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sabato 7 giugno 2014
Omelia di Papa Francesco sulla Pentecoste
Cari fratelli e sorelle,
in questo giorno noi contempliamo e riviviamo nella liturgia l’effusione dello Spirito Santo operata da Cristo risorto sulla sua Chiesa; un evento di grazia che ha riempito il Cenacolo di Gerusalemme per espandersi nel mondo intero.
Ma che cosa avvenne in quel giorno così lontano da noi, eppure così vicino da raggiungere l’intimo del nostro cuore? San Luca ci offre la risposta nel brano degli “Atti degli Apostoli” che abbiamo ascoltato (2,1-11). L’evangelista ci riporta a Gerusalemme, al piano superiore della casa nella quale sono riuniti gli Apostoli. Il primo elemento che attira la nostra attenzione è il fragore che improvviso viene dal cielo, “quasi un vento che si abbatte impetuoso” e riempie la casa; poi le “lingue come di fuoco” che si dividevano e si posavano su ciascuno degli Apostoli. Fragore e lingue infuocate sono segni precisi e concreti che toccano gli Apostoli, non solo esteriormente, ma anche nel loro intimo: nella mente e nel cuore. La conseguenza è che “tutti furono colmati di Spirito Santo”, il quale sprigiona il suo dinamismo irresistibile, con esiti sorprendenti: «Cominciarono a parlare in altre lingue nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi». Si apre allora davanti a noi un quadro del tutto inatteso: una grande folla si raduna ed è piena di meraviglia perché ciascuno sente parlare gli Apostoli nella propria lingua. Tutti fanno un’esperienza nuova, mai accaduta prima: «Li udiamo parlare nelle nostre lingue». E di che cosa parlano? «Delle grandi opere di Dio».
Alla luce di questo brano degli “Atti”, vorrei riflettere su tre parole legate all’azione dello Spirito: novità, armonia, missione.
1. La novità ci fa sempre un po’ di paura, perché ci sentiamo più sicuri se abbiamo tutto sotto controllo, se siamo noi a costruire, a programmare, a progettare la nostra vita secondo i nostri schemi, le nostre sicurezze, i nostri gusti. E questo avviene anche con Dio. Spesso lo seguiamo, lo accogliamo, ma fino a un certo punto; ci è difficile abbandonarci a Lui con piena fiducia, lasciando che sia lo Spirito Santo l’anima, la guida della nostra vita, in tutte le scelte; abbiamo paura che Dio ci faccia percorrere strade nuove, ci faccia uscire dal nostro orizzonte spesso limitato, chiuso, egoista, per aprirci ai suoi orizzonti.
Ma, in tutta la storia della salvezza, quando Dio si rivela porta novità – Dio porta sempre novità -, trasforma e chiede di fidarsi totalmente di Lui: Noè costruisce un’arca deriso da tutti e si salva; Abramo lascia la sua terra con in mano solo una promessa; Mosè affronta la potenza del faraone e guida il popolo verso la libertà; gli Apostoli, timorosi e chiusi nel Cenacolo, escono con coraggio per annunciare il Vangelo.
Non è la novità per la novità, la ricerca del nuovo per superare la noia, come avviene spesso nel nostro tempo. La novità che Dio porta nella nostra vita è ciò che veramente ci realizza, ciò che ci dona la vera gioia, la vera serenità, perché Dio ci ama e vuole solo il nostro bene. Domandiamoci oggi: siamo aperti alle “sorprese di Dio”? O ci chiudiamo, con paura, alla novità dello Spirito Santo? Siamo coraggiosi per andare per le nuove strade che la novità di Dio ci offre o ci difendiamo, chiusi in strutture caduche che hanno perso la capacità di accoglienza?
2. Un secondo pensiero: lo Spirito Santo, apparentemente, sembra creare disordine nella Chiesa, perché porta la diversità dei carismi, dei doni; ma tutto questo invece, sotto la sua azione, è una grande ricchezza, perché lo Spirito Santo è lo Spirito di unità, che non significa uniformità, ma ricondurre il tutto all’armonia. Nella Chiesa l’armonia la fa lo Spirito Santo.
