Duomo di Caorle su facebook

mercoledì 26 gennaio 2011

Un'altra lezione di "catechismo" dalla TV

Ritorniamo su un tema già affrontato in passato; le lezioni di catechismo da parte della televisione. Purtroppo è ancora la trasmissione forum ad occuparsene, stavolta per slogan, quasi fosse un compendio di un catechismo irrevocabile e universale, tanto che il pubblico era concorde pressoché all'unanimità; e c'è da pensare che, come il pubblico in studio, anche il pubblico a casa (che non è poi così esiguo, 19% di share nella fascia daytime solo ieri) debba essere stato convinto della bontà delle tesi di Rita Dalla Chiesa e compagnia. Infatti le dinamiche dell'arena teologica di Forum sono quelle ormai note in molti programmi di opinione (verrebbe da aggiungere "opinione pilotata"): si spara la sentenza, magari con un certo tono alterato, e scatta l'applauso. Spiegazioni? Non sono necessarie. Diritto di replica? Non è previsto. E le tesi di queste sentenze sono molto affascinanti, più o meno tutte, nel profondo, celano una sorta di "teoria del complotto" che molti non hanno più abbandonato dopo le "scoperte" di Dan Brown (un po' il lume di questo pensiero moderno).
Quest'oggi una signora era stata citata in causa perché responsabile di un locale da ballo, adibito dalla parrocchia con la motivazione di togliere i giovani dal pericolo della strada il sabato sera, ed un vicino lamentava rumori troppo molesti. Lungi da me entrare nel merito della causa, che ha tutta la sua dignità (e, peraltro, chi fatica a dormire di notte per rumori molesti ha tutta la mia solidarietà). Quello che fa specie è che conduttrice, aiutanti e pubblico si sono scagliati contro la signora, e non per dirle di abbassare il volume dopo una certa ora (cosa che le avrei detto anch'io); perché la Chiesa che rappresentava la signora era una chiesa falsa, cattiva, ben lontana dalla chiesa vera che è quella che Gesù Cristo ha fondato. Si sono sentite le seguenti frasi (tutte sottolineate accuratamente dalla conduzione e dal pubblico):
  • la Chiesa non riconosce la dignità dell'uomo;
  • padre Puglisi (sacerdote siciliano ucciso dalla mafia, ndr) si scagliava ogni giorno contro la Chiesa;
  • la Chiesa predica che Gesù è un paranoico, invece Gesù era un simpaticone (e Rita dalla Chiesa, alla signora che sembrava non aver capito: "Ha capito cosa ha detto il ragazzo?");
  • la Chiesa deve essere libertà, noi (con velato riferimento ai divorziati risposati) abbiamo bisogno di una Chiesa libera.
Ecco come attirare il consenso della gente: chi dice con tono deciso che la Chiesa non è libera, impone un giogo di schiavitù, non può essere nel falso. Peccato che, si legge nel Catechismo (quello vero): "Dio « lasciò » l'uomo « in balia del suo proprio volere » (Sir 15,14), perché potesse aderire al suo Creatore liberamente e così giungere alla beata perfezione." (CCC n. 1743). Oppure si citano personaggi amati da tutti, meglio se morti (così è possibile metter loro in bocca qualsiasi cosa, non tornerà a dire se è d'accordo o meno), o meglio ancora se morti ammazzati dalla mafia, come don Puglisi. E' interessante il ragazzo che dice "Gesù era un simpaticone, non un paranoico"; chi non ha mai letto il Catechismo sa di esso quello che gli altri (e spesso chi è contro la fede cattolica) vogliono che si sappia: la Chiesa è non si fa questo, non si fa quest'altro... Nessuno di questi ha però pensato di leggere il perché; anzi, spesso si rifiuta di saperne di più, per non dover essere costretti a riconoscere che il cristianesimo, così come proposto dal mondo di oggi, non è quello delle Scritture. Si annacqua il messaggio di Cristo (quasi sempre in chiave new age) per renderlo universalmente accettabile; se così fosse, però, nessuno avrebbe più bisogno di scegliere di seguire Cristo, è Cristo che viene dietro a quello che vuoi tu: vuoi tradire la moglie / il marito e risposarti? Gesù capisce, fallo pure. Non te la senti di alzarti dal letto la mattina e perdere un'ora di tempo in chiesa per la Messa? Gesù ha capito, non occorre. Paradossalmente chi chiede più libertà è chi vorrebbe che non ci fosse libertà, dato che non c'è più una scelta da fare.
Non si può che concludere raccomandando di leggere il Catechismo, quello della Chiesa Cattolica; leggendolo si possono scoprire cose che sorprendono. E per chi ha internet è anche gratuito, si può trovare a questo indirizzo:
http://www.vatican.va/archive/ITA0014/_INDEX.HTM
E, ovviamente, l'invito a non farsi plagiare da chi, tra l'altro, mostra di non avere alcun titolo per parlare di catechismo (dato che è chiaro che non l'ha mai letto). Certo, c'è da augurarsi che la Chiesa stessa si occupi di divulgare il Catechismo; anche qui c'è da interrogarsi: chi di noi che leggiamo questo blog può dire "in parrocchia mi hanno insegnato il Catechismo"? Forse molti di più possono dire "in TV mi hanno insegnato il catechismo". E speriamo almeno che non imparino, come si è sentito ieri, che l'Arcangelo Gabriele si è recato dalla Vergine Maria per annunciarle l'assoluzione in cielo!

