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giovedì 25 ottobre 2012
Il Purgatorio. I-La morte nel mondo di oggi
Nel nostro mondo sempre più secolarizzato, anche la morte e la vita dopo la morte stanno subendo un processo di progressiva scristianizzazione anche da parte di chi si professa cristiano. Una conseguenza particolarmente curiosa di questo processo è il fatto che oggi credere in una vita dopo la morte non è più il tratto che contraddistingue un credente da un ateo. Infatti fino a pochi anni fa, ma c'è chi continua ad asserirlo ancora, moltissimi pensatori atei accusavano i credenti per il fatto che la loro fede sarebbe debole proprio perché essi non si accontenterebbero della morte come fine della vita, ma, a motivo di consolazione illusoria (questo è quello che gli atei affermano), credono che la vita continui nell'aldilà. In realtà oggi sembra che siano più gli atei, seguiti purtroppo anche da una buona fetta di coloro che si dicono cristiani, a credere ad una certa vita dopo la morte, che però nulla ha a che vedere con quella vera; essa sembra fatta apposta per consolare quelli che restano qui sulla terra, piuttosto che per coloro che effettivamente entrano nell'aldilà.
Queste le caratteristiche dello stravagante "aldilà", che molto (troppo) sembra avere in comune con l'aldiqua: innanzitutto tutti coloro che ci lasciano diventerebbero angeli, senza alcuna coscienza di cosa effettivamente gli Angeli siano. Questa metamorfosi angelica sembra essere poi legata all'età ed alle circostanze che hanno portato alla morte: in generale più il defunto è giovane e più sarebbe facile che diventi un angelo, così come accade quanto più improvvisa è la morte. In questa vita futura essi continuerebbero a svolgere le attività che svolgevano da "vivi", o meglio, continuerebbero a fare soltanto quello che a loro piaceva fare da vivi (fosse stato anche andare a donne); guarderebbero ai loro congiunti rimasti sulla terra con uno sguardo non buono, ma buonista, evitando ogni possibile rimprovero, ma piuttosto incoraggiando ogni azione che i vivi credono buona per loro. Questo genere di convinzione sembra rafforzarsi quando nei funerali cristiani, specialmente di giovani morti improvvisamente, si lascia ai loro amici ricoprire la bara con magliette della squadra del cuore, portare, in chiesa o fuori, motociclette, automobili, strumenti musicali che il defunto apprezzava in vita, richiedere ai musicisti di parrocchia "canzoni allegre" perché il defunto era una persona allegra. Infine, in alcuni casi sempre più frequenti, si richiede la cremazione del corpo per tenerselo in casa o per spargerne le ceneri in mare, sulla terra o addirittura nello spazio; è assai raro, infatti, vedere giovani recarsi in un cimitero per pregare sulla tomba di un loro amico defunto.
Grande assente in questo tipo di cerimonie funebri è proprio la preghiera; l'unica parvenza di preghiera è quella per gli astanti, dal momento che è diffusa la convinzione che per il morto non serva pregare, se davvero è "un angelo" che felice saltella per i prati di un paradiso molto simile alla nostra terra. C'è da dire che molto spesso ci si mettono anche i preti, che durante i funerali pronunciano, più che omelie, vere e proprie "agiografie" del defunto, sempre per la convinzione che in un funerale non si debba pregare per il defunto ma serva molto più preoccuparsi di quello che vuole sentirsi dire l'"Assemblea". Come conseguenza alcuni di questi sacerdoti consentono, specialmente dopo la Comunione, ricordi funebri da parte di parenti e amici sullo stile hollywoodiano che vediamo al cinema o in tv, oppure smettono le vesti nere, il colore proprio del rito funebre, per indossare quelle viola (che forse, credono, sia di un impatto meno negativo sull'"Assemblea") o peggio quelle bianche (perché il defunto è già puro e santo); alcuni arrivano addirittura ad insegnare che il funerale è un matrimonio, il matrimonio dell'anima del defunto con Dio, e pertanto, durante la funzione, cercano, magari in buona fede, di strappare un sorriso sulle facce dei poveri congiunti.
