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mercoledì 22 febbraio 2012

Quaresima 2012 - Messaggio del Papa

«Prestiamo attenzione gli uni agli altri,
per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb10,24)

Fratelli e sorelle,

la Quaresima ci offre ancora una volta l'opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l'aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. E' un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale.

Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). E’ una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l'accesso a Dio. Il frutto dell'accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell'attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l'attenzione all'altro, la reciprocità e la santità personale.

1. “Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello.

Il primo elemento è l'invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein,che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà. Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc 12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell'occhio del fratello (cfr Lc 6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l'apostolo e sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell'altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell'altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell'amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell'altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66).

L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell'altro, desiderando che anch'egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione. Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l'esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all'empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. L'incontro con l'altro e l'aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.

Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s). Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna - elenchein - è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori». E’ importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recriminazione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1,8). E’ un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi.

2. “Gli uni agli altri”: il dono della reciprocità.

Tale «custodia» verso gli altri contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere nella comunità cristiana! L’apostolo Paolo invita a cercare ciò che porta «alla pace e alla edificazione vicendevole» (Rm 14,19), giovando al «prossimo nel bene, per edificarlo» (ibid. 15,2), senza cercare l'utile proprio «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor 10,33). Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere parte della vita della comunità cristiana.

I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l'altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione:la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si dispiegano. «Le varie membra abbiano cura le une delle altre»(1 Cor 12,25), afferma San Paolo, perché siamo uno stesso corpo. La carità verso i fratelli, di cui è un’espressione l'elemosina - tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno - si radica in questa comune appartenenza. Anche nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può esprimere la sua partecipazione all'unico corpo che è la Chiesa. Attenzione agli altri nella reciprocità è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi figli. Quando un cristiano scorge nell'altro l'azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e dare gloria al Padre celeste (cfr Mt 5,16).

3. “Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”: camminare insieme nella santità.

Questa espressione della Lettera agli Ebrei (10,24) ci spinge a considerare la chiamata universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr 1 Cor 12,31-13,13). L'attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la luce dell'alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto in Dio. Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così la Chiesa stessa cresce e si sviluppa per giungere alla piena maturità di Cristo (cfr Ef 4,13). In tale prospettiva dinamica di crescita si situa la nostra esortazione a stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell'amore e delle buone opere.

Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25,25s). Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr Lc 12,21b; 1 Tm 6,18). I maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede. Cari fratelli e sorelle, accogliamo l'invito sempre attuale a tendere alla «misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte [6 gennaio 2001], n. 31). La sapienza della Chiesa nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani esemplari, ha come scopo anche di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).

Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6,10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo santo di preparazione alla Pasqua. Con l’augurio di una santa e feconda Quaresima, vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 novembre 2011


BENEDICTUS PP. XVI

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana


Fonte: vatican.va.

