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venerdì 17 giugno 2011

Musica sacra: quando Peppone e don Camillo si scambiano i ruoli

In seguito al Concilio Vaticano II si è creata nella chiesa una contrapposizione, che dura ormai da quasi cinquant'anni, tra due categorie, che vengono spesso etichettate come progressisti e tradizionalisti. Il problema è molto vasto, ma, anche se è riduttivo ridurlo ad un solo ambito, è chiaro che l'ambiente privilegiato in cui questo scontro si è fatto più sentire è quello liturgico, e specialmente della musica sacra. Si è così venuta a creare nella maggior parte delle nostre parrocchie una vera e propria barriera impenetrabile tra due correnti di pensiero, che, a guardar bene, sembrano essersi cristallizzate agli anni settanta, quando, durante la contestazione, il "mondo dei giovani" insorse contro quello degli adulti per rivendicare "autonomia" e "libertà", dando anche una sfumatura politica all'intera faccenda. Così, nelle chiese di oggi, troviamo quasi ovunque la divisione tra gruppi di giovani e gruppi definiti "di vecchi", che in molte città non si parlano nemmeno, e i cui confini sembrano essere completamente scorrelati dalla reale età anagrafica dei fedeli.
Da un po' di mesi a questa parte la questione della musica liturgica sembra essere tornata in primo piano su molti giornali: a dare il la (è proprio il caso di dirlo) è stato qualche tempo fa il maestro Riccardo Muti, ma a lui sono seguite le voci di diversi opinionisti, fino a questi giorni, con due articoli contrapposti apparsi uno sul giornale La Repubblica, di noto orientamento progressista, ed uno su l'Osservatore Romano, giornale della Santa Sede.
La cosa curiosa è che, a differenza di quello che si potrebbe pensare, l'articolo di Repubblica, a firma di Michele Smargiassi, esprime una critica decisa, a tratti anche satirica, sul diffuso orientamento musicale delle parrocchie italiane, augurandosi un ritorno ad un'arte autentica ed al canto gregoriano, mentre l'Osservatore Romano spinge sul freno, in un tentativo di difesa che, dobbiamo ammettere, raramente abbiamo visto mettere in atto con tale prontezza quando Repubblica attaccava la Chiesa su problemi quali il rapporto tra politica e valori non negoziabili, tanto raccomandati dal papa. L'impressione che si ha è paragonabile a quella che avremmo nel vedere don Camillo sul palco della animata Brescello, mentre aizza la folla alla rivoluzione proletaria, mentre Peppone sta sul campanile, pronto a suonare le campane per interrompere l'amico-rivale alla bisogna. Perché tutti possano farsi una propria idea, qui di seguito cito entrambi gli articoli.

La musica di Dio
Di Michele Smargiassi

È ora di mettere al bando le «armi di distruzione di messa». Nella Chiesa italiana, spesso divisa, c'è un argomento che mette d'accordo tutti, un po' più scandalizzati i tradizionalisti, un po' più ironici i progressisti: le canzoncine devote che si ascoltano ogni domenica in tutte le parrocchie della penisola tra l'introibo e il missa est sono quasi sempre desolanti, banali, lagnose o bizzarre, talora ridicole e a volte perfino sbadatamente eretiche. Tanto che nessuno giurerebbe che lo strepitoso rap che la regista Alice Rohrwacher, appena acclamata a Cannes, fa cantare ai catecumeni nel suo film Corpo celeste («Mi sintonizzo con Dio / è la frequenza giusta / mi sintonizzo proprio io / e lo faccio apposta») sia del tutto inventato, e non magari ascoltato veramente in qualche oratorio di periferia.

Non si può dire che gli allarmi non siano risuonati, è il caso di dire, molto in alto. Già venticinque anni fa l'allora cardinale Ratzinger fu spietato con la playlist degli altari: «Una Chiesa che si riduca a fare solo della musica "corrente" cade nell'inetto e diviene essa stessa inetta». Oggi, da pontefice amante della musica, insiste sul concetto in un libro, Lodate Dio con arte, applaudito dal maestro Riccardo Muti, anche lui esasperato da «quelle quattro strimpellate di chitarre su testi inutili e insulsi che si ascoltano nelle chiese, un vero insulto». La questione sta diventando spinosa, anzi esplosiva, perché da anni è sullo stile delle celebrazioni che si gioca l'aspra contesa tra conciliaristi e restauratori, con i secondi al facile attacco di quella «eresia dell'informe», come la definisce lo scrittore tedesco Martin Mosebach, che corrode la liturgia a colpi di «canti sguaiati». «A che serve avere belle chiese se la musica è penosa?», insorse dieci anni fa l'allora presidente del Pontificio istituto di musica sacra, il catalano Valentino Miserachs Grau.

La Chiesa francese ha risolto la questione da tempo, con piglio gallicano, stilando una lista rigorosa e vincolante di canti ammessi, una sorta di canatur, versione canora dell'imprimatur.
Invece in Italia, sede del cattolicesimo ma anche patria del bel canto, l'anarchia del parrocchia'n'roll sembra ingovernabile. Ogni diocesi dovrebbe possedere un Ufficio di musica sacra tenuto a vigilare sulla serietà del sacro pop, ma di fatto quel che finisce per risuonare tra banchi e navate è quasi sempre frutto della creatività improvvisata di qualche catechista munito di iPod, o di certi sacerdoti chitarristi. La scena, un po' dovunque, dev'essere quella frettolosa e distratta descritta dal bolognese don Riccardo Pane nel suo sconsolato pamphlet Liturgia creativa: «Prima della messa mi piomba immancabilmente in sacrestia qualcuno a chiedere: "Don, che cosa cantiamo?", e il mio ritornello è inesorabilmente "vatti a leggere le antifone e vedi se trovi un canto che ci azzecca"».
Il risultato è nelle orecchie di tutti. Reperibile a vagonate anche sui canali di YouTube, pure in versioni medley e remix. Motivetti che non ci azzeccano proprio, incongruità (Signore scende la sera cantato alla messa delle 11 di mattina), cascami di musica di consumo, simil-Ramazzotti e para-Baglioni, esotismi world music con bonghi e maracas (come il cantatissimo Osanna-eh «africano») che sconcertano le vecchiette, azzardi stilistici estremi (c'è un Gloria hip-hop), perfino cover da grandi successi (allucinata la parafrasi del Pater sull'aria di The sound of silence di Simon & Garfunkel: «Padre Nostro tu che staiiii / in chi ama veritàaaa...»). La ribellione è nell'aria, un gruppo Facebook frequentato da sacerdoti ha stilato perfino la classifica dei canti più disastrosi: ha vinto con 374 nomination l'Alleluja delle lampadine, ribattezzato così perché di solito è accompagnato da gesti delle mani che sembrano mimare il lavoro di un elettricista. L'arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra ha spuntato personalmente a matita rossa dai libretti parrocchiali i canti «che non devono più esserci», come Alleluja la nostra festa, visto che, semmai, la messa è la festa del Signore. Da più parti s'invocano il ripristino d'autorità del Gregoriano e la disciplina monostrumentale dell'organo a canne, o almeno dell'armonium.