Questo tipo di cerimonie forse potrà consolare parenti e amici, anche se dubito che si possa essere pienamente consolati allo stesso modo di come si fa coi bambini, magari dicendo cose false. Se davvero fosse questo l'aldilà avrebbero ragione gli atei che accusano i credenti di crearsi il paradiso che vogliono o che si immaginano, perché è proprio questa la verità: questo è un paradiso inventato. Cosa ne è della pietà per il defunto? Se il defunto avesse bisogno di preghiere per la sua anima, chi le eleverà al suo posto, se parenti e amici sono convinti della sua salvezza?
In tutto questo ragionamento manca un appiglio fondamentale per un cattolico, la dottrina cristiana; accanto al Paradiso (alla cui esclusiva presenza molti sembrano ridurre l'aldilà) mancano l'Inferno e il Purgatorio; mancano il Giudizio particolare ed il Giudizio universale; mancano, in altre parole, i Novissimi, le cose ultime, che un tempo la Chiesa insegnava ma che ora sono viste come qualcosa di sorpassato.
Nei prossimi post dedicati al Purgatorio approfondiremo più dettagliatamente la dottrina della Chiesa a proposito della vita dopo la morte, come essa richieda da parte dei vivi non astrazione sullo stato dei propri defunti, ma innanzitutto preghiera e speranza e come la conoscenza della verità sulla morte cristiana diventi uno sprone non solo per gli istanti ultimi della propria vita, ma per tutta la durata della nostra vita e di quella degli altri.
domenica 21 ottobre 2012
Ritorna il Fanone nelle cerimonie papali
Il ritorno del Fanone! Benedetto XVI indica: "il Papa sono io"
Da cantualeantonianum.com
Vedo il Papa portare il FANONE quella specie di mozzetta a righe rosse, oro e bianche che avevamo visto per l'ultima volta indossata da Giovanni Paolo II nel 1984.
E' un paramento papale che si usa nelle più solenni celebrazioni, come oggi la canonizzazione dei santi. Il suo nome pare derivare da pannus, cioè panno, stoffa. Proviene dall'amitto e in antico aveva la stessa funzione e ne teneva il posto. Il fanone è già citato dall'Ordo Romanus dell'VIII sec, e all'inizio non era di uso esclusivo dei Papi. L'utilizzo del fanone però è rimasto dal XII sec. prerogativa dei soli sommi Pontefici (per decisione di Innocenzo III) e ha preso significati simbolici peculiari, in riferimento ai paramenti dei sacerdoti biblici. L'attuale forma circolare con le strisce di determinati colori pare risalire però solo al XVI sec., precedentemente era quadrangolare.
Innocenzo III spiega che il fanone, chiamato allora "orale" rappresenta l'antico Efod del Sommo Sacerdote ebraico:
"Romanus Pontifex post albam et cingulum assumit orale [fanon], quod circa caput involvit et replicat super humeros, legalis pontificis ordinem sequens, qui post lineam strictam et zonam induerunt ephod id est super-humerale" Innocentius III, De Myst. Missæ, I, c. 53.
Altri significati di sapore ecumenico, per quanto interessanti, non sono attestati dalla tradizione antica.Il fanone fa anche parte dei paramenti con cui il Papa è rivestito, una volta defunto, per essere esposto all'estremo saluto dei fedeli.
Alcune foto di recenti papi con indosso il fanone:
Fonte: cantualeantonianum.com, foto tratte dalla rete.
venerdì 12 ottobre 2012
Fiaccolata in Piazza San Pietro - Discorso del Papa
Cinquant'anni fa, in questo giorno, anch'io sono stato qui in piazza con lo sguardo verso questa finestra, dove si è affacciato il Buon Papa, il beato Papa Giovanni, e ha parlato a noi con parole indimenticabili, parole piene di poesia, di bontà: parole del cuore. Eravamo felici, direi pieni di entusiasmo: il grande concilio ecumenico era inaugurato, eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa, una nuova Pentecoste, una nuova presenza forte della Grazia liberatrice del Vangelo.
Anche oggi siamo felici, portiamo gioia nel nostro cuore, ma direi una gioia forse più sobria, una gioia umile. In questi cinquant'anni abbiamo imparato e esperito che il peccato originale esiste e si traduce sempre di nuovo in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c'è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: "Il Signore dorme e ci ha dimenticato".