martedì 21 febbraio 2012

Le Ceneri e gli appuntamenti quaresimali

Comincia domani il Tempo liturgico della Quaresima, quaranta giorni che ci condurranno alla Pasqua, la solennità più importante dell'anno liturgico. La liturgia caratterizza il Tempo di Quaresima in modo del tutto particolare, ad iniziare proprio dal rito dell'imposizione delle Ceneri che si svolgerà domani in tutte le chiese cattoliche del mondo. Le Ceneri che domani il sacerdote ci porrà sul capo sono i resti del bruciamento degli ulivi rimasti dalla Domenica delle Palme dell'anno scorso; anche questo è significativo, poiché i rami d'ulivo benedetti il giorno delle Palme ricordano l'ingresso in Gerusalemme del Signore Gesù nella settimana santa, e sono il simbolo della Sua Passione (Gesù, infatti, prima del suo arresto, pregava il Padre nel Getsemani, l'orto degli ulivi). Invece il gesto di ricevere la cenere sul capo affonda le sue radici nella storia: apprendiamo che già presso l'antico Egitto era segno di lutto rotolarsi con tutto il corpo nella cenere. Ma l'origine del gesto cristiano del giorno delle Ceneri proviene certamente dai molti passi della Bibbia che ne parlano come di un gesto di penitenza compiuto per supplicare l'aiuto di Dio e per fare penitenza: come ad esempio i Maccabei, che prima della battaglia decisiva contro il nemico «si cosparsero il capo di polvere per la preghiera a Dio» (2Mac 10, 25); o come i tre amici di Giobbe, quando, vista la disgrazia in cui era caduto il loro amico, «levarono la loro voce e si misero a piangere. Ognuno si stracciò il mantello e lanciò polvere verso il cielo sul proprio capo» (Gb 2, 12). A sottolineare che il cospargersi il capo di cenere è segno di penitenza e pentimento, vi sono le parole che il sacerdote pronuncia: "Ricordati che sei polvere e che ritornerai polvere", oppure, "Convertiti e credi al Vangelo". Durante la Quaresima siamo dunque invitati a cambiare vita, a lasciare da parte gli eccessi (acuiti dal carnevale) e a pregare, nel tempo che ci conduce verso la Passione che Nostro Signore ha sofferto per amor nostro.
Le Sante Messe con l'imposizione delle Ceneri saranno celebrate domani in Duomo alle ore 8:30 e 18:30, quest'ultima in forma solenne; è inoltre previsto un momento di preghiera con la lettura della Parola di Dio alle ore 17:00 per i bambini e i ragazzi della catechesi, durante il quale saranno loro imposte le Ceneri, ma non vi sarà la celebrazione della Santa Messa.
Una particolare devozione che in Quaresima ci unisce in modo particolare alle sofferenze di Cristo sulla Croce è la Via Crucis, che anche quest'anno celebreremo in due momenti ogni venerdì di Quaresima: il primo alle ore 15:00 in Santuario per giovani ed adulti, il secondo alle ore 17:00 in Duomo per i bambini e i ragazzi della catechesi. Quest'anno, durante la via Crucis in Santuario, e con approfondimenti su questo blog, mediteremo le stazioni del Calvario con le rivelazioni private della beata Anna Caterina Emmerich, religiosa tedesca beatificata da papa Giovanni Paolo II nel 2004, che ebbe tra gli altri il privilegio di rivedere in visione la Passione del Signore, che ha raccontato nei suoi diari affinché tutti i fedeli potessero accostarsi all'immenso dolore che Gesù Cristo ha portato sul suo Corpo per redimere l'umanità.
Non dimentichiamo che la Quaresima è anche il tempo della carità: essa si esprime in maniera speciale col digiuno, l'astinenza e l'elemosina. Il digiuno (prescritto dalla Chiesa nei giorni di mercoledì delle Ceneri e del Venerdì Santo) e l'astinenza dalle carni (ogni venerdì di Quaresima) ci aiutano ad offrire anche col nostro intero corpo una preghiera a Dio attraverso il sacrificio ed il dominio di sé. Digiuno ed astinenza partono con il cibo ma possono essere applicati anche ad altri aspetti della nostra vita: ad esempio, soprattutto per i giovani e i ragazzi, può voler significare astenersi dal computer, dai telefonini o dai videogiochi, per dedicare quel tempo alla preghiera; oppure, alla stessa maniera, spegnere la televisione o rinunciare allo spritz hour, per rimanere nel concreto. Questo prima di tutto ha una dimensione personale, di penitenza; assume poi una dimensione anche pubblica, tramite l'elemosina, ad esempio devolvendo l'equivalente del proprio digiuno, ma non solo, ai poveri ed alle opere di bene. Il nostro patriarcato, anche quest'anno, promuove l'iniziativa "Un pane per amor di Dio", con una cassettina da tenere a casa e da restituire, possibilmente con qualche soldo dentro, nei giorni della Settimana Santa, destinando quindi un aiuto concreto alle opere di carità; la Chiesa, in questo caso, diventa un tramite, affinché questo piccolo sacrificio da parte nostra si indirizzi nell'aiuto dei poveri e dei più bisognosi.
Iniziamo dunque il cammino della Quaresima con questo spirito, di pentimento e di rinnovamento della propria vita, per giungere ad essere risollevati tramite la Risurrezione di Cristo.

sabato 18 febbraio 2012

Concistoro per la creazione di nuovi cardinali

Questa mattina, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI ha presieduto il Concistoro ordinario pubblico con la creazione di 22 nuovi cardinali. Questa l'allocuzione pronunciata dal papa, a commento del Vangelo.

«Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam»

Venerati Fratelli,
cari fratelli e sorelle!

Con queste parole il canto d’ingresso ci ha introdotto nel solenne e suggestivo rito del Concistoro ordinario pubblico per la creazione dei nuovi Cardinali, l’imposizione della berretta, la consegna dell’anello e l’assegnazione del titolo. Sono le parole efficaci con le quali Gesù ha costituito Pietro quale saldo fondamento della Chiesa. Di tale fondamento la fede rappresenta il fattore qualificativo: infatti Simone diventa Pietro – roccia – in quanto ha professato la sua fede in Gesù Messia e Figlio di Dio. Nell’annuncio di Cristo la Chiesa viene legata a Pietro e Pietro viene posto nella Chiesa come roccia; ma colui che edifica la Chiesa è Cristo stesso, Pietro deve essere un elemento particolare della costruzione. Deve esserlo mediante la fedeltà alla sua confessione fatta presso Cesarea di Filippo, in forza dell’affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Le parole rivolte da Gesù a Pietro mettono bene in risalto il carattere ecclesiale dell’odierno evento. I nuovi Cardinali, infatti, tramite l’assegnazione del titolo di una chiesa di questa Città o di una Diocesi suburbicaria, vengono inseriti a tutti gli effetti nella Chiesa di Roma guidata dal Successore di Pietro, per cooperare strettamente con lui nel governo della Chiesa universale. Questi cari Confratelli, che fra poco entreranno a far parte del Collegio Cardinalizio, si uniranno con nuovi e più forti legami non solo al Romano Pontefice ma anche all’intera comunità dei fedeli sparsa in tutto il mondo. Nello svolgimento del loro particolare servizio a sostegno del ministero petrino, i neo-porporati saranno infatti chiamati a considerare e valutare le vicende, i problemi e i criteri pastorali che toccano la missione di tutta la Chiesa. In questo delicato compito sarà loro di esempio e di aiuto la testimonianza di fede resa con la vita e con la morte dal Principe degli Apostoli, il quale, per amore di Cristo, ha donato tutto se stesso fino all’estremo sacrificio.

E’ con questo significato che è da intendere anche l’imposizione della berretta rossa. Ai nuovi Cardinali è affidato il servizio dell’amore: amore per Dio, amore per la sua Chiesa, amore per i fratelli con una dedizione assoluta e incondizionata, fino all’effusione del sangue, se necessario, come recita la formula di imposizione della berretta e come indica il colore rosso degli abiti indossati. A loro, inoltre, è chiesto di servire la Chiesa con amore e vigore, con la limpidezza e la sapienza dei maestri, con l’energia e la fortezza dei pastori, con la fedeltà e il coraggio dei martiri. Si tratta di essere eminenti servitori della Chiesa che trova in Pietro il visibile fondamento dell’unità.

Nel brano evangelico poc’anzi proclamato, Gesù si presenta come servo, offrendosi quale modello da imitare e da seguire. Dallo sfondo del terzo annuncio della passione, morte e risurrezione del Figlio dell’uomo, si stacca con stridente contrasto la scena dei due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, che inseguono ancora sogni di gloria accanto a Gesù. Essi gli chiesero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» (Mc 10,37). Folgorante è la replica di Gesù e inatteso il suo interrogativo: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo?» (v. 38). L’allusione è chiarissima: il calice è quello della passione, che Gesù accetta per attuare la volontà del Padre. Il servizio a Dio e ai fratelli, il dono di sé: questa è la logica che la fede autentica imprime e sviluppa nel nostro vissuto quotidiano e che non è invece lo stile mondano del potere e della gloria.