Uno dei Padri della Chiesa ha un’espressione che mi piace tanto: lo Spirito Santo “ipse harmonia est”. Lui è proprio l’armonia. Solo Lui può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e, nello stesso tempo, operare l’unità. Anche qui, quando siamo noi a voler fare la diversità e ci chiudiamo nei nostri particolarismi, nei nostri esclusivismi, portiamo la divisione; e quando siamo noi a voler fare l’unità secondo i nostri disegni umani, finiamo per portare l’uniformità, l’omologazione. Se invece ci lasciamo guidare dallo Spirito, la ricchezza, la varietà, la diversità non diventano mai conflitto, perché Egli ci spinge a vivere la varietà nella comunione della Chiesa.
Il camminare insieme nella Chiesa, guidati dai Pastori, che hanno uno speciale carisma e ministero, è segno dell’azione dello Spirito Santo; l’ecclesialità è una caratteristica fondamentale per ogni cristiano, per ogni Comunità, per ogni Movimento. È la Chiesa che mi porta Cristo e mi porta a Cristo; i cammini paralleli sono tanto pericolosi! Quando ci si avventura andando oltre la dottrina e la Comunità ecclesiale, dice l’Apostolo Giovanni nella sua Seconda Lettera, e non si rimane in esse, non si è uniti al Dio di Gesù Cristo. Chiediamoci allora: sono aperto all’armonia dello Spirito Santo, superando ogni esclusivismo? Mi faccio guidare da Lui vivendo nella Chiesa e con la Chiesa?
3. L’ultimo punto. I teologi antichi dicevano: l’anima è una specie di barca a vela, lo Spirito Santo è il vento che soffia nella vela per farla andare avanti, gli impulsi e le spinte del vento sono i doni dello Spirito. Senza la sua spinta, senza la sua grazia, noi non andiamo avanti. Lo Spirito Santo ci fa entrare nel mistero del Dio vivente e ci salva dal pericolo di una Chiesa gnostica e di una Chiesa autoreferenziale, chiusa nel suo recinto; ci spinge ad aprire le porte per uscire, per annunciare e testimoniare la vita buona del Vangelo, per comunicare la gioia della fede, dell’incontro con Cristo.
Lo Spirito Santo è l’anima della missione. Quanto avvenuto a Gerusalemme quasi duemila anni fa non è un fatto lontano da noi, è un fatto che ci raggiunge, che si fa esperienza viva in ciascuno di noi. La Pentecoste del Cenacolo di Gerusalemme è l’inizio, un inizio che si prolunga. Lo Spirito Santo è il dono per eccellenza di Cristo risorto ai suoi Apostoli, ma Egli vuole che giunga a tutti.
Gesù, come abbiamo ascoltato nel Vangelo, dice: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,16). È lo Spirito Paràclito, il “Consolatore”, che dà il coraggio di percorrere le strade del mondo portando il Vangelo! Lo Spirito Santo ci fa vedere l’orizzonte e ci spinge fino alle periferie esistenziali per annunciare la vita di Gesù Cristo. Chiediamoci se abbiamo la tendenza di chiuderci in noi stessi, nel nostro gruppo, o se lasciamo che lo Spirito Santo ci apra alla missione.
Ricordiamo oggi queste tre parole: novità, armonia, missione.
La liturgia di oggi è una grande preghiera che la Chiesa con Gesù eleva al Padre, perché rinnovi l’effusione dello Spirito Santo. Ciascuno di noi, ogni Gruppo, ogni Movimento, nell’armonia della Chiesa, si rivolga al Padre per chiedere questo dono. Anche oggi, come al suo nascere, insieme con Maria la Chiesa invoca: «Veni, Sancte Spiritus!». «Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore!». Amen.
mercoledì 21 maggio 2014
Meriam, la cristiana condannata a morte in Sudan.
È in carcere incatenata per le caviglie Meriam Yehya Ibrahim, la donna cristiana del Sudan incinta di otto mesi e condannata a morte per apostasia, oltre che a 100 frustate per adulterio. Per la prima volta il marito Daniel Wani ha avuto la possibilità di visitarla in carcere, vedendo in quali condizioni vive dal 17 febbraio.
«È OLTRAGGIOSO».
