Duomo di Caorle su facebook

domenica 2 gennaio 2011

67mo Anniversario del Voto alla Madonna dell'Angelo

Ricorre oggi, 2 gennaio del nuovo anno 2011, il sessantasettesimo anniversario del Voto che la comunità di Caorle sciolse alla Madonna dell'Angelo il 2 gennaio 1944. Guardare indietro, nella storia della nostra città, è una cosa che oggi si tende a non fare più; la storia di Caorle è ignota prima di tutto agli stessi caorlotti, sia i più cresciuti, i quali però in passato non hanno mai avuto modo di poterla studiare, sia i più giovani, i quali sembrano più interessati a levare le ancore il più presto possibile da quello che definiscono "un buco sperduto" piuttosto che approfondire la sua storia (che è anche un pezzo della loro stessa identità). Il frammento di storia che riguarda questa ricorrenza è uno dei più gravi momenti vissuti dalla città di Caorle, quando addirittura rischiò di scomparire.
Siamo nel dicembre 1943, in piena seconda guerra mondiale; l'armistizio firmato dal generale Badoglio e reso noto l'8 settembre aveva lasciato non solo l'esercito privo di ordini, ma aveva anche sfasciato anche l'intera organizzazione politica dello stato italiano; con l'insediamento del re a Brindisi, poi, i tedeschi si erano addentrati in Italia fino ad occupare Roma. Anche Caorle, dunque, era presidiata dalle truppe naziste; le quali, per ragioni strategiche, pianificarono l'allagamento di tutta la fascia costiera di Caorle per una profondità di dieci chilometri. Al popolo era stata ordinata l'immediata evacuazione dalle proprie abitazioni per essere trasferiti in provincia di Vicenza. Fu l'allora arciprete, don Felice Marchesan, come in molte città unica autorità rimasta in paese, a recarsi direttamente al Comando di Venezia per scongiurare la cancellazione della città di Caorle e delle campagne circostanti. Di fronte al deciso diniego del Comando, il curato riunì tutto il popolo al Santuario della Madonna dell'Angelo, il 2 gennaio 1944, per supplicare la Vergine (che già in passato aveva soccorso la popolazione in altri momenti critici della sua storia) affinché fosse evitato il disastro; in cambio il popolo si sarebbe impegnato a restaurare il Santuario che, dall'ultima ricostruzione nel 1751, risultava gravamente compromesso dalla salsedine e dagli agenti atmosferici. L'efficace intercessione della Madonna non tardò ad ottenere la grazia al popolo, e pochi giorni dopo l'arciprete potè recare agli abitanti la notizia che le loro case e i loro campi erano salvi. Come promesso, la popolazione si mobilitò in fretta per raccogliere il più presto possibile la somma necessaria a pagare il restauro: pescatori, contadini, operai e artigiani, esercenti ed impiegati destinavano parte del loro salario e dei loro proventi settimanali e mensili per la causa del Voto.
Ogni anno la nostra comunità, ma sarebbe più opportuno che tutta la città lo facesse, ricorda con devozione il beneficio provvidenziale che l'intercessione della Vergine procurò ai nostri genitori, nonni o bisnonni, senza il quale non potremmo essere qui a Caorle, gli albergatori non avrebbero gli alberghi, i contadini la terra e i pescatori non avrebbero lavoro, come molti altri operai e impiegati. Talmente grande è la nostra riconoscenza alla Madonna dell'Angelo che il Santo Padre, per decreto della Penitenzieria apostolica, ha concesso per sette anni, a partire dall'anno scorso, di poter ricevere l'Indulgenza plenaria per sè e per i propri defunti a coloro che visitano il Santuario e vi si raccolgono in preghiera davanti al simulacro della Vergine alle solite condizioni.
Ogni anno, alle 10:00, si celebra in Santuario una santa Messa votiva in questo giorno; data la coincidenza di quest'oggi con la seconda domenica di Natale la celebrazione della Santa Messa in Santuario è stata posticipata a domani, 3 gennaio, alle ore 10:00. Preghiamo il Signore per intercessione della Madonna dell'Angelo, e continuiamo ad affidarci alla sua materna protezione in tutte le nostre difficoltà.

venerdì 31 dicembre 2010

1° gennaio - Giornata mondiale della pace

Domani, primo giorno del nuovo anno ed anche di un nuovo decennio, ricorre la solennità liturgica di Maria Santissima Madre di Dio. Essa è posta nel compimento dell'ottava di Natale, e ci invita a rivolgere la nostra attenzione alla maternità di Maria, che ha generato per opera dello Spirito Santo il suo Creatore.
Dal 1968, per volere di papa Paolo VI, il 1° gennaio è anche la data in cui la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della pace; alla sua istituzione, il pontefice ebbe modo di augurarsi:

«Sarebbe Nostro desiderio che poi, ogni anno, questa celebrazione si ripetesse come augurio e come promessa - all'inizio del calendario che misura e descrive il cammino della vita umana nel tempo - che sia la Pace con il suo giusto e benefico equilibrio a dominare lo svolgimento della storia avvenire.»