Questa è una parte delle esperienze fatte in questi cinquant'anni; ma abbiamo anche avuto una nuova esperienza della presenza del Signore, della Sua bontà, della Sua forza: il fuoco dello Spirito Santo, il fuoco di Cristo, non è un fuoco divoratore, distruttivo, è un fuoco silenzioso, è una piccola fiamma di bontà e di verità, che trasforma, dà luce e calore. Abbiamo visto che il Signore non ci dimentica: anche oggi, col suo modo umile, il Signore è presente e dà calore ai cuori, mostra vita, crea carismi di bontà, di carità, che illuminano il mondo e sono per noi garanzia della bontà di Dio. Sì, Cristo vive, è con noi anche oggi e possiamo essere felici anche oggi, perché la Sua bontà non si spegne, è forte anche oggi.
Alla fine oso fare mie le parole indimenticabili di Papa Giovanni: andate a casa, date un bacio ai bambini e dite che è del Papa. In questo senso di tutto cuore vi imparto la mia benedizione.
giovedì 11 ottobre 2012
Apertura dell'Anno della Fede
cari fratelli e sorelle!
Con grande gioia oggi, a 50 anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, diamo inizio all’Anno della fede. Sono lieto di rivolgere il mio saluto a tutti voi, in particolare a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca di Costantinopoli, e a Sua Grazia Rowan Williams, Arcivescovo di Canterbury. Un pensiero speciale ai Patriarchi e agli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali Cattoliche, e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali. Per fare memoria del Concilio, che alcuni di noi qui presenti – che saluto con particolare affetto - hanno avuto la grazia di vivere in prima persona, questa celebrazione è stata arricchita di alcuni segni specifici: la processione iniziale, che ha voluto richiamare quella memorabile dei Padri conciliari quando entrarono solennemente in questa Basilica; l’intronizzazione dell’Evangeliario, copia di quello utilizzato durante il Concilio; la consegna dei sette Messaggi finali del Concilio e quella del Catechismo della Chiesa Cattolica, che farò al termine, prima della Benedizione. Questi segni non ci fanno solo ricordare, ma ci offrono anche la prospettiva per andare oltre la commemorazione. Ci invitano ad entrare più profondamente nel movimento spirituale che ha caratterizzato il Vaticano II, per farlo nostro e portarlo avanti nel suo vero senso. E questo senso è stato ed è tuttora la fede in Cristo, la fede apostolica, animata dalla spinta interiore a comunicare Cristo ad ogni uomo e a tutti gli uomini nel pellegrinare della Chiesa sulle vie della storia.
L’Anno della fede che oggi inauguriamo è legato coerentemente a tutto il cammino della Chiesa negli ultimi 50 anni: dal Concilio, attraverso il Magistero del Servo di Dio Paolo VI, il quale indisse un «Anno della fede» nel 1967, fino al Grande Giubileo del 2000, con il quale il Beato Giovanni Paolo II ha riproposto all’intera umanità Gesù Cristo quale unico Salvatore, ieri, oggi e sempre. Tra questi due Pontefici, Paolo VI e Giovanni Paolo II, c’è stata una profonda e piena convergenza proprio su Cristo quale centro del cosmo e della storia, e sull’ansia apostolica di annunciarlo al mondo. Gesù è il centro della fede cristiana. Il cristiano crede in Dio mediante Gesù Cristo, che ne ha rivelato il volto. Egli è il compimento delle Scritture e il loro interprete definitivo. Gesù Cristo non è soltanto oggetto della fede, ma, come dice la Lettera agli Ebrei, è «colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (12,2).
