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mercoledì 22 dicembre 2010

22 dicembre - O Rex gentium

«O Rex Gentium,
et desideratus earum,
lapisque angularis,
qui facis utraque unum:
veni, et salva hominem,
quem de limo formasti.
»

«O Re delle genti,
atteso da tutte le nazioni,
pietra angolare
che riunisci i popoli in uno,
vieni, e salva l’uomo
che hai formato dalla terra.
»


Nel settimo giorno della Novena di Natale il Cristo è presentato con il titolo di Rex gentium (Re delle genti); viene cioè professata la piena regalità di Gesù Cristo. Nell'antico testamento, infatti, il Messia è presentato come Re: nelle promesse fatte a Davide, come abbiamo avuto più volte modo di vedere negli scorsi approfondimenti, ma anche altrove in più punti. Per questo i contemporanei di Gesù Cristo faticavano a credere che Lui fosse il compimento della promessa di Dio; si attendevano un Re potente, che avrebbe condotto Israele alla vittoria. Ma quale vittoria? C'è da dire che la Palestina al tempo della nascita di Cristo era stata assoggettata da Roma; ci si aspettava quindi che il Messia di Dio avrebbe liberato il suo popolo dalla schiavitù dei romani. Lo stesso Giovanni il Battista, incarcerato, mandò a chiedere a Gesù dai suoi se Egli fosse davvero il Messia che doveva venire o se sarebbe stato necessario aspettare un altro.
Ancora una volta il disegno di Dio si mostra ben lontano dalle aspettative degli uomini; un Re che nasce nell'umiltà del presepe, non circondato da cortigiani e adagiato su un giaciglio regale, ma scaldato dal fiato di un bue e di un asino, ed adagiato sul fieno di una mangiatoia. Non un potente signore vestito di tessuti preziosi, con lo scettro in mano e la corona sul capo, ma un uomo umiliato, vestito di un manto di porpora e di sangue, con in mano una canna e sul capo una corona di spine. Non un governante intransigente col nemico e seduto sul trono, ma un uomo agonizzante inchiodato alla Croce, e che prega per chi lo uccide.
Eppure Gesù è davvero Re; lo troviamo più volte nel Vangelo, a cominciare dal racconto della Natività: esso pone in contrapposizione il re degli uomini, Erode, potente e geloso del potere, e Gesù Cristo, il Re di Dio, umile e bambino. I Magi gli offrono doni preziosi: l'oro per la regalità, l'incenso per la divinità e la mirra per colui che deve morire. Al contrario di Erode, Cristo non vuole la notorietà: quando le folle vedono il segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci, vorrebbero fare di Gesù il re che essi si immaginano, un re dell'uomo. Egli, però, si sottrae a quella che è un'altra tentazione del diavolo, alla stregua di quelle che patì nel deserto:

«Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.»
(Gv 6,15)

Malgrado ciò, Gesù stesso dice di essere il Re mentre Pilato lo interroga:

«Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce.»
(Gv 18,37)

E quando è Lui ad indicarsi come Re l'uomo non lo riconosce, anzi, lo schernisce: "Salve Re dei Giudei".
Le dinamiche della "proclamazione regale" di Gesù sono vive e attive anche ai giorni nostri; noi certamente non pensiamo di fare di Gesù un re con la corona, come avrebbe voluto la folla. Ma quante volte pensiamo di fare di Gesù quello che ci immaginiamo: ogni volta che si dice "La Chiesa insegna una cosa, ma Gesù, fosse qui oggi, insegnerebbe tutt'altro" non si fa altro che incoronare Gesù di una corona mondana, la stessa che egli rifuggì il giorno della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ed Egli si ritira "tutto solo". Quando anche durante la Messa pensiamo che i gesti, le parole, i canti che si devono rivolgere a Cristo sono quelli più vicini alla sensibilità di oggi, quella delle danze e delle musiche da discoteca o da cd, perché a noi e all'assemblea piace così; non facciamo che rivestire il Cristo del manto della regalità di questo mondo. Anche nella liturgia, dunque, possiamo essere tentati; ma possiamo vincere questa tentazione rimanendo fedeli agli insegnamenti della Chiesa, che col suo Magistero e la sua Tradizione ci indica la strada da seguire.
Tra queste vi è il canto gregoriano, a cui dovrebbe essere riservato il posto principale, secondo quanto ha detto il Concilio: (Musicam Sacram n. 50a); invece vediamo bene che nella maggior parte dei casi non è così, esso è in moltissime parrocchie dimenticato e, dove è rimasto, lo si vorrebbe relegare ad una tantum: abbiamo sacrificato l'insegnamento della Chiesa per quello del mondo. Preghiamo il Signore, specialmente noi, che nella nostra parrocchia abbiamo la fortuna di averlo mantenuto malgrado i tempi difficili, perché tutte le Chiese del mondo possano riscoprire questo tesoro, e possano offrirlo come l'oro dei Magi al Signore per riconoscerne la regalità divina.