martedì 25 gennaio 2011

Chiusura della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

Questa sera, nella basilica di San Paolo fuori le mura in Roma, il sommo pontefice ha chiuso la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani con i vespri cantati della festa liturgica della Conversione di San Paolo apostolo.
Durante l'omelia il papa ha lanciato un appello affinché, seguendo l'esempio di Gesù, che alla vigilia della sua Passione pregò il Padre perché i suoi discepoli fossero una sola cosa, i cristiani continuino ad invocare da Lui incessantemente il dono dell'unità.
Il tema per la settimana di preghiera, quest'anno proposto dalle comunità cristiane di Gerusalemme, è di rafforzare l'impegno per l'unità meditando sul modello di vita dei primi cristiani, che erano perseveranti nelle preghiere, nella Comunione e nello spezzare il pane. Una comunità non chiusa in se stessa ma fin dal suo nascere cattolica, universale, capace di abbracciare fedeli di lingue e culture diverse; una comunità non fondata su un patto tra i suoi membri né dalla condivisione di un ideale comune, ma fondata su Cristo morto e risorto.
Dalla descrizione della discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, l'evangelista Luca, negli Atti degli apostoli, descrive lo stile di vita di questa prima comunità. Tale descrizione però non è semplicemente un ricordo del passato e nemmeno la presentazione di un esempio da imitare o di una meta ideale da raggiungere; essa è piuttosto un'attestazione, piena di fiducia, che lo Spirito Santo, unendo tutti in Cristo, è il principio dell'unità della Chiesa e fa dei credenti una sola cosa. L'insegnamento degli apostoli, lo spezzare il pane, la preghiera, sono i segni che costituiscono i tratti essenziali di tutte le comunità cristiane di ogni tempo e di ogni luogo; potremmo dire che sono segno tangibile dell'unità.
Benedetto XVI ha esortato ad essere riconoscenti del fatto che negli ultimi decenni il movimento ecumenico, sorto sotto la spinta dello Spirito Santo, abbia fatto numerosi passi avanti; sappiamo bene, ha ricordato tuttavia il papa, che siamo ancora lontani dall'unità per la quale Cristo ha pregato, rappresentata nella vita dei primi cristiani. Quest'unità non si manifesta solo sul piano organizzativo, ma soprattutto sulla professione di una sola Fede, di una celebrazione comune del culto divino; quindi l'unità dei cristiani non può limitarsi ad una pacifica convivenza. Il cammino di questa unità deve essere un imperativo morale di fronte a un preciso comando del Signore; per questo occorre vincere la tentazione della rassegnazione, che è una mancanza di fiducia nei confronti dell'azione dello Spirito Santo.
Come ha dichiarato il Concilio Vaticano II, il santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell'unità di un'unica Chiesa di Cristo va oltre le forze umane, pertanto dobbiamo avere fede nell'amore del Padre verso di noi e in Cristo suo unico Figlio.
Quale esempio di unità della Chiesa il pontefice ha richiamato l'apostolo Paolo, di cui quest'oggi si è celebrata la festa della conversione; egli, prima dell'apparizione di Gesù sulla via di Damasco, era uno dei più accaniti persecutori dei primi cristiani, attestatore della morte di santo Stefano, come descritto negli Atti. Dopo la conversione fu introdotto da Barnaba agli altri apostoli, che si fece garante della verità della sua conversione; così fu annoverato egli stesso tra gli apostoli. Nei suoi viaggi numerosi, Paolo non dimenticò mai la Comunione con la Chiesa di Gerusalemme; la colletta in favore dei più poveri era da lui considerata non solo come opera di carità ma come segno dell'unità della Chiesa di Cristo.
In unione con Maria, che il giorno di Pentecoste era presente nel cenacolo insieme agli apostoli, il papa ha esortato a rivolgersi a Dio, fonte di ogni dono, perché si rinnovi tra noi oggi il miracolo della Pentecoste, e guidati dallo Spirito Santo, possiamo raggiungere la piena unità in Cristo.

Cliccando sul link di seguito è possibile leggere l'omelia per intero:

Vespri nella festa della Conversione di san Paolo apostolo - Omelia del Santo Padre

lunedì 24 gennaio 2011

45ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

Come di consueto oggi, 24 gennaio, memoria liturgica di san Francesco di Sales, è stato reso noto il Messaggio del papa per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, quest'anno dal titolo "Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale". Il sommo pontefice si è soffermato in particolare sull'uso di internet e dei social network, come ad esempio Facebook; così ne ha messo in luce gli aspetti positivi ed ha messo in guardia da quelli negativi:

«Nel mondo digitale, trasmettere informazioni significa sempre più spesso immetterle in una rete sociale, dove la conoscenza viene condivisa nell’ambito di scambi personali. La chiara distinzione tra il produttore e il consumatore dell’informazione viene relativizzata e la comunicazione vorrebbe essere non solo uno scambio di dati, ma sempre più anche condivisione. Questa dinamica ha contribuito ad una rinnovata valutazione del comunicare, considerato anzitutto come dialogo, scambio, solidarietà e creazione di relazioni positive. D’altro canto, ciò si scontra con alcuni limiti tipici della comunicazione digitale: la parzialità dell’interazione, la tendenza a comunicare solo alcune parti del proprio mondo interiore, il rischio di cadere in una sorta di costruzione dell’immagine di sé, che può indulgere all’autocompiacimento.»