Il Vangelo di oggi ci dice che Gesù Cristo, consacrato dal Padre nello Spirito Santo, è il vero e perenne soggetto dell’evangelizzazione. «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18). Questa missione di Cristo, questo suo movimento continua nello spazio e nel tempo, attraversa i secoli e i continenti. E’ un movimento che parte dal Padre e, con la forza dello Spirito, va a portare il lieto annuncio ai poveri di ogni tempo – poveri in senso materiale e spirituale. La Chiesa è lo strumento primo e necessario di questa opera di Cristo, perché è a Lui unita come il corpo al capo. «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). Così disse il Risorto ai discepoli, e soffiando su di loro aggiunse: «Ricevete lo Spirito Santo» (v. 22). E’ Dio il principale soggetto dell’evangelizzazione del mondo, mediante Gesù Cristo; ma Cristo stesso ha voluto trasmettere alla Chiesa la propria missione, e lo ha fatto e continua a farlo sino alla fine dei tempi infondendo lo Spirito Santo nei discepoli, quello stesso Spirito che si posò su di Lui e rimase in Lui per tutta la vita terrena, dandogli la forza di «proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista», di «rimettere in libertà gli oppressi» e di «proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
Il Concilio Vaticano II non ha voluto mettere a tema la fede in un documento specifico. E tuttavia, esso è stato interamente animato dalla consapevolezza e dal desiderio di doversi, per così dire, immergere nuovamente nel mistero cristiano, per poterlo riproporre efficacemente all’uomo contemporaneo. Al riguardo, così si esprimeva il Servo di Dio Paolo VI due anni dopo la conclusione dell’Assise conciliare: «Se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine. Basterebbe ricordare [alcune] affermazioni conciliari (…) per rendersi conto dell’essenziale importanza che il Concilio, coerente con la tradizione dottrinale della Chiesa, attribuisce alla fede, alla vera fede, quella che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa» (Catechesi nell’Udienza generale dell’8 marzo 1967). Così Paolo VI nel '67.
Ma dobbiamo ora risalire a colui che convocò il Concilio Vaticano II e che lo inaugurò: il Beato Giovanni XXIII. Nel Discorso di apertura, egli presentò il fine principale del Concilio in questi termini: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito ed insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina… Per questo non occorreva un Concilio… E’ necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo» (AAS 54 [1962], 790.791-792). Così Papa Giovanni nell'inaugurazione del Concilio.
Alla luce di queste parole, si comprende quello che io stesso allora ho avuto modo di sperimentare: durante il Concilio vi era una tensione commovente nei confronti del comune compito di far risplendere la verità e la bellezza della fede nell’oggi del nostro tempo, senza sacrificarla alle esigenze del presente né tenerla legata al passato: nella fede risuona l’eterno presente di Dio, che trascende il tempo e tuttavia può essere accolto da noi solamente nel nostro irripetibile oggi. Perciò ritengo che la cosa più importante, specialmente in una ricorrenza significativa come l’attuale, sia ravvivare in tutta la Chiesa quella positiva tensione, quell’anelito a riannunciare Cristo all’uomo contemporaneo. Ma affinché questa spinta interiore alla nuova evangelizzazione non rimanga soltanto ideale e non pecchi di confusione, occorre che essa si appoggi ad una base concreta e precisa, e questa base sono i documenti del Concilio Vaticano II, nei quali essa ha trovato espressione. Per questo ho più volte insistito sulla necessità di ritornare, per così dire, alla «lettera» del Concilio – cioè ai suoi testi – per trovarne l’autentico spirito, e ho ripetuto che la vera eredità del Vaticano II si trova in essi. Il riferimento ai documenti mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti, e consente di cogliere la novità nella continuità. Il Concilio non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico. Piuttosto si è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento.
Se ci poniamo in sintonia con l’impostazione autentica, che il Beato Giovanni XXIII volle dare al Vaticano II, noi potremo attualizzarla lungo questo Anno della fede, all’interno dell’unico cammino della Chiesa che continuamente vuole approfondire il bagaglio della fede che Cristo le ha affidato. I Padri conciliari volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità.
Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione, non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che 50 anni fa! E la risposta da dare a questo bisogno è la stessa voluta dai Papi e dai Padri del Concilio e contenuta nei suoi documenti. Anche l’iniziativa di creare un Pontificio Consiglio destinato alla promozione della nuova evangelizzazione, che ringrazio dello speciale impegno per l’Anno della fede, rientra in questa prospettiva. In questi decenni è avanzata una «desertificazione» spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, al tempo del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada. La prima Lettura ci ha parlato della sapienza del viaggiatore (cfr Sir 34,9-13): il viaggio è metafora della vita, e il sapiente viaggiatore è colui che ha appreso l’arte di vivere e la può condividere con i fratelli – come avviene ai pellegrini lungo il Cammino di Santiago, o sulle altre Vie che non a caso sono tornate in auge in questi anni. Come mai tante persone oggi sentono il bisogno di fare questi cammini? Non è forse perché qui trovano, o almeno intuiscono il senso del nostro essere al mondo? Ecco allora come possiamo raffigurare questo Anno della fede: un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo, in cui portare con sé solo ciò che è essenziale: non bastone, né sacca, né pane, né denaro, non due tuniche – come dice il Signore agli Apostoli inviandoli in missione (cfr Lc 9,3), ma il Vangelo e la fede della Chiesa, di cui i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II sono luminosa espressione, come pure lo è il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato 20 anni or sono.