Quella del 2011 è dunque la 44ma giornata mondiale della pace; ci aiuta, in questa ricorrenza, il messaggio che papa Benedetto XVI ha rilasciato per questa occasione lo scorso 8 dicembre.
Egli inizia questo suo messaggio scorrendo i momenti più difficili dell'anno appena trascorso, in particolare per quanto riguarda i credenti, citando il "vile attacco contro la Cattedrale siro-cattolica “Nostra Signora del Perpetuo Soccorso” a Baghdad, dove, il 31 ottobre scorso, sono stati uccisi due sacerdoti e più di cinquanta fedeli, mentre erano riuniti per la celebrazione della Santa Messa". Viene immediatamente da pensare all'attentato che in Nigeria ha colpito fedeli e sacerdoti che assistevano alla Messa di Natale, che evidentemente non sono ricordati in questo messaggio perché avvenuti dopo la sua stesura. Il papa manifesta la sua vicinanza a queste popolazioni e ringrazia tutti i governi che si adoperano per evitare che episodi come questi possano ripetersi. Quindi affronta l'importante tematica della libertà religiosa, nella quale, dice il pontefice: "trova espressione la specificità della persona umana, che per essa può ordinare la propria vita personale e sociale a Dio, alla cui luce si comprendono pienamente l’identità, il senso e il fine della persona". La vera libertà religiosa, continua il Santo Padre, non è da intendersi come l'eliminazione di qualunque religione, erroneamente ritenute da molti la causa delle guerre del mondo; "Una libertà nemica o indifferente verso Dio finisce col negare se stessa e non garantisce il pieno rispetto dell’altro[...] L’illusione di trovare nel relativismo morale la chiave per una pacifica convivenza, è in realtà l’origine della divisione e della negazione della dignità degli esseri umani. Si comprende quindi la necessità di riconoscere una duplice dimensione nell’unità della persona umana: quella religiosa e quella sociale. Al riguardo, è inconcepibile che i credenti “debbano sopprimere una parte di se stessi - la loro fede - per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti”".
Un punto che, tra gli altri, sembra toccare un aspetto molto delicato agli occhi degli osservatori di oggi, è quello su una positiva laicità degli stati. A questo proposito il papa accomuna due atteggiamenti ostili: "il fondamentalismo religioso e il laicismo sono forme speculari ed estreme di rifiuto del legittimo pluralismo e del principio di laicità. Entrambe, infatti, assolutizzano una visione riduttiva e parziale della persona umana, favorendo, nel primo caso, forme di integralismo religioso e, nel secondo, di razionalismo. La società che vuole imporre o, al contrario, negare la religione con la violenza, è ingiusta nei confronti della persona e di Dio, ma anche di se stessa. Dio chiama a sé l’umanità con un disegno di amore che, mentre coinvolge tutta la persona nella sua dimensione naturale e spirituale, richiede di corrispondervi in termini di libertà e di responsabilità, con tutto il cuore e con tutto il proprio essere, individuale e comunitario".
La molteplicità delle confessioni religiose è un aspetto che tocca anche da vicino la cristianità; per questo il Santo Padre scrive: "Per la Chiesa il dialogo tra i seguaci di diverse religioni costituisce uno strumento importante per collaborare con tutte le comunità religiose al bene comune". Tuttavia lo stesso pontefice riconosce che il dialogo tra i rappresentanti delle diverse confessioni cristiane o di altre religioni non deve essere inteso a creare una religione nuova, che comprenda aspetti dell'una o dell'altra, come se possa esistere un tale credo, tale da essere considerato perfetto solo perché mette d'accordo le diverse esigenze degli uomini: "Quella indicata non è la strada del relativismo, o del sincretismo religioso. La Chiesa, infatti, “annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è «via, verità e vita» (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose”".
In un altro paragrafo, il papa afferma come l'ostilità verso la religione, oltre ad assumere le forme drammatiche che portano ad atti di inaudita violenza, si ritrova, in maniera più subdola, anche nel nostro "civile" mondo occidentale: "Vi sono poi - come ho già affermato - forme più sofisticate di ostilità contro la religione, che nei Paesi occidentali si esprimono talvolta col rinnegamento della storia e dei simboli religiosi nei quali si rispecchiano l’identità e la cultura della maggioranza dei cittadini. Esse fomentano spesso l’odio e il pregiudizio e non sono coerenti con una visione serena ed equilibrata del pluralismo e della laicità delle istituzioni, senza contare che le nuove generazioni rischiano di non entrare in contatto con il prezioso patrimonio spirituale dei loro Paesi".
Questi, molto in sintesi, alcuni punti del Messaggio per la Giornata mondiale della pace; l'intero messaggio si può reperire al seguente indirizzo:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/peace/documents/hf_ben-xvi_mes_20101208_xliv-world-day-peace_it.html

Continuiamo a pregare il Signore perché, secondo l'auspicio di papa Paolo VI, la pace possa davvero governare lo svolgimento della nostra storia futura. Questa sera il Duomo resterà aperto fino alle ore 24:00 per l'Adorazione e la preghiera di tutti i fedeli che lo desiderassero. Inoltre ricordo che domani, durante tutto il giorno, sarà possibile lucrare l'Indulgenza plenaria visitando e soffermandosi in preghiera nel Santuario della Madonna dell'Angelo, alle solite condizioni che si trovano nel decreto di concessione, visualizzabile nella traduzione italiana cliccando qui.

