Duomo di Caorle su facebook

sabato 11 febbraio 2012

Giornata mondiale del Malato 2012

Quest'anno si celebra la ventesima Giornata Mondiale del Malato. L'istituzione di questa particolare ricorrenza annuale si deve al beato papa Giovanni Paolo II, su richiesta del Pontificio Consiglio della Pastorale degli operatori sanitari, nel 1992. Nella lettera d'indizione il papa auspicava che la celebrazione di questa giornata contribuisse a «sensibilizzare il Popolo di Dio e, di conseguenza, le molteplici istituzioni sanitarie cattoliche e la stessa società civile, alla necessità di assicurare la migliore assistenza agli infermi; aiutare chi è ammalato a valorizzare, sul piano umano e soprattutto su quello soprannaturale, la sofferenza; a coinvolgere in maniera particolare le diocesi, le comunità cristiane, le Famiglie religiose nella pastorale sanitaria; a favorire l'impegno sempre più prezioso del volontariato; a richiamare l'importanza della formazione spirituale e morale degli operatori sanitari e, infine, a far meglio comprendere l'importanza dell'assistenza religiosa agli infermi da parte dei sacerdoti diocesani e regolari, nonché di quanti vivono ed operano accanto a chi soffre». La data scelta per questa ricorrenza, l'11 febbraio, ha la sua motivazione nella memoria liturgica che oggi celebriamo, la Beata Vergine Maria di Lourdes: le apparizioni della Madonna e la vita di Santa Bernadette ci fanno volgere lo sguardo all'Amore di Dio per gli ammalati e i sofferenti, ci indicano nella Fede la medicina efficace sia per il male fisico che, soprattutto, spirituale, ci aiutano a vivere la sofferenza proiettati verso la gioia non di questo mondo ma dell'altro.
Anche quest'anno, per dare maggiore importanza e solennità alla Giornata mondiale del Malato, la nostra parrocchia ha organizzato una serie di eventi per domenica 12 febbraio: innanzitutto invita tutti alla Santa Messa solenne delle 10:45, alla quale saranno presenti gli ospiti della Casa di Riposo don Moschetta; seguirà, per quanti nei giorni scorsi hanno aderito all'iniziativa, il pranzo comunitario presso il Centro Pastorale Parrocchiale "Beato Giovanni XXIII"; infine la consegna del Premio Bontà alle ore 16.
Qui di seguito pubblico il Messaggio del Santo Padre, papa Benedetto XVI, in occasione della XX Giornata mondiale del Malato.

«Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!» (Lc 17,19)

Cari fratelli e sorelle!

In occasione della Giornata Mondiale del Malato, che celebreremo il prossimo 11 febbraio 2012, memoria della Beata Vergine di Lourdes, desidero rinnovare la mia spirituale vicinanza a tutti i malati che si trovano nei luoghi di cura o sono accuditi nelle famiglie, esprimendo a ciascuno la sollecitudine e l'affetto di tutta la Chiesa. Nell'accoglienza generosa e amorevole di ogni vita umana, soprattutto di quella debole e malata, il cristiano esprime un aspetto importante della propria testimonianza evangelica, sull'esempio di Cristo, che si è chinato sulle sofferenze materiali e spirituali dell'uomo per guarirle.

1. In quest'anno, che costituisce la preparazione più prossima alla Solenne Giornata Mondiale del Malato che si celebrerà in Germania l'11 febbraio 2013 e che si soffermerà sull'emblematica figura evangelica del samaritano (cfr Lc 10,29-37), vorrei porre l'accento sui «Sacramenti di guarigione», cioè sul Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione, e su quello dell'Unzione degli Infermi, che hanno il loro naturale compimento nella Comunione Eucaristica.

L'incontro di Gesù con i dieci lebbrosi, narrato nel Vangelo di san Luca (cfr Lc 17,11-19), in particolare le parole che il Signore rivolge ad uno di questi: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!» (v. 19), aiutano a prendere coscienza dell'importanza della fede per coloro che, gravati dalla sofferenza e dalla malattia, si avvicinano al Signore. Nell'incontro con Lui possono sperimentare realmente che chi crede non è mai solo! Dio, infatti, nel suo Figlio, non ci abbandona alle nostre angosce e sofferenze, ma ci è vicino, ci aiuta a portarle e desidera guarire nel profondo il nostro cuore (cfr Mc 2 ,1-12).

La fede di quell'unico lebbroso che, vedendosi sanato, pieno di stupore e di gioia, a differenza degli altri, ritorna subito da Gesù per manifestare la propria riconoscenza, lascia intravedere che la salute riacquistata è segno di qualcosa di più prezioso della semplice guarigione fisica, è segno della salvezza che Dio ci dona attraverso Cristo; essa trova espressione nelle parole di Gesù: la tua fede ti ha salvato. Chi, nella propria sofferenza e malattia, invoca il Signore è certo che il Suo amore non lo abbandona mai, e che anche l'amore della Chiesa, prolungamento nel tempo della sua opera salvifica, non viene mai meno. La guarigione fisica, espressione della salvezza più profonda, rivela così l'importanza che l'uomo, nella sua interezza di anima e di corpo, riveste per il Signore. Ogni Sacramento, del resto, esprime e attua la prossimità di Dio stesso, il Quale, in modo assolutamente gratuito, «ci tocca per mezzo di realtà materiali …, che Egli assume al suo servizio, facendone strumenti dell'incontro tra noi e Lui stesso» (Omelia, S. Messa del Crisma, 1 aprile 2010). «L'unità tra creazione e redenzione si rende visibile. I Sacramenti sono espressione della corporeità della nostra fede che abbraccia corpo e anima, l'uomo intero» (Omelia, S. Messa del Crisma, 21 aprile 2011).

Il compito principale della Chiesa è certamente l'annuncio del Regno di Dio, «ma proprio questo stesso annuncio deve essere un processo di guarigione: "... fasciare le piaghe dei cuori spezzati" (Is 61,1)» (ibid.), secondo l'incarico affidato da Gesù ai suoi discepoli (cfr Lc 9,1-2; Mt 10,1.5-14; Mc 6,7-13). Il binomio tra salute fisica e rinnovamento dalle lacerazioni dell'anima ci aiuta quindi a comprendere meglio i «Sacramenti di guarigione».

