientale del palazzo di Pilato. Il procuratore romano era stato preavvertito da un messo di Erode sull'esito del giudizio. Nel suo messaggio a Pilato, l'Antipa gli esternava la sua gratitudine e lo pregava di riprendersi il Galileo, avendo visto in lui solo un pazzo muto ma nessuna colpa. Il procuratore fu molto contento di apprendere che Erode era stato del suo stesso parere e non aveva condannato Gesù; allora gli inviò i suoi complimenti e i due divennero nuovamente amici. Vedendo il popolo in tumulto, scatenato dai farisei, Pilato aveva mobilitato circa mille soldati provenienti dalle province italiche. Essi occupavano il pretorio, il corpo di guardia, gli ingressi del foro e quelli del suo palazzo. La santa Vergine, Maria Maddalena e circa venti discepole si erano messe in un luogo appartato da dove potevano vedere e udire ogni cosa. Giovanni era con loro. Gli sgherri spinsero Gesù sulla gradinata che conduce alla terrazza di Pilato, il quale l'attendeva con i suoi ufficiali. A causa delle spinte grossolane dei suoi aguzzini, il Signore incespicò nella veste di cui era stato ricoperto e cadde sui gradini di marmo bianco, macchiandoli col suo sangue. La plebaglia rise della sua caduta, ridacchiarono pure i suoi aguzzini, i quali lo fecero rialzare a calci e lo costrinsero a salire fino alla sommità della gradinata. Il procuratore romano si alzò dalla sua lettiga, avanzò sulla terrazza e disse con voce ferma: «Mi avete presentato quest'uomo come un agitatore di popolo, ma io, dopo averlo interrogato alla vostra presenza, non ho trovato in lui nessuna colpa. Nemmeno Erode lo ha trovato colpevole, poiché non ne avete ottenuto la sentenza di morte. Lo farò flagellare e poi lo libererò». Contro questa decisione di Pilato si levò un possente mormorio di protesta. Il procuratore accolse con grande disprezzo quelle rimostranze del popolo sobillato. Manipolata dagli agitatori, prezzolati dai farisei, la folla chiese che fosse liberato un prigioniero in occasione della festa solenne. Per indurre la massa a sollecitare la liberazione di Gesù, Pilato fece comparire accanto al Salvatore un bandito della peggiore specie. «E' consuetudine che io, per la Pasqua, vi liberi un prigioniero. Chi volete che vi liberi: Barabba o Gesù, il re dei Giudei, colui che dice di essere l'unto del Signore?». A questa domanda del procuratore, dopo una prima esitazione, la folla gridò in coro: «Barabba!». I farisei, guidati dai sacerdoti e dai sinedriti, si agitavano tra la moltitudine distribuendo denaro e incitandola contro Gesù. In disparte dalla folla, sotto un porticato, vidi la Vergine Maria, Maria Maddalena e le altre pie donne profondamente afflitte dal dolore. Giovanni andava in giro per il foro con la speranza di raccogliere qualche buona notizia, poiché correva voce che Pilato volesse liberare Gesù. Benché la Vergine santa sapesse che l'unico mezzo di salvezza per gli uomini era la morte del Figlio, il suo cuore materno anelava a strapparlo dal supplizio. E come Gesù, fattosi uomo, soffriva le pene di un qualsiasi innocente torturato e inviato a morte, così Maria pativa il tormento di una madre che vede il proprio figlio sfigurato dal popolo ingrato e crudele. Questa Madre soffriva in modo indicibile e supplicava Dio con le stesse parole pronunciate da Gesù nell'orto degli Ulivi: «Se è possibile, si allontani da me questo calice». Intanto Pilato era stato chiamato da un servo di Claudia Procla, la quale gli aveva rinviato l'anello da lui donato per rammentargli la promessa. Dopo aver restituito il pegno alla sua consorte per assicurarla che avrebbe mantenuto la promessa, il procuratore ritornò sui loggione e ripeté: «Insomma, chi volete che vi liberi: Barabba o Gesù?». Con profondo stupore, egli udì un grido unanime: «Noi vogliamo libero Barabba!». Disse ancora: «Cosa debbo fare di Gesù, chiamato il Cristo, il re dei Giudei?». Un coro tumultuoso si levò in alto: «Sia crocifisso! Sia crocifisso!». «Ma che cosa ha dunque fatto di male? Non vedo nulla in lui che meriti la morte; per questo lo farò flagellare e poi lo rimetterò in libertà». A queste parole echeggiò un grido simile a un tuono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Così Pilato liberò il malfattore Barabba e fece flagellare Gesù.


Fonte: diocesidicapua.it.

giovedì 8 marzo 2012

L'altare rivolto al popolo

Riporto dal blog messainlatino.it questo interessante articolo a firma di don Alfredo Maria Morselli, sacerdote del clero di Bologna.

Il nuovo altare "rivolto al popolo" nelle chiese antiche: ambiguità, contraddizioni e forzature nella prassi e nella normativa.
di don Alfredo M. Morselli

Recentemente il Card. Kurt Koch[1], nel corso di una conferenza svolta presso la facoltà teologica dell’università di Friburgo[2], ha ribadito che «l’attuale odierna pratica liturgica non sempre trova il suo reale fondamento nel Concilio: per esempio, la celebrazione verso il popolo non è mai stata prescritta dal Concilio»[3].

Il Card. Joseph Ratzinger aveva scritto, in proposito, nel 2003:

Per coloro che abitualmente frequentano la chiesa i due effetti più evidenti della riforma liturgica del Concilio Vaticano Secondo sembrano essere la scomparsa del latino e l'altare orientato verso il popolo. Chi ha letto i testi al riguardo si renderà conto con stupore che, in realtà, i decreti del Concilio non prevedono nulla di tutto questo.

Non vi è nulla nel testo conciliare sull'orientamento dell'altare verso il popolo; quel punto è stato sollevato solo nelle istruzioni postconciliari. La direttiva più importante si ritrova al paragrafo 262 della Institutio Generalis Missalis Romani, l'Introduzione Generale al nuovo Messale Romano pubblicata nel 1969, e afferma: «L'altare maggiore sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo (versus populum)».

Le Istruzioni Generali per il Messale, pubblicate nel 2002, mantenevano senza modifiche questa formulazione, tranne per l'aggiunta della clausola subordinata «la qual cosa è desiderabile ovunque sia possibile». In molti ambienti questo venne interpretato come un irrigidimento del testo del 1969, a indicare come fosse un obbligo generale erigere altari di fronte al popolo “ovunque sia possibile”. Tale interpretazione venne tuttavia respinta il 25 settembre 2000 dalla Congregazione per il Culto Divino, che dichiarò come la parola "expedit” (“è desiderabile”) non comportasse un obbligo, ma fosse un semplice suggerimento. La Congregazione afferma che si deve distinguere l'orientamento fisico dall'orientamento spirituale. Anche se un sacerdote celebra versus populum, deve sempre essere orientato versus Deum per Iesum Christum (verso Dio attraverso Gesù Cristo). Riti, simboli e parole non possono mai esaurire l'intima realtà del mistero della salvezza, ed è per questo motivo che la ammonisce contro le posizioni unilaterali e rigide in questo dibattito.

Si tratta di un chiarimento importante. Mette in luce quanto vi è di relativo nelle forme simboliche esterne della liturgia, e resiste al fanatismo che, purtroppo, non è stato estraneo alle controversie degli ultimi quarant'anni[4].

L’idea generalizzata secondo la quale c’è «un obbligo generale erigere altari di fronte al popolo “ovunque sia possibile”» ha fatto si che in quasi tutte le antiche chiese e cattedrali venisse costruito un nuovo altare maggiore senza rimuovere l’antico.

Ci chiediamo se ciò in realtà è coerente con la nuova normativa post-conciliare, o non sia piuttosto una forzatura, dovuta alle errate convinzioni che un nuovo altare rivolto al popolo sia obbligatorio e che questo non sia altro che l’indicazione del Concilio.


I – La prassi in contrasto con la normativa.

Vediamo cosa prescrive esattamente la normativa vigente:

Nelle chiese già costruite, quando il vecchio altare è collocato in modo da rendere difficile la partecipazione del popolo e non può essere rimosso senza danneggiare il valore artistico, si costruisca un altro altare fisso, realizzato con arte e debitamente dedicato. Soltanto sopra questo altare si compiano le sacre celebrazioni. Il vecchio altare non venga ornato con particolare cura per non sottrarre l'attenzione dei fedeli dal nuovo altare[5].
La prassi abituale è in contrasto con la normativa perché questa prevede la possibilità di un secondo altare fisso soltanto in un caso particolare, ben definito (quando la partecipazione del popolo è resa difficile), mentre in pratica un nuovo altare è stato collocato in quasi tutte le chiese antiche.