giovedì 30 dicembre 2010

L'inno del Te Deum

Stiamo ormai vivendo gli ultimi giorni di quest'anno 2010; per tradizione la Chiesa ci invita a rendere grazie al Signore per tutti i benefici ricevuti, ma anche per le persone care che ci hanno lasciato e che ora, speriamo, cantino anch'esse le lodi di Dio nella liturgia del cielo. Infatti l'inno che tipicamente esprime il ringraziamento e la lode a Dio è il Te Deum; nella liturgia di oggi esso viene recitato o cantato solitamente nelle domeniche e nelle feste durante la liturgia delle ore, e con maggiore solennità l'ultimo giorno dell'anno, domani, al termine della santa Messa o dei Vespri.
La composizione dell'inno è oggi attribuita con certezza a Niceta di Remesiana, attorno all'anno 400; in esso si possono individuare tre parti: una prima, ossia una lode trinitaria di Dio onnipotente, una seconda rivolta a Cristo Salvatore e Redentore ed un'ultima parte, presa dai salmi ed ispirata in alcuni punti al Nuovo Testamento. Con quest'inno si vuole mettere in evidenza il legame stretto che c'è fra la liturgia che celebriamo noi uomini sulla Terra e la liturgia che gli angeli, i santi, i cherubini, i serafini, i martiri e tutte le potenze celebrano nel cielo; essa sfocia nel proclamare il Signore tre volte Santo, riconoscendolo uno e trino e onnipotente in cielo e sulla terra.
Questo è un richiamo del libro del profeta Isaia:

«Vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l'uno all'altro: "Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria"»
(Is 6, 1-3)

Non a caso la liturgia della Santa Messa ha sempre inserito nel suo culmine, un attimo prima della Consacrazione, queste parole, perché anche i fedeli, "insieme agli angeli e ai santi", cantino "ad una sola voce" l'inno della gloria di Dio. Di seguito è riportato tutto l'inno, che nella nostra parrocchia sarà cantato domani, 31 dicembre, alla fine della Messa prefestiva delle 18:30 in Duomo; in fondo, poi, potrete trovare una parte dell'inno cantato con la melodia gregoriana e la prima parte della famosa interpretazione strumentale e vocale di Marc-Antoine Charpentier.
«Te Deum laudamus:*
Te Dominum confitemur.

Te aeternum Patrem,*
omnis terra veneratur.

Tibi omnes angeli,*
tibi caeli et universae potestates,

tibi cherubim et seraphim*
incessabili voce proclamant:

Sanctus,* Sanctus,*
Sanctus Dominus Deus Sabaoth.

Pleni sunt caeli et terra*
maiestatis gloriae tuae.

Te gloriosus*
apostolorum chorus,

Te prophetarum*
laudabilis numerus,

Te martyrum candidatus*
laudat exercitus.

Te per orbem terrarum*
sancta confitetur Ecclesia,

Patrem*
immensae maiestatis;

Venerandum tuum verum*
et unicum Filium;

Sanctum quoque*
Paraclitum Spiritum.

Tu Rex *
gloriae Christe.

Tu Patris*
sempiternus es Filius.

Tu, ad liberandum suscepturus hominem,*
non horruisti Virginis uterum.

Tu devicto mortis aculeo,*
aperuisti credentibus regna caelorum.

Tu ad dexteram Dei sedes,*
in gloria Patris.

Iudex crederis*
esse venturus.

Te ergo quaesumus, tuis famulis subveni,*
quos pretioso sanguine redemisti.

Aeterna fac cum sanctis tuis*
in gloria numerari.

Salvum fac populum tuum, Domine,*
et benedic hereditati tuae.

Et rege eos,*
et extolle illos usque in aeternum.

Per singulos dies*
benedicimus Te;

et laudamus nomen tuum in saeculum,*
et in saeculum saeculi.

Dignare, Domine, die isto*
sine peccato nos custodire.

Miserere nostri, Domine,*
miserere nostri.

Fiat misericordia tua, Domine, super nos,*
quemadmodum speravimus in Te.

In Te, Domine, speravi:*
non confundar in aeternum.»
«Noi ti lodiamo, Dio,
Ti proclamiamo, Signore.

O eterno Padre,
tutta la terra Ti adora.

A Te tutti gli angeli
e tutte le potenze dei cieli,

a Te i cherubini e i serafini
proclamano con voce incessante:

Santo, Santo,
Santo il Signore Dio dell'universo.

I cieli e la terra sono pieni
della tua maestà e gloria.

Te loda il glorioso
coro degli apostoli,

Te loda dei profeti
il gran numero,

Te loda dei candidi martiri
l'esercito.

Per tutta la terra
la Santa Chiesa proclama Te,

Padre
d'immensa maestà;

e l'augusto tuo vero
e unico Figlio;

e il Santo
Spirito Paraclito.