2. Il Sacramento della Penitenza è stato spesso al centro della riflessione dei Pastori della Chiesa, proprio a motivo della grande importanza nel cammino della vita cristiana, dal momento che «tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in intima e grande amicizia» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1468). La Chiesa, continuando l'annuncio di perdono e di riconciliazione fatto risuonare da Gesù, non cessa di invitare l'umanità intera a convertirsi e a credere al Vangelo. Essa fa proprio l'appello dell'apostolo Paolo: «In nome di Cristo ... siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20). Gesù, nella sua vita, annuncia e rende presente la misericordia del Padre. Egli è venuto non per condannare, ma per perdonare e salvare, per dare speranza anche nel buio più profondo della sofferenza e del peccato, per donare la vita eterna; così nel Sacramento della Penitenza, nella «medicina della confessione», l'esperienza del peccato non degenera in disperazione, ma incontra l'Amore che perdona e trasforma (cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsin. Reconciliatio et Paenitentia, 31).

Dio, «ricco di misericordia» (Ef 2,4), come il padre della parabola evangelica (cfr Lc 15,11-32), non chiude il cuore a nessuno dei suoi figli, ma li attende, li cerca, li raggiunge là dove il rifiuto della comunione imprigiona nell'isolamento e nella divisione, li chiama a raccogliersi intorno alla sua mensa, nella gioia della festa del perdono e della riconciliazione. Il momento della sofferenza, nel quale potrebbe sorgere la tentazione di abbandonarsi allo scoraggiamento e alla disperazione, può trasformarsi così in tempo di grazia per rientrare in se stessi e, come il figliol prodigo della parabola, ripensare alla propria vita, riconoscendone errori e fallimenti, sentire la nostalgia dell'abbraccio del Padre e ripercorrere il cammino verso la sua Casa. Egli, nel suo grande amore, sempre e comunque veglia sulla nostra esistenza e ci attende per offrire ad ogni figlio che torna da Lui, il dono della piena riconciliazione e della gioia.

3. Dalla lettura dei Vangeli, emerge chiaramente come Gesù abbia sempre mostrato una particolare attenzione verso gli infermi. Egli non solo ha inviato i suoi discepoli a curarne le ferite (cfr Mt 10,8; Lc 9,2; 10,9), ma ha anche istituito per loro un Sacramento specifico: l'Unzione degli Infermi. La Lettera di Giacomo attesta la presenza di questo gesto sacramentale già nella prima comunità cristiana (cfr 5,14-16): con l'Unzione degli Infermi, accompagnata dalla preghiera dei presbiteri, tutta la Chiesa raccomanda gli ammalati al Signore sofferente e glorificato, perché allevi le loro pene e li salvi, anzi li esorta a unirsi spiritualmente alla passione e alla morte di Cristo, per contribuire così al bene del Popolo di Dio.

Tale Sacramento ci porta a contemplare il duplice mistero del Monte degli Ulivi, dove Gesù si è trovato drammaticamente davanti alla via indicatagli dal Padre, quella della Passione, del supremo atto di amore, e l'ha accolta. In quell'ora di prova, Egli è il mediatore, «trasportando in sé, assumendo in sé la sofferenza e la passione del mondo, trasformandola in grido verso Dio, portandola davanti agli occhi e nelle mani di Dio, e così portandola realmente al momento della Redenzione» (Lectio divina, Incontro con il Clero di Roma, 18 febbraio 2010). Ma «l'Orto degli Ulivi è ... anche il luogo dal quale Egli è asceso al Padre, è quindi il luogo della Redenzione ... Questo duplice mistero del Monte degli Ulivi è anche sempre "attivo" nell'olio sacramentale della Chiesa ... segno della bontà di Dio che ci tocca» (Omelia, S. Messa del Crisma, 1 aprile 2010). Nell'Unzione degli Infermi, la materia sacramentale dell'olio ci viene offerta, per così dire, «quale medicina di Dio ... che ora ci rende certi della sua bontà, ci deve rafforzare e consolare, ma che, allo stesso tempo, al di là del momento della malattia, rimanda alla guarigione definitiva, alla risurrezione (cfr Gc 5,14)» (ibid.).

Questo Sacramento merita oggi una maggiore considerazione, sia nella riflessione teologica, sia nell'azione pastorale presso i malati. Valorizzando i contenuti della preghiera liturgica che si adattano alle diverse situazioni umane legate alla malattia e non solo quando si è alla fine della vita (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1514), l'Unzione degli Infermi non deve essere ritenuta quasi «un sacramento minore» rispetto agli altri. L'attenzione e la cura pastorale verso gli infermi, se da un lato è segno della tenerezza di Dio per chi è nella sofferenza, dall'altro arreca vantaggio spirituale anche ai sacerdoti e a tutta la comunità cristiana, nella consapevolezza che quanto è fatto al più piccolo, è fatto a Gesù stesso (cfr Mt 25,40).

4. A proposito dei «Sacramenti di guarigione» S. Agostino afferma: «Dio guarisce tutte le tue infermità. Non temere dunque: tutte le tue infermità saranno guarite... Tu devi solo permettere che egli ti curi e non devi respingere le sue mani» (Esposizione sul Salmo 102, 5: PL 36, 1319-1320). Si tratta di mezzi preziosi della Grazia di Dio, che aiutano il malato a conformarsi sempre più pienamente al Mistero della Morte e Risurrezione di Cristo. Assieme a questi due Sacramenti, vorrei sottolineare anche l'importanza dell'Eucaristia. Ricevuta nel momento della malattia contribuisce, in maniera singolare, ad operare tale trasformazione, associando colui che si nutre del Corpo e del Sangue di Gesù all'offerta che Egli ha fatto di Se stesso al Padre per la salvezza di tutti. L'intera comunità ecclesiale, e le comunità parrocchiali in particolare, prestino attenzione nell'assicurare la possibilità di accostarsi con frequenza alla Comunione sacramentale a coloro che, per motivi di salute o di età, non possono recarsi nei luoghi di culto. In tal modo, a questi fratelli e sorelle viene offerta la possibilità di rafforzare il rapporto con Cristo crocifisso e risorto, partecipando, con la loro vita offerta per amore di Cristo, alla missione stessa della Chiesa. In questa prospettiva, è importante che i sacerdoti che prestano la loro delicata opera negli ospedali, nelle case di cura e presso le abitazioni dei malati si sentano veri «"ministri degli infermi", segno e strumento della compassione di Cristo, che deve giungere ad ogni uomo segnato dalla sofferenza» (Messaggio per la XVIII Giornata Mondiale del Malato, 22 novembre 2009).

