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mercoledì 5 settembre 2012

Sull'accanimento terapeutico

A due giorni dal funerale del cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, riprendo questo articolo dal blog Campari e De Maistre a proposito della questione dell'accanimento terapeutico. A corpo ancora caldo, non appena saputa la notizia del rifiuto dell'accanimento terapeutico, i soliti noti anticlericali non si sono risparmiati critiche feroci alla Chiesa cattolica ed alla sua dottrina, sparando senza controllo falsità che prontamente sono state accolte dall'eruditissimo (ossimoro) mondo di Facebook: ma qui, lo si sa, la realtà è ormai diventata una questione di maggioranza, e molti utenti sarebbero pronti a giurare di avere cinque teste e sei gambe, se l'affermazione avesse un sufficiente numero di likes e shares. Agli utenti ancora capaci di ragionare un minimo con la propria testa e disposti a sentire obiettivamente come stanno le cose propongo, dunque, la lettura di questo articolo, ricco di referenze e rimandi ai documenti ufficiali della Chiesa.

Il cardinal Martini: l'accanimento terapeutico e quello dei soliti sciacalli
Di Giacomo Diana

E' ufficiale: l'anafabetismo religioso è alle stelle. Il Cardinale Martini è morto, rifiutando l'accanimento terapeutico. Apriti cielo: tutti i media hanno presentato il gesto del prelato come un atto di rivolta e dissenso al Magistero della Chiesa, ignorando - tuttavia - che la Chiesa da sempre ne consente il rifiuto; la stessa scelta fu presa anche dal morente Giovanni Paolo II.

Da Vendola a Fo, fino ai Radicali: il cardinale è divenuto l'eroe del dissenso tra i prelati.

Il leader di Sel Nichi Vendola ha affermato che Martini "sceglie il primato della dignità, un atto straordinario su cui tutti, a partire dai vertici della chiesa, devono riflettere". Parte del popolo della Rete, al solito sensibile alle suggestioni tanto al chilo, adotta seduta stante il porporato morente ed inizia a rumoreggiare di "ultima lezione teologica" e di "esempio alla Chiesa per la Chiesa": "Almeno Martini sapeva che il Medioevo è finito". Gran parte - invece - ne approfitta per dar sfogo al livore anticlericale: "Questi maledetti preti negano alle persone una morte dignitosa, ma per essi sclegono eccome. Ipocriti". Non son neppure mancati - e come avrebbe potuto essere diversamente? - quelli che hanno poi augurato al cardinale (e poi al resto del clero) di finire all'Inferno. Ammirevole.

Da lì in avanti, il coro è pressoché unanime. Estrema sinistra, Radicali, maestri del pensiero radical chic, persino qualche isolata voce di centrodestra, come quella del deputato del Pdl Alfonso Papa ("Il suo no al sondino fa riflettere"). Parenti Welby ed Englaro a tracciare paralleli tra le vicende dei propri cari e quella di Martini. Dario Fo butta lì che la scelta di rifiutare l’accanimento terapeutico "è stupenda e mostra che tipo di persona fosse". Tutti in fila per rendere il più ipocrita degli omaggi, per travestire da pietà la smania di andare a sventolare quel corpo in faccia alla Chiesa dicendo: visto che anche i vostri ci danno ragione?

Ma la situazione - invero - è alquanto triste, e attesta non solo una generale ignoranza crassa (della società e dei media), che non porta a fare alcun distinguo tra eutanasia e accanimento terapeutico, ma anche l'analfabetismo religioso di quanti attaccano la Chiesa senza neppure conoscerne la dottrina.

Che differenza c'è tra eutanasia e rifiuto dell'accanimento terapeutico?

L'eutanasia è il procurare intenzionalmente la morte di un individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da una malattia, menomazione o condizione psichica. L'individuo, tuttavia, non è in fin di vita. Si tratta di una scelta di non accettazione della compromissione della propria condizione fisica, per cui si sceglie la morte come via di fuga. Questa è l'eutanasia, a cui la Chiesa è da sempre contraria.

Il rifiuto dell'accanimento terapeutico è - invece - il prendere semplicemente atto che non c’è più niente da fare, che non c’è alcun intervento che può cambiare una situazione ormai irreversibile, per cui vengono interrotte quelle pratiche mediche volte solo al prolungare al malato un'agonia dall'esito di morte ormai certo.

Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma: “L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente” (CCC, 2278).

Ribadisce pure il documento della Pontificia accademia per la vita sul “Rispetto della dignità del morente” del 2000:

“Nell’immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile e imminente è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita poiché vi è grande differenza etica tra ‘procurare la morte e ‘permettere la morte’: il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa” (6).

Ed è la migliore descrizione della scelta del cardinale Martini.


Fonte: campariedemaistre.com.

lunedì 16 gennaio 2012

Aborto: notizie preoccupanti dal Brasile

Ricevo e divulgo questa preoccupante email a firma di Alberto R. S. Monteiro a proposito della recente situazione riguardante la legalizzazione dell'aborto in Brasile. Nel nostro Paese e nel nostro continente europeo la legalizzazione dell'aborto è così drammaticamente normale da non fare ormai più notizia; ma alcuni fatti descritti in questa lettera credo possano aiutare anche noi italiani ed europei a far luce su cosa ci sia dietro questa strana guerra delle nostre democrazie volta all'annientamento della vita innocente dei bambini non nati. Particolarmente interessante a questo proposito mi sembra questa affermazione della mail in questione, che ci fa capire come funziona la democrazia su temi scomodi come questo: «Siamo tutti purtroppo vittime dello stesso male, però, al contrario dell'Europa, la riprovazione all'aborto in Latino America cresce anno dopo anno, in un modo impressionante, in tutto il continente. In Brasile l'approvazione all'aborto è diminuita dal 60% nel 1994 ad appena 3% nel 2005, e da allora continua a diminuire; però non si fanno quasi più indagini di opinione pubblica, giacché vengono pagate dalle organizzazioni che promuovono l'aborto». Segue il testo della mail (alcune correzioni mie).

Urgente: l'aborto potrebbe essere legalizzato in tutta l'America Latina
Di Alberto R. S. Monteiro

A tutti quelli che comprendono il valore della vita umana.

Sono un italo brasiliano che chiede scusa per qualsiasi sbaglio d'italiano. Scrivo questo messaggio perché il vostro indirizzo di posta elettronica mi è stato dato come appartenente a una persona profondamente interessata nella difesa della dignità della vita umana.

La situazione è gravissima: siamo nell'imminenza della legalizzazione dell'aborto in tutto il nostro continente. In Europa già si soffre l'imposizione totalitaria dell'aborto, promossa dall'ONU e da decine di grandi Fondazioni Internazionali. Anche l'America Latina è invasa da queste politiche distruttive dell'essere umano e dei fondamenti della democrazia.

Questo messaggio chiede agli italiani che sono a favore della vita di aiutarci a impedire l'imminente legalizzazione dell'aborto nel nostro continente.

Siamo tutti purtroppo vittime dello stesso male; però, al contrario dell'Europa, la riprovazione all'aborto in America Latina cresce anno dopo anno, in un modo impressionante, in tutto il continente. In Brasile l'approvazione all'aborto è diminuita dal 60% nel 1994 ad appena 3% nel 2005, e da allora continua a diminuire; però non si fanno quasi più indagini di opinione pubblica, giacché vengono pagate dalle proprie organizzazioni che promuovono l'aborto.

In Uruguai l'approvazione all'aborto era del 68% nel 2005 ed è diminuita al 49% nel 2008, e dopo da allora anche lì hanno smesso, come in Brasile, di promuovere nuove indagini di opinione. Tuttavia, nel dicembre del 2011, un programma televisivo uruguaiano che favoriva l'aborto intentò un'indagine in diretta con 2000 persone e trovò il 67% di riprovazione alla legalizzazione dell'aborto. Sorpresi dal risultato, la settimana seguente tentarono una nuova indagine, con diverse parole, e questa volta risultò una riprovazione del 78% all'aborto. La terza settimana arrivò
l'annuncio, può essere coincidenza o no, che avevano perduto il patrocinatore e non avrebbero più trasmesso nel 2012.

Similmente accade in altre nazioni del continente. Un'altra differenza tra America Latina ed Europa consiste nel fatto che, oltre alla riprovazione all'aborto, tutta l'America Latina, con l'eccezione di Cuba e della Guiana, è sottoscritta al Trattato
Interamericano dei Diritti Umani, un trattato che Riconosce la personalità giuridica e il diritto alla vita dal momento del concepimento, un trattato che è incluso in tutte le nostre costituzioni, motivo per il quale in nessun Parlamento si potrebbe nemmeno presentare un progetto di legge per legalizzare l'aborto senza prima revocare la ratifica del Trattato Interamericano dei Diritti Umani. I comitati interni di controllo di costituzionalità dei parlamenti, che
esistono in tutti i parlamenti per potere bene avviare il processo legislativo, dovrebbero perciò bocciare questi progetti, per incostituzionalità, proprio nel momento della loro presentazione.

Nonostante tutto ciò, in Uruguay, il Partito di sinistra Frente Amplio, approfittando del fatto di avere la maggioranza dei voti in Senato, ha convocato una seduta straordinaria il 27 dicembre 2011, tra il Natale e il Capodanno, per approvare una legge che liberalizza praticamente l'aborto durante tutti i nove mesi della gravidanza. Il marzo 2012 la stessa legge sarà votata dalla Camera dei Deputati e, nonostante la sua incostituzionalità e l'opinione pubblica contraria, potrà trasformarsi in legge e in seguito essere copiata in tutta l'America Latina.

Un mese prima, il 29 novembre 2011, la Conferenza Episcopale dell'Uruguay presentò in Senato un rapporto dettagliato sugli interessi internazionali che promuovono l'aborto in tutta America. Si crede che fu questa denuncia che fece precipitare la votazione di Natale, prima che il pubblico venisse a piena conoscenza del contenuto del rapporto. Fu la prima volta che una Conferenza Episcopale presentò una denuncia sulla difesa della vita così completa e fondata.

Il messaggio seguente chiede a tutti di conoscere i fatti che stanno accadendo, di divulgarli e di prepararsi per aiutarci alla battaglia per la vita che avverrà a marzo. Nel frattempo, chiediamo a tutti di scrivere un messaggio di appoggio ai Vescovi dell'Uruguai, perché possano a marzo dimostrare lo stesso coraggio nel difendere la vita come lo hanno fatto in novembre e dicembre. La posta elettronica dei vescovi dell'Uruguay è a fine messaggio.