Acrostico: R O  C R A S

martedì 21 dicembre 2010

21 dicembre - O Oriens

«O Oriens,
splendor lucis aeternae,
et sol justitiae:
veni, et illumina
sedentes in tenebris,
et umbra mortis.
»


«O Oriente,
splendore della luce eterna,
sole di giustizia:
vieni, illumina
chi giace nelle tenebre
e nell’ombra di morte.
»



La Novena di Natale sta volgendo al termine, ed oggi il titolo dell'odierna antifona in O è Oriens; letteralmente significa Oriente, ma in questo caso è più corretto interpretarlo come sole che sorge, aurora, poiché l'oriente è il punto cardinale dal quale ogni giorno sorge il sole. E' infatti in questo modo che Zaccaria, padre di Giovanni il Battista, ci presenta il Signore nel cantico che si trova nel Vangelo di Luca:

«Per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre
e nell'ombra della morte
e dirigere i nostri passi sulla via della pace
»
(Lc 1, 78b-79)

Non è dunque un caso che la liturgia ci proponga l'ascolto di questa antifona proprio oggi, 21 dicembre, solstizio d'inverno, giorno per noi dalla durata più breve e notte più lunga. Simbolicamente la notte è il peccato e la morte; Cristo è la luce del sole che sorgendo "dall'alto", cioè da Dio, spazzerà via per sempre le tenebre del peccato e libererà il suo popolo dalla schiavitù. Questo trova diversi riscontri nella liturgia e nell'arte sacra, almeno fino agli anni settanta del secolo scorso. Chi di noi ha assistito all'Adorazione eucaristica avrà certamente notato l'arredo sacro che accoglie l'Ostia Santa, l'ostensorio, che con i raggi che si dipanano dalla teca assume proprio la forma di un sole rutilante. Ma un motivo ancora più forte si ha nella costruzione stessa degli edifici sacri: pensiamo alle chiese della nostra città, il Duomo, il Santuario e la chiesetta della Madonna di Pompei; esse sono costruite in modo tale che l'ingresso sia volto ad ovest e l'altare con il Crocifisso ad est. L'ovest è il punto cardinale del tramonto del sole, dell'oscurità, diremo: del peccato. Entrando però in chiesa e assistendo al Divin Sacrificio si è rivolti alla Croce e alle Sacre Specie che ad essa vengono sollevate nel solenne momento della Consacrazione; guardando ad oriente siamo illuminati dalle nostre tenebre, e liberati dai nostri peccati. A conferma di ciò, proprio sopra il portone centrale del nostro Duomo, si legge: "Se vuoi purgarti dai vizi e ornare la mente di virtù frequenta assiduamente, o peccatore, questo luogo santo".
Almeno fino alla riforma liturgica post-conciliare, anche il sacerdote era rivolto nella medesima direzione; durante la liturgia eucaristica guardava e si rivolgeva alla Croce e ad oriente. Molti, pensando a questo modo di celebrare la Messa da parte del prete, pensano che egli "volti le spalle al popolo"; al contrario, egli, come tutto il popolo di Dio, guarda a Cristo per supplicarlo, adorarlo, ricevere da Lui ogni dono di grazia. E giacché la Santa Messa è il memoriale del sacrificio di Nostro Signore sul Calvario, tutti sono portati a guardare con pietà il patibolo dal quale il Figlio di Dio ha dato la vita per salvare il suo popolo. Se ci pensiamo attentamente le preghiere che il Messale propone durante la liturgia eucaristica sono tutte rivolte a Gesù Salvatore, a cominciare dalla Consacrazione; appare quindi molto più ragionevole e sensato che il sacerdote le pronunci rivolto alla Croce e ad Oriente, che non rivolto al popolo, come se stesse dialogando con l'assemblea. E' per questo motivo che papa Benedetto XVI, in collaborazione con il suo Ufficio delle celebrazioni liturgiche, ha riportato la Croce al centro dell'altare, rivolta al sacerdote che in persona Christi celebra i Santi Misteri. Sebbene il Concilio Vaticano II in sè non abbia affatto previsto di rimuovere gli altari rivolti ad oriente dalle chiese, c'è da dire che nel post-concilio questo è avvenuto talvolta con modalità disgraziatamente distruttive del lato simbolico e di quello artistico della costruzione (è il caso anche del nostro Duomo); riportando la Croce al centro non si vuole né restaurare antiche superstizioni né tantomeno creare un "disturbo", cosicché la gente non riesce più a vedere comodamente quello che fa il sacerdote sull'altare. Questo semplice ma profondo gesto vuole riportare al centro delle nostre liturgie il nostro Salvatore, l'Oriente; e malgrado il sacerdote non guardi più fisicamente a oriente (e nemmeno le assemblee, dato che le nuove costruzioni sacre ignorano sistematicamente questa antica tradizione di costruire le chiese rivolte ad est) guardando tutti, sacerdote e fedeli, la Croce torniamo a rivolgerci a Cristo vero Oriente della nostra vita.
Ascoltiamo dunque l'antifona; che il canto gregoriano, obbediente alla parola delle Sacre Scritture, elevi i nostri spiriti e ci lasci illuminare dal Salvatore.