La conformazione al Mistero Pasquale di Cristo, realizzata anche mediante la pratica della Comunione spirituale, assume un significato del tutto particolare quando l'Eucaristia è amministrata e accolta come viatico. In quel momento dell'esistenza risuonano in modo ancora più incisivo le parole del Signore: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,54). L'Eucaristia, infatti, soprattutto come viatico è - secondo la definizione di sant'Ignazio d'Antiochia - «farmaco di immortalità, antidoto contro la morte» (Lettera agli Efesini, 20: PG 5, 661), sacramento del passaggio dalla morte alla vita, da questo mondo al Padre, che tutti attende nella Gerusalemme celeste.

5. Il tema di questo Messaggio per la XX Giornata Mondiale del Malato, «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!», guarda anche al prossimo «Anno della fede», che inizierà l'11 ottobre 2012, occasione propizia e preziosa per riscoprire la forza e la bellezza della fede, per approfondirne i contenuti e per testimoniarla nella vita di ogni giorno (cfr Lett. ap. Porta fidei, 11 ottobre 2011). Desidero incoraggiare i malati e i sofferenti a trovare sempre un'ancora sicura nella fede, alimentata dall'ascolto della Parola di Dio, dalla preghiera personale e dai Sacramenti, mentre invito i Pastori ad essere sempre più disponibili alla loro celebrazione per gli infermi. Sull'esempio del Buon Pastore e come guide del gregge loro affidato, i sacerdoti siano pieni di gioia, premurosi verso i più deboli, i semplici, i peccatori, manifestando l'infinita misericordia di Dio con le parole rassicuranti della speranza (cfr S. Agostino, Lettera 95, 1: PL 33, 351-352).

A quanti operano nel mondo della salute, come pure alle famiglie che nei propri congiunti vedono il Volto sofferente del Signore Gesù, rinnovo il ringraziamento mio e della Chiesa, perché, nella competenza professionale e nel silenzio, spesso anche senza nominare il nome di Cristo, Lo manifestano concretamente (cfr Omelia, S. Messa del Crisma, 21 aprile 2011).

A Maria, Madre di Misericordia e Salute degli Infermi, eleviamo il nostro sguardo fiducioso e la nostra orazione; la sua materna compassione, vissuta accanto al Figlio morente sulla Croce, accompagni e sostenga la fede e la speranza di ogni persona ammalata e sofferente nel cammino di guarigione dalle ferite del corpo e dello spirito.

A tutti assicuro il mio ricordo nella preghiera, mentre imparto a ciascuno una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 20 novembre 2011, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell'Universo.

Benedictus PP XVI

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana


Fonte: vatican.va.

mercoledì 8 febbraio 2012

Cristianofobia, un fenomeno europeo

Riporto un articolo apparso lunedì su la Bussola Quotidiana a firma di Marco Respinti, che ci aiuta a riflettere su un fenomeno, l'intolleranza contro i cristiani ed i cattolici in particolare, che sta diventando sempre più europeo.

500 casi di cristianofobia. In Europa
Di Marco Respinti

Per l’esattezza 527. Tanti sono i casi aperti di discriminazione nei confronti dei cristiani monitorati dal Dokumentationsarchiv der Intoleranz gegen Christen diretto a Vienna da Gudrun Kugler e noto anche con il nome inglese The Observatory on Intolerance and Discrimination against Christians in Europe. E non in qualche remota regione del mondo particolarmente famosa per la violenza e il fanatismo, ma nella democraticissima, tollerantissima, laicissima Europa. Una cifra record per il nostro mondo apparentemente pacifico e falsamente pacificato.

È il fenomeno orami noto come "cristianofobia" da che il neologismo è stato creato dallo studioso ebreo di diritto Joseph H.H. Weiler, docente alla New York University School of Law, per essere poi introdotto a livello internazionale nel dicembre 2004, dopo la famosa bocciatura di Rocco Buttiglione alla carica di Commissario europeo per avere osato dire di riconoscersi, lui, cattolico, in principi non negoziabili di diritto naturale.

Il triste traguardo raggiunto dal monitoraggio condotto dall’Osservatorio di Vienna dice cioè che la cristianofobia è oggi un tratto distintivo del nostro mondo, di quel mondo che definiamo "civile" e che riteniamo tanto moralmente superiore al resto dell’orbe terracqueo da attribuire a esso il compito di salvaguardare qui diritti intrinseci alla persona umana che invece altre culture e diverse visioni religiose ritengono "eresia" o violazione dei diritti di Dio. È invece proprio qui, nel Vecchio Continente, la patria storica delle istituzioni rappresentative e della cultura dei diritti dell’uomo, che si consumano, sotto gli occhi di tutti ma in maniera così mass-mediaticamente inavvertita da travolgere tutto nell’indifferenza pratica dei più, i maggiori casi di diniego dei criteri minimi di rispetto, di tolleranza e di equità nei confronti dei cristiani. È in Europa che la marginalizzazione dei cristiani dalla vita pubblica - culturale, sociale, politica - di molti, troppi, Paesi compie quotidianamente passi da gigante, avvenga essa sul piano morale o su quello più strettamente - tecnicamente - giuridico.