La gravità di questa generalizzazione sta tutta nel suo presupposto implicito: con la celebrazione verso l’abside la partecipazione attiva sarebbe sempre resa difficile.

E qui notiamo un duplice errore: in primo luogo si dimentica che partecipazione attiva nella liturgia è la partecipazione al Sacrificio di Cristo.

Scriveva il Card. Joseph Ratzinger nel 1999:

Il concilio Vaticano II ci ha proposto come pensiero guida della celebrazione liturgica l'espressione participatio actuosa, partecipazione attiva di tutti all’Opus Dei, al culto divino. […] In che cosa consiste, però, questa partecipazione attiva? Che cosa bisogna fare? Purtroppo questa espressione è stata molto presto fraintesa e ridotta al suo significato esteriore, quello della necessità di un agire comune, quasi si trattasse di far entrare concretamente in azione il numero maggiore di persone possibile il più spesso possibile. La parola «partecipazione» rinvia, però, a un'azione principale, a cui tutti devono avere parte. Se, dunque, si vuole scoprire di quale agire si tratta, si deve prima di tutto accertare quale sia questa «actio» centrale, a cui devono avere parte tutti i membri della comunità[6].

E qual è l’azione della liturgia ?

La vera azione della liturgia, a cui noi tutti dobbiamo avere parte, è azione di Dio stesso[7].
Il Card. Joseph Ratzinger non ha certo detto, nelle sue pur profonde considerazioni, delle novità assolute. Questi stessi concetti erano già stati espressi da Pio XII, nel discorso Vous Nous avez demandé:

La liturgia della Messa ha come scopo di esprimere sensibilmente la grandezza del mistero che vi si compie, e gli sforzi attuali tendono a farvi partecipare i fedeli nel modo più attivo ed intelligente possibile. Benché questo intento sia giustificato, v'è pericolo di provocare una diminuzione della riverenza, se vien distolta l'attenzione dall'azione principale, per rivolgerla alla magnificenza di altre cerimonie.

Qual è quest'azione principale del sacrificio eucaristico? Noi ne abbiamo parlato espressamente nell'Allocuzione del 2 novembre 1954. Noi riferivamo in primo luogo l'insegnamento del Concilio di Trento: «In divino hoc sacrificio, quod in Missa peragitur, idem ille Christus continetur et incruente immolatur, qui in ara crucis semel se ipsum cruente obtulit... Una enim eademque est hostia, idem nunc offerens sacerdotum ministerio, qui se ipsum tunc in cruce obtulit, sola offerendi ratione diversa (Conc. Trid., Sess. XXII, cap. 2)»[8].

Commentiamo ora questo brano:

Giusti tutti gli sforzi che tendono a fare partecipare i fedeli nel modo più attivo ed intelligente... Ma… attenzione! – dice il Papa – , non si perda ciò che è principale, cioè la partecipazione all’Azione di Cristo!

Da un lato rimpiangiamo un po’ i pericoli di 50 anni fa: essere distolti dal cuore dell’azione liturgica dalla magnificenza delle cerimonie; oggi i pericoli sono i tanti ben peggiori abusi, accomunati da un comune denominatore: l’azione dell’assemblea viene a prevalere sull’azione di Cristo, sulla sua Immolazione Sacramentale, sul suo offrirsi: è a questa offerta che dobbiamo più che attivamente partecipare.

L’azione esterna, il fare, l’agire, non sono un valore assoluto, ma lo sono in tanto quanto ci permettono di unirci al Santo Sacrificio, tanto quanto ci permettono di essere quella gocciolina di acqua che il Sacerdote mette nel vino: questo gesto esprime come tutta la nostra vita viene sussunta nello stesso Sacrifico di Cristo, quel Sacrificio che realmente si riattualizza sull’Altare.

Se dunque la partecipazione liturgica è soprattutto l’unione al Sacrifico di Cristo, come è possibile che l’altare rivolto all’abside la renda difficoltosa? E come è possibile che per tanti secoli la Chiesa abbia creato difficoltà ai suoi figli in ciò che ha di più sacro? Eppure questo è il presupposto oggettivo della prassi generalizzata.

Vediamo ora il II errore: concediamo all’espressione partecipazione un significato meno tecnico, volendo indicare con essa semplicemente l’attenzione esteriore al rito, la partecipazione ai canti, il coinvolgimento nella gestualità: anche in questo caso, presupporre che, con l’altare rivolto verso l’abside, venga universalmente resa difficile la partecipazione del popolo (condizione necessaria – ricordiamo – per poter collocare un secondo altare fisso) è sempre una forzatura.

Scriveva a questo riguardo il Card. Giacomo Lercaro, in un documento ufficiale del Consilium ad exequendam Consitutionem de Sacra Liturgia:

In primo luogo, per una liturgia viva e partecipata non è necessario che l’altare sia rivolto al popolo. Tutta la liturgia della parola, nella messa, si celebra alle sedi o all’ambone, e dunque di fronte al popolo; per la liturgia eucaristica, le installazioni di microfoni, ormai comuni, aiutano sufficientemente alla partecipazione.

Inoltre bisogna tener conto della situazione architettonica e artistica la quale, in molti casi, è del resto protetta da severe leggi civili[9].


II – Altre forzature e incongruenze

Un secondo altare a tutti i costi rivolto al popolo, assunto nella prassi come principio della liturgia conciliare, mal si concilia con altri aspetti del rinnovamento liturgico e con altre norme. Almeno in due casi troviamo di fronte a delle vere e proprie acrobazie giuridiche.


1° principio disatteso: l’altare deve essere unico

Le norme in questo senso parlano chiaro; ecco un paio di esempi:

L'unico altare, presso il quale si riunisce come in un sol corpo l'assemblea dei fedeli, è segno dell'unico nostro Salvatore Gesù Cristo e dell'unica Eucarestia della Chiesa[10].

Nelle nuove chiese si costruisca un solo altare che significhi alla comunità dei fedeli l'unico Cristo e l'unica Eucaristia della Chiesa[11].

Il noto liturgista, P. Matias Augé, per ribadire quanto – secondo lui – siano inopportuni gli altari laterali in una chiesa, evoca tutto il pathos di Sant’Ignazio d’Antiochia:

Accorrete tutti come all’unico tempio di Dio, intorno all’unico altare che è l’unico Gesù Cristo che procedendo dall’unico Padre è ritornato a lui unito” (Ai Magnesii VII,1)[12].

Ma se l’unicità dell’altare impedisce che si possa celebrare rivolti al popolo, allora ecco che un secondo altare diventa lecito. Che fare in questi casi: toglier le tovaglie e non adornare l’altare maggiore precedente. Una sorta di sbattezzo dell’altare.

Nel caso in cui l'altare preesistente venisse conservato, si eviti di coprire la sua mensa con la tovaglia e lo si adorni molto sobriamente, in modo da lasciare nella dovuta evidenza la mensa dell'unico altare per la celebrazione[13].
Ma, chiediamoci, è forse la tovaglia che rende un altare tale? Capolavori d’arte, adornati per secoli con tanta cura, con ricami, con fiori, con ceri, con tovaglie, ora lasciati nudi come non sono mai stati pensati da chi li ha fatti… e tutto perché l’altare deve essere unico, anche quando sono due.



2° principio disatteso: l’altare deve essere fisso

Conviene che in ogni chiesa ci sia l'altare fisso, che significa più chiaramente e permanentemente Gesù Cristo, pietra viva (Cf. 1Pt 2,4; Ef 2,20); negli altri luoghi, destinati alle celebrazioni sacre, l'altare può essere mobile.
L'altare si dice fisso se è costruito in modo da aderire al pavimento e non poter quindi venir rimosso; si dice invece mobile se lo si può trasportare[14].

E quando non si può celebrare rivolti al popolo, allora anche questo principio è derogato: si faccia l’altare mobile, che però deve essere definitivo.

L’altare fisso della celebrazione sia unico e rivolto al popolo. Nel caso di difficili soluzioni artistiche per l’adattamento di particolari chiese e presbitèri, si studi, sempre d’intesa con le competenti Commissioni diocesane, l’opportunità di un altare «mobile» appositamente progettato e definitivo[15].