Per quanto riguarda i social network, il papa riconosce che questa nuova realtà di comunicazione è diventata tanto importante da stravolgere, soprattutto per i giovani, il modo di comunicare con i propri amici: «Quando le persone si scambiano informazioni», scrive Benedetto XVI, «stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali»; tuttavia riconosce che «è importante ricordare sempre che il contatto virtuale non può e non deve sostituire il contatto umano diretto con le persone a tutti i livelli della nostra vita».
Un posto centrale nel discorso odierno è occupato dalla comunicazione del Vangelo nei nuovi media; l'ampliamento delle vie della comunicazione a cui internet in questo tempo ha dato il via richiede, da parte del cristiano, un'ulteriore e doveroso impegno per portare la Parola di Dio anche qui. E, non differentemente da quanto accade nella vita di ogni giorno, anche l'annuncio "via internet" richiede una testimonianza coerente da parte di chi annuncia. In questo senso, dunque, il comportamento del cristiano che utilizza internet ed il social network deve essere coerente con la propria fede, anche se non è visto in faccia dal proprio interlocutore.
Scrivere sul web, però, significa anche tuffarsi in un mare vasto quanto l'oceano, e quanto viene scritto in una così ampia bacheca non sempre può avere la popolarità sperata; ciò potrebbe portare gli operatori di internet a cercare di modificare il messaggio per renderlo più appetibile alla platea mondiale. Ma questa non è la strada giusta di chi vuole servirsi di internet per diffondere il Vangelo; risponde il papa:

«Dobbiamo essere consapevoli che la verità che cerchiamo di condividere non trae il suo valore dalla sua "popolarità" o dalla quantità di attenzione che riceve. Dobbiamo farla conoscere nella sua integrità, piuttosto che cercare di renderla accettabile, magari "annacquandola". Deve diventare alimento quotidiano e non attrazione di un momento. La verità del Vangelo non è qualcosa che possa essere oggetto di consumo, o di fruizione superficiale, ma è un dono che chiede una libera risposta.»

Il messaggio si conclude con l'auspicio che internet non rimanga uno strumento per "manipolare emotivamente" le persone, ma «i credenti incoraggiano tutti a mantenere vive le eterne domande dell'uomo, che testimoniano il suo desiderio di trascendenza e la nostalgia per forme di vita autentica, degna di essere vissuta».
Cliccando sul seguente link potrete leggere il messaggio completo:

Messaggio per la 45ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali di papa Benedetto XVI

giovedì 20 gennaio 2011

Intervista al cardinale Bartolucci

Voglio segnalare questa interessante intervista apparsa sul periodico "30Giorni", diretto da Giulio Andreotti, al cardinale Domenico Bartolucci, già maestro perpetuo della Cappella Sistina. In questa intervista il cardinale ripercorre, grazie alle domande di Paolo Mattei, la sua vita alla scoperta della musica sacra e della polifonia romana, durante la quale fu inoltre direttore della cappella musicale del Duomo di Firenze, del Laterano e della Basilica Liberiana. Non mancano dei riferimenti all'evoluzione (o forse sarebbe meglio parlare di involuzione) della musica sacra, commenti molto significativi se pensiamo che arrivano, oltre che da un valente compositore, da un uomo che ne ha vissuto e contribuito a scriverne la storia, a partire da quando, per quattro anni, fu vice di Lorenzo Perosi (sotto papa Pio XII), per poi lavorare per papa Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II; per concludere con un'opinione del porporato sulla musica sacra oggi.

La porpora e il coro

«Credo che la mia nomina sia un richiamo di questo Papa, amante della bellezza, a non lasciare che si perda definitivamente tanta ricchezza musicale». Intervista con il neocardinale Domenico Bartolucci

Intervista con il cardinale Domenico Bartolucci di Paolo Mattei

Nel concistoro dello scorso 20 novembre Benedetto XVI ha creato cardinale monsignor Domenico Bartolucci. Nato il 7 maggio del 1917 a Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze, Bartolucci è stato per più di quarant’anni, dal 1956 al 1997, maestro direttore perpetuo della Cappella musicale Pontificia “Sistina”. Successore di monsignor Lorenzo Perosi in questo incarico, il neoporporato, durante il pontificato di Giovanni XXIII, riorganizzò la Cappella musicale del Papa, le cui origini risalgono alla Schola cantorum romana dei tempi di Gregorio Magno.
Bartolucci, tra i più autorevoli interpreti di Giovanni Pierluigi da Palestrina – che della Cappella Sistina fu cantore –, è accademico di Santa Cecilia e prolifico compositore di musica sacra. Lo abbiamo incontrato a Roma, dove vive.