Tu, Re della gloria
o Cristo,

Tu sei Figlio
del Padre sempiterno.

Tu, generato per liberare
l'uomo,
non disdegnasti il grembo della Vergine.

Tu vinto il pungiglione della morte,
apristi ai credenti i Regni dei cieli,

Tu siedi alla destra di Dio,
nella gloria del Padre.

Giudice che sei creduto
ritornare.

A Te, dunque, chiediamo, vieni in aiuto dei tuoi servi,
che hai redenti col tuo sangue prezioso.

Fa' che siano annoverati nella gloria
insieme ai tuoi santi.

Salva il tuo popolo, Signore,
e benedici la tua eredità.

E guidali,
e sorreggili in eterno.

Ogni giorno
Ti benediciamo;

e lodiamo il tuo nome nei secoli
e nei secoli dei secoli.

Degnati, o Signore, in questo giorno
di custodirci senza peccato.

Abbi pietà di noi, Signore,
abbi pietà di noi.

Sia, o Signore, la tua misericordia sopra di noi,
come noi abbiamo sperato in Te.

In Te, Signore, ho sperato
che non sia confuso in eterno.
»



mercoledì 29 dicembre 2010

Il papa sulla Santa Comunione

Sebbene a piccoli passi, si avvicina la visita del Santo Padre Benedetto XVI nella nostra diocesi; tramite i quartini settimanali di Gente Veneta è possibile approfondire alcuni aspetti del Magistero del papa. Approfondiamo oggi uno degli aspetti più silenziosi e nello stesso tempo anche più visibili del suo Magistero in materia di liturgia, un aspetto a cui il nostro pontefice è molto attento (e che ancora si fa attendere sugli inserti del nostro giornale diocesano). Chiunque abbia guardato alla televisione una celebrazione del Santo Padre avrà certamente notato il modo in cui egli distribuisce il Santissimo Sacramento al momento della Comunione; i fedeli si accostano a lui in fila indiana, si inginocchiano (all'inginocchiatoio appositamente preparato) con le mani giunte e ricevono la Santissima Eucarestia direttamente in bocca, non sulla mano. E un'altra notizia, proprio dei giorni vicini al Natale, è che nelle celebrazioni papali anche tutti i sacerdoti, diaconi e laici che lo aiutano nella distribuzione della Santissima Eucarestia dovranno distribuirla solo in bocca, e non sul palmo della mano.
Perché queste scelte da parte del papa? Una prima spiegazione ci viene dall'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, che in un approfondimento dedicato scrive, a proposito del ricevere la Comunione sulla lingua:

«Il motivo di questa preferenza è duplice: da una parte, evitare al massimo la dispersione dei frammenti eucaristici; dall’altra, favorire la crescita della devozione dei fedeli verso la presenza reale di Cristo nel sacramento»

E per quanto riguarda l'atteggiamento della genuflessione:

«La pratica di inginocchiarsi per la santa Comunione ha a suo favore secoli di tradizione ed è un segno di adorazione particolarmente espressivo, del tutto appropriato alla luce della vera, reale e sostanziale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate»

