Duomo di Caorle su facebook

martedì 24 aprile 2012

Il Patriarca in visita alla nostra parrocchia

Ad un mese dal giorno del suo ingresso e della solenne presa di possesso del Patriarcato, avvenuti lo scorso 25 marzo nella solennità dell'Annunciazione, Sua Eccellenza Reverendissima mons. Francesco Moraglia, Patriarca della nostra Chiesa di Venezia, giovedì 26 aprile verrà in visita nella nostra parrocchia del Duomo di Caorle: speriamo sia la prima di molte altre visite nel nostro territorio! Questo il programma di massima della visita: intorno alle 17:30 il Patriarca Francesco farà il suo arrivo in parrocchia e verrà accompagnato a fare un rapido giro del territorio parrocchiale fino ai suoi confini. Intorno alle 17:45 si tratterrà in colloquio con i sacerdoti della nostra parrocchia: il parroco mons. Giuseppe, don Antonio e il diacono don Francesco.
Gli appuntamenti pubblici, a cui tutti noi siamo invitati, cominceranno alle 18:30 con la Santa Messa in Duomo celebrata dal Patriarca, di certo il momento centrale di questa prima visita di mons. Moraglia. Malgrado il giorno infra-settimanale, invitiamo tutti i fedeli, soprattutto parrocchiani, ad assistere a questa Santa Messa, se non impediti da impegni lavorativi.
Alle 19:30, terminata la Messa, ci ritroveremo tutti insieme per un Buffet in patronato, durante il quale chi lo desidera potrà salutare e trattenersi per un breve tempo con il Patriarca in un momento conviviale.
Seguirà, intorno alle ore 20:00, l'assemblea parrocchiale in Duomo, aperta a tutti i parrocchiani e particolarmente raccomandata ai membri dei gruppi parrocchiali (come Gruppi di Ascolto, ragazzi e catechisti del Catechismo, membri del coro, gruppo Caritas e tutti coloro che svolgono particolari servizi); sarà questo il momento dove presentarci come parrocchia al nostro pastore e padre, senza volerci soffermare sulle difficoltà e sui problemi, che saranno oggetto delle prossime assemblee parrocchiali con il Patriarca.
Nell'attesa di questo momento, in trepidante attesa, preghiamo il Signore per la Chiesa intera, per il Papa ed anche per il Patriarca, perché doni loro forza e salute per sostenerli nei compiti che ha loro affidati; e poniamoci tutti sotto il manto della Madonna dell'Angelo, perché ci guardi con materna bontà, ci protegga da ogni male e doni serenità e pace alla nostra città e alla nostra diocesi di Venezia.

lunedì 23 aprile 2012

Non siamo cristiani tiepidi!

Voglio fare mie le parole di quest'omelia di Padre Juan Pablo Esquivel, che traggo dal blog Sursum Corda e che ci parla di alcuni comportamenti comuni nel mondo di oggi che puntano a screditare Gesù Cristo offendendo e calunniando la Sua Chiesa, spesso nella persona del Papa e spesso da parte di persone che si ritengono i più perfetti cristiani del mondo, i veri seguaci dei veri insegnamenti di Cristo. Le parole di questa omelia sono un po' dure, ma assolutamente necessarie per svegliare le nostre coscienze, alla stregua del rimprovero di un amorevole genitore nei confronti dei suoi figli. Ve ne raccomando la lettura (o l'ascolto), in particolare a coloro che sono giunti a questo post dai profili Facebook.