Questo messaggio è lungo ma, per favore, non ti importare di questo. Studia con pazienza il messaggio, commentalo e divulgalo a tutto i tuoi contatti. Insisti con i tuoi amici perché facciano lo stesso.

La Cultura della Morte che pretende installarsi nel nostro continente, come base di una nuova forma di dittatura, non usa la forza per imporsi, ma l'ideologia e il controllo dell'informazione.

Per vincere questa battaglia contro la vita non abbiamo bisogno del tuo sangue, nemmeno del tuo denaro. Abbiamo bisogno solo che tu lo sappia e della tua iniziativa per diffonderlo. Non c'è altra maniera di difendere la democrazia moderna.

Il tuo contributo, in conoscenza e diffusione, è assolutamente indispensabile per impedire questo genocidio.

Fu esattamente in questo modo che, negli ultimi anni, si sono vinte diverse altre battaglie per la vita. E, ogni volta che ciò accade, tutti capiscono più profondamente cosa veramente succede e la democrazia si rafforza.

Cercherò nelle prossime settimane di mantenere informati tutti coloro che sono in questa lista sullo sviluppo dei fatti.

Ringrazio tutti per l'immenso bene che stanno aiutando a promuovere. Il problema trascende le frontiere di qualsiasi nazione, giacché fà parte di una strategia d'insieme pesantemente finanziata da organizzazioni internazionali che investono nella promozione dell'aborto in tutto il mondo.

Non vi immaginate come queste cose, che sembrano piccole e insignificanti, facciano la differenza e portino alla vittoria della vita. È per causa di queste cose che l'approvazione all'aborto è in scesa in America Latina, l'aborto ancora non si è imposto e speriamo che mai s'imponga. Ed è anche per questo che tentano di approvarlo nella settimana di Natale. Temono, e con ragione, che se non lo fanno in questo modo, non lo faranno più, e ogni giorno gli risulterà sempre più e più difficile farlo, fino a che tutto il continente diventerà apertamente a favore della vita, come già praticamente è.

Siate sicuri che la partecipazione di ognuno è veramente insostituibile e, insieme, si ottiene la differenza.

Con immensa gratitudine,

ALBERTO R. S. MONTEIRO


A questo indirizzo potrete trovare il messaggio completo, con gli indirizzi di tutti i vescovi della Conferenza Episcopale Uruguaiana, che il signor Alberto Monteiro ci chiede cortesemente di leggere e divulgare a tutti i nostri contatti e amici; anche se un po' lungo credo non sarà un peso leggerlo per tutti coloro che hanno a cuore le problematiche della vita dei più deboli e innocenti. Un applauso va ai vescovi della Conferenza Episcopale Uruguaiana, ai quali siamo vicini in questa lotta, e un grazie al signor Monteiro, per aver scritto in italiano un messaggio così completo ed accorato (malgrado qualche comprensibile errore si capisce benissimo).

Clicca qui per leggere il messaggio completo.

mercoledì 16 novembre 2011

Il papa sulla ricerca sulle staminali

Uno dei cosiddetti "Valori non negoziabili" che la Chiesa, specie ultimamente, indica a tutti i cattolici è la difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale. Per questo, nella ricerca scientifica, la Chiesa dà sempre la priorità alla vita di tutti gli individui, sia che essi siano ben sviluppato sia che si trovino ancora allo stato embrionale; qualora, nel tentativo di migliorare le condizioni di vita degli uni, una sperimentazione finisca per violare i diritti, o addirittura sopprimere, gli altri è chiaro che non può che essere disapprovata. Cionondimeno non vi è quella chiusura categorica alla scienza che il mondo laicista vorrebbe far credere; è il caso della ricerca sulle cellule staminali adulte, oggetto di una Conferenza internazionale realizzata nei giorni scorsi in Vaticano. Nel discorso tenuto dal Santo Padre Benedetto XVI lo scorso 12 novembre possiamo trovare alcune delucidazioni sulla dottrina della Chiesa riguardo a questa tematica importante dal punto di vista etico, scientifico e sociale.

Eminenza,
Cari Fratelli Vescovi,
Eccellenze, distinti ospiti, cari amici,


desidero ringraziare il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, per le sue cordiali parole e per aver promosso questa Conferenza Internazionale su Cellule staminali adulte: la scienza e il futuro dell’uomo e della cultura. Desidero ringraziare anche l’Arcivescovo Zygmunt Zimowski, Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari (per la Pastorale della Salute), e il Vescovo Ignacio Carrasco de Paula, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, per il loro contributo a questo sforzo particolare. Una speciale parola di gratitudine va ai numerosi benefattori il cui sostegno ha reso possibile questo evento. A tale proposito, desidero esprimere l’apprezzamento della Santa Sede per tutta l’opera svolta da varie istituzioni per promuovere iniziative culturali e formative volte a sostenere una ricerca di massimo livello sulle cellule staminali adulte e a studiare le implicazioni culturali, etiche e antropologiche del loro uso.

La ricerca scientifica offre una opportunità unica per esplorare la meraviglia dell’universo, la complessità della natura e la bellezza peculiare dell’universo, inclusa la vita umana. Tuttavia, poiché gli esseri umani sono dotati di anima immortale e sono creati a immagine e somiglianza di Dio, ci sono dimensioni dell’esistenza umana che stanno al di là di ciò che le scienze naturali sono in grado di determinare. Se questi limiti vengono superati, si corre il grave rischio che la dignità unica e l’inviolabilità della vita umana possano essere subordinate a considerazioni meramente utilitaristiche. Tuttavia, se, invece, questi limiti vengono doverosamente rispettati, la scienza può rendere un contributo veramente notevole alla promozione e alla tutela della dignità dell’uomo: infatti in questo sta la sua utilità autentica. L’uomo, l’agente della ricerca scientifica, a volte, nella sua natura biologica, sarà l’oggetto di quella ricerca. Ciononostante, la sua dignità trascendente gli dà il diritto di restare sempre il beneficiario ultimo della ricerca scientifica e di non essere mai ridotto a suo strumento.

In questo senso, i benefici potenziali della ricerca sulle cellule staminali adulte sono considerevoli, poiché essa dà la possibilità di guarire malattie degenerative croniche riparando il tessuto danneggiato e ripristinando la sua capacità di rigenerarsi. Il miglioramento che queste terapie promettono costituirebbe un significativo passo avanti nella scienza medica, portando rinnovata speranza ai malati e alle loro famiglie. Per questo motivo, naturalmente la Chiesa offre il suo incoraggiamento a quanti sono impegnati nel condurre e sostenere ricerche di questo tipo, sempre che vengano condotte con il dovuto riguardo per il bene integrale della persona umana e il bene comune della società.

Questa condizione è della massima importanza. La mentalità pragmatica che tanto spesso influenza il processo decisionale nel mondo di oggi è fin troppo pronta ad approvare qualsiasi strumento disponibile a ottenere l’obiettivo desiderato, nonostante siano ampie le prove delle conseguenze disastrose di questo modo di pensare. Quando l’obiettivo prefissato è tanto desiderabile quanto la scoperta di una cura per malattie degenerative, è una tentazione per gli scienziati e per i responsabili delle politiche ignorare tutte le obiezioni etiche e proseguire con qualunque ricerca sembri offrire la prospettiva di un successo. Quanti difendono la ricerca sulle cellule staminali embrionali nella speranza di raggiungere tale risultato compiono il grave errore di negare il diritto inalienabile alla vita di tutti gli esseri umani dal momento del concepimento fino alla morte naturale. La distruzione perfino di una sola vita umana non si può mai giustificare nei termini del beneficio che ne potrebbe presumibilmente conseguire per un’altra. Tuttavia, in generale, non sorgono problemi etici quando le cellule staminali vengono prese dai tessuti di un organismo adulto, dal sangue del cordone ombelicale al momento della nascita o da feti che sono morti per cause naturali (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, istruzione Dignitas personae, n. 32).

Ne consegue che il dialogo fra scienza ed etica è della massima importanza per garantire che i progressi medici non vengano mai compiuti a un prezzo umano inaccettabile. La Chiesa contribuisce a questo dialogo aiutando a formare le coscienze secondo la retta ragione e alla luce della verità rivelata. Così facendo, cerca, non di impedire il progresso scientifico, ma, al contrario, di guidarlo in una direzione che sia veramente feconda e benefica per l’umanità. Infatti, la Chiesa è convinta che tutto ciò che è umano, inclusa la ricerca scientifica, «non solamente è accolto e rispettato dalla fede, ma da essa è anche purificato, innalzato e perfezionato» (ibidem, n. 7). In questo modo, la scienza può essere aiutata a servire il bene comune di tutta l’umanità, con particolare riguardo per i più deboli e i più vulnerabili.

Nel richiamare l’attenzione sui bisogni degli indifesi, la Chiesa non pensa soltanto ai nascituri, ma anche a quanti non hanno accesso facile a trattamenti medici costosi. La malattia non è selettiva con le persone e la giustizia richiede che venga fatto ogni sforzo per porre i frutti della ricerca scientifica a disposizione di tutti coloro che sono nella condizione di averne bisogno, indipendentemente dalle loro possibilità economiche. Oltre a considerazioni meramente etiche, bisogna affrontare questioni di natura sociale, economica e politica per garantire che i progressi della scienza medica vadano di pari passo con una offerta giusta ed equa dei servizi sanitari. Qui, la Chiesa è in grado di offrire assistenza concreta attraverso il suo vasto apostolato sanitario, attivo in così tanti Paesi nel mondo e volto a una sollecitudine particolare per i bisogni dei poveri del mondo.

Cari amici, concludendo le mie osservazioni, desidero assicurarvi del mio ricordo speciale nella preghiera e affido alla intercessione di Maria, Salus infirmorum, tutti voi che lavorate tanto duramente per portare guarigione e speranza a quanti soffrono. Prego affinché il vostro impegno nella ricerca sulle cellule staminali adulte porti grandi benedizioni per il futuro dell’uomo e arricchimento autentico alla sua cultura. A voi, alle vostre famiglie e ai vostri collaboratori nonché a tutti i pazienti che possono beneficiare della vostra generosa competenza e dei risultati del vostro lavoro, imparto volentieri di tutto cuore la mia Benedizione Apostolica. Grazie molte!


© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana
Fonte: vatican.va

sabato 8 ottobre 2011

Eutanasia: l'opinione di un agnostico

Quando oggi ci si trova a dover discutere di temi etici, specialmente quelli che la Chiesa riconosce come "Valori non negoziabili", si finisce per avere una visione molto schematica, vale a dire la Chiesa con il suo "no" da una parte e il "mondo laico" dall'altra. Questo articolo, apparso sul sito uccronline lo scorso 5 ottobre, mostra come questa suddivisione non corrisponde necessariamente alla verità; si tratta di un'intervista, riportata dal settimanale Tempi, all'oncologo Lucien Israel, agnostico, a proposito dell'eutanasia. E' vero che la Chiesa è fortemente contraria, ma questo articolo mostra come l'opposizione all'eutanasia possa avere anche origini, per così dire, laiche, fondando le sue ragioni su quello che papa Benedetto chiama il "diritto naturale". Questo per convincere anche i più strenui oppositori della Chiesa Cattolica, allo scopo di difendere la vita di tutti gli individui (specialmente i più deboli), che quando la Chiesa si pronuncia, su questi temi, non lo fa per oscurantismo, arretratezza intellettuale o per chissà quale recondito interesse lobbistico, ma le sue posizioni sono motivate da forti argomenti scientifici, filosofici ed etici. Ed anche gli atei o i non cristiani possono, in difesa della vita, convergere con i cristiani, ed i cattolici in particolare, su posizioni che sono oggettive e ragionevoli per tutti gli esseri umani.

Ecco perché sono contrario all'eutanasia
Lucien Israel, oncologo

«Ho visto più volte arrivare in ospedale malati in condizioni talmente gravi da sprofondare in uno stato di semi-coma. E quando li tiravamo fuori da questo stato con una rianimazione adeguata mi dicevano: “Quando mi dimette? Vorrei andare qualche giorno in Costa Azzurra per riprendermi”. Se fossi stato autorizzato da un “testamento” scritto ad abbreviare attivamente la loro vita mentre erano in semi-coma avrei commesso un vero e proprio crimine, anche se fossi stato incoraggiato dalla famiglia e dalla legge!». A parlare è Lucien Israel, agnostico luminare francese dell’oncologia, specialista in neurologia e attuale vice-presidente dell’Union nationale inter-universitaire (UNI).

Il settimanale “Tempi” lo ha intervistato due anni fa e in questi giorni ripubblica la bella e significativa discussione. Dice ancora Israel: «I rarissimi malati che, spontaneamente, mi hanno chiesto di aiutarli a morire se le cose si fossero complicate non hanno rinnovato la loro richiesta nel momento in cui questa poteva essere soddisfatta. Altro che autodeterminazione: per me, l’eutanasia è una richiesta che proviene dalle persone sane che vogliono disfarsi di una malato grave o in fase terminale». A consolidare la sua posizione ha contribuito un episodio accadutogli qualche anno fa: un paziente con cancro allo stomaco gli ha chiesto l’eutanasia. Lui ha risposto: «Ascolti, mi dispiace ma io non faccio assolutamente questo, noi siamo qui per curarvi”. Mi ha replicato: “Lei è un vigliacco”. “Forse è così”, ho ribattuto, “ma qui l’eutanasia non è mai stata fatta, siamo a vostra disposizione per farvi vivere”». A causa dell’insistenza del paziente, Israel gli ha portato una boccetta con un liquido dicendogli: «Ecco, se proprio vuole prenda questa». Lui mi ha guardato con aria dubbiosa: «È soltanto dell’acqua, vero?». «Forse», gli ho risposto. «Per scoprirlo dovrà usarla». Pochi giorni dopo il malato è morto ma la boccetta contenente della semplice acqua era intatta sul comodino: «si era convinto ad affrontare la malattia. Ma il caso di malati che mi hanno chiesto di aiutarli a morire è rarissimo. Un medico non può uccidere un suo simile. Fa ciò che è necessario per dare sollievo ai suoi dolori fisici e alle sue difficoltà psicologiche attraverso le cure, la gentilezza e tutto ciò che gli fa percepire che c’è qualcuno intorno a lui che si occupa di lui».

Israel è consapevole che la tentazione dell’eutanasia è presente anche fra i medici: «Quei medici che approvano l’eutanasia lo fanno perché non possono sopportare un essere che soffre e si dicono: “Che muoia domani o che muoia fra sei settimane non ha nessuna importanza, io preferisco finirla adesso”. Non si può offrire questa immagine del medico agli studenti di medicina, o la medicina diventerà qualcosa di terrible. È assolutamente indispensabile manifestare il rispetto totale della vita umana, anche perché attualmente siamo in grado di placare tutte le manifestazioni dolorose, e di conseguenza gli esseri di cui ci occupiamo non soffrono insopportabilmente. Nella misura in cui ci occupiamo dei pazienti in questo modo, non ci chiedono l’eutanasia». Conferma dunque quello che tanti disabili gravi dicono: chi si sente amato non vuole mai uccidersi. Più volte nelle interviste, continua il settimanale, l’oncologo ha affermato che in Francia vive un certo numero di olandesi anziani che si sono trasferiti per paura di essere sottoposti all’eutanasia se fossero restati nel loro paese: «In Olanda un medico ha il diritto di praticare l’eutanasia, può farlo in molte circostanze, basta che il malato manifesti distacco dalla vita e che lui non abbia fiducia nell’esito positivo del trattamento o in un miglioramento della qualità della vita del paziente. E questo medico si considera utile alla società, perché dice a se stesso: “Io uccido le persone, ma è solo per non farle soffrire”. Ripeto: oggi è possibile placare tutte le sofferenze, non c’è nessuna ragione di invocare l’eutanasia per questa ragione. Si priva di ogni dignità la professione medica se si accetta il principio che un medico ha il diritto di uccidere qualcuno».

Infine, confutando che l’opposizione all’eutanasia nasca da motivazioni esclusivamente cristiane o religiose, afferma: «Anche al di fuori di una qualunque ottica spirituale, un medico non è autorizzato a togliere la vita a qualcuno. Per quel che mi riguarda, la mia posizione non dipende da considerazioni religiose: un medico, chiunque egli sia, agnostico o credente, non deve riconoscersi il diritto di togliere la vita a qualcuno, quando in realtà è in grado di alleviare le sue sofferenze».


Fonte: uccronline.it.

giovedì 6 ottobre 2011

L'Europa combatte la vita

Questo è il titolo dell'articolo di apertura dell'ultimo opuscolo dell'associazione Voglio Vivere, associazione cristiana in difesa della vita. E non sembra nemmeno un titolo troppo duro, se analizziamo i fatti di cronaca che si sono verificati nei mesi scorsi; certo, non possiamo pretendere che ne abbiano parlato i giornali e i telegiornali, avendo altro di meglio da fare, come ad esempio riempirci la testa delle presunte abitudini trasgressive dei nostri governanti. Quello di cui sto parlando è la coraggiosa presa di posizione del governo ungherese nei confronti dell'Unione Europea, un atteggiamento che, secondo il mio personale parere, servirebbe da esempio anche per i nostri politici, spesso troppo sudditi di quel che si decide sopra le loro teste. Il 30 giugno scorso, infatti, il premier ungherese Viktor Orban, nel congedarsi dalla presidenza di turno della Commissione europea, non ha fatto inchini troppo pronunciati, ma ha detto chiaramente: "Difenderò sempre l'Ungheria dai rilievi e dalle critiche, di Bruxelles o altrui. [...] Nessun paese, nessun governo ha il diritto di dire quale debba essere la costituzione ungherese, spetta al popolo ungherese decidere. [...] Non potete dirci quel che dobbiamo dire". Che cosa giustifica una tale uscita da parte di un uomo politico e nei confronti di un'istituzione così ossequiata come quella di Bruxelles? E' da sapere che, lo scorso aprile, è entrata in vigore la nuova costituzione ungherese, approvata dal governo Orban con una maggioranza dei due terzi del parlamento; la Commissione di Venezia, un organo istituito dall'Unione europea, ha duramente criticato il testo, giudicandolo gravemente contrario ai diritti fondamentali, ed adducendo l'ulteriore motivazione che tale costituzione renderebbe troppo potente l'attuale capo del governo, poiché avrebbe stabilito che una futura riforma dell'attuale testo possa avvenire soltanto con un'altra maggioranza dei due terzi del parlamento. Quest'ultima obiezione lascia un po' il tempo che trova e noi italiani dovremmo saperlo bene, dato che anche nel nostro Paese le modifiche della Carta Costituzionale necessitano di una tale maggioranza del parlamento; eppure non mi pare di ricordare alcun pronunciamento dell'UE, né tantomeno di questa Commissione di Venezia (malgrado la vicinanza alla città lagunare), che criticasse questo sistema come antidemocratico. La vera ragione delle critiche alla costituzione ungherese, quindi, deve essere di natura diversa; ed andando a leggere la cronaca (devo dire dopo averla trovata con una certa difficoltà), si viene a sapere che le parti più contestate della costituzione in questione sono il preambolo ed i suoi primi articoli. All'inizio si legge:

«Noi siamo orgogliosi del fatto che mille anni fa il nostro re, Santo Stefano (Santo Stefano d'Ungheria, vissuto nell'XI secolo, ndr), ha fondato lo stato ungherese su solide fondamenta, e reso il nostro paese parte dell'Europa cristiana. [...] Riconosciamo il ruolo che il cristianesimo ha svolto nella conservazione della nostra nazione».

E gli articoli successivi sono i seguenti:

«La vita del feto sarà protetta dal momento del concepimento. [...] L'Ungheria proteggerà l'istituzione del matrimonio inteso come l'unione coniugale di un uomo e di una donna».

