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lunedì 9 aprile 2012

Triduo Pasquale - Omelie del Patriarca

Messa del giorno di Pasqua

L’evangelista Giovanni, nella sua testimonianza sulla Pasqua, presenta una realtà che ci riporta al momento originario dell’evento pasquale, ai primi istanti della risurrezione di Cristo così come sono stati vissuti dai discepoli; in tal modo veniamo a conoscere come la buona notizia della risurrezione si è fatta strada nella comunità.
La redazione del vangelo di Giovanni - noto anche come quarto vangelo - è di molto successiva a quella di Matteo, di Marco e di Luca ma i contenuti dell’evento pasquale che qui Giovanni ci propone, appartengono al momento iniziale; ci riportano ad esso. Giovanni, infatti, narra proprio gli eventi imprevisti e imprevedibili che si sono verificati presso la tomba di Gesù, alle prime luci dell’alba del giorno dopo il sabato.
Certamente qui cogliamo anche un contesto che rimanda alla liturgia che, fin dall’inizio, ha ritmato la vita della comunità primitiva; vi è infatti una menzione della domenica, la piccola Pasqua della settimana, indicata, appunto, come il giorno dopo il sabato.
Dal testo percepiamo che la risurrezione irrompe nella vita dei discepoli come notizia inattesa. Così è per i dodici - momentaneamente in undici, per la defezione di Giuda - e così è per il gruppo delle donne che seguivano Gesù tra le quali, in posizione di spicco, anche Maria di Magdala che di buon mattino s’era incamminata verso il sepolcro.
Ancora una volta, le donne mostrano più generosità, più dedizione, più attaccamento al Signore Gesù degli uomini. Ciò che ha segnato gli avvenimenti della passione caratterizza anche la risurrezione.
La risurrezione - secondo il nuovo Testamento - s’impone, ai discepoli, dall’esterno. In un certo senso, possiamo dire, “li costringe”.
Quante volte, e a ragione, diciamo che la vita cristiana consiste nel lasciarsi condurre, nel lasciarsi portare oltre i propri progetti; un vero e proprio lasciarsi innalzare, come ricorda la Scrittura, su “ali d’aquila” (Is. 40, 31).
Non di rado ci capita di perdere di vista tale fatto oppure non gli prestiamo la dovuta attenzione e le scuse sono tante e tante volte meschine… E, allora, altre cose prendono il sopravvento sulla nostra vita, dimentichiamo che la logica della risurrezione riguarda la nostra vita; è questo lasciarsi afferrare, lasciarsi condurre, dal Risorto che diventa poi progetto di vita spirituale.
Gli eventi narrati nel vangelo non lasciano spazio a equivoci. Maria di Magdala, che piange al di fuori del sepolcro, è invitata ad andare oltre le sue lacrime; Pietro e Giovanni devono, di corsa, precipitarsi al sepolcro e constatare quanto neppure avrebbero pensato; i due discepoli di Emmaus sono rimproverati dallo stesso Signore per la loro stoltezza di cuore e incapacità di credere alla risurrezione.
La risurrezione si presenta, in tal modo, come evento di grazia che irrompe nella storia e cambia degli uomini rozzi e delle donne spaventate; la risurrezione irrompe in loro e trasforma questi uomini e queste donne nella Chiesa, la comunità del Risorto.
Così il cristianesimo - attraverso l’evento della risurrezione e come fede nella risurrezione - non è l’esito di un “cammino umano” e neppure un’ ”invenzione” umana.
La rivelazione cristiana, piuttosto, ci ricorda che l’uomo è implicato nel cammino di fede con la totalità del suo essere e, in questo cammino, tutte le facoltà sono coinvolte, chiamate in causa, accompagnate dalla misericordia di Dio.
Dio non è una tesi filosofica, è il Padre della misericordia. Dio è colui che ricerca sempre l’uomo. A noi lasciarci trovare un po’ di più.
L’evangelo di oggi evidenzia proprio le implicanze che accompagnano l’atto di fede; il testo di Giovanni, infatti, indugia sulla costatazione degli oggetti (bende e sudario) presenti all’interno del sepolcro e la loro posizione: “Giunse anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma ripiegato in un luogo a parte ” (Gv 20, 6-7).
Il vangelo rimarca come l’esperienza, il rendersi conto, il vedere, il correre al sepolcro fa parte del credere.
L’adesione di fede, che riguarda ciò che “va oltre” la pura constatazione dei fatti, condurrà prima Giovanni e poi Pietro a cogliere, in quei fatti, i segni della risurrezione. Decisivo rimane il saperli leggere e la Scrittura è aiuto imprescindibile. “Non avevano ancora creduto alle Scritture”, il rimprovero di Gesù ai due discepoli di Emmaus farà dire loro, quando quel pellegrino si sarà dileguato: “Ma non ci ardeva il cuore quando ci spiegava le Scritture?”.
Il Risorto - è necessario ribadirlo - non è un prodotto della comunità che inventa, che esterna desideri o proietta, al di fuori di sé, immagini precedentemente introitate. L’evento della risurrezione è, piuttosto, l’intervento di Dio che continua la realtà e la logica dell’incarnazione, continuandone il mistero fino all’innalzamento in croce e - secondo la teologia di Giovanni - all’innalzamento nella risurrezione.
Come la salvezza del mondo non si dà attraverso un gesto espressione di potenza umana, ad esempio, un bel discorso colto (quanti ne sentiamo… e alla fine lasciano il tempo che c’era!) oppure una proposta etica universale o, ancora, un nuovo piano educativo... Niente di tutto questo: Gesù salva il mondo dalla croce.
Il male, alla fine, è qualcosa che colpisce l’uomo, nell’anima e nel corpo, e lo allontana da Dio ponendolo in una situazione di miseria e impotenza radicali da cui egli - con le sue sole forze umane, i bei discorsi, i programmai etici, i piani educativi… - non può sollevarsi.
La vicenda della Pasqua di morte e risurrezione di Gesù dice, in modo inequivocabile, che il male non è solamente errore o imperfezione ma qualcosa di ben altro che avviluppa e imprigiona l’uomo che - da solo - con i suoi discorsi, le sue proposte etiche o i progetti pedagogici non è in grado d’uscirne fuori.
Era necessario, quindi, che il Verbo di Dio percorresse - questo è il cuore della rivelazione cristiana - tutti gli strati dell’abisso del male e, nel dono totale della sua umanità, inaugurasse nella croce il mondo nuovo, l’umanità che appartiene totalmente a Dio e che solo Dio poteva rigenerare nella risurrezione.
Nella risurrezione, il Padre approva quel suo Figlio - il suo Unigenito - che l’umanità prigioniera del male e del peccato aveva rifiutato condannandolo all’ignominia e all’assurdità della croce. Sì, perché, alla fine, il male è ignominia e assurdità e la croce, nella sua ignominia e assurdità, dimostra l’ignominia e l’assurdità del male che hanno prodotto la croce.
La Pasqua cristiana è quindi il dono che Dio - in Cristo - fa attraverso la Chiesa ad ogni uomo, a ciascun uomo, a tutti gli uomini.
L’augurio semplice, ma essenziale, è riscoprire il mistero della Pasqua nella nostra vita. Auguri a tutti, buona Pasqua a tutti!