Io, sacerdote, scandalizzato
Di Padre Juan Pablo Esquivel

Io che per voi sono sacerdote, ma con voi sono cristiano, qualche volta mi scandalizzo. Poche volte… e non sono le debolezze umane a scandalizzarmi, piuttosto l'arroganza ridicola e assurda di chi pretende di essere qualcuno o qualcuno importante. Questo mi scandalizza. Di chi pretende di sapere più di coloro che sanno davvero e questo è il segno della più patetica di tutte le ignoranze. E questo mi scandalizza. Dirsi cristiano o cristiana e poi infischiarsene olimpicamente di quanto la Chiesa, nella voce dei legittimi pastori professa, difende e insegna. Questo mi scandalizza. Parla duro, oggi, il Signore nel Vangelo e, scusatemi, per oggi parlerà duro anche questo Suo sacerdote.
Mi scandalizza l'atteggiamento, balordo e maleducato, di chi, dicendosi cristiano o cristiana non sa trattare con un minimo di rispetto e considerazione il Papa, i Vescovi, i ministri di Dio. Mi scandalizza l'incoerenza brutale di troppi cattolici che nella vita pubblica e nel modo di trattare gli altri disdicono con patetica sfrontatezza tutto quanto poi vengono a "professare", tra virgolette, in chiesa. Mi scandalizza la madornale stupidità di chi usa internet per rinnegare la propria appartenenza alla Chiesa, affrettandosi ad appoggiare il primo scemo che abbia qualcosa da dire contro la Chiesa. "Il Papa venda il suo anello per sfamare gli affamati del Congo". Andiamo a mettere in vendita, all'asta, la Pietà, così sfamiamo la gente di chissà dove… e andando non solo a sottoscrivere, ma anche a condividere pornografia, bestemmi e scelleratezze ed esserne fiero. Questo mi scandalizza. Così facendo non sono né freddi né caldi, né cristiani né atei… sono tiepidi. Ebbene, col Libro dell'Apocalisse io vi ricordo che "i tiepidi saranno vomitati dalla bocca di Dio." E dico tutto questo non nascosto dietro la sicurezza vigliacca di un computer, nel soggiorno della propria casa, ma dalla cattedra più sacra che ci sia in questo Paese, dalla cattedra della Parola di Dio. Mi scandalizza che ben lungi dal prendere decisioni coraggiose, anche radicali - il Signore parla oggi di tagliare una mano, un occhio, un piede - per il bene della propria salvezza eterna, preferisce tagliare e ritagliare il tempo della preghiera, della messa, della catechesi, dell'adorazione, della confessione e di tutto quanto mantiene effettivamente viva la propria fede. Il resto non si tocca. Ma in quanto alla fede si riferisce accomodatevi, siamo alla svendita totale. Mi scandalizzano i genitori che, anziché farsi aiutare dagli altri educatori, anche quelli dell'ambito della fede, tagliano ogni eventuale correzione o richiamo, generando così piccoli bulli e teppisti, totalmente impreparati per la vita e destinati con ogni probabilità al più strepitoso fallimento in tutti i campi della vita. Altro che genitori… Complici! I primi e inescusabili responsabili della vita sciupata dei figli, che pensano che il parroco debba essere un simpaticone disposto a fare tutti gli sconti immaginabili se vuole che il figlio o la figlia vengano alla catechesi. Ebbene, capitelo bene, una volta per tutte, il parroco non è qua per accontentare tutti, ma per insegnarvi l'ardua e impegnativa via della salvezza. Di tagli parla oggi il Signore. Bene! Io ve ne suggerisco la versione aggiornata. Si tagli la lingua chi la usa per diffamare, per spettegolare, per calunniare, per uccidere. Tagli la linea telefonica chi la usa per distruggere l'unità delle famiglie, delle comunità, delle persone. Tagli la connessione di internet chi la usa per rimanere "appoltronato" nella mediocrità di un mondo virtuale nel quale di impegno o apporto positivo non c'é proprio nulla, tranne che un patetico cyber-fannullare che fa perdere in modo penoso il senso della realtà, nonché dare una patetica visione dei propri squallidi interessi. Dia un taglio alla superficialità, alla banalità, alla vanità, alla superbia petulante chi vive chiuso nel proprio egocentrismo, incapace di scoprire quanta silenziosa sofferenza si aggira nel nostro mondo, nel nostro tempo. L'ultima frase del Vangelo odierno parla dell'Inferno, del quale io vi parlo sempre molto poco perché preferisco orientarvi in positivo, ed è una scelta che mantengo, evidentemente, ma più di una pecora insolente farà bene a ricordare oggi e ogni tanto, la drammatica possibilità che incombe sulla vita di ognuno di noi. Lo stesso Signore che insegna oggi che chi non è contro di noi è per noi, è quello che dice, senza contraddirsi, che chi non è per Lui è contro di Lui. E che chi non raccoglie con lui, disperde. Quel Signore che esige decisioni chiare ed effettive, non solo affettive, non solo chi dice "Signore, Signore" entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi compie veramente la volontà del Padre. Quel Signore che attende prese di posizione senza tentennamenti e senza ripensamenti. Nel professare adesso il Credo, io intendo rinnovare a Lui la mia fede assoluta e la mia disponibilità totale alla Sua volontà, fede che si deve dimostrare nell'obbedienza alla Sua Parola. Obbedienza… non è una parolaccia. Obbedienza alla Parola di Dio. Chi non è disposto all'obbedienza della fede… sì, perché la fede implica un'obbedienza, non può essere cristiano. Chi non è disposto all'obbedienza della fede, se ne torni a casa, perché viene in chiesa a perdere il tempo. Chi è disposto, ma non solo adesso, bensì per tutta la vita, a mostrare al Signore la disponibilità della Madonna, degli angeli che rimasero fedeli, dei santi di tutti i tempi, professi allora ad alta voce, con me, il Credo, ma non solo con le labbra, ve ne prego… con il cuore, anzi, con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze, come ci insegna il primo comandamento. Amen.

giovedì 19 aprile 2012

Settimo anniversario dell'elezione del Papa

«Annuntio vobis gaudium magnum:
Habemus Papam!
Emintissimum ac Reverendissimum Dominum,
Dominum Josephum
Sanctae Romanae Ecclesiae
cardinalem Ratzinger,
qui sibi nomen imposuit
Benedicti XVI
».

Il 19 aprile 2005, dopo appena un giorno di conclave, veniva eletto al Soglio petrino il cardinale Joseph Ratzinger, che sceglieva il nome di Benedetto XVI. Oggi festeggiamo il settimo anniversario di quell'evento: nel porgere i nostri più fervidi auguri al Santo Padre, ringraziamo il Signore per averci donato papa Benedetto e preghiamoLo affinché ce lo conservi nella salute del corpo e dello spirito, e perché ci renda docili alla sua guida e disponibili ad accogliere tutti i suoi insegnamenti.

Riviviamo quei momenti attraverso i video di quell'avvenimento straordinario ed attraverso i testi delle omelie pronunciate da lui in quei giorni.