Qualora non sia possibile erigere un nuovo altare fisso, si studi comunque la realizzazione di un altare definitivo, anche se non fisso (cioè amovibile)[16].
Cosa vuol dire altare definitivo e mobile: che sia trasportabile ma che si sempre quello? Oppure che non sia murato definitivamente? Oppure che sia trasportabile, ma lasciato sempre al suo posto?

Questa indicazione sa tanto di acrobazia, per collocare in ogni caso un altare rivolto al popolo, anche quando c’è già un altare maggiore e quando la Sovrintendenza ai beni artistici non permette la costruzione di un nuovo altare fisso.


Conclusioni.

In base a quanto detto, l’idea dell’altare a tutti i costi rivolto al popolo, ritenuta generalmente – a torto – un principio conciliare per eccellenza, ha fatto sì che molte antiche chiese venissero adeguate indebitamente con un secondo altare fisso. Stando alla lettera della normativa, si tratta di un abuso: abuso pericoloso perché fa intendere che il modo di celebrare per tanti secoli abbia reso difficile la partecipazione del popolo alla liturgia.

Se il Concilio non ha mai parlato di celebrazione verso il popolo, l’idea che l’altare a tutti i costi debba essere ad esso rivolto, e il conseguente riadattamento forzoso degli antichi edifici di culto, non sarà forse uno dei tristi effetti di ciò che Mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, ha chiamato ideologia para-conciliare?

Se il Santo Padre parla di due interpretazioni o chiavi di lettura divergenti, una della discontinuità o rottura con la Tradizione cattolica, e una del rinnovamento nella continuità, ciò significa che la questione cruciale o il punto veramente determinante all’origine del travaglio, del disorientamento e della confusione che hanno caratterizzato e ancora caratterizzano in parte i nostri tempi non è il Concilio Vaticano II come tale, non è l’insegnamento oggettivo contenuto nei suoi Documenti, ma è l’interpretazione di tale insegnamento. […]

Sta ciò che possiamo chiamare l’ideologia conciliare, o più esattamente para-conciliare, che si è impadronita del Concilio fin dal principio, sovrapponendosi a esso. Con questa espressione, non si intende qualcosa che riguarda i testi del Concilio, né tanto meno l’intenzione dei soggetti, ma il quadro di interpretazione globale in cui il Concilio fu collocato e che agì come una specie di condizionamento interiore nella lettura successiva dei fatti e dei documenti. Il Concilio non è affatto l’ideologia paraconciliare, ma nella storia della vicenda ecclesiale e dei mezzi di comunicazione di massa ha operato in larga parte la mistificazione del Concilio, cioè appunto l’ideologia paraconciliare[17].

Alla chiesa docente la risposta; a chi scrive, membro della chiesa discente, la possibilità di porre rispettosamente la domanda.

Stiatico di San Giorgio di Piano, 9 febbraio 2012

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[1] Attualmente presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani e della Commissione per le Relazioni Religiose con gli Ebrei.

[2] http://www.oecumene.radiovaticana.org/ted/Articolo.asp?c=558608, visitato l’8 febbraio 2012.

[3] “Allerdings lasse sich nicht alles, was heute liturgische Praxis sei, durch Konzilstexte begründen. So sei beispielsweise nirgends die Rede davon, dass der Priester die Eucharistie den Gottesdienstteilnehmern zugewandt leite”.

[4] J. Ratzinger, prefazione a U. M. Lang, Rivolti al Signore. L’orientamento nella preghiera liturgica, Siena: Cantagalli, 2006, p. 7.

[5] Ordinamento Generale del Messale Romano, 2010, § 303.

[6] Joseph Ratzinger, Introduzione alla Spirito della Liturgia, Cinisello Balsamo: San Paolo, 2001, p.167.

[7] Ibidem, p. 169.

[8] Discorso ai partecipanti al 1° Congresso internazionale di Liturgia Pastorale”, del 22 settembre 1956: la traduzione è presa da: Insegnamenti Pontifici, vol VIII, Roma: Pia Società San Paolo, 1959/2, pp. 354-374, passim.

[9] Consilium ad exequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, Lettre circulaire aux Présidents des Conférences Episcopales L’heureux dévelopment pour indiquer quelques problèmes qui ont été soulevés, 25 janvier 1966 : Notitiae 2 (1966), 157-161; EV 2, 610.

[10] Dedicazione della chiesa e dell’altare, Premesse, § 158.

[11] Ordinamento Generale del Messale Romano, 2010, § 303.

[12] http://liturgia-opus-trinitatis.over-blog.it/article-gli-altari-laterali-69559200.html

[13] Nota pastorale della Commissione Episcopale per la Liturgia - CEI L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, § 17. Molto più decoroso quanto prescrive l’ordinamento generale al § 303: “Il vecchio altare non venga ornato con particolare cura per non sottrarre l'attenzione dei fedeli dal nuovo altare”

[14] Ordinamento Generale del Messale Romano, 2010, § 298.

[15] Principi e norme per l'uso del Messale Romano Precisazioni della Conferenza Episcopale Italiana, § 14.

[16] L’adeguamento delle chiese… § 17.

[17] Aspetti della ecclesiologia cattolica nella recezione del Concilio Vaticano II, conferenza di Mons. Guido Pozzo, Segretario della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", fatta ai sacerdoti europei della Fraternità San Pietro il 2 luglio 2010 a Wigratzbad; cf. http://www.fssp.org/it/pozzo2010.htm, visitato l’8 febbraio 2012.

venerdì 2 marzo 2012

La Passione di Cristo - L'Arresto

Secondo venerdì di Quaresima (nonché primo del mese di marzo); meditiamo la Passione del Signore sempre seguendo il racconto "La Dolorosa Passione del Nostro Signore Gesù Cristo" dove la Beata Anna Caterina Emmerich racconta le rivelazioni private che ebbe sui dolori e le sofferenze di Cristo.

L'arresto del Signore
«Mentre parlava ancora, giunse una turba, e colui che era chiamato Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo» (Luca 22,47).