Viene allora da chiedersi cosa ci sia che non va nella pratica di ricevere la Comunione sul palmo della mano; innanzitutto è opportuno approfondire la genesi di questa pratica, che, al contrario di quello che pensano in molti, nulla ha a che vedere con il Concilio, né tantomeno con la riforma liturgica che al Concilio ha fatto seguito. A confermarlo sono le memorie di mons. Annibale Bugnini, protagonista e per molti aspetti artefice della riforma liturgica post-conciliare: in esse si legge che la prassi di distribuire la Comunione sulla mano cominciò a diffondersi, in ambito cattolico, verso la metà degli anni 60 in "certe regioni d'Europa" (Olanda e Belgio). E' importante affermare: "in ambito cattolico"; infatti in ambito protestante già nel XVI secolo fu ristabilita la Comunione sulla mano, in accordo alla dottrina eretica che non esista la transustanziazione, ossia che il pane eucaristico sia normale pane comune, e pertanto anche coloro che amministravano questo pane non dovevano avere l'ordine sacro. E' invece insegnamento cattolico che il Sacramento dell'Ordine imprima un segno indelebile nell'anima dell'ordinato, rendendolo così diverso dai fedeli laici; e quindi si comprende quello che diceva san Tommaso d'Aquino: il Sacramento "non viene toccato da nessuna cosa che non sia consacrata: e quindi sono consacrati il corporale, il calice e così pure le mani del sacerdote, per poter toccare questo sacramento. A nessun altro quindi è permesso toccarlo fuori di caso di necessità: se per esempio stesse per cadere per terra, o in altre contingenze simili" (Summa Theologiae III, 82,3).
Nella metà degli anni sessanta, probabilmente influenzati dalle correnti di pensiero che infuriavano nell'epoca del post-concilio, alcuni sacerdoti olandesi presero, dunque, a distribuire il Santissimo Sacramento sulle mani ai fedeli, così come accadeva nelle chiese protestanti che nella loro regione sono molto più abbondanti che da noi, senza autorizzazione da parte di Roma. Così papa Paolo VI decise di prendere delle decisioni categoriche in merito; inizialmente (1965) vietò che fosse cambiata la prassi di ricevere la Comunione sulla lingua in quelle regioni, ma i suoi richiami rimasero inascoltati. Quindi (1968), non potendo "esimersi dal considerare l’eventuale innovazione con ovvia apprensione", ordinò una consulta sub decreto all'episcopato mondiale, il quale si dichiarò a grandissima maggioranza contrario all'innovazione. Di conseguenza il papa diede mandato alla Congregazione per il Culto Divino di redigere un documento, l'istruzione Memoriale Domini, attraverso la quale far conoscere a tutto il mondo cattolico il risultato della consulta dei vescovi, confermare la prassi di distribuire la Comunione sulla lingua, che, recitava l'istruzione, non toglie in alcun modo dignità a chi si comunica e mettere in guardia sulla irriverenza e sulla possibilità di profanazione dell'Eucarestia a cui la pratica di distribuire l'Ostia sulla mano poteva portare. Nell'istruzione si lasciava però una strada aperta per quelle chiese in cui la pratica risultava radicata da quasi cinque anni, concedendo che, se la Conferenza episcopale del luogo avesse approvato l'innovazione con una maggioranza di almeno i due terzi, essa avrebbe potuto inviare alla Santa Sede una richiesta di approvazione, che, nella maggior parte dei casi, come possiamo ben vedere nelle nostre chiese, è arrivata. E' interessante leggere, nelle memorie di mons. Bugnini, come questa concessione volesse evitare che "in questi tempi di forte contestazione (...) l’autorità non venga battuta sulla breccia, mantenendo una proibizione che difficilmente avrebbe seguito nella pratica", poiché, date le correnti di pensiero che imperversavano all'epoca, "è da prevedere anche una reazione violenta in alcune zone e una disubbidienza piuttosto diffusa dove l’uso è stato già introdotto". Le richieste, col passare degli anni, arrivarono un po' dalle Conferenze episcopali di tutto il mondo, sebbene non vi fossero le condizioni auspicate per la richiesta (ossia non fosse radicata la pratica innovativa e non si prevedessero contestazioni); basti pensare che, per l'Italia, l'indulto fu concesso addirittura il 19 maggio 1989. Quello che era stato concesso come indulto alla regola è diventato regola; addirittura in alcuni casi si sente che la prassi di ricevere la Comunione sulla lingua è mal sopportata, ed è questa ad essere concessa ad indulto.
E questo nonostante i pronunciamenti dei successori di Paolo VI siano andati nella direzione di confermare le preoccupazioni del pontefice lombardo: Giovanni Paolo II, nella lettera Dominicae Cenae, scriveva:

«In alcuni paesi è entrata in uso la comunione sulla mano. Tale pratica è stata richiesta da singole conferenze episcopali ed ha ottenuto l'approvazione della sede apostolica. Tuttavia, giungono voci su casi di deplorevoli mancanze di rispetto nei confronti delle specie eucaristiche, mancanze che gravano non soltanto sulle persone colpevoli di tale comportamento, ma anche sui pastori della Chiesa, che fossero stati meno vigilanti sul contegno dei fedeli verso l'eucarestia. Avviene pure che, talora, non è tenuta in conto la libera scelta e volontà di coloro che, anche dove è stata autorizzata la distribuzione della comunione sulla mano, preferiscono attenersi all'uso di riceverla in bocca.»

E nell'ultima sua enciclica, Ecclesia de Eucharistia:

«Dando all’Eucaristia tutto il rilievo che essa merita, e badando con ogni premura a non attenuarne alcuna dimensione o esigenza, ci dimostriamo veramente consapevoli della grandezza di questo dono. Ci invita a questo una tradizione ininterrotta, che fin dai primi secoli ha visto la comunità cristiana vigile nella custodia di questo “tesoro”. [...] Non c’è pericolo di esagerare nella cura di questo Mistero, perché “in questo Sacramento si riassume tutto il mistero della nostra salvezza”»

In questo senso si innesta la prassi reintrodotta da papa Benedetto XVI, dalla solennità di Corpus Domini del 2008, di distribuire la Comunione solo in bocca e ai fedeli inginocchiati e, dalle celebrazioni natalizie di quest'anno, anche a tutti gli altri fedeli solo sulla lingua. Alcuni rivalutano la prassi di distribuire la Comunione sul palmo della mano in funzione del passato dei primi cristiani, che effettivamente dovevano comunicarsi in questa maniera; a ciò risponde sempre Paolo VI, con l'istruzione Memoriale Domini, nella quale si dice che, con l'approfondimento della conoscenza del mistero eucaristico, la pratica fu presto abbandonata, anzi: esplicitamente proibita.
Nell'istruzione Redemptionis Sacramentum si mettono in guardia i sacerdoti dai pericoli di profanazione che possono purtroppo derivare quando si distribuisce la Santissima Eucarestia sulla mano dei fedeli:

«Se un comunicando, nelle regioni in cui la Conferenza dei Vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il Sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia. Si badi, tuttavia, con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. Se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli.»