Acrostico: O  C R A S

lunedì 20 dicembre 2010

20 dicembre - O Clavis David

«O Clavis David,
et sceptrum domus Israël,
qui aperis, et nemo claudit,
claudis, et nemo aperuit:
veni, et educ vinctum
de domo carceris,
sedentem in tenebris,
et umbra mortis.
»
«O Chiave di Davide,
scettro della casa d’Israele,
che apri, e nessuno può chiudere,
chiudi, e nessuno può aprire:
vieni, libera l’uomo prigioniero,
che giace nelle tenebre
e nell’ombra di morte.
»

Nel mezzo della Novena di Natale, l'antifona in O ci invita a guardare a Gesù Cristo "Chiave di Davide". Queste parole sono quelle che Cristo detta a Giovanni nel libro dell'Apocalisse per l'Angelo della chiesa di Filadelfia:

«Così parla il Santo, il Verace,
Colui che ha la chiave di Davide:
quando egli apre nessuno chiude,
e quando chiude nessuno apre.
»
(Ap 3, 7)

Il messaggio che segue a questa introduzione sembra essere rivolto a tutti gli uomini di buona volontà, e contengono un messaggio di speranza: "Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch'io ti preserverò nell'ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. Verrò presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona" (Ap 3, 10-11).
Ma il titolo di "Chiave di Davide" ricorda anche altre immagini che la Tradizione ci ha tramandato: la prima, direttamente dal Vangelo, quando Cristo conferisce a Pietro il primato tra gli apostoli:

«A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli»
(Mt 16, 19)