Giuda era un ambizioso, e come tale aveva interpretato l'insegnamento di Gesù in senso riduttivo e materiale; aveva creduto in un regno temporale e, non vedendolo mai venire, aveva perso ogni fiducia nel Signore. La sua anima era lontana da Dio ed era giunto a rubare dalla cassa delle elemosine a lui affidata; infine, stanco di quella vita, il miserabile aveva ordito il tradimento. Egli non immaginava le tremende conseguenze che ne sarebbero derivate, cioè la morte e la crocifissione di Gesù. Durante il colloquio di Giuda con Anna e Caifa davanti al sinedrio, vidi il traditore trattato con disprezzo dai sommi sacerdoti. Fu chiesto all'Iscariota: «Sarà possibile farlo prigioniero? Non ha numerose schiere di armati che lo proteggono?». A questa domanda l'infame traditore rispose con spavalderia: «Egli è solo con undici discepoli pigri e timorosi; il Nazareno stesso non ha più il coraggio di proseguire nella predicazione!». I sacerdoti, però, erano in dubbio sull'opportunità di arrestare Gesù nel corso delle celebrazioni pasquali. Per convincerli Giuda aggiunse: «Se non verrà catturato adesso, non vi sarà mai più possibile, perché Gesù vuole andar via e ritornare con un grande esercito per diventare re». Queste parole ebbero l'effetto voluto: il sinedrio e i sommi sacerdoti si convinsero della necessità di catturare Gesù prima della Pasqua. Il vile traditore ricevette trenta denari d'argento e fu guardato con severo biasimo; tre farisei lo guidarono in un atrio dove si stava preparando la spedizione per la cattura del Signore. I soldati avevano ricevuto l'ordine di sorvegliare attentamente il traditore finché non avessero preso Gesù. Le trenta monete erano di forma oblunga, forate all'estremità rotonda e attaccate con degli anelli a una catena; recavano incisi alcuni caratteri. Giuda, per dimostrarsi un uomo pio, le offrì al tempio, ma non furono accettate perché erano il prezzo di un tradimento. Questo rifiuto lo ferì definitivamente e si sentì esasperato, ma ormai era troppo tardi per ritornare sui suoi passi. Nel frattempo un impiegato del sinedrio inviò sette schiavi a procurare il materiale per costruire la croce. I lavori furono iniziati dietro il tribunale di Caifa. Il legno della croce proveniva da un albero cresciuto presso il torrente Cedron. Il drappello, che avanzava per catturare Gesù, era composto da venti soldati prelevati dalla guardia del tempio e da quella dei capi dei sacerdoti; non tutti erano ebrei, alcuni erano originari di paesi stranieri. Gli sgherri vestivano quasi come i soldati romani ed erano dotati di spade, fruste e catene, avevano con loro torce di pece, ma, per via, accesero solo una lanterna. Giuda, il miserabile, era tenuto stretto fra di loro. Sei membri del sinedrio guidavano il drappello: un sacerdote confidente di Anna, un incaricato di Caifa, due farisei e due sadducei, che erano anche erodiani. Altre trecento guardie erano state dislocate nei punti nevralgici della città, fino al monte degli Ulivi, in particolare nel piccolo borgo di Ofel.
Vidi il Signore e i tre apostoli prediletti muoversi tra il Getsemani e il monte degli Ulivi; a loro si erano affiancati gli altri otto apostoli. Spinti dalla curiosità e dall'inquietudine erano saliti lassù anche alcuni discepoli, ma si mantenevano a distanza, pronti a fuggire. Gesù, facendo segno ai suoi di starsene fermi, avanzò verso le guardie e chiese a voce alta: «Chi cercate?». «Gesù di Nazaret!», gli fu risposto dal comandante delle guardie. Il Signore con voce ferma rispose: «Io sono colui che cercate!». A queste parole quasi tutti gli sgherri vacillarono e caddero a terra. Si rialzarono e si avvicinarono di nuovo a Gesù, in attesa del segno che avrebbe dato l'Iscariota baciando il Signore. Gesù chiese ancora una volta: «Chi cercate?». Ed essi risposero: «Gesù di Nazaret!». «Sono io! Se cercate me, lasciate andare costoro», rispose il Signore. Quelli vacillarono di nuovo e, caduti a terra, si contorcevano come epilettici. Gesù disse alle guardie: «Alzatevi!». E quelli, tutti confusi, si alzarono e spinsero avanti Giuda. Sconvolto, il traditore si accostò a Gesù e lo baciò sulla guancia per dare il segnale convenuto. Lo udii dire: «Salve, Signore!». Gesù gli rispose con tristezza: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell'uomo! Sarebbe stato meglio per te che non fossi mai nato!». Intanto, avuto il segno che attendevano, i soldati circondarono il Signore, mentre gli altri sgherri ricacciavano indietro gli apostoli che volevano liberare Gesù a tutti i costi. Pietro, il più audace di tutti, con un colpo di spada recise l'orecchio di uno dei servi del sacerdote, un certo Malco, che cadde a terra tramortito. Vi fu un grande tumulto. Gesù disse: «Pietro, chi di spada ferisce di spada perisce. Rimetti dunque la spada dentro il fodero perché io devo compiere la volontà del Padre mio!». Quindi chiese che gli fosse avvicinato Malco affinché potesse guarirlo. Accostatosi a lui pregò e, toccandolo, lo risanò perfettamente. Di fronte a tale prodigio gli sgherri rimasero stupefatti, ma subito si levò la voce dei farisei, i quali dissero che Gesù era in combutta con il diavolo. Subito dopo, le guardie, incitate dai membri del sinedrio, tentarono di arrestare gli apostoli, ma questi abbandonarono il Signore e fuggirono nella notte. Anche Giuda fuggì; però, poco avanti, fu fermato dai discepoli di Gesù, che inveirono contro di lui, finché fu liberato dai sinedriti. Dopo la passione del Signore, tutti gli sgherri che erano caduti quando Gesù dichiarò il suo nome, si convertirono e divennero buoni cristiani, poiché il gesto del cadere e del rialzarsi è simbolo di sensibilità, pentimento e conversione a Dio. Malco si convertì subito dopo la sua guarigione. Invece Giuda, i sei sinedriti e i quattro bruti che trascinarono il Signore con le funi, non erano caduti davanti al santo nome di Gesù, perché si erano chiusi alla grazia. Le guardie legarono il Signore, accusandolo di essere in relazione con il demonio. Gesù disse loro: «Siete venuti con aste e bastoni a prendermi di notte come se fossi un assassino, mentre invece tutti i giorni insegnavo nel tempio, e non avete mai osato mettermi le mani addosso. Adesso, però, è giunta per voi l'ora delle tenebre». Ma gli sgherri presero a ingiuriarlo e a maltrattarlo. Gli legarono le mani in modo assai crudele, usando corde nuove fatte con rami di salice: gli bloccarono il polso della mano destra al di sopra del gomito sinistro, e il polso sinistro sul braccio destro; gli strinsero attorno alla vita un'alta cintura munita di punte e vi fissarono le mani di Gesù con lacci di vimini. Inoltre gli appesero al collo un collare, dal quale partivano due corregge che, incrociandosi su petto, scendevano legandosi alla cintura. Da queste partivano quattro funi, che erano tirate a piacimento dai quattro bruti rozzi e muscolosi. Così il Salvatore iniziò la dolorosa via della croce...
Il triste corteo, con le fiaccole accese, si mise in cammino: aprivano la marcia dieci sgherri, dietro di essi veniva Gesù, ingiuriato e tirato per le funi dai quattro bruti, poi seguivano i sinedriti e le altre guardie. I discepoli e gli apostoli erano tutti fuggiti, solo Giovanni seguiva il corteo; quando le guardie tentarono di arrestarlo, egli riuscì a fuggire lasciando cadere il mantello. Gesù venne condotto via in tutta fretta, tra crudeli martiri e vili oltraggi. Per compiacere i farisei, gli aguzzini tiravano le funi con feroce violenza aumentando le sue sofferenze. I malvagi avevano in mano altre funi piene di nodi con le quali lo frustavano come un animale che viene portato al macello, mentre lo riempivano d'insulti e lo costringevano a camminare a piedi nudi tra rovi e cespugli. In fretta raggiunsero un ponte sul torrente Cedron; non era quello attraversato da Gesù e dagli apostoli quando si erano recati al Getsemani, ma un altro. Prima ancora che giungessero al ponte, vidi Gesù cadere due volte a causa dei maltrattamenti. Arrivati al centro del ponte, i miserabili gettarono il Signore nell'acqua, «affinché spegnesse la sua sete!». La violenta caduta l'avrebbe ucciso se non fosse stato protetto dall'intervento di Dio. Sulla roccia dove cadde rimasero miracolosamente le impronte delle ginocchia, dei piedi, dei gomiti e delle dita. Queste orme sulla roccia diventarono in seguito oggetto di venerazione da parte della prima comunità cristiana. Perfino la roccia aveva reso testimonianza al Signore ed era stata più tenera e meno incredula degli uomini! I crudeli sgherri fecero risalire Gesù sulla riva. Vidi che la sua lunga veste di lana, divenuta pesante per l'acqua assorbita, si stringeva alle sue membra. Così impacciato, impedito a camminare, il Signore cadde a terra più volte, malmenato dagli aguzzini e ingiuriato dai farisei. Durante l'agonia spirituale del Getsemani Gesù era stato assalito da un'arsura terribile, ma non calmò la sua sete con un solo sorso d'acqua; invece lo vidi bere l'acqua del torrente Cedron e lo udii dire che si compiva un salmo profetico. Siccome i farisei avevano notato la presenza di numerosi discepoli di Gesù alle porte del piccolo sobborgo di Ofel, provvidero a rinforzare il corteo con altri cinquanta soldati che facevano parte dei trecento uomini dislocati un pò ovunque per reprimere eventuali sommosse dei seguaci di Gesù. In Ofel il Salvatore aveva risanato e consolato molta povera gente, e per tale motivo era benvoluto dalla popolazione. Dopo la Pentecoste la maggior parte degli abitanti si unì alla comunità cristiana. Prima di entrare nel piccolo borgo, nostro Signore fu percosso con enorme ferocia dagli sgherri seminudi. Lo vidi pallido, sfigurato, insanguinato e pieno di lividi, con i capelli sconvolti e la veste inzuppata d'acqua e di fango. Era una scena che lacerava il cuore: Gesù era caduto già sette volte e non ce la faceva più a rialzarsi. Un soldato pietoso, rivolto ai commilitoni, disse: «Se dobbiamo condurre questo miserabile vivo davanti ai sommi sacerdoti, è opportuno allentargli i ceppi alle mani. Mettiamolo in condizione che possa aiutarsi quando cade». Mentre gli allentavano i lacci, un altro di loro prese compassionevolmente una ciotola di corteccia, come quelle usate dai pellegrini e dai soldati, la riempì d'acqua di fonte e la porse al Signore. Gesù bevve qualche sorso e, ringraziando quel buon soldato, accennò a un altro passo profetico in cui si parla di una sorgente d'acqua viva. Nell'udire questa frase tutti gli altri, particolarmente i farisei, lo derisero, accusandolo di essere un bestemmiatore. Mi fu rivelato che i due soldati misericordiosi, toccati dalla grazia, si convertirono prima della morte del Signore. Irritati per le parole proferite da Gesù, gli sgherri ripresero a percuoterlo con straordinaria violenza. Quando il triste corteo entrò in Ofel, una folla di miracolati strinse da ogni lato il condannato e chiese ai soldati che venisse rilasciato. Al passaggio del Signore uomini e donne, mossi a compassione, si gettavano in ginocchio e gridavano: «Liberatelo! Chi ci guarirà? Chi ci consolerà? Restituiteci il Messia!». Tendendo le mani protese verso di lui, la moltitudine lo implorava in ginocchio di compiere il miracolo della sua liberazione. I soldati riuscirono a respingere solo a malapena la folla dei devoti. Ma giunti nella valle del Cedron, il popolaccio, aizzato dai servi dei sacerdoti del tempio, urlava e imprecava contro il Signore. Vidi Gesù sospinto brutalmente verso Sion, per un sentiero chiamato “Mulo”. A colpi di bastone, pallido e insanguinato, il Signore fu condotto alla casa di Anna. Vidi Giovanni intento a raccontare alla Vergine gli incessanti patimenti sofferti dal suo amatissimo Figlio, finché ella ruppe in singhiozzi; i due si trovavano nella dimora di Maria di Marco, nei pressi di Ofel. Gli abitanti del borgo, già sconvolti dall'aver visto il loro Maestro maltrattato e sofferente, condivisero profondamente il dolore di Maria. Pietro e Giovanni avevano seguito a distanza il corteo fino a Sion, poi li vidi entrare nella casa di alcuni messi del tribunale. Questi ultimi erano amici di Giovanni e avevano il compito di percorrere la città allo scopo di convocare i membri del sinedrio e gli eruditi del tempio. Essi misero addosso ai due apostoli il mantello dei messi d'ufficio, affidando loro alcune convocazioni da consegnare. In tal modo, Simon Pietro e Giovanni ebbero libero accesso nella sala del tribunale di Caifa. Inoltre, così vestiti, gli apostoli s'incaricarono di avvertire i membri del consiglio favorevoli a Gesù, come Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, che i farisei avrebbero certamente “dimenticato” di convocare. Vidi Giuda correre lungo la costa meridionale di Gerusalemme, come se avesse voluto sfuggire al demonio. In preda al delirio, tormentato dalla più profonda disperazione, egli vagava tra i cumuli di rifiuti e le ossa degli animali sacrificati.