In gran parte, il problema ruota attorno a un falsato criterio di "laicità", costantemente intesa solo come laicismo: vale a dire, come insegna il magistero della Chiesa cattolica, l’«estromissione della motivazione e della finalità religiosa da ogni atto della vita umana» (beato Giovanni Paolo II [1920-2005], Discorso Sono lieto, del 1° marzo 1991), che secondo il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) «va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo» (Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, del 7-12-1965, n.43). Quando dunque a questa laicità laicista viene per ciò stesso conferito il monopolio della "modernizzazione" e della neutralità delle istituzioni, che sarebbe l’unica garanzia dell’autentico e rispettoso pluralismo, il cristiano che per definizione non può conformarsi alla "mentalità del secolo", il cristiano che abita e vivifica questo mondo ma che da questo mondo non è ultimamente definito, insomma il cristiano generatore di storia e portatore di un altro criterio risulta solo nemico, quanto meno un ostacolo.

La cristianofobia, pratica e teoretica, si manifesta in molti modi: si va dalle manifestazioni dell’"arte" oltraggiosa cui è data piena possibilità di espressione in nome di una errata concezione delle libertà individuale al tentativo d’imporre norme comportamentali intollerabili, magari anche attraverso direttive "dall’alto", per esempio imposte dalle istituzioni dell’Unione Europea o dalle sue agenzie. Si susseguono così le ingerenze nell’insegnamento scolastico quando l’educazione sessuale (ben noti i casi che si ripetono in Germania) diviene un grimaldello per esautorare l’istituto familiare, gli sforzi per conformare tutti all’accettazione dell’omosessualismo come fait accompli o le violazioni della coscienza di chi obietta contro aborto, eutanasia, sperimentazioni sugli embrioni umani. Ma è notorio che anche solo un crocefisso appeso in classe viene condsierato sconveniente, né mancano addirittura casi di intemperanza verso le campane della parrocchia che suonano sotto casa o nei confronti dei ragazzi che all’oratorio schiamazzano "molestamente" il pomeriggio…

Del resto, è evidente l’uso terroristico del linguaggio, creato appositamente per generare nel pubblico quel sospetto e quella repulsione che sono utilissimi a lucrare per la causa, con cui i cristiani che si oppongono alla normalizzazione vengono rapidamente deportati dalla ragione al torto per essere stigmatizzati come pericolosi nemici. L’invenzione, per esempio, del termine "omofobia" - un termine antipatico, irritante, evocatore di scenari tetri - per denunciare preventivamente e condannare chiunque si permetta di non essere anche solo semplicemente d’accordo con le nuove frontiere dell’"ideologia di genere" o con l’offensiva vessatoria dei "diritti dei gay" (o della comunità LGBT, lesbiche, gay, bisessuali e transgender) ne è il caso più lampante.

Muovendosi sia sul piano propagandistico della cultura sia nelle aule delle denunce, dei ricorsi e degli appelli, la cristianofobia avanza insomma pericolosamente soprattutto nel mondo democratico.
Per questo l’attività di organismi seri come il citato Osservatorio di Vienna è fondamentale. Il più delle volte, infatti, i casi di abuso contro i cristiani avvengono in maniera apparentemente isolata. Sembrano episodi singoli dovuti a questo o a quel motivo di contenzioso personale (il vicino di casa che s’inquieta, il preside della tal scuola che entra in dissidio con una certa famiglia, il primario di un ospedale che litiga con il paziente tizio). Occorre quindi considerarli nella loro organicità per percepirne l’unità e l’offensiva frontale.

Se non fosse altro, il pregio dell’Osservatorio di Vienna è proprio questo. Svelare il progetto, in sé del tutto scoperto e palese, che cerca di smantellare l’ultima resistenza autenticamente popolare che ancora può opporsi al trionfo del relativismo più smaccato: le persone e le famiglie cristiane - non solo cattoliche, del resto - le quali, capaci ancora di generare comunità, istituti e istituzioni, riescono a frenare l’antiumanesimo.

L’Osservatorio provvede dunque a offrire aiuti legali ai perseguitati, raccordandosi con altre istituzioni che statutariamente forniscono tali servizi ai cristiani vessati; raccoglie e organizza le testimonianze; avverte e sollecita i media. Membro della Piattaforma per i diritti fondamentali della UE-Agenzia dei diritti fondamentali, l’Osservatorio è una organizzazione non governativa totalmente no profit il cui obiettivo principale è quello di fare lobby presso istituzioni quali la UE, l’OSCE, il Consiglio d’Europa, le Nazioni Unite, senza dimenticare le Conferenze episcopali dei diversi Paesi, per ricordare e mostrare che il primo problema di violazione dei diritti umani nell’Europa democratica riguardi i cristiani. Che sono l’unica "minoranza" davvero positivamente perseguitata a motivo di ciò che intrinsecamente è.

In anni recenti all’ONU si è esercitata pressione notevole affinché, accanto all’islamofobia e all’antisemitismo, si iniziasse a parlare seriamente anche della cristianofobia, e risultati apprezzabili sono stato ottenuti: tant’è che oggi la Commissione per i diritti umani dell’ONU, che ha sede a Ginevra, parla regolarmente di «antisemitismo, islamofobia e cristianofobia». Con tutta evidenza, si tratta una significativa vittoria semantica e culturale. Che però oggi la patria della cristianofobia sia l’Europa - la casa comune che, avendo preso sul serio la Rivelazione, ha saputo dare vita a una civiltà autenticamente cristiana, pur segnata dal peccato umano e poi travolta dalle ideologie e dalle ideocrazie - è un fatto allarmante. E non può lasciare tranquilla nessuna persona di buona volontà, qualunque sia il suo dio.