«Le sue gambe sono tutte gonfie. È oltraggioso, visto che è incinta di otto mesi e mezzo», ha dichiarato ai media americani Tina Ramirez, direttrice esecutiva di Hardwired, gruppo che si batte contro la persecuzione religiosa nel mondo e che sta aiutando Wani. Il marito, che gode di doppio passaporto sudanese e statunitense, ha chiesto più volte e invano aiuto all’ambasciata americana in Sudan per ottenere il rilascio della moglie, che si trova in carcere insieme al figlio di 20 mesi.
CONDANNA PER APOSTASIA.
Meriam è stata condannata per apostasia lo scorso 15 maggio: la dottoressa di 27 anni è stata cresciuta come cristiana dalla madre, visto che il padre musulmano se ne è andato quando lei aveva sei anni. Ma il fratello insieme agli zii paterni l’ha accusata di essere stata allevata come musulmana e di essersi poi convertita al cristianesimo.
In Sudan, secondo la sharia, l’apostasia è punita con la morte e un matrimonio tra una musulmana e un cristiano non è valido e i figli che nascono dalla relazione sono illegittimi. Questo è il motivo per cui Martin, il figlio di 20 mesi di Meriam, è in prigione con lei e non può essere preso in custodia dal padre.
AMERICANO IN CARCERE
Wani, insieme agli avvocati della moglie, ha affermato che ricorrerà in appello per non fare eseguire la sentenza capitale. Intanto, però, si è lamentato del fatto che l’ambasciata americana non l’abbia mai aiutato a risolvere il caso giudiziario. Un aiuto che si aspettava visto che il figlio Martin è in carcere ed è a tutti gli effetti cittadino americano. Come dichiarato dall’uomo, «ho fornito all’ambasciata tutte le prove che mi ha richiesto per dimostrare che Martin è un cittadino americano. Ho portato il certificato di nascita, il mio certificato di matrimonio e gli esami del Dna di mio figlio, che sono stati mandati negli Stati Uniti per essere verificati. Ma mi hanno chiuso la porta in faccia».
CNSNews ha chiesto direttamente al portavoce del Dipartimento di Stato americano, Jen Psaki, la veridicità di queste notizie ma il portavoce non ha saputo rispondergli. «Sta dicendo che non sapete se quel bambino in prigione è un cittadino americano?», lo ha rintuzzato il giornalista. «Non abbiamo ulteriori dettagli da condividere». Ad oggi, il Dipartimento non ha ancora fatto luce su questo aspetto, che è dirimente per la sorte di Meriam: la pressione internazionale di un governo come gli Stati Uniti potrebbe far cambiare la sentenza dei giudici sudanesi in un eventuale processo di appello.
Tratto da Tempi.it
lunedì 12 maggio 2014
La morte del card. Cè: l'annuncio del Patriarca Moraglia
Il Patriarca Francesco Moraglia, i sacerdoti e i diaconi, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici della Diocesi di Venezia annunciano che questa sera il card. Marco Cè, Patriarca emerito di Venezia, ha raggiunto la Casa del Padre. La morte è avvenuta alle ore 20.15 all'Ospedale Ss. Giovanni e Paolo di Venezia dove era ricoverato dal 19 marzo scorso per le conseguenze della frattura del femore.
La sera della Domenica delle Palme (13 aprile) aveva chiesto e ricevuto, dal Patriarca Francesco Moraglia, il sacramento dell'unzione degli infermi. Le sue condizioni di salute si erano poi ulteriormente e definitivamente aggravate nelle ultime ore. Proprio ieri sera, inoltre, il Patriarca Francesco aveva confessato il card. Cè impartendogli l’assoluzione e l’indulgenza plenaria e ricevendo da lui un ultimo “grazie”.
Alle ore 20.30 di domani sera - martedì 13 maggio - nella basilica cattedrale di S. Marco a Venezia avrà luogo la recita del Rosario, presieduta dal Patriarca Francesco che chiede a tutti i credenti il bene della preghiera di suffragio.