Dopo aver letto le "righe incriminate" il concetto sembra dunque essere più chiaro; già il preambolo aveva infatti indisposto le democratiche gerarchie europee, inserendo nella costituzione di uno stato membro quegli stessi richiami, anche decisi come abbiamo letto, a quelle radici cristiane che il parlamento di Strasburgo aveva rifiutato per principi di laicità. Ma ciò che ha decisamente colmato la misura è la dichiarazione che lo stato ungherese intende garantire i diritti dei nascituri fin dal concepimento; una cosa inaccettabile per una istituzione, l'UE, che l'8 marzo scorso ha richiamato gli Stati membri a garantire il cosiddetto "diritto all'aborto". Leggiamo infatti, all'articolo 25 della Risoluzione sulla riduzione delle disuguaglianze sanitarie della UE, approvata dal parlamento europeo, che "l'UE e gli Stati membri devono garantire alle donne un accesso agevole ai metodi contraccettivi il diritto all'aborto sicuro", e, nell'articolo 53, che " l'UE e gli Stati membri devono sostenere la società civile e le organizzazioni delle donne che promuovono i diritti umani delle donne, compresi i loro diritti sessuali e riproduttivi, il diritto ad uno stile di vita sano e il diritto al lavoro, al fine di garantire che le donne abbiano voce in capitolo nelle questioni inerenti alle politiche sanitarie nazionali ed europee". Come si evince da questi estratti, i diritti degli embrioni e dei feti vanno inevitabilmente a contrastare il diritto delle donne ad avere uno stile di vita sano: la gravidanza, care donne, è una malattia, lo dice il parlamento europeo. I diritti dei figli contrastano i "diritti sessuali" delle donne; e poi, diciamocelo, se la donna viene licenziata perché incinta è colpa del figlio che porta in grembo, non certo dei mascalzoni che la licenziano: o almeno così si capisce dalla risoluzione, quando tira fuori, a favore dell'aborto, il "diritto al lavoro" delle donne. Sarcasmo a parte, sono evidenti le ragioni per le quali la costituzione dello stato ungherese è stata considerata inaccettabile dalla UE. Non parliamo, infine, del matrimonio fondato sull'unione tra uomo e donna, considerato ormai uno schiaffo inaccettabile dalle associazioni omosessualiste.
Alla luce di questi fatti c'è da augurarsi che tutti gli stati abbiano il coraggio e dimostrino l'onore che ha dimostrato il governo ungherese, nella persona del suo primo ministro, nel rigettare e rispedire al mittente le critiche dell'UE; critiche e modi di pensare che, a ben guardare lo scenario mondiale, stanno fortunatamente per diventare fuori moda. Negli Stati Uniti d'America la Camera dei deputati di Washington ha accolto la proposta di legge denominata "The Protect Life Act", che riforma parzialmente la riforma sanitaria del 2010 con il chiaro riconoscimento, ai medici, del diritto all'obiezione di coscienza, e la negazione, se non in casi specifici, dell'uso di fondi pubblici per finanziare le pratiche abortive. Inoltre, alla Camera federale, è stato proposto ed approvato un emendamento con il quale vengono bloccati i fondi al Planned Parenthood, il programma che promuove politiche abortive e attraverso il quale si controlla la rete delle cliniche in cui si effettuano le interruzioni di gravidanza.
Naturalmente notizie come queste faticano a prendere il largo sulla stampa europea ed italiana in particolare. Spesso si sente dire che l'informazione in Italia è a livelli di libertà simili a quelli degli stati dittatoriali, e che i diritti umani in Italia sono addirittura meno garantiti che in Cina; a vedere la scarsa diffusione di queste notizie sembrerebbe proprio così, ma non nel senso che intendono coloro che propongono questi fantomatici sondaggi, per i quali libertà significa anarchia e i diritti umani sono i diritti di tutti tranne che dei più deboli, quali embrioni e malati terminali.

venerdì 29 luglio 2011

Sepoltura per i feti abortiti

Traggo una notizia da un articolo di Francesco Agnoli pubblicato oggi su La Bussola Quotidiana; riguarda l'accordo raggiunto nel comune di Caserta tra il sindaco e l'associazione "Difendere la vita con Maria", fondata da don Maurizio Gagliardini, approvato dall'azienda ospedaliera Sant'Anna e San Sebastiano a proposito di una iniziativa molto lodevole: un luogo per la sepoltura dei feti abortiti. Ma in realtà la vera notizia non l'hanno fatta i rappresentanti dell'associazione di don Gagliardini, né il comune o l'ospedale: bensì l'inattesa levata di scudi contro questa iniziativa. Infatti per la legge italiana non si tratta di una novità: è prevista l'inumazione dei feti abortiti di età superiore alle 20 settimane; e per quelli di età inferiore è possibile su richiesta dei genitori. Si tratta dunque di una applicazione delle leggi già previste dal nostro ordinamento, volta a dare a queste creature una sepoltura più degna dello smaltimento con i "rifiuti speciali".
Viene da chiedersi allora il perché di accuse così energiche da parte dei soliti noti, vale a dire i radicali, con l'associazione Coscioni, la Cgil dei medici eccetera. Ma andandole a leggere si comprende perfettamente la loro paura che si dica la verità, una verità scientifica, di fronte alla quale i loro proclami possono ben poco: gli embrioni e i feti sono esseri viventi, anche quelli più piccoli.

Degna sepoltura per i bimbi non nati
Di Francesco Agnoli

La notizia non è nuova, ma ha ora un certo rilievo sui grandi media: a Caserta, l’associazione Difendere la vita con Maria, fondata e presieduta da don Maurizio Gagliardini, ha siglato un protocollo di intesa, approvato con delibera del 22 luglio 2011, con l'Azienda ospedaliera Sant'Anna e San Sebastiano, per promuove il seppellimento dei «bambini non nati».

Il sindaco della città ha dato la propria disponibilità a concedere un apposito spazio nel cimitero cittadino, ma, come sempe in questi casi, si è levata, violenta e intollerante, la voce di alcuni protestatari - rappresentati dal sindacato medico Fp-Cgil Medici - che sono divenuti, per il Corriere della Sera, "i medici" tout court. Il che non dovrebbe essere, dal momento che nel nostro Paese la maggioranza dei ginecologi sono obiettori e quindi ritengono l’aborto quantomeno qualcosa di negativo. Secondo il sindacato di sinistra, si tratterebbe di «violenza psicologica sulle donne da fermare».

A queste lamentazioni, si è unito, puntuale e immancabile, l’anatema dei Radicali, con un comunicato di Maria Antonietta Farina Coscioni, che comincia così: «Apripista è stata la regione Lombardia di Formigoni, che ha varato provvedimenti che vanno ben oltre le sue competenze disponendo la sepoltura dei feti come fossero esseri umani e mettendo in essere una vergognosa speculazione». Perché tanta rabbia, tanto ingiustificato livore?

A Caserta, infatti, non è successo nulla di nuovo, sia perché la sepoltura dei feti, morti per aborto spontaneo, o uccisi tramite ivg, è già realtà in varie zone del nostro paese, come, appunto, la Lombardia, sia perché nulla cambia, dal punto di vista della legge 194, in quanto l’aborto procurato rimane libero e gratuito, esattamente come prima. Cerchiamo di capire come stanno i fatti.

Nel nostro Paese è previsto il seppellimento dei feti superiori alle 20 settimane, le cui fattezze umane così evidenti e visibili impediscono anche ai più cinici di gettare questi resti umani nell’inceneritore. Un dpr del 21 ottobre 1975, n. 803, stabilisce, all’articolo 7, «su richiesta dei genitori il seppellimento anche dei prodotti di concepimento abortivi di presunta età inferiore alle 20 settimane». Proprio sulla base di questo dpr, l’allora ministro alla Sanità Donat Cattin emanò la circolare telegrafica n.500/2/4 del 13 marzo 1988, tutt’ora in vigore, in cui si stabiliva la sepoltura di feti anche in assenza di richiesta dei genitori, e si ricordava che «lo smaltimento attraverso rete fognante o i rifiuti urbani ordinari costituisce violazione del Regolamento di polizia mortuaria e del Regolamento di igiene», mentre lo «smaltimento attraverso la linea dei rifiuti speciali, seppur legittimo, urta contro i principi dell’etica comune».

Il dpr n. 285 del 1990 prevede ugualmente che i bambini, definiti «prodotti abortivi», di età gestazionale dalle 20 alle 28 settimane vengano sepolti a cura della struttura ospedaliera. A richiesta dei genitori possono essere raccolti nel cimitero, con la stessa procedura, i resti di «prodotti del concepimento» di età inferiore alle 20 settimane. In questo caso i genitori, a titolo proprio, o associazioni come quella fondata da don Gagliardini, attraverso convenzioni mirate, possono raccogliere i resti dei bambini non nati e chiedere all’unità sanitaria locale i relativi permessi del trasporto e del seppellimento. Infine dovranno accordarsi con i servizi cimiteriali, per l’atto di pietà dell’inumazione.

Riassumendo: i feti oltre le 20 settimane hanno automatico diritto alla sepoltura, anche se sovente questo avviene con ben poca cura (in modo anonimo, cumulativo, senza possibilità di conoscere il luogo), mentre per quelli più piccoli sarebbe richiesta un'analoga pietas, trattandosi pur sempre di resti umani, ma nella realtà dei fatti essi finiscono spesso bruciati nell’inceneritore insieme ai "rifiuti speciali", quando non buttati, come un tempo avveniva sicuramente più spesso, nelle fogne.

«La nostra associazione - spiegano Maria Luisa e Francesca, dell’associazione Life di Ospedaletto Euganeo, che si occupa proprio della sepoltura dei feti - è cominciata agli inizi del 2000 in seguito alla richiesta di una madre, che aveva perso il proprio bambino nelle prime settimane di gestazione. Questa madre desiderava sapere se poteva salutare il suo bambino attraverso un rito religioso. Da allora abbiamo capito l’importanza di venire in aiuto al dolore di alcune madri, e nello stesso tempo di compiere un atto dovuto a creature umane. Proprio in questi giorni una famiglia che si trova nel dolore per la perdita del proprio figlio, ha richiesto di poter seppellire il proprio bambino, morto a 18 settimane di gestazione, e ha richiesto il nostro aiuto. Il rito ha avuto luogo giovedì 12 maggio alle ore 8.30 presso l’ospedale di Monselice», che è uno dei tanti, oltre a quello di Caserta, ad aver riconosciuto questa possibilità.

La sepoltura dei feti non è però, come si potrebbe pensare, un sollievo solo per le madri che hanno visto morire un bambino desiderato, e che per questo sentono il dovere di tributargli un ultimo gesto di affetto. Può esserlo anche per quelle che, essendosi sottoposte all’aborto procurato (spesso spinte da qualcuno, dalla solitudine, dalle circostanze, da una cultura disumana…), sono poi cadute, come spesso accade, in un profondo stato di desolazione, e cercano quantomeno un luogo in cui piangere, per non essere del tutto impotenti di fronte al fantasma del loro bambino, rimpianto e perduto, ma non scomparso dal loro cuore.
Rimangono a questo punto da proporre alcune considerazioni.