Fonte: labussolaquotidiana.it.

martedì 7 febbraio 2012

Verso il Convegno di "Aquileia 2"

Il 2012 è un anno del tutto particolare per le 15 diocesi del Nordest, che costituiscono la Regione Ecclesiastica Triveneta di cui il Patriarca di Venezia è metropolita: stiamo infatti avvicinandoci al Convegno sinodale di Aquileia 2, che si terrà tra il 13 ed il 15 aprile, durante il quale tutte queste diocesi, rappresentate ciascuna da un comitato diocesano, si riuniranno nella Basilica di Aquileia.
A questo proposito la Scuola "Santa Caterina d'Alessandria" di Venezia, in collaborazione con i Vicariati del litorale, ha organizzato un incontro verso Aquileia 2, dal titolo: "Passaggio al futuro - Sfida al Vangelo", che si terrà domani, mercoledì 8 febbraio, alle ore 20:30 presso il Palaturismo (Sala Palladio) di Jesolo Lido (in piazza Brescia). Si tratterà di una conversazione con S. E. mons. Lucio Soravito De Franceschi, vescovo di Adria-Rovigo e fra i coordinatori del Convegno di Aquileia 2.
Aquileia fu già sede di un primo Convegno ecclesiale, tenutosi nel 1990 dal quale ebbero origine diverse iniziative pastorali comuni, tra cui la nascita dell'emittente televisiva Telechiara.
Il cammino di preparazione è stato articolato in un biennio (7 novembre 2010 - 12 giugno 2011 e 13 giugno 2011-12 aprile 2012), ed è culminato con la visita di Papa Benedetto XVI ad Aquileia e Venezia lo scorso anno; per il lavoro di preparazione ci si è basati sul sussidio «Tracce per il lavoro preparatorio», curato dal Comitato regionale triveneto.
Le Chiese del Nordest, lasciandosi guidare dallo Spirito Santo, intendono, attraverso il Convegno «Aquileia 2» chiedersi come annunciare Gesù Cristo oggi, nell’attuale contesto socio-culturale del territorio.
Nello specifico, «Aquileia 2» è un «convegno sinodale», attraverso il quale lo Spirito parla alle Chiese e le aiuta a crescere nella comunione e nella reciproca collaborazione. Si tratta di un momento che permette alle Chiese del Nordest di condividere le esperienze ecclesiali e pastorali in atto per un arricchimento reciproco; le aiuta a discernere con gli occhi della fede le profonde trasformazioni in atto e le nuove sfide emerse nel territorio negli ultimi vent’anni; le guida nell’individuazione di alcune scelte di fondo per un rinnovato impegno missionario e le sostiene nell’affrontare insieme alcune sfide che vanno oltre i confini delle singole Diocesi.
Attraverso il Convegno le Chiese del Nordest vogliono: testimoniare, con il metodo della «narrazione», il loro vissuto nel ventennio appena trascorso, riconoscendo in esso la presenza e l’azione dello Spirito; discernere e riconoscere ciò che lo Spirito dice loro attraverso le sfide, le difficoltà, le domande, i cambiamenti socio-culturali, i nuovi atteggiamenti religiosi e le espressioni di appartenenza ecclesiale; progettare modalità e iniziative pastorali da attivare; stabilire collaborazioni tra di esse per rinnovare l’annuncio di Cristo, la comunicazione del Vangelo e l’educazione della fede (profezia).

Per ogni informazione ed aggiornamento su questi temi, Aquileia 2 è anche online, con documenti e video da visionare.

Collegamenti esterni:

venerdì 3 febbraio 2012

Vespri della Presentazione del Signore: omelia del Santo Padre

Nella serata di ieri il Santo Padre Papa Benedetto XVI ha celebrato i Vespri nella Basilica Vaticana alla presenza delle congregazioni religiose, in occasione della XVI giornata per la vita consacrata. Riporto di seguito la sua omelia.

Cari fratelli e sorelle!

La festa della Presentazione del Signore, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, ci mostra Maria e Giuseppe che, in obbedienza alla Legge mosaica, si recano al tempio di Gerusalemme per offrire il bambino, in quanto primogenito, al Signore e riscattarlo mediante un sacrificio (cfr Lc 2,22-24). E’ uno dei casi in cui il tempo liturgico rispecchia quello storico, perché oggi si compiono appunto quaranta giorni dalla solennità del Natale del Signore; il tema di Cristo Luce, che ha caratterizzato il ciclo delle feste natalizie ed è culminato nella solennità dell’Epifania, viene ripreso e prolungato nella festa odierna.

Il gesto rituale dei genitori di Gesù, che avviene nello stile di umile nascondimento che caratterizza l’Incarnazione del Figlio di Dio, trova una singolare accoglienza da parte dell’anziano Simeone e della profetessa Anna. Per divina ispirazione, essi riconoscono in quel bambino il Messia annunziato dai profeti. Nell’incontro tra il vegliardo Simeone e Maria, giovane madre, Antico e Nuovo Testamento si congiungono in modo mirabile nel rendimento di grazie per il dono della Luce, che ha brillato nelle tenebre ed ha impedito loro di prevalere: Cristo Signore, luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele (cfr Lc 2,32).

Nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della presentazione di Gesù al tempio, si celebra la Giornata della Vita Consacrata. In effetti, l’episodio evangelico a cui ci riferiamo costituisce una significativa icona della donazione della propria vita da parte di quanti sono stati chiamati a ripresentare nella Chiesa e nel mondo, mediante i consigli evangelici, i tratti caratteristici di Gesù, vergine, povero ed obbediente, il Consacrato del Padre. Nella festa odierna celebriamo, pertanto, il mistero della consacrazione: consacrazione di Cristo, consacrazione di Maria, consacrazione di tutti coloro che si pongono alla sequela di Gesù per amore del Regno di Dio.

Secondo l’intuizione del Beato Giovanni Paolo II, che l’ha celebrata per la prima volta nel 1997, la Giornata dedicata alla vita consacrata si prefigge alcuni scopi particolari. Vuole rispondere anzitutto all’esigenza di lodare e ringraziare il Signore per il dono di questo stato di vita, che appartiene alla santità della Chiesa. Ad ogni persona consacrata è dedicata oggi la preghiera dell’intera Comunità, che rende grazie a Dio Padre, datore di ogni bene, per il dono di questa vocazione, e con fede nuovamente lo invoca. Inoltre, in tale occasione si intende valorizzare sempre più la testimonianza di coloro che hanno scelto di seguire Cristo mediante la pratica dei consigli evangelici con il promuovere la conoscenza e la stima della vita consacrata all’interno del Popolo di Dio. Infine la Giornata della Vita Consacrata intende essere, soprattutto per voi, cari fratelli e sorelle che avete abbracciato questa condizione nella Chiesa, una preziosa occasione di rinnovare i propositi e ravvivare i sentimenti che hanno ispirato e ispirano la donazione di voi stessi al Signore. Questo vogliamo fare oggi, questo è l’impegno che siete chiamati a realizzare ogni giorno della vostra vita.