Il card. Cè era nato a Izano, in provincia di Cremona e diocesi di Crema, l'8 luglio 1925. Compì gli studi teologici presso la Pontificia Università Gregoriana e il Pontificio Istituto Biblico conseguendo la laurea in teologia dogmatica e la licenza in Sacra Scrittura; fu ordinato sacerdote65 anni fa, il 27 marzo 1948 a Crema, e nella sua diocesi di origine fu, per molti anni, prima vicerettore e poi rettore del Seminario. Il 22 aprile 1970 venne eletto vescovo da Paolo VI e nominato ausiliare del card. Poma nella diocesi di Bologna. il 30 aprile 1976 fu nominato, dallo stesso Paolo VI, assistente ecclesiastico generale dell'Azione cattolica italiana. Giovanni Paolo II lo chiamò quindi - era il7 dicembre del 1978 - a reggere il Patriarcato di Venezia di cui prese possesso canonico il 1° gennaio 1979 mentre il suo ingresso in città risale al 7 gennaio successivo, allora solennità dell'Epifania. Fu creato cardinale, sempre da Giovanni Paolo II, il 30 giugno 1979. Dopo 23 anni di governo pastorale della diocesi lagunare, dal 5 gennaio 2002 era divenuto Patriarca emerito di Venezia continuando, sino a pochi mesi fa, ad esercitare in pieno il suo ministero occupandosi soprattutto della cura spirituale delle persone e, in particolare, degli esercizi spirituali diocesani.
Fonte Gente Veneta
venerdì 9 maggio 2014
ATTENZIONE! FURTO D'IDENTITA'
IN RIFERIMENTO AL TENTATIVO DI TRUFFA SUBITO IERI SULL'ACCOUNT DI POSTA ELETTRONICA DELLA PARROCCHIA:
Preghiamo cortesemente chiunque avesse ricevuto nella sua casella di posta email truffaldine dagli indirizzi:
* caorleduomo@gmail.com
* caorleduorno@yahoo.it
di segnalarcelo prontamente in questo profilo o dal form presente nel sito parrocchiale alla pagina web
"http://www.caorleduomo.altervista.org/contact.html"
Il tipo di messaggio truffaldino a cui ci riferiamo riguarda la richiesta di invio denaro ad uno sconosciuto che si sarebbe trovato bloccato all'aeroporto di Bradford (UK) e al quale sarebbero stati rubati tutti i documenti.
Le vostre eventuali segnalazioni saranno da noi inviate immediatamente ai Carabinieri, ai quali abbiamo denunciato l'accaduto.
Rinnoviamo ancora una volta l'invito a NON DARE SEGUITO A TALI COMUNICAZIONI TRUFFALDINE, poiché la parrocchia non ha mai chiesto né mai intende chiedere denaro nei termini posti in queste mail.
Grazie per la collaborazione.
Avviso - Tentativo di truffa
Informiamo tutti i lettori che giovedì 8 maggio 2014 l'account di posta elettronica 'caorleduomo@gmail.com' (sul quale si appoggia anche il presente blog) ha subito un attacco da parte di pirati informatici ed è stato violato. I pirati hanno cambiato la password dell'account e, mentre ne disponevano, hanno mandato a tutti i contatti presenti una mail truffaldina, dove si richiedeva denaro da parte di uno sconosciuto che sarebbe stato bloccato in un aeroporto del Regno Unito e al quale erano stati rubati tutti i documenti. La parrocchia Santo Stefano di Caorle tiene a far sapere che:
- non è assolutamente coinvolta nell'invio di queste email dall'intento chiaramente truffaldino;
- esorta a non dare assolutamente seguito a questi messaggi, poiché la parrocchia non ha mai chiesto né mai intende chiedere in futuro denaro in questi termini a chiunque;
- invita quanti avessero ricevuto messaggi di questo tipo provenienti dagli indirizzi 'caorleduomo@gmail.com' oppure 'caorleduorno@yahoo.it' a comunicare in maniera tempestiva l'accaduto, compilando il form presente alla pagina web http://www.caorleduomo.altervista.org/contact.html (la segnalazione sarà immediatamente girata alle forze dell'ordine alle quali abbiamo denunciato l'accaduto).
sabato 26 aprile 2014
Intervista al Cardinale Capovilla, segretario di Papa Giovanni XXIII
Come si sente oggi, mentre si arriva alla conclusione del processo di canonizzazione, Eminenza?