Giacomo e Giovanni con la loro richiesta mostrano di non comprendere la logica di vita che Gesù testimonia, quella logica che - secondo il Maestro - deve caratterizzare il discepolo, nel suo spirito e nelle sue azioni. E la logica errata non abita solo nei due figli di Zebedeo perché, secondo l’evangelista, contagia anche «gli altri dieci» apostoli che «cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni» (v. 41). Si indignano, perché non è facile entrare nella logica del Vangelo e lasciare quella del potere e della gloria. San Giovanni Crisostomo afferma che tutti gli apostoli erano ancora imperfetti, sia i due che vogliono innalzarsi sopra i dieci, sia gli altri che hanno invidia di loro (cfr Commento a Matteo, 65, 4: PG 58, 622). E commentando i passi paralleli nel Vangelo secondo Luca, san Cirillo di Alessandria aggiunge: «I discepoli erano caduti nella debolezza umana e stavano discutendo l’un l’altro su chi fosse il capo e superiore agli altri… Questo è accaduto e ci è stato raccontato per il nostro vantaggio… Quanto è accaduto ai santi Apostoli può rivelarsi per noi un incentivo all’umiltà» (Commento a Luca, 12, 5, 24: PG 72, 912). Questo episodio dà modo a Gesù di rivolgersi a tutti i discepoli e «chiamarli a sé», quasi per stringerli a sé, a formare come un corpo unico e indivisibile con Lui e indicare qual è la strada per giungere alla vera gloria, quella di Dio: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10,42-44).

Dominio e servizio, egoismo e altruismo, possesso e dono, interesse e gratuità: queste logiche profondamente contrastanti si confrontano in ogni tempo e in ogni luogo. Non c’è alcun dubbio sulla strada scelta da Gesù: Egli non si limita a indicarla con le parole ai discepoli di allora e di oggi, ma la vive nella sua stessa carne. Spiega infatti: «Anche il Figlio dell’uomo non è venuto a farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto di molti» (v. 45). Queste parole illuminano con singolare intensità l’odierno Concistoro pubblico. Esse risuonano nel profondo dell’anima e rappresentano un invito e un richiamo, una consegna e un incoraggiamento specialmente per voi, cari e venerati Fratelli che state per essere annoverati nel Collegio Cardinalizio.

Secondo la tradizione biblica, il Figlio dell’uomo è colui che riceve il potere e il dominio da Dio (cfr Dn 7,13s). Gesù interpreta la sua missione sulla terra sovrapponendo alla figura del Figlio dell’uomo quella del Servo sofferente, descritto da Isaia (cfr Is 53,1-12). Egli riceve il potere e la gloria solo in quanto «servo»; ma è servo in quanto accoglie su di sé il destino di dolore e di peccato di tutta l’umanità. Il suo servizio si attua nella fedeltà totale e nella responsabilità piena verso gli uomini. Per questo la libera accettazione della sua morte violenta diventa il prezzo di liberazione per molti, diventa l’inizio e il fondamento della redenzione di ciascun uomo e dell’intero genere umano.

Cari Fratelli che state per essere annoverati nel Collegio Cardinalizio! Il dono totale di sé offerto da Cristo sulla croce sia per voi principio, stimolo e forza per una fede che opera nella carità. La vostra missione nella Chiesa e nel mondo sia sempre e solo «in Cristo», risponda alla sua logica e non a quella del mondo, sia illuminata dalla fede e animata dalla carità che provengono a noi dalla Croce gloriosa del Signore. Sull’anello che tra poco vi consegnerò, sono raffigurati i santi Pietro e Paolo, con al centro una stella che evoca la Madonna. Portando questo anello, voi siete richiamati quotidianamente a ricordare la testimonianza che i due Apostoli hanno dato a Cristo fino alla morte per martirio qui a Roma, fecondando così la Chiesa con il loro sangue. Mentre il richiamo alla Vergine Maria, sarà sempre per voi un invito a seguire colei che fu salda nella fede e umile serva del Signore.

Concludendo questa breve riflessione, vorrei rivolgere il mio cordiale saluto e ringraziamento a tutti voi presenti, in particolare alle Delegazioni ufficiali di vari Paesi e alle Rappresentanze di numerose Diocesi. I nuovi Cardinali, nel loro servizio, sono chiamati a rimanere sempre fedeli a Cristo, lasciandosi guidare unicamente dal suo Vangelo. Cari fratelli e sorelle, pregate perché in essi possa rispecchiarsi al vivo il nostro unico Pastore e Maestro, il Signore Gesù, fonte di ogni sapienza, che indica la strada a tutti. E pregate anche per me, affinché possa sempre offrire al Popolo di Dio la testimonianza della dottrina sicura e reggere con mite fermezza il timone della santa Chiesa. Amen!