Sotto queste pressioni, un paio d'anni fa la Conferenza episcopale chiese al suo consulente don Antonio Parisi, esperto di musica sacra e compositore, di mettere ordine nello sconcertante frastuono. Povero don Antonio, si trovò di fronte un oceano di quindicimila canti, canzoni e canzoncine estratti da quarantacinque anni di raccolte nazionali e locali. E c'era di tutto. Delle musiche abbiamo detto, ma i testi, i testi ancora peggio. Pieni di parole tronche, da poesiola delle elementari («Il nostro mal / sappi perdonar...»), banali, inappropriate, di orrori grammaticali («Te nel centro del mio cuor»), di espressioni rubate a qualche spot televisivo di banche («Tutto ruota intorno a Te»), quando non sono zeppi di ingenuità (definire Maria «l'irraggiungibile» non è incoraggiante per la partecipazione al rosario) e di veri e propri strafalcioni teologici, commessi sicuramente in buona fede, magari per far quadrare un verso: cantare «Tu che sei nell'universo» solo perché «nell'alto dei Cieli» non ci stava, più che riecheggiare una canzone di Mia Martini significa circoscrivere Dio dentro la sua Creazione, e non va proprio bene.

Un compito immane, defatigante, sconsolante, da cui don Parisi riuscì meritoriamente a far scaturire un Repertorio nazionale di canti per la liturgia che ne seleziona 384 decenti e adeguati, ma che ancora non fa testo: «Non si può procedere per imposizioni», spiega, «bisogna formare, formare persone nelle diocesi, nelle parrocchie, far studiare musica ai presbiteri, agli animatori, ai catechisti, il canto liturgico non è un optional, è un segno sacro».
Giusto non voler guastare l'entusiasmo degli animatori parrocchiali, volonterosi e incolpevoli. Ma il punto è questo, che i canti durante la messa non sono un "accompagnamento", non sono gli "stacchetti" fra un responsorio e una lettura: fanno parte della liturgia, sono cosa sacra come le parole dell'Elevazione. Come è possibile che la stessa Chiesa che ripristina la messa in latino chiuda un occhio di fronte alla colonna sonora da X-Factor di quella in italiano? I conservatori hanno una spiegazione storica: la profanazione canora cominciò con «la deflagrazione nucleare» chiamata "Messa Beat". Chi la ricorda? Anno 1965, Concilio appena terminato, fibrillazione del rinnovamento, il maestro Marcello Giombini accantonò le colonne sonore degli spaghetti-western e, ispirato, scrisse una messa musicale «per i giovani». Davvero una bomba atomica. Trasmissioni Rai, concerti, tournée internazionali, benedizione del gesuita padre Arrupe, 45 giri pubblicati dall'etichetta discografica delle Edizioni Paoline. Il torrente non si fermò più, proliferarono i «complessi» da scantinato di canonica, alcune band divennero famose, Angel and the Brains, The Bumpers, per non dire delle due formazioni parallele dei Focolarini, Gen Verde e Gen Rosso, le cui audiocassette infestano ancora gli oratori. Ma fu così che la Chiesa non perse l'onda del Sessantotto. E non fu affatto una sciagura, assicura monsignor Vincenzo De Gregorio, responsabile per la liturgia musicale della Cei: «Prima le messe erano o tutte recitate o tutte cantate, ma cantate solo dal coro, solo da ascoltare. La Messa Beat fu una sana apertura, ed era di qualità, il guaio come sempre sono gli epigoni. Anzi, il guaio è la cultura musicale inesistente degli italiani. In questo Paese ormai si canta solo a messa».

I tradizionalisti sbagliano. Dare la colpa al Concilio è troppo facile, anche la Chiesa guardinga dell'Ottocento ebbe parecchi problemi con le hit parade da altar maggiore. Sentite come nel 1884 la Sacra congregazione dei riti elencò con disgusto quel che rimbombava tra le navate: «Polcke, valzer, mazurche, minuetti, rondò, scottisch, varsoviennes, quadriglie, galop, controdanze, e pezzi profani come inni nazionali, canzoni popolari, erotiche o buffe, romanze...». Il difetto della Chiesa post-conciliare semmai fu trovarsi musicalmente impreparata alla sua stessa rivoluzione liturgica. Con l'abbandono del latino, la Cei predispose il nuovo messale in italiano, ma trascurò il rinnovamento del repertorio canoro. A disposizione c'erano solo un po' di litanie antiquate, Mira il tuo popolo, T'adoriam ostia divina. «Ai parroci non restò che prendere le canzonette del gruppo rock che faceva le prove in oratorio, o quelle dell'ultimo campeggio scout, e portarle sull'altare», sospira monsignor De Gregorio. Risultato: un'infantilizzazione drastica dei contenuti, degli stili, dei testi.

Eppure ci sono, nel grande mondo ecclesiale, talenti da utilizzare, compositori di qualità. Don Parisi li cita con rispetto: don Marco Frisina, compositore apprezzato anche negli Usa, don Pierangelo Sequeri, autore del diffusissimo Symbolum 77, il gesuita Eugenio Costa, il camilliano Giovanni Maria Rossi, il salesiano Domenico Machetta... «Vedo il bicchiere mezzo pieno: sono passati solo cinquant'anni dalla riforma conciliare, è presto per tirare delle conclusioni». La Cei sta pensando di commissionare a loro un nuovo repertorio, finalmente di qualità. Nell'attesa, quando rintocca la campana della messa, viene ancora il sospetto che le parrocchie d'Italia, come patrono della musica, non invochino santa Cecilia, ma Sanremo.