Si aspettava questa nomina, eminenza?
DOMENICO BARTOLUCCI: Non ci avrei mai pensato. Quando l’ho saputo dal cardinal Bertone ho avvertito una forte scossa interiore. So che il Papa ha stima di me, ma la mia nomina credo sia un richiamo al valore della musica sacra nella liturgia.
La musica: il filo conduttore di tutta la sua vita…
L’ho amata fin da bambino. Mio padre, un operaio, era un cantore appassionato, mi portava sempre con lui quando andava a cantare nel coro della Compagnia dei Neri, una confraternita laicale di Borgo San Lorenzo.
E gli studi?
Solfeggio e canto, fin dalle elementari. Poi, verso i dieci anni, in seminario a Firenze, incontrai il grande Francesco Bagnoli, maestro di cappella di Santa Maria del Fiore.
In seminario però ebbe delle difficoltà con le autorità…
I regolamenti erano duri. Non potevo suonare il pianoforte per più di mezz’ora al giorno, e non tutti i giorni. Poi, nel ’29, mi ritrovai davanti a un armonium durante la festa dell’Immacolata, ad Arcetri, e sfortuna volle che il parroco di quella chiesa fosse anche il mio professore di latino e greco in seminario: se suona così bene – pensò –, vuol dire che si impegna troppo nell’approfondimento della musica e troppo poco in quello delle lingue classiche… Ottenne che fossi interdetto dallo studio della musica durante l’anno e che mi fosse impedito di suonare.
Una tragedia…
Ero un tipo pervicace, e seppi organizzarmi. Incominciai a “suonare in silenzio”.
Cioè?
Mi costruii una tastiera di cartone, coi tasti disegnati sopra. La “suonavo” nascondendola sotto il banco. Mi esercitavo in quel modo.
E componeva?
Di tanto in tanto riuscivo a verificare su un pianoforte vero quanto avevo creato nella mia testa “suonando” sulla tastiera finta.
Che cosa scriveva?
Laudi alla Madonna, messe a più voci. I superiori non ne volevano sapere. Mi accusavano di essere un presuntuoso. Fui tentato di abbandonare il seminario.
Addirittura…
Fu il mio confessore che mi convinse a non mollare.
Immagino che le cose poi iniziarono ad andare per il verso giusto…
Dopo un po’ di tempo tutto si sistemò. A quattordici anni iniziai il mio servizio di organista a Santa Maria del Fiore. E incominciai a comporre con più serenità mottetti, madrigali, cantate, laudi, oratori… Uno dei mottetti più belli, Super flumina Babylonis, lo scrissi a diciassette anni.
In quale anno giunse a Roma?
Nel 1942. Nel frattempo, nel ’34, ero stato ordinato prete e avevo continuato a studiare con Bagnoli, e anche col maestro Vito Frazzi, docente nel Conservatorio di Firenze. Là, nel ’39, mi diplomai in composizione.
E a Roma, che cosa faceva?
Ero ospite al collegio Capranica e continuavo a studiare, al Pontificio Istituto di Musica sacra e all’Accademia nazionale di Santa Cecilia. Facevo il pendolare tra Firenze e Roma, perché contemporaneamente dirigevo la Cappella di Santa Maria del Fiore.
In quel periodo fece anche il parroco…
Nel ’45, a Montefloscoli, dove mi mandò l’arcivescovo Dalla Costa. Mi ricordo che spesso componevo le mie musiche in treno. Sempre nel ’45 fui nominato maestro sostituto della Cappella musicale di San Giovanni in Laterano. L’anno “decisivo” fu il ’47.
Perché?
Assunsi la direzione della Cappella Liberiana di Santa Maria Maggiore.
Ruolo che fu già di Pierluigi da Palestrina…
Eh sì. Rimasi impressionato dal modo di cantare “romano” e ne scrissi anche al mio maestro. Per la Basilica ho composto tanta musica liturgica secondo il messale antico. Antifone, messe, mottetti, offertori… Furono eseguiti regolarmente fino alla riforma postconciliare.
Un altro anno fondamentale fu il ’56, eminenza…
Beh, sì, naturalmente, quando, dopo la morte di Lorenzo Perosi, divenni direttore perpetuo della Cappella musicale pontificia Sistina, della quale ero vicedirettore già da quattro anni. Raccoglievo l’eredità di quella “Scuola romana” che dai tempi di Pierluigi da Palestrina custodiva la tradizione del gregoriano e della polifonia.
Iniziò allora un lungo e fecondo periodo…
Mantenevo anche l’incarico di maestro della Liberiana, e quindi ero impegnato su due fronti. Come direttore della Sistina, mi venivano commissionate di continuo musiche nuove per le liturgie papali.
All’inizio fu “al servizio” di Pio XII e di Giovanni XXIII.
Monsignor Capovilla mi suggeriva i desideri di papa Roncalli, e componevo messe, offertori e mottetti per le liturgie da lui presiedute. Scrivevo in continuazione, anche per ricorrenze particolari: ricordo il Tu es Petrus per l’incoronazone di papa Giovanni, l’Attende Domine, quando, nel 1959, lo stesso Pontefice annunciò la convocazione del Concilio, la Missa pro defunctis per i funerali sia di Pio XII che di Giovanni XXIII. Ma eseguivo soprattutto le celeberrime messe di Pierluigi da Palestrina.
Nella più pura tradizione romana.
Certo, “a cappella”, senza accompagnamento d’organo.