Le parole con cui Cristo affida la Chiesa a Pietro sono dunque molto chiare; a lui sono affidate le chiavi, cioè a lui è affidata la custodia dell'insegnamento e della dottrina che il Signore ha diffuso tra noi. Chi ha fede in Gesù Cristo non può prescindere da questo; molti oggi pensano che il cristianesimo sia qualcosa di diverso, avulso dal Vangelo: Gesù Cristo, finché è vissuto, ha detto una cosa, la Chiesa ne fa un'altra. Ma questo ragionamento intanto presuppone che Cristo non agisca nel mondo, la sua azione sarebbe finita con la morte in Croce, in qualche modo la Risurrezione è sì avvenuta, ma senza effetti particolari per la vita dell'uomo; e poi sottointende che il papa e la Chiesa si arroghino colpevolmente il diritto di fare della dottrina ciò che vogliono. Niente di tutto ciò; Cristo stesso ha affidato agli uomini la sua Chiesa, le chiavi del Regno dei Cieli, il suo insegnamento e la sua dottrina: "Verrò presto, tieni saldo quello che hai" continua a ripetere a coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti. La Chiesa è Santa, così diciamo nel Credo; ma gli uomini non lo sono. Ma non dobbiamo pensare che Cristo non se l'aspettasse, e pensare che se lo avesse saputo non avrebbe affidato a Pietro le chiavi; dobbiamo avere fede in Lui quando crediamo che la Chiesa è depositaria della vera dottrina, e dobbiamo pregare Lui quando gli uomini cedono alla tentazione, commettendo anche atti orribili (come la pedofilia, come quando sono spacciate "di Cristo" dottrine del mondo che conducono solo all'errore o come quando la liturgia del Divino Sacrificio viene spogliata del suo autentico significato).
La seconda parte dell'antifona ci ricorda un passo del Credo, quel "discese agli inferi" del Simbolo detto "degli apostoli"; una antica omelia che viene letta nella liturgia delle ore del sabato santo tenta di ricostruire l'incontro di Gesù, vincitore della morte, con Adamo, il primo uomo, reso schiavo dal peccato e in attesa della liberazione fin dall'inizio di questa sua condizione. Questa immagine è stata ripresa anche dall'iconografia, soprattutto bizantina; ne è un esempio il quadro posto all'inizio di questo articolo, tratto da quel gran tesoro d'arte e religiosità che sono i mosaici della nostra chiesa Cattedrale di san Marco a Venezia: l'anàstasis.
Come di consueto in questi giorni, terminiamo con l'ascolto dell'antifona gregoriana. Come l'insegnamento dei padri della Chiesa fa parte della Tradizione che il papa e i vescovi sono chiamati a custodire, anche il canto gregoriano entra in questo grande tesoro; molti papi (come papa Pio X, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) si sono pronunciati in questi termini, e lo stesso Concilio Vaticano II ne raccomanda la conservazione e la diffusione tra il popolo. Anche in questo la tentazione del nemico è forte, e a volte si vorrebbe spazzarlo via come quegli insegnamenti che non fanno comodo all'uomo di oggi; preghiamo anche in questo Gesù Chiave di Davide perché illumini i vescovi e i sacerdoti e li renda custodi gelosi del patrimonio e della Tradizione della Chiesa, tra cui entra il canto gregoriano, e sentano a loro rivolte le parole di Cristo dell'Apocalisse: "Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona".



Acrostico: C R A S

sabato 18 dicembre 2010

19 dicembre - O Radix Jesse

«O Radix Jesse,
qui stas in signum populorum,
super quem continebunt reges os suum,
quem gentes deprecabuntur:
veni ad liberandum nos,
jam noli tardare.
»

«O radice di Iesse,
che ti innalzi come segno per i popoli,
tacciono davanti a te i re della terra, e
le nazioni ti invocano:
vieni a liberarci, non tardare.
»


Quarta e ultima domenica di Avvento, nell'alveo della Novena di Natale; l'antifona in O di oggi dà come titolo al Cristo che viene "Radix Jesse", radice di Jesse. Un titolo che lega il Salvatore alla stirpe di Davide: il Betlemmita Jesse era infatti il padre di Davide; a lui Dio inviò il profeta Samuele perché tra i suoi figli ne uscisse un re per Israele; dopo aver passato in rassegna sette dei figli di Jesse, per ultimo fu presentato Davide, che fu unto dal profeta con l'olio.
Si rinnovano così le promesse di Dio, fatte a Davide e a Salomone, che sentiamo cantare anche nelle profezie: "Il Signore ha giurato a Davide e non ritratterà la sua parola: 'Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono'" (Sal 132, 11). Ma il testo dell'antifona di oggi si fonda più precisamente su un passo del profeta Isaia:

«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici. In quel giorno avverrà che la radice di Iesse sarà un vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia. La sua dimora sarà gloriosa.
»
(Is 11, 1.10)