Giovedì Santo - Messa in Coena Domini

La Chiesa con la celebrazione eucaristica vespertina del giovedì santo entra nel periodo più sacro dell’anno liturgico, i giorni che già sant’Agostino denominava, con un’espressione particolarmente felice, il “triduo del crocifisso, del sepolto e del risorto”.
Il triduo sacro inizia con la messa “nella cena del Signore”, in cui la comunità cristiana fa la memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio - il sacramento dell’ordine - e, insieme, rivive il comandamento della carità fraterna, così come ce ne dà testimonianza il vangelo di Giovanni.
L’azione eucaristica evidenzia il segno della cena; segno scelto da Gesù e col quale, una volta per sempre, ha voluto consegnare alla Chiesa il “rito-memoriale” della croce, il suo sacrificio per la salvezza del mondo; in tal modo si ricorda l’istituzione della Pasqua rituale e sacramentale - l’ultima cena - che ha preceduto la Pasqua storica del Signore, ossia il calvario, di cui l’eucaristia è, appunto, segno efficace.
Sulla linea del pane-spezzato e del vino-effuso “dati” in cibo e bevanda si pone il segno della lavanda dei piedi; “Gesù - annota l’evangelista Giovanni - si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita... e cominciò a lavare i piedi ai discepoli” (Gv 13,4-5).
Ed è proprio a partire da questi segni che, per i discepoli - e, quindi, anche per noi - si dà la possibilità di una vita “secondo Gesù”; una vita che sia un reale servizio d’amore e che va oltre la pura logica umana: “Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?” (Mt 5,46).
Quindi il comandamento nuovo dato da Gesù ai discepoli - amarsi gli uni gli altri come Lui li ha amati (cfr. Gv 13,34) - non va inteso come un richiamo ad una generica solidarietà. Il vangelo chiede, invece, qualcosa di diverso, qualcosa di più: amare come Gesù ha amato. Così si deve passare, tramite la conversione personale, anche alla “riconversione” evangelica delle strutture sociali e politiche. Solo a partire da Gesù, infatti, si dà condivisione cristiana e - senza croce ed eucaristia - tale fraternità risulta impossibile.
La Chiesa, il nuovo popolo di Dio, nasce proprio dalla carità di Cristo. Ciò significa che, sul piano del mistero, l’eucaristia fa la Chiesa mentre, su quello del sacramento - ossia del ministero - la Chiesa mostra la sua fedeltà al Signore e fa memoria di Lui e della sua Pasqua: “Fate questo in memoria di me”. Per i discepoli è essenziale celebrare il sacramento della croce e cibarsi del corpo e del sangue di Gesù, solo in tal modo si potrà amare come Lui ama.
Questa celebrazione liturgica del giovedì santo termina con la processione eucaristica, con cui il Santissimo Sacramento viene recato all’altare della reposizione, detto volgarmente - ma erroneamente - “sepolcro”. Infatti il senso di questo altare, opportunamente preparato, non è richiamare la sepoltura del Signore - la liturgia della Chiesa, tra l’altro, non ne ha ancora celebrato la passione - ma, piuttosto, conservare le sacre particole per la comunione del venerdì santo, giorno in cui la Chiesa, fin dalle origini, non celebra l’Eucaristia.
Il Santissimo Sacramento, inoltre, viene conservato all’altare della reposizione anche per un altro motivo: l’adorazione dei fedeli. Così, nel giorno in cui si fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia, il suo culto risulta pienamente affermato e, al di là del momento della celebrazione, si esprime, appunto, nell’adorazione del sacramento permanente.
L’adorazione dei fedeli così si protrae, in un primo momento, in modo solenne e poi può continuare in maniera più intima, dimessa, personale.
L’erroneo appellativo di “sepolcro”, dato all’altare della reposizione, può esser fatto risalire a differenti consuetudini. Una rimanda alla veglia di preghiera che si teneva presso la chiesa della risurrezione a Gerusalemme (Eteria, IV secolo), l’altra si collega ad un’usanza (Ireneo, il papa Vittore, II secolo) concernente un digiuno di quaranta ore, lo spazio di tempo in cui Gesù - secondo la tradizione - rimase nel sepolcro. Poi, in epoca medioevale, in taluni ambiti della cristianità è attestata la pia pratica del “santo sepolcro”: una devozione al crocifisso deposto nel sepolcro, ma anche - come attesta il beato Ulrico di Augusta (+ 973) - all’usanza di porre, nel sepolcro, il Santissimo Sacramento che veniva tolto la mattina di Pasqua e portato via processionalmente.
Ora, se tale pratica o devozione detta del “santo sepolcro” doveva protrarsi per quaranta ore, quelle che si ritenevano trascorse da Gesù nel sepolcro e tale computo era limitato dal canto del gloria della messa pasquale - il mezzogiorno del sabato santo -, tale devozione chiedeva d’essere anticipata la sera del giovedì santo; da qui il nome di “sepolcro” dato a quello che, in realtà, è l’altare della reposizione del Santissimo Sacramento e che costituisce il compimento naturale della liturgia della messa “nella cena del Signore”.
Oggi, comunque, è importante riscoprire il senso dell’adorazione eucaristica: la realtà del “sacramento permanente”, l’Eucaristia, termine della nostra adorazione personale e comunitaria.
Si tratta di tener vive le realtà della celebrazione e dell’adorazione. L’adorazione è prolungamento del momento celebrativo e preparazione ad esso e la celebrazione eucaristica è, come ci ricorda Benedetto XVI, il più grande atto di adorazione della Chiesa.
I genitori, i parroci e i catechisti aiutino soprattutto i bambini che in diocesi si stanno preparando a ricevere la prima santa Comunione a valorizzare il momento della comunione eucaristica. Quegli istanti che precedono e seguono l’incontro sacramentale con Gesù devono essere vissuti in spirito di vera adorazione, silenzio e raccoglimento interiore ed esteriore. Ricordiamo, infine, la perenne attualità del monito di sant’Agostino: “Nessuno mangia questa carne se prima non l’ha adorata” (Enarrationes in psalmos, 98,9).

Triduo Pasquale - Omelie del Papa

Veglia Pasquale

Cari fratelli e sorelle!

Pasqua è la festa della nuova creazione. Gesù è risorto e non muore più. Ha sfondato la porta verso una nuova vita che non conosce più né malattia né morte. Ha assunto l’uomo in Dio stesso. “Carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio”, aveva detto Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (15,50). Lo scrittore ecclesiastico Tertulliano, nel secolo III, in riferimento alla risurrezione di Cristo e alla nostra risurrezione aveva l’audacia di scrivere: “Abbiate fiducia, carne e sangue, grazie a Cristo avete acquistato un posto nel Cielo e nel regno di Dio” (CCL II 994). Si è aperta una nuova dimensione per l’uomo. La creazione è diventata più grande e più vasta. La Pasqua è il giorno di una nuova creazione, ma proprio per questo la Chiesa comincia in tale giorno la liturgia con l’antica creazione, affinché impariamo a capire bene quella nuova. Perciò all’inizio della Liturgia della Parola nella Veglia pasquale c’è il racconto della creazione del mondo. In relazione a questo, due cose sono particolarmente importanti nel contesto della liturgia di questo giorno. In primo luogo, la creazione viene presentata come una totalità della quale fa parte il fenomeno del tempo. I sette giorni sono un’immagine di una totalità che si sviluppa nel tempo. Sono ordinati in vista del settimo giorno, il giorno della libertà di tutte le creature per Dio e delle une per le altre. La creazione è quindi orientata verso la comunione tra Dio e creatura; essa esiste affinché ci sia uno spazio di risposta alla grande gloria di Dio, un incontro di amore e di libertà. In secondo luogo, del racconto della creazione la Chiesa, nella Veglia pasquale, ascolta soprattutto la prima frase: “Dio disse: «Sia la luce!» (Gen 1,3). Il racconto della creazione, in modo simbolico, inizia con la creazione della luce. Il sole e la luna vengono creati solo nel quarto giorno. Il racconto della creazione li chiama fonti di luce, che Dio ha posto nel firmamento del cielo. Con ciò toglie consapevolmente ad esse il carattere divino che le grandi religioni avevano loro attribuito. No, non sono affatto dei. Sono corpi luminosi, creati dall’unico Dio. Sono però preceduti dalla luce, mediante la quale la gloria di Dio si riflette nella natura dell’essere che è creato.