E di seguito la replica di Marcello Filotei sull'Osservatore:

Se la musica liturgica diventa un pretesto per litigare
Di Marcello Filotei

È paradossale che proprio la liturgia, luogo principe dell’armonia e dell’incontro, sia a volte concepito come una sorta di campo di battaglia da quanti — ognuno con le proprie rispettabili ragioni — vorrebbero rivedere le modalità di utilizzo della musica e del canto durante le celebrazioni. L’argomento è di particolare interesse, tanto che il quotidiano «la Repubblica» gli dedica tre pagine nel numero del 16 giugno, rilevando incongruenze nei testi di alcuni canti moderni e lamentando un basso livello nella qualità dei canti liturgici in genere.
È indubbio che in molti casi il tasso «artistico» dei brani musicali proposti nelle chiese è discutibile, ma appare semplicistico — se non strumentale — contrapporre questa produzione al corpus gregoriano. L’enorme patrimonio che giunge dai secoli passati, infatti, ispira e si affianca alle nuove proposte. La questione, semmai, è come garantire che i canti di oggi siano di livello artistico degno del ruolo che devono sostenere nella liturgia, un ruolo che non è solo decorativo.
Cantare il gregoriano non è vietato ed è anzi auspicabile e possibile, anche in forma semplice. Ma chi si lamenta perché le antiche melodie non sono abbastanza valorizzate, non fa che certificare un problema culturale: nella liturgia spesso, purtroppo, il livello della musica è paragonabile a quello, molto basso, dei brani trasmessi in radio e in televisione, almeno in Italia, come rileva tra l’altro sul giornale romano il consulente per la musica liturgica della Confrenza episcopale italiana, monsignor Vincenzo De Gregorio. La qualità dei canti che si ascoltano in chiesa è, in genere, lo specchio di una situazione di degrado culturale più ampio. Tale argomento non può però essere utilizzato per sostenere che tutto quello che è venuto dopo il concilio Vaticano II sia da rigettare in blocco.
Spazio, dunque, a tutte le opinioni, ma non alle strumentalizzazioni di quanti, da una parte e dall’altra, brandiscono come clave le proprie visioni della musica liturgica. Forse non è ancora chiaro il percorso per arrivare alla composizione di inni moderni, rispettosi della tradizione e di alto livello artistico e che convivano con la giusta valorizzazione del gregoriano. Per il momento però si può evitare di negare dignità artistica a chi sostiene tesi diverse dalle proprie. Almeno per riguardo alla liturgia.



Ovviamente, come sempre, la sezione dei commenti è aperta a tutti coloro che vorranno contribuire in maniera costruttiva.

Vorrei cominciare con un mio commento. Io credo che il modo di intervenire dell'articolista dell'Osservatore sia quantomeno inopportuno, se non addirittura dannoso. E' giusto il richiamo a non litigare, specialmente se la discussione avviene in ambito ecclesiastico; ma farlo dicendo in sostanza, come fa Filotei, che le ragioni stanno sia di qua che di là è un ragionare secondo quel relativismo che più volte il papa ha condannato. Non è vero che tutto è indistintamente accettabile, come se non vi fosse un orientamento uguale per tutti, dato dalla Chiesa con il suo Magistero, in ambito di musica liturgica. Come più volte citato in questo blog, i pronunciamenti abbondano, prima, durante e dopo il Concilio, e tutti sono concordi nell'affidare al canto gregoriano la posizione preminente nel panorama liturgico-musicale. Di più: il beato Giovanni Paolo II, citando il suo predecessore san Pio X, ha ribadito che il canto gregoriano non è solo il modello, ma anche il criterio per scegliere la musica che deve ornare le nostre Messe: «Tanto una composizione per chiesa è più sacra e liturgica, quanto più nell'andamento, nella ispirazione e nel sapore si accosta alla melodia gregoriana, e tanto meno è degna del tempio, quanto più da quel supremo modello si riconosce difforme». Quindi Filotei sbaglia quando dice che «appare semplicistico — se non strumentale — contrapporre questa produzione al corpus gregoriano»; è la Chiesa stessa che chiede questo confronto.
Anche la chiosa dell'articolo di Filotei è discutibile: «Per il momento però si può evitare di negare dignità artistica a chi sostiene tesi diverse dalle proprie». Egli, infatti, sposta l'attenzione dalla composizione musicale alle persone che la sostengono. Ma quando si critica la dignità artistica di un canto non si vuole criticare coloro che lo eseguono; esistono criteri di oggettività che permettono di giudicare la dignità artistica di un canto, che si basano sull'armonia, sulla tessitura musicale, sul testo, sul ritmo... E non si può nemmeno fare a meno di criticare una composizione per presunto rispetto di chi sostiene tesi diverse dalle proprie (questo modo di pensare è tipicamente politically correct): se il canto è musicalmente indegno lo è e basta, e tacere, oppure mentire, sulla sua indegnità sarebbe, questo sì, mancanza di rispetto nei confronti dell'intelligenza delle persone, comprese quelle che sostengono tesi diverse dalle proprie.