La prima: gli abortisti aborrono la sepoltura dei feti, tirando in ballo contro di essa ora "i costi", ora la "violenza psicologica sulle donne", perché seppellire un feto significa riconoscergli una dignità. Significa riconoscere che è un essere umano.
Invece la mentalità abortista, ben esemplificata nella frase menzognera della Coscioni («…feti come fossero esseri umani…»), vuole che questo non avvenga: lotta perché nell’immaginario collettivo, nonostante le evidenze scientifiche, accessibili con qualsiasi ecografia, un feto rimanga un "grumo di cellule", un qualcosa di indistinto, di inumano; lotta perché abortire o partorire siano due decisioni esattamente equivalenti, in ogni circostanza. Per questo gli abortisti devono negare completamente la realtà del bambino nell’utero materno, ad ogni stadio, e anche dopo la morte.

La seconda considerazione porta un po’ più lontano, al senso stesso della vita e della morte, e quindi anche della sepoltura. Un poeta ateo come Ugo Foscolo notava che «dal dì che nozze tribunali ed are dier alle umane belve esser pietose di se stesse e d’altrui», gli uomini provvidero a seppellire i loro morti, sottraendoli alle ingiurie degli animali e degli agenti atmosferici. Foscolo riteneva che gli uomini fossero solo materia: eppure, dimostrando una lodevole e significativa incoerenza, negava potesse essere "civile" una società che sottrae ai suoi morti un ultimo tributo. La sepoltura è infatti un segno chiaro della dignità umana.

Solo gli uomini, infatti, seppelliscono i loro simili, dalla notte dei tempi. Le bestie mortali non lo fanno. Uno scienziato contemporaneo, anch’egli ateo, come Edoardo Boncinelli sostiene che tutto ciò che esiste, in un universo, anche umano, solo materiale, è sempre in vista di qualche utilità concreta. Eppure, nota in un suo libro, il fatto che gli uomini abbiano sempre seppellito i loro defunti, è, da un punto di vista puramente naturalistico e materialistico, ingiustificabile, incomprensibile. A meno che, diciamo noi, non si riconosca che l’uomo, da sempre, ha visto nei suoi cari qualcosa di più della loro carne, della loro materia: cioè una vita spirituale, un destino eterno, immortale.

Ecco, coloro che seppelliscono oggi i feti abortiti, spontaneamente o in modo procurato, saranno un giorno ricordati per la loro coraggiosa testimonianza: si dirà che in un’epoca di disumanità - che ha partorito lager e gulag, guerre mondiali e sperimentazioni sugli uomini, tentativi di clonazione e pompe Karman per fare a pezzi i bambini -, qualcuno ha lottato, con gesti simbolici e umanizzanti, per affermare la dignità di ogni singolo uomo, piccolo o grande, di 20 settimane o di 25, sano o malato che fosse. Si dirà che in tempi di feroce ateismo, quando la legge di Dio è stata sostituita dal capriccio e dall’arbitrio di ogni singolo uomo, cioè dalla legge del più forte, qualcuno ha voluto tener viva la sacra pietas e, con essa, la differenza che corre tra le cose e le persone, tra un tumore strappato dalla carne, e gettato nel water o tra i “rifiuti speciali”, e un bimbo, strappato, suo malgrado, dal grembo di sua madre e dal cuore di suo padre.


Fonte: La Bussola Quotidiana

giovedì 23 giugno 2011

Terribili sviluppi sull'eutanasia

Su La Bussola Quotidiana di oggi appare un articolo a firma di Thaddeus Baklinski (traduzione di Marco Respinti), il quale propone una sconvolgente statistica sullo studio dei trapianti di organi, che mette a confronto i successi delle operazioni nel caso di pazienti donatori deceduti per cause naturali e quelli nel caso di pazienti uccisi tramite eutanasia (o eutanasizzati, per essere più politicamente corretti). La conclusione è sconcertante: si dice che gli organi dei pazienti eutanasizzati sarebbero più efficaci per i trapianti. La questione è molto seria: dell'eutanasia si parla spesso senza sapere granché sulle malattie dei pazienti, sulle possibilità effettive di guarigione o di sopravvivenza. Ma le notizie che arrivano dal Belgio parlano addirittura di eutanasie svolte senza il consenso esplicito del morituro, una deriva dalla quale mettono in guardia tutte le associazioni, soprattutto di stampo cattolico, che lottano contro la diffusione di questa pratica, erroneamente annoverata tra le terapie.
Il pericolo, come cita Baklinski sulla Bussola quotidiana, è facilmente prevedibile: in un mondo in cui dominano le ideologie più banali, la mentalità newage ed il materialismo, a partire da uno studio come questo sentiremo ben presto le opinioni di certi operatori sanitari e politici che rimprovereranno come egoisti e stupidi i malati (più o meno gravi) e le loro famiglie che decideranno di non ricorrere all'eutanasia, impedendo così ad altre persone di vivere con i loro organi. Come si può intuire, l'accostamento tra i trapianti d'organi e l'eutanasia farà presto breccia nelle menti deboli degli illuminati benpensanti (ed anticattolici), contaminandone il buonsenso, e non passerà molto, se le cose procederanno in questo modo, che questa triste profezia si avvererà.

L’eutanasia è ottima per i trapianti. Studio shock nel Belgio degli orrori
di Thaddeus Baklinski

Lovanio, Belgio - Un inquietante studio condotto da un gruppo di medici belgi, di cui ha dato notizia il periodico specialistico Applied Cardiopulmonary Pathophysiology, contempla l’uccisione di pazienti per via eutanasica in una sala adiacente a quelle in cui si svolgono le normali operazioni ospedaliere e quindi il loro trasporto nella stanza accanto per l’espianto degli organi subito dopo la constatazione del decesso. Lo studio afferma infatti che i polmoni di coloro che muoiono per eutanasia sono più adatti a interventi di trapianto rispetto a quelli asportati da vittime accidentali.

Dick van Raemdonck, del Dipartimento di Chirurgia toracica della Clinica universitaria Gasthuisberg, nonché capo dell’équipe impegnata nello studio pubblicato in forma di rapporto con il titolo Initial experience with transplantation of lungs recovered from donors after euthanasia, ovvero “Prima esperienza di trapianto di polmoni prelevati da donatori sottoposti a eutanasia”, ha paragonato tra loro, per il periodo compreso fra il 2007 al 2009, i risultati ottenuti con il trapianto di polmoni prelevati da persone morte per trauma, tipicamente in seguito a gravi ferite alla testa, e quelli raggiunti con l’utilizzo di polmoni provenienti da donatori eutanasizzati.

Secondo il rapporto, tre pazienti su quattro di coloro a cui sono stati trapiantati polmoni provenienti da pazienti eutanasizzati sono stati dimessi dall’ospedale dopo 33 giorni «con eccellenti funzioni d’innesto post-trapianto e un precoce buon esito ricettivo», e tra quei riceventi si è verificato «un solo decesso nel reparto di terapia intensiva causato da problemi indipendenti dal trapianto».

«Tutti i donatori», si osserva nel rapporto, «avevano espresso il desiderio di offrire i propri organi una volta che la loro richiesta di accedere all’eutanasia fosse stata accettata secondo quanto stabilito dalla legge belga. Tutti i donatori soffrivano di insostenibili disordini non maligni».

Il rapporto afferma che fra i quattro donatori eutanasizzati presi in considerazione uno era affetto da «insostenibile disordine mentale» mentre i restanti tre soffrivano «di una debilitante malattia benigna, tipo un disordine di natura neurologica o muscolare».

Per procedere all’operazione, i donatori sono stati ricoverati in ospedale alcune ora prima della progettata eutanasia. Poi sono stati uccisi in una sala prossima a quelle in cui si svolgono i normali interventi clinici. Quindi i loro polmoni sono stati prelevati immediatamente dopo la conclamazione del decesso.

«In una sala adiacente a quella operatoria è stato predisposto un accesso venoso centrale», scrive il dottor Van Raemdonck nel rapporto. «Quindi i donatori sono stati eparinizzati (ovvero è stata iniettata loro dell’eparina, un anticoagulante) subito prima di assumere un cocktail di medicinali somministrato dal medico operante incaricato dell’eutanasia. Infine, come impone la legislazione belga per qualsiasi donatore di organi, il paziente è stato definito morto in base a criteri cardiorespiratorio da tre medici indipendenti. A questo punto il defunto è stato trasferito rapidamente, posizionato sul tavolo operatorio e intubato».

Il rapporto afferma che i donatori eutanasizzati ammontano al 23,5% di tutti i donatori belgi di polmoni deceduti per arresto cardiaco.

Il dottor Peter Saunders di Care Not Killing - una rete britannica composta di organizzazioni che si preoccupano dei diritti umani dei disabili, di gruppi per la garanzia dell’assistenza medica e delle cure palliative, nonché di associazioni d’ispirazione religiosa contrarie all’eutanasia - si è detto scioccato dell’indifferenza casual con cui è scritto quel rapporto.

«Mi ha sconvolto», ha detto con parole riportate dal quotidiano britannico The Telegraph, «la nonchalance con cui viene trattato l’argomento, quasi che uccidere pazienti per prelevarne gli organi sia la cosa più naturale del mondo. L’approccio scarno con cui il rapporto descrive il processo di espianto degli organi è particolarmente agghiacciante e mostra quale grado di collaborazione fra squadra eutanasica e chirurghi trapiantisti sia necessario per la riuscita dell’operazione: “preparateli per la scena di fianco alla sala operatoria, poi uccideteli e quindi spediteli dentro per il prelievo degli organi”. Il tutto con una sola giornata di lavoro del Nuovo Mondo Belga».

Come sottolinea il dottor Saunders, «dato che in Belgio la metà dei casi di eutanasia avviene senza la volontà espressa del malato, è solo una questione di tempo prima che gli organi siano prelevati dai pazienti senza consenso. Oggi in quel Paese i medici fanno cose che la maggior parte dei loro colleghi di altri Paesi del mondo giudicherebbe assolutamente orrende».

Ana Iltis, direttrice del Center for Bioethics Health and Society dell’Università di Wake Forrest nel North Carolina, in un intervento a Fox News, precisa: «Una volta accettata l’idea che i medici uccidano i pazienti, sembra logico che ne prelevino gli organi per i trapianti. La gente tende a rispondere con un “bleah”, ma questa riposta dovrebbe essere indirizzata all’eutanasia».

La Iltis fa riferimento a un rapporto stilato della Canadian Medical Association (CMA) che calcola il numero dei casi di eutanasia privi di esplicita richiesta da parte dei pazienti verificatisi in Belgio nel 2010. Secondo il CMA, il 20% degli infermieri belgi intervistati dai ricercatori ha preso parte a operazioni eutanasiche e quasi la metà di loro - un numero di persone compreso fra le 120 e le 248 - ha ammesso di aver partecipato a «terminazioni senza richiesta o consenso. Fra questi si possono immaginare casi in cui è stata la famiglia del paziente a esprimere il consenso, ma, per come la comprendo io, la legge esige l’esplicita richiesta da parte del paziente».