Che cosa intende dire con ciò il racconto della creazione? La luce rende possibile la vita. Rende possibile l’incontro. Rende possibile la comunicazione. Rende possibile la conoscenza, l’accesso alla realtà, alla verità. E rendendo possibile la conoscenza, rende possibile la libertà e il progresso. Il male si nasconde. La luce pertanto è anche espressione del bene che è luminosità e crea luminosità. È giorno in cui possiamo operare. Il fatto che Dio abbia creato la luce significa che Dio ha creato il mondo come spazio di conoscenza e di verità, spazio di incontro e di libertà, spazio del bene e dell’amore. La materia prima del mondo è buona, l’essere stesso è buono. E il male non proviene dall’essere che è creato da Dio, ma esiste solo in virtù della negazione. È il “no”.

A Pasqua, al mattino del primo giorno della settimana, Dio ha detto nuovamente: “Sia la luce!”. Prima erano venute la notte del Monte degli Ulivi, l’eclissi solare della passione e morte di Gesù, la notte del sepolcro. Ma ora è di nuovo il primo giorno – la creazione ricomincia tutta nuova. “Sia la luce!”, dice Dio, “e la luce fu”. Gesù risorge dal sepolcro. La vita è più forte della morte. Il bene è più forte del male. L’amore è più forte dell’odio. La verità è più forte della menzogna. Il buio dei giorni passati è dissipato nel momento in cui Gesù risorge dal sepolcro e diventa, Egli stesso, pura luce di Dio. Questo, però, non si riferisce soltanto a Lui e non si riferisce solo al buio di quei giorni. Con la risurrezione di Gesù, la luce stessa è creata nuovamente. Egli ci attira tutti dietro di sé nella nuova vita della risurrezione e vince ogni forma di buio. Egli è il nuovo giorno di Dio, che vale per tutti noi.

Ma come può avvenire questo? Come può tutto questo giungere fino a noi così che non rimanga solo parola, ma diventi una realtà in cui siamo coinvolti? Mediante il Sacramento del battesimo e la professione della fede, il Signore ha costruito un ponte verso di noi, attraverso il quale il nuovo giorno viene a noi. Nel Battesimo, il Signore dice a colui che lo riceve: Fiat lux – sia la luce. Il nuovo giorno, il giorno della vita indistruttibile viene anche a noi. Cristo ti prende per mano. D’ora in poi sarai sostenuto da Lui e entrerai così nella luce, nella vita vera. Per questo, la Chiesa antica ha chiamato il Battesimo “photismos” – illuminazione.

Perché? Il buio veramente minaccioso per l’uomo è il fatto che egli, in verità, è capace di vedere ed indagare le cose tangibili, materiali, ma non vede dove vada il mondo e da dove venga. Dove vada la stessa nostra vita. Che cosa sia il bene e che cosa sia il male. Il buio su Dio e il buio sui valori sono la vera minaccia per la nostra esistenza e per il mondo in generale. Se Dio e i valori, la differenza tra il bene e il male restano nel buio, allora tutte le altre illuminazioni, che ci danno un potere così incredibile, non sono solo progressi, ma al contempo sono anche minacce che mettono in pericolo noi e il mondo. Oggi possiamo illuminare le nostre città in modo così abbagliante che le stelle del cielo non sono più visibili. Non è questa forse un’immagine della problematica del nostro essere illuminati? Nelle cose materiali sappiamo e possiamo incredibilmente tanto, ma ciò che va al di là di questo, Dio e il bene, non lo riusciamo più ad individuare. Per questo è la fede, che ci mostra la luce di Dio, la vera illuminazione, essa è un’irruzione della luce di Dio nel nostro mondo, un’apertura dei nostri occhi per la vera luce.

Cari amici, vorrei aggiungere, infine, ancora un pensiero sulla luce e sull’illuminazione. Nella Veglia pasquale, la notte della nuova creazione, la Chiesa presenta il mistero della luce con un simbolo del tutto particolare e molto umile: con il cero pasquale. Questa è una luce che vive in virtù del sacrificio. La candela illumina consumando se stessa. Dà luce dando se stessa. Così rappresenta in modo meraviglioso il mistero pasquale di Cristo che dona se stesso e così dona la grande luce. Come seconda cosa possiamo riflettere sul fatto che la luce della candela è fuoco. Il fuoco è forza che plasma il mondo, potere che trasforma. E il fuoco dona calore. Anche qui si rende nuovamente visibile il mistero di Cristo. Cristo, la luce, è fuoco, è fiamma che brucia il male trasformando così il mondo e noi stessi. “Chi è vicino a me è vicino al fuoco”, suona una parola di Gesù trasmessa a noi da Origene. E questo fuoco è al tempo stesso calore, non una luce fredda, ma una luce in cui ci vengono incontro il calore e la bontà di Dio.

Il grande inno dell’Exsultet, che il diacono canta all’inizio della liturgia pasquale, ci fa notare in modo molto sommesso un altro aspetto ancora. Richiama alla memoria che questo prodotto, il cero, è dovuto in primo luogo al lavoro delle api. Così entra in gioco l’intera creazione. Nel cero, la creazione diventa portatrice di luce. Ma, secondo il pensiero dei Padri, c’è anche un implicito accenno alla Chiesa. La cooperazione della comunità viva dei fedeli nella Chiesa è quasi come l’operare delle api. Costruisce la comunità della luce. Possiamo così vedere nel cero anche un richiamo a noi stessi e alla nostra comunione nella comunità della Chiesa, che esiste affinché la luce di Cristo possa illuminare il mondo.

Preghiamo il Signore in quest’ora di farci sperimentare la gioia della sua luce, e preghiamoLo, affinché noi stessi diventiamo portatori della sua luce, affinché attraverso la Chiesa lo splendore del volto di Cristo entri nel mondo (cfr LG 1). Amen.

Giovedì Santo - Messa in Coena Domini

Cari fratelli e sorelle!

Il Giovedì Santo non è solo il giorno dell’istituzione della Santissima Eucaristia, il cui splendore certamente s’irradia su tutto il resto e lo attira, per così dire, dentro di sé. Fa parte del Giovedì Santo anche la notte oscura del Monte degli Ulivi, verso la quale Gesù esce con i suoi discepoli; fa parte di esso la solitudine e l’essere abbandonato di Gesù, che pregando va incontro al buio della morte; fanno parte di esso il tradimento di Giuda e l’arresto di Gesù, come anche il rinnegamento di Pietro, l’accusa davanti al Sinedrio e la consegna ai pagani, a Pilato. Cerchiamo in quest’ora di capire più profondamente qualcosa di questi eventi, perché in essi si svolge il mistero della nostra Redenzione.

