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mercoledì 23 marzo 2011

Sul celibato sacerdotale

Dal blog Messa in latino traggo questo contributo, apparso nell'edizione odierna dell'Osservatore Romano, del cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero; in esso il porporato affronta lo spinoso problema (in un mondo secolarizzato come il nostro) del celibato sacerdotale, spiegando perché esso non è un retaggio del passato da abbandonare ma è, al contrario, utile e necessario anche oggi. Questo articolo è una risposta a coloro che, specialmente all'interno della gerarchia del clero, spingono verso l'abolizione di quella che, per loro, è una semplice legge ecclesiastica, portando a supporto della loro richiesta l'odierna carenza vocazionale, e proponendo, dunque, l'abolizione del celibato come medicina. Leggeremo, inoltre, in questo articolo altre conseguenze di una "scorretta ermeneutica" dei testi del Concilio, che porta ad una posizione, secondo il cardinal Piacenza, "errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale".

Questione di radicalità evangelica
Card. Mauro Piacenza

Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale. Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza.
Se infatti si esaminano i testi, si nota innanzitutto la radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il concilio e quello successivo. Pur con accenti talora sensibilmente differenti, l'insegnamento papale degli ultimi decenni, da Pio XI a Benedetto XVI, è concorde nel fondare il celibato sulla realtà teologica del sacerdozio ministeriale, sulla configurazione ontologica e sacramentale al Signore, sulla partecipazione al suo unico sacerdozio e sulla imitatio Christi che esso implica. Solo, dunque, una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II - a cominciare dalla Presbyterorum ordinis - potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale.
Alla luce del magistero pontificio bisogna anche superare la riduzione, in taluni ambienti molto diffusa, del celibato a mera legge ecclesiastica. Esso, infatti, è una legge solo perché è un'esigenza intrinseca del sacerdozio e della configurazione a Cristo che il sacramento dell'Ordine determina. In tale senso la formazione al celibato, oltre ogni altro aspetto umano e spirituale, deve includere una solida dimensione dottrinale, poiché non si può vivere ciò di cui non si comprende la ragione.
In ogni caso, il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale.
Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis (n. 29), riportando il voto dell'assemblea sinodale, afferma: "Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all'Ordinazione sacerdotale nel Rito latino. Il Sinodo sollecita che il celibato sia presentato e spiegato nella sua piena ricchezza biblica, teologica e spirituale, come dono prezioso dato da Dio alla sua Chiesa e come segno del Regno che non è di questo mondo, segno dell'amore di Dio verso questo mondo nonché dell'amore indiviso del sacerdote verso Dio e il Popolo di Dio".
Il celibato è questione di radicalismo evangelico. Povertà, castità e obbedienza non sono consigli riservati in modo esclusivo ai religiosi. Sono virtù da vivere con intensa passione missionaria. Non possiamo abbassare il livello della formazione e, di fatto, della proposta di fede. Non possiamo deludere il popolo santo di Dio, che attende pastori santi come il curato d'Ars. Dobbiamo essere radicali nella sequela Christi senza temere il calo del numero dei chierici. Infatti, tale numero decresce quando si abbassa la temperatura della fede, perché le vocazioni sono "affare" divino e non umano. Esse seguono la logica divina che è stoltezza agli occhi umani.
Mi rendo conto, ovviamente, che in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato. Ma dobbiamo avere il coraggio, come Chiesa, di domandarci se intendiamo rassegnarci a una tale situazione, accettando come ineluttabile la progressiva secolarizzazione delle società e delle culture, o se siamo pronti a un'opera di profonda e reale nuova evangelizzazione, al servizio del Vangelo e, perciò, della verità sull'uomo. Ritengo, in tal senso, che il motivato sostegno al celibato e la sua adeguata valorizzazione nella Chiesa e nel mondo possano rappresentare alcune tra le vie più efficaci per superare la secolarizzazione.
La radice teologica del celibato, dunque, è da rintracciare nella nuova identità che viene donata a colui che è insignito del sacramento dell'Ordine. La centralità della dimensione ontologica e sacramentale e la conseguente strutturale dimensione eucaristica del sacerdozio rappresentano gli ambiti di comprensione, sviluppo e fedeltà esistenziale al celibato. La questione, allora, riguarda la qualità della fede. Una comunità che non avesse in grande stima il celibato, quale attesa del Regno o quale tensione eucaristica potrebbe vivere?
Non dobbiamo allora lasciarci condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure. Al contrario, dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida la mentalità del mondo, mettendo in crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c'è ed è presente.

giovedì 24 dicembre 2009

Auguri natalizi dei sacerdoti

Abbiamo contemplato la sua gloria

«Il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria» (Gv 1,14).


Così l'evangelista Giovanni annuncia il Natale: egli testimonia, assieme ad altri discepoli, di aver contemplato la gloria divina nell'umanità del Verbo di Dio.
Cari fratelli e sorelle, facciamo nostra la testimonianza del discepolo amato da Gesù e diciamo con fede che il Verbo sta in mezzo a noi: visibile Colui che è invisibile, umano Colui che è divino.
Anche noi possiamo riconoscerlo. Cosa ha mosso il Verbo a farsi uomo e a stare tra gli uomini? L'Amore. Solo l'amore ha condotto il Verbo sulla terra ed è ancora l'amore a trattenerlo in mezzo a noi. Guardiamo a Gesù Bambino: lì è incarnato l'Amore di Dio, che attende di essere riamato. I sacerdoti per primi si uniscono amorevolmente a Gesù Cristo e vi invitano ad accogliere il dono del Natale.
L'umiltà nella quale l'Amore si rivela ci faccia piegare le ginocchia, riconoscendoci un nulla davanti al Tutto, che è Lui: saremo ricolmati di grazie e innalzati a contemplare la gloria del Figlio di Dio.

Tanti cari auguri.

I vostri sacerdoti

In figura: Lorenzo Lotto - Natività
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