In occasione del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, ho indetto – come sapete – l’Anno della fede, che si aprirà nel prossimo mese di ottobre. Tutti i fedeli, ma in modo particolare i membri degli Istituti di vita consacrata, hanno accolto come un dono tale iniziativa, ed auspico che vivranno l’Anno della fede come tempo favorevole per il rinnovamento interiore, di cui sempre si avverte il bisogno, con un approfondimento dei valori essenziali e delle esigenze della propria consacrazione. Nell’Anno della fede voi, che avete accolto la chiamata a seguire Cristo più da vicino mediante la professione dei consigli evangelici, siete invitati ad approfondire ancora di più il rapporto con Dio. I consigli evangelici, accettati come autentica regola di vita, rafforzano la fede, la speranza e la carità, che uniscono a Dio. Questa profonda vicinanza al Signore, che deve essere l’elemento prioritario e caratterizzante della vostra esistenza, vi porterà ad una rinnovata adesione a Lui e avrà un positivo influsso sulla vostra particolare presenza e forma di apostolato all’interno del Popolo di Dio, mediante l’apporto dei vostri carismi, nella fedeltà al Magistero, al fine di essere testimoni della fede e della grazia, testimoni credibili per la Chiesa e per il mondo di oggi.

La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, con i mezzi che riterrà più adeguati, suggerirà indirizzi e si adopererà per favorire che questo Anno della fede costituisca per tutti voi un anno di rinnovamento e di fedeltà, affinché tutti i consacrati e le consacrate si impegnino con entusiasmo nella nuova evangelizzazione. Mentre rivolgo il mio cordiale saluto al Prefetto del Dicastero, Monsignor João Braz de Aviz – che ho voluto annoverare tra quanti creerò Cardinali nel prossimo Concistoro –, colgo volentieri questa lieta circostanza per ringraziare lui e i Collaboratori del prezioso servizio che rendono alla Santa Sede e a tutta la Chiesa.

Cari fratelli e sorelle, ringrazio anche ciascuno di voi, per aver voluto partecipare a questa Liturgia, che, grazie anche a alla vostra presenza, si distingue per uno speciale clima di devozione e di raccoglimento. Auguro ogni bene per il cammino delle vostre Famiglie religiose, come pure per la vostra formazione e il vostro apostolato. La Vergine Maria, discepola, serva e madre del Signore, ottenga dal Signore Gesù che “quanti hanno ricevuto il dono di seguirlo nella vita consacrata lo sappiano testimoniare con un’esistenza trasfigurata, camminando gioiosamente con tutti gli altri fratelli e sorelle verso la patria celeste e la luce che non conosce tramonto” (Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsin. Vita consecrata, 112). Amen.

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana


Fonte: vatican.va.

giovedì 2 febbraio 2012

Il saluto di mons. Francesco Moraglia alla diocesi della Spezia

Riporto il testo ed il video del messaggio di saluto di mons. Francesco Moraglia alla diocesi della Spezia-Sarzana-Brugnato, che lascerà per svolgere il nuovo compito di Patriarca di Venezia affidatogli da Papa Benedetto XVI il 31 gennaio scorso.

Carissimi, desidero parteciparvi una notizia a me nota soltanto dalla giornata di martedì 24 gennaio, alle ore 12,30. Quattro anni fa, nella celebrazione eucaristica con cui iniziavo il ministero come vostro Vescovo, ponendo tutto il mio servizio nelle mani del Signore, tra le altre cose vi dicevo: «non sappiamo per quanto tempo il Signore ci darà la grazia di camminare insieme». Questo tempo, ora - dopo la decisione del Santo Padre di nominarmi Patriarca di Venezia -, è noto; sono stati poco meno di quattro anni, un periodo piuttosto breve ma per me bello, indimenticabile.
Considero questi anni, in cui sono stato il vostro Vescovo, una vera benedizione del Signore, un tempo in cui sempre vi ho sentiti vicini; gli anni alla Spezia hanno coinciso con l’inizio del mio ministero episcopale, i miei primi passi di Vescovo sono avvenuti qui; anche per questo rimarrete indelebilmente nel mio cuore.
Il nostro impegno comune - del pastore e dei fedeli - è stato guardare al Signore Gesù, il Risorto; abbiamo cercato, attraverso la Sua grazia, nonostante i nostri limiti, di seguirlo fedelmente con tanto entusiasmo.
Ricordo, in modo particolare, i pellegrinaggi mariani del primo sabato del mese, la bella e promettente realtà del Seminario diocesano e, ultima, in ordine di tempo, l’adorazione perpetua diocesana, giorno e notte, per tutto l’anno; sono convinto che l’adorazione incessante, sarà fonte inesauribile di grazia e fecondità pastorale per la nostra Chiesa.
Dopo che al Signore Gesù e alla Sua Santissima Madre, la mia gratitudine è tutta per voi, carissimi, membra vive di questa Chiesa particolare; il ministero del Vescovo, infatti, trova la sua motivazione proprio nel popolo cui è mandato; perciò sento di dover ringraziare tutti coloro che, in questi quattro anni, hanno collaborato con impegno e sguardo soprannaturale, ricco di fede; il bene vero delle anime è stato il criterio che ho sempre inteso perseguire, anche quando si poteva presumere che non sarebbe stato compreso da tutti.
Quelli trascorsi alla Spezia sono anni che considero tra i più belli e sereni della mia vita, una stagione particolarmente benedetta dal Signore e di cui - come detto - rendo grazie a ciascuno di voi; se qualcuno avessi involontariamente offeso chiedo perdono.
I nomi dei paesi e delle comunità visitati più volte, soprattutto durante la Visita Pastorale, rimangono nel mio cuore. La Visita Pastorale iniziava a manifestare, con le inevitabili fragilità, anche non pochi punti virtuosi delle nostre comunità che - nonostante il secolarismo diffuso - sono fortemente radicate nella fede nel Signore Risorto. Sono certo che chi verrà dopo di me potrà contare sulla vostra generosità e sulla vostra fede.
In questi anni, come vostro pastore, ho condiviso momenti gioiosi e sereni e, purtroppo, anche tristi e drammatici, in cui ho avuto modo di toccare con mano la forza d’animo, la dignità, il coraggio, la voglia di ricominciare della nostra gente. Abbiamo condiviso la sofferenza di tanti lavoratori e lavoratrici - anche molti capifamiglia - che vedevano ridursi in modo inaccettabile, o addirittura venir meno, il reddito per sé e le loro famiglie.
Voglio ricordare, in modo particolare, la recente inondazione del 25 ottobre 2011, nella quale, oltre gli ingenti danni materiali, abbiamo dovuto contare undici morti. In tale frangente mi ha colpito la saggezza, l’equilibrio, la forza composta, la volontà di reagire ma, soprattutto, la visione di fede di non pochi tra i più provati. Sono grato al Signore di avervi potuto visitare proprio in tale circostanza, comunità per comunità, in quei giorni così duri; vi ringrazio per la fede che avete mostrato e con cui mi avete accolto.
In questi anni in cui sono stato fra voi come Vescovo ho cercato, con tutte le forze - come ho potuto - d’indicarvi il Signore Gesù e solo Lui, perché, ne sono convinto, in Lui ogni cosa ci è data e in Lui tutto si può ritrovare; il dispiacere è non averlo saputo fare meglio, con più coraggio, con più fede, con amore più grande.
Alle vostre preghiere, soprattutto a quelle dei bambini, dei malati, degli anziani, delle persone provate, affido il mio nuovo e impegnativo ministero episcopale di Patriarca di Venezia. Attraverso l’intercessione della Vergine Madre - che so quanto è venerata nella nostra diocesi - desidero servire il Signore e solo Lui nel mio nuovo ufficio.
Ancora una volta - come in questi quattro anni ho fatto quotidianamente - affido alla materna protezione di Maria questa diocesi che, da oggi, è in attesa del suo nuovo pastore, che raccomando alla vostra preghiera, come io sto già facendo. Insieme alla diocesi, affido alla Madre di Gesù ciascuno di noi, affinché possiamo vivere, con fede, questo delicato tempo di transizione.
Tutti possiamo essere docili a quanto il Signore si attende da noi.

La Spezia, 31 gennaio 2012





Documenti:

mercoledì 1 febbraio 2012

Il card. Marco Cè saluta il Patriarca eletto

Carissimo Patriarca, l’attesa notizia della tua nomina di nuovo pastore di questa Chiesa è finalmente arrivata e noi l’accogliamo con gioia.
Quando, il primo dicembre del lontano 1978, fui chiamato in Congregazione dei Vescovi e mi si comunicò che il Papa mi aveva designato Patriarca di Venezia, fui preso da grande sgomento. Questo stato d’animo mi accompagnò per alcune settimane, finché mi decisi a parlarne con il vecchio e venerando Vescovo di Padova, Mons. Girolamo Bortignon, sapendo che conosceva Venezia per esserci vissuto a lungo da Frate Cappuccino nel convento del Redentore e in quello di Mestre. E lui mi pacificò dicendomi di andare a Venezia con serenità: “I veneziani io li conosco, mi assicurava, le vorranno bene”. Mi resi conto molto presto che aveva ragione.

Vorrei dire la stessa cosa a te, caro Patriarca. Vieni col cuore aperto. I veneziani ti accoglieranno con gioia e ti vorranno bene.
Il Patriarcato di Venezia è una grande famiglia: io ho sempre ringraziato il Signore d’avermi chiamato a servire una Chiesa, non troppo grande, nella quale fosse possibile stabilire dei rapporti personali: dopo pochi mesi conosci tutti i sacerdoti, tuoi primi collaboratori e, in non troppo tempo, in qualunque parrocchia tu vada, riconosci delle persone che ormai ti sono note. E questo ti fa sentire a casa.

Il territorio in cui è insediata la nostra Chiesa è vario e complesso e va dalla Città storica, dalla grande storia e tradizione culturale, al complesso di Marghera con i suoi travagli relativi al lavoro, alla Città di Mestre,viva e attiva, fino alla zona prevalentemente turistica del Litorale. La pastorale quindi deve essere articolata e attenta alla diverse situazioni: tu troverai una Chiesa sensibile, inserita nei problemi del territorio, impegnata nella evangelizzazione delle persone e dell’ambiente.

Vorrei anche dire che la figura del Patriarca a Venezia è amata “pregiudizialmente”. E questo ti deve aprire il cuore, disponendolo ad accogliere questa Chiesa con serenità e a lasciarti accogliere con fiducia.
Quando entrerai in San Marco e ti sentirai avvolto dalla luce dorata dei mosaici, popolati di Santi, e incrocerai il tuo sguardo col Cristo pantocrator dell’abside, nel calore dell’abbraccio di un popolo che ti ha desiderato, di' come Maria il tuo “sì” alla chiamata del Signore: il Risorto che sarà sempre nella tua barca, nei giorni della gioia e in quelli della fatica.

Auguri Patriarca!

Fonte: gvonline.it.

Intervista di Radio Vaticana al Patriarca eletto

Pubblico qui di seguito il testo dell'intervista rilasciata ieri da S. E. mons. Francesco Moraglia, Patriarca eletto di Venezia, a Sergio Centofanti di Radio Vaticana.

D. - Come ha accolto questa nomina del Papa a Patriarca di Venezia?

R. – Lo stato d’animo al momento è stato quello di trepidare. Trepidare perché uno si sente proiettato in una situazione che finora non gli apparteneva e per molti versi non immaginava neanche. Quindi, la prima sensazione è stata proprio questo interrogarsi su questa nuova realtà. Poi, sono andato in cappella e parlando con il Signore nel tabernacolo gli ho detto: “In fin dei conti ci sei tu, e quindi mi fido di te”.

D. – Lei va nella sede di Venezia in un momento molto critico per l’Italia, per l’Europa. Che cosa dire in proposito?

R. – La realtà ecclesiale partecipa, ovviamente, di tutta la contestualizzazione sociale, politica, economica e finanziaria che grava questo preciso momento storico. Con l’idea di essere vescovo e di cercare di guardare la situazione a partire dall’uomo, e quindi immaginando che la crisi prima che sociale, prima che politica, prima che finanziaria sotto certi punti di vista sia una crisi antropologica culturale, e quindi avere un po’ questa attenzione a tutto ciò che è umano, a tutto ciò che caratterizza l’uomo, a tutto ciò che costituisce l’uomo, evidentemente con una prospettiva cristiana, poi, perché tutto ciò che è umano è cristiano, e tutto ciò che è cristiano appartiene all’umano. Ecco, direi in questa prospettiva.

D. – Come ridare fiducia alla gente, oggi?

R. – Io penso che un primo modo, per il vescovo, sia quello di amare la sua gente, di far capire alla gente che c’è questo sentimento di amore, di vicinanza: stare in mezzo a loro. Poi, conoscersi reciprocamente perché certamente un vescovo deve anche parlare, deve anche guidare … Però credo che il parlare, il guidare non possa mai prescindere dall’essere uno di loro, stare in mezzo a loro anche se con la caratteristica propria della missione del vescovo.

D. – In particolare, la priorità di oggi sono i giovani: pensiamo ai tanti giovani senza lavoro …

R. – Solo in Italia i dati fanno rabbrividire, perché parliamo di un 30 per cento di giovani tra i 14 e i 25 anni che non hanno lavoro, con tutto quello che questo determina a livello di insicurezza di questi ragazzi di fronte al futuro. Io molte volte dico ai nostri giovani: “Voi siete il futuro!”, ma dobbiamo dirglielo in modo coerente, dando loro un presente diverso. E certamente, questo 30 per cento di giovani senza lavoro ha poi una ricaduta anche sulle scelte che chiaramente debbono essere fatte in questa fascia di età, tra i 14 e i 25-30 anni, e che non possono essere fatte e che vengono posticipate evidentemente con una situazione di distorsione anche nelle generazioni future. Anche questa è una cosa su cui dobbiamo riflettere molto.

D. – Lei lascia La Spezia: con quali sentimenti e con quale bilancio?

R. – Il bilancio lo lascio fare al Signore e poi anche alle persone che hanno partecipato a questo cammino ecclesiale di quattro anni. Io lascio La Spezia con l’idea di essere stato ancora solo nella fase iniziale del mio ministero. La lascio con nostalgia, ma con vera nostalgia, perché alla Spezia con l’aiuto del Signore mi sono trovato bene, ho cercato di fare quello che ho potuto. Ringrazio il Signore per gli incontri con la gente, per le visite pastorali, purtroppo interrotte, per l’esperienza della pastorale giovanile vocazionale perché da sette seminaristi siamo passati ad averne 17: una comunità seminaristica, quindi, che fa sperare bene anche perché c’è bisogno nel presbiterio di avere questa luce sul futuro. E poi, la religiosità popolare che ha avuto dei momenti alti, dei momenti di preghiera nei pellegrinaggi del primo sabato del mese in cui, oltre alla preghiera mariana, alla celebrazione eucaristica ed alla meditazione, c’è stato anche un incontro con le persone nelle ore che seguivano lo spazio religioso. Credo che in quella mezza giornata mensile si siano costruite molte cose a livello ecclesiale, perché poi queste persone le ritrovavamo anche in altri momenti della vita ecclesiale. L’ultima cosa di cui ringrazio il Signore, è che si è aperta la scorsa domenica l’instaurazione dell’adorazione perpetua in diocesi: 365 giorni all’anno, per 24 ore al giorno, con 700 adoratori impegnati ed un altro movimento, che si è impegnato in questi mesi con la diocesi, che sta muovendo i primi passi in modo davvero promettente.

D. – Il Papa ha proclamato, per quest’anno, l’Anno della fede. Come riportare la fede tra gli uomini?

R. – L’Anno della fede, a 50 anni dal Concilio Vaticano II e a vent’anni dalla promulgazione del Catechismo nella Chiesa cattolica, è un’opportunità che dobbiamo cogliere attraverso un ascolto profondo dello Spirito Santo. Penso che il punto di partenza di ogni realtà ecclesiale, sia per fedeli e sia per i pastori, sia indubbiamente una fede forte. La fede è una realtà personale, non individuale, e questo Anno della fede credo che debba proprio segnare una novità in tal senso. Nella mia diocesi della Spezia si era discusso un po’ per trovare e creare qualche evento e qualche avvenimento. Tra poco mi recherò a Venezia e vedrò quello che era già stato programmato e deciso. Prima di tutto ascolterò la realtà che incontrerò, però vorrei anche che l’Anno della fede fosse colto ed individuato all’interno di quello che è già il cammino della Chiesa veneziana, all’interno anche del Triveneto, che sta facendo un cammino importante verso Aquileia 2. Proprio lì, durante questi mesi e queste settimane, mi sembra stiano ormai tirando le fila di un cammino biennale. Ho già posto la mia attenzione nel vedere quello che è stato fatto e quello che si sta facendo, proprio per poter entrare in sintonia con il cammino della Chiesa di Venezia.

D. – Quali sono, a questo punto, le sue speranze più profonde?

R. – Le speranze più profonde sono quelle di essere in mezzo alla gente come colui che è mandato per servire la fede. Non essere, quindi, padrone della fede della mia gente quanto piuttosto collaboratore della gioia di queste persone. Penso quindi che la prima cosa che un vescovo deve fare è pregare per la sua Chiesa. Inoltre, lo ripeto, stare in mezzo a loro e, quando si è maturato un discernimento – ascoltando anche gli altri -, vedere “il possibile”. La pastorale vuol dire proprio misurarsi col “possibile” all’interno di una situazione concreta.


Fonte: radiovaticana.org.

Download:
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...