Ma papa Roncalli amava quell’accompagnamento.
Vero. Una volta, nel ’60, lo richiese esplicitamente, per una celebrazione dei Vespri a San Pietro. Col coro ci sistemammo sotto l’organo. Ma, all’ultimo minuto, ci accorgemmo che la chiave del mobile in cui lo strumento era chiuso era sparita…
E come finì?
Che cantammo senza organo, come sempre. Poi il cardinale Tardini ci rivelò l’arcano.
Ossia?
Ostentando un finto dispiacere, ci rivelò che la chiave era rimasta, per “sbadataggine”, nella sua tasca.
Fu salva la tradizione della Scuola romana…
Sì. Ma anche Giovanni XXIII amava quella tradizione.
Un Pontefice cui lei è molto legato.
È stato il restauratore della Cappella Sistina.
Perché?
Quando fui nominato direttore, la Cappella era molto disorganizzata, il numero di cantori insufficiente, inadeguata l’educazione musicale dei pueri cantores. C’erano ancora i “falsettisti”, nonostante da tempo la Santa Sede voleva che fossero eliminati. Presentai un progetto di ristrutturazione. Giovanni XXIII lo accolse e mi permise di attuarlo.
Negli anni della sua direzione, la Cappella ha avuto anche un’intensissima attività concertistica.
Abbiamo girato tutto il mondo. Nel ’96 siamo stati anche in Turchia. Cantammo l’Ave Maria a Istanbul, in latino, naturalmente, e la gente piangeva per la commozione. E non credo piangesse perché capiva la lingua…
Che intende dire?
Che dopo il Concilio Vaticano II il latino è stato messo da parte, ed è stato un errore esiziale. Con la promulgazione del Messale del 1970, i testi millenari del Proprium [l’insieme delle parti della messa che varia secondo l’anno liturgico o le memorie particolari, ndr] sono stati eliminati, e lo spazio per i canti dell’Ordinarium [l’insieme invariabile delle parti della messa, ndr] molto ridotto per l’introduzione delle lingue volgari.
È nota, eminenza, la sua avversione per questi cambiamenti.
Mi pare evidente come da allora la musica sacra e le scholae cantorum siano state definitivamente emarginate dalla liturgia, nonostante le raccomandazioni della constitutio de Sacra Liturgia del ’63 e del motu proprio Sacram Liturgiam, del ’64, nel quale il gregoriano è definito «canto proprio della liturgia romana».
Era auspicata la «actuosa participatio» del popolo.
Che da allora non c’è più stata.
Come sarebbe a dire?
Prima di questi “aggiornamenti” il popolo cantava a gran voce durante i Vespri, la Via Crucis, le messe solenni, le processioni. Cantava in latino, lingua universale della Chiesa. Durante le liturgie dei defunti tutti intonavano il Libera me Domine, In Paradisum, il De profundis. Tutti rispondevano al Te Deum, al Veni creator, al Credo. Adesso, si sono moltiplicate le canzonette. Sono così tante che le conoscono in pochissimi, e non le canta quasi nessuno. Poi va corretta la mia fama di essere contro la partecipazione del popolo ai canti.
E come?
Ricordando, per esempio, che già prima del Concilio io curai un repertorio di canti in lingua italiana da destinare alle parrocchie: Canti del popolo per la santa messa, si intitolava. Naturalmente è sparito dalla circolazione.
Che tipo di vita condusse la Sistina dopo il Concilio?
Fummo gradualmente ridimensionati e messi da parte. Diventammo un corpo estraneo nelle celebrazioni. Durante il pontificato di Giovanni Paolo II, la Cappella risultava sempre meno coinvolta nelle grandi liturgie papali. La viva bellezza della polifonia palestriniana e del gregoriano andavano trasformandosi progressivamente in oggetti da museo.
Poi arrivò il 1997.
Fui rimosso dall’incarico. Nonostante il “perpetuo” del titolo. Il mio disappunto per il declassamento della Cappella e per alcune cose che avvenivano durante le cerimonie papali era ben noto. Fu comunque un colpo inaspettato.
Che cosa fece dopo?
Ho continuato a lavorare, dirigendo le mie composizioni e quelle degli autori della Scuola romana.
C’è addirittura una Fondazione a lei intitolata.
L’hanno costituita nel 2003 alcuni amici ed estimatori per diffondere la mia musica. Questo mi ha spinto a dedicarmi con calma alla revisione delle mie partiture.
Poi Benedetto XVI nel 2006 l’ha chiamata a dirigere un concerto nella Sistina.
Il 24 giugno di quell’anno, con il Coro polifonico della Fondazione ho diretto brani miei e di Pierluigi da Palestrina. Un evento molto bello.
E ora il cardinalato…
Come ho detto, la mia nomina credo sia un richiamo di questo Papa, amante della bellezza, a non lasciare che si perda definitivamente tanta ricchezza musicale. Che è il cuore pulsante della liturgia.
Ha un particolare desiderio nel cuore?
Mi piacerebbe poter vedere in scena il mio Brunellesco.
Di che cosa si tratta?
È un’opera lirica in tre atti, ambientata a Firenze. Ripercorre le vicende del completamento della Cattedrale di Santa Maria del Fiore con la costruzione della cupola per opera di Filippo Brunelleschi, ai tempi di papa Eugenio IV.