I preparativi del processo

Anna e Caifa erano stati avvertiti della cattura di Gesù e avevano iniziato i preparativi del processo. Il cortile del loro tribunale venne illuminato, gli ingressi sorvegliati da numerose guardie e i messi d'ufficio furono inviati in città ad avvertire i membri del consiglio. I sommi sacerdoti avevano affidato ai farisei, ai sadducei e agli erodiani più avversi a Gesù il compito di raccogliere false testimonianze contro il Signore. Essi volevano dimostrare a tutti i costi che il Galileo era un impostore. In quei giorni si trovavano a Gerusalemme molti nemici di Gesù, giunti da Nazaret, Tirza, Gabara, Iotapata, Silo e da altri luoghi per celebrare la Pasqua. Era una buona occasione per vendicarsi del Nazareno, che aveva predicato la verità suscitando il loro odio. Tra i più accaniti accusatori di Gesù vidi i mercanti scacciati dal tempio e i pavidi dottori che erano stati pubblicamente ridotti al silenzio dal Signore. Vidi pure quelli che non seppero perdonargli la sua prima istruzione nel tempio, all'età di dodici anni; i peccatori impenitenti, che egli rifiutò di sanare, e i peccatori recidivi, tornati subito infermi. Vidi i giovani vani, che Gesù non aveva accettato come discepoli; infine i perfidi e i malvagi seguaci di Satana, che infuriavano contro ogni cosa santa, tanto più contro colui che era santissimo. Vidi la feccia del popolo ebreo, manovrata dagli acerrimi nemici di Gesù, agitarsi lungo le vie di Sion per accusare l'immacolato Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Frattanto gli amici di Gesù, ignorando i disegni divini, vagavano sconsolati e afflitti, guardati con profondo sospetto dalla popolazione. I più deboli, temendo per il loro avvenire, erano caduti in tentazione ed erano passati dalla parte dei nemici di Gesù. In verità, scarso rimase il numero dei veri fedeli, perché, ieri come oggi, molti vogliono essere buoni cristiani, ma negano la croce appena diventa scandalo. Infatti numerosi seguaci del Signore si erano ritirati, delusi del Figlio di Dio che si lasciava tormentare senza invocare la vendetta dal cielo. Gli apostoli e i discepoli più fedeli, assaliti dal dubbio, continuavano a vagare nelle valli attorno a Gerusalemme o restavano celati fra le grotte del monte degli Ulivi. Il silenzio notturno a Sion era stato interrotto dai rumori e dal movimento frenetico intorno al tribunale, illuminato a giorno dalle fiaccole e dalle cosiddette “padelle” di pece ardente. Vidi il mio Redentore spinto brutalmente dinanzi ad Anna.

Gesù condotto da Anna
«Intanto la coorte, il tribuno e le guardie dei Giudei presero Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna, perché era suocero di Caifa, il sommo sacerdote di quell'anno» (Giovanni 18,12).

Verso mezzanotte Gesù fu condotto dinanzi ad Anna, che stava assiso sul seggio più alto ed era circondato da ventiquattro consiglieri. Vidi Gesù trascinato per le funi da alcuni sgherri. Il Signore fu fatto salire sul primo dei gradini sotto il seggio di Anna. I membri del consiglio erano già pronti ad accusare Gesù per aver violato più volte l'integrità della dottrina. Anna fremeva, impaziente di vedere Gesù condannato e giustiziato. Vidi il Signore, insanguinato e con la veste inzuppata, davanti al crudele sacerdote. Gesù aveva il capo chino. Quel vecchio scellerato, dal volto scarno e con la barba rada, si rivolse a Gesù con tono ironico e il sorriso beffardo. Non ricordo tutte le sue parole, ma pressappoco furono queste: «Oh! Sei proprio tu? Gesù di Nazaret, dove sono dunque i tuoi discepoli? E il tuo regno? Adesso tutto ha preso un'altra piega! Hai finito di profanare il sabato e di bestemmiare. Ho saputo perfino che hai mangiato con i tuoi l'agnello pasquale in un giorno insolito e in modo profano. Qual è dunque questa nuova dottrina religiosa che vuoi introdurre?». Gesù rispose in tono pacato: «Io ho insegnato pubblicamente nel tempio e nelle sinagoghe, non ho tenuto niente in segreto: non interrogare me, ma coloro che udirono quel che ho detto!». A questo punto Anna ebbe un moto interiore di rabbia; un servo se ne accorse e, con la mano destra coperta da un guantone di ferro, colpì Gesù in pieno viso dicendogli: «Così rispondi al sommo sacerdote, farabutto?». Scosso dal colpo, il Signore cadde dal gradino e finì a terra, con il volto sanguinante. Allora nella sala echeggiarono mille rumori, mormorii e ingiurie. Rialzato dalle guardie, come se nulla gli fosse accaduto, Gesù disse serenamente: «Se ho parlato a torto, devi provarmelo; ma se ho detto cosa giusta, perché mi percuoti?». Estremamente irritato da queste parole, e più ancora per l'estrema tranquillità di Gesù, Anna passò a interrogare i testimoni. Si levò un coro di accuse ben concertate che tendevano a presentare Gesù come un agitatore del popolo: «Ha annunciato un nuovo regno di cui si è autoproclamato re. Ha affermato nientemeno di essere Figlio di Dio. Opera guarigioni nel giorno del sabato. Impreca contro Gerusalemme. Chiama adulteri i farisei. Mangia con gli impuri e frequenta donne di cattiva fama. Davanti alla porta di Ofel, a un uomo che gli portava da bere, ha detto che gli avrebbe dato l'acqua della vita eterna per la quale non avrebbe mai più avuto sete. Confonde il popolo con parole ambigue e abbaglia gli ingenui!». Seguirono centinaia di altre accuse, oltraggi e improperi. Ognuno gli andava vicino per rivolgergli le più inaudite insolenze. Mentre Gesù, tirato a destra e a sinistra dalle funi degli aguzzini, barcollava, Anna gli si rivolse in tono beffardo: «Sei tu il figlio del falegname di Nazaret o sei Elia venuto dal cielo sul carro di fuoco? Dicono che egli viva ancora, potresti essere tu, come lasci capire. Oppure sei Malachia, che non ebbe padre e potrebbe essere un angelo, come forse oseresti spacciarti? Hai detto perfino che sei più grande di Salomone! Su, giustificati! Ma stai tranquillo, adesso ti conferirò il titolo di regalità». E il perfido sacerdote scrisse su una pergamena le maggiori accuse mosse a Gesù, poi l'arrotolò in un tubo che chiuse e che fissò all'estremità di una canna che fu infilata tra le mani del Signore nuovamente legate, dopo che durante il processo erano state liberate. La canna era il simbolo derisorio dello “scettro regale”. Il Signore venne condotto da Caifa tra gli oltraggi della folla.