Venerati e cari Fratelli, l’11 ottobre 1962 si celebrava la festa di Maria Santissima Madre di Dio. A Lei affidiamo l’Anno della fede, come ho fatto una settimana fa recandomi pellegrino a Loreto. La Vergine Maria brilli sempre come stella sul cammino della nuova evangelizzazione. Ci aiuti a mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo Paolo: «La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda… E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di Lui a Dio Padre» (Col 3,16-17). Amen.
Fonte: vatican.va
Indulgenza per l'Anno della Fede
"Nel giorno del cinquantesimo anniversario dalla solenne apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II - si legge nel Decreto - il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha stabilito l’inizio di un Anno particolarmente dedicato alla professione della vera fede e alla sua retta interpretazione, con la lettura, o meglio, la pia meditazione degli Atti del Concilio e degli Articoli del Catechismo della Chiesa Cattolica".
"Poiché si tratta anzitutto di sviluppare in sommo grado – per quanto è possibile su questa terra – la santità di vita e di ottenere, quindi, nel grado più alto la purezza dell’anima, sarà molto utile il grande dono delle Indulgenze, che la Chiesa, in virtù del potere conferitole da Cristo, offre a tutti coloro che con le dovute disposizioni adempiono le speciali prescrizioni per conseguirle".
"Durante tutto l’arco dell’Anno della fede, indetto dall’11 Ottobre 2012 fino all’intero 24 Novembre 2013, potranno acquisire l’Indulgenza plenaria della pena temporale per i propri peccati impartita per la misericordia di Dio, applicabile in suffragio alle anime dei fedeli defunti, tutti i singoli fedeli veramente pentiti, debitamente confessati, comunicati sacramentalmente, e che preghino secondo le intenzioni del Sommo Pontefice.
a.- Ogniqualvolta parteciperanno ad almeno tre momenti di predicazione durante le Sacre Missioni, oppure ad almeno tre lezioni sugli Atti del Concilio Vaticano II e sugli Articoli del Catechismo della Chiesa Cattolica, in qualsiasi chiesa o luogo idoneo;
b.- Ogniqualvolta visiteranno in forma di pellegrinaggio una Basilica Papale, una catacomba cristiana, una Chiesa Cattedrale, un luogo sacro designato dall’Ordinario del luogo per l’Anno della fede (ad es. tra le Basiliche Minori ed i Santuari dedicati alla Beata Vergine Maria, ai Santi Apostoli ed ai Santi Patroni) e lì parteciperanno a qualche sacra funzione o almeno si soffermeranno per un congruo tempo di raccoglimento con pie meditazioni, concludendo con la recita del Padre Nostro, la Professione di Fede in qualsiasi forma legittima, le invocazioni alla Beata Vergine Maria e, secondo il caso, ai Santi Apostoli o Patroni;
c.- Ogniqualvolta, nei giorni determinati dall’Ordinario del luogo per l’Anno della fede (ad es. nelle solennità del Signore, della Beata Vergine Maria, nelle feste dei Santi Apostoli e Patroni, nella Cattedra di San Pietro), in qualunque luogo sacro parteciperanno ad una solenne celebrazione eucaristica o alla liturgia delle ore, aggiungendo la Professione di Fede in qualsiasi forma legittima;
d.- un giorno liberamente scelto, durante l’Anno della fede, per la pia visita del battistero o altro luogo, nel quale ricevettero il sacramento del Battesimo, se rinnoveranno le promesse battesimali in qualsiasi formula legittima.