Tratto da: 30Giorni

domenica 16 gennaio 2011

Il papa ad Assisi, gli appelli e le polemiche

«Nel prossimo mese di ottobre mi recherò pellegrino nella città di san Francesco, invitando ad unirsi a questo cammino i fratelli cristiani delle diverse confessioni, gli esponenti delle tradizioni religiose del mondo e, idealmente, tutti gli uomini di buona volontà, allo scopo di fare memoria di quel gesto storico voluto dal mio predecessore e di rinnovare solennemente l'impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace»

Con queste parole papa Benedetto XVI, durante l'Angelus del 1° gennaio scorso, ha annunciato il suo viaggio ad Assisi, dove, insieme ai cristiani di altre confessioni religiose e agli esponenti di altre religioni farà memoria del gesto storico a cui 25 anni fa, nel 1986, prese parte papa Giovanni Paolo II. Questo annuncio ha suscitato parole di gioia e riconoscenza in molti esponenti cattolici: in primis dagli esponenti della Comunità di Sant'Egidio, che organizzano periodicamente questi eventi in favore della pace, e dei custodi della Basilica di san Francesco ad Assisi. Ma, non dobbiamo nasconderlo, ha suscitato anche diverse polemiche o quanto meno preoccupazioni, che oggi tengono banco in importanti organismi di informazione cattolica, in parte del mondo cattolico, che vede affacciarsi, ricordando come si svolse quel primo incontro del 1986, un pericolo: quello del sincretismo. Questo termine di origine greca vuole significare la tendenza a fondere insieme aspetti di culture o dottrine diverse; in questo caso particolare si teme che l'incontro degli esponenti di religioni diverse possa in qualche modo appianare, agli occhi della gente, le divergenze tra le diverse confessioni cristiane o addirittura tra religioni diverse.
A prima vista sembra una preoccupazione assolutamente infondata: abbiamo ben presenti quali sono le differenze fra le varie religioni e, anche se un po' meno, quelle fra le diverse confessioni del cristianesimo. Eppure credo che il problema debba essere affondato, poiché, a pensarci bene, non è certo di poco conto; l'incontro del 1986 fu infatti presentato (e vi sono ancora le testimonianze sulla rete) come incontro di preghiera dei rappresentanti di tutte le religioni per la pace. Detta in questi termini viene da chiedersi: preghiera a chi? Chi si va a pregare, quando si entra in una basilica cristiana cattolica, per invocare il dono della pace nel mondo e fra i popoli? Non vi è dubbio: si prega il Dio Trino ed Unico, attraverso l'intercessione della Beata Vergine Maria, Sua Madre, e dei santi (in particolare san Francesco d'Assisi). Allora ci si chiede: i buddhisti, i musulmani, gli ebrei, gli animisti, gli indù presenti quel giorno nella basilica di Assisi pregavano con le stesse intenzioni? E se no, chi pregavano allora? La risposta è abbastanza ovvia, ognuno pregava il suo dio; ed è questo che ha causato e causa ancora oggi le più pressanti preoccupazioni di cui parlavo prima: si rischia di far passare l'idea che una religione valga l'altra, che pregare Dio Padre Onnipotente è uguale a pregare il buddha, o gli spiriti che animano gli oggetti. A mio modo di vedere (e secondo un'opinione molto diffusa, a quanto ho avuto modo di leggere) l'organizzazione di quell'evento, soprattutto dal punto di vista mediatico, non andò nella direzione di negare questa tendenza; basti pensare al fatto che in quel famoso incontro fu fatta entrare in una chiesa consacrata, per la preghiera dei buddhisti, una statua o reliquia di buddha. E le reazioni da parte del mondo cattolico furono in parte devastanti: sono riportate (nei siti che oggi richiamano la pericolosità di queste derive sincretiste) dichiarazioni di suore che affermavano che Giovanni Paolo II "ha insegnato che le religioni sono tutte uguali", od altri che dicevano che noi occidentali abbiamo bisogno di imparare dai buddhisti che cos'è lo Spirito Santo, perché noi siamo troppo legati alla concezione corporea, loro sono più portati a quella spirituale.
Questo per dire che tali preoccupazioni, dunque, non devono essere tralasciate, considerate come delle chiacchiere da bar o paranoie da tradizionalisti; sono un autentico pericolo per la fede delle persone, specialmente quelle più affascinate dalla mentalità new age che ha fatto del sincretismo religioso uno dei suoi cavalli di battaglia. Ma allora cosa dire del fatto che papa Benedetto ha deciso di ritornare ad Assisi per celebrare il giubileo di quel gesto? Credo che una risposta arrivi dalle parole usate durante l'Angelus per annunciarlo, e che ho riportato ad inizio articolo: "rinnovare solennemente l'impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace". In questo messaggio non si parla di pregare per la pace, un'espressione che, come abbiamo visto, non avrebbe senso, o rischierebbe di avere un significato fuorviante, a tratti blasfemo.
Ma che tutte le religioni si impegnino a vivere la propria religiosità nella pace, e che questo impegno sia preso nel luogo che conserva le spoglie del santo considerato nella tradizione cristiana e non solo come angelo di pace questo ha un senso, specialmente se teniamo conto della pesante situazione in cui oggi viviamo soprattutto noi cristiani, spesso oppressi a causa della nostra fede. Per questo motivo, dunque, che questo appello venga lanciato dal papa, successore di Pietro, che ha più volte affermato in questi giorni che la libertà religiosa è necessaria e fondamentale per riconoscere la dignità umana, è molto significativo. Certo, il cristiano non potrà mai dire che la preghiera del buddhista, dell'induista, dell'ebreo, del musulmano... abbiano lo stesso valore della sua, rivolta all'Unico Vero Dio in Tre persone, nel nome di Gesù Cristo Nostro Signore; e in fondo al cuore spera che tutti si convertano a Cristo Gesù. Ma Dio stesso riconosce, per l'Amore col quale ci ama, la libertà dell'uomo di credere in Lui o meno; di fronte a quelli che non vogliono convertirsi il cristiano non deve provare astio, o sentirsi superiore; l'atteggiamento ce lo insegna Gesù stesso nella parabola del figliol prodigo: il padre attende speranzoso il ritorno del figlio, con amore. E ciò non impedisce di poter mettersi fraternamente d'accordo per un comune rispetto, specialmente, ripeto, in quest'epoca dove per la religione si muore.
Il pericolo del sincretismo religioso è sempre, tuttavia, dietro l'angolo; chi vorrà interpretare così questo gesto sarà comunque libero di farlo. A noi spetta smentirlo, come ha fatto il papa nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace di quest'anno:

«Quella indicata non è la strada del relativismo, o del sincretismo religioso. La Chiesa, infatti, “annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è «via, verità e vita» (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose”.»