Preghiamo, dunque, il Signore, perché ci conceda di accostarci ai Sacri Misteri con la necessaria riverenza e con il debito raccoglimento, poiché come dice il nostro papa Benedetto XVI, "La Comunione raggiunge la sua profondità solo quando è sostenuta e compresa dall’adorazione".

Di seguito potrete trovare i collegamenti che sono serviti da spunto per questo articolo:

martedì 28 dicembre 2010

Sulla banalizzazione della sessualità

Una settimana fa, il 21 dicembre, la Congregazione per la Dottrina della Fede (il dicastero romano deputato alle questioni sulla dottrina cristiana) ha emanato un comunicato che aveva come titolo «Sulla banalizzazione della sessualità - a proposito di alcune letture di "Luce del mondo"». Per coloro che non lo ricordassero, "Luce del mondo" è il libro-intervista che papa Benedetto XVI ha rilasciato al giornalista Peter Seewald, e che ha fatto molto discutere, tanto da meritare le pagine principali dei media, a proposito di alcune affermazioni del papa; una di queste era inerente alla dottrina della Chiesa sull'uso del preservativo e alla sessualità in genere.
Come era prevedibile, tale risposta dell'ex Sant'Uffizio non ha avuto la stessa eco dai media: evidentemente il popolo deve avere una informazione solo settaria, in modo che, quando tra un paio d'anni, verrà chiesto alla gente che cosa pensa la Chiesa del preservativo essa risponderà che è d'accordo.
In ogni caso la Congregazione ha voluto dare delle precisazioni su «diverse interpretazioni non corrette, che hanno generato confusione sulla posizione della Chiesa cattolica riguardo ad alcune questioni di morale sessuale». Continua il comunicato: «Il pensiero del Papa non di rado è stato strumentalizzato per scopi e interessi estranei al senso delle sue parole, che risulta evidente qualora si leggano interamente i capitoli dove si accenna alla sessualità umana. L’interesse del Santo Padre appare chiaro: ritrovare la grandezza del progetto di Dio sulla sessualità, evitandone la banalizzazione oggi diffusa». Non possiamo non concordare con questa osservazione; ancora oggi, scorrendo i motori di ricerca in internet, alle parole "Luce del mondo, preservativo, papa" si trovano notizie dell'epoca (novembre di quest'anno) che dicono che il papa "apre" al preservativo, che il preservativo è lecito in alcuni casi, che il papa ha applicato la dottrina del "male minore". Troviamo addirittura illustri personaggi che esprimono approvazione, come l'ex sindaco di Venezia e filosofo Massimo Cacciari e, purtroppo, l'ex arcivescovo di Milano, il card. Carlo Maria Martini, che ringraziano il papa per questa "apertura".
Il comunicato smentisce categoricamente, e dice testualmente: «L’idea che dalle parole di Benedetto XVI si possa dedurre che in alcuni casi sia lecito ricorrere all’uso del profilattico per evitare gravidanze indesiderate è del tutto arbitraria e non risponde né alle sue parole né al suo pensiero. A questo riguardo il Papa propone invece vie umanamente e eticamente percorribili, per le quali i pastori sono chiamati a fare "di più e meglio" (Luce del mondo, p. 206), quelle cioè che rispettano integralmente il nesso inscindibile di significato unitivo e procreativo in ogni atto coniugale, mediante l’eventuale ricorso ai metodi di regolazione naturale della fecondità in vista di una procreazione responsabile». Questo per rispondere a chi pensa che l'uso del preservativo possa essere applicato per controllare le nascite in una famiglia, soprattutto se bisognosa; in effetti questo è un problema, cioè se in una famiglia dove i genitori non hanno un gran reddito, ci si ritrova a dover mantenere cinque o sei figli. Appare però del tutto pretestuosa questa obiezione, poiché l'uso che si vuole fare oggi della contraccezione è molto lontano da quello di una coppia sposata per una "procreazione responsabile"; per la quale la Chiesa prevede altri metodi di controllo, più "umani ed eticamente percorribili".
Un altro problema innescato dal libro del papa è stato quello della posizione nei confronti della prostituzione; è confermato quanto affermato in materia dal Concilio, ossia che essa è considerata un atto grave ed immorale, e che «la prostituzione va dunque combattuta e gli enti assistenziali della Chiesa, della società civile e dello Stato devono adoperarsi per liberare le persone coinvolte».
Infine l'altra interpretazione errata, che secondo questo comunicato è stata data delle parole del papa, è quella che riguarda il preservativo come metodo di prevenzione e contrasto alla diffusione dell'Aids; qui viene spiegato il significato autentico di quanto il papa voleva affermare con l'esempio citato alle pagine divenute ormai famose del libro "Luce del mondo". «Chi sa di essere infetto dall’Hiv e quindi di poter trasmettere l’infezione, oltre al peccato grave contro il sesto comandamento ne commette anche uno contro il quinto (Non uccidere), perché consapevolmente mette a serio rischio la vita di un’altra persona, con ripercussioni anche sulla salute pubblica». Così, dice il papa nel suo libro, l'uso del preservativo da parte di una persona infetta lascia, in alcuni casi, intravvedere un certo ravvedimento, poiché non si intende mettere a rischio la vita del prossimo. In questo modo si deve intendere l'affermazione del papa: «in questo senso il Santo Padre rileva che il ricorso al profilattico "nell’intenzione di diminuire il pericolo di contagio, può rappresentare tuttavia un primo passo sulla strada che porta ad una sessualità diversamente vissuta, più umana"», dove con "primo passo" non si intende certamente che l'uso del preservativo è ammesso in certi casi; piuttosto che ci si può augurare che, se il motivo per cui si usa il preservativo è davvero quello di non mettere a rischio la vita del prossimo, tale preoccupazione per il prossimo potrà portare a vivere in maniera più umana la sessualità.
Il comunicato conclude smentendo anche che il Santo Padre abbia voluto usare la dottrina del "male minore", ossia che un'azione in sè sbagliata possa essere lecitamente ammessa di fronte a mali peggiori a cui il non compiere tale azione potrebbe portare. Quanto affermato sopra è di fatto una smentita di tale teoria; l'uso del preservativo non è ammesso, non c'è spazio all'interpretazione; ci si può altresì augurare, per il bene della sua anima, che chi lo utilizza per i motivi di cui si è parlato sopra, vada nella direzione di smettere e il comportamento sessuale disordinato e, di conseguenza, l'utilizzo del preservativo.
Il chiarimento della Congregazione per la Dottrina della Fede viene a smentire quelle interpretazioni errate che, volontariamente o meno, rischiano di portare i fedeli sulla via della perdizione. C'è anche chi pensa che il papa avrebbe potuto aspettarsi che le sue parole sarebbero state strumentalizzate, e quindi avrebbe potuto astenersi dal pronunciarle; io sono dell'idea che il papa abbia voluto semplicemente utilizzare il mezzo dell'intervista per spiegare in termini più semplici possibili alcune tematiche dottrinali, e che egli ritenesse sufficentemente chiaro quanto aveva detto da non aspettarsi una cattiva interpretazione. C'è però anche da dire che nella maggior parte degli articoli di giornale che riportavano queste interpretazioni errate, erano omesse le frasi conclusive, riportando il discorso solo a metà; era cioè scritto che l'uso del preservativo da parte di un prostituto (o prostituta che dir si voglia) malato di Aids può portare ad augurarsi che egli smetta di compiere atti disordinati, ma mancava la frase successiva, che «questo non è il modo vero e proprio per affrontare il male dell’Hiv». E' probabilmente questo modo di fare giornalismo, cioè parlando di mezze verità, che insieme formano una menzogna, che il papa non si aspettava, presupponendo la buonafede dei suoi lettori.