Elezione di Sua Santità, papa Benedetto XVI:

martedì 17 aprile 2012

Tanto per diffamare la Chiesa

Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad uno strano paradosso: in una società sempre più moderna e democratica come quella in cui ci dicono che viviamo, la libertà viene talmente portata agli estremi che finisce per diventare il pretesto per giustificare un regime quasi dittatoriale. D'altronde non è una teoria così assurda, se già il filosofo Platone ne parlava: egli asseriva che la tirannide nasce proprio dalla democrazia, allorquando "uno stato democratico, assetato di libertà, è alla mercé di cattivi coppieri e troppo s'inebria di schietta libertà" (Platone, La Repubblica, Libro VIII). Se facciamo bene attenzione è proprio quello che accade nella nostra società odierna: la libertà di pensiero, di stampa e di espressione sono diventate così incontrollabili che si finisce per confonderli con una inesistente libertà all'insulto e alla diffamazione. Dal giornalista al blogger, dall'opinionista al semplice frequentatore di social network; è ormai diffusa la convinzione che libertà di stampa significhi che si può scrivere qualsiasi cosa, senza controllare se quanto si racconta corrisponda o meno a verità e senza citare le fonti delle proprie notizie: semmai qualcuno dovesse protestare, è proprio a quest'ultimo (molto spesso il diffamato) che spetta l'onere della prova, e non al suo accusatore, rovesciando così quella che dovrebbe essere una dinamica normale e garantista propria di uno stato civile e democratico. In ogni caso, qualora la notizia si dimostrasse palesemente falsa, il giornalista, l'opinionista o il navigatore di internet che l'ha divulgata non ha né responsabilità né l'obbligo di rettificare (quantomeno con enfasi simile); con il risultato che la falsa accusa ha quasi sempre il sopravvento rispetto alla difesa, e l'opinione pubblica, a volte senza averne colpa, si crea un'idea parziale e falsa della realtà.
Ultimamente i bersagli preferiti di certa stampa e dei social networks sono il Papa e la Chiesa cattolica; solo per citare alcuni esempi, per quanto riguarda la stampa andiamo dalla bufala dello IOR quale azionista principale di una fabbrica d'armi a quella del Papa che indossa le scarpe di Prada, per quanto riguarda i social networks c'è solo l'imbarazzo della scelta di foto e link che denigrano il Papa. Nessuno di questi accusatori si sente in dovere di verificare le proprie notizie e di cercarne le fonti: scoprirebbero, altrimenti, che la fabbrica d'armi in questione ha categoricamente smentito che lo IOR ne fosse azionista, che le scarpe del Papa sono confezionate da un calzolaio novarese che da parecchi anni si occupa di scarpe papali, che le offerte del Papa ai poveri sono molto più di quanto si possa immaginare (come riportato qui per l'anno 2010); addirittura c'è stato chi ha criticato il Papa per la grandezza della torta che gli hanno preparato per il compleanno, senza tra l'altro sapere che le immagini di torte uscite in questi giorni erano immagini di repertorio (e che in ogni caso nessuno si sognerebbe mai di accusare il festeggiato per la torta che gli è stata preparata). In alcuni casi nemmeno di fronte allo sbugiardamento più totale della falsa accusa si riescono ad ottenere le scuse del fiero accusatore, che continua invano a volere la ragione dalla sua parte.
Una delle bufale più odiose che si sono diffuse a mezzo stampa ed internet sulla Chiesa in queste ultime settimane è stata quella che riguardava la presunta Comunione negata ad un ragazzo disabile mentale in diocesi di Ferrara; ce ne parla Giorgio M. Carbone nel suo editoriale oggi apparso su La Bussola Quotidiana, che vi lascio per una attenta lettura.

Tanto per diffamare la Chiesa
Di Giorgio M. Carbone

A un disabile grave è stata rifiutata la prima comunione. Questa è la denuncia che circola su alcuni quotidiani e blog.
Veniamo anzitutto ai fatti. A febbraio i genitori del bambino disabile mentale chiedono a un parroco - dell’arcidiocesi di Ferrara Comacchio, parroco di un paese diverso da quello della loro residenza – che il loro figlio possa ricevere la prima comunione insieme ai suoi compagni di classe, e cioè nel corso del prossimo giovedì santo - lo scorso 5 aprile. Inizia così il percorso di preparazione catechistica, evidentemente personalizzato per il bambino, con gradualità egli viene accolto nella parrocchia per renderlo partecipe delle varie attività.
A Ferrara, nei primi giorni di aprile, il parroco incontra il bambino e i suoi genitori per un bilancio sulle settimane trascorse e offre al bambino una particola non consacrata. Ma il bambino la rifiuta. A questo punto il parroco con i genitori decide di posticipare la prima comunione del bambino. Il giovedì santo questi era seduto accanto ai suoi compagni, non ha ricevuto l’Eucaristia, ma è stato benedetto dal parroco in modo speciale. Questi i fatti.
Poi iniziano a circolare altre notizie. La mamma rivela alle agenzie di stampa: «Siamo amareggiati, non ce lo aspettavamo». Sempre la mamma da mandato a due avvocati di fare un esposto alla Corte europea dei diritti dell’uomo «per violazione della libertà religiosa». Ma queste notizie presto si rivelano delle autentiche e grossolane bufale. Ma intanto hanno diffamato il parroco, la diocesi di Ferrara e la Chiesa in generale.
Questa vicenda, ricostruita sopra con i pochi particolari certi a noi noti, ci dà lo spunto per riflettere su almeno due aspetti generali della patologia dell’informazione e due aspetti riguardanti il merito della vicenda.