La discendenza da Davide è quella che conferisce a Cristo la dignità regale; Cristo è infatti Sacerdote, Profeta e Re. Per questo era necessario che san Giuseppe, della discendenza di Davide, come ci ricorda il Vangelo della genealogia (Mt 1, 16), accogliesse anch'egli l'annuncio dell'Angelo a Maria. Come possiamo comprendere dal Vangelo di oggi, non fu facile per lui accettare che la donna promessagli in sposa fosse incinta; la razionalità gli diceva di ripudiarla, ma l'amore che nutriva per lei lo frenava. Così decise di ripudiarla in segreto, evitandole la sorte che le sarebbe toccata se fosse stata riconosciuta colpevole di adulterio. Ma l'amore di san Giuseppe per Maria non gli dava pace; e l'angelo lo consola, rivelandogli che il frutto del grembo di Maria è opera dello Spirito Santo, e confermandolo nel prenderla in sposa. La scelta di san Giuseppe non è quindi una scelta passiva; la Sacra Famiglia di Nazareth non poteva fondarsi se non con il sì di Giuseppe al volere di Dio, dopo quello della Vergine Santa. L'amore di san Giuseppe per Maria ci serve come riferimento, per comprendere la castità che anche tra gli sposi la Chiesa auspica, e ci fa vedere come l'amore tra un uomo e una donna in Dio può essere addirittura così forte da rinunciare alla generazione. Grazie alla scelta di san Giuseppe, che essendo figlio di Davide dovette recarsi a Betlemme, città d'origine di Jesse, per il censimento ordinato da Cesare Augusto, Cristo nacque a Betlemme di Giudea, adempiendo così anche alla profezia del profeta Michea:

E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti
(Mi 5,1)

Ascoltiamo, dunque, questa antifona in O; lasciamoci pervadere dalla soavità della melodia gregoriana che ci accompagna giorno dopo giorno verso il Natale.



Acrostico: R A S

18 dicembre - O Adonai

«O Adonai,
et dux domus Israël,
qui Moysi in igne flammae rubi apparuisti,
et ei in Sina legem dedisti:
veni ad redimendum nos
in brachio extento.
»

«O Adonai, guida della casa d’Israele,
che sei apparso a Mosè nel fuoco del roveto,
e sul monte Sinai gli hai dato la legge:
vieni a liberarci con braccio potente.»


Terzo giorno della Novena di Natale e seconda antifona in O; il titolo che oggi è dato al Cristo che viene è Adonai. Il nome Adonai è quello con cui viene nominato Dio più diffusamente nella Bibbia, anche e soprattutto per non pronunciare il tetragramma YHWH, troppo sacro per essere pronunciato, al quale storicamente furono assegnate proprio le vocali di Adonai perché fosse letto in questo modo. Sempre così è chiamato Dio nella preghiera che ogni giorno l'ebreo osservante doveva pronunciare per scandire i vari momenti della giornata: «Shema' Ysrael, Adonai Eloheinu, Adonai ehad», che significa: «Ascolta Israele, il Signore è Dio, il Signore è uno».
Il primo riferimento al nome di Dio nella Bibbia si trova nel libro dell'Esodo, dove il tetragramma biblico è interpretato con "Io sono":

«Mosè disse a Dio: "Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Mi diranno: 'Qual è il suo nome?'. E io che cosa risponderò loro?". Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono!". E aggiunse: "Così dirai agli Israeliti: 'Io-Sono mi ha mandato a voi'".»
(Es 3,13-14)

Questa seconda antifona in O riconosce quindi la piena e totale divinità di Cristo; a sottolineare ancora una volta il legame che c'è con l'Esodo, l'antifona si rivolge ad Adonai, che apparve nel roveto ardente a Mosè, che scrisse con il suo dito le tavole della legge. Conclude invocandolo: Vieni a redimerci "con braccio teso", richiamandosi ancora una volta all'Esodo:

«Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai lavori forzati degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi riscatterò con braccio teso e con grandi castighi.»
(Es 6,6)

Viene quindi messa in stretta relazione la liberazione degli ebrei, operata da "Io sono", dalla schiavitù in Egitto con la liberazione dal peccato, operata da Cristo con la sua morte e Risurrezione. In effetti anche nel Vangelo, specialmente in quello dell'Evangelista Giovanni, troviamo alcuni passi in cui Gesù si riferisce a se stesso direttamente con l'appellativo di "Io sono", quello che, potremmo dire, fa anche questa antifona:

«Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri peccati. Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato.»
(Gv 8, 24.28)

E ancora, durante il racconto della sua gloriosa Passione:

«Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: "Chi cercate?". Gli risposero: "Gesù, il Nazareno". Disse loro Gesù: "Sono io!". Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro "Sono io", indietreggiarono e caddero a terra.»
(Gv 18, 4-6)

Di certo il Messia che il popolo si aspetta non è quello che "spoglia se stesso assumendo la condizione di servo" (Fil 2,7). Questo crea ancora oggi scandalo, malgrado, dopo duemila anni, potremmo quasi dirci preparati; infatti nei due brani del Vangelo citati, alle parole di Gesù segue l'interrogativo della folla, che non capisce: "Tu chi sei?", chiede a Gesù, oppure indietreggiano e cadono, ma perseverano nel volerlo arrestare e condannare. Ma chi di noi, uomini post-moderni, ricchi di intelligenza e di ragione, riconoscerebbe il Salvatore, l'Adonai, in quel bambino nella stalla, in quell'uomo che ha apparentemente terminato la sua esistenza con il fallimento (agli occhi umani) della Croce? Che anche ognuno di noi possa cadere a terra di fronte al Signore, ma cadere prostrato in preghiera, in adorazione di fronte all'umiltà del Presepe. Come ieri, con le parole del papa, chiediamogli che ci doni l'umiltà del cuore, per poter essere piccoli nello spirito e così poterlo riconoscere.
Ascoltiamo anche oggi l'antifona e lasciamoci pervadere dalla soave semplicità del canto gregoriano; esso, più di tutti i canti che l'uomo abbia mai scritto (e specialmente di molti canti che oggi, durante la Messa, ci trascinano più nella baldanza del mondo che nella letizia degli umili) è piccolo e umile come i pastori, le pecore, il bue e l'asinello che adorano Gesù Bambino nel Presepe.



Acrostico: A S

venerdì 17 dicembre 2010

17 dicembre - O Sapientia

«O Sapientia,
quae ex ore Altissimi prodisti,
attingens ad finem usque ad finem fortifer,
suaviter disponensque omnia:
veni ad docendum nos
viam prudentiae

«O Sapienza,
che esci dalla bocca dell'Altissimo,
ed arrivi ai confini della terra con forza,
e tutto disponi con dolcezza:
vieni ad insegnarci la via della prudenza