Cliccando qui potrete leggere il testo integrale del messaggio della Congregazione per la Dottrina della Fede.

lunedì 27 dicembre 2010

Il presepe del Duomo

Come ogni anno il sagrestano del Duomo, Antonio Dorigo, ha realizzato in quasi un mese di lavoro il presepe del Duomo, alloggiato nella cappella laterale di sant'Andrea: una vera e propria opera d'arte, con grande inventiva e dovizia di particolari. La scena principale della Natività, in primo piano sulla sinistra, ha luogo sotto il porticato di un edificio più grande, che vuole essere l'albergo citato dal Vangelo di san Luca. Al di sopra un coro di angeli si libra in aria, indicando ai pastori il luogo esatto della nascita del Salvatore. Sulla destra, invece, possiamo notare una singolare scena di vita quotidiana, con un contadino mentre porta al pascolo una mucca e, all'interno della casa, una bella tavola imbandita, con tanto di lume acceso anche sul tavolo. Il tappeto erboso ci porta, in profondità, in una vera e propria città, Betlemme, e sullo sfondo i monti, dai quali scaturisce una cascata sgorgante. Nel cielo si alternano giorno e notte, passando attraverso i colori del crepuscolo e dell'alba, al canto di un gallo. Il gioco di luci dà la realistica impressione del sorgere e tramontare del sole, mentre di notte, quando i lumi della città lasciano soltanto intuirne le abitazioni, l'osservatore può osservare le stelle, la Luna, la cometa dei Magi ed un Angelo, che solca l'intera volta celeste per annunciare la nascita del Signore.
Ancora una volta il nostro Duomo è arricchito di una così bella opera d'arte, e noi parrocchiani siamo fieri di vedere numerosi visitatori soffermarsi in ammirazione e preghiera di fronte al presepe della nostra chiesa.