Intervistato da LifeSiteNews, il direttore dell’organizzazione canadese Euthanasia Prevention Coalition, Alex Schadenberg, dice che siccome oggi l’eutanasia e il suicidio assistito vengono venduti alle masse come una panacea capace di mettere fine a ogni sofferenza, quanto accade in Belgio è presentato come un modo altruistico per fare del bene al prossimo attraverso le nostre morti.

«Le persone che quindi non moriranno per eutanasia o suicidio assistito», aggiunge Schadenberg, «verranno considerate egoiste e quindi ostracizzate poiché le loro malattie protratte sino alla morte naturale imporranno alla società costosi esborsi di denaro oppure perché negheranno organi freschi e sani agli altri che ne hanno bisogno». Peraltro, conclude Schadenberg, «gli organi così utilizzati sono sani perché la persona che li dona spesso non è un malato terminale, ma un paziente che teme di avviarsi a una condizione di vita terminale. Continueranno a dirci che la cosa riguarda la libertà di scelta. Ma la scelta di che? Quella della scelta è solo una illusione; qui si tratta invece di imporre la morte».

La versione originale di questo articolo, Shock study: Organs harvested from euthanized patients make better transplants, è comparsa su LifeSiteNews, il portale Internet dedicato alla cultura della vita e alla difesa della famiglia naturale fondato nel settembre 1997. Con sede centrale a Front Royal, in Virginia, e un importante distaccamento a Toronto, in Canada, LifeSiteNews è diretto da John-Henry Westen. Traduzione di Marco Respinti

mercoledì 25 maggio 2011

Il bambino "è" un diritto o "ha" un diritto?

Continuano le critiche alla bocciatura del progetto di legge Concia, detto contro l'omofobia. Si moltiplicano articoli di giornali (specialmente quelli di una certa area politica), gruppi sui social network e trasmissioni televisive che puntano a descrivere l'Italia come un paese in cui sono calpestati i diritti umani, nella fattispecie quelli delle persone omosessuali. Uno degli argomenti più contestati è quello dell'affidamento dei bambini a coppie omosessuali. Oggi, nelle varie mappe disegnate dalle associazioni gay, un Paese non può essere considerato civile se ad una coppia omosessuale non è garantito il diritto di avere un figlio. Com'è possibile, ci si può chiedere, avere un figlio ad una coppia omosessuale? Il problema è presto risolto: basta rivolgersi a madri o padri surrogati, che mettono a disposizione i propri gameti o l'intero utero (nel caso della madre surrogata), solitamente in cambio di denaro. Così vediamo Elton John ed il suo compagno a spasso con la carrozzina, Ricky Martin con i suoi piccoli e molti altri esempi famosi. In Italia la legge non permette di avere figli tramite genitori surrogati: e all'opinione pubblica si dice che questa è una violenza contro le coppie omosessuali, una manifestazione di aperta omofobia da parte dello Stato e della Chiesa, poiché in questo modo alle coppie eterosessuali e alle coppie omosessuali non vengono garantiti gli stessi diritti.
Effettivamente questa affermazione appare inappellabile, e lascia poco spazio ad interpretazioni che siano in qualche modo comprensive dei motivi della legge italiana e della Chiesa, che con tale legge concorda. Ma fermiamoci un attimo, ed analizziamola bene: "Privare le coppie omosessuali di avere un figlio significa non riconoscere loro gli stessi diritti delle coppie eterosessuali". In questo modo è fuori d'ogni dubbio che si intende il figlio come un diritto della coppia; il bambino "è" un diritto. Purtroppo una tale affermazione non suscita immediatamente la reazione da parte di chi la legge o ascolta, poiché il nostro mondo quotidiano è ormai intriso di questa mentalità (bambino = diritto) anche e soprattutto tra le coppie eterosessuali, non solo omosessuali. E' vero che l'assenza di un figlio può essere fonte di grande sofferenza per una coppia; ma questo non deve indurre a pensare che a tutti coloro che desiderano un bambino debba essere concesso a tutti i costi. Questo perché il bambino non è un oggetto, un bene materiale; è una persona umana, e come tale ha la sua dignità individuale, che deve essere garantita e rispettata. Il bambino, più che "essere" un diritto, "ha" dei diritti, proprio in quanto persona.
Alcuni obiettano: talvolta le persone omosessuali hanno maggiore sensibilità e si comportano meglio degli eterosessuali nei confronti dei bambini (dato del tutto privo di prove, tra le altre cose, e forse figlio di quel modus cogendi "gay è meglio" di cui parlavo nel precedete post); ciò non è sufficiente, tuttavia, per il bambino. Al bambino non basta "essere trattato bene", nemmeno essere amato come se avesse due genitori eterosessuali; egli ha bisogno di due genitori, un padre ed una madre, maschio e femmina: "ha" il diritto di crescere in una famiglia di questo tipo, e questo prevalica ogni altro preteso diritto degli adulti su di lui. Lo scrive oggi, su La Bussola Quotidiana, lo psicanalista Claudio Risè, intervistato da Antonio Giuliano. Nell'articolo intitolato Bimbi con due padri, ecco perché no argomenta, studi alla mano, la tesi che, per la crescita del bambino, siano necessari entrambi gli aspetti, maschile e femminile.

Bimbi con due padri, ecco perchè no
Di Antonio Giuliano

Per chi da anni denuncia la crisi della figura paterna suona quasi beffarda la grancassa mediatica e culturale di chi vorrebbe famiglie con due padri (come Repubblica del 23 maggio “I figli di due padri”). Ma lo psicanalista Claudio Risè ormai non si scompone più: «Nel nostro orizzonte culturale l’essere umano non viene più considerato come una persona con un suo corpo, ma solo come un oggetto prefabbricato. Qui si sta organizzando la produzione di bambini come adorabili oggetti di consumo». Sulla scia di sponsor del calibro di Elton John o Ricky Martin anche in Italia sarebbero un centinaio le coppie omosessuali che ricorrono all’estero (da noi è vietata) alla maternità “surrogata”: in pratica nell’utero di una donatrice che offre a pagamento il proprio utero viene inserito un embrione formato dall’ovocita di una donatrice e il seme di uno dei due padri. E la campagna mediatica si rianima mentre è in corso in parlamento il dibattito sulla legge sull’omofobia.

Professore perché per un bimbo è importante avere un padre e una madre?
In assenza del genitore del proprio sesso, sarà molto difficile per quel bambino sviluppare la propria identità psicologica corrispondente. La psiche maschile e quella femminile sono molto diverse e l’identità complessiva si forma anche a partire dalla propria identità sessuale. Nel caso di maternità surrogata, lo sviluppo psicologico, affettivo, cognitivo di una bimba con due genitori di sesso maschile sarebbe in forte difficoltà: avrebbe problemi nel riconoscersi nel proprio sesso. Lo stesso accade al piccolo maschio.

Qualcuno le obietterebbe che uno dei due padri (o una delle madri nel caso di coppie lesbiche) potrebbe benissimo svolgere il ruolo della figura materna (o paterna nell’altro caso).
No. La vita umana è inscritta in due ordini: il dato naturale, biologico, e quello simbolico che il bambino ha iscritto nella propria psiche, conscia e inconscia. Entrambi presiedono allo sviluppo, alla manifestazione di una capacità progettuale, alla crescita di un’affettività equilibrata. Il padre è un individuo di genere maschile che ha scritto nel suo patrimonio genetico, antropologico, affettivo e simbolico la storia del proprio genere. Proprio perché è un maschio e non è una donna, non può avere né il sapere naturale profondo, né quello simbolico materno. I due codici simbolici, paterno e materno, sono molto diversi: la madre è colei che soddisfa i bisogni, il padre è colui che dà luogo al movimento e propone il limite: indica la direzione e stabilisce dove non si può andare. Nei paesi anglosassoni e del nordeuropea da tempo ci sono casi di coppie omosessuali con figli: studi sul campo hanno provato che la mancanza di genitori di sesso diverso è fonte di problemi, il più evidente dei quali (quando i genitori sono del sesso opposto al tuo), è la formazione delle tua immagine sessuale profonda.

Quali sono i rischi che corre un bambino/a che cresce senza un genitore di sesso femminile? Tanto più che nella fecondazione assistita eterologa padre e madre sono spesso sconosciuti…
L’esperienza del contatto fisico con la madre, nella cui pancia si è stati, è riconosciuta dalla psichiatria e dalle psiconalisi come fondativa della personalità, e della stessa corporeità…

Nei libri come Il padre l’assente inaccettabile o Il mestiere di padre (entrambi pubblicati dalla San Paolo) denunciava la scomparsa della figura paterna. Ora invece sembra a rischio la figura materna.
Anche quei libri sono stati scritti per dimostrare che servono entrambi i genitori, entrambi gli aspetti, quello maschile e quello femminile. La verità è che ormai non c’è solo una crisi della paternità. Ma dell’umanità in generale. L’essere umano, attraverso acquisti e affitti di parti del corpo e elementi generativi è diventato un “prodotto fabbricato”, nel senso in cui ne parlava Michel Foucault. Siamo ormai all’interno di un modello culturale “materialista” (ma in realtà molto mentale, perché passa dalla negazione del corpo “naturale”) fondato sulla soddisfazione narcisistica dei bisogni indotti dal sistema di consumo. Il bimbo “fabbricato” è uno di questi nuovi bisogni. È l’effetto del processo di secolarizzazione che ha tagliato anche i rapporti con il padre celeste, Dio: non c’è posto per l’Altro, tanto meno per la dimensione verticale. Ma negando l’ordine naturale e simbolico siamo costretti a negare anche la nostra corporeità (iscritta in essi) come spiego nel mio ultimo libro Guarda tocca vivi. Riscoprire i sensi per essere felici (Sperling & Kupfer, pp. 210, euro 16,50). Altro che superinvestimento nei sensi. L’ideologia consumista, le mode, i media dettano i nostri comportamenti, perfino nell’innamoramento: ci si incontra e ci si lascia in base ai suggerimenti della moda e delle “tendenze”. La sapiente teologia dell’amore di Giovanni Paolo II è stata spazzata via da una sessualità staccata dalla sensualità della persona umana, e consumista. Non stupiamoci, allora, se sono sempre di più quelli che vogliono evadere dal proprio corpo: magari con le droghe o coi disturbi alimentari come l’anoressia. La sacralità del corpo del cristianesimo è stata negata, e i consumi divinizzati. Ma solo riappropriandoci della nostra corporeità potremo relazionarci con gli altri. E con Dio.