Gesù esce nella notte. La notte significa mancanza di comunicazione, una situazione in cui non ci si vede l’un l’altro. È un simbolo della non-comprensione, dell’oscuramento della verità. È lo spazio in cui il male, che davanti alla luce deve nascondersi, può svilupparsi. Gesù stesso è la luce e la verità, la comunicazione, la purezza e la bontà. Egli entra nella notte. La notte, in ultima analisi, è simbolo della morte, della perdita definitiva di comunione e di vita. Gesù entra nella notte per superarla e per inaugurare il nuovo giorno di Dio nella storia dell’umanità.

Durante questo cammino, Egli ha cantato con i suoi Apostoli i Salmi della liberazione e della redenzione di Israele, che rievocavano la prima Pasqua in Egitto, la notte della liberazione. Ora Egli va, come è solito fare, per pregare da solo e per parlare come Figlio con il Padre. Ma, diversamente dal solito, vuole sapere di avere vicino a sé tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono i tre che avevano fatto esperienza della sua Trasfigurazione – il trasparire luminoso della gloria di Dio attraverso la sua figura umana – e che Lo avevano visto al centro tra la Legge e i Profeti, tra Mosè ed Elia. Avevano sentito come Egli parlava con entrambi del suo “esodo” a Gerusalemme. L’esodo di Gesù a Gerusalemme – quale parola misteriosa! L’esodo di Israele dall’Egitto era stato l’evento della fuga e della liberazione del popolo di Dio. Quale aspetto avrebbe avuto l’esodo di Gesù, in cui il senso di quel dramma storico avrebbe dovuto compiersi definitivamente? Ora i discepoli diventavano testimoni del primo tratto di tale esodo – dell’estrema umiliazione, che tuttavia era il passo essenziale dell’uscire verso la libertà e la vita nuova, a cui l’esodo mira. I discepoli, la cui vicinanza Gesù cercò in quell’ora di estremo travaglio come elemento di sostegno umano, si addormentarono presto. Sentirono tuttavia alcuni frammenti delle parole di preghiera di Gesù e osservarono il suo atteggiamento. Ambedue le cose si impressero profondamente nel loro animo ed essi le trasmisero ai cristiani per sempre. Gesù chiama Dio “Abbà”. Ciò significa – come essi aggiungono – “Padre”. Non è, però, la forma usuale per la parola “padre”, bensì una parola del linguaggio dei bambini – una parola affettuosa con cui non si osava rivolgersi a Dio. È il linguaggio di Colui che è veramente “bambino”, Figlio del Padre, di Colui che si trova nella comunione con Dio, nella più profonda unità con Lui.

Se ci domandiamo in che cosa consista l’elemento più caratteristico della figura di Gesù nei Vangeli, dobbiamo dire: è il suo rapporto con Dio. Egli sta sempre in comunione con Dio. L’essere con il Padre è il nucleo della sua personalità. Attraverso Cristo conosciamo Dio veramente. “Dio, nessuno lo ha mai visto”, dice san Giovanni. Colui “che è nel seno del Padre … lo ha rivelato” (1,18). Ora conosciamo Dio così come è veramente. Egli è Padre, e questo in una bontà assoluta alla quale possiamo affidarci. L’evangelista Marco, che ha conservato i ricordi di san Pietro, ci racconta che Gesù, all’appellativo “Abbà”, ha ancora aggiunto: Tutto è possibile a te, tu puoi tutto (cfr 14,36). Colui che è la Bontà, è al contempo potere, è onnipotente. Il potere è bontà e la bontà è potere. Questa fiducia la possiamo imparare dalla preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi.

Prima di riflettere sul contenuto della richiesta di Gesù, dobbiamo ancora rivolgere la nostra attenzione su ciò che gli Evangelisti ci riferiscono riguardo all’atteggiamento di Gesù durante la sua preghiera. Matteo e Marco ci dicono che Egli “cadde faccia a terra” (Mt 26,39; cfr Mc 14,35), assunse quindi l’atteggiamento di totale sottomissione, quale è stato conservato nella liturgia romana del Venerdì Santo. Luca, invece, ci dice che Gesù pregava in ginocchio. Negli Atti degli Apostoli, egli parla della preghiera in ginocchio da parte dei santi: Stefano durante la sua lapidazione, Pietro nel contesto della risurrezione di un morto, Paolo sulla via verso il martirio. Così Luca ha tracciato una piccola storia della preghiera in ginocchio nella Chiesa nascente. I cristiani, con il loro inginocchiarsi, entrano nella preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Nella minaccia da parte del potere del male, essi, in quanto inginocchiati, sono dritti di fronte al mondo, ma, in quanto figli, sono in ginocchio davanti al Padre. Davanti alla gloria di Dio, noi cristiani ci inginocchiamo e riconosciamo la sua divinità, ma esprimiamo in questo gesto anche la nostra fiducia che Egli vinca.

Gesù lotta con il Padre. Egli lotta con se stesso. E lotta per noi. Sperimenta l’angoscia di fronte al potere della morte. Questo è innanzitutto semplicemente lo sconvolgimento, proprio dell’uomo e anzi di ogni creatura vivente, davanti alla presenza della morte. In Gesù, tuttavia, si tratta di qualcosa di più. Egli allunga lo sguardo nelle notti del male. Vede la marea sporca di tutta la menzogna e di tutta l’infamia che gli viene incontro in quel calice che deve bere. È lo sconvolgimento del totalmente Puro e Santo di fronte all’intero profluvio del male di questo mondo, che si riversa su di Lui. Egli vede anche me e prega anche per me. Così questo momento dell’angoscia mortale di Gesù è un elemento essenziale nel processo della Redenzione. La Lettera agli Ebrei, pertanto, ha qualificato la lotta di Gesù sul Monte degli Ulivi come un evento sacerdotale. In questa preghiera di Gesù, pervasa da angoscia mortale, il Signore compie l’ufficio del sacerdote: prende su di sé il peccato dell’umanità, tutti noi, e ci porta presso il Padre.

Infine, dobbiamo ancora prestare attenzione al contenuto della preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Gesù dice: “Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). La volontà naturale dell’Uomo Gesù indietreggia spaventata davanti ad una cosa così immane. Chiede che ciò gli sia risparmiato. Tuttavia, in quanto Figlio, depone questa volontà umana nella volontà del Padre: non io, ma tu. Con ciò Egli ha trasformato l’atteggiamento di Adamo, il peccato primordiale dell’uomo, sanando in questo modo l’uomo. L’atteggiamento di Adamo era stato: Non ciò che hai voluto tu, Dio; io stesso voglio essere dio. Questa superbia è la vera essenza del peccato. Pensiamo di essere liberi e veramente noi stessi solo se seguiamo esclusivamente la nostra volontà. Dio appare come il contrario della nostra libertà. Dobbiamo liberarci da Lui – questo è il nostro pensiero – solo allora saremmo liberi. È questa la ribellione fondamentale che pervade la storia e la menzogna di fondo che snatura la nostra vita. Quando l’uomo si mette contro Dio, si mette contro la propria verità e pertanto non diventa libero, ma alienato da se stesso. Siamo liberi solo se siamo nella nostra verità, se siamo uniti a Dio. Allora diventiamo veramente “come Dio” – non opponendoci a Dio, non sbarazzandoci di Lui o negandoLo. Nella lotta della preghiera sul Monte degli Ulivi Gesù ha sciolto la falsa contraddizione tra obbedienza e libertà e aperto la via verso la libertà. Preghiamo il Signore di introdurci in questo “sì” alla volontà di Dio, rendendoci così veramente liberi. Amen.