LA QUOTIDIANA DIFFAMAZIONE CONTRO LA CHIESA CATTOLICA

È sufficiente un abbozzo di notizia per montare un caso mediatico. Poi, non importa controllare le fonti, fare interviste, muoversi di persona per raccogliere testimonianze e informazioni. Il giornalista elabora di fantasia i pochi dati forniti dalle agenzie di stampa e confeziona la bufala davanti al video del suo pc. Non importa che quanto scrive sia vero, l’importante è che sia verosimile e soprattutto che sia una denuncia contro la Chiesa cattolica e i suoi sacerdoti. È decisivo mettere in piazza la loro ipocrisia: predicano anche cose buone, ma razzolano molto male. Insegnano pure che l’essere umano debole o malato va sempre accolto e amato, ma poi quando si passa ai fatti, a quelli che contano, gli negano un sacramento, l’Eucaristia.

UNA SCOPERTA SOPRENDENTE

Certo questo è un fatto che conta: l’Eucaristia. Anche giornalisti atei dichiarati e ferocemente anticlericali si sono manifestati apertamente, hanno scritto che negare l’Eucaristia è una grave violazione. Scopriamo così che anche loro indirettamente credono quello che anche noi crediamo e cioè che l’Eucaristia, in ragione del fatto che è in modo reale e non simbolico il Corpo di Gesù Cristo, è il più eccellente dei sacramenti ed è il più grande tesoro della Chiesa.
Paradossalmente, la vicenda mediatica li conduce a un approdo che mai avrebbero immaginato. Come nella vicenda degli uomini di età embrionale morti a causa dello scongelamento nell’Ospedale San Filippo di Roma: perché scaldarsi tanto e sprecare fiumi di parole e inchiostro se l’embrione è un grumo di cellule. E in modo analogo, se l’Eucaristia è semplice pane simbolico, perché tutta questa indignazione.
Queste due vicende mediatiche indirettamente segnalano l’umanità degli embrioni congelati e la radicale importanza dell’Eucaristia nella vita umana, anche disabile.
Ma, vendendo al merito della vicenda, emergono almeno alcune questioni - diciamo - singolari.

IL RITARDO E LA FRETTA

Posto che il bambino disabile mentale abbia iniziato il percorso di catechesi personalizzato a febbraio, mentre i suoi coetanei, compagni di classe, da alcuni anni, perché ammetterlo alla comunione solo dopo soli due mesi? Dopo una “iscrizione” a catechismo in ritardo perché tanta fretta? O va preparato in modo graduale e proporzionato alle sue capacità. Oppure percorrerà l’iter insieme a tutti gli altri.

LA GRAZIA DI CRISTO E LA CAPACITÀ DI COMPRENSIONE

Ma il problema più delicato - e le notizie fornite sono troppo scarne - riguarda la sua reale capacità di comprensione. Il fatto che all’inizio di aprile ha rifiutato la particola non consacrata come va interpretato? Ha rifiutato perché non riesce a deglutire? Perché in una situazione di forte disagio psichico? Perché semplicemente non capisce? Perché disprezza? Non conoscendo molti particolari, possiamo fare queste ipotesi.
Data la decisione del parroco, concordata con i genitori, di rinviare la sua prima comunione, dobbiamo supporre che il bambino dia buone speranze di completare la sua formazione, di crescere nell’intelligenza della sua fede in modo proporzionato all’età e alla sua disabilità psichica. È la speranza nella sua crescita e l’attenzione premurosa verso di lui che fondano il posticipare la prima comunione. Altro che discriminazione o violazione della libertà religiosa.
Certamente, se il bambino non desse queste speranze, non avrebbe senso rinviare la prima comunione. Cioè se la disabilità psichica fosse così grave da rendere la persona incapace di intendere e di volere e se questa persona ha ricevuto il battesimo, non c’è alcun serio motivo per negarle la comunione eucaristica. È stata battezzata nella fede della Chiesa e dei genitori, è stata battezzata nella sua condizione di disabilità che fa supporre l’inesistenza di ostacoli o rifiuti da parte sua, perciò in queste stesse condizioni (disabilità psichica che fa supporre a noi la non-esistenza di ostacoli o rifiuti volontari) può ricevere l’Eucaristia. Può riceverla, ma non è necessario per la sua salvezza. Può riceverla ed è bene che la riceva: ricevendo anche la cresima, completa i sacramenti dell’iniziazione a Cristo Signore. Ma non è strettamente necessario per la sua salvezza eterna: ricevendo il battesimo è stata introdotta nella vita divina, è stata assimilata a Cristo e, non essendo capace di intendere e di volere, non può rifiutare con un atto peccaminoso la vita divina e l’unione con Cristo (cosa che invece noi – che supponiamo essere capaci di intendere e di volere – di fatto facciamo quando pecchiamo gravemente, cioè mortalmente. In verità, nel rifiutare la nostra sincera assimilazione a Gesù Cristo diamo prova della nostra stupidità).
Se poi la persona disabile avesse problemi di deglutizione, va ricordato che di fatto è possibile dare la comunione, non solo con il Corpo di Cristo, ma anche solo con il Sangue di Cristo. Sono sufficienti poche gocce, o anche una sola, del Sangue di Cristo per comunicare la realtà della sua presenza e della sua grazia. Il grande Tommaso d’Aquino scriveva nell’inno Adoro te devote «Me immundum munda tuo sanguine, cuius una stilla salvum facere totum mundum quit ab omni scelere» «Monda me immondo con il tuo sangue, una sola goccia del quale può salvare tutto il mondo da ogni peccato». Il Messale Romano, le norme liturgiche e la virtù dell’epicheia prevedono questo.
Tutto ciò rende possibile realizzare quanto Benedetto XVI insegna con l’Esortazione Postsinodale Sacramentum Caritatis del 2007, n. 58: trattando dell’attiva partecipazione degli infermi all’Eucaristia e dei disabili in generale, scrive «venga assicurata anche la comunione eucaristica, per quanto possibile, ai disabili mentali, battezzati e cresimati: essi ricevono l’Eucaristia nella fede anche della famiglia o della comunità che li accompagna».