mercoledì 18 maggio 2011

Trent'anni fa il referendum sull'aborto

«Anche se milioni di italiani hanno detto "sì" alla vita sono prevalsi i "no"». Così titolava il quotidiano Avvenire titolava il 18 maggio 1981, esattamente 30 anni fa, quando all'indomani del referendum abrogativo della legge 194. In un mondo ancora intriso delle ideologie sessantottine, vinse l'opinione di coloro che ritenevano (ed in molti casi ritengono ancora) il feto come un grumo di cellule inanimate, con un'invadenza della democrazia anche su temi, come la vita degli essere umani, sui quali non è lecito decidere a maggioranza. A trent'anni di distanza possiamo con una certa definitività tirare le somme su quella scelta, e analizzare se davvero le rivendicazioni dei pro-aborto avessero una consistenza. Si predicava, ad esempio, che la legalizzazione dell'aborto avrebbe posto fine alla pratica pericolosa degli aborti clandestini; eppure al giorno d'oggi l'aborto clandestino è una pratica ancora molto diffusa, si parla di qualche decina al giorno. Addirittura c'era chi prospettava una certa necessità della pratica dell'aborto per applicare il cosiddetto "controllo demografico", ed evitare la sovrappopolazione del territorio nazionale, un'altra predizione che oggi, guardandoci alle spalle, fa quasi ridere. Si assicuravano le donne sulle esigue conseguenze a livello fisico e psichico che un intervento del genere avrebbe causato loro, eppure oggi si sente sempre più spesso parlare di donne distrutte, fisicamente o psicologicamente o in entrambi i modi, a causa di un aborto.
L'evoluzione della scienza (anche se era chiaro già nel 1981) ci sta, invece, mettendo sempre più davanti all'evidenza che la vita umana nasce già dal concepimento, e che dunque non esiste un istante di tempo, dopo il concepimento, a cavallo del quale il feto si possa considerare inanimato o vivo. Eppure anche oggi, specie da parte di coloro che innalzano la scienza a dottrina e religione, si fa finta di non capire, si tira in ballo l'entrata dell'anima nel corpo (ma come, gli atei scientisti credono nell'esistenza dell'anima?) e si giustifica l'aborto come atto di libertà della donna (e il bambino, intrappolato nel grembo di una donna che ha deciso di sopprimerlo, non ha libertà?).
In sostanza, l'analisi di trent'anni di legge 194 ci consente di capire come nessuno dei vantaggi "scientifici" e "sociali" attribuiti alla legge dai pro-aborto all'epoca fossero corretti; l'Italia non ha risolto i problemi che si pensavano di risolvere, è soltanto divenuta un paese dove l'omicidio, in certi casi, è diventato legale, e non, come si potrebbe pensare, nei confronti di violenti criminali o oppressori di popoli, ma di esseri innocenti che hanno la sola colpa di essere stati concepiti "per uno sbaglio" dei genitori. Ciononostante si cercano, con creatività e ostinazione, nuove strade per dare la morte ai feti in maniera più comoda per il medico e per la madre; è il caso della pillola abortiva. E, allora come oggi, la Chiesa, che con ingiusta generalizzazione viene accusata di mostruosità contro i bambini a causa degli atti (veramente mostruosi) di alcuni criminali tra le file del clero, è derisa, perseguitata, osteggiata, quando difende (quasi da sola) la vita dei concepiti. Ma, pensiamoci un attimo, uccidere un bambino prima che nasca è davvero così più leggero rispetto al rovinargli la vita con l'orrendo crimine degli abusi?
Vorrei suggerire la lettura di un articolo di Francesco Agnoli, apparso ieri su La Bussola Quotidiana, nel quale il giornalista fa un'analisi delle vicende all'epoca, rivivendo quel cupo periodo in cui la politica, gli uomini e le donne hanno creduto di poter decidere chi far nascere e chi no.

17 maggio 1981, disfatta dei pro life, di Francesco Agnoli.

giovedì 14 aprile 2011

Ancora problemi con Youcat

Nei giorni scorsi abbiamo appreso la notizia (ripresa nel post di ieri) del grossolano errore di traduzione nel numero 420 del catechismo pensato per accompagnare i giovani che parteciperanno alla Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid nel prossimo agosto, errore che creava ambiguità sulla vera dottrina della Chiesa sull'utilizzo degli anticoncezionali. Il primo annuncio era stato quello del ritiro dalle librerie della versione errata del sussidio, in attesa di una revisione; ma in tarda mattinata è arrivata la notizia che Youcat sarebbe rimasto nelle librerie, e vi si sarebbe aggiunto un foglio di Errata corrige, dove si cassava la domanda errata e si proponeva una traduzione più fedele all'originale, che allontanasse ogni pericolo di fraintendimento. Nel frattempo si teneva la conferenza stampa di presentazione di Youcat, già prevista da tempo, alla quale partecipavano, tra gli altri, il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, e monsignor Salvatore Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, nonché già presidente della Pontificia Accademia per la Vita.
Proprio ieri, in conferenza stampa, le domande dei giornalisti non sono state solamente per l'errore nella traduzione italiana, ma per un altro errore, che appare addirittura peggiore, poiché lambisce il campo dei temi etici e dei valori non negoziabili per i cattolici, cioè l'eutanasia; e questo non è un problema di traduzione, ma è presente nella versione originale del Catechismo pensato per i giovani, in lingua tedesca. Infatti, traggo dal blog Settimo Cielo del vaticanista Sandro Magister, il numero 382 chiede e risponde:

L’eutanasia è permessa?

Provocare attivamente la morte è sempre una violazione del comandamento: ‘non uccidere’ (Es 20, 13); al contrario, assistere una persona durante il processo di morte è addirittura un dovere di umanità.
Spesso le definizioni di eutanasia attiva ed eutanasia passiva rendono poco chiaro il dibattito; la questione dirimente è propriamente se si uccide o se si lascia morire la persona. Chi aiuta a morire una persona nel senso dell’eutanasia attiva viola il quinto comandamento; chi invece aiuta una persona durante la morte nel senso di un’eutanasia passiva obbedisce invece al comandamento dell’amore del prossimo. Si intende con questo che, essendo la morte del paziente ormai sicura, si rinuncia a procedure mediche straordinarie, onerose o sproporzionate rispetto ai risultati attesi. Questa decisione spetta al paziente stesso, oppure deve essere messa per iscritto in anticipo. Se il paziente non è più cosciente, una persona delegata deve soddisfare le volontà dichiarate o presumibili del morente. La cura di un morente non può mai essere interrotta, trattandosi di un dovere di carità e di misericordia; in questo senso può essere legittimo e corrispondere alla dignità umana l’uso di palliativi, anche col rischio di abbreviare la vita del paziente; è però decisivo che la morte non sia ricercata né come fine né come mezzo

In questo campo ogni discorso è molto delicato, anche perché solo chi ha fatto studi approfonditi sulla morale può dare risposte esaurienti. Ma non sono necessari molti studi per capire che, nel testo sopra menzionato, qualcosa che non va deve esserci; in pratica scopriamo che esistono due tipi di eutanasia, una attiva (da condannare perché con essa materialmente si uccide una persona, se pure consenziente), ed una "passiva", di cui non si è sentito molto parlare nemmeno durante le drammatiche ore dell'agonia di Eluana Englaro, quando tutti i telegiornali e i giornali si occupavano di queste cose. Innanzitutto l'incipit della risposta ("Provocare attivamente la morte è sempre una violazione del comandamento") lascia intendere che, al contrario, provocare passivamente la morte può non essere violazione del comandamento; tant'è vero che, di seguito, si parla di questa "eutanasia passiva", nella quale entrerebbero a far parte "procedure mediche straordinarie, onerose o sproporzionate rispetto ai risultati attesi". E non è tutto: la decisione "spetta al paziente stesso", ad esempio "messa per iscritto in anticipo", oppure "se il paziente non è più cosciente, una persona delegata deve soddisfare le volontà dichiarate o presumibili del morente".
Basta fare un parallelo proprio col caso Eluana Englaro: se si parla di "procedure mediche" che, dato lo stato del malato, appaiono "onerose e sproporzionate" rispetto ai risultati attesi, e si aggiunge il fatto che il padre e alcuni dei conoscenti parlavano insistentemente di una decisione della paziente tale da autorizzare la "persona delegata" a soddisfare le volontà dichiarate o "presumibili" del morente, dove si è sbagliato, nel caso di Eluana? Perché la Chiesa fece tanto rumore, in quei giorni?
C'è quindi da ammettere che il testo, così come è scritto, e, ripeto, non è una questione di traduzione italiana questa volta, dà adito a diverse interpretazioni, e anche qui può arrivare a far credere ad alcuni che l'eutanasia sia, in qualche forma, permessa. E' veramente così? Anche oggi andiamo ad attingere dal Catechismo completo, ai numeri 2277, 2278, 2279:

2277. Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l'eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile.
Così un'azione oppure un'omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L'errore di giudizio, nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest'atto omicida, sempre da condannare e da escludere.
2278. L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.
2279. Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.

In questo caso non si parla di "eutanasia passiva", ma si mette chiaramente in evidenza che quello a cui ci si riferisce dicendo "interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie e sproporzionate", ossia la rinuncia all'accanimento terapeutico. Eutanasia, infatti, attiva o passiva che sia, significa procurare volontariamente la morte di una persone, anche se questa è consenziente; rinunciare all'accanimento terapeutico, come precisa il Catechismo della Chiesa Cattolica, significa invece accettare la morte come inevitabile, ma non volontà di procurarla dall'esterno. Non a caso, infatti, il Catechismo completo non usa la parola eutanasia passiva. Infatti, quando poi si dice che "Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto", si fa chiaramente riferimento alla rinuncia all'accanimento terapeutico, e non ad alcuna forma di eutanasia.
Interrogato su questo punto, durante la conferenza stampa di ieri, il cardinale Schönborn ha dichiarato che nella versione tedesca non si è apposta voluto usare la parola "Euthanasie", ma "Sterbehilfe", che significa aiuto alla morte. Ma monsignor Fisichella ha invece rigettato in blocco le formule di "Eutanasia attiva" ed "Eutanasia passiva", anche nell'accezione che si è dato al termine della versione originale tedesca, proprio per il pericolo di ambiguità di cui ho parlato sopra, precisando che "non dovrebbero essere più usate". Su questo punto, il vaticanista Sandro Magister ricorda l'enciclica di papa Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, nella quale si fa riferimento ad un'eutanasia non tanto "passiva", quanto di "omissione" che nell'intenzione procura la morte; questo basta, dice il papa in questa enciclica, a definire l'eutanasia in senso vero e proprio. Da questa è ben distinta la rinuncia all'accanimento terapeutico, poiché nelle intenzioni non vuole procurare la morte, ma la accetta quale naturale termine della vita:

«65. Per un corretto giudizio morale sull'eutanasia, occorre innanzitutto chiaramente definirla. Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un'azione o un'omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. «L'eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati».