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

venerdì 6 aprile 2012

La Passione di Cristo - La Morte in Croce

Gesù è crocifisso
«Al di sopra del capo posero scritta la causa della sua condanna» (Matteo 23,37).

Ho contato trentasei colpi di martello, tutti accompagnati dai dolorosi gemiti del Signore. Durante l'orribile supplizio vidi molti angeli in lacrime. La santa Vergine era appena ritornata sul promontorio delle crocifissioni. Quando udì i gemiti di suo Figlio misti ai colpi del martello, e vide l'atroce chiodatura dei piedi, cadde di nuovo svenuta fra le braccia delle sue compagne. I farisei a cavallo le si avvicinarono per coprirla d'ingiurie. I suoi amici la trasportarono distante. Gesù pregò ininterrottamente fino alla morte. I suoi gemiti sommessi interrompevano appena le preghiere e i passaggi dei salmi e dei profeti, che egli recitò nei diversi momenti della sua passione. Ho ripetuto con lui le sue sante parole, ma sono tanto oppressa dal dolore che non saprei ripeterle. Il centurione aveva fatto attaccare sulla croce l'iscrizione di Pilato, e poiché i Romani ridevano del titolo di re dei Giudei, numerosi farisei fecero ritorno in città per chiedere di nuovo al procuratore un'altra iscrizione. Intanto si continuava a lavorare di scalpello intorno alla buca in cui doveva essere piantata la croce di Gesù. Straordinariamente la buca risultava sempre troppo piccola e il suolo era durissimo in quel punto. I carnefici, che avevano bevuto il vino aromatico di santa Veronica, si erano ubriacati e sentivano in corpo un fuoco tale che li aveva resi frenetici, chiamavano Gesù stregone ed erano furiosi per la sua paziente sopportazione. A turno, discesero più volte il Calvario per bere il latte d'asina e rinfrescare il loro ventre infiammato, poiché sotto al monte si trovavano alcune donne che mungevano due asine e ne vendevano il latte. Era circa mezzogiorno e un quarto quando la croce fu innalzata con Gesù crocifisso. Nello stesso momento si udirono le trombe del tempio che annunziavano il sacrificio dell'agnello pasquale.

Innalzamento della croce

Quando la croce fu innalzata, e fu lasciata cadere di peso nella buca, tremò tutta per il contraccolpo. Gesù levò un profondo gemito di dolore, le sue ferite si allargarono, il sangue ne sgorgò più copioso e le sue ossa slogate si urtarono. La testa, cinta dalla corona di spine, sanguinò violentemente. La croce fu fissata nella buca con cinque cunei attorno al suo piede, uno a destra, uno a sinistra, uno davanti e due dietro. Il legno della morte oscillò e poi s'innalzò fra gli insulti dei carnefici, dei farisei e della marmaglia. Fu un momento molto drammatico. Verso il Crocifisso non si levarono solo insulti e improperi, ma anche le voci sofferenti dei suoi devoti. Le sante voci dell'Addolorata, delle pie donne e di tutti coloro che avevano il cuore puro salutarono con tristi lamenti l'elevazione del Verbo incarnato. Durante la crocifissione di Gesù, e la successiva erezione della croce, le pie donne avevano lanciato grida di orrore e di sgomento: «Perché mai la terra non inghiotte questi miserabili? Perché il fuoco del cielo non scende a consumarli!». A queste parole i nemici di Gesù avevano risposto con tremende offese. I carnefici appoggiarono le scale alla croce e slegarono le funi che avevano trattenuto il santo corpo di Gesù durante la chiodatura; in tal modo il sangue riprese a circolare improvvisamente affluendo alle sue piaghe. Ciò causò al Signore altri indicibili dolori. Sfinito dalle sofferenze, Gesù chinò il capo sul petto e rimase come morto per circa sette minuti. Subentrò un profondo silenzio, in cui tutti sembrarono rapiti da un sentimento sconosciuto fino allora. Il suono delle trombe del tempio era svanito nell'aria e tutti i presenti erano sfiniti di rabbia o di dolore. I puri di cuore tesero in alto le loro mani, verso lo Sposo delle loro anime. Perfino l'inferno restò annichilito dalla pesante scossa della croce: per alcuni minuti cessò di ispirare bestemmie e oltraggi ai suoi seguaci. Vidi le anime dei defunti sospirare di gioia perché quel la croce piantata nella terra apriva le porte della loro sospirata redenzione. Di fronte ad essa molti cuori pentiti compresero le parole di Giovanni Battista: «Ecco l'Agnello di Dio, che toglie i peccati dal mondo». I piedi di Gesù si trovavano a un'altezza tale che i suoi amici potevano venerarli. Il suo volto era girato verso nord ovest.

Crocifissione dei due ladroni
«Venivano condotti anche due malfattori, per essere giustiziati insieme con Gesù» (Luca 23,32).

Durante la crocifissione del Signore i due ladroni erano rimasti sul lato orientale del Calvario sorvegliati dalle guardie. Entrambi erano stati condannati per l'assassinio di una giovane donna ebrea e dei suoi figli. Il cosiddetto ladrone di sinistra, il più anziano, era stato il corruttore e il maestro di quello che poi si sarebbe convertito. I due sono chiamati Dismas e Gesma; il primo è il buon ladrone. Avevano fatto parte di quella banda di assassini sotto il cui tetto aveva pernottato la santa famiglia durante la fuga in Egitto. Dismas era il ragazzo lebbroso sanato nell'acqua dov'era stato bagnato il bambino Gesù. La guarigione miracolosa fu il frutto della carità e dell'amore che sua madre aveva usato verso la Vergine. Dio aveva reso possibile, per mezzo dell'intercessione della Vergine, la salvezza fisica di quell'anima sciagurata, la cui salvezza spirituale sarebbe avvenuta sulla croce con la promessa di Cristo. Dismas non aveva una natura cattiva, si era pervertito col tempo; non poteva ricordarsi di Gesù, ma la mite pazienza del Signore l'aveva commosso profondamente. In attesa della propria crocifissione egli così discuteva col suo compagno: «Questa gente si comporta in modo orribile contro il Galileo, forse egli ha commesso qualche delitto più grave del nostro, ma ha una pazienza enorme e un potere grandissimo sopra tutti gli uomini». Rispose Gesma: «Ma che potere avrebbe mai costui sugli altri? Se fosse davvero potente, come dice, potrebbe liberarsi e aiutare noi». Così parlavano tra loro, quando vennero gli sgherri e dissero: «Ora tocca a voi!». Slegarono i ladroni e li portarono vicino ciascuno alla propria croce, in tutta fretta, poiché il cielo si era oscurato e si preannunciava un forte temporale. Sulle croci erano state montate le assi trasversali. Dopo averli spogliati delle misere tuniche, diedero loro a bere aceto e mirra e li costrinsero a salire sulle scale a pioli tempestandoli di calci e di pugni. Furono legati sulle croci con solide corde fatte di corteccia d'albero. Li legarono così stretti che le giunture e le ossa delle mani e dei piedi scricchiolarono e i loro muscoli sanguinarono. Tra le atroci sofferenze, il buon ladrone disse ai carnefici: «Se ci aveste maltrattati come quel povero Galileo, non avreste più avuto bisogno di legarci qui sopra».