Fonte: vatican.va.

venerdì 17 febbraio 2012

L'arrivo del patriarca - Comunicazioni ufficiali

Il grande appuntamento è fissato per il 24 e 25 marzo. Due giornate, ricche di incontri, segneranno infatti l’ingresso ufficiale nella diocesi veneziana del Patriarca eletto mons. Francesco Moraglia: è quanto emerge dalla prima tornata di lavori dell’apposito Comitato di accoglienza, costituito subito dopo l’annuncio della nomina e che ora - in specifiche e più allargate commissioni - sta verificando tempi e orari, modalità e dettagli di ogni singolo momento. Alcuni punti fermi si stanno, comunque, già consolidando.

Sabato pomeriggio: l’arrivo a Mira e il passaggio in Riviera e a Marghera. Mons. Francesco Moraglia arriverà con mezzi privati al confine occidentale della diocesi, cioè a Mira, nel primo pomeriggio di sabato 24 marzo (intorno alle ore 15.00) e qui, nel piazzale della chiesa di Mira Taglio, riceverà il primo saluto della sua “nuova” comunità ecclesiale e cittadina attraverso gli interventi del vicario foraneo e del sindaco di Mira. Proseguirà lungo la strada del naviglio del Brenta salutando “in corsa” chi incontrerà lungo la Riviera e poi anche a S. Antonio di Marghera. Sosterà quindi (verso le 16.15) nella chiesa parrocchiale di Gesù Lavoratore, in via Fratelli Bandiera a Marghera, dove incontrerà un gruppo di rappresentanti del mondo del lavoro.

A Mestre (Sacro Cuore) per l’incontro con i giovani, l’adorazione eucaristica e poi alla mensa di Ca’ Letizia per servire la cena ai poveri della città. Di seguito si dirigerà a Mestre per un grande incontro con tutti i giovani del Patriarcato che si terrà, a partire dalle ore 17.00 circa, presso la chiesa parrocchiale del Sacro Cuore di Mestre: ci sarà un momento di preghiera e di adorazione eucaristica e, in questo speciale contesto, avverrà il primo saluto ed intervento che il neo Patriarca rivolgerà ai giovani veneziani intorno al tema “Eucaristia, Carità di Cristo e Chiesa”. Tale appuntamento sostituirà quello della Via Crucis (prevista il 31 marzo e, ora, annullata). E poiché dalla preghiera alla carità non solo il passo è breve ma profondamente intrecciato, subito dopo, mons. Moraglia - accompagnato da un piccolo gruppo di giovani e dai seminaristi della diocesi - si sposterà (verso le 18.30) in via Querini, nella mensa di Ca’ Letizia, per la cena offerta ai poveri della città e servita dal Patriarca stesso, insieme a giovani e volontari. Al termine si prevede anche - nel contiguo Centro pastorale Papa Luciani - un breve incontro con i seminaristi, i giovani e i volontari della San Vincenzo Mestrina prima di recarsi, in conclusione di giornata, al Centro pastorale card Urbani di Zelarino.

Domenica mattina: visita al Centro Nazaret di Zelarino, tappa a S. Lorenzo Giustiniani e poi in Piazza Ferretto e nel Duomo di Mestre. La mattina di domenica 25 marzo prevede, come primo appuntamento per mons. Moraglia, la visita al Centro Nazaret di Zelarino con una particolare attenzione ai preti ammalati lì presenti. Entrerà quindi a Mestre fermandosi brevemente (intorno alle 11.00) presso la parrocchia di S. Lorenzo Giustiniani, una scelta di spiccato valore simbolico in quanto è intitolata a colui che fu il primo Patriarca di Venezia. Attraversando Piazza Ferretto si recherà poi nel Duomo di Mestre per l’incontro pubblico con la comunità mestrina (ore 11.45); nella chiesa intitolata a S. Lorenzo riceverà il saluto dell’arciprete del Duomo e, di seguito, tornerà al centro pastorale di Zelarino per un veloce pranzo e già pronto a partire verso la città d’acqua.