Da essa va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto «accanimento terapeutico», ossia a certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili casi». Si dà certamente l'obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all'eutanasia; esprime piuttosto l'accettazione della condizione umana di fronte alla morte.
»

Dunque l'eutanasia, scriveva Giovanni Paolo II, è una questione di intenzioni e di metodi; anche se distinguiamo l'eutanasia passiva da quella attiva, restano le intenzioni di procurare la morte. E dobbiamo concludere che parlare di eutanasia passiva in un sussidio catechistico è quantomeno fuorviante ed improprio, se non del tutto errato. Sarebbe stato sufficiente, conclude Magister (ed io concordo con lui), accennare all'accanimento terapeutico, anziché usare il termine "eutanasia passiva", dicendo un "doppio no" molto chiaro, all'eutanasia in tutte le sue forme da un lato e all'accanimento terapeutico dall'altro; questo avrebbe evitato le grosse ambiguità che nascono dalla formulazione del testo nello stato attuale.
In conclusione: io ribadisco la mia opinione che l'idea della realizzazione di un sussidio catechistico per i giovani della GMG sia molto buona ed importante; non considero Youcat come il Catechismo "in versione giovani", più che altro un concentrato di quello che dice il Catechismo sui temi a cui i giovani d'oggi sono più sensibili (quali la morale sessuale della Chiesa, i temi etici etc.). E' chiaro, però, che la formulazione deve essere chiarissima, non deve prestarsi ad alcun fraintendimento e deve riferirsi sempre al Catechismo completo, l'unico Catechismo della Chiesa Cattolica (non esiste la versione "per giovani", "per bambini", "per adulti", "per anziani"...). Per questo, io credo, di fronte ad uno scopo così nobile come quello che si era proposto Youcat, serve un lavoro minuzioso e paziente, con analisi e controanalisi, per evitare che proprio i giovani che si volevano in questo modo aiutare non siano indotti in errori da formulazioni poco chiare, ambigue e, talvolta, errate. Forse nella stesura di questo sussidio e delle sue traduzioni, data l'imminenza della giornata mondiale, la fretta ha giocato dei brutti scherzi. Lo stesso arcivescovo di Vienna, nota Sandro Magister, ha dichiarato che sarà organizzato un gruppo di lavoro presso la Congregazione per la Dottrina della Fede atto a rivedere nuovamente l'originale e le traduzioni di Youcat per correggere gli errori. Ecco, un lavoro del genere, tenendo conto di chi sono i destinatari e in quali situazioni emotive e sociali spesso si trovano oggi, secondo me andava fatto prima della messa in vendita.
Torno a ribadire, dunque, il mio invito a pregare affinché questi errori non contribuiscano a creare confusione nei giovani, una generazione oggi più che mai già abbastanza indotta alle false dottrine dai mezzi di comunicazione di massa. Anche per questo motivo, dunque, credo sia necessario che di questi errori nella stesura di Youcat non si abbia paura di parlare, anzi, si enuncino e si spieghino con grande forza, affinché la spiegazione arrivi a tutti i giovani, anche a quelli che magari hanno già comprato Youcat e, leggendolo, hanno scelto la strada sbagliata nel bivio creato dalle ambiguità presenti nel testo.

martedì 19 ottobre 2010

Cattolici uniti sui valori non negoziabili

Qualcuno dei fedeli che quotidianamente o settimanalmente frequentano la propria parrocchia avrà senz'altro per lo meno sentito parlare di quello che potremmo definire un meeting dei cattolici impegnati nel sociale, in corso a Reggio Calabria: la settimana sociale dei cattolici italiani. Si tratta di una sorta di convegno in cui si fa il punto su quello che è e che dovrà essere l'impegno dei cattolici in politica, nelle istituzioni di solidarietà e in qualsiasi organismo socialmente utile. In particolare uno degli interventi di rilievo, all'apertura di questa settimana sociale, è stato quello di Benedetto XVI, letto dal Nunzio apostolico in Italia, mons. Giuseppe Bertello, discorso che ha avuto come perno la difesa di quelli che la Chiesa chiama valori non negoziabili. In sostanza, se per un cattolico che agisce nel sociale, specialmente in politica, è consentito discutere e dialogare su alcuni argomenti, come l'incidenza nel Paese dei flussi migratori, la consistenza della pressione fiscale, la linea economica da seguire, finanche la costituzione dello stato, su certi temi, invece, non è libero di pensarla come vuole. Questa affermazione potrebbe sembrare drastica e censoria; in realtà, ragionandoci un po' sopra, ci si rende conto che è del tutto naturale che la Chiesa la pensi in questo modo. Non si intende, infatti, limitare la libertà di pensiero di una persona; il politico (nell'esempio in questione) potrà avere, su questi valori non negoziabili, una veduta diametralmente opposta a quella della Chiesa, semplicemente non potrà dire che questo pensiero sia cattolico, né che lui, pensandola in codesta maniera, sia un esponente della cattolicità. L'adesione al cattolicesimo è una scelta individuale, assolutamente libera (è e deve esserlo); pensandola in maniera opposta sui temi non negoziabili additati dalla Chiesa (che, ricordiamolo, è l'organismo tra gli uomini che stabilisce che cos'è la cattolicità) prenderà atto di non essere in linea con la Chiesa, forse metterà in dubbio la sua stessa cattolicità.
Ma veniamo a quali sono in effetti questi temi non negoziabili, ribaditi anche dal papa e ripresi dal presidente CEI card. Angelo Bagnasco alla settimana sociale:
  • aborto: la Chiesa afferma la dignità della vita umana fin dal concepimento;
  • famiglia: la famiglia, per il cattolico, deve essere fondata sul matrimonio sacramentale dell'uomo e della donna, che hanno il dovere, ma anche il diritto, di educare i propri figli in piena libertà;
  • dignità della vita: che significa curarsi delle condizioni di vita di tutti gli uomini, in particolare assicurare una vita dignitosa ai più poveri;
  • fine vita: la Chiesa riconosce che la vita umana termina con la morte naturale; il tentativo di far credere che si possa, per qualsiasi motivo, porre fine alla vita di un uomo significa arrogarsi il diritto di decidere quando la vita di un uomo finisce.
Negli ultimi tempi si è molto parlato del primo di questi valori, ossia di quello che riguarda l'inizio della vita umana, in particolare dopo l'assegnazione del premio Nobel per la medicina a Robert Edwards, definito il "padre" della fecondazione in vitro. Siamo chiari: molti di coloro che si definiscono "cattolici", non solo in politica, ma anche e soprattutto nella gente comune, anche quella che frequenta la chiesa regolarmente, hanno dei forti dubbi (per non dire che non sono d'accordo) nel condannare la pratica odierna della fecondazione in vitro. Si pensa, infatti, che questa tecnica sia sostanzialmente positiva, perché ha dato e continua a dare la possibilità a molte coppie di avere un figlio loro. In quest'ultima frase vi sono spunti per una discussione etica (anche non necessariamente cattolica, un filosofo ateo potrebbe cavarsela benissimo) che potrebbe durare pagine e pagine. Innanzitutto si pensa al figlio come un diritto dei genitori (molto spesso, oggi, un diritto della donna), non come un dono; con la differenza che un dono si accoglie, un diritto si esige. Poi ho scritto volutamente "un figlio loro", ponendo seriamente in dubbio l'amore che molte coppie riservano ai propri figli adottati (e siamo sicuri che questo dubbio non assalga gli stessi bambini adottati?). Infine, ma non per importanza, l'attuale tecnica della fecondazione in vitro presuppone il congelamento di numerosi embrioni, per eventuali ulteriori tentativi, che bene o male sono destinati in gran parte alla soppressione. E questo si collega ad altri aspetti della bioetica, come ad esempio l'aborto, o la ricerca sulle cellule staminali embrionali; non è possibile compiere una adeguata ricerca sulle cellule staminali embrionali senza uccidere decine e decine di embrioni. Anche qui molti tra i cattolici si chiedono perché possa essere sbagliato; in fondo si cerca di curare il cancro con questa ricerca. L'interrogativo che lo studioso cattolico o il filosofo ateo si pongono qui è ancora più inquietante e terribile: è lecito curare la vita di una persona creando ad hoc nuovi esseri umani da uccidere? Non voglio addentrarmi in questi ragionamenti, propri di chi per anni studia morale. Ma c'è chi mette in dubbio il fatto stesso che l'embrione sia "vivo". Dal punto di vista genetico è però ben chiaro che quando i due gameti si fondono per formare la prima cellula (dalla quale si formeranno poi testa, gambe e braccia) lì è l'inizio di un essere nuovo, che non è più né la madre né il padre, che, se gliene sarà lasciato il tempo, crescerà fino ad invecchiare e a morire, mentre, se lo si fermerà prima, smetterà di evolvere esattamente come quando si uccide un uomo con testa, gambe e braccia. C'è da chiedersi: per quale motivo la vita deve essere considerata tale solo quando la vediamo con testa, gambe, braccia, capacità di comunicare, di parlare? Eppure un neonato non sa leggere né parlare, ma siamo tutti concordi nel dire che è vivo; un uomo può non avere le braccia o le gambe, ma è vivo; un uomo malato può non riuscire più a comunicare o parlare, ma è sempre vivo.
Preghiamo affinché i cattolici sappiano non conformarsi alla mentalità di questi giorni, cercando di discernere in profondità la verità, non semplicemente credendo alle parole di quelli che oggi vengono presentati come gli unici scienziati, e, soprattutto, difendendo gli indifesi. Ricordava il servo di Dio papa Giovanni Paolo I, in una delle quattro udienze generali che tenne durante il suo breve pontificato, che noi abbiamo il privilegio di sapere già le domande che ci saranno poste al processo che ci vedrà protagonisti quando giungeremo al cospetto di Dio: "Avevo fame, mi hai dato da mangiare? Ero nudo, mi hai vestito? Ero forestiero, malato o in carcere, mi hai visitato?"; e questo processo si concluderà: "ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25, 40).
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