O come fece lo stesso Giovanni Paolo II, quel giorno del 1986:

«"Il fatto che noi siamo venuti qui non implica alcuna intenzione di ricercare un consenso religioso tra noi o di negoziare le nostre convinzioni di fede. Né significa che le religioni possono riconciliarsi sul piano di un comune impegno in un progetto terreno che le sorpasserebbe tutte. Né esso è una concessione a un relativismo nelle credenze religiose"»

Questo breve articolo, tengo a precisare, è una mia opinione: la sezione dei commenti rimane, come sempre, aperta al confronto.

venerdì 14 gennaio 2011

Giovanni Paolo II sarà beato

La Santa Sede ha comunicato quest'oggi che l'iter del processo di beatificazione del venerabile servo di Dio, papa Giovanni Paolo II, si è concluso con l'autorizzazione da parte del Santo Padre Benedetto XVI al cardinale Angelo Amato (prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi) a pubblicare il decreto sul miracolo per il quale è stata riconosciuta l'intercessione del papa polacco. In un comunicato della sala stampa, poi, è stata resa nota la data del rito di beatificazione, che si terrà domenica 1° maggio 2011, ottava di Pasqua e domenica della Divina Misericordia, celebrato dal Santo Padre.
Il miracolo, necessario perché un fedele non martire possa essere dichiarato beato dalla Chiesa, è quello invocato da suor Marie Pierre Simon, malata del morbo di Parkinson e guarita inspiegabilmente dopo essersi rivolta all'intercessione del papa polacco.
La scelta della data del rito, che avverrà la domenica precedente la visita di Benedetto XVI nella nostra diocesi e ad Aquileia, è significativa; molti, infatti, ricorderanno che Giovanni Paolo II si spense nella sera del 2 aprile 2005, che in quell'anno era il sabato dell'ottava di Pasqua, vigilia della domenica in Albis. La festa della Divina Misericordia, legata alle apparizioni alla suora polacca santa Faustina Kowalska, fu stabilita nella prima domenica dopo Pasqua proprio da papa Wojtiła; quest'anno, poi, si ha anche la coincidenza di questa ricorrenza con il primo giorno del mese di maggio, mese tradizionalmente dedicato alla devozione mariana, cui papa Giovanni Paolo II era molto legato (a partire dal suo motto episcopale, col quale a Lei si affidava totalmente: Totus tuus).
Di seguito pubblichiamo il riassunto che è apparso oggi sul bollettino della sala stampa della Santa Sede sul processo canonico di beatificazione del defunto pontefice Giovanni Paolo II.

Il giorno 14 gennaio 2011, il Sommo Pontefice Benedetto XVI, durante l’Udienza concessa all’Em.mo Signor Cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha autorizzato lo stesso Dicastero a promulgare il Decreto sul miracolo attribuito all’intercessione del Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Wojtyła). Questo atto conclude l’iter che precede il Rito della beatificazione, la cui data sarà decisa dal Santo Padre.

Com’è noto, la Causa, per Dispensa Pontificia, iniziò prima che fossero trascorsi i cinque anni dalla morte del Servo di Dio, richiesti dalla Normativa vigente. Tale provvedimento fu sollecitato dall’imponente fama di santità, goduta dal Papa Giovanni Paolo II in vita, in morte e dopo morte. Per il resto furono osservate integralmente le comuni disposizioni canoniche riguardanti le Cause di beatificazione e di canonizzazione.

Dal giugno 2005 all’aprile 2007, furono pertanto celebrate l’Inchiesta Diocesana principale romana e quelle Rogatoriali in diverse diocesi, sulla vita, sulle virtù e sulla fama di santità e di miracoli. La validità giuridica dei processi canonici fu riconosciuta dalla Congregazione delle Cause dei Santi con il Decreto del 4 maggio 2007. Nel giugno 2009, esaminata la relativa Positio, nove Consultori teologi del Dicastero diedero il loro parere positivo in merito all’eroicità delle virtù del Servo di Dio. Nel novembre successivo, seguendo l’usuale procedura, la medesima Positio fu poi sottoposta al giudizio dei Padri Cardinali e Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, che si espressero con sentenza affermativa.

Il 19 dicembre 2009 il Sommo Pontefice Benedetto XVI autorizzò la promulgazione del Decreto sull’eroicità delle virtù.

In vista della Beatificazione del Venerabile Servo di Dio, la Postulazione della Causa presentò all’esame della Congregazione delle Cause dei Santi la guarigione dal "morbo di Parkinson" di Sr. Marie Simon Pierre Normand, religiosa dell’Institut des Petites Soeurs des Maternités Catholiques.

Come di consueto, i copiosi Atti dell’Inchiesta canonica, regolarmente istruita, unitamente alle dettagliate Perizie medico-legali, furono sottoposti all’esame scientifico della Consulta Medica del Dicastero delle Cause dei Santi il 21 ottobre 2010. I suoi Periti, dopo aver studiato con l’abituale scrupolosità le testimonianze processuali e l’intera documentazione, si espressero a favore dell’inspiegabilità scientifica della guarigione. I Consultori teologi, dopo aver preso visione delle conclusioni mediche, il 14 dicembre 2010 procedettero alla valutazione teologica del caso e, all’unanimità, riconobbero l’unicità, l’antecedenza e la coralità dell’invocazione rivolta al Servo di Dio Giovanni Paolo II, la cui intercessione era stata efficace ai fini della prodigiosa guarigione.