Il 17 dicembre segna per la liturgia l'inizio della seconda parte del tempo di Avvento, caratterizzato dalle sette antifone gregoriane che precedono il canto del Magnificat nei Vespri, dette anche "Antifone in O". Esse, infatti, cominciano tutte con l'invocazione "O", seguite da un titolo assegnato a Gesù Cristo. Il primo titolo, quello di oggi, è Sapienza. Papa Benedetto XVI, nell'incontro con gli universitari dello scorso anno, diceva che «quella che nasce a Betlemme è la Sapienza di Dio». Può sembrare strano, addirittura paradossale, agli occhi dell'uomo di oggi (specialmente ai professori, ai ricercatori, agli studenti) parlare di sapienza in relazione alla Fede; il cristiano, addirittura, arriva ad identificare la Sapienza divina incarnata in Gesù Cristo. Sempre durante la Messa del 18 dicembre 2009, il papa rispondeva: «Non c'è soluzione a questo paradosso se non nella parola 'Amore', che in questo caso va scritta naturalmente con la 'A' maiuscola, trattandosi di un Amore che supera infinitamente le dimensioni umane e storiche». Ed in fondo è proprio questo il più grande paradosso: l'Amore per il cristiano non è, come si direbbe oggi, un'"emozione" o un puro e semplice "sentimento": Dio è Amore (1Gv 4, 8.16), anzi, Dio è l'Amore, cioè non vi può essere Amore lontano da Dio. E nella pienezza dei tempi, nella notte di Natale, l'Amore si è personificato.
Continuando a seguire il discorso del pontefice, egli si chiede: chi ha accolto la Sapienza nella notte di Betlemme? I dottori della legge? Scribi o sapienti? No, un falegname ed una ragazza di umili origini, un bue ed un asinello, le pecore e i pastori reietti dalla società. Potremmo dire oggi: dagli umili; parafrasando così quanto troviamo scritto nel Vangelo: "Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli". La Sapienza si riveste di carne per essere visibile, tangibile con tutti i sensi, non a coloro che pensano di possederla, ma ai piccoli e agli umili. Chi ha avuto l'onore e la fortuna di avere dei genitori o dei nonni che hanno vissuto la loro giovinezza prima della guerra ha sperimentato di persona cosa significa; spesso intrisi di una fervente e profonda religiosità (che molti del nostro tempo si ostinano testardamente ed erroneamente ad indicare come superstizione), essi ci appaiono sapienti anche se non hanno avuto la possibilità di studiare, preparati alla vita anche se vivevano nella povertà e nella fame molto più di quanto noi possiamo anche lontanamente immaginare, nonostante la crisi.
Ciò non significa affatto che "non serve studiare" o "addirittura è nocivo, controproducente per conoscere la verità", osserva il papa. Piuttosto "si tratta di studiare, di approfondire le conoscenze mantenendo un animo da 'piccoli', uno spirito umile e semplice, come quello di Maria": un professore o uno studente cristiano, ha ricordato il pontefice, "porta dentro di sé l'amore appassionato per questa Sapienza".
Di seguito possiamo ascoltare l'antifona gregoriana; è scritta sul secondo tono, un tono che suscita sentimenti di attesa e di supplica, come scritto da eminenti esecutori e studiosi gregorianisti del passato; segno ancora una volta di come il gregoriano sia davvero l'essenza del canto liturgico e dell'intera musica sacra, il riferimento dal quale alcun canto che si proponga durante la liturgia dovrebbe mai discostarsi (S. Pio X, M.P. Tra le sollecitudini 1903, Giovanni Paolo II Chirografo per il centenario del M.P. Tra le sollecitudini 2003). In esso musica e testo sono inscindibili; non a caso la Tradizione della Chiesa ce lo propone come direttamente ispirato dallo Spirito Santo.
Un'ultima osservazione; già in epoca medievale è stato notato come, accostando la prima lettera di ciascuno dei titoli dati al Redentore (la prima dopo la O) si ottenga un acrostico, che letto al contrario ci darà, il 23 dicembre, come la risposta del Nostro Signore alle invocazioni che in questi giorni Gli rivolgeremo.



Acrostico: S

martedì 14 dicembre 2010

Novena di Natale - Il canto delle profezie

Durante la terza settimana di Avvento l'attesa si fa decisamente più rivolta al Natale; il segno più tangibile di questo cambiamento è fornito dai canti, dalla liturgia, dalle sacre scritture proposte nella Novena di Natale, i nove giorni immediatamente precedenti la solennità in cui celebreremo l'Incarnazione di Nostro Signore. Seguendo una tradizione che affonda le sue radici in tempi ormai immemorabili, anche nella nostra parrocchia celebreremo la novena, specialmente nella Messa feriale delle 18:30 (e durante i vespri di domenica prossima), a partire da giovedì 16 dicembre. Due saranno i momenti caratteristici: il canto delle profezie all'inizio della celebrazione e il canto del Magnificat un attimo prima della conclusione.
Passa sotto il nome di canto delle profezie l'invitatorio introdotto ed intervallato dall'antifona responsoriale: «Regem venturum Dominum venite adoremus!», tradotta in italiano: "Venite, adoriamo il Re Signore che sta per venire!". Seguono sette strofe ispirate a brani dell'Antico Testamento, che sottolineano in maniera speciale la venuta del Salvatore di Israele, e che lo individuano in Gesù Cristo, della stirpe di Davide, entrato nella storia degli uomini più di 2000 anni fa:

«Esulta figlia di Sion,
gioisci figlia di Gerusalemme:
ecco il Signore verrà,
e in quel giorno vi sarà gran luce,
i monti stilleranno dolcezza,
e dai colli scorrerà latte e miele,
perché verrà un gran profeta,
ed egli rinnoverà Gerusalemme.