giovedì 16 giugno 2011

Anniversario della consacrazione del Santuario

Oggi, 16 giugno, ricorre l'anniversario della consacrazione del Santuario della Madonna dell'Angelo. In realtà questa è la data della consacrazione della chiesa nuova, ricostruita sui ruderi della precedente, a pianta basilicale, risalente addirittura al IX secolo, prima del Duomo attuale. Dagli atti lasciati dal vescovo Domenico Minio (1684-1698), la forza delle onde aveva distrutto una delle tre navate dell'antico tempio, dedicato all'Arcangelo San Michele. Egli è infatti il patrono della città, e la sua effige compare sullo stemma di Caorle, mentre veglia sulla rocca che rappresenta la stessa cittadina marittima. In seguito al prodigioso ritrovamento del simulacro della Santa Vergine, secondo la tradizione galleggiante sulle acque del mare, e al suo trasporto all'interno della chiesa, Ella vi fu venerata con il titolo di Madonna dell'Angelo, titolo che ancora oggi conserva.
A causa della situazione di grave degrado in cui versava l'edificio, il vescovo Francesco Trevisan Suarez (1738-1769) ordinò che fosse ricostruita, assumendosi la maggior parte dei costi dell'opera. Fu così raso al suolo il precedente tempio, il cui perimetro fu rinvenuto durante l'ultima poderosa ristrutturazione nel 1944, e costruito l'edificio attuale, ad un unica navata. La torre campanaria, in stile romanico, è invece quella antica, realizzata accanto alla vecchia chiesa di pianta basilicale intorno al XIII secolo. Il 16 giugno 1768 lo stesso vescovo Suarez consacrò l'altare maggiore e l'intera chiesa, affiggendovi alle pareti le croci in pietra insieme a dei piccoli candelabri. Per la sua devozione alla Madonna dell'Angelo e per la premura nella ristrutturazione del tempio a Lei dedicato, il vescovo Trevisan Suarez fu sepolto proprio ai piedi del coro, sotto lo sguardo benevolo della Vergine, dove ancora oggi si trova la sua tomba.
Nel tempo la chiesa della Madonna dell'Angelo subì diversi interventi e ristrutturazioni, le più importanti delle quali, come citato sopra, avvennero in seguito al solenne voto emesso dalla comunità di Caorle, con a capo il parroco don Felice Marchesan, il 2 gennaio 1944. L'altare che conteneva il simulacro della Madonna, oggi spostato in cattedrale e collocato nella cappellina di San Rocco, fu sostituito con l'altare attuale, proveniente dall'absidicola destra del Duomo, e destinato alla custodia del Santissimo Sacramento. Sopra la struttura barocca dell'altare spicca il basso rilievo raffigurante San Michele Arcangelo, proveniente dalla chiesa antica, opera del tardo Cinquecento realizzata dallo scultore Andrea dell'Aquila e voluta dal vescovo Angelo Casarino (1593-1600). Nella cappella laterale sinistra si trova un altare dedicato a san Pio X, al secolo Giuseppe Sarto, che fu patriarca di Venezia e visitò egli stesso il Santuario; la pala d'altare posta sopra è opera di M. Bressanin del 1956. Sulla destra, invece, è posto il cosiddetto "pozzetto", ovvero un blocco marmoreo in pietra d'Istria sopra il quale, racconta la tradizione, fu rinvenuto il simulacro della Vergine da alcuni pescatori. Alle sue spalle è posto un Crocifisso, realizzato negli anni cinquanta. L'intero soffitto del Santuario, sorretto da possenti lesene è ricoperto da motivi floreali affrescati, tra i quali si aprono dei medaglioni contenenti le figure dei quattro Evangelisti ed un affresco che raffigura la leggenda del ritrovamento della statua della Madonna, opera del pittore Gino Filippi; in corrispondenza del coro si aprono altri quattro medaglioni raffiguranti quattro titoli della Vergine delle litanie lauretane. Lungo il cornicione che separa il soffitto dalle pareti corre un nastro ove sono dipinti, in caratteri dorati, alcuni versi di preghiere mariane.
Con decreto della Penitenzieria Apostolica e diploma del Capitolo della Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, dal 2009 il Santuario della Madonna dell'Angelo è legato alla papale arcibasilica liberiana tramite lo spirituale vincolo di affinità, che concede a tutti i fedeli che lo visitano le stesse indulgenze di cui gode la basilica mariana di Roma. In particolare proprio quest'oggi, giorno della festa del Santuario, è concessa a tutti i fedeli che visiteranno la chiesa alle solite condizioni stabilite dalla Chiesa l'Indulgenza Plenaria.

martedì 14 giugno 2011

Tesori d'arte sacra: Gli affreschi dell'abside

In questo mensile appuntamento con i tesori d'arte sacra conservati nel Duomo, nel Santuario e nel Museo parrocchiale, concludiamo la parte riguardante l'abside centrale descrivendo gli affreschi che ne ornano le pareti. Nel catino si possono osservare ancora oggi, riportati alla luce in seguito ai restauri del 1995, i frammenti dell'antico affresco che doveva rappresentare il Cristo Pantocratore circondato da Santi e dalla regina Caterina Cornaro, che in seguito ad un naufragio sulle coste caorlotte, fu tratta in salvo dai pescatori della cittadina marittima; in quell'occasione la regina di Cipro donò alla cattedrale della città, secondo la tradizione, la preziosa pala d'oro, di cui abbiamo parlato qualche mese fa. Contestualmente, nella parte superiore del tamburo, separata dal catino tramite una decorazione a foglie d'acanto in rilievo (come è possibile ammirare anche nella Basilica di San Marco a Venezia), dovevano trovarsi le figure degli apostoli, di cui rimangono la figura di un volto e di un piede. Nella parte centrale dovevano trovarsi gli stemmi del vescovo Domenico Minio (1684-1698), del podestà Costantino Zorzi e lo stemma della città. Questi affreschi furono ricoperti da uno strato d'intonaco già nel XVII secolo, secondo quanto riportato dallo storico Giovanni Musolino: il 23 giugno 1686 fu il Consiglio dei cittadini a decidere «d'imbiancar certe figure poste sotto la cappella dell'altar maggiore per essere indecenti, molto sconcie nella faccia, consumate dal tempo e di poca considerazione». La parte inferiore del tamburo è invece decorata con un drappo affrescato, ancora oggi ben conservato. Da notare i frammenti lapidei con cui è ornata la sede del celebrante e degli accoliti, risalenti al VI-VII secolo e provenienti dalla chiesa costruita precedentemente all'attuale Duomo, esempi mirabili di arte cristiana longobarda; in particolare con la raffigurazione del pavone, a sinitra, e della lepre, a destra. Il contorno a doppia ghiera dell'arco trionfale, sotto il quale si trova oggi l'altare maggiore moderno, sono inoltre decorati da motivi floreali e geometrici affrescati.
Nella parete sinistra del presbiterio si trova, conservato in buono stato, un affresco risalente al secolo XV, raffigurante una struttura con pinnacoli e due santi, uno dei quali è oggi irriconoscibile, l'altro è Santo Stefano Protomartire, patrono della città. All'interno della struttura è stato successivamente dipinto lo stemma del vescovo Giuseppe Maria Piccini (1644-1648), che riformò la struttura del presbiterio rimuovendo la struttura dell'iconostasi e sostituendola con le balaustre ancor oggi conservate in cattedrale. Lo stemma veniva a trovarsi proprio sopra il faldistorio del vescovo, realizzato con ferro e piombo e ornato da velluti damascati in occasione delle festività più importanti; tale struttura sopravvisse fino al Concilio Vaticano II e ne sono testimonianza alcune foto, che raffigurano il patriarca Angelo Giuseppe Roncalli a Caorle, durante le celebrazioni in onore della Madonna dell'Angelo.
Dalla parte opposta, sulla parete destra del presbiterio, si trova un altro affresco, del secolo XVI, raffigurante la Vergine con Bambino in trono tra le figure di san Giovanni Evangelista (a sinistra) e la Maddalena (a destra). A sinistra dell'Evangelista, inoltre, si scorge la figura di un santo vescovo vestito dei paramenti sacri e delle insegne episcopali, in atto benedicente: la tradizione ci tramanda essere la figura di sant'Alvise. Da notare, in particolare, l'iconografia della Maddalena, con in mano il vaso dei profumi che, il giorno della Risurrezione del Signore, portava al Sepolcro per ungere il Corpo di Cristo. L'insieme delle quattro figure è inserito in una struttura di colonne ed archi a sesto acuto che ricordano la struttura che separa le navate nella basilica di Aquileia.