La veste di Gesù è giocata a sorte
«Essi divisero le sue vesti tirandole a sorte» (Luca 23,34).

Vidi i crocifissori di Gesù che avevano fatto dei suoi indumenti piccoli mucchietti per dividerseli. Il mantello, più stretto sopra che sotto, fu lacerato in lunghe strisce; si divisero anche il suo scapolare, la cintura e la biancheria. Decisero di giocare a sorte la tunica inconsutile già lacera, perché quei brandelli, se divisi, non sarebbero serviti loro a nulla. Avevano appena preso i dadi nelle mani, quando giunse un inviato di Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea ad avvertirli che ai piedi del monte si trovava gente disposta ad acquistare le vesti di Gesù. I crocifissori, raccolti in fretta gli indumenti, corsero giù e li vendettero. Così quelle sante reliquie entrarono in possesso dei cristiani.

Gesù in mezzo ai due ladroni
«Crocifissero lui e i malfattori, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra» (Luca 23,33).

Piena di dolore guardavo nostro Signore in croce. Il mio cuore era colmo di languore e di profondo amore per lui. Credetti che fosse già morto. Sentivo la mia testa come se fosse incoronata di spine, mentre il mio intelletto si perdeva nel nulla. Le mani e i piedi mi bruciavano come se fossero arsi dalle fiamme, mentre le membra e le viscere mi procuravano tormenti inauditi. Queste tremende sofferenze non erano altro che amore puro per Gesù Salvatore. Nelle cupe tenebre io vedevo solo il mio Sposo in croce che recava consolazione alle anime del mondo. Contemplai con tenera compassione il mio Signore con l'orribile corona di spine, il sangue che gli riempiva gli occhi, la bocca semiaperta, la chioma e la barba insanguinata, il capo abbattuto sul petto. Dopo lo svenimento, a causa del peso della corona di spine, egli rialzò la testa con fatica. Il suo petto si era rialzato, scavando al di sotto una depressione profonda, l'addome era cavo e rientrato; le spalle, i gomiti, i polsi, le cosce e le gambe tutte slogate. Le sue membra erano tese e i muscoli dilaniati, al punto tale che era possibile contarne le ossa. Il suo santo corpo era ricoperto di macchie orribili, nere, blu e giallastre. Il sangue gli colava dalle mani lungo le braccia e scorreva dal foro prodotto nei suoi sacratissimi piedi, irrorando la parte inferiore dell'albero della croce. Il sangue, dapprima rosso vivo, divenne alla fine pallido e acquoso. Eppure, anche così sfigurato, il santo corpo del Signore, simile a un cadavere dissanguato, conservava un'esprimibile luce di maestosa potenza. Nonostante i maltrattamenti e le atroci torture, il Figlio di Dio restava bello e santo in quel corpo d'Agnello pasquale, immolato sotto il peso dei peccati del mondo. Il petto di Gesù era alto e ampio, non era villoso come quello di Giovanni Battista. Le sue ginocchia erano forti e robuste, tipiche di un uomo che ha viaggiato spesso e si è inginocchiato a pregare; le gambe erano lunghe e muscolose. I suoi piedi avevano una forma solida e graziosa, sotto la cui pianta la pelle era divenuta callosa a motivo del molto camminare; le mani erano belle, con dita lunghe e delicate. Il collo era moderatamente lungo, robusto e muscoloso, la testa non troppo grande, la fronte alta e spaziosa, l'ovale del viso era ben tratteggiato dalla carnagione pallida, simile a quella della santa Vergine. Il suo aspetto era purissimo. Gesù aveva i capelli bruno dorati, lunghi e ricadenti sulle spalle; la barba non era lunga, ma terminava a punta ed era divisa in due parti sotto il mento. Adesso, sulla croce, la sua capigliatura era in parte strappata e piena di sangue raggrumato, il corpo era una piaga sola e si era talmente assottigliato che non copriva nemmeno interamente l'albero della croce. La croce di Gesù era stata costruita con alcuni legni di color bruno e altri giallastri. Il tronco era di colore scuro, come quello del legno che è stato a lungo immerso nell'acqua. Tra le croci dei ladroni e quella del Signore vi era uno spazio sufficiente per il passaggio di un uomo a cavallo. I due ladroni presentavano uno spettacolo ripugnante, sopratutto Gesma, quello che era stato crocifisso alla sinistra del Signore. Era completamente ebbro e ripeteva pesanti imprecazioni e ingiurie. I due corpi sospesi erano slogati, i loro volti erano lividi con gli occhi iniettati di sangue. Il dolore causato dalle corde strappava loro grida spaventose.