I Vescovi Diocesani o Eparchiali, e coloro che nel diritto sono ad essi equiparati, nel giorno più opportuno di questo tempo, in occasione della principale celebrazione (ad es. il 24 Novembre 2013, nella solennità di Gesù Cristo Re dell’Universo, con la quale si chiuderà l’Anno della fede) potranno impartire la Benedizione Papale con l’Indulgenza plenaria, lucrabile da parte di tutti fedeli che riceveranno tale Benedizione devotamente.
Il Decreto si conclude ricordando che tutti i fedeli che "per malattia o gravi motivi" non possono uscire di casa, potranno ottenere l'indulgenza plenaria "se, uniti con lo spirito e con il pensiero ai fedeli presenti, particolarmente nei momenti in cui le Parole del Sommo Pontefice o dei Vescovi Diocesani verranno trasmesse per televisione e radio, reciteranno nella propria casa o là dove l’impedimento li trattiene il Padre Nostro, la Professione di Fede in qualsiasi forma legittima, e altre preghiere conformi alle finalità dell’Anno della fede, offrendo le loro sofferenze o i disagi della propria vita.
Fonte: annusfidei.va
venerdì 7 settembre 2012
Anno della Fede in Patriarcato
“Vi attendo, tutti, con le vostre comunità”: è il Patriarca stesso che fissa e lancia l’appuntamento al grande momento comune che riunirà la diocesi di Venezia a metà ottobre in Piazza S. Marco, all’inizio dell’Anno della Fede. Lo fa attraverso una lettera - firmata il giorno del Redentore e poi inviata ai preti del Patriarcato - nella quale anticipa e spiega ai suoi “confratelli” i caratteri principali, le motivazioni e le finalità del cammino che la Chiesa veneziana si appresta a compiere. “Invito voi presbiteri - scrive mons. Francesco Moraglia - con i diaconi, i religiosi, le religiose, le persone consacrate, i fedeli laici e tutte le aggregazioni ecclesiali alla Santa Messa per l’inaugurazione diocesana dell’Anno della Fede che celebreremo in Piazza San Marco domenica 14 ottobre alle ore 15.30. La Chiesa che è in Venezia è convocata, sotto la presidenza del Vescovo, all’altare dove, celebrando il mysterium fidei, intende iniziare un cammino di grazia”.Il Patriarca cita subito le parole poste dal Papa all’inizio della lettera apostolica “Porta fidei” - “La porta della fede che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi” - per sottolineare che ”l’anno della fede è rivolto, prima di tutto, alle nostre comunità che, nel loro cammino di conversione e purificazione, devono riscoprirsi soggetti vivi di evangelizzazione; tutti, infatti, siamo chiamati a tener fisso lo sguardo su Gesù origine e compimento della fede. L’invito a tenere la porta aperta riguarda i credenti, ossia le nostre comunità ecclesiali che vorremmo fossero più capaci di riflettere il volto luminoso di Cristo”. E poiché “l’eucaristia è il momento in cui la Chiesa si esprime nel modo più vero e compiuto, ecco perché si è scelto d’iniziare l’anno della fede celebrando all’altare il mistero del corpo e del sangue del Signore. Non si tratta di organizzare qualcosa di più o di progettare qualche nuovo evento ma di vivere il mysterium fidei: essere Chiesa, ovvero porta aperta sul mondo, poiché Gesù, dopo la sua morte/resurrezione, non è più accessibile tramite il suo corpo fisico ma quello ecclesiale”.
Mons. Moraglia evidenzia così il cuore e l’obiettivo dei prossimi mesi: non “compiere servizi” ma puntare a “vivere una vera esperienza di fede”, “ritornare alle radici della fede, all’incontro col Signore Risorto”. Celebrare insieme la messa a San Marco, prosegue, “vuol dire affermare che il culto è l’atto di fede più alto” e quindi spetta “a noi renderlo operante anche a livello sociale, attraverso una testimonianza di vita realmente rinnovata a contatto col corpo e sangue del Signore. Il convenire sotto la presidenza del Vescovo, attorno all’altare del sacrificio è già testimonianza di fede di fronte alla città e per noi impegno, offerta, proposta di stare con Gesù e come Gesù in mezzo ai fratelli”. Si tratta, allora, di “rilanciare la pastorale ordinaria, grazie alla quale vivono le nostre comunità, così da rendere visibile e concreta la fede, lungo il cammino dell’intero anno, rispolverando i binomi: grazia e fede, libertà e vita di fede, revisione di vita e fede, fede e opere, fede e carità, fede e speranza. In modo che la nostra vita sia - in qualsiasi momento - concreta testimonianza di fede”. Il Patriarca osserva ancora che “celebrare l’eucaristia è annunciare la Sua morte, proclamare la Sua resurrezione, nell’attesa della Sua venuta; l’eucaristia è riscoprire il centro di ogni cosa. La celebrazione eucaristica d’apertura, quindi, va intesa, preparata e vissuta per quello che è; si tratta di un evento ecclesiale: la liturgia è culmine della vita del cristiano; la Fede e l’amore s’esprimono, in modo pieno e compiuto, proprio nel segno della Chiesa locale, convocata dal Vescovo, attorno all’altare”.