"Mi sento con i miei anni, con la mia serenità consueta, con qualche piccola fatica, con molto desiderio di riflettere, pensare e rileggere e rivedere con la mia memoria i passi compiuti con Papa Giovanni. Vivo giorno per giorno, questo è gran dono".
Ci vuole raccontare un ricordo che più di altri in questi giorni la accompagna?
"Non ho un ricordo solo. Ho una folla di tanti ricordi, la cosa che più ho presente in questi momenti, é l'immagine di Giovanni XXIII prima che morisse. Me lo vedo come fosse oggi, disteso nel suo letto, mentre io ero lì, con altre, poche persone, nel silenzio. Ma fuori in piazza san Pietro c'era una moltitudine di fedeli. Io allora gli dissi: "Padre, qui siamo in pochi, ma fuori là, c'è la piazza rigurgitante di tante persone che prega per lei". E lui era sereno nello sguardo. Io insistei: "Santo Padre, ci sono tante persone in piazza, se le vedesse". E lui: "E' il Papa che muore, io li amo, loro mi amano".
Che cosa pensò in quel momento?
"Ho avuto come l'impressione che il vecchio Padre venisse sollevato sulle braccia dei suoi figli. E presentato a Dio Padre per il ritorno a casa. Questa é l'immagine che porto nel cuore"
E qualche ricordo di Roncalli precedente al giorno della fine?
"Penso al giorno dell'annuncio dell'Habemus Papam, il 28 otttobre 1958. Molti evocarono il quarto vangelo: "Venne un uomo mandato da Dio e il suo Nome era Giovanni". Spesso mi chiedono che cosa avesse in mente lui. Bisogna rileggere i suoi testi completi, studioso, pastore sollecito, padre universale. Penso che nel Libro del Siracide si trovi una traccia del suo destino, accostata a quella di Samuele, l'ingenuo fanciullo in ascolto di Dio, il sacerdote attento alle iluminazioni che vengono dall'alto"
Che cosa ha significato veramente il suo Pontificato?
"Ancora non ci rendiamo conto che nel quinquennio giovanneo, quasi inavvertitamente, qualcosa si mise in moto e ispirò un rivolgimento positivo ad intra e ad extra di notevoli proporzioni, nel senso di dilatazione del respiro contemplativo e di dimensione apostolica della Chiesa di Cristo"
La gente lo ricorda come il "Papa buono".
"Noi diciamo con parole grosse, piccole cose. Lui diceva con parole povere cose grandi. Come scriveva nel Giornale dell'Anima, lui ripeteva: "Nulla mi costa il riconoscere e il ripetere che io sono e non valgo che un bel niente". Coniugava conservazione e rinnovamento. Vi riuscì attraverso l'obbedienza allo Spirito, lo sforzo di imitazione dei campioni della fede e della sanità, e la docilità al dinamismo insito nel messaggio evangelico. Portò l'infanzia spirituale, due occhi e un sorriso, sul soglio di Pietro. "
Ma chi era lui veramente, alle origini? E perché è rimasto nei cuori?
"Era bergamasco, figlio di coltivatori, quartogenito di 13 figli, educato dai familiari "In fide e gratia", cresciuto nel "grembo della povertà contenta e benedetta", avviato sulle vie del "timor Domini", dell'onestà, dell'obbedienza, del lavoro; sin da ragazzo, malgrado gli accesi conflitti ideologici e le condizioni fatte dai governi di allora alla chiesa cattolica e ai cattolici, egli è stato leale cittadino d'Italia. E, figlio della campagna, è diventato ruminatore della Parola, servo di Dio e della Chiesa, amata oltre ogni dire, indagatore delle storie degli uomini, raccoglitore di spighe perché nulla andasse perduto. Due occhi limpidi e un sorriso innocente sul volto di un vegliardo non immalinconito erano forieri di novità evangelica. Tale apparve ai romani e al mondo alle 18.20 del 28 ottobre 1958, sulla loggia centrale di San Pietro. Sì, due occhi e un sorriso".