Di seguito, in questo video, è possibile osservare alcuni aspetti del presepe di quest'anno; ma raccomando una visita di persona, poiché il video non rende onore all'opera, che si può apprezzare veramente soltanto dal vivo.

domenica 26 dicembre 2010

Santo Stefano Protomartire

La ricorrenza di Santo Stefano assume per noi il grado di solennità, in quanto patrono principale della nostra parrocchia; pertanto, pur essendo la domenica della Santa Famiglia, celebreremo il primo martire cristiano, che, secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, subì la lapidazione pochi giorni dopo l'Ascensione di Gesù al cielo. La data del 26 dicembre, vicina al Natale, fu scelta per unire idealmente la nascita di Cristo alla nascita al cielo di colui che per primo diede la vita per Lui. Parimenti, vicino al Natale troviamo le ricorrenze di san Giovanni evangelista, dei santi Innocenti ed anticamente persino i santi Pietro e Paolo erano ricordati in questi giorni natalizi.
Quest'anno vorrei concentrarmi su alcuni aspetti storici e tradizionali che riguardano il culto del protomartire. La tradizione che lega Caorle a Santo Stefano affonda le sue radici molto lontano nei secoli; il vescovo Pietro Martire Rusca (1656 - 1674), in una missiva inviata a Roma il 16 agosto 1664, scriveva che alcune reliquie esistevano nel Duomo da oltre mille anni, portate a Caorle dal vescovo Giovanni di Concordia, anche se non ne esistono notizie sicure. Quel che è certo è che reliquie del Protomartire cristiano devono essere state custodite nella cattedrale fin dall'erezione della diocesi caprulana che, come sappiamo, fu fondata dagli esuli concordiesi, la cui cattedrale è a loro volta dedicata a santo Stefano. Al tempo del vescovo Giorgio Darmini (1648 - 1655) fu presentato il progetto di un reliquiario marmoreo che contenesse, tra le altre reliquie, il "cranio di santo Stefano"; reliquiario che fu completato nel 1658 dal vescovo Rusca, quando con grande solennità e concorso di popolo fu compiuta la traslazione dei resti santi.
Ma la storia delle reliquie di santo Stefano è tutt'altro che chiara; dopo la morte per lapidazione il corpo, che era stato abbandonato alle bestie senza che, miracolosamente, alcuna di esse lo toccasse, fu sepolto poco lontano da Gerusalemme, in un luogo chiamato Caphargamala. Per quattrocento anni fu quindi dimenticato, a causa delle persecuzioni ai cristiani, della distruzione di Gerusalemme nell'anno 135 e per il fatto che il culto dei martiri non ebbe inizio prima del II secolo. Solo nel IV secolo, dopo la concessione della libertà di culto, un prete di nome Luciano ebbe la visione in sogno di un vecchio con barba bianca ed abiti liturgici, che si rivelò essere il dotto Gamaliele (che istruì san Paolo e che seppellì santo Stefano), il quale gli chiese di dare una degna sepoltura al corpo del suo amico e di altri santi, indicandogli il luogo esatto dove l'avrebbe trovato. Il ritrovamento dei corpi nel giardino di Caphargamala destò grande stupore nel mondo cristiano appena agli albori, e così si diffuse il culto di santo Stefano; il corpo fu seppellito nella chiesa di Sion a Gerusalemme, mentre alcune reliquie furono lasciate a Luciano.
Successivamente le reliquie furono traslate a Costantinopoli per poi approdare a Roma e in Italia, alla fine del VI secolo. Qui il corpo fu sepolto all'interno della tomba di san Lorenzo; il culto dei due diaconi martiri fu così legato in maniera stretta, e ne abbiamo una testimonianza anche nel nostro Duomo, nell'affresco dell'absidicola sinistra risalente al XIV secolo, ove i due santi sono raffigurati ai lati della Vergine col Bambino. Da Roma le reliquie del protomartire cristiano si diffusero in tutta Italia, approdando anche a Venezia nel XVIII secolo; era questo un periodo di grande fervore nella fede e bisogna dire che proliferarono molti falsi tanto che a Roma erano venerati addirittura tre reliquiari contenenti braccia di santo Stefano.
Le reliquie rimaste oggi sono quelle del corpo, conservato presso la chiesa di santo Stefano a Venezia, ed il cranio, conservato nel nostro Duomo, già cattedrale; alcuni frammenti ossei del cranio sono conservati a Putignano, in Puglia, ed altre reliquie del santo sono sparse ancora oggi per il mondo.
Veneriamo dunque santo Stefano, primo martire della Chiesa; da lui prendiamo l'esempio di come professare la fede in Gesù Cristo anche a costo della propria stessa vita. Affidiamo a lui, nostro patrono, le anime e le vite di molti nostri fratelli cristiani che in diverse parti della terra continuano a dare la vita per Gesù Cristo (è di ieri la notizia di 40 morti in Nigeria per le violenze di estremisti contro una chiesa durante la celebrazione della Messa di Natale). Chiediamogli la sua intercessione perché la nostra fede si rafforzi e nella nostra comoda vita di ogni giorno non rinneghiamo il nostro Salvatore per paura di essere esclusi dalla società; ricordiamoci come i pastori del presepe furono i primi a vedere Gesù proprio perché esclusi dalla società. Soffermiamoci oggi, prima o dopo la santa Messa, in preghiera davanti all'altare, ove sarà esposta la reliquia del cranio, e meditiamo silenziosamente la vita e la morte del nostro santo patrono, concludendo con le parole dell'orazione colletta:

«Donaci, Signore, di esprimere nella vita il mistero che celebriamo nel giorno natalizio di santo Stefano primo martire e insegnaci ad amare anche i nostri nemici sull'esempio di lui che morendo pregò per i suoi persecutori. Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio che è Dio, e vive e regna con Te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.»

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