Gesù davanti a Caifa
«Quelli che avevano preso Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, dove si erano radunati gli scribi e gli anziani» (Matteo 26,57).

La casa di Anna dista da quella di Caifa circa trecento passi. Mentre percorreva questo breve cammino, sempre spinto dalle guardie, Gesù fu deriso e malmenato da una massa di ebrei scalmanati e dai falsi testimoni usciti dal tribunale di Anna. Le guardie che lo scortavano riuscivano a fatica a con tenere la folla piena di livore contro il Galileo. La via e i cortili che conducono alla casa di Caifa erano abbondantemente illuminati. Il tribunale è preceduto da un primo cortile esterno, attraverso il quale si entra in un altro interno, più grande, che circonda l'intero fabbricato. Un vestibolo a cielo aperto con diverse colonne laterali introduce nella sala del tribunale. Su un'alta pedana a forma di ferro di cavallo ci sono i seggi dei membri del consiglio; quello del sommo sacerdote si trova al centro della pedana in posizione rialzata rispetto agli altri. L'imputato sta al centro del semicerchio circondato dalle guardie; ai due lati vi sono i testimoni. Tre porte alle spalle dei giudici danno accesso alla sala delle deliberazioni. Questa sala rotonda comunica per mezzo di alcune porte con il cortile interno, nel quale si vede l'ingresso della prigione sotterranea; successivamente alla Pentecoste, in una delle sue celle finirono Pietro e Giovanni dopo che avevano guarito lo zoppo del tempio. Quella notte l'intero palazzo era illuminato a giorno dalle numerose fiaccole e lampade. Al centro dell'atrio principale vidi un gran fuoco ardere in un enorme braciere, ai cui lati, ad altezza d'uomo, si trovavano canne a forme di corni per assorbire il fumo. Intorno al fuoco si stringevano le guardie del tribunale, più in là vidi i falsi testimoni circondati da una folla di persone poco raccomandabili; alcune donne vendevano focacce e una bevanda rossa. All'interno dell'edificio e tutto attorno c'era una grande confusione, come avviene da noi l'ultima sera di carnevale. La maggior parte dei convocati sedeva vicino a Caifa, mentre giungevano i ritardatari. I falsi testimoni avevano già riempito l'atrio.
Vidi Caifa sul seggio rialzato al centro della pedana; adesso era circondato da tutti i settanta membri del sinedrio. Il sacerdote era un uomo dal contegno solenne, ma il volto tradiva la sua vera natura violenta e crudele. Portava un lungo mantello color porpora, adorno di fiori e frange d'oro, fermato sulle spalle e sul petto da fibbie di metallo lucente. Giovanni riuscì a entrare dalla porta del cortile interno, mentre Pietro avrebbe trovato serie difficoltà se Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea non lo avessero fatto entrare con loro. Appena furono nell'atrio, i due apostoli restituirono ai veri messi i loro mantelli e si confusero tra la folla. Caifa era iroso e impaziente, discese perfino dal suo alto seggio per chiedere quando sarebbe stato introdotto l'imputato, ma subito fece ritorno al suo posto, perché vide il corteo entrare nell'atrio. Il corteo fece il suo ingresso nella sala del tribunale, coperto dal vociare e dagli insulti degli astanti contro Gesù. Passando vicino ai due apostoli prediletti, il Signore li guardò senza volgere la testa, per non farli scoprire. Appena Gesù uscì dal colonnato e si mostrò alla presenza dei membri del consiglio, Caifa gli gridò contro: «Sei tu, dunque, il profanatore nemico di Dio che disturbi la notte santa?». Poi lesse le accuse formulate dal primo tribunale e lo tempestò di domande. Gesù restò tranquillo fissando gli occhi a terra. Le guardie lo punzecchiarono con bastoni dalla punta di ferro e lo percossero gridando: «Rispondi al sommo sacerdote! Hai perduto la lingua?». Ma egli continuava a tacere. Si passò alle deposizioni dei testimoni. Prima di tutti parlarono i farisei e i sadducei, i più accaniti nemici di Gesù, seguiti dagli altri. Si ripeté quasi la stessa scena che si era svolta da Anna: Gesù fu accusato di operare guarigioni e scacciare i demoni con l'aiuto del capo dei demoni, inoltre di aver violato il sabato, di non osservare i digiuni e di chiamare i farisei razza di serpenti e generazione adultera; a queste, fecero seguito altre centinaia di imputazioni. In effetti ogni suo insegnamento, parola o parabola, veniva fraintesa o contorta intenzionalmente per farne altrettanti capi d'accusa contro di lui. L'accusa principale, che gli venne mossa da più parti, fu di magia e stregoneria. I testimoni però erano confusi e le loro testimonianze si contraddicevano. Qualcuno ebbe l'ardire di affermare che Gesù era un bastardo, ma fu subito contraddetto da altri, i quali dissero di aver conosciuto la Madre di Gesù come pia donna del tempio e il padre come uomo timorato di Dio. Alcuni lo accusarono di voler distruggere il tempio e di aver celebrato irregolarmente la Pasqua per due anni consecutivi. Riguardo alla celebrazione della Pasqua nel cenacolo, furono interpellati Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea. I due sinedriti provarono che, secondo una legge antichissima, ai Galilei era permesso consumare l'agnello pasquale un giorno prima. Aggiunsero che la cerimonia si era svolta secondo le regole comuni e vi avevano partecipato anche impiegati del tempio. Questa testimonianza sdegnò i nemici di Gesù, e i testimoni furono afferrati dal dubbio. Molti astanti, colpiti dal paziente silenzio di Gesù, dalle crudeltà esercitate su di lui e dall'evidente farsa, si sentirono turbati nella coscienza, anche perché l'odio dei farisei si era rivelato a tutti. Dieci guardie si ritirarono con il pretesto di un malessere; più tardi, indirizzate da alcuni discepoli, si rifugiarono sull'altro versante del monte Sion, nelle caverne a sud di Gerusalemme. Caifa, estremamente furibondo per l'andamento del processo, dichiarò che la confusione delle deposizioni era effetto dei sortilegi di Gesù, poi si alzò dal suo seggio e scese alcuni gradini. Avvicinatosi a Gesù, con voce quasi supplichevole, gli chiese: «Ti scongiuro per il Dio vivente: dimmi se tu sei il Messia, il Figlio di Dio Altissimo». Adesso nella sala il tumulto era completamente cessato. Gesù, fortificato dal Padre celeste, rispose con il tono dignitoso della Parola eterna: «Tu lo hai detto, io lo sono! E vi dico che presto vedrete il Figlio dell'uomo venire sulle nubi del cielo, seduto alla destra dell'Altissimo!». Nel pronunziare queste parole, Gesù fu irradiato da un magnifico e indicibile splendore e il cielo si aprì sopra di lui; in quell'istante percepii la luce di Dio onnipotente. Vidi i giusti pregare per Gesù circondato dagli angeli. Invece sotto Caifa vidi una sfera incandescente piena di orrende figure: era l'inferno, sul quale egli stava. Quando il Signore dichiarò con voce ferma di essere il Cristo, il Figlio di Dio, l'inferno tremò e rovesciò la sua diabolica rabbia nella sala del tribunale. Vidi figure orribili uscire dalle tombe dell'altro lato di Sion: credo che fossero gli spiriti del male. Vidi altre cose tremende. Forse anche Giovanni le vide, come mi fu rivelato. Afferrato da un moto di collera, Caifa si strappò una parte del suo magnifico mantello e urlò: «Lo avete udito? Egli ha bestemmiato: servono ancora i testimoni? Qual è dunque la vostra sentenza?». Tutti i presenti gridarono più volte: «E degno di morte!». Constatata che la loro opera era finita, i testimoni abbandonarono il tribunale con la coscienza offuscata. I più vili e falsi si ritirarono nell'atrio e si misero attorno al fuoco per prendere il poco denaro promesso, poi si trattennero a mangiare e a bere. Ispirato dall'inferno, il sommo sacerdote consegnò Gesù alle guardie dicendo: «Consegno questo re in vostra balìa, rendete a lui gli onori dovuti!». Detto questo, Caifa si ritirò con i suoi consiglieri nella sala rotonda posta dietro al tribunale. Giovanni, nel suo profondo dolore, pensava alla triste notizia che doveva recare alla santa Vergine. Allora gettò uno sguardo d'intesa al Signore e lasciò la sala del tribunale. Intanto Pietro, angosciato e intirizzito dal freddò, si era accostato al grande braciere presso il quale si scaldava molta gentaglia. Egli non si rendeva precisamente conto di quel che faceva, in ogni caso non voleva allontanarsi dal suo Maestro.