Fonte: labussolaquotidiana.it.

lunedì 16 aprile 2012

Tanti auguri, Santo Padre

E' questo un momento molto particolare per la Santa Chiesa: il successore di Pietro, dolce Vicario di Cristo in terra, papa Benedetto XVI, compie oggi 85 anni. Joseph Ratzinger nasce il 16 aprile 1927 in una piccola cittadina al confine con l'Austria, a circa 50 chilometri da Salisburgo, Marktl an Inn, in diocesi di Passau. Il padre Joseph, gendarme, e la madre Maria, cuoca, gli instillano un profondo senso religioso. Come il fratello Georg, segue la vocazione alla vita sacerdotale; sono ordinati insieme preti il 29 giugno 1951. Fu quindi insegnante universitario presso le università di Frisinga e Ratisbona. Il 24 marzo 1977 è nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga da Papa Paolo VI, che ebbe modo di definirlo "insigne maestro di teologia"; fu creato cardinale dallo stesso Papa Montini il successivo 27 giugno. Il beato Papa Giovanni Paolo II lo chiamò a Roma il 25 novembre 1981, nominandolo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ruolo nel quale fu più volte riconfermato da Papa Wojtila (a causa delle dimissioni che ciascun vescovo deve rassegnare al raggiungimento del settantacinquesimo anno di età) fino al giorno della morte del Papa polacco, il 2 aprile 2005. Il successivo conclave lo elegge Sommo Pontefice, e prende il nome di Benedetto XVI.
Da allora Papa Benedetto si è prodigato con zelo e grande impegno nella guida della Chiesa di Dio; malgrado l'età e gli scandali che si è trovato a dover affrontare sotto il suo pontificato (tutti affrontati con grande prontezza, tatto, onestà e decisione, come il terribile scandalo della pedofilia), ha sempre mostrato esemplari umiltà e mansuetudine. Malgrado la trasparenza che in più ambiti sta cercando di imporre nella guida delle cose della Chiesa, purtroppo non mancano al suo indirizzo gli insulti, le insinuazioni, le false accuse senza verifica e le offese gratuite, che in un mondo sempre più cristiano-fobico (nel quale i cristiani non hanno quasi più libertà di pensiero ed espressione) finiscono per creare attorno alla figura di un così adorabile pontefice un'aura di ingiusto pregiudizio.
Per questo noi cristiani preghiamo per il Papa, specialmente in questi giorni in cui ricorrono, in rapida successione, il suo compleanno e l'anniversario della sua elezione al Soglio di Pietro (il prossimo 19 aprile). Che il Signore doni forza e salute al Papa per svolgere il gravoso compito che gli ha affidato, e doni al Suo popolo lo spirito di umiltà e mansuetudine, perché non manchi mai al pastore la vicinanza e la docilità del suo gregge.
In tale fausta occasione, la Parrocchia, a nome di tutti i fedeli, ha inviato direttamente al Santo Padre una lettera di auguri, che riportiamo di seguito.



Caorle, 14 aprile 2012

Vostra Santità

La comunità di Santo Stefano che è in Caorle desidera porVi i suoi più fervidi ed affettuosi auguri in occasione del Vostro ottantacinquesimo compleanno e del settimo anniversario della Vostra elezione a Sommo Pontefice.
Vi ringraziamo di tutto cuore per la sollecitudine e la dedizione che con esemplare mansuetudine dimostrate verso tutto il popolo di Dio. Incessanti si alzano le nostre preghiere per Vostra Santità, affinché il Signore Vi confermi e custodisca, ed ogni giorno Vi dono forza e salute per guidare la Sua santa Chiesa.
Affidiamo Vostra Santità alla materna protezione della Beata Vergine Maria, venerata da noi con il titolo di Madonna dell'Angelo, e alla custodia del Suo castissimo sposo San Giuseppe, Vostro patrono.
Ad multos annos, Santo Padre!