Domenica pomeriggio: l’Infiorata davanti alla stazione S. Lucia, il corteo acqueo in Canal Grande, la tappa alla Salute, il saluto ufficiale al Molo e la messa nella cattedrale marciana. Alle 14.00 è fissato, infatti, il suo arrivo a Piazzale Roma; da qui il Patriarca percorrerà il ponte di Calatrava per arrivare davanti alla stazione ferroviaria di S. Lucia. E’ il giorno dell’Annunciazione e quindi, secondo una bella tradizione, del gesto e della preghiera dell’Infiorata: a questo momento sono particolarmente invitati i bambini veneziani con le loro famiglie. Da S. Lucia inizierà poi il corteo acqueo che porterà mons. Moraglia lungo il Canal Grande (durante il percorso le parrocchie vicine suoneranno le campane a festa) e fino alla basilica della Salute (orario previsto: 15.15) dove, dopo il saluto e l’accoglienza da parte del rettore, rivolgerà una preghiera alla Vergine Maria e saluterà chi (veneziano o turista) sarà presente in questa chiesa che potrà, poi, essere utilizzata da quanti non seguiranno le fasi della celebrazione a San Marco ma vorranno egualmente partecipare al momento culminante dell’ingresso attraverso il collegamento televisivo attivo, appunto, alla Salute. Il Patriarca risalirà allora in gondola per raggiungere il molo di San Marco dove intorno alle 15.45, tra le colonne di Marco e Todaro, sarà salutato dalle autorità (il sindaco di Venezia, in particolare, rappresenterà anche gli altri sindaci del territorio diocesano) e rivolgerà il primo saluto ufficiale alla città. Seguirà la processione verso la basilica marciana: mons. Moraglia sarà accompagnato all’interno da tutti i sacerdoti. La celebrazione eucaristica di insediamento avrà inizio, presumibilmente, alle ore 16.30 e in quel momento le chiese del Patriarcato suoneranno le campane a festa. L’ingresso a S. Marco, per evidenti motivi di capienza e sicurezza, sarà possibile solo su invito (i “pass” saranno distribuiti a parrocchie e realtà ecclesiali). Al termine della messa mons. Moraglia saluterà, infine, i fedeli in Piazzetta dei Leoncini prima di salire nel Palazzo Patriarcale.

Orari e dettagli più precisi di ciascuna tappa delle due giornate d’ingresso saranno definiti ed ufficializzati a breve, in occasione di una prossima riunione del Comitato d’accoglienza.

In allegato c’è, inoltre, il calendario con gli appuntamenti e gli incontri diocesani del Patriarca Francesco già fissati nelle sue prime settimane veneziane.

Documenti:


Fonte: patriarcatovenezia.it.

La bellezza dell'altare

Riporto un articolo apparso ieri sul blog cordialiter, a proposito dell'importanza della bellezza degli altari. Si tratta di alcuni stralci di una lettera scritta da don Eusebio Vismara S.D.B. (1880-1945) al direttore della rivista Liturgia pubblicata nel 1938.

Cose belle e cose meno belle
Di don Eusebio Vismara S.D.B.