Foto dal sito caorlotti.it

lunedì 13 giugno 2011

Dopo l'Europride - Considerazioni

«A nome della Chiesa di Roma non posso non esprimere amarezza per l'affronto recato [...] e per l'offesa ai valori cristiani di una città che è tanto cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo.
La Chiesa non può tacere la verità [...] perché non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male.
»

Queste le parole che sono apparse sui manifesti della contro-manifestazione organizzata da Militia Christi a Roma, in concomitanza con l'Europride, ormai tristemente noto. Non sono parole di mons. Marcel Lefebvre, e nemmeno dei suoi seguaci contemporanei; non sono parole di qualche prete che oggi coloro che amano definirsi "cattolici adulti" disprezzano, usando la parola "tradizionalista" in un senso negativo che non ha. Queste sono parole del beato Giovanni Paolo II, lo stesso beato che non più tardi di un mese e mezzo fa una platea di giovani e adulti andava acclamando addirittura come santo, come un papa amico dei giovani; gli stessi giovani che oggi, pur definendosi cattolici, la pensano in maniera totalmente difforme da quello che il Catechismo della Chiesa cattolica va predicando (il che fa sorgere qualche dubbio sul fatto che costoro abbiano in mente cosa significhi definirsi "cattolici"). Come non ricordare lo sconforto del papa, che aveva supplicato nel lontano 2000 di risparmiare la città di Pietro dalla parata della lussuria e della perversione che anche lo scorso sabato ha avuto luogo; quelle parole e quella parte del messaggio di papa Wojtila oggi sembrano essere state dimenticate. Volontariamente o no poco importa; non possiamo non pensare a come, dal Cielo, papa Giovanni Paolo II continui a rimanere amareggiato e sconfortato per quello che è uscito dal palco del circo massimo sabato scorso: "Facciamo la rivoluzione dell'amore"? Che amore devono inseguire i cristiani, se non Dio che è Amore? E' Lui l'Amore, che ama fino al punto di dare il suo unico Figlio per i suoi figli, giusti o ingiusti che siano, anche per coloro che hanno preso parte alla oscena mascherata. Se noi cristiani crediamo che Dio è Amore, e che Dio è unico nella sua Trinità, come possiamo pensare ad una rivoluzione dell'amore? Quell'amore di cui si parla non è certamente l'amore divino, è l'uomo che vuole sostituire Dio, adorando veri e propri anticristi, chiamando dio (amore) gli idoli della lussuria, gli atti sessuali sfrenati e contro natura, la concupiscenza.
Come non pensare al rammarico del beato Giovanni Paolo II di fronte a tanti giovani che si dicono cristiani, abbagliati dalla mentalità relativista e new age del mondo di oggi, che giudicano la Chiesa arretrata perché non accetta queste aberrazioni dell'amore? La Chiesa che per prima esorta a non discriminare ingiustamente qualsiasi fratello con tendenze di carattere omosessuale, ma non per questo si tira indietro quando si tratta di condannare l'atto come intrinsecamente sbagliato. Lo dice il Catechismo, lo dice il beato Giovanni Paolo II: "La Chiesa non può tacere la verità perché non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male". Ed anche coloro che contestano la Chiesa, a volte addirittura dal suo interno, devono arrendersi a questa verità, non avendo argomenti seri con cui controbattere all'unica Verità che è Gesù Cristo.
I carri sono stati smontati, deposte le parrucche e reindossati i vestiti: la parata è finita; noi cristiani, però, rimaniamo in questo mondo. Il rammarico, come quello del padre della parabola che vede allontanarsi verso la perdizione il figlio, dopo avergli anticipato la sua parte di eredità, non ci lasci in preda al totale sconforto e alla disperazione; preghiamo ancora di più per noi e per questi fratelli, che accecati dai desideri della carne, non riescono ad assecondare quelli dello spirito: che il Signore perdoni i nostri peccati e ci preservi dal fuoco dell'inferno. E preghiamo anche per i fratelli che, pur dicendosi cristiani, si scagliano contro la Chiesa, tacciandola di oscurantismo ed intolleranza, disconoscendo il Catechismo e quindi l'insegnamento stesso di Nostro Signore Gesù Cristo.
Ci è quasi impossibile non pensare agli scritti della Beata Anna Maria Taigi, sposa e madre senese vissuta a cavallo tra il '700 e l'800, devota alla Santissima Trinità; che ci siano da monito e da sprone per compiere la nostra missione di cristiani, ossia implorare la Misericordia del Signore:

«Dopo questi segni, quando si sarà vicini alla fine, il Drago sarà sciolto e la Divina Madre inviterà alla penitenza e gli uomini senza tener conto dei Celesti moniti andranno per le vie della Eterna Città Santa bagnata dal Sangue dei Principi (Apostoli), portando la Lussuria in processione; e il Padre della Menzogna sarà a loro capo. Sacrilegi compiranno contro i tempi del Santo Spirito e contro la Religione: gli uomini si vestiranno da donne e le donne si vestiranno da uomini, la Voce del Santo Vicario non sarà ascoltata e l' Alma Sua figura sara fatta oggetto di scherno e risa, allora il Drago che già ha preso possesso del suo regno istillerà lumi alle menti degli a lui soggetti per diffondere l'alito pestilento della Lussuria ove il Beatissimo pose Sede e per diffondere e moltiplicare l'opera sua nefanda di distruzione e perdizione, dovrà allora dalla Cristianità implorarsi la Misericordia di Dio e fare Orazione per la Chiesa Militante domandando aiuto alla Madre Santa e offrendo penitenze e sacrifici.»



Alcuni articoli tratti da La Bussola Quotidiana:

13 giugno - Sant'Antonio da Padova

Oggi, 13 giugno, ricorre la festa di Sant'Antonio da Padova; la devozione verso il Santo di Padova è pressoché universale, e milioni di persone ogni anno si recano da tutte le parti del mondo presso la basilica che custodisce le sue spoglie, a Padova, per chiedere ed ottenere delle grazie per sua intercessione.
Sant'Antonio, al secolo Fernando Martim de Bulhões e Taveira Azevedo, nacque a Lisbona nel 1195. Fin dalla giovane età seguì la forte vocazione che lo chiamava alla vita religiosa, entrando tra i canonici regolari di Sant'Agostino; in uno dei suoi viaggi incontrò san Francesco e rimase affascinato dallo stile di vita e dal senso profondo di Cristo del poverello d'Assisi. Nel 1220 entrò tra i francescani, e si distinse immediatamente per le sue valenti doti di predicatore; in particolare si prodigò molto per contrastare l'eresia dei catari in Francia.
Nominato ministro provinciale dell'ordine francescano per l'Italia, Antonio fissò la sua residenza principale nella cittadina di Padova, dove crebbe la sua fama per i molti miracoli che compiva, oggi mirabilmente rappresentati tra le sculture che ornano le pareti dell'Arca del Santo all'interno della Basilica. Negli ultimi anni della sua vita preferì ritirarsi a vita privata presso Camposampiero, dove si costruì una piccola capanna su di un noce e dove, poco prima della morte, si racconta che ebbe la visione di Gesù Bambino, elemento che caratterizza universalmente la sua iconografia.
La sera del 13 giugno 1231, sentendo che ormai la fine era vicina, desiderò di terminare i suoi giorni nella sua amata Padova; fu quindi trasportato su di un carro fino al convento delle clarisse dell'Arcella, alle porte della città veneta, dove morì in odore di santità. Fu proclamato santo soltanto un anno dopo, nel 1232, da papa Gregorio IX; papa Pio XII, nel 1946, lo proclamò Dottore della Chiesa e Doctor evangelicus.
La devozione a sant'Antonio di Padova fu imponente anche nella cittadina di Caorle; diocesi più prestigiosa di quelle sorte nel territorio veneziano, ma anche la più povera, era spesso destinata ai frati francescani, che accettavano in virtù del loro voto di povertà. Tra questi, e dei Conventuali, era il vescovo Pietro Martire Rusca (1656-1674), che nel 1665 riconsacrò il nostro Duomo e, contestualmente, fece erigere un altare proprio al Santo patavino; a memoria dell'evento campeggia ancora, sulla parete della navata destra, una lapide dove il vescovo raccomandava che venissero celebrate una Messa letta quotidiana e due Messe cantate al mese presso quell'altare. Oggi, in luogo di quell'altare, rimosso nel 1925, in una nicchia ricavata nella parete è posta una statua in gesso del santo dottore francescano, e appeso alla parete sinistra vi è ancora la tela di Sant'Antonio da Padova, di scuola veneta del XVII secolo, che fungeva da pala per quell'altare.
Inoltre, prima del vescovo Rusca, il vescovo Lodovico de Grigis (1601-1609) consacrò il Santuario che sorse sul luogo del noce su cui il Santo aveva posto la sua dimora nell'ultima parte della sua vita, a Camposampiero.

Nel video che segue possiamo ammirare lo splendore dell'arca del Santo da un servizio di Telechiara. Oggi pomeriggio, a partire dalle 17:30, si può seguire la processione con le reliquie del Santo per le vie di Padova, proprio su Telechiara, visibile al canale 14 del digitale terrestre o da internet (solo con il browser internet explorer) a questo indirizzo.

domenica 12 giugno 2011

Veni Sancte Spiritus - Pentecoste

«Hodie completi sunt
dies Pentecostes, alleluia:
hodie Spiritus Sanctus
in igne discipulis apparuit
et tribuit eis charismatum dona:
misit eos in universum mundum
predicare et testificari:
qui crediderit, et baptizatus fuerit,
salvus erit, alleluia.
»

Questo è il testo dell'antifona al Magnificat di oggi, solennità di Pentecoste. Il termine usato per questa particolare festa deriva dal greco, e significa letteralmente "cinquantesimo" giorno; con oggi, infatti, sono trascorsi cinquanta giorni dalla Pasqua. La ricorrenza odierna non è una novità cristiana; anche nell'ebraismo ci si riferiva alla pentecoste come alla festa della mietitura o delle primizie, e con essa giungeva il tempo della fine dei raccolti. Anche oggi la Pentecoste termina una fase dell'anno liturgico, il tempo di Pasqua, cominciato dalla solenne Veglia Pasquale. Il cero pasquale, che da allora aveva un posto di particolare visibilità accanto all'altare, tornerà, dopo questa sera, ad occupare la sua consueta posizione accanto al Battistero, per illuminare i battezzati con la luce di Cristo ed accompagnare a Lui le anime dei defunti che in Lui hanno creduto, anch'essi morti in Cristo e rinati a nuova vita nel Battesimo.
Ma per i cristiani la Pentecoste segna anche un inizio: l'inizio della Chiesa, dell'annuncio del Vangelo da pare degli Apostoli. Così come accade per la Pasqua, anche la Pentecoste viene trasfigurata da Gesù Cristo nostro Salvatore, che prima della sua Passione aveva promesso ai suoi un "Paraclito" (che significa Consolatore):