 Con riconoscenza e filiale devozione
il parroco, i sacerdoti e tutta la comunità
della parrocchia Santo Stefano Protomartire
del Duomo di Caorle

venerdì 13 aprile 2012

Tesori d'arte sacra: le opere in controfacciata

Dopo la pausa dello scorso mese riprendiamo l'appuntamento mensile con le opere d'arte conservate nel nostro Duomo, occupandoci delle opere custodite nella controfacciata della navata centrale. Tra tutte spicca l'imponente affresco cinquecentesco che raffigura San Cristoforo; il santo, secondo l'iconografia tradizionale, è rappresentato mentre sta attraversando un fiume, con in mano il bastone del viandante o del pellegrino e sulla spalla il Bambino Gesù che regge il mondo. Secondo la leggenda, Reprobus (questo il nome di San Cristoforo prima del suo Battesimo) era un uomo burbero e solitario, che viveva solo in un bosco. Un giorno incontrò un bambino che gli chiese di poter essere trasportato da una sponda all'altra di un fiume; così Reprobus se lo caricò sulle spalle e cominciò la traversata. Ma nonostante le sue dimensioni e la sua forza, il gigante si sentì sopraffatto dal peso di quell'esile bambino; arrivato ugualmente all'altra riva quel bambino si rivelò come Gesù Redentore, e gli disse che il suo enorme peso era dovuto al fatto che non aveva trasportato solo Lui ma anche il peso del mondo intero. Un particolare del nostro affresco mette in risalto un altro aspetto di questa interessante leggenda; il Bambino Gesù afferra una ciocca dei capelli del gigante con la mano sinistra: secondo il racconto, infatti, Egli disse al buon uomo, dopo la traversata, che fu proprio lui, possente e forzuto, ad essere trasportato dal Bambino e non viceversa. In seguito a questo fatto prodigioso, avvenuto secondo la leggenda in Licia, Reprobus si convertì e si fece battezzare, prendendo il nome di Cristoforo, che significa portatore di Cristo; dopo una breve testimonianza nella sua terra subì il martirio. Anche nell'agiografia orientale è contemplato san Cristoforo, come soldato che, convertitosi, fu denunciato dai suoi commilitoni e perì martire.
Nel tempo San Cristoforo fu invocato contro le calamità naturali, specialmente quelle che hanno a che fare con l'acqua (come le inondazioni, di cui Caorle ha sempre temuto l'avvento), ed anche come patrono di tutto ciò che ha a che fare con il trasporto, quindi viandanti, trasportatori e pellegrini.
Sopra l'affresco di San Cristoforo, ai lati del rosone centrale, si scorgono due stemmi affrescati di cui soltanto quello di destra è rimasto intelligibile; si tratta dello stemma della città di Caorle, l'Arcangelo San Michele che veglia sopra il castello, che rappresenta la città, mentre sotto lo stemma campeggia la scritta "Communitas Caprulana". Lo stemma di sinistra doveva essere lo stemma del vescovo dell'epoca.
Davanti alla struttura che sorregge le canne dell'organo è stata posta la statua di Santo Stefano Protomartire, patrono principale della città, risalente al XVIII secolo, che un tempo si trovava sopra l'altare maggiore della cattedrale, poi smembrato intorno agli anni '20. Esso comprendeva, oltre alla statua di Santo Stefano, anche le statue di due compatroni, San Gilberto e Santa Margherita, oggi conservate ai lati del coro del Santuario della Madonna dell'Angelo.
Infine, sulla sinistra, si trova una tela del martirio di San Sebastiano, opera moderna, recentemente restaurata.