La prima parola di Gesù in croce

Dopo la crocifissione dei ladroni, i carnefici raccolsero i loro strumenti e lanciarono al Signore gli ultimi insulti prima di ritirarsi. I farisei, a loro volta, passando a cavallo davanti a Gesù gli indirizzarono alcune parole oltraggiose e poi si ritirarono anch'essi. Cinquanta soldati romani, al comando dell'arabo Abenadar, diedero il cambio ai primi cento. Dopo la morte di Gesù, Abenadar si fece battezzare prendendo il nome di Ctesifon. Il comandante in seconda si chiamava Cassio, e anch'egli divenne cristiano col nome di Longino. Sopraggiunsero sul monte altri dodici farisei, dodici sadducei, dodici scribi e parecchi anziani. Tra questi ultimi si trovavano coloro che avevano chiesto a Pilato di modificare l'iscrizione ed erano esasperati perché il procuratore non aveva voluto nemmeno riceverli. Quelli a cavallo fecero il giro della piattaforma e scacciarono la santa Vergine chiamandola donna perversa. Giovanni la condusse tra le braccia di Maria Maddalena e di Marta. I farisei, arrivati di fronte a Gesù, scuoterono la testa con disprezzo e lo beffeggiarono con queste parole: «Vergognati, impostore! Come farai a distruggere il tempio e a ricostruirlo in tre giorni? Hai sempre voluto aiutare gli altri e non hai neppure la forza di aiutare te stesso. Se sei figlio del Dio d'Israele, discendi da quella croce e fatti aiutare da lui!». Anche i soldati romani lo schernivano dicendo: «Se tu sei il re dei Giudei e il Figlio di Dio, salva te stesso!». Gesù stava crocifisso privo di sensi. Allora Gesma disse: «Il suo demonio l'ha abbandonato!». Intanto un soldato romano pose sopra un bastone una spugna inzuppata di aceto e l'innalzò fino alle labbra di Gesù, il quale ne gustò un poco. Compiendo quel gesto, il soldato fece da eco al ladrone e disse: «Se sei il re di Giudei, aiutati da te stesso!». Il Signore sollevò un poco la testa e disse: «Padre, perdona loro, perché non sanno quel che fanno. Poi proseguì la sua preghiera in silenzio. Nell'udire quelle parole, Gesma gli gridò: «Se tu sei il Cristo, aiuta te e noi!». E così dicendo continuò a schernirlo. Ma Dismas, il ladrone alla destra, si commosse profondamente quando udì Gesù pregare per i suoi nemici. Udendo la voce di suo Figlio, la Vergine Maria si precipitò verso la croce seguita da Giovanni, da Salomè e da Maria di Cleofa, incapaci di trattenerla. Il centurione di guardia non li respinse e li lasciò passare. Appena la Madre si avvicinò alla croce, si sentì confortata dalla preghiera di Gesù. Nello stesso momento, illuminato dalla grazia, Dismas riconobbe che Gesù e sua Madre l'avevano guarito nella sua infanzia, e con voce forte e rotta dall'emozione gridò: «Come potete ingiuriare Gesù mentre prega per voi? Egli ha sofferto pazientemente tutte le vostre ingiurie e i vostri affronti. Costui è veramente il Profeta, il nostro Re e il Figlio di Dio». A quelle parole di biasimo, uscite dalla bocca di un assassino sul patibolo, scoppiò un grande tumulto fra gli astanti. Molti presero delle pietre per lapidarlo, ma Abenadar non lo permise, li fece disperdere e ristabilì l'ordine. Rivolto al suo compagno, che continuava ad ingiuriare Gesù, Dismas gli disse: «Non temi dunque il Signore, tu che sei condannato allo stesso supplizio? Noi ci troviamo giustamente qui perché la pena l'abbiamo meritata con le nostre azioni, ma lui non ha fatto nulla di male, ha sempre consolato il prossimo. Pensa alla tua ultima ora e convertiti!». Quindi, profondamente commosso, confessò a Gesù tutti i suoi peccati dicendogli: «Signore, se tu mi condanni, è secondo giustizia; ma, ciò nonostante, abbi pietà di me!». Gesù gli rispose: «Tu proverai la mia misericordia!». Così Dismas ottenne la grazia di un sincero pentimento.
Tutto quanto è stato narrato avvenne tra mezzogiorno e mezzogiorno e mezzo. Mentre il buon ladrone si pentiva, si verificavano nella natura segni straordinari che riempirono tutti di spavento. Verso le dieci, momento in cui fu pronunziato il giudizio di Pilato, aveva grandinato a tratti, poi il cielo si era schiarito ed era uscito il sole. A mezzogiorno, nubi fitte e rossastre coprirono il cielo; a mezzogiorno e mezzo, che corrisponde alla cosiddetta ora sesta dei Giudei, vi fu l'oscuramento miracoloso del sole. Per grazia divina «ho vissuto molti particolari di quell'avvenimento prodigioso, ma non riesco a descriverli in modo adeguato». Posso solo dire che fui trasportata nell'universo, dove mi ritrovai fra miriadi di vie celesti che si incrociano in un'armonia meravigliosa. La luna, simile a un globo di fuoco, apparve a oriente e si mise rapidamente davanti al sole già coperto dalle nubi. Poi, sempre in spirito, discesi a Gerusalemme, da dove, con spavento, vidi al lato orientale del sole un corpo oscuro che presto lo coprì interamente. Il fondo di questo corpo era giallo scuro, aureolato da un cerchio rosso come il fuoco. Un poco alla volta, il cielo intero s'incupì e si tinse di rosso. Uomini e bestie furono afferrati dalla paura; il bestiame fuggì via e gli uccelli cercarono riparo verso le colline del Calvario. Erano così spaventati che passavano rasenti al suolo e si lasciavano catturare con le mani. Le strade della città erano avvolte in una fitta nebbia, gli abitanti cercavano il cammino a tentoni. Molti giacevano a terra con il capo coperto, altri si battevano il petto gemendo di dolore. Gli stessi farisei guardavano con timore il cielo: essi erano talmente spaventati da quelle tenebre rossastre che cessarono perfino d'ingiuriare Gesù. Tuttavia cercavano di fare intendere questi fenomeni come naturali.

Le tenebre. Seconda e terza parola di Gesù in croce
«Era quasi l'ora sesta, quando le tenebre si stesero su tutta la terra, fino all'ora nona» (Luca 23,44).

Ma molti non si lasciarono convincere e, continuando a torcersi le mani, gridavano: «Che il suo sangue ricada sugli assassini!». Quindi, gettandosi in ginocchio, imploravano il perdono del Signore. Gesù volse i suoi occhi sofferenti verso di loro. Con l'intensificarsi delle tenebre molte persone hanno abbandonato la croce, tranne la santa Vergine e gli amici più fedeli di Gesù. Profondamente pentito, Dismas rivolse al Signore parole di timida speranza: «Signore, pensa a me quando sarai nel tuo regno!». Gesù gli rispose: «In verità ti dico: tu sarai oggi con me in paradiso». Adesso la Madre di Gesù, Maria Maddalena, Maria di Cleofa e Giovanni stavano fra la croce di Gesù e quelle dei ladroni, e guardavano il Signore. Maria santissima pregava interiormente il Figlio di permetterle di morire con lui. Il Salvatore comprese quella preghiera e la guardò con ineffabile tenerezza, poi rivolse lo sguardo a Giovanni e disse a sua Madre: «Donna, ecco tuo figlio. Egli ti sarà tale più che se tu lo avessi generato!». Quindi disse a Giovanni: «Ecco tua Madre!». Giovanni abbracciò rispettosamente la Madre di Gesù divenuta ormai anche la sua. A queste ultime disposizioni del Figlio, accasciata dal dolore, la Vergine cadde priva di sensi sotto la croce; fu subito sorretta dalle pie donne e fatta sedere su un terrapieno poco distante. Giovanni, l'apostolo spirituale, era divenuto figlio di Dio perché Cristo già viveva in lui. Non fa meraviglia, infatti, che il Signore abbia dato Giovanni per figlio a colei che l'angelo aveva salutato «piena di grazia», perché il nome Giovanni significa appunto “grazia”.

Il tempio durante le tenebre. Angoscia di Pilato

La gente, gemendo per la paura, vagava disorientata per le strade o si era rinchiusa in casa. Vidi Pilato nella casa di Erode. I due scrutavano costernati il cielo: si trovavano sulla medesima terrazza dalla quale Erode aveva guardato il Signore in balìa della marmaglia. Essi erano convinti che tutto quello che stava accadendo aveva certamente relazione con la condanna di Gesù. Più tardi, scortati da numerose guardie, si recarono al palazzo del procuratore romano; con il cuore angustiato, attraversarono a grandi passi il loro deserto. Pilato non osò nemmeno guardare il tribunale detto Gabbata. Rientrato nel suo palazzo, egli fece convocare gli anziani del popolo ebraico per conoscere la loro opinione riguardo i segni del cielo. Il procuratore sosteneva davanti ai sinedriti che la crocifissione del Galileo, provocata dalla loro ostinazione, era la causa della collera degli dèi e aveva suscitato i segni contrari della natura. Ma i Giudei, niente affatto pentiti, continuavano a considerare quei sinistri presagi come fenomeni naturali. Molti altri però si erano già convertiti, come le guardie che erano cadute davanti al santo nome del Signore. Davanti al palazzo di Pilato vidi un grande affollamento. La gente urlava: «Il suo sangue cada sui suoi assassini! Abbasso il giudice iniquo!». Erano gli stessi che al mattino avevano gridato: «Crocifiggilo!». Il miserabile Pilato replicò, gridando, che egli non c'entrava nulla con la condanna del Galileo; disse che i Giudei l'avevano voluta e che costui era il loro re e profeta, e non il suo. Anche nel tempio aveva regnato l'angoscia durante l'immolazione dell'agnello pasquale. Quando il cielo si era oscurato completamente, i fedeli erano caduti in preda al terrore. Alcune volte crollarono, il velo del “santo dei santi” si squarciò e i fedeli videro i morti risuscitati. I sommi sacerdoti avevano tentato in tutti i modi di tranquillizzare la folla. Accesero perfino tutti i candelieri, il panico era continuato a crescere. Lasciai la città mentre l'oscurità si faceva sempre più cupa. Alla periferia nord-est di Gerusalemme, vicino al muro di cinta, si aprì il terreno che copriva alcune tombe.