Gesù oltraggiato e percosso nella casa di Caifa

Non appena Caifa e i membri del consiglio lasciarono la sala del tribunale, la folla si accanì bestialmente contro Gesù, abbandonandosi a ogni eccesso di crudeltà. Solo due sgherri lo tenevano per le funi perché gli altri due erano usciti. Già durante il processo alcuni perfidi avevano strappato al Signore intere ciocche di capelli, e così pure la barba; qualche pia persona le raccolse furtivamente e le portò via, ma poco tempo dopo non le trovò più. Vidi Gesù coperto di oltraggi, sputi e percosse di ogni sorta, schiaffi, pugni e bastonate. Gli sgherri, dopo averlo ferito con bastoni acuminati, sputandogli continuamente in faccia, gli vuotarono sulla santa testa un secchio di acqua sporca dicendogli: «Ti rendiamo la tua unzione regale, così ti purifichiamo!». Poi gli strapparono con violenza la veste e gli misero sul capo una corona di paglia di frumento a guisa di mitra vescovile, quindi lo rivestirono di un lurido manto che gli scendeva fino alle ginocchia. Non contenti ancora, i torturatori appesero al collo di Gesù una catena di ferro che terminava con due pesanti anelli, le cui punte gli ferivano le ginocchia quando si muoveva. Senza mai cessare di percuoterlo con i pugni e i pesanti bastoni nodosi, gli bendarono gli occhi con uno straccio sudicio e lo percossero, dicendogli: «Gran profeta, indovina: chi ti ha percosso?». Vidi Gesù pregare per i suoi perversi torturatori. Nonostante il sangue, i lividi e i tormenti, vidi il Signore aureolato di luce magnifica; la stessa non l'aveva più lasciato da quando egli si era proclamato Figlio di Dio. Trascinato per mezzo della catena attorno al collo, Gesù fu condotto dalle guardie nella sala antistante dov'era riunito il consiglio, i cui membri, appena lo videro, cominciarono a ingiuriarlo e a deriderlo. Però le loro pesanti offese non sfioravano minimamente la gloria della sua magnifica santità. Perfino quei perfidi percepirono vagamente la luce della grazia che splendeva sul Figlio di Dio.

Pietro rinnega tre volte il Signore
«“Forse anche tu sei dei discepoli di quest'uomo?”. Pietro rispose: “Non lo sono!”» (Giovanni 18,17).

Pietro, confuso e intimorito, restava seduto nell'atrio a scaldarsi vicino al fuoco, ma la tristezza impressa sul suo volto lo rese sospetto agli altri. La portinaia si avvicinò al fuoco e gli chiese: «Sei discepolo del Nazareno?». L'apostolo, vedendosi scoperto, impallidì, senza avere il coraggio di rispondere. Un altro gridò: «Sicuro, io l'ho visto, era con il Galileo!». Fortemente spaventato, temendo di essere maltrattato da quella gentaglia, Pietro negò per la prima volta il Signore: «Io non lo conosco». Proprio in quel momento mi sembrò di udire il canto del gallo. Un'altra donna, che lo fissava attentamente, disse a quelli che le stavano accanto: «Anche costui era con quel Gesù di Nazaret!». Quest'affermazione fu confermata da altre persone. Pietro, per timore di essere arrestato, rinnegò Gesù per la seconda volta: «Non conosco affatto quell'uomo!». Afflitto per essere stato costretto a rinnegare Gesù una seconda volta, Pietro, in preda alla disperazione, uscì dal vestibolo e corse fuori. Nel cortile esterno incontrò alcuni discepoli che gli chiesero notizie del processo a Gesù, ma l'apostolo, senza rispondere, consigliò loro di ritirarsi. Dopo poco tempo, ansioso di rivedere Gesù, egli ritornò e si sedette di nuovo vicino al grande braciere, poiché non vide più la portinaia e quell'altro. Vicino a lui c'erano alcune persone che parlavano del Signore come di un grande farabutto. Pietro intervenne spontaneamente per dire qualche parola in favore di Gesù. Fu così che uno di quelli lo riconobbe, trasalì e gli disse: «Tu sei un discepolo del Galileo, ti ho visto mentre tagliavi l'orecchio di Malco!». A tale accusa egli si sentì mancare e dichiarò solennemente di non conoscere affatto Gesù. Con il cuore in gola, tormentato dalla paura e dalla vergogna, Pietro udì il gallo cantare tre volte. Fattosi animo, l'apostolo si confuse tra la folla e giunse sotto l'arco della sala rotonda, dove vide il Signore sanguinante, con una corona di paglia intorno alla testa, ingiuriato e maltrattato nel più orrendo dei modi. Gesù gli rivolse uno sguardo di pietosa commiserazione, come a volergli ricordare il compimento della sua profezia: Pietro l'aveva rinnegato tre volte al sorgere dell'alba, prima che il gallo cantasse. Sotto quello sguardo l'apostolo sentì cadere su di sé il peso della sua miseria e fu angustiato dal dolore del sincero pentimento. Allora si coprì la testa con il manto e decise di confessare il suo peccato di presunzione, memore di aver detto al Signore: «Meglio morire piuttosto che negarti!». Immenso fu lo strazio della santa Vergine quando Pietro le confessò che aveva rinnegato tre volte il suo Figlio diletto. Ella gli aveva domandato: «Simone, informami di quanto è avvenuto al mio amato Figlio...». Molto turbato, l'apostolo non le rispose. La Madre addolorata, avvicinandosi, gli chiese: «Perché non mi rispondi?». «Oh, Madre, non mi parlare! Hanno condannato Gesù a morte, e io l'ho vergognosamente rinnegato tre volte...». A queste parole la Madre di Gesù svenne proprio vicino alla porta di Gerusalemme, lasciandosi cadere su una pietra dove rimasero impresse le orme della sua mano destra e del suo piede. L'apostolo fuggì via dalla vergogna. Un'altra causa di strazio, per la Vergine, fu quando vide gli operai che preparavano la croce per suo Figlio. La veggente così raccontò al poeta Brentano: «Mi accorsi che gli angeli impedivano gli operai nel loro lavoro, affinché venisse eseguito secondo il modello voluto da Dio».

Gesù in carcere

Vidi Gesù in una piccolissima cella dal soffitto a volta; uno spiraglio di luce penetrava da una fessura in alto. La prigione era sotterranea al tribunale di Caifa. Al Signore non era stata restituita la veste, era ricoperto solo da una fascia sul basso ventre e sulle spalle portava uno straccio rosso pieno di sputi. Non appena fu incarcerato, Gesù offrì i suoi patimenti al Padre celeste per espiare i peccati del mondo e dei suoi carnefici. Subito dopo i maltrattamenti nella casa di Caifa, il Signore era stato portato in quella segreta e legato a una colonna molto bassa al centro della prigione. Questa posizione era abbastanza dolorosa perché lo costringeva a tenersi sulle gambe spossate e i piedi feriti e gonfi, mentre i carcerieri non cessavano di malmenarlo. Quando gli aguzzini si davano il cambio, i nuovi arrivati, freschi e riposati, si accanivano con maggior foga contro di lui. Intanto il Redentore continuava a pregare incessantemente, volgendo il suo sguardo luminoso in alto, verso il sole nascente che annunziava la sua passione. Lo udii sospirare e ringraziare Dio per quel giorno ardentemente atteso dagli antichi patriarchi. Vidi il primo raggio di sole risplendere sul capo del Signore, quale benedizione mattutina del Padre al Figlio. Era il giorno del nostro riscatto. Nel vedere questa scena triste e commovente, lo supplicai con le lacrime agli occhi: «Oh, mio Sposo divino, lasciami partecipare alla tue sofferenze causate anche dai miei peccati!». Circondato di luce, Gesù apparve tanto santo e buono che perfino i carcerieri non osarono più tormentarlo.