Nella stessa lettera si ricorda che, proprio in occasione della celebrazione di domenica 14 ottobre, verrà consegnata a tutti la prima riflessione (di tre in programma) che il Patriarca intende offrire alla Chiesa di Venezia, come pista per un cammino comune. Le due successive saranno poi proposte nell’ambito di altrettante istruzioni previste, a livello zonale, rispettivamente nel febbraio e nel maggio 2013. In quest’ultimo mese, inoltre, si terrà anche il pellegrinaggio diocesano a Roma sulle tombe degli apostoli Pietro e Paolo.
Con l’occasione, mons. Moraglia ha voluto comunicare ufficialmente ai sacerdoti una nuova iniziativa. E’ “un appuntamento diocesano mensile - annuncia il Patriarca - che ci accompagnerà lungo l’Anno della Fede ma, spero, anche dopo: il pellegrinaggio “mariano”, la mattina del primo sabato del mese, con l’intenzione di preghiera dedicata in modo particolare alle vocazioni alla vita sacerdotale e di speciale consacrazione. Vuol essere un momento semplice e familiare che, sono convinto, potrà unire i partecipanti in una vera amicizia spirituale”. Nel box a fianco c’è il calendario già fissato con gli orari previsti; tutti i pellegrinaggi mariani mensili saranno guidati dal Patriarca Francesco e vedranno la costante presenza della comunità del Seminario. Il Patriarca invita sin d’ora tutti a prendervi parte: sacerdoti, diaconi, religiosi, consacrati e laici. Saranno inoltre coinvolte, evidentemente in modo speciale, le comunità e le realtà aggregative (parrocchie e vicariati in primo luogo) che, di volta in volta, ospiteranno il pellegrinaggio sul loro territorio.
| Alessandro Polet |
Pellegrinaggi mariani mensili guidati dal Patriarca e alla presenza della comunità del Seminario
In preghiera per le vocazioni, ogni primo sabato del mese- 6 ottobre 2012: dalla chiesa dei Gesuati al Seminario / Basilica della Madonna della Salute (Venezia)
- 3 novembre 2012: chiesa Madonna della Salute (Catene – Marghera)
- 1 dicembre 2012: chiesa S. Maria della Speranza (Mestre)
- 5 gennaio 2013: chiesa S. Maria della Pace (Bissuola – Mestre)
- 2 febbraio 2013: basilica S. Maria Gloriosa dei Frari (Venezia)
- 2 marzo 2013: santuario S. Maria Assunta (Borbiago di Mira)
- 6 aprile 2013: santuario Madonna dell’Angelo (Caorle)
- 4 maggio 2013: chiesa S. Maria Ausiliatrice (Gazzera –Mestre)
Orari:
7.30 – Rosario meditato
8.15 – S. Messa
9.00 – Colazione fraterna
Durante il pellegrinaggio sarà possibile accostarsi al sacramento della Riconciliazione
Fonte: patriarcatovenezia.it.