Abbandono di Gesù. Quarta parola in croce
«Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della cr ce» (iPietro 2,24).

In un primo momento l'oscurità non fu notata sul Calvario, perché vi regnava una grande agitazione: i crocifissori occupati a rizzare la croce e a lanciare bestemmie, le urla dei due ladroni sulle croci, gli insulti a Gesù da parte dei farisei a cavallo, il cambio dei soldati romani e la tumultuosa partenza dei carnefici ebbri... Poi venne il pentimento di Dismas, e i farisei si sdegnarono contro di lui. Ma quando le tenebre divennero fitte produssero un'impressione terribile nei presenti, i quali, molto preoccupati, si allontanarono dalla croce. Fu allora che Gesù raccomandò sua Madre a Giovanni e la Vergine fu subito dopo allontanata perché svenne. Seguì un momento di silenzio solenne, in cui la maggior parte degli astanti rivolse gli occhi al cielo e alle stelle, che scintillavano di luce vermiglia. Alcuni guardarono il Crocifisso e conobbero la grazia del pentimento: in tal modo la loro coscienza si risvegliò straordinariamente alla vera vita. Infine quasi tutti andarono via e la calma regnò intorno alla croce. Vidi una schiera di angeli levarsi accanto al Salvatore crocifisso, abbandonato nelle profondità del suo martirio. Fu l'unico conforto prima di restare solo nell'oscurità. Il Signore concludeva nelle tenebre più scure la sua missione umana, in intimità di preghiera con il suo Padre celeste. Lo pregava con amore raccomandandogli i suoi nemici, mentre recitava i salmi che andavano compiendosi. Egli patì l'angoscia più profonda, come un povero uomo privato di ogni consolazione umana e divina. Quando la fede, la carità e la speranza restano vuote e spoglie nel deserto della prova, questo dolore è inesprimibile. Abbandonato completamente nell'oscurità più fitta, Gesù donò se stesso e tutti i suoi infiniti meriti per noi peccatori, affinché non dovessimo più discendere soli nella notte interiore.
Verso le tre Gesù si lamentò: «Elì, Elì, lama sabachtani!», che significa: «Mio Dio! Mio Dio! Perché mi hai lasciato?». Con questo grido di dolore filiale il Signore permise agli afflitti di riconoscere Dio come Padre. Nell'udire il suo lamento lacerante, uno di quelli che lo oltraggiavano disse: «Chiama Elia!». Un altro intervenne: «Vedremo se Elia verrà a soccorrerlo!». La Vergine santa corse di nuovo ai piedi della croce, seguita da Giovanni, da Maria figlia di Cleofa, da Maria Maddalena e Salomè. Una trentina di cavalieri stranieri, provenienti dai dintorni di Giaffa, nel vedere Gesù sopra la croce, gridarono con rabbia: «Se non vi fosse il tempio di Dio, questa città meriterebbe di essere bruciata!». Il grido di sdegno, uscito dalla bocca di quegli uomini di rango, provocò la protesta dei Giudei rimasti vicino alla croce. Tra questi ultimi si erano formati spontaneamente due gruppi: da uno provenivano gemiti di dolore, dall'altro, che protestò al grido degli stranieri, si levavano solo ingiurie e bestemmie contro il Redentore. I farisei erano diventati meno arroganti e, temendo un'insurrezione popolare, chiesero al centurione Abenadar di chiudere la porta più vicina alla città; furono pure richiesti consistenti rinforzi a Pilato e a Erode. Appena dopo le quindici, il cielo si schiarì e la luna incominciò ad allontanarsi dal sole nella direzione opposta, ma il sole apparve annebbiato, privo di raggi e rosso. A poco a poco riapparvero i raggi del sole e le stelle scomparvero, e tuttavia il cielo rimase offuscato. Con il ritorno della luce i nemici di Gesù ripresero la loro baldanza, ma il centurione Abenadar impose l'ordine, impedendo che Gesù fosse lapidato.

La morte di Gesù. Quinta, sesta e settima parola
«Sapendo Gesù che già tutto era compiuto, affinché si adempisse la Scrittura, disse: “Ho sete”» (Giovanni 19,28).

Quando tornò la luce del giorno, si vide il santo corpo del Signore appeso alla croce, esangue, livido e più bianco di prima a causa del sangue versato. Gesù era moribondo; con la lingua riarsa pronunciò: «Ho sete». Ma poiché i suoi amici fedeli continuavano a guardarlo dolorosamente senza far niente, il Signore chiese: «Non potreste darmi una goccia d'acqua?». Egli voleva intendere che durante l'oscurità nessuno li avrebbe visti. Giovanni rispose addolorato: «Oh, Signore! Ti abbiamo dimenticato!». Questa dimenticanza da parte dei suoi più intimi amici deluse Gesù al punto tale che egli sussurrò interiormente: «Anche i miei più prossimi dovevano dimenticarmi e non darmi da bere, affinché ciò che sta scritto trovasse compimento». Gli amici di Gesù offrirono denaro alle guardie perché gli portassero un po' d'acqua, ma anche questi ultimi presero il compenso e non gli diedero nulla. Uno di loro immerse una spugna nell'aceto, in un bariletto di scorza, e vi aggiunse del fiele per darglielo a bere. Il centurione Abenadar non lo permise: strappò dalle mani del soldato la spugna, la svuotò e l'impregnò d'aceto puro. Poi l'adattò a una canna d'issopo e la pose in cima alla sua lancia, che portò fino alla bocca del Signore. Gesù pronunciò alcune parole, di cui ricordo solo queste: «Quando io non avrò più la mia voce, parlerà la bocca dei morti!».
L'ultima ora del Signore era ormai prossima. Egli lottava contro la morte come un uomo comune; un sudore freddo gli copriva tutto il corpo e il petto ansimava sempre più forte. Giovanni, sotto la croce, gli asciugava i piedi con un sudario. Maria Maddalena, distrutta dal dolore, era appoggiata dietro la croce. La Vergine si manteneva in piedi fra la croce di Gesù e quella del buon ladrone, sostenuta da Salomè e da Maria di Cleofa. Giunto all'estremo, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». Sollevò il capo e gettò un grido forte e soave che penetrò il cielo e la terra: «Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito!». Quando il Signore chinò il capo e rese lo spirito, erano passate da poco le ore quindici. Vidi la sua anima discendere nel limbo come una figura luminosa.
Giovanni e le pie donne caddero con la fronte nella polvere. Tutto si era ormai compiuto, l'anima del Signore aveva abbandonato il santo corpo. L'ultimo grido del Santo dei santi aveva fatto tremare la terra e quelli che lo avevano udito; la roccia del Calvario si spaccò e numerose case crollarono. Le poche persone ancora presenti sul Golgota si percossero il petto e si affrettarono a rincasare. Le vidi profondamente commosse, mentre si laceravano le vesti e si cospargevano il capo di polvere. Giovanni e le pie donne si rialzarono e prestarono amorevoli cure alla Vergine. Abenadar, dopo aver presentato l'aceto al Salvatore, era rimasto stranamente impressionato: fermo sul suo cavallo, egli non poteva più distogliere gli