Nei viaggi di cui le ho detto, celebrai a molti altari. E ne vidi degli altari belli, ben fatti e tenuti a dovere: ornati con sobrietà e con gusto, mantenuti con decoro e proprietà; soprattutto puliti e candidi. E ne ho gioito. [...] Gode l'anima e s'accresce la pietà. Sembra più viva la fede, e nella fede si ravviva l'amore. Un bell'altare sembra che renda più bella la Messa. [...] Per la ragion dei contrari – come dicono i filosofi – un brutto altare deve produrre un effetto tutto opposto. La ragione filosofica ha purtroppo tutto il suo avveramento psicologico. Un senso di pena, di disgusto, talora di vera ripugnanza si prova nell'accostarsi ad un altare che non sia qual deve essere e non sia tenuto come si deve. La fede deve ravvivarsi quasi per contrasto, e la pietà non può trionfare se non sopra un senso di stizza. Si sta male. Tutto diventa brutto. Si prova pena per Gesù stesso che vede così maltrattato il suo Sacrificio ed è costretto a discendere su quegli altari, che fanno proprio pensare alla stalla di Betlemme e alla croce del Calvario. Poveri e miseri altari. Ma non è sempre la povertà e la miseria che li rende brutti. E' l'incuria, è la mancanza di ogni riguardo; è soprattutto la mancanza di proprietà e pulizia. [...] Eh via! La stizza è stizza. Ma la stizza che si sente quando si vede maltrattato in tal guisa un'altare è una stizza santa. [...] Ecco pertanto, egregio Direttore, un secondo campo di battaglia per la rivista: l’altare del Signore. Campo in cui si possono combattere -molte sante battaglie, incominciando ad ingaggiarne una - non inorridisca - proprio contro le croci e i crocifissi. Nuovo iconoclasmo? Affatto. Proprio per amore e per l’onore della Croce e del Crocifisso indico la guerra alle croci ed ai crocifissi. Intendo i brutti ed orribili crocifissi, le brutte e indecenti croci, che all’altare non sono quali debbono essere; che non sono il trionfo ma l’umiliazione della Croce e del Crocifisso. Secondo la mente della Chiesa, la croce su ogni altare, ma soprattutto, all’altar maggiore, deve essere dominate [...]. E invece... Si vedono croci che quasi non si vedono; appena visibili al sacerdote che celebra, a stento percepibili ai fedeli che vi assistono. Il crocifisso deve rappresentare la figura adorabile del Salvatore. E invece talora sembra una goffa e mostruosa caricatura della persona divina di Gesù. Oh quante volte in cuor mio ho augurato il fallimento alle fabbriche ed alle ditte che allagano le chiese con simili sacrileghi prodotti. Nè mai mi sono chiamato in colpa di un si cordiale augurio. Nel cuore però ho avuto pure un senso di amara compassione pei sacerdoti che fanno tali acquisti per le loro chiese. Lasciamo la questione dell’arte e quella relativa degli artisti, che si indignano perchè in luogo dell’arte trionfa il commercio e l’affarismo nella casa di Dio, si pensa al soldo, a ciò che poco costa, e nulla più. Qui mi pongo unicamente dal punto di vista della pietà e della decenza. Son così belle le cose belle; e perchè cercare le cose meno belle? E proprio quando si tratta della persona del Salvatore? Povero Gesù! Fu già messo in croce una volta, e non basta! Fu venduto per trenta denari, e si baratta ancora per poche lire! Nè qui finisce ciò che riguarda l’altare. Dovrei dire ancora del tabernacolo e del conopeo, che non sono a dovere; delle carteglorie in cui è impossibile leggere una parola: e che ci stanno a fare? dei candelieri e delle candele; degli addobbi e dei fiori: di quelle cose belle, cioè, che sono proprio fatte per rendere più bello l’altare, e invece sono le meno belle e lo rendono sempre più brutto. Quando sarà il giorno in cui vedremo tutti gli altari belli nella casa di Dio? Al solito, io sogno! Sono e sarò un eterno sognatore. Ma sono pur belli i sogni belli.


Fonte: cordialiter.blogspot.com

martedì 14 febbraio 2012

Prossimi appuntamenti con il patriarca

Dal comitato diocesano di accoglienza del nuovo patriarca, mons. Francesco Moraglia, apprendiamo alcune date e notizie importanti circa il suo arrivo nel patriarcato. E' ormai ufficiale la data della presa di possesso canonica del patriarcato, che si svolgerà nel pomeriggio di domenica 25 marzo, V di Quaresima con una Santa Messa nella Basilica Cattedrale di San Marco. La scelta del 25 marzo è molto significativa: infatti proprio in questa data Venezia ricorda il suo natale, il 25 marzo 421, quando, secondo la tradizione, i Veneti provenienti dalla terraferma, per scampare alle invasioni dei Goti e degli Unni, si rifugiarono in laguna e costruirono i primi insediamenti. Tuttavia il patriarca farà il suo ingresso nel territorio del patriarcato già sabato 24, visitando i territori del confine sud della diocesi: visiterà infatti il Vicariato di Gambarare, la città di Mira ed altri territori circostanti.
Viene anche comunicato che mons. Moraglia ha espresso il desiderio di visitare subito tutti i Vicariati del patriarcato; poiché dopo la data della presa di possesso vi sono la Settimana Santa (il 1° aprile è la Domenica delle Palme) e l'Ottava di Pasqua, le visite cominceranno nella settimana successiva. Ed è molto probabile che il nuovo patriarca voglia visitare allora il confine più a nord del patriarcato, ossia il nostro Vicariato di Caorle. I dettagli della visita del nuovo patriarca nel nostro Vicariato saranno resi noti in seguito, ma ci è fatto sapere che essa potrebbe svolgersi in un giorno feriale, con una Santa Messa celebrata in Duomo la sera.
Continuiamo, nel frattempo, a pregare per il patriarca eletto Francesco nelle nostre preghiere quotidiane, affinché il Signore lo aiuti a pascere questa porzione del suo gregge che è la nostra Chiesa di Venezia.