lunedì 9 aprile 2012

Triduo Pasquale - Omelie del Patriarca

Messa del giorno di Pasqua

L’evangelista Giovanni, nella sua testimonianza sulla Pasqua, presenta una realtà che ci riporta al momento originario dell’evento pasquale, ai primi istanti della risurrezione di Cristo così come sono stati vissuti dai discepoli; in tal modo veniamo a conoscere come la buona notizia della risurrezione si è fatta strada nella comunità.
La redazione del vangelo di Giovanni - noto anche come quarto vangelo - è di molto successiva a quella di Matteo, di Marco e di Luca ma i contenuti dell’evento pasquale che qui Giovanni ci propone, appartengono al momento iniziale; ci riportano ad esso. Giovanni, infatti, narra proprio gli eventi imprevisti e imprevedibili che si sono verificati presso la tomba di Gesù, alle prime luci dell’alba del giorno dopo il sabato.
Certamente qui cogliamo anche un contesto che rimanda alla liturgia che, fin dall’inizio, ha ritmato la vita della comunità primitiva; vi è infatti una menzione della domenica, la piccola Pasqua della settimana, indicata, appunto, come il giorno dopo il sabato.
Dal testo percepiamo che la risurrezione irrompe nella vita dei discepoli come notizia inattesa. Così è per i dodici - momentaneamente in undici, per la defezione di Giuda - e così è per il gruppo delle donne che seguivano Gesù tra le quali, in posizione di spicco, anche Maria di Magdala che di buon mattino s’era incamminata verso il sepolcro.
Ancora una volta, le donne mostrano più generosità, più dedizione, più attaccamento al Signore Gesù degli uomini. Ciò che ha segnato gli avvenimenti della passione caratterizza anche la risurrezione.
La risurrezione - secondo il nuovo Testamento - s’impone, ai discepoli, dall’esterno. In un certo senso, possiamo dire, “li costringe”.
Quante volte, e a ragione, diciamo che la vita cristiana consiste nel lasciarsi condurre, nel lasciarsi portare oltre i propri progetti; un vero e proprio lasciarsi innalzare, come ricorda la Scrittura, su “ali d’aquila” (Is. 40, 31).
Non di rado ci capita di perdere di vista tale fatto oppure non gli prestiamo la dovuta attenzione e le scuse sono tante e tante volte meschine… E, allora, altre cose prendono il sopravvento sulla nostra vita, dimentichiamo che la logica della risurrezione riguarda la nostra vita; è questo lasciarsi afferrare, lasciarsi condurre, dal Risorto che diventa poi progetto di vita spirituale.
Gli eventi narrati nel vangelo non lasciano spazio a equivoci. Maria di Magdala, che piange al di fuori del sepolcro, è invitata ad andare oltre le sue lacrime; Pietro e Giovanni devono, di corsa, precipitarsi al sepolcro e constatare quanto neppure avrebbero pensato; i due discepoli di Emmaus sono rimproverati dallo stesso Signore per la loro stoltezza di cuore e incapacità di credere alla risurrezione.
La risurrezione si presenta, in tal modo, come evento di grazia che irrompe nella storia e cambia degli uomini rozzi e delle donne spaventate; la risurrezione irrompe in loro e trasforma questi uomini e queste donne nella Chiesa, la comunità del Risorto.
Così il cristianesimo - attraverso l’evento della risurrezione e come fede nella risurrezione - non è l’esito di un “cammino umano” e neppure un’ ”invenzione” umana.
La rivelazione cristiana, piuttosto, ci ricorda che l’uomo è implicato nel cammino di fede con la totalità del suo essere e, in questo cammino, tutte le facoltà sono coinvolte, chiamate in causa, accompagnate dalla misericordia di Dio.
Dio non è una tesi filosofica, è il Padre della misericordia. Dio è colui che ricerca sempre l’uomo. A noi lasciarci trovare un po’ di più.
L’evangelo di oggi evidenzia proprio le implicanze che accompagnano l’atto di fede; il testo di Giovanni, infatti, indugia sulla costatazione degli oggetti (bende e sudario) presenti all’interno del sepolcro e la loro posizione: “Giunse anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma ripiegato in un luogo a parte ” (Gv 20, 6-7).
Il vangelo rimarca come l’esperienza, il rendersi conto, il vedere, il correre al sepolcro fa parte del credere.
L’adesione di fede, che riguarda ciò che “va oltre” la pura constatazione dei fatti, condurrà prima Giovanni e poi Pietro a cogliere, in quei fatti, i segni della risurrezione. Decisivo rimane il saperli leggere e la Scrittura è aiuto imprescindibile. “Non avevano ancora creduto alle Scritture”, il rimprovero di Gesù ai due discepoli di Emmaus farà dire loro, quando quel pellegrino si sarà dileguato: “Ma non ci ardeva il cuore quando ci spiegava le Scritture?”.
Il Risorto - è necessario ribadirlo - non è un prodotto della comunità che inventa, che esterna desideri o proietta, al di fuori di sé, immagini precedentemente introitate. L’evento della risurrezione è, piuttosto, l’intervento di Dio che continua la realtà e la logica dell’incarnazione, continuandone il mistero fino all’innalzamento in croce e - secondo la teologia di Giovanni - all’innalzamento nella risurrezione.
Come la salvezza del mondo non si dà attraverso un gesto espressione di potenza umana, ad esempio, un bel discorso colto (quanti ne sentiamo… e alla fine lasciano il tempo che c’era!) oppure una proposta etica universale o, ancora, un nuovo piano educativo... Niente di tutto questo: Gesù salva il mondo dalla croce.
Il male, alla fine, è qualcosa che colpisce l’uomo, nell’anima e nel corpo, e lo allontana da Dio ponendolo in una situazione di miseria e impotenza radicali da cui egli - con le sue sole forze umane, i bei discorsi, i programmai etici, i piani educativi… - non può sollevarsi.
La vicenda della Pasqua di morte e risurrezione di Gesù dice, in modo inequivocabile, che il male non è solamente errore o imperfezione ma qualcosa di ben altro che avviluppa e imprigiona l’uomo che - da solo - con i suoi discorsi, le sue proposte etiche o i progetti pedagogici non è in grado d’uscirne fuori.
Era necessario, quindi, che il Verbo di Dio percorresse - questo è il cuore della rivelazione cristiana - tutti gli strati dell’abisso del male e, nel dono totale della sua umanità, inaugurasse nella croce il mondo nuovo, l’umanità che appartiene totalmente a Dio e che solo Dio poteva rigenerare nella risurrezione.
Nella risurrezione, il Padre approva quel suo Figlio - il suo Unigenito - che l’umanità prigioniera del male e del peccato aveva rifiutato condannandolo all’ignominia e all’assurdità della croce. Sì, perché, alla fine, il male è ignominia e assurdità e la croce, nella sua ignominia e assurdità, dimostra l’ignominia e l’assurdità del male che hanno prodotto la croce.
La Pasqua cristiana è quindi il dono che Dio - in Cristo - fa attraverso la Chiesa ad ogni uomo, a ciascun uomo, a tutti gli uomini.
L’augurio semplice, ma essenziale, è riscoprire il mistero della Pasqua nella nostra vita. Auguri a tutti, buona Pasqua a tutti!