«Io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.»
(Gv 16, 7-11)

Con l'invio dello Spirito Santo, terza persona della Santissima Trinità, nel giorno di Pentecoste, il Signore manda i suoi discepoli in tutto il mondo per annunciare agli uomini la Salvezza; e la Salvezza viene dal credere che Gesù Cristo è il Figlio di Dio. In particolare, così recita l'antifona citata in apertura, con il Sacramento del Battesimo, rimandando alle parole di san Giovanni Battista che aveva profetizzato un battesimo in Spirito Santo e fuoco:

«Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.»
(Mt 3, 11)

L'antifona che la liturgia vespertina di oggi ci propone è nel primo modo gregoriano, che esprime gravità ma anche allegria ed è adatto a placare le passioni dell'animo. Lo stile di questa antifona lo si può riscontrare in altre antifone al Magnificat dell'anno liturgico: in particolare voglio citare quelle delle solennità di Natale (Hodie Christus natus est) e dell'Epifania (Tribus miraculis), uguali anche nel tono in cui sono scritte, e della solennità dell'Assunta (Hodie Maria Virgo), scritta invece nell'ottavo tono: mi riferisco alla iterazione, in queste antifone, dell'avverbio Hodie, oggi. Questo ci dà il senso di cosa vuol dire celebrare nella liturgia divina i misteri di Dio: non vuole infatti essere una rievocazione storica o leggendaria di eventi lontani nel tempo (in un certo giorno ben determinato dell'1 d.C. il Signore è nato, in un altro giorno i Magi sono andati ad adorarlo), ma gli eventi, avvenuti un tempo per i pastori, per i magi, per gli apostoli, avvengono oggi per noi. Così non andiamo in chiesa per ricordarci di una cosa accaduta nel passato ed oggi completamente terminata: su noi stessi, popolo di Dio, cresimati, viene inviato lo Spirito Santo perché lo testimoniamo in tutte le circostanze della nostra vita; e a noi sono rivolte in particolare le ultime parole dell'antifona: "Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo".

Ascoltiamola, dunque, dalla voce di Giovanni Vianini della Schola Gregoriana Mediolanensis, e in una versione polifonica, composta da Giovanni Gabrieli, insieme allo zio Andrea una delle più eminenti figure musicali del rinascimento veneziano.



Oggi sono compiuti
i giorni della Pentecoste, alleluia:
oggi lo Spirito Santo
apparve ai discepoli sottoforma di fuoco,
e recò loro i doni dei carismi:
li inviò in tutto il mondo
a predicare e dare testimonianza:
chi crederà, e sarà battezzato,
sarà salvo, alleluia.

venerdì 10 giugno 2011

Che cos'è in realtà l'Europride?

Chi di noi ha avuto modo di leggere i giornali o guardare i telegiornali in questi giorni è sicuramente venuto a conoscenza del fatto che a Roma, domani, si terrà il cosiddetto Europride, che non ha nulla a che vedere con l'orgoglio di essere europei (come si intuirebbe dal nome), ma è una delle solite manifestazioni degli irriducibili gruppi omosessualisti. Nelle intenzioni dichiarate dagli organizzatori, lo scopo sarebbe quello di combattere la cosiddetta "omofobia", l'intolleranza presunta contro gli omosessuali da parte della Chiesa e dei cattolici e molte altre cose trite e ritrite. In realtà è noto a tutti come l'evento di domani è quanto di più lontano possa esistere da una manifestazione culturale, come la si vorrebbe far passare. Diciamo le cose come stanno: in tutta onestà quella di domani sarà una parata mascherata dell'inciviltà, di gente spudorata che andrà in giro mezza nuda, mimando atti sessuali espliciti alla luce del giorno, in una città le cui strade possono essere normalmente percorse da bambini e famiglie. E questo giudizio obiettivo non può essere tacciato di essere discriminatorio od omofobo: atti di una tale sconcezza non sono assolutamente giustificabili, non perché compiuti da persone dichiaratamente omosessuali, ma sono inaccettabili di per se stessi, anche se tali manifestazioni le organizzassero coppie eterosessuali (dalle quali, tuttavia, non ho mai visto né sentito fare niente del genere).
Come il Catechismo della Chiesa Cattolica ci insegna, la dottrina condanna gli atti sessuali fra persone dello stesso sesso; ma raccomanda che non vi siano ingiuste discriminazioni nei confronti di quelli che sono in ogni caso fratelli, addirittura più bisognosi di aiuto di altri nel cercare, se credenti, di resistere a queste tendenze di origine tutt'ora sconosciuta. A questa stessa Chiesa che predica e mette in pratica la vicinanza caritatevole nei confronti di questi fratelli, specialmente di coloro che spontaneamente si avvicinano per cercare di superare questi comportamenti indesiderati, si risponde con l'insulto e con le scritte incivili sui muri degli edifici sacri, in nome della tolleranza; con l'irruzione in chiesa durante la Santa Messa come successo non più tardi di domenica scorsa, all'urlo di "curati tu", indirizzato al parroco che aveva solo accolto dei ragazzi insoddisfatti delle loro tendenze omosessuali e che volevano superarle. Ed infine con una manifestazione assolutamente provocatoria ed indecorosa come quella di domani, comunque non una novità per la città di Roma, che viene spacciata per una "conquista di civiltà" (se questa è civiltà cos'è inciviltà?).
Chiediamoci, liberi da ogni pregiudizio, che cos'è la manifestazione di domani, cosa significa; può una sfilata di carri dove la gente sta mezza (o completamente) nuda, con parrucche colorate e vestite di pelle nera essere definita un evento culturale? Può un ammasso di persone che in preda a danze conturbanti ostentano le loro vergogne in pubblico significare la richiesta che vengano riconosciuti dei diritti?
Il reale significato di questo genere di manifestazioni ce lo spiega Luca di Tolve, omosessuale per circa vent'anni e poi uscito per sua volontà (e senza costrizioni oscure da parte della Chiesa) da questa condizione, come ha raccontato nel libro «Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso», edito da Piemme; in un articolo-intervista apparso oggi su La Bussola Quotidiana a firma di Raffaella Frullone, leggiamo la sua esperienza (mie le evidenziature in rosso):