mercoledì 5 settembre 2012
Sull'accanimento terapeutico
A due giorni dal funerale del cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, riprendo questo articolo dal blog Campari e De Maistre a proposito della questione dell'accanimento terapeutico. A corpo ancora caldo, non appena saputa la notizia del rifiuto dell'accanimento terapeutico, i soliti noti anticlericali non si sono risparmiati critiche feroci alla Chiesa cattolica ed alla sua dottrina, sparando senza controllo falsità che prontamente sono state accolte dall'eruditissimo (ossimoro) mondo di Facebook: ma qui, lo si sa, la realtà è ormai diventata una questione di maggioranza, e molti utenti sarebbero pronti a giurare di avere cinque teste e sei gambe, se l'affermazione avesse un sufficiente numero di likes e shares. Agli utenti ancora capaci di ragionare un minimo con la propria testa e disposti a sentire obiettivamente come stanno le cose propongo, dunque, la lettura di questo articolo, ricco di referenze e rimandi ai documenti ufficiali della Chiesa.Il cardinal Martini: l'accanimento terapeutico e quello dei soliti sciacalli
Di Giacomo Diana
E' ufficiale: l'anafabetismo religioso è alle stelle. Il Cardinale Martini è morto, rifiutando l'accanimento terapeutico. Apriti cielo: tutti i media hanno presentato il gesto del prelato come un atto di rivolta e dissenso al Magistero della Chiesa, ignorando - tuttavia - che la Chiesa da sempre ne consente il rifiuto; la stessa scelta fu presa anche dal morente Giovanni Paolo II.
Da Vendola a Fo, fino ai Radicali: il cardinale è divenuto l'eroe del dissenso tra i prelati.
Il leader di Sel Nichi Vendola ha affermato che Martini "sceglie il primato della dignità, un atto straordinario su cui tutti, a partire dai vertici della chiesa, devono riflettere". Parte del popolo della Rete, al solito sensibile alle suggestioni tanto al chilo, adotta seduta stante il porporato morente ed inizia a rumoreggiare di "ultima lezione teologica" e di "esempio alla Chiesa per la Chiesa": "Almeno Martini sapeva che il Medioevo è finito". Gran parte - invece - ne approfitta per dar sfogo al livore anticlericale: "Questi maledetti preti negano alle persone una morte dignitosa, ma per essi sclegono eccome. Ipocriti". Non son neppure mancati - e come avrebbe potuto essere diversamente? - quelli che hanno poi augurato al cardinale (e poi al resto del clero) di finire all'Inferno. Ammirevole.
Da lì in avanti, il coro è pressoché unanime. Estrema sinistra, Radicali, maestri del pensiero radical chic, persino qualche isolata voce di centrodestra, come quella del deputato del Pdl Alfonso Papa ("Il suo no al sondino fa riflettere"). Parenti Welby ed Englaro a tracciare paralleli tra le vicende dei propri cari e quella di Martini. Dario Fo butta lì che la scelta di rifiutare l’accanimento terapeutico "è stupenda e mostra che tipo di persona fosse". Tutti in fila per rendere il più ipocrita degli omaggi, per travestire da pietà la smania di andare a sventolare quel corpo in faccia alla Chiesa dicendo: visto che anche i vostri ci danno ragione?
Ma la situazione - invero - è alquanto triste, e attesta non solo una generale ignoranza crassa (della società e dei media), che non porta a fare alcun distinguo tra eutanasia e accanimento terapeutico, ma anche l'analfabetismo religioso di quanti attaccano la Chiesa senza neppure conoscerne la dottrina.
Che differenza c'è tra eutanasia e rifiuto dell'accanimento terapeutico?
L'eutanasia è il procurare intenzionalmente la morte di un individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da una malattia, menomazione o condizione psichica. L'individuo, tuttavia, non è in fin di vita. Si tratta di una scelta di non accettazione della compromissione della propria condizione fisica, per cui si sceglie la morte come via di fuga. Questa è l'eutanasia, a cui la Chiesa è da sempre contraria.
Il rifiuto dell'accanimento terapeutico è - invece - il prendere semplicemente atto che non c’è più niente da fare, che non c’è alcun intervento che può cambiare una situazione ormai irreversibile, per cui vengono interrotte quelle pratiche mediche volte solo al prolungare al malato un'agonia dall'esito di morte ormai certo.
Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma: “L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente” (CCC, 2278).
Ribadisce pure il documento della Pontificia accademia per la vita sul “Rispetto della dignità del morente” del 2000:
“Nell’immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile e imminente è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita poiché vi è grande differenza etica tra ‘procurare la morte e ‘permettere la morte’: il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa” (6).
Ed è la migliore descrizione della scelta del cardinale Martini.
Fonte: campariedemaistre.com.