Ecco dalla casa di Davide,
verrà il Dio uomo a sedersi sul trono:
vedrete e godrà il vostro cuore.

Ecco verrà il Signore, il nostro protettore,
il Santo d’Israele
portando sul capo la corona regale,
e dominerà da un mare all’altro,
e dal fiume ai confini estremi della terra.

Ecco apparirà il Signore
e non mancherà di parola;
se indugerà, attendilo
perché verrà e non potrà tardare.

Il Signore discenderà come pioggia sul vello:
in quei giorni spunterà la giustizia e l’abbondanza della pace:
tutti i re della terra lo adoreranno
e i popoli lo serviranno.

Nascerà per noi un bimbo
e sarà chiamato Dio forte:
Egli sederà sul trono di Davide suo padre
e sarà un dominatore,
ed avrà sulle spalle la potestà regale.

Betlemme, città del sommo Dio,
da te nascerà il dominatore d’Israele; *
la sua nascita risale al principio dei giorni dell’eternità
e sarà glorificato in mezzo a tutta la terra
e quando egli sarà venuto,
vi sarà pace sulla nostra terra.
»

L'invito iniziale alla gioia iniziale per la figlia di Sion, cioè al popolo d'Israele nella pienezza dei tempi, identificata con la Vergine Maria nel Nuovo Testamento, ricorre nei libri dei profeti Sofonia, e soprattutto Zaccaria (Zc 9,9); il motivo della gioia è il giorno della venuta del Signore, e in quel giorno "scorrerà latte e miele", espressione usata nella Bibbia fin dal libro dell'Esodo per indicare la terra promessa da Dio al suo popolo; ossia saranno compiute le promesse di Dio per gli uomini.
Segue il richiamo alla promessa di Dio fatta a Davide, che cioè il suo trono sarebbe rimasto stabile per sempre (2 Sam 7,16) e che il Figlio di Davide si sarebbe seduto sul suo trono (Sal 132,11) ed avrebbe edificato un tempio in nome del Signore (1Re 5,19). Nei versi della strofa successiva, con le parole "E dominerà da un mare all’altro, e dal fiume ai confini estremi della terra", si fa esplicito riferimento al salmo 72, così come nei versi, posti nella quinta strofa: "in quei giorni spunterà la giustizia e l’abbondanza della pace: tutti i re della terra lo adoreranno e i popoli lo serviranno".
La quarta strofa richiama invece il profeta Abacuc, che sancisce un termine ben preciso per l'azione del Signore:

«E' una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perchè certo verrà e non tarderà.» (Ab 2,3)

Nella quinta appare inoltre un'eco del libro dei Giudici, dove Gedeone chiede al Signore un segno per manifestare la Sua intenzione di salvare Israele: avrebbe posto un vello sull'aia, e se l'indomani fosse risultato bagnato dalla rugiada solo il vello e non il terreno circostante, Gedeone avrebbe avuto la certezza che Israele sarebbe stato salvato (Gdc 6, 36-40). Quindi la nascita del Salvatore è segno certo della salvezza degli uomini per mano di Dio.
Le ultime due strofe sono quelle che più legano le promesse annunciate dai profeti alla nascita di Gesù Cristo; la penultima si rifa al libro del profeta Isaia, quando al capitolo 9 si trova:

«Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.» (Is 9, 5-6)

L'ultima è ancor più chiara, eco della profezia del profeta Michea:

«E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti.» (Mi 5,1)

Ritroviamo questa profezia anche nel Vangelo di san Matteo, messa sulla bocca dei sommi sacerdoti convocati dal re Erode:

«Gli risposero: A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta.» (Mt 2,5)

Questo l'invitatorio che anticipa la celebrazione della Santa Messa, a cui segue l'inno e la Liturgia della parola.
Il canto del Magnificat, che precede l'Orazione Post Communio è preceduto dalle splendide Antifone in O, ossia una serie di sette antifone gregoriane (che saranno cantate dal 17 al 23 dicembre) dal profondo significato sia nel testo che nella musica. A queste antifone sarà dedicato un approfondimento, a partire dal 17 dicembre, su questo blog.

L'appuntamento resta quindi per giovedì 16 dicembre, con l'inizio della Novena di Natale.
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