«L'Omofobia? Una grande bufala» Parola di ex gay militante
Di Raffaella Frullone

Cinquecentomila persone per le strade, 41 linee del trasporto pubblico deviate, entusiasmo crescente. L’EuroPride 2011, che va in scena nelle strade della capitale, si prepara a vivere il suo culmine domani sera, quando una sfavillante Lady Gaga, invitata nientepopo di meno che dall’ambasciatore statunitense, si scatenerà sulle note di «Born this way», inno alla naturalità della diversità.
La manifestazione dell’orgoglio omosessuale, si legge nello statuto politico, sottolinea che «Essere orgogliosi significa scegliere a testa alta i propri percorsi di vita con consapevolezza e libertà, nel riconoscimento del medesimo spazio di libertà di qualunque altra persona». Ma questa definizione non convince, soprattutto chi l’ha frequentata per 20 anni, come Luca di Tolve. Oggi quarantenne e sposato con Teresa, Di Tolve gestisce il gruppo Lot, associazione che difende l'identità di genere e offre supporto a chi porta dentro di sè ferite e dipendenze a livello emotivo. Nel suo libro «Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso», edito da Piemme, racconta la sua storia e la sua esperienza all'interno di Arcigay, storica associazione che, si legge nel suo statuto «si propone di promuovere e tutelare il diritto all’uguaglianza tra ogni persona sia essa gay, bisessuale, lesbica, transessuale o eterosessuale».

Di Tolve, che cosa è Europride?

«Una manifestazione egocentrica, una pura ostentazione, una giornata di folle divertimento. Tutto quello che si fa normalmente nei punti di ritrovo la notte, viene riproposto nelle strade di giorno. Non è, come si vuol far credere, una battaglia sociale, ma solo un mettersi in mostra attorno all’unico elemento di coesione: il sesso. Per capirlo basta accedere al sito di arcigay.it, si trova una serie di locali, sparsi in tutta Italia, con la denominazione cruising, ovvero ricerca e offerta di sesso casuale, anonimo e vario. Nessuna associazione che promuove diritti si sognerebbe mai di organizzare un maxi festino per le strade, tranne i movimenti omosessualisti. Il loro unico scopo è sdoganare un modello di pensiero, negando tutti quelli che lo contraddicono».

In che senso?

«Non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi che una persona in un dato momento abbia un problema con la proprie identità sessuale, danno per scontato che la strada sia quella dell’omosessualità, e su quella indirizzano tutti, soprattutto i più giovani e i più fragili. Noi crediamo che l’essenza della persona non sia omosessuale, che ci possano essere delle tendenze, dei problemi psicologici, delle ferite, ma non se ne può parlare. Non si può dire nulla se non nel modo in cui Arcigay propone, perchè subito si è tacciati di omofobia. Ma lo spettro dell’omofobia è una grande, gigantesca bufala. Omofobia significa avere paura, io non ho paura dell’omosessualità e nemmeno degli omosessuali: lo sono stato per 20 anni! Questo è soltanto un tentativo di zittire chiunque si permetta di esprimere un’opinione diversa».

Qualcuno potrebbe obiettare che alcune persone non si riconoscono nella propria identità sessuale biologica...

«Conosco bene questo stato d’animo, per averlo provato. Porta con sè un carico di dolore, di rabbia, di sofferenza inimmaginabile. Di fronte a questa sensazione di freddo smarrimento viene naturale avvicinarsi al mondo gay, e poi ne si viene travolti. Noi vogliamo offrire un’alternativa, con il gruppo Lot vogliamo dare voce alle persone che non si sentono in sintonia con quello che provanno, andare incontro agli adolescenti che chiedono di capire cosa sta succedendo. Il percorso è lungo e complesso, ma bisogna essere chiari: siamo maschi o femmine. E la normalità è essere eterosessuali».

Quindi secondo Lei non ci sono diritti da tutelare per quanto riguarda gli omosessuali attraverso i GayPride?

«L’unico risultato di queste manifestazioni è il proliferare di locali dove si offre sesso. A me dispiace tantissimo perchè so che i ragazzi più giovani ci credono davvero, e il loro entusiasmo viene alimentato di continiuo, facendo loro credere che si cambierà il mondo, ma non è così e ai vertici lo sanno bene. E’ il sesso il motore del mondo gay, come in una sorta di cannibalismo ci si nutre di una cosa che non si ha. Ed è questo che personalmente ha fatto scattare in me un campanello d’allarme. Il sesso. Perchè non esiste la fedeltà nel mondo gay, esiste la ricerca compulsiva di qualcosa che si vuole possedere, ma non la si ottiene perche’ ci si ostina a cercare nell’uguale a noi. Non esistono persone serene, o piene, nel mondo gay. Al contrario quando l’individuo scopre il mistero della complementarità, tutto acquista una luce diversa… ».

Quale è stata la molla che Le ha fatto pensare che qualcosa non andava nel mondo gay?

«Ad un certo punto, dopo anni di ricerca sfrenata, non solo non avevo trovato nulla, ma non avevo nemmeno capito bene cosa stavo cercando, e nemmeno se lo avrei trovato mai. Esausto, mi sono fermato, ho staccato. Poi ho scoperto che c’erano altre possibilità: con grandissimo stupore e altrettanta sofferenza ho scoperto una cosa che nessuno, in 20 anni di Arcigay mi aveva mai detto, e cioè che potevo diventare eterosessuale. Perchè non me lo avevano detto? Mi hanno rubato 20 anni di vita. Ho cominciato a leggere i libri di Nicolosi, psicoterapeuta americano, che da anni negli Stati Uniti si occupava di terapia riparativa. Non sono stato convinto da subito, ma ho voluto tentare anche quella strada. Ho capito che la mia vita era cambiata quando ho cominciato a percepire la profondità del mistero della complementarità, e ho sentito dentro di me un desiderio, che nessuno mi aveva detto che avrei potuto sentire: quello di essere padre. Fino ad allora nessuno mi aveva mai detto che avrei potuto generare una vita».

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