Infine, l’11 gennaio 2011, si è tenuta la Sessione Ordinaria dei Cardinali e dei Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, i quali hanno emesso un’unanime sentenza affermativa, ritenendo miracolosa la guarigione di Sr. Marie Pierre Simon, in quanto compiuta da Dio con modo scientificamente inspiegabile, a seguito dell’intercessione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, fiduciosamente invocato sia dalla stessa sanata sia da molti altri fedeli.

Fonte: www.vatican.va.

giovedì 13 gennaio 2011

Tesori d'arte sacra: la Pala d'oro

Iniziamo con questo post una serie di interventi dedicati a scoprire i tesori d'arte sacra conservati nelle chiese della nostra città, patrimonio che i nostri antenati hanno coltivato e incrementato con devozione e che spesso noi non conosciamo a sufficienza. L'inizio di questo itinerario artistico è la Pala d'oro, che campeggia ora sullo sfondo dell'abside centrale, sopra la sede del celebrante. Essa è costituita da sei formelle in argento cesellato e dorato, che la tradizione ci tramanda come dono della regina Caterina Cornaro, nobile veneziana andata in sposa al re di Cipro Giacomo II; Trino Bottani, famoso storico caorlotto vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, ci tramanda:

«Si pretende che la suindicata Regina abbia fatti alcuni regali alla nostra Cattedrale, cioè d'una antichissima Palla d'argento finamente lavorata con moltissime figure in essa incise, che si conserva all'altar maggiore.»
Trino Bottani, Saggio di Storia della città di Caorle, p. 185

Si ritiene infatti che l'arredo sacro possa essere stato donato alla comunità caorlotta in seguito all'approdo a Caorle della Regina a causa di una tempesta nel 1489, in segno di riconoscenza, e constestualmente sia stato realizzato l'affresco che ornava il catino dell'abside maggiore fino al XVII secolo, di cui oggi rimangono soltanto alcuni brandelli. Tuttavia lo storico Giovanni Musolino, nella sua "Storia di Caorle" (p. 194) nota che la specificità dei soggetti in essa rappresentati farebbero supporre che la Pala sia stata realizzata espressamente per la Cattedrale.
Le formelle (rappresentate nella figura sovrastante), disposte oggi orizzontalmente sullo stesso piano, erano originariamente disposte in maniera diversa: in un piano superiore si trovavano quelle che, secondo la disposizione attuale, sono la prima, la terza e l'ultima formella, e rappresentano rispettivamente l'Arcangelo Gabriele, il Cristo Pantocratore e la Vergine Orante; in quello inferiore si trovavano le altre figure di Santi, dall'attribuzione più incerta. L'opera era completata da una copertura lignea, come apprendiamo dagli atti della prima visita pastorale del vescovo Francesco Andrea Grassi (1701), sulla quale erano dipinte le figure della Santa Vergine in mezzo ai Santi Pietro e Paolo, andata dispersa alla fine del XVIII secolo.
L'attribuzione delle figure rappresentate nelle formelle (fatta eccezione per quelle dell'Arcangelo Gabriele e della Vergine Orante, che contengono delle iscrizioni in greco) ci deriva dagli atti della visita del vescovo Domenico Minio del 1691: l'attuale seconda formella raffigurerebbe san Daniele profeta (identificato dal cartiglio che porta nella mano sinistra), la quarta sarebbe santo Stefano Protomartire (identificato dalla dalmatica, veste dei diaconi) e la quinta san Giovanni Battista (anche se, a dire il vero, non si rintracciano elementi dell'iconografia tradizionale del Battista in questa figura). C'è però da dire che per queste formelle non si potrà mai avere una certezza definitiva, poiché prive di iscrizioni che ne individuino il soggetto, tanto che diversi esperti d'arte del passato (come testimonia il Musolino) non sono riusciti nell'attribuzione.
Ogni formella è contornata da una cornice, decorata dalle figure di altri Santi e Sante, delle quali l'identificazione è possibile soltanto per quelle dell'ultima formella (in quanto accompagnate da iscrizioni): si tratta delle sante Teodosia, Barbara, Tecla, Eufemia e Anastasia, Eudosia e Teodora, Caterina ed Eufrosine, Maria Maddalena e Pelagia; nella cornice superiore si osserva, inoltre, la figura di San Filippo apostolo. Attorno alla formella dell'Arcangelo Gabriele la cornice, molto rovinata dal tempo, mostra chiaramente la figura di San Giorgio, e accenna quelle di un angelo e di un santo giovinetto con nimbo.
La ricchezza nei particolari della prima e dell'ultima formella rispetto alle altre quattro avvalorano la tesi della differente fattura dell'opera: l'Arcangelo Gabriele e la Vergine Orante, infatti, seguono i dettami dello stile bizantino, e risalgono al XII secolo (al più inizio del XIII); ciò è anche testimoniato dal fatto che le cornici che circondano le figure sembrano doversi fondere l'una nell'altra, quasi a formare un rettangolo unico che ha così per soggetto la scena dell'Annunciazione. I riquadri rimanenti, invece, sono attribuibili all'orificeria gotica veneziana del XIV secolo, quindi posteriori.
Questo prezioso cimelio è stato prestato a numerose mostre di orificeria ed arte sacra in genere, per ultima la mostra in occasione del millenario della basilica di Torcello, ed è possibile osservarla da vicino in estate, durante le visite guidate organizzate dalla parrocchia.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...