Disperazione di Giuda

Vidi Giuda introdursi nel recinto del tribunale di Caifa; sul suo volto si leggeva la più completa disperazione. Fino a quel momento aveva vagato come un folle tra i cumuli di rifiuti alla periferia di Gerusalemme. I trenta denari, prezzo del suo tradimento, erano nella borsa appesa al suo fianco sotto il mantello. Quando egli entrò nel tribunale il processo era già finito e la sala era immersa nel silenzio. Profondamente turbato, Giuda chiese a una delle guardie l'esito del processo a Gesù. «E stato condannato a morte e sarà crocifisso», gli fu risposto. Le guardie aggiunsero che all'alba il Galileo sarebbe stato trascinato di nuovo dinanzi al consiglio per essere condannato pubblicamente. Il traditore uscì dal tribunale e apprese dalla gente altre notizie riguardo al Redentore. Udì raccontare con quanta durezza Gesù era stato trattato e con quanta pazienza aveva sopportato i maltrattamenti, gli scherni e le sofferenze. Caduto nella più profonda disperazione, l'infame traditore si nascose dietro la casa di Caifa; egli, come Caino, voleva sfuggire gli uomini. Proprio in questo luogo alcuni operai erano intenti a costruire la croce: i singoli pezzi erano in ordine l'uno vicino all'altro. Giuda guardò quella scena con terrore e fuggì via spaventato: quel patibolo era il frutto del suo orribile tradimento. Il miserabile si celò nei dintorni in attesa di conoscere il giudizio definitivo.

Il processo

Alle prime luci dell'alba il sinedrio si radunò nella grande sala del tribunale. Il consiglio era formato dai sommi sacerdoti, Caifa e Anna, dagli anziani e dagli scribi del popolo. Il giudizio su Gesù della notte precedente era stato solo preliminare, adesso serviva un giudizio definitivo valido pubblicamente, perché la legge non consentiva che fosse emessa una sentenza durante la notte. Era la vigilia di Pasqua e il tempo stringeva; i sacerdoti volevano condannare e crocifiggere il Nazareno prima della festa. Vidi che dal consiglio erano stati esclusi tutti coloro che coltivavano buone intenzioni verso Gesù, compresi quelli che non erano suoi dichiarati nemici. Nicodemo, Giuseppe d'Arimatea e gli altri membri esclusi avevano lasciato il tribunale e si erano ritirati nel tempio. Quando tutto fu pronto, Caifa ordinò che venisse introdotto Gesù per la sentenza. I carcerieri trascinarono Gesù nella sala con orribile brutalità, tirandolo per una fune, tra beffe e percosse. Traboccando ira, Caifa lo interrogò: «Sei tu dunque l'Unto del Signore, il Figlio di Dio?». Gesù, con somma pazienza e solenne gravità, gli rispose: «Se io ve lo dico, non mi credete e non mi risponderete, né mi lascerete andare, perciò fin d'ora il Figlio dell'uomo starà assiso alla destra di Dio». I giudici si guardarono tra loro, poi dissero a Gesù con tono sdegnoso: «Tu sei dunque il Figlio di Dio?». «Voi lo dite, io lo sono!», rispose Gesù con la voce della Verità. Allorché il Signore pronunziò queste ultime parole tutti si levarono contro di lui indignati: «Cosa vogliamo di più, oltre questa bestemmia? Quale altra prova andiamo cercando?». Dopo averlo ingiuriato, accusandolo di essere un vagabondo impostore, lo fecero legare di nuovo e gli misero una corda al collo per inviarlo dinanzi al procuratore romano come condannato a morte. Il sinedrio aveva deciso di presentarlo a Pilato in qualità di «criminale nemico dell'imperatore», allo scopo di legittimare la condanna di Gesù.

Suicidio di Giuda
«Ecco perché quel campo è chiamato anche oggi “Campo del sangue”» (Matteo 27,8).

Caifa fece inviare un messaggero da Pilato per pregarlo di giudicare «il Galileo criminale» prima della festa solenne. Davanti al palazzo di Caifa fu organizzato il corteo che doveva condurre Gesù da Pilato: i sommi sacerdoti e alcuni membri del sinedrio precedevano in abiti solenni, seguivano subito dopo i falsi testimoni e un gruppo di perversi scribi e farisei, acerrimi nemici del Signore; dietro di loro camminava Gesù, trascinato dagli sgherri con le funi. La schiera partì da Sion diretta verso la città bassa, dove si trovava il palazzo del procuratore romano. Giuda, che era rimasto nei paraggi, udiva la voce del popolo: «Il gran consiglio ha condannato il Galileo a morte, lo conducono da Pilato. Sarà senz'altro crocifisso. Durante il processo ha dimostrato un coraggio e una pazienza senza limiti, non ha mai risposto, ha solo detto che presto siederà alla destra di Dio. L'hanno ridotto davvero male! E stato venduto al sinedrio da un suo discepolo che ha consumato con lui l'agnello pasquale. Questo miserabile meriterebbe anch'egli la condanna a morte!». Nell'udire queste parole il traditore fu afferrato da un'indicibile angoscia, sentì improvvisamente il peso delle trenta monete nella borsa appesa alla sua cintura: era come il peso dell'inferno. Tormentato nell'anima, si mise a correre all'impazzata come se fosse inseguito da un demonio. Non andava a gettarsi ai piedi del Signore, a chiedergli perdono e a morire con lui, ma correva al tempio con la speranza di sbarazzarsi del vile tradimento. Nel luogo di culto si trovavano molti membri del consiglio, essendovisi recati subito dopo il processo a Gesù. Fuori di sé, Giuda staccò dalla cintura la borsa con i denari e la tese a quelli, poi con voce rotta dall'angoscia esclamò: «Riprendetevi il vostro denaro, ma liberate Gesù! Io rompo il patto perché riconosco di aver tradito un innocente». I membri del consiglio lo guardarono con alterigia e, dimostrandogli tutto il loro disprezzo, gli dissero: «E che c'importa che tu abbia peccato? Se tu credi di aver venduto sangue innocente è una cosa che non riguarda noi, ma solo te! Noi abbiamo condannato un uomo degno di morte e non vogliamo più sentir parlare del denaro che ti abbiamo dato!». E senza toccare il denaro, che Giuda tendeva loro con la mano destra, si allontanarono. In un impeto d'ira, il traditore strappò la borsa e gettò le monete nel tempio; fatto questo fuggì dalla città. Vidi Satana correre al suo fianco nella valle di Hinnon, luogo in cui gli Ebrei avevano, un tempo, sacrificato i propri figli agli idoli. Il diavolo sussurrava a Giuda tutte le maledizioni che i profeti avevano scagliato sulla valle, come se le medesime ricadessero su di lui, vivo esempio di quei delitti. Il demonio gli ripeteva: «Caino, dov'è Abele, tuo fratello? Che hai fatto? Il suo sangue grida: Che tu sia maledetto sulla terra, dove andrai errando senza pace!». Nel volgere gli occhi verso il torrente Cedron, dov'era giunto, e verso il Getsemani, udì le ultime parole che Gesù gli aveva rivolto: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell'uomo!». Allora sentì di perdere la ragione e fu pieno di orrore per se stesso. Satana gli sussurrò all'orecchio: «Qui Davide passò il Cedron fuggendo davanti ad Assalonne, il quale morì appeso a un albero». Con la mente completamente ottenebrata dalla pazzia, Giuda giunse in una zona fangosa piena di immondizie e, in questo lurido luogo, Satana la fece finita con lui sussurrandogli: «Lo stanno conducendo a morte, perché tu lo hai venduto! Miserabile, come potrai sopravvivere?». Spinto dall'estrema disperazione, il traditore prese la cintura e si impiccò a un albero. Subito dopo il suo corpo crepò e io vidi le sue viscere spargersi a terra.


Fonte: diocesidicapua.it.
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