lunedì 13 febbraio 2012

Tesori d'arte sacra: l'altare di San Rocco

Per l'appuntamento mensile con i tesori d'arte sacra conservati nel Duomo di Caorle parliamo oggi dell'altare di San Rocco, che si trova nella cappella ricavata nella parete sinistra proprio vicino alla porta d'ingresso della navata laterale. Fin dall'inizio del secolo XX, con la demolizione della chiesa delle Grazie, costruita davanti al Duomo, questa cappella laterale fu dedicata alla custodia del Battistero cinquecentesco, poi spostato nell'absidicola laterale destra nel 1975. La motivazione del posizionare il Battistero in questo luogo si trova nel fatto che il Battesimo è il primo sacramento dell'iniziazione cristiana, nonché la purificazione dell'uomo dal peccato originale, cosa che rende degni di partecipare alla Santa Messa. Proprio in memoria del proprio Battesimo, infatti, il cristiano che entra in chiesa si bagna con l'acqua santa facendosi il segno di Croce.
La collocazione dell'attuale altare è quindi relativamente recente. L'altare, di fattura barocca, era l'Altar maggiore del Santuario della Madonna dell'Angelo (vedi foto in fondo all'articolo): nella grande nicchia, coperta da una lastra di vetro, era posto il simulacro della Santa Vergine, mentre nella parte superiore della nicchia erano posti due Angeli in marmo che reggevano una corona in legno dorato, probabilmente la corona dell'Incoronazione del Simulacro, avvenuta nel 1874, per le mani del patriarca Giuseppe Luigi Trevisanato. Con la traslazione di quell'altare nel Duomo, fu trasportato in Santuario l'altare settecentesco che custodiva il Santissimo Sacramento proprio in Cattedrale, al quale furono aggiunti i due angeli di marmo.
La statua di San Rocco, compatrono di Caorle, proviene invece dall'antico oratorio di San Rocco, costruito a destra del Duomo, dove oggi sorge un piccolo chiostro in corrispondenza del quale sono ancora visibili resti di affreschi di quella piccola costruzione. La statua ritrae l'immagine del Santo di Montpellier nella sua iconografia tradizionale: il bastone del pellegrino in mano, l'emblema di San Rocco sul bracciale mentre indica con la mano destra la piaga che ha sulla gamba sinistra e con il cane randagio che gli porge il tozzo di pane. Egli, infatti, partì dalla Francia per recarsi a Roma, a pregare sulle tombe degli apostoli, fermandosi a curare negli ospizi i malati di peste; tuttavia fu contagiato dal morbo e, per non essere di peso o portar via cure ai suoi tanto amati ammalati, si rifugiò eremita in una grotta per morire da solo, dove un cane randagio gli portava il cibo necessario alla sua sopravvivenza. Ma Dio lo guarì miracolosamente: per questo è rappresentato nell'atto di mostrare la piaga della peste, ossia per testimoniare l'amore e la potenza di Dio che lo ha guarito.
Fin dal XIV secolo egli fu invocato come protettore dai mali inguaribili, tanto che Caorle lo annoverò tra i suoi patroni; nel XVII secolo, quando fu costruito l'oratorio, ne fu chiesta anche una reliquia alla Scuola Grande di Venezia, tutt'ora conservata nel museo liturgico parrocchiale ed esposta alla venerazione dei fedeli il giorno della sua festa, il 16 agosto. Un tempo anche la statua del Santo era esposta il 16 agosto, e dopo le solenni celebrazioni in Duomo, veniva portata in processione per le vie del paese, in quella che per tutti i caorlotti era la festa patronale per eccellenza (cadendo la festa del suo patrono principale, Santo Stefano, in corrispondenza delle feste natalizie).

L'odierno altare di San Rocco impiegato come altar maggiore del Santuario della Madonna dell'Angelo in una foto degli anni '60
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