Giovedì Santo - Messa in Coena Domini

La Chiesa con la celebrazione eucaristica vespertina del giovedì santo entra nel periodo più sacro dell’anno liturgico, i giorni che già sant’Agostino denominava, con un’espressione particolarmente felice, il “triduo del crocifisso, del sepolto e del risorto”.
Il triduo sacro inizia con la messa “nella cena del Signore”, in cui la comunità cristiana fa la memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio - il sacramento dell’ordine - e, insieme, rivive il comandamento della carità fraterna, così come ce ne dà testimonianza il vangelo di Giovanni.
L’azione eucaristica evidenzia il segno della cena; segno scelto da Gesù e col quale, una volta per sempre, ha voluto consegnare alla Chiesa il “rito-memoriale” della croce, il suo sacrificio per la salvezza del mondo; in tal modo si ricorda l’istituzione della Pasqua rituale e sacramentale - l’ultima cena - che ha preceduto la Pasqua storica del Signore, ossia il calvario, di cui l’eucaristia è, appunto, segno efficace.
Sulla linea del pane-spezzato e del vino-effuso “dati” in cibo e bevanda si pone il segno della lavanda dei piedi; “Gesù - annota l’evangelista Giovanni - si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita... e cominciò a lavare i piedi ai discepoli” (Gv 13,4-5).
Ed è proprio a partire da questi segni che, per i discepoli - e, quindi, anche per noi - si dà la possibilità di una vita “secondo Gesù”; una vita che sia un reale servizio d’amore e che va oltre la pura logica umana: “Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?” (Mt 5,46).
Quindi il comandamento nuovo dato da Gesù ai discepoli - amarsi gli uni gli altri come Lui li ha amati (cfr. Gv 13,34) - non va inteso come un richiamo ad una generica solidarietà. Il vangelo chiede, invece, qualcosa di diverso, qualcosa di più: amare come Gesù ha amato. Così si deve passare, tramite la conversione personale, anche alla “riconversione” evangelica delle strutture sociali e politiche. Solo a partire da Gesù, infatti, si dà condivisione cristiana e - senza croce ed eucaristia - tale fraternità risulta impossibile.
La Chiesa, il nuovo popolo di Dio, nasce proprio dalla carità di Cristo. Ciò significa che, sul piano del mistero, l’eucaristia fa la Chiesa mentre, su quello del sacramento - ossia del ministero - la Chiesa mostra la sua fedeltà al Signore e fa memoria di Lui e della sua Pasqua: “Fate questo in memoria di me”. Per i discepoli è essenziale celebrare il sacramento della croce e cibarsi del corpo e del sangue di Gesù, solo in tal modo si potrà amare come Lui ama.
Questa celebrazione liturgica del giovedì santo termina con la processione eucaristica, con cui il Santissimo Sacramento viene recato all’altare della reposizione, detto volgarmente - ma erroneamente - “sepolcro”. Infatti il senso di questo altare, opportunamente preparato, non è richiamare la sepoltura del Signore - la liturgia della Chiesa, tra l’altro, non ne ha ancora celebrato la passione - ma, piuttosto, conservare le sacre particole per la comunione del venerdì santo, giorno in cui la Chiesa, fin dalle origini, non celebra l’Eucaristia.
Il Santissimo Sacramento, inoltre, viene conservato all’altare della reposizione anche per un altro motivo: l’adorazione dei fedeli. Così, nel giorno in cui si fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia, il suo culto risulta pienamente affermato e, al di là del momento della celebrazione, si esprime, appunto, nell’adorazione del sacramento permanente.
L’adorazione dei fedeli così si protrae, in un primo momento, in modo solenne e poi può continuare in maniera più intima, dimessa, personale.
L’erroneo appellativo di “sepolcro”, dato all’altare della reposizione, può esser fatto risalire a differenti consuetudini. Una rimanda alla veglia di preghiera che si teneva presso la chiesa della risurrezione a Gerusalemme (Eteria, IV secolo), l’altra si collega ad un’usanza (Ireneo, il papa Vittore, II secolo) concernente un digiuno di quaranta ore, lo spazio di tempo in cui Gesù - secondo la tradizione - rimase nel sepolcro. Poi, in epoca medioevale, in taluni ambiti della cristianità è attestata la pia pratica del “santo sepolcro”: una devozione al crocifisso deposto nel sepolcro, ma anche - come attesta il beato Ulrico di Augusta (+ 973) - all’usanza di porre, nel sepolcro, il Santissimo Sacramento che veniva tolto la mattina di Pasqua e portato via processionalmente.
Ora, se tale pratica o devozione detta del “santo sepolcro” doveva protrarsi per quaranta ore, quelle che si ritenevano trascorse da Gesù nel sepolcro e tale computo era limitato dal canto del gloria della messa pasquale - il mezzogiorno del sabato santo -, tale devozione chiedeva d’essere anticipata la sera del giovedì santo; da qui il nome di “sepolcro” dato a quello che, in realtà, è l’altare della reposizione del Santissimo Sacramento e che costituisce il compimento naturale della liturgia della messa “nella cena del Signore”.
Oggi, comunque, è importante riscoprire il senso dell’adorazione eucaristica: la realtà del “sacramento permanente”, l’Eucaristia, termine della nostra adorazione personale e comunitaria.
Si tratta di tener vive le realtà della celebrazione e dell’adorazione. L’adorazione è prolungamento del momento celebrativo e preparazione ad esso e la celebrazione eucaristica è, come ci ricorda Benedetto XVI, il più grande atto di adorazione della Chiesa.
I genitori, i parroci e i catechisti aiutino soprattutto i bambini che in diocesi si stanno preparando a ricevere la prima santa Comunione a valorizzare il momento della comunione eucaristica. Quegli istanti che precedono e seguono l’incontro sacramentale con Gesù devono essere vissuti in spirito di vera adorazione, silenzio e raccoglimento interiore ed esteriore. Ricordiamo, infine, la perenne attualità del monito di sant’Agostino: “Nessuno mangia questa carne se prima non l’ha adorata” (Enarrationes in psalmos, 98,9).
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