venerdì 18 aprile 2014
"Prendere il crocifisso in mano e baciarlo tanto"
Cito l'udienza generale di Papa Francesco di Mercoledì 16 aprile
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi, a metà della Settimana Santa, la liturgia ci presenta un episodio triste: il racconto del tradimento di Giuda, che si reca dai capi del Sinedrio per mercanteggiare e consegnare ad essi il suo Maestro. «Quanto mi date se io ve lo consegno?». Gesù in quel momento ha un prezzo. Questo atto drammatico segna l’inizio della Passione di Cristo, un percorso doloroso che Egli sceglie con assoluta libertà. Lo dice chiaramente Lui stesso: «Io do la mia vita… Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,17-18). E così, con questo tradimento, incomincia quella via dell’umiliazione, della spogliazione di Gesù. Come se fosse nel mercato: questo costa trenta denari…. Una volta intrapresa la via dell’umiliazione e della spogliazione, Gesù la percorre fino in fondo.
Gesù raggiunge la completa umiliazione con la «morte di croce». Si tratta della morte peggiore, quella che era riservata agli schiavi e ai delinquenti. Gesù era considerato un profeta, ma muore come un delinquente. Guardando Gesù nella sua passione, noi vediamo come in uno specchio le sofferenze dell’umanità e troviamo la risposta divina al mistero del male, del dolore, della morte. Tante volte avvertiamo orrore per il male e il dolore che ci circonda e ci chiediamo: «Perché Dio lo permette?». È una profonda ferita per noi vedere la sofferenza e la morte, specialmente quella degli innocenti! Quando vediamo soffrire i bambini è una ferita al cuore: è il mistero del male. E Gesù prende tutto questo male, tutta questa sofferenza su di sé. Questa settimana farà bene a tutti noi guardare il crocifisso, baciare le piaghe di Gesù, baciarle nel crocifisso. Lui ha preso su di sé tutta la sofferenza umana, si è rivestito di questa sofferenza.
Noi attendiamo che Dio nella sua onnipotenza sconfigga l’ingiustizia, il male, il peccato e la sofferenza con una vittoria divina trionfante. Dio ci mostra invece una vittoria umile che umanamente sembra un fallimento. Possiamo dire che Dio vince nel fallimento! Il Figlio di Dio, infatti, appare sulla croce come uomo sconfitto: patisce, è tradito, è vilipeso e infine muore. Ma Gesù permette che il male si accanisca su di Lui e lo prende su di sé per vincerlo. La sua passione non è un incidente; la sua morte – quella morte – era “scritta”. Davvero non troviamo tante spiegazioni. Si tratta di un mistero sconcertante, il mistero della grande umiltà di Dio: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). Questa settimana pensiamo tanto al dolore di Gesù e diciamo a noi stessi: questo è per me. Anche se io fossi stato l’unica persona al mondo, Lui l’avrebbe fatto. L’ha fatto per me. Baciamo il crocifisso e diciamo: per me, grazie Gesù, per me.
Quando tutto sembra perduto, quando non resta più nessuno perché percuoteranno «il pastore e saranno disperse le pecore del gregge» (Mt 26,31), è allora che interviene Dio con la potenza della risurrezione. La risurrezione di Gesù non è il finale lieto di una bella favola, non è l’happy end di un film; ma è l’intervento di Dio Padre e là dove si infrange la speranza umana. Nel momento nel quale tutto sembra perduto, nel momento del dolore, nel quale tante persone sentono come il bisogno di scendere dalla croce, è il momento più vicino alla risurrezione. La notte diventa più oscura proprio prima che incominci il mattino, prima che incominci la luce. Nel momento più oscuro interviene Dio e risuscita.
Gesù, che ha scelto di passare per questa via, ci chiama a seguirlo nel suo stesso cammino di umiliazione. Quando in certi momenti della vita non troviamo alcuna via di uscita alle nostre difficoltà, quando sprofondiamo nel buio più fitto, è il momento della nostra umiliazione e spogliazione totale, l’ora in cui sperimentiamo che siamo fragili e peccatori. È proprio allora, in quel momento, che non dobbiamo mascherare il nostro fallimento, ma aprirci fiduciosi alla speranza in Dio, come ha fatto Gesù. Cari fratelli e sorelle, in questa settimana ci farà bene prendere il crocifisso in mano e baciarlo tanto, tanto e dire: grazie Gesù, grazie Signore. Così sia.
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