Duomo di Caorle su facebook

sabato 15 ottobre 2011

Tesori d'arte sacra: l'affresco della parete sinistra

In questo appuntamento mensile con i capolavori d'arte sacra del Duomo, continuiamo a scorrere lungo la navata sinistra, fino ad imbatterci nei meravigliosi resti di affresco riportati alla luce molto di recente, appena due anni fa. Infatti le pareti della Cattedrale versavano in condizioni molto critiche, annerite dagli agenti ambientali e a causa dell'umidita, importante durante alcuni periodi dell'anno, specialmente in riva al mare; inoltre a coprire l'affresco vi era il grande dipinto della Natività della Beata Vergine Maria, di cui parleremo certamente più avanti. Durante i lavori di restauro, quindi, staccati tutti i quadri dalla parete, grazie all'opera del restauratore Stefano Bagnariol sono dapprima emersi dai secoli la figura di un volto ed altri frammenti che lasciavano pensare al saio di un frate. Dopo alcuni mesi, al via libera della Sovrintendenza, cominciò il vero e proprio recupero dell'opera, terminato nel maggio dell'anno scorso. Una gran parte dell'affresco è stata perduta; dall'osservazione delle foto più vecchie che ritraggono la navata sinistra del Duomo, risulta infatti che, in corrispondenza della zona dell'affresco, fosse addossato uno dei sette altari laterali, eretti in varie epoche storiche ed abbattuti nel 1925 per finanziare i restauri dell'edificio. Quindi, come era uso nei tempi antichi, tale opera era probabilmente stata coperta con un'altra, tanto che nessuna delle fonti storiche in nostro possesso accennava minimamente alla sua presenza.
Il lavoro minuzioso del restauratore ha permesso di riportare alla luce, oltre ai frammenti tutt'ora visibili del lavoro definitivo, anche i resti del "cartone", ossia delle linee guida, che l'artista ha utilizzato prima di dipingere le figure complete. L'affresco si presenta come un trittico, la successione di tre figure di santi: la prima figura da sinistra, quella che certamente risulta essere la meglio conservata, rappresenta una santa con corona; regge con la mano destra un oggetto a forma tondeggiante, probabilmente una ruota od una macina. Grazie, poi, al cartone sottostante, possiamo evincere che nella mano sinistra reggesse una palma, simbolo iconografico che identifica i martiri. Tutti questi segni sembrano portare alla figura di Santa Caterina d'Alessandria, vissuta tra III e IV secolo in Egitto. Di nobile famiglia, fu data in sposa a Massimino Daia, governatore d'Egitto e Siria, che si proclamò in seguito "Augusto"; di qui, probabilmente, l'uso di dipingere Santa Caterina incoronata, proprio perché sposa di Massimino. Durante i festeggiamenti per il suo matrimonio, in occasione dei quali era previsto il sacrificio di vittime animali agli dei pagani, Caterina invitò il marito a riconoscere Gesù Cristo, rifiutandosi di sacrificare agli idoli. Massimino la condannerà a morte: prima la legò ad una terribile macchina, con due ruote dentate che dovevano dilaniare il corpo del condannato (da cui la rappresentazione della ruota come strumento del suo martirio); ma, uscitane miracolosamente illesa per l'intervento divino, fu decapitata. Santa Caterina era venerata insieme a Santa Margherita d'Antiochia, compatrona di Caorle; per cui è abbastanza plausibile che proprio nella nostra cattedrale vi fosse, almeno in antichità, un altare a lei dedicato.
La seconda figura è ugualmente ben conservata nella quasi totalità, fatta eccezione per il volto, del quale, tuttavia, si riesce a scorgere la folta barba bianca. All'angolo in alto a destra del capo, insieme all'aureola, si intuisce la presenza di un copricapo bianco, molto probabilmente una mitra vescovile, al quale fa da corredo l'altra insegna episcopale, ossia il bastone pastorale. Queste caratteristiche, un vescovo benedicente con la barba bianca, fanno propendere per la figura di San Nicola di Mira (o di Bari), vissuto tra l'anno 250 ed il 326, molto venerato nelle zone costiere, anche venete (si pensi ad esempio alla toponomastica, con San Nicolò del Lido), e del quale la cattedrale conservava (e conserva tutt'ora nel museo) una reliquia.
Infine la terza figura da sinistra è quella deteriorata maggiormente; a guardare i frammenti conservati non si riesce a capire di quale santo si tratti. Ma osservando attentamente il cartone sottostante rimasto, si riesce a vedere, al centro della figura, una mano (molto stilizzata) nell'atto di afferrare la veste, come per scostarla. Basta questo elemento per inferire l'identità di questa figura in San Rocco confessore, nato a Montpellier tra il 1345 ed il 1350 e morto a Voghera tra il 1376 ed il 1379. Egli infatti, contagiato dalla peste mentre curava i suoi amati malati, si ritirò in una grotta, per non essere di peso, mentre un cane randagio gli portava di tanto in tanto qualche tozzo di pane, cosa che gli permetteva di non morire di fame. Guarì miracolosamente, ed è quindi rappresentato nell'atto di mostrare la piaga che aveva sulla gamba.
Le tre figure si stagliano su uno sfondo blu-verde, molto intenso e caratteristico degli affreschi di scuola giottesca, come pure anche la cornice, di cui si scorge un frammento in alto a destra, formata da esagoni racchiusi in stelle a sei punte. Anche i lineamenti gentili del volto di santa Caterina, l'unico pervenuto fino ai nostri giorni, confermano l'affiliazione con quello stile molto diffuso a partire dal Trecento in Italia, anche in Veneto (si pensi alla cappella degli Scrovegni, con gli affreschi realizzati da Giotto, a Padova). Il restauratore ha individuato la probabile datazione dell'opera intorno alla fine del XIV secolo - inizio del XV secolo (fine 1300 inizio 1400); poiché la devozione a san Rocco si diffuse in tutto il nord Italia fin da immediatamente dopo la sua morte (e Caorle lo adottò come suo compatrono) possiamo, in base a questi dati, afferire che si tratti di una delle prime rappresentazioni di San Rocco almeno in Veneto, ma forse in tutto il mondo.

mercoledì 12 ottobre 2011

La menzogna dei contraccettivi anti-HIV

A parlare è la scienza: l'utilizzo dei contraccettivi ormonali, secondo uno studio condotto in Africa, va nella direzione di aumentare il rischio di contagio dell'AIDS, addirittura raddoppiandolo rispetto al loro non utilizzo. La notizia sta facendo il giro del mondo, soprattutto grazie ad internet, ma non stupisce che né giornali né telegiornali vi abbiano dato peso. Questi mezzi di informazione preferiscono dare voce a coloro che criticano il papa quando parla contro i preservativi; tornano infatti alla mente le levate di scudi, in occasione delle dichiarazioni del Santo Padre Benedetto XVI durante il suo viaggio in Africa nel 2009: Belgio, Francia, Germania e la solita Unione Europea non mancarono di rimarcare, indignandosi all'indirizzo del pontefice, che l'"uso corretto" dei contraccettivi è uno degli elementi essenziali nella lotta contro l'Aids. Alla luce dei risultati di questo recente studio, che ha ben spiegato Riccardo Cascioli su La Bussola Quotidiana, e di altri precedenti sembrerebbe quanto meno che i rappresentati di queste Nazioni e della UE abbiano parlato senza cognizione di causa. Ancora una volta la scienza viene in sostegno delle tesi cattoliche, confermando in pieno le parole che il nostro papa aveva ribadito parlando dell'epidemia dell'AIDS: «E' una tragedia che non si può superare solo con i soldi, non si può superare con la distribuzione di preservativi, che anzi aumentano i problemi». Purtroppo, però, oggi, approfittando della diffusa ignoranza delle grandi masse sui risultati scientifici, viene dipinta alla gente una scienza anti-cattolica, che non ha alcun rapporto con la fede anzi, la contrasta in ogni cosa. La vera scienza, risultati alla mano, sembra invece dar sempre più ragione al papa e al Catechismo, e sembra non essere per nulla anti-cattolica. E questo dà fastidio, perché i risultati scientifici non possono essere piegati per far dire loro quello che si vuole, assecondando il regime di pensiero laicista in cui ci troviamo. Allora, per evitare la formazione di una coscienza critica nel popolo, si preferisce tacere e far tacere i mezzi di informazione; un'ulteriore prova che la libertà di pensiero, in Italia, è violata non nel senso inteso dagli autori dei ben noti sondaggi demagogici, ma in senso esattamente contrario. Propongo quindi alla lettura l'articolo apparso oggi su La Bussola di Riccardo Cascioli.

Così l'Onu diffonde l'Aids in Africa
Di Riccardo Cascioli

Uno studio condotto in Africa e pubblicato sulla rivista scientifica britannica The Lancet mostra che l’uso di contraccettivi ormonali – soprattutto quelli iniettabili – può raddoppiare il rischio di contrarre il virus Hiv. Questa la notizia rilanciata alcuni giorni fa dalle agenzie, ma che poco spazio ha ottenuto su giornali e tv. E sembrerebbe strano, visto che periodicamente esplodono polemiche sul divieto della Chiesa all'uso del preservativo, per le presunte conseguenze che avrebbe sulla diffusione dell’Aids. Con la differenza che se quelle sul preservativo sono accuse ideologiche e smentite dai fatti, diverso è il caso della ricerca appena pubblicata: si tratta di uno studio su 3.790 coppie eterosessuali, in cui un solo partner è infetto da Hiv; le coppie scelte provengono da sette paesi africani ad alta densità di infezioni Hiv: Botswana, Kenya, Ruanda, Sudafrica, Tanzania, Uganda e Zimbabwe. Le donne che usano contraccettivi ormonali – pillole e iniettabili – registrano il doppio delle probabilità di rimanere infette, ma quasi il totale delle infezioni è dovuto ai contraccettivi iniettabili. Dato confermato dal fatto che tra le donne che erano sieropositive all’inizio dello studio, quelle che usavano contraccettivi iniettabili hanno trasmesso il virus al loro partner maschile in numero doppio rispetto alle altre.

Sembra dunque strano che la notizia non abbia guadagnato le prime pagine dei giornali, come avrebbe meritato se la salute degli africani – e non solo – fosse davvero al cuore dell’interesse di giornalisti, politici ed esperti vari. Anche perché parliamo di numeri ben rilevanti: nel mondo ci sono 140 milioni di donne che usano contraccettivi ormonali, e dei 16 milioni di donne che nell’Africa subsahariana hanno contratto il virus Hiv una larga parte fa uso degli stessi contraccettivi. La scoperta, se confermata, significa dunque che ci sono svariati milioni di persone nei paesi poveri che hanno contratto l’Aids a causa della diffusione di questi contraccettivi.

Ed è qui che viene la parte più interessante - ma sarebbe meglio dire tragica - della questione. Perché la diffusione di questi contraccettivi non nasce dalla “libera” decisione delle donne per quanto male informate, ma dall’imposizione delle organizzazioni internazionali che a partire dagli anni ’60 e ’70 hanno promosso e finanziato durissime campagne di controllo delle nascite nei paesi in via di sviluppo. Parliamo in particolare del Fondo Onu per la Popolazione (UNFPA), l’Agenzia governativa americana per gli aiuti allo sviluppo (USAID), e organizzazioni non governative come l’International Planned Parenthood Federation (IPPF) e il Population Council.

E infatti il nome commerciale del contraccettivo iniettabile ora sotto accusa è Depo Provera, un nome che è sinonimo di uno scandalo internazionale che continua purtroppo a perpetuarsi nel silenzio generale.

Il Depo Provera è una iniezione intramuscolare di progesterone che inibisce l’ovulazione per tre mesi. Basta quindi una iniezione ogni tre mesi per prevenire le gravidanze, con una affidabilità del 98%. Da subito è stata adottata dal potente movimento per il controllo della popolazione, che dagli anni ’50 finanziava ricerche su contraccettivi iniettabili o impiantabili. La difficoltà maggiore nel realizzare un efficace controllo delle nascite nei Paesi del Terzo Mondo è infatti apparsa fin da subito la volontà e la capacità delle donne e delle coppie di mantenere nel tempo l’impegno all’uso dei contraccettivi. Profilattici e pillole sono infatti affidati completamente ai singoli, che quindi possono decidere di non usarli o semplicemente possono dimenticarselo. L’iniezione e l’impianto sottocutaneo permettono di aggirare questo ostacolo, semplificando la procedura e affidando al medico il controllo della fertilità. Un secondo importante vantaggio del Depo Provera – ovviamente dal punto di vista delle agenzie internazionali – stava nella maggiore accettabilità da parte delle popolazioni del Terzo mondo. In molte regioni povere, infatti, esiste quella che è stata definita una “mistica dell’iniezione”, vale a dire l’iniezione è associata con la medicina moderna, efficace e sicura.

Fin dall’origine dunque, nella sua concezione, il contraccettivo iniettabile è associato a coercizione e violenza. Non stupisce quindi che il Depo Provera sia stato testato e commercializzato (dalla casa farmaceutica americana Upjohn, oggi Pfizer) pur sapendo che aveva gravi effetti collaterali. Non solo, una ricerca presentata nel marzo 2010 dal professor Thomas W. Volscho della City University di New York, dimostra che la sostanza è stata testata per anni su migliaia di donne di colore, usate come cavie sia negli Stati Uniti sia in Africa, inconsapevoli di cosa stessero assumendo. Non solo nei test, anche nell’uso emerge il carattere “razzista” del Depo Provera: ancora la ricerca del professor Volscho, svolta sull’uso negli Stati Uniti, dimostra come sia in modo sproporzionato diffuso tra le donne afro-americane e indo-americane.

Ancora: proprio a causa dei gravi effetti collaterali - emorragie vaginali, aumento di peso, potenziale rischi di cancro al collo dell’utero – per oltre 30 anni (i test sono iniziati nel 1967) la Upjohn si è vista rifiutare l’approvazione dalla Federal and Drug Administration (FDA), l’agenzia federale americana per i farmaci, arrivata nel 1992 anche per le forti pressioni politiche. La legge prevede che un farmaco che non riceve l’approvazione della FDA non possa – da compagnie americane – essere distribuito all’estero, ma la Upjohn aggirò il divieto producendo il Depo Provera in Belgio e Canada, dove invece il farmaco era stato registrato e approvato come contraccettivo. E prima ancora che fosse approvato negli Stati Uniti, il Depo Provera era già stato distribuito nei Paesi poveri, soprattutto in Africa, in diverse milioni di dosi.

Dal 1994 al 2000 poi, gli anni dell’amministrazione Clinton, USAID ha distribuito nel Terzo Mondo qualcosa come 42 milioni di dosi, per un costo complessivo di oltre 40 milioni di dollari. E negli stessi anni, l’UNFPA ha fatto ancora peggio distribuendo – sempre nei Paesi poveri - 20 milioni di dosi l’anno.

I problemi provocati dal Depo Provera sono tali che ci sono diverse organizzazioni femministe che hanno lanciato campagne per fermarne la diffusione. Ma invano, troppo forti i poteri che la vogliono. Basti pensare che la ricerca ora pubblicata dal Lancet è già stata preceduta da diversi studi che lanciavano un analogo allarme. Già nel 1996, ad esempio, uno studio condotto dall’Aaron Diamond AIDS Research Center di New York sulle scimmie aveva messo in evidenza come il progesterone aumentasse il tasso di infezioni da Hiv, dovuto all’effetto riducente che ha sui tessuti vaginali rendendoli quindi più soggetti ad abrasioni e infezioni durante i rapporti sessuali. Nel 2004 un altro importante studio del National Institute of Child Health and Human Development, finanziato da USAID, rivela che le donne che usano il Depo Provera aumentano di 3 volte il rischio di malattie sessualmente trasmissibili, come gonorrea e clamidia. Ovvia la connessione con l'infezione da Hiv, ma ciò non basta a cambiare la politica di USAID, malgrado la ferma protesta di diverse organizzazioni femministe.

Non solo, nel luglio 2005 interviene sull’argomento anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità che, in un comunicato congiunto con un consorzio di agenzie dell’Onu che comprende UNFPA, UNDP (Programma per lo Sviluppo) e Banca Mondiale, giudica non rilevanti le conclusioni della ricerca del 2004 e quindi non ritiene necessaria alcuna restrizione nell’uso del Depo Provera.

Questi precedenti e il sostanziale silenzio che ha accolto la nuova ricerca pubblicata dal Lancet lasciano prevedere che nulla si muoverà anche ora per porre fine a questo scandalo. E il Depo Provera continuerà a provocare la diffusione dell’Aids e la morte di milioni di poveri in Africa, per mano degli stessi che poi hanno il coraggio di puntare il dito contro il Papa e la Chiesa sulla questione dei profilattici.


Fonte: labussolaquotidiana.it.

martedì 11 ottobre 2011

Catechesi sull'Ave Maria

In questo mese di ottobre, dedicato al Santo Rosario, voglio citare le stupende parole di una predica pronunciata da padre Konrad Zu Loewenstein FSSP sulla preghiera dell'Ave Maria. Essa è infatti la preghiera principale del Santo Rosario, ripetuta per dieci volte ad ogni mistero; è la preghiera che forse per prima imparano i bambini, attraverso la quale essi si rivolgono alla Vergine Santa quale mediatrice delle grazie di Dio; è anche una delle preghiere più frequentemente musicate, a partire dal canto gregoriano per finire nel trionfo della polifonia. Consiglio di leggere le parole di padre Konrad mentre si ascolta uno dei brani che propongo in coda a questo articolo: il primo è la versione gregoriana dell'Ave Maria, ed il secondo è una splendida versione di Rachmaninov, dai Vespri, che evoca la liturgia bizantina.

Predica del 2 ottobre 2011 di padre Konrad sul Santo Rosario
Dal blog San Simeon

In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti.
Nell'Enciclica Octobri Mense il Papa Leone XIII afferma che è stata la stessa Regina del Cielo ad annettere una grande efficacia alla Preghiera del Santo Rosario poiché è per ispirazione di Lei che il Rosario è stato istituito e propagato da san Domenico in tempi molto dolorosi per la Chiesa, non tanto dissimili da quelli attuali, quasi strumento di guerra, scrive il Papa, molto adatto a vincere i nemici della fede, nella forma degli eretici Albigesi, e così, continua il Papa, col favore della Vergine Gloriosa debellatrice di tutte le eresie hanno annullato e distrutto le forze degli empi e salvato la fede di tanti.
Un'altra vittoria del Santo Rosario che festeggiamo in questa prima Domenica di ottobre è quella di Lepanto che è successa in risposta alla recita del Santo Rosario da parte dei fedeli di tutta l'Europa e soprattutto di Roma, si racconta come prova dell'intercessione della Madonna, la Sua immagine miracolosamente formata nel fumo dei fucili proprio all'inizio della battaglia, determinante contro l'Islam.

Il Santo Rosario è dunque una preghiera molto potente che, possiamo dire inoltre, conserva la fede, mette il fedele sotto la protezione della Madonna e lo inizia alla meditazione del Volto adorabile di Cristo +.

Per capire meglio la preghiera centrale del Santo Rosario, l'Ave Maria, ci serve di riflettere sul suo significato teologico a cui voglio adesso brevemente accennare:
- Ave Maria gratia plena: la Madonna è piena di grazia di per se stessa e in rapporto agli uomini, è piena di grazia di per se stessa affinché, come dice san Basilio, Ella potesse essere la degna Mediatrice tra Dio e gli uomini, altrimenti come avrebbe potuto essere la scala del Paradiso, l'Avvocata del mondo e la vera Mediatrice degli uomini con Dio; è piena di grazia in rapporto agli uomini nel senso che ha ricevuto tutte le grazie necessarie per salvare tutti gli uomini dall'inizio dei tempi fino alla fine.
- Dominus tecum: questa frase non significa il Signore "sia" con te come il "Dominus vobiscum" della santa Messa, bensì il Signore "è" con te, ossia in virtù della Sua eminente santità, Lei che sola era immune al Peccato sia Originale, sia personale e il modello di ogni virtù.
- Benedicta tu in mulieribus: benedetta in ogni senso e in particolare quanto alla benedizione caratteristica delle donne, soprattutto nella mente del popolo Ebreo, che è la maternità; a causa del Frutto benedetto del Suo Seno che è il Santo stesso, nelle parole dell'Arcangelo Gabriele, o nelle parole di san Paolo: Dio sopra ogni cosa, benedetto.
Per questo ci rivolgiamo a Lei, di nuovo, col titolo "Sancta", Sancta Maria, e aggiungiamo il titolo che esprime la causa e il fondamento della Sua santità Madre di Dio, Mater Dei. Lei è Madre di Dio perché è Madre di Gesù Cristo che è una Persona Divina, una Persona Divina con una natura Divina e una natura umana, Lei è la Sua Madre nel senso che ha dato a Lui tutto ciò che ogni madre dà a suo figlio, ma ancora di più perché tutta la natura umana del Signore viene dalla Sua Beatissima Madre e niente da un padre umano.
- Ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae: prega per noi peccatori adesso, e quando questo adesso sarà l'ora della nostra morte, quando forse non saremo più coscienti e non potremo più rivolgere a Lei la nostra Preghiera, quando forse saremo soli, dimenticati, abbandonati, avremo solo Lei da pregare nella nostra misera anima come abbiamo chiesto con tanto desiderio per tutta la nostra vita, e quando forse questa Sua preghiera materna sarà l'elemento determinante che ci assicurerà il Cielo piuttosto dell'inferno.

Prega per noi peccatori, o Madre di Dio, così vicina a Lui che venite descritta come la Donna vestita di Sole, brillando sul mondo come una Stella, o come un cristallo soffuso e interamente illuminato dalla luce del Sole, e se fosse possibile aumentando anche la Sua ineffabile bellezza.
Radiante nel firmamento del Cielo, anzi "creando" un Cielo a parte e al di sopra di tutte le altre cose che siano create. Rifulge al di sopra di questo mondo caduto e dolorante dove gli uomini peccano e si rattristano nei loro peccati e sospirano nelle tenebre verso la Vostra luce che è la Luce di Dio.
Al di sopra di questo mondo, ma conoscendolo intimamente e conoscendo intimamente ogni uomo, e amandolo con un Cuore Materno.
Prega per noi, o Madre di Dio! Siete la nostra tenerissima Madre dunque, affinché noi che abbiamo contemplato con Voi il Volto adorabile del Vostro Figlio, nella Preghiera, possiamo alla fine dei nostri giorni elevarci tramite Voi al Cielo, per adorarLo con Voi e tutti gli Angeli e i Santi in gloria, per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

In nomine Patri, et Filii, et Spiritus Sancti.
Sia lodato Gesù Cristo.


Fonte: sansimonpiccolo.blogspot.com.



sabato 8 ottobre 2011

Eutanasia: l'opinione di un agnostico

Quando oggi ci si trova a dover discutere di temi etici, specialmente quelli che la Chiesa riconosce come "Valori non negoziabili", si finisce per avere una visione molto schematica, vale a dire la Chiesa con il suo "no" da una parte e il "mondo laico" dall'altra. Questo articolo, apparso sul sito uccronline lo scorso 5 ottobre, mostra come questa suddivisione non corrisponde necessariamente alla verità; si tratta di un'intervista, riportata dal settimanale Tempi, all'oncologo Lucien Israel, agnostico, a proposito dell'eutanasia. E' vero che la Chiesa è fortemente contraria, ma questo articolo mostra come l'opposizione all'eutanasia possa avere anche origini, per così dire, laiche, fondando le sue ragioni su quello che papa Benedetto chiama il "diritto naturale". Questo per convincere anche i più strenui oppositori della Chiesa Cattolica, allo scopo di difendere la vita di tutti gli individui (specialmente i più deboli), che quando la Chiesa si pronuncia, su questi temi, non lo fa per oscurantismo, arretratezza intellettuale o per chissà quale recondito interesse lobbistico, ma le sue posizioni sono motivate da forti argomenti scientifici, filosofici ed etici. Ed anche gli atei o i non cristiani possono, in difesa della vita, convergere con i cristiani, ed i cattolici in particolare, su posizioni che sono oggettive e ragionevoli per tutti gli esseri umani.

Ecco perché sono contrario all'eutanasia
Lucien Israel, oncologo

«Ho visto più volte arrivare in ospedale malati in condizioni talmente gravi da sprofondare in uno stato di semi-coma. E quando li tiravamo fuori da questo stato con una rianimazione adeguata mi dicevano: “Quando mi dimette? Vorrei andare qualche giorno in Costa Azzurra per riprendermi”. Se fossi stato autorizzato da un “testamento” scritto ad abbreviare attivamente la loro vita mentre erano in semi-coma avrei commesso un vero e proprio crimine, anche se fossi stato incoraggiato dalla famiglia e dalla legge!». A parlare è Lucien Israel, agnostico luminare francese dell’oncologia, specialista in neurologia e attuale vice-presidente dell’Union nationale inter-universitaire (UNI).

Il settimanale “Tempi” lo ha intervistato due anni fa e in questi giorni ripubblica la bella e significativa discussione. Dice ancora Israel: «I rarissimi malati che, spontaneamente, mi hanno chiesto di aiutarli a morire se le cose si fossero complicate non hanno rinnovato la loro richiesta nel momento in cui questa poteva essere soddisfatta. Altro che autodeterminazione: per me, l’eutanasia è una richiesta che proviene dalle persone sane che vogliono disfarsi di una malato grave o in fase terminale». A consolidare la sua posizione ha contribuito un episodio accadutogli qualche anno fa: un paziente con cancro allo stomaco gli ha chiesto l’eutanasia. Lui ha risposto: «Ascolti, mi dispiace ma io non faccio assolutamente questo, noi siamo qui per curarvi”. Mi ha replicato: “Lei è un vigliacco”. “Forse è così”, ho ribattuto, “ma qui l’eutanasia non è mai stata fatta, siamo a vostra disposizione per farvi vivere”». A causa dell’insistenza del paziente, Israel gli ha portato una boccetta con un liquido dicendogli: «Ecco, se proprio vuole prenda questa». Lui mi ha guardato con aria dubbiosa: «È soltanto dell’acqua, vero?». «Forse», gli ho risposto. «Per scoprirlo dovrà usarla». Pochi giorni dopo il malato è morto ma la boccetta contenente della semplice acqua era intatta sul comodino: «si era convinto ad affrontare la malattia. Ma il caso di malati che mi hanno chiesto di aiutarli a morire è rarissimo. Un medico non può uccidere un suo simile. Fa ciò che è necessario per dare sollievo ai suoi dolori fisici e alle sue difficoltà psicologiche attraverso le cure, la gentilezza e tutto ciò che gli fa percepire che c’è qualcuno intorno a lui che si occupa di lui».

Israel è consapevole che la tentazione dell’eutanasia è presente anche fra i medici: «Quei medici che approvano l’eutanasia lo fanno perché non possono sopportare un essere che soffre e si dicono: “Che muoia domani o che muoia fra sei settimane non ha nessuna importanza, io preferisco finirla adesso”. Non si può offrire questa immagine del medico agli studenti di medicina, o la medicina diventerà qualcosa di terrible. È assolutamente indispensabile manifestare il rispetto totale della vita umana, anche perché attualmente siamo in grado di placare tutte le manifestazioni dolorose, e di conseguenza gli esseri di cui ci occupiamo non soffrono insopportabilmente. Nella misura in cui ci occupiamo dei pazienti in questo modo, non ci chiedono l’eutanasia». Conferma dunque quello che tanti disabili gravi dicono: chi si sente amato non vuole mai uccidersi. Più volte nelle interviste, continua il settimanale, l’oncologo ha affermato che in Francia vive un certo numero di olandesi anziani che si sono trasferiti per paura di essere sottoposti all’eutanasia se fossero restati nel loro paese: «In Olanda un medico ha il diritto di praticare l’eutanasia, può farlo in molte circostanze, basta che il malato manifesti distacco dalla vita e che lui non abbia fiducia nell’esito positivo del trattamento o in un miglioramento della qualità della vita del paziente. E questo medico si considera utile alla società, perché dice a se stesso: “Io uccido le persone, ma è solo per non farle soffrire”. Ripeto: oggi è possibile placare tutte le sofferenze, non c’è nessuna ragione di invocare l’eutanasia per questa ragione. Si priva di ogni dignità la professione medica se si accetta il principio che un medico ha il diritto di uccidere qualcuno».

Infine, confutando che l’opposizione all’eutanasia nasca da motivazioni esclusivamente cristiane o religiose, afferma: «Anche al di fuori di una qualunque ottica spirituale, un medico non è autorizzato a togliere la vita a qualcuno. Per quel che mi riguarda, la mia posizione non dipende da considerazioni religiose: un medico, chiunque egli sia, agnostico o credente, non deve riconoscersi il diritto di togliere la vita a qualcuno, quando in realtà è in grado di alleviare le sue sofferenze».


Fonte: uccronline.it.

giovedì 6 ottobre 2011

L'Europa combatte la vita

Questo è il titolo dell'articolo di apertura dell'ultimo opuscolo dell'associazione Voglio Vivere, associazione cristiana in difesa della vita. E non sembra nemmeno un titolo troppo duro, se analizziamo i fatti di cronaca che si sono verificati nei mesi scorsi; certo, non possiamo pretendere che ne abbiano parlato i giornali e i telegiornali, avendo altro di meglio da fare, come ad esempio riempirci la testa delle presunte abitudini trasgressive dei nostri governanti. Quello di cui sto parlando è la coraggiosa presa di posizione del governo ungherese nei confronti dell'Unione Europea, un atteggiamento che, secondo il mio personale parere, servirebbe da esempio anche per i nostri politici, spesso troppo sudditi di quel che si decide sopra le loro teste. Il 30 giugno scorso, infatti, il premier ungherese Viktor Orban, nel congedarsi dalla presidenza di turno della Commissione europea, non ha fatto inchini troppo pronunciati, ma ha detto chiaramente: "Difenderò sempre l'Ungheria dai rilievi e dalle critiche, di Bruxelles o altrui. [...] Nessun paese, nessun governo ha il diritto di dire quale debba essere la costituzione ungherese, spetta al popolo ungherese decidere. [...] Non potete dirci quel che dobbiamo dire". Che cosa giustifica una tale uscita da parte di un uomo politico e nei confronti di un'istituzione così ossequiata come quella di Bruxelles? E' da sapere che, lo scorso aprile, è entrata in vigore la nuova costituzione ungherese, approvata dal governo Orban con una maggioranza dei due terzi del parlamento; la Commissione di Venezia, un organo istituito dall'Unione europea, ha duramente criticato il testo, giudicandolo gravemente contrario ai diritti fondamentali, ed adducendo l'ulteriore motivazione che tale costituzione renderebbe troppo potente l'attuale capo del governo, poiché avrebbe stabilito che una futura riforma dell'attuale testo possa avvenire soltanto con un'altra maggioranza dei due terzi del parlamento. Quest'ultima obiezione lascia un po' il tempo che trova e noi italiani dovremmo saperlo bene, dato che anche nel nostro Paese le modifiche della Carta Costituzionale necessitano di una tale maggioranza del parlamento; eppure non mi pare di ricordare alcun pronunciamento dell'UE, né tantomeno di questa Commissione di Venezia (malgrado la vicinanza alla città lagunare), che criticasse questo sistema come antidemocratico. La vera ragione delle critiche alla costituzione ungherese, quindi, deve essere di natura diversa; ed andando a leggere la cronaca (devo dire dopo averla trovata con una certa difficoltà), si viene a sapere che le parti più contestate della costituzione in questione sono il preambolo ed i suoi primi articoli. All'inizio si legge:

«Noi siamo orgogliosi del fatto che mille anni fa il nostro re, Santo Stefano (Santo Stefano d'Ungheria, vissuto nell'XI secolo, ndr), ha fondato lo stato ungherese su solide fondamenta, e reso il nostro paese parte dell'Europa cristiana. [...] Riconosciamo il ruolo che il cristianesimo ha svolto nella conservazione della nostra nazione».

E gli articoli successivi sono i seguenti:

«La vita del feto sarà protetta dal momento del concepimento. [...] L'Ungheria proteggerà l'istituzione del matrimonio inteso come l'unione coniugale di un uomo e di una donna».

Dopo aver letto le "righe incriminate" il concetto sembra dunque essere più chiaro; già il preambolo aveva infatti indisposto le democratiche gerarchie europee, inserendo nella costituzione di uno stato membro quegli stessi richiami, anche decisi come abbiamo letto, a quelle radici cristiane che il parlamento di Strasburgo aveva rifiutato per principi di laicità. Ma ciò che ha decisamente colmato la misura è la dichiarazione che lo stato ungherese intende garantire i diritti dei nascituri fin dal concepimento; una cosa inaccettabile per una istituzione, l'UE, che l'8 marzo scorso ha richiamato gli Stati membri a garantire il cosiddetto "diritto all'aborto". Leggiamo infatti, all'articolo 25 della Risoluzione sulla riduzione delle disuguaglianze sanitarie della UE, approvata dal parlamento europeo, che "l'UE e gli Stati membri devono garantire alle donne un accesso agevole ai metodi contraccettivi il diritto all'aborto sicuro", e, nell'articolo 53, che " l'UE e gli Stati membri devono sostenere la società civile e le organizzazioni delle donne che promuovono i diritti umani delle donne, compresi i loro diritti sessuali e riproduttivi, il diritto ad uno stile di vita sano e il diritto al lavoro, al fine di garantire che le donne abbiano voce in capitolo nelle questioni inerenti alle politiche sanitarie nazionali ed europee". Come si evince da questi estratti, i diritti degli embrioni e dei feti vanno inevitabilmente a contrastare il diritto delle donne ad avere uno stile di vita sano: la gravidanza, care donne, è una malattia, lo dice il parlamento europeo. I diritti dei figli contrastano i "diritti sessuali" delle donne; e poi, diciamocelo, se la donna viene licenziata perché incinta è colpa del figlio che porta in grembo, non certo dei mascalzoni che la licenziano: o almeno così si capisce dalla risoluzione, quando tira fuori, a favore dell'aborto, il "diritto al lavoro" delle donne. Sarcasmo a parte, sono evidenti le ragioni per le quali la costituzione dello stato ungherese è stata considerata inaccettabile dalla UE. Non parliamo, infine, del matrimonio fondato sull'unione tra uomo e donna, considerato ormai uno schiaffo inaccettabile dalle associazioni omosessualiste.
Alla luce di questi fatti c'è da augurarsi che tutti gli stati abbiano il coraggio e dimostrino l'onore che ha dimostrato il governo ungherese, nella persona del suo primo ministro, nel rigettare e rispedire al mittente le critiche dell'UE; critiche e modi di pensare che, a ben guardare lo scenario mondiale, stanno fortunatamente per diventare fuori moda. Negli Stati Uniti d'America la Camera dei deputati di Washington ha accolto la proposta di legge denominata "The Protect Life Act", che riforma parzialmente la riforma sanitaria del 2010 con il chiaro riconoscimento, ai medici, del diritto all'obiezione di coscienza, e la negazione, se non in casi specifici, dell'uso di fondi pubblici per finanziare le pratiche abortive. Inoltre, alla Camera federale, è stato proposto ed approvato un emendamento con il quale vengono bloccati i fondi al Planned Parenthood, il programma che promuove politiche abortive e attraverso il quale si controlla la rete delle cliniche in cui si effettuano le interruzioni di gravidanza.
Naturalmente notizie come queste faticano a prendere il largo sulla stampa europea ed italiana in particolare. Spesso si sente dire che l'informazione in Italia è a livelli di libertà simili a quelli degli stati dittatoriali, e che i diritti umani in Italia sono addirittura meno garantiti che in Cina; a vedere la scarsa diffusione di queste notizie sembrerebbe proprio così, ma non nel senso che intendono coloro che propongono questi fantomatici sondaggi, per i quali libertà significa anarchia e i diritti umani sono i diritti di tutti tranne che dei più deboli, quali embrioni e malati terminali.

martedì 4 ottobre 2011

Nuovo e vecchio rito secondo mons Pozzo

Il sito internet Gloria.tv ha raccolto un'intervista da mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei (il cui presidente è il prefetto per la Congregazione per la Dottrina della Fede), nella quale affronta nuovamente la tematica del perché ammettere la celebrazione della Santa Messa in rito antico. Il pretesto è stato il commento sul recente "preambolo" che la Congregazione ha offerto alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (meglio noti al grande pubblico come "i lefebvriani"), testo che i vertici della fraternità stanno tutt'ora esaminando per dare una risposta. Ma, al di là delle vicende che coinvolgono la FSSPX, trovo molto interessanti alcuni passaggi dell'intervista in cui mons. Pozzo parla dell'attuazione della riforma liturgica negli anni '60, di come essa si sia discostata dal modello previsto dai documenti e del perché la celebrazione della Santa Messa nel rito antico possa servire a tutti i fedeli cattolici (non solo, quindi, ai seguaci di mons. Lefebvre) per riscoprire caratteri che sono sì presenti anche nel rito nuovo, ma che in quello antico hanno una "evidenziazione maggiore". Leggiamo, dunque, le parole del segretario mons. Pozzo in questa trascrizione dell'intervista tratta dal blog Messa in Latino:

- Monsignore, lei ha partecipato al dialogo con la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Che impressione personale ha avuto di queste riunioni? A che punto siamo? Crede che arriveremo presto a una riconciliazione?

La mia impressione è sostanzialmente positiva per quanto riguarda la cordialità con cui il dialogo, il colloquio, si è svolto e debbo dire che è sempre stato un dialogo molto franco, sincero, e a tratti anche vivace, come era anche comprensibile, data la problematica e la tematica in discussione. Penso che siamo arrivati ad un punto decisivo anche se non certamente conclusivo di questo cammino, che è servito a chiarire ampiamente e in modo approfondito le posizioni rispettive nella Fraternità San Pio X e degli esperti della Congregazione per la Dottrina della Fede; ora si tratta appunto di passare ad un piano più valutativo, ad un livello valutativo dei punti controversi, per verificare la possibilità concreta di giungere al superamento delle difficoltà dottrinali e dei problemi dottrinali che si sono affrontati.

-Esiste un modus procedendi nel caso che il Preambolo dottrinale non fosse firmato?

In questo momento il testo del Preambolo dottrinale è stato consegnato a Monsignor Fellay, ai superiori della Fraternità, perché essi possano esaminarlo e dare una risposta, che noi auspichiamo nella sostanza favorevole, positiva, affermativa. C'è sempre la possibilità di chiedere alcune precisazioni, alcuni chiarimenti che da parte nostra verranno certamente dati entro tempi ragionevoli. Porre il problema di quello che succederà qualora le difficoltà dovessero essere considerate gravi, insormontabili, mi pare che sia fuori luogo. In questo momento non ci si pone questo problema.

-La Fraternità non è nata dal nulla ma come risposta a una gravissima crisi ecclesiastica soprattutto in paesi come la Germania, la Francia o la Svizzera. Questa crisi persiste. Crede che dopo un accordo fatto a Roma, la Fraternità possa coabitare in questi paesi sotto il tetto della Chiesa istituzionale?

Io risponderei semplicemente che chi è veramente e pienamente cattolico, può abitare pienamente e debitamente nella Chiesa cattolica, dovunque la Chiesa cattolica esiste e si sviluppa. Non è solo un'affermazione di principio, è un'affermazione esistenziale che corrisponde alla realtà della Chiesa cattolica. Questo naturalmente non significa che non ci siano delle difficoltà, anche a motivo della situazione critica in cui si trovano molti cattolici, il mondo cattolico, in questi ed in altri paesi, ma non credo che nella storia non si siano verificati casi analoghi e quindi la risposta è molto semplice: chi è veramente e pienamente cattolico, non solo ha diritto, ma vive bene e si trova bene nella Chiesa cattolica.

-Quali sono le ragioni dell’ostilità di molti ambienti ecclesiastici contro una liturgia che la Chiesa e tantissimi santi hanno celebrato per un periodo così lungo e che è stato lo strumento di un sviluppo spettacolare della Chiesa?

E' una domanda complessa perché credo che ci siano molti fattori che intervengono per comprendere questo pregiudizio così ancora diffuso contro la liturgia della forma straordinaria del Rito Antico. E' da tener presente che per molti anni non è stata offerta una formazione liturgica veramente adeguata e completa nella Chiesa cattolica. Si è voluto introdurre il principio di una rottura, di un allontanamento, un distacco radicale tra la riforma liturgica proposta, instaurata, promulgata, da Papa Paolo VI e la liturgia tradizionale. In realtà le cose stanno diversamente, perché è chiaro che c'è una continuità sostanziale nella liturgia, nella storia della liturgia; c'è crescita, progresso, rinnovamento, ma non rottura, non discontinuità, e quindi questi pregiudizi influiscono in misura determinante nella forma mentis delle persone, degli ecclesiastici e anche dei fedeli. Occorre superare questo pregiudizio, occorre dare una formazione liturgica completa, autentica, e vedere come, appunto, una cosa sono i libri liturgici della riforma voluta da Paolo VI, altra cosa sono le forme di attuazione che in tante parti del mondo cattolico si sono verificate nella prassi, e che sono autentici abusi della stessa riforma liturgica di Paolo VI e contengono anche errori dottrinali che devono essere corretti e respinti. E' questo che il Santo Padre Benedetto XVI, in un discorso all'Ateneo Anselmiano, recentemente, nella tarda primavera di quest'anno, ha voluto ancora una volta ribadire. Una cosa sono i libri liturgici della riforma, altra sono le forme concrete di attuazione che, purtroppo, in tante parti si sono diffuse e che non sono coerenti con i principi che erano stati fissati ed esplicitati dalla stessa Costituzione del Concilio Vaticano II "Sacrosantum Concilium", sulla divina liturgia.

-Il Preambolo confidenziale fu consegnato a Mgr Fellay il 14 di settembre. Un giorno dopo, Andrea Tornielli era già informato. Come mai le informazioni confidenziali del Vaticano passano così velocemente alla stampa?

L'abilità dei giornalisti è molto nota, è un'abilità di intercettare le notizie che veramente è ammirevole sotto un certo profilo ma direi che in questo caso i giornalisti, non solo il giornalista Tornielli ma anche altri, il giorno dopo hanno ripreso sostanzialmente il comunicato stampa che già informava di alcuni elementi essenziali del Preambolo Dottrinale e quindi direi che i contenuti profondi del Preambolo, nei loro particolari, non sono noti, almeno finora non sono stati resi noti, e i giornalisti non ne hanno parlato, non hanno descritto nei particolari lo svolgimento e l'elaborazione del Preambolo Dottrinale; quindi la riservatezza sostanzialmente in questo caso credo sia stata mantenuta. Spero che lo sarà anche in seguito.

-Lei, prima di far parte di Ecclesia Dei, ha avuto delle esperienze personali con la messa latina? Come ha vissuto i cambiamenti liturgici negli anni sessanta?

Le domande sono due e alla prima rispondo che, prima del motu proprio Summorum Pontificum del 2007, io non ho avuto nessun contatto con la celebrazione della messa nel rito antico e ho cominciato a celebrare la messa nel rito della forma straordinaria proprio con il motu proprio Summorum Pontificum, che ha dato facoltà perché questa messa possa essere celebrata in questa forma.
Come ho vissuto negli anni sessanta, negli anni settanta i cambiamenti? Ecco, devo dire che, come conformemente al mio modo di essere stato formato e preparato dai miei educatori nel Seminario, e soprattutto anche alla Pontificia Università Gregoriana dai miei maestri di teologia, ho sempre cercato di capire quello che il Magistero proponeva attraverso la lettura dei suoi testi, non attraverso quello che teologi o una certa pubblicistica cattolica attribuiva al Magistero stesso. Quindi io non ho mai avuto problemi nell'accettare la messa nella riforma liturgica di Paolo VI, ma subito mi sono reso conto che, a motivo di questo grande disordine che si è introdotto nella Chiesa dopo il 1968, molto spesso la messa di Paolo VI era stata deformata e veniva celebrata assolutamente in modo contrario alle intenzioni profonde del legislatore, cioè del Sommo Pontefice; quindi questo disordine, questo crollo della liturgia di cui ha parlato l'allora Cardinale Ratzinger in alcuni suoi libri e in alcune sue pubblicazioni di liturgia, io anche l'ho sperimentato abbastanza direttamente e ho sempre voluto tener separate le due cose: una cosa sono i riti, i testi del messale, altra cosa è il modo in cui viene celebrata, o veniva celebrata la liturgia in tante circostanze e in tanti luoghi, soprattutto sulla base di questo principio della creatività, una creatività selvaggia che nulla ha a che fare con lo Spirito Santo anzi, direi, è esattamente il contrario di quanto lo Spirito Santo vuole.

-Perché vale la pena promuovere la messa latina?

E' perché nella messa del rito antico sono esplicitati, evidenziati, certi valori, certi aspetti fondamentali della liturgia, che meritano di essere mantenuti e non parlo soltanto della lingua latina o del canto gregoriano, parlo del senso del mistero, del sacro, il senso del sacrificio, della messa come sacrificio, la presenza reale e sostanziale di Cristo nell'Eucaristia, e del fatto che ci sono dei grandi momenti di raccoglimento interiore, come partecipazione interiore alla divina liturgia. Ecco, sono tutti elementi fondamentali che nella messa del rito antico sono particolarmente evidenziati. Non dico che nella messa della riforma di Paolo VI non esistono questi elementi, ma parlo di una evidenziazione maggiore e questo può arricchire anche chi celebra o partecipa alla messa nella forma ordinaria. Nulla vieta di pensare che in un futuro si possa anche giungere ad una riunificazione delle due forme con elementi che si integrano a vicenda, ma questo non è un obiettivo da raggiungere in tempi brevi, soprattutto da raggiungere con una decisione presa a tavolino, ma richiede una maturazione di tutto il popolo cristiano a comprendere entrambe le due forme liturgiche del medesimo rito romano.


domenica 2 ottobre 2011

Il cardinale Ranjith sulla liturgia

Riporto, come hanno fatto nei giorni scorsi molti blog cattolici, l'intervento del cardinale Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, arcivescovo di Colombo in Sri Lanka, tenuto all'Assemblea ecclesiale della diocesi di Porto-Santa Rufina il 23 settembre scorso, e disponibile sul sito internet della diocesi. Il testo dell'intervento è, in verità, un po' lungo, ma merita di essere letto interamente; in esso il porporato, già Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, affronta temi molto importanti di cui già più volte abbiamo parlato in questo blog, citando i padri della Chiesa, il Magistero e gli scritti dei pontefici da Pio XII a Benedetto XVI. In queste righe possiamo apprezzare in maniera molto chiara e semplice che la natura della Sacra Liturgia è assolutamente divina; l'uomo, in essa, può e deve contemplare il Mistero del Sacrificio di Gesù Cristo Signore Nostro, ma non ha il potere di modificarla, stravolgerla o plasmarla secondo i suoi gusti personali.

L'Eucaristia è "un affacciarsi del Cielo sulla terra"
Del card Malcom Ranjith

Introduzione

Il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la Lumen Gentium, nomina l’Eucaristia come “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (Lumen Gentium, 11). Inoltre il Decreto sul ministero e la vita dei Presbiteri Presbyterorum Ordinis, dice così: “Infatti, nella Santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini” (Presbyterorum Ordinis, 5). Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce l’Eucaristia “il compendio e la somma della nostra fede” (CCC 1327).

Il ruolo determinante che l’Eucaristia svolge nella vita spirituale della Chiesa è stato riconosciuto sin dai primi momenti della sua esistenza. Proprio il brano scritturistico proposto come base di riflessione oggi, cioè Atti 2, 42-46, indica come la prima comunità dei chiamati celebrava l’Eucaristia: si usa l’espressione “klasei tou artou” – “spezzare il pane” (versetto 42-46) per definire la celebrazione eucaristica.

Ora non è mio compito introdurvi nella storia della teologia eucaristica. Sentirete su questo argomento anche il Prof. Padre Mathias Augè, CMF. Comunque è interessante ascoltare ciò che San Giustino martire scrive sui momenti più significativi della celebrazione eucaristica già al suo tempo. Egli scrive: “Nel giorno chiamato ‘del sole’ ci si raduna tutti insieme, abitanti della città o delle campagne. Si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, finché il tempo lo consente. Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere sia per noi stessi .. sia per tutti gli altri, dovunque si trovino, affinché appresa la verità, meritiamo di essere nei fatti buoni cittadini e fedeli custodi dei precetti e di conseguire la salvezza eterna. Finite le preghiere, ci salutiamo l’un l’altro con un bacio. Poi al preposto dei fratelli vengono portati un pane e una coppa d’acqua e di vino temperato. Egli li prende ed innalza lode e gloria al Padre dell’universo nel nome del Figlio e dello Spirito Santo, e fa un rendimento di grazie (in greco “eucharistein”) per essere stati fatti degni da Lui di questi doni. Quando egli ha terminato le preghiere ed il rendimento di grazie, tutto il popolo presente acclama: ‘Amen’. Dopo che il preposto ha fatto il rendimento di grazie e tutto il popolo ha acclamato, quelli che noi chiamiamo diaconi distribuiscono a ciascuno dei presenti il pane, il vino e l’acqua « eucaristizzati » e ne portano agli assenti” (Apologia 1, 65).

Come a quel tempo, così l’Eucaristia ha continuato ad essere al centro della vita dei discepoli ed ha continuato ad animare la vita ecclesiale lungo tutti i secoli. La Chiesa ha sempre vissuto dell’Eucaristia e per l’Eucaristia crescendo sempre di più nella sua fede e nella comprensione di questo mistero anche, come spiegava il Beato Giovanni Paolo II, attraverso le scelte “dei Concili e dei Sommi Pontefici” (Ecclesia de Eucharistia, 9). Basta pensare alle mirabili pagine dottrinali del Concilio di Trento (Denzinger 877, 883, 884), delle Encicliche Mirae Caritatis di Leone XIII (1902), Mediator Dei di Pio XII (1947) e Mysterium Fidei di Paolo VI (1965).

Questo processo esplicativo della dottrina eucaristica ha continuato il suo cammino fino ad oggi, acquistando una profondità di grande rilievo soprattutto negli insegnamenti del Concilio Vaticano II, specialmente nella sua costituzione dogmatica Lumen Gentium ed il decreto Presbyterorum Ordinis. Papa Giovanni Paolo II attraverso la lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia ha dato una singolare spinta alla dottrina eucaristica ed ora il Papa Benedetto XVI nei suoi numerosi scritti, omelie e soprattutto nell’esortazione apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis ha stimolato nuovi impulsi di approfondimento. Credo che nel pensiero dell’attuale Papa troviamo un senso profondamente mistico dell’Eucaristia ed una visione della stessa Chiesa in chiave veramente eucaristica. I suoi scritti dimostrano ampiamente come egli sia un Papa profondamente eucaristico. Forse, il fatto di essere stato eletto alla Sede di Pietro proprio nell’anno eucaristico 2005 – 2006 ha stimolato questo suo orientamento.

Actio Dei – Actio Christi

Parlando dell’Eucaristia affermiamo prima di tutto che essa è, come la Chiesa ha sempre insistito, Actio Dei – Actio Christi. Difatti il “mistero” della liturgia cristiana, come tale, non prende tanto le sue mosse dalla terra, ossia dalla carne e dal sangue, nel tentativo titanico o disperato degli uomini di raggiungere il Cielo con le proprie forze, imitando la religione dei costruttori della torre di Babele, quanto da Dio stesso che, nei santi misteri celebrati dalla Chiesa, compie il suo piano di salvezza: svela a noi la sua grandezza e ci invita a diventare partecipi delle realtà eterne. Perciò la liturgia è soprattutto opera divina in favore dell’uomo, attuazione qui e ora, attraverso i riti e le preghiere, del disegno di comunione tra Dio e l’uomo realizzato in Cristo Gesù a beneficio di tutte le generazioni umane. I misteri storici di Cristo rivivono nella liturgia, il cui centro è rappresentato dall’Eucaristia, attirandoci a Dio e al prossimo nella realtà dell’amore divino.

In questa luce prende tutto il suo spessore l’esordio della Lettera Apostolica del Papa Benedetto XVI: “Sacramento della Carità, la Santissima Eucaristia è il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l’amore infinito di Dio per ogni uomo … Gesù nel Sacramento Eucaristico continua ad amarci ‘fino alla fine’, fino al dono del suo Corpo e del suo Sangue. Quale stupore deve aver preso il cuore degli Apostoli di fronte ai gesti e alle parole del Signore durante quella Cena! Quale meraviglia deve suscitare anche nel nostro cuore il Mistero eucaristico” (Sacramentum Caritatis, 1).

L’azione Eucaristica dunque non è tanto ciò che facciamo noi, quanto ciò che il Signore realizza in noi: “Cristo ci attira a sé, ci fa uscire da noi stessi per fare di noi tutti una cosa sola in Lui. In questo modo Egli ci inserisce anche nella comunità dei fratelli e la comunione con il Signore è sempre anche comunione con le sorelle e con i fratelli” (Benedetto XVI, Omelia pronunciata a Bari il 29 Maggio 2005 per la conclusione del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale).

In altre parole, ciò che fonda, motiva e sostiene la celebrazione Eucaristica è la volontà divina di donarsi: “Nel Sacramento dell’altare, il Signore viene incontro all’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio (Gen. 1, 27) facendosi suo compagno di viaggio. In questo Sacramento infatti il Signore si fa cibo per l’uomo affamato di verità e di libertà” (Sacramentum Caritatis, 2). Questo è proprio il movimento inverso alla religione dei costruttori della torre di Babele, i quali rappresentano, per così dire, i tentativi dell’uomo di farsi Dio, senza lo spirito di umiltà ed apertura capace di accogliere la discesa di Dio incontro all’uomo, in quella mistica d’amore che lo libera. L’Eucaristia è dunque l’espressione più tangibile di quel movimento discendente di Dio che va incontro all’uomo per stringerlo a sé in comunione mirabile – quel movimento che attraversa l’intera storia della salvezza centrata in Cristo, si prolunga e si perpetua nella celebrazione Eucaristica.

Che cos’è la liturgia della Parola, se non l’azione di Dio che rivela se stesso, la sua identità e la nostra identità in rapporto a Lui? E che cosa è la Liturgia Eucaristica se non l’incessante offerta senza misura del Dono di Cristo, nel sacramento del suo Corpo e Sangue, per attirarci sempre più e meglio nella logica e nella realtà dell’amore che redime dal male e riscatta dalla morte? Non è questo il fascino dell’al di là, della chiamata a cercare le cose di lassù (cf. Col. 3, 1)? Di vedere tutta la nostra vita, le nostre scelte, come parte integrante di quell’abbraccio dell’eterno amore che siamo chiamati a realizzare tramite la celebrazione dell’Eucaristia? La nostra partecipazione a questa Actio Christi è proprio come la partecipazione di Maria nel mistero dell’Incarnazione. Non è stata Lei l’attrice principale di ciò che è avvenuto, ma il Signore stesso. Eppure, senza la sua partecipazione tale processo non avrebbe potuto realizzarsi. La prima iniziativa comunque è sempre di Dio e ciò che spetta a noi è semplicemente di adeguarci a Lui. Anche la stessa ars celebrandi deve riflettere questo senso dell’al di là (cf. Sacramentum Caritatis, 40).

Quale mistico dono di Dio alla Chiesa, l’Eucaristia deve essere sempre accolta e non stravolta, deve essere servita, custodita e fedelmente trasmessa. Lo ricorda il n. 37 dell’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis: “poiché la liturgia Eucaristica è essenzialmente actio Dei che ci coinvolge in Gesù per mezzo dello Spirito, il suo fondamento non è a disposizione del nostro arbitrio e non può subire il ricatto delle mode del momento …. La celebrazione dell’Eucaristia implica, infatti, la Tradizione viva. La Chiesa celebra il sacrificio eucaristico in obbedienza al comando di Cristo, a partire dall’esperienza del Risorto e dall’effusione dello Spirito Santo”.

Dimensione dell’aldilà

L’Eucaristia è il radunarsi escatologico del popolo di Dio. Il Banchetto eucaristico è per noi reale anticipazione del banchetto finale, preannunziato dai profeti (cf. Is. 25, 6-9) e descritto nel Nuovo Testamento come « le nozze dell’Agnello » (Ap. 19, 7-9) da celebrarsi nella gloria della comunione dei Santi” (Sacramentum Caritatis, 31).

La celebrazione Eucaristica non è perciò limitata a chi vi partecipa fisicamente ma si svolge, oltre al piano terrestre della nostra partecipazione, sul piano escatologico e riflette la celebrazione nuziale ed il Banchetto dell’Agnello immolato nella Gerusalemme celeste. Per questo, già ogni celebrazione Eucaristica è fortemente apocalittica ed escatologica, come anche profondamente ecclesiale, cioè coinvolge sia la Chiesa vittoriosa del cielo, che quella sofferente nel Purgatorio come anche la Chiesa militante qui sulla terra. Proprio per questa ragione l’Eucaristia non è sotto il nostro arbitrio. È proprio questa dimensione, soprannaturale e celeste, che rende l’Eucaristia un’esperienza profondamente al di là delle nostre concezioni e del nostro controllo. Non siamo noi i protagonisti principali di ciò che accade.

Sacrificio del Calvario

D’altra parte, ciò che accade nella celebrazione Eucaristica è ciò che Cristo continua a realizzare attraverso noi sui nostri altari: il suo grande atto immolativo e salvifico della croce. Dice Papa Giovanni Paolo II “La Messa rende presente il sacrificio della Croce, non vi si aggiunge e non lo moltiplica” (Ecclesia de Eucharistia, 12), ma ogni Santa Messa è “l’unico e definitivo sacrificio redentore di Cristo che si rende sempre attuale nel tempo” (ibid.). Difatti dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: “il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio” (CCC, 1367).

Diceva San Giovanni Crisostomo: “noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il Sacrificio è sempre uno solo” (Omelie sulla Lettera agli Ebrei, 17, 3; PG 63, 131). L’Eucaristia dunque è il sacrificio del Calvario che si compie ogni volta sui nostri altari e chi lo adempie è Cristo stesso nella persona del sacerdote celebrante. Anzi il sacerdote celebrante viene assunto da Cristo e trasformato in un “alter Christus”.
Per questo il Santo Padre nell’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis dice: “è necessario, pertanto, che i sacerdoti abbiano coscienza che tutto il loro ministero non deve mai mettere in primo piano loro stessi o le loro opinioni, ma Gesù Cristo. Contraddice l’identità sacerdotale ogni tentativo di porre se stessi come protagonisti dell’azione liturgica. Il sacerdote è più che mai servo e deve impegnarsi continuamente ad essere segno che, come strumento docile nelle mani di Cristo, rimanda a Lui” (n. 23).

Tutta la vita liturgica ecclesiale è solamente un’associazione a quel continuo cantico di lode che si rende al Padre per Cristo, Agnello immolato, nello Spirito Santo nella Gerusalemme celeste; non siamo noi i protagonisti principali di tale azione. D’altronde l’Eucaristia è quell’espressione privilegiata, quel sacrificio d’espiazione che piacque a Dio, che Gesù rinnova in noi per la salvezza del mondo. Per questa ragione la vita liturgica è un dono fatto a noi, è data per noi. Non siamo noi i suoi inventori. Allo stesso modo, l’Eucaristia è un dono di Cristo fatto a noi. Per tale motivo ciò che noi realizziamo sull’altare, come si esprime la Mediator Dei, non appartiene tanto a noi, quanto a Cristo perché è “il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra” (Mediator Dei, 20).

La tentazione del protagonismo

Il problema è che noi Vescovi e sacerdoti, in quanto essere umani, siamo tentati dal protagonismo: metterci al centro ci dà soddisfazione – ciò che chiamo ‘coccolare l’ego. Con la Messa celebrata versus populum tale tentazione è molto più forte. Con la nostra faccia verso il popolo aumenta la tentazione di essere uno ‘showman’.

In un bell’articolo scritto da un autore tedesco si trova il seguente commento interessante in materia: “Mentre nel passato il sacerdote funzionava come l’anonimo intermediario, primo tra i fedeli, rivolto verso Dio e non il popolo, rappresentante di tutti e con loro offrendo il sacrificio … oggi lui è una persona speciale, con caratteristiche personali, il suo stile personale, la sua faccia rivolta verso il popolo. Per molti sacerdoti questo cambiamento è una tentazione che non riescono a superare … per loro, il livello del loro successo nel protagonismo diventa una misura del loro potere personale e così l’indicatore di un feeling della loro sicurezza e disinvoltura personale” (K. G. Rey, Pubertaetserscheinungen in der Katholíschen Kirche, - Segni della Pubertà nella Chiesa Cattolica - Kritische Texte, Benzinger, vol. 4, p. 25).

Oggi si nota sempre di più una forte mancanza di consapevolezza di ciò che accade durante la celebrazione Eucaristica. Con questo tipo di protagonismo del quale Rey parla, il sacerdote diventa l’attore principale che esegue un’opera teatrale con altri attori su di un palco, e più creativo e attivo egli diventa, più pensa di essere riuscito ad impressionare gli spettatori e così trova una soddisfazione personale. Ma dove è Cristo in tutto questo? Lui sembra essere il grande dimenticato!

Ars celebrandi

E’ proprio per questo che il santo Padre parla - nella Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis, dell’ars celebrandi, da intendersi non come un’altra arte per rendere più impressionante le celebrazioni liturgiche, nel senso descritto dall’autore Rey, ma come un modo effettivo di adeguarsi al vero senso della liturgia, adeguarsi al suo senso più profondo e mistico.

Dice il Papa: “l’ars celebrandi scaturisce dall’obbedienza fedele alle norme liturgiche nella loro completezza, poiché è proprio questo modo di celebrare ad assicurare da duemila anni la vita di fede di tutti i credenti, i quali sono chiamati a vivere la celebrazione in quanto Popolo di Dio, sacerdozio regale e nazione santa (cf. 1Pt 2, 4-5, 9)” (Sacramentum Caritatis, 38). Inoltre afferma il Papa: “l’ars celebrandi deve favorire il senso del sacro e l’utilizzo di quelle forme esteriori che educano a tale senso, come ad esempio l’armonia del rito, delle vesti liturgiche, dell’arredo e del luogo sacro” (ibid. 40). L’ars celebrandi perciò connota fedeltà a Cristo, alla prassi della Chiesa, al senso mistico e sacro che sfugge ai nostri sensi, e fedeltà alle norme liturgiche come ai libri liturgici.

Che le norme liturgiche non vanno manipolate, toccate o ignorate è stato chiaramente indicato nella Costituzione Liturgica del Concilio - la Sacrosanctum Concilium. Essa diceva: “Regolare la sacra liturgia compete unicamente all’autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede Apostolica e, a norma del diritto, nel Vescovo … di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica” (SC 22). L’allora Cardinale Ratzinger nel suo libro Introduzione allo Spirito della Liturgia, spiega che le grandi forme rituali “sono sottratte all’intervento del singolo, della singola comunità, o anche di una Chiesa particolare. La non arbitrarietà è un elemento costitutivo della loro stessa natura. Essi [i riti] sono espressione del fatto che nella liturgia mi viene incontro qualcosa che non sono io a farmi da me stesso, che io entro in qualcosa di più grande che, ultimamente, proviene dalla Rivelazione. Per questo la liturgia è chiamata in oriente « divina liturgia », un’espressione che ne sottolinea la non disponibilità da parte degli uomini” (Introduzione allo Spirito della Liturgia, San Paolo, Milano 2001, p. 161).

Eucaristia e Adorazione

L’Eucaristia è la visibile presenza di Cristo tra noi. Difatti, come definiva il Concilio di Trento: “per consecrationem panis et vini conversionem fieri totius substantiae panis in substantiam Corporis Christi Domini Nostri, et totius substantiae vini in substantiam Sanguinis eius. Quae conversio convenienter et proprie a Sancta Cattolica Ecclesia transubstantiatio est appellata” (Denzinger, 877), e: “in almo Sanctae Eucharistiae Sacramento post panis et vini consecrationem Dominum nostrum Iesum Christum verum Deum atque hominem vere, realiter ac substantialiter sub specie illarum rerum sensibilem contineri” (Denzinger, 874).

Tali constatazioni ci vengono proposte sulla base delle stesse parole di Gesù che in quell’ultima Cena con gli apostoli, la sera prima della sua morte, prendendo il pane nelle sue mani sante pronunciò quelle parole – “questo è il mio Corpo, dato per voi” (Lc. 22, 19), e, con il vino “questo calice è il nuovo patto nel mio sangue sparso per voi” (Lc. 22, 20) e poi ordinò loro: “fate questo in memoria di me” (Lc. 22, 19). Così è nata la celebrazione liturgica dell’Eucaristia.

Il sacerdote agisce in persona Christi e ripetendo le stesse parole di Gesù effettua la totale trasformazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo. La transustanziazione delle specie del pane e del vino avviene in questo modo tramite la strumentalità del sacerdote. Dice San Giovanni Crisostomo: “non è l’uomo che fa diventare le cose offerte, Corpo e Sangue di Cristo, ma è Cristo stesso, che è stato crocifisso per noi. Il sacerdote figura di Cristo, pronunzia quelle parole, ma la loro virtù e la grazia sono di Dio. Questo è il mio Corpo, dice. Questa parola trasforma le cose offerte” (De proditione Judae, 1, 6; PG 49, 380 c).

Per questa ragione le specie eucaristiche diventano non solo il ricordo vivo del sacrificio salvifico di Cristo sul Golgota, ma anche l’espressione reale, viva e tangibile della sua presenza tra noi. La Chiesa ha sempre difeso e salvaguardato questo grande dono di Cristo e la fede eucaristica. Inoltre, col passare dei secoli, altre espressioni di questa fede venivano scoprendosi gradualmente diventando un grande patrimonio di pratiche liturgiche e paraliturgiche come anche delle devozioni nuove al Signore presente nelle specie eucaristiche: adorazione eucaristica fuori dalla Santa Messa, processioni eucaristiche, visite al Santissimo Sacramento, preghiere giaculatorie, celebrazione della festa del Corpus Domini, Ora santa, Quarantore, benedizione del Santissimo Sacramento, confraternite di adoratori e congressi eucaristici. Tali pratiche hanno subito un continuo processo di sviluppo e arricchimento.

La costatazione importante qui è che siccome Cristo è presente nelle specie eucaristiche non solo durante la celebrazione della Santa Messa (quella è la concezione protestante) ma anche dopo, Gesù eucaristico deve essere adorato e glorificato sempre. Le specie eucaristiche una volta consacrate rimangono divine e così adorabili – la visibile presenza di Cristo tra noi. “E’ Lui!” Esclamava spesso San Giovanni Maria Vianney, il santo Curato D’Ars.

Ci sono purtroppo delle persone che la pensano diversamente e dicono che il Concilio Vaticano II non avrebbe dato grande importanza all’Adorazione Eucaristica. Tale constatazione non è senza una base poiché, di fatto, la costituzione liturgica del Concilio non menziona l’Adorazione Eucaristica. Il testo infatti include una sezione sulle devozioni popolari (n. 13) ma non menziona devozioni eucaristiche. È quanto mai sorprendente come dopo numerosi pronunciamenti in materia, sia nel decreto sull’Eucaristia del Concilio di Trento che nei successivi scritti Pontifici e poi nella Lettera Encliclica Mediator Dei (n.129 – 137) del Papa Pio XII, pubblicata appena qualche anno prima, nessun accenno al tema si trova nella costituzione liturgica del Concilio Vaticano II Sacrosantum Concilium. Forse è per questo silenzio che in certi ambienti era nata una presa di posizione sfavorevole all’Adorazione Eucaristica nell’epoca della riforma postconciliare. Infatti il Papa, parlando di ciò, dice: “mentre la riforma muoveva i primi passi, a volte l’intrinseco rapporto tra la Santa Messa e l’Adorazione del Santissimo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un’obiezione allora diffusa prendeva spunto ad esempio dal rilievo secondo cui il Pane Eucaristico non ci sarebbe dato per essere contemplato ma per essere mangiato” (Sacramentum Caritatis, 66).

Tale posizione va collocata anche nell’insieme di alcune confusioni teologiche verificatesi durante e dopo il Concilio e contro le quali Papa Paolo VI già prima della fine del Concilio volle porre fine con la sua grande Enciclica sull’Eucarestia, la Mysterium Fidei. Infatti diceva Papa Paolo VI: “Tuttavia, Fratelli Venerabili, non mancano, proprio nella materia che ora trattiamo, motivi di grave sollecitudine pastorale e di ansietà, dei quali la coscienza del Nostro dovere apostolico non ci permette di tacere. Ben sappiamo infatti che tra quelli che parlano e scrivono di questo Sacrosanto Mistero ci sono alcuni che circa le Messe private, il dogma della transustanziazione e il culto eucaristico, divulgano certe opinioni che turbano l'animo dei fedeli ingerendovi non poca confusione intorno alle verità di fede, come se a chiunque fosse lecito porre in oblio la dottrina già definita dalla Chiesa, oppure interpretarla in maniera che il genuino significato delle parole o la riconosciuta forza dei concetti ne restino snervati. Non è infatti lecito, tanto per portare un esempio, esaltare la Messa così detta « comunitaria » in modo da togliere importanza alla Messa privata; né insistere sulla ragione di segno sacramentale come se il simbolismo, che tutti certamente ammettono nella Santissima Eucaristia, esprimesse esaurientemente il modo della presenza di Cristo in questo Sacramento; o anche discutere del mistero della transustanziazione senza far cenno della mirabile conversione di tutta la sostanza del pane nel Corpo e di tutta la sostanza del vino nel Sangue di Cristo, conversione di cui parla il Concilio di Trento, in modo che essi si limitino soltanto alla « transignificazione » e « transfinalizzazione » come dicono; o finalmente proporre e mettere in uso l'opinione secondo la quale nelle Ostie consacrate e rimaste dopo la celebrazione del sacrificio della Messa Nostro Signore Gesù Cristo non sarebbe più presente” “(Mysterium Fidei, 9-11). Il Papa spiega quale sia l’intento dell’Enciclica: “Affinché dunque la speranza, suscitata dal Concilio, di una nuova luce di pietà eucaristica, che investe tutta la Chiesa, non sia frustrata e inaridita dai semi già sparsi di false opinioni, abbiamo deciso di parlare di questo grave argomento a voi, Venerabili Fratelli, comunicandovi sopra di esso il Nostro pensiero con apostolica autorità” (ibid. 13).

Questa lunga citazione dell’Enciclica uscita il 3 settembre 1965, già prima della fine del Concilio, dimostra quanto il Papa fosse turbato per ciò che stava accadendo. D’altronde il Papa si impegnava con una certa celerità a regolare un’altra prassi che nasceva nella chiesa, specialmente nel nord Europa, sulla ricezione della Santa Comunione. Con l’Istruzione Memoriale Domini, della Congregazione per il Culto Divino del 28 maggio 1969, Papa Paolo VI voleva regolare questa prassi, cioè la comunione sulla mano abusivamente introdotta in questi ambienti. Il documento spiega che il modo di ricevere la Santa Comunione sulla lingua doveva essere conservato, non solo perché fa parte di una lunga tradizione, ma per la ragione di conservare il senso di riverenza per il Signore Eucaristico presso i fedeli (cf. n. 8). Pur accettando la possibilità di ricevere la Santa Comunione sulla mano, l’Istruzione voleva assicurare che tutto si facesse in modo ordinato. È interessante notare come, in un sondaggio fatto presso i Padri Conciliari, la stragrande maggioranza avesse votato “non placet” a tre domande favorevoli a questa prassi (cf. n. 13). Tutte queste scelte di Papa Paolo VI dimostrano un senso di grave preoccupazione che sentiva in verso certe posizioni teologiche – dottrinali erronee, o riduttive, del Santissimo Sacramento, presso alcune scuole teologiche e liturgiche.

Anche il Papa Benedetto XVI, come abbiamo visto sopra nella Sacramentum Caritatis al n. 66, raccomanda ai fedeli di salvaguardare un grande senso di riverenza verso l’Eucaristia e non lasciarsi confondere da certe posizioni erronee. Tali posizioni effettivamente riducevano il senso divino dell’Eucaristia ad un livello puramente materialista ed umano. Il Papa osserva che già Agostino aveva detto: « nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando – nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo » (Sacr. Carit. 66).
Per il Papa senza adorazione non c’è un vero ricevimento del Signore: “ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso colui che riceviamo … soltanto nell’adorazione può maturare un’accoglienza profonda e vera” (Sacramentum Caritatis, 66). Per celebrare con intenso coinvolgimento il mistero della salvezza realizzata sull’altare ci vuole un profondo atteggiamento di silenzio, contemplazione e intensa comunione con Gesù Eucaristico. Dovremmo infatti vivere tale atteggiamento di riverenza e adorazione durante tutta la giornata, per esprimere la nostra disponibilità ad essere in piena comunione con Cristo. Più adoratori diveniamo sull’altare, più saremo toccati dalla comunione trinitaria in Cristo e capaci perciò di rispondere meglio alla nostra chiamata cristiana.

Senza un atteggiamento di adorazione, perciò, non può essere completata una vera celebrazione del Sacrificio Eucaristico. Come spiega Papa Benedetto XVI, ‘adorazione’ nella lingua greca è ‘proskynesis’, parola che significa un gesto di sottomissione: “il riconoscimento di Dio come nostra vera misura, la cui norma accettiamo di seguire” (Omelia a Marienfeld, Colonia, 21 agosto 2005). La parola latina ‘adoratio’, come spiega il Papa, significa “contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e quindi, in fondo amore. La sottomissione diventa unione, perché colui al quale ci sottomettiamo è amore” (ibid.). Adorazione perciò è l’atteggiamento di lasciarsi coinvolgere nell’immenso atto d’amore e auto-donazione di Cristo sulla croce. L’Eucaristia, ripresentando questa auto-donazione sulla croce ci avvolge e ci inserisce intimamente nella sua Pasqua – il passaggio dalla morte alla vita nel quale l’egoismo, il peccato e la morte umana vengono superati definitivamente.
Non è dunque strano che i primi adoratori ai piedi della Croce, che vengono travolti dall’amore di Dio, siano stati Maria, la Madre di Dio, Giovanni e il centurione romano il quale grida la prima confessione di fede, parola di adorazione profonda: “veramente quest’uomo era il Figlio di Dio” (Mc 15, 39).

Siamo noi veramente consci della grandezza di ciò che, in un certo modo, sta accadendo sui nostri altari? Le nostre espressioni di fede come “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo” oppure “in questo sacrificio o Padre, noi tuoi ministri e tutto il tuo popolo santo, celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti” oppure “O Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltanto una parola e io sarò salvato”: sono veramente ciò che sentiamo nell’intimo del nostro cuore? Oppure sono solo suoni senza contenuto?

Il Papa chiede che ogni volta che si celebra la Santa Messa ci siano non solo il senso di raccoglimento e di sobrietà, ma anche momenti di silenzio e di contemplazione. Parlando anzi dell’actuosa participatio dice – “con tale parola non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione. In realtà, l’attuale partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato” (Sacramentum Caritatis, 52). Il Papa rigetta quell’atteggiamento di alcuni di noi che per “l’incapacità di distinguere, nella comunione ecclesiale, i diversi compiti spettanti a ciascuno”, causano la confusione dei ruoli di chi deve occupare il presbiterio e chi la navata. In particolare, è necessario “che vi sia chiarezza riguardo ai compiti specifici del sacerdote” (ibid. 53).
L’atteggiamento di venerazione verso ciò che accade esige anche, come dice il Papa, uno spirito “di costante conversione che deve caratterizzare la vita di tutti i fedeli”. E aggiunge: “non ci si può aspettare una partecipazione attiva alla liturgia eucaristica, se ci si accosta ad essa superficialmente, senza prima interrogarsi sulla propria vita” (ibid. 55). Inoltre Egli parla del raccoglimento del silenzio, del digiuno e, quando necessario, della confessione sacramentale (cf. Sacramentum Caritatis, 55).
L’Eucaristia – come si vede – è quel trasporsi dalla nostra quotidianità ai piedi della croce dove Cristo, assieme a Maria, Giovanni ed il centurione è l’Agnello immolato che rinnova il suo sacrificio d’amore donandosi per la nostra salvezza eterna.

La lingua sacra

Una delle banalizzazioni ed interpretazioni molto riduttive dell’Eucaristia è stata il quasi totale abbandono dell’uso della lingua latina nella liturgia. Bisogna comunque affermare che non c’è niente di negativo se noi celebriamo la liturgia nella lingua vernacolare. Anzi, la scelta del Concilio di introdurre più uso delle lingue vernacolari nella liturgia era il punto d’arrivo, dopo decenni di tentativi, soprattutto nelle Chiese d’oltralpe, affinché i fedeli partecipassero con maggior intensità alla preghiera della Chiesa, soprattutto nella sua espressione eucaristica. In un tempo nel quale la conoscenza e l’apprezzamento delle lingue classiche perdeva terreno, la Chiesa non aveva altra scelta.

Ma ciò che avrebbe dovuto accadere era un graduale ed illuminato uso delle lingue vernacolari e non l’abbandono totale di una lingua comune liturgica universalmente usata. Tale abbandono ha portato non solo a una riduzione in generale del senso del sacro, particolarmente nella liturgia, ma anche ad una sorta di convenzionalismo nei confronti della Chiesa. Noi per esempio abbiamo nello Sri Lanka, nel contesto del dopoguerra, contrasti a livello liturgico fra i due gruppi etnici e linguistici dei cingalesi e tamil, di pregare insieme in una lingua. La liturgia non ci unisce più, ma ci divide; questa è la nostra esperienza odierna.

Il Concilio non aveva auspicato un abbandono totale della lingua comune liturgica della Chiesa, la lingua latina. Di fatto, esso aveva così auspicato: “l’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini” (Sacrosanctum Concilium, 36). Anche nell’apertura verso le lingue vernacolari a scopi di utilità per il popolo, il Concilio aveva affermato: “si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme fissate per i singoli casi”. Non era previsto né era raccomandato dai Padri conciliari il totale abbandono della lingua latina, come la mens del documento Sacrosanctum Concilium chiaramente indica.

L’uso di una lingua antica nel culto religioso, una lingua non usata nel contesto odierno, è comune per molte altre religioni. Per esempio, la lingua liturgica dell’Induismo è il sanscrito, del Buddismo è il pali, e nell’Islam l’arabo coranico. Nessuna di queste lingue è parlata oggi. Ognuna di queste lingue è rispettata e riservata per esprimere qualcosa che oltrepassa il livello dei suoni e delle lettere. Nel Giudaismo, per esempio, si scrive con il tetragramma il non pronunciabile nome di Dio. Di per sé le quattro lettere di questa parola non hanno un significato linguistico particolare, ma rappresentano il sacrosanto nome di Dio nella tradizione scritta della Masora. La parola stessa non è traducibile ed è stata lasciata intoccabile sia dai rabbini, che da esperti del Giudaismo. Di fatto, in alcune culture le lingue sono nate da una combinazione di suoni e concetti liturgici. La parola “Om” nell’Induismo, o la parola “Nirvana” del Buddismo, sono parole che esprimono molto più di ciò che il suono originale rappresenta, e cercare di spiegare con altre parole tali concetti comporta un impoverimento.

La fede cattolica è spesso identificata con alcuni concetti teologici di base che non sono di per sé traducibili e che sono intimamente legati al patrimonio linguistico greco e latino nel quale tali concetti sono nati. Abbandonando questo patrimonio nella nostra liturgia si corre il pericolo di impoverimento e di gravi errori quanto al contenuto della nostra stessa fede. Per questo il Concilio era cauto su tale scelta; ed infatti incoraggiava i fedeli a “recitare e cantare insieme anche in lingua latina, le parti dell’ordinario della Messa che spettano ad essi” (Sacrosanctum Concilium, 54) e i chierici a recitare l’Ufficio divino in lingua latina (cf. 101, 1). Credo che l’insistenza con la quale Papa Benedetto parli dell’uso della lingua latina e del canto gregoriano nella liturgia (cf. Sacamentum Caritatis, 62), vada nella giusta direzione, quella auspicata dal Concilio Vaticano II.

Conclusione

Nelle mie riflessioni non ho cercato di presentare una totale ed esauriente presentazione sull’Eucaristia o sulla liturgia ma, anche per la limitatezza del tempo, solo alcuni punti che a me sembrano importanti. L’Eucaristia, come dice la dottrina della Chiesa, è un mistero; mistero anche perché è il Signore. Nessuno lo ha mai capito o compreso. Le stesse sacre pagine attestano che nessun uomo capirà mai le vie del Signore: “Chi ha diretto lo spirito del Signore e come suo consigliere gli ha dato suggerimenti? A chi ha chiesto consiglio, perché lo istruisse e gli insegnasse il sentiero della giustizia?” (Is. 40, 13-14).

La Chiesa nella sua lunga tradizione ha celebrato Cristo nella sua auto-donazione sul Calvario. Ciò che spetta a noi è solo di adeguarci a ciò che Egli, misticamente, realizza sui nostri altari, diventando noi stessi l’alter Christus, la vittima e sacerdote che, con grande devozione e fede, aderisce a lui e gli permette di abbracciarci nel suo atto d’amore: “quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo, amore, questo, nella sua forma più radicale” (Deus Caritas Est, 12).

Vorrei terminare questa riflessione con alcune parole del Santo curato d’Ars, bellissime per la profondità, non solo teologica, ma anche per la sua tenera affettuosità verso il Signore: “Tutte le buone opere non sono uguali nel valore quando si considera il sacrificio della Messa, perché quelle sono opere degli uomini, ma la Santa Messa è l’opera di Dio. Il martirio non è niente paragonato ad essa; esso è il sacrificio che l’uomo fa della sua vita a Dio. Ma la Messa è il sacrificio che Dio fa all’uomo del suo Corpo e del suo Sangue. Quanto grande è un sacerdote! Se capisce questo, morrà … Dio gli obbedisce; lui pronuncia due parole e il Signore scende dal cielo e si chiude dentro una piccola ostia. Quale dono!" (Piccolo Catechismo).


Fonte: Diocesi di Porto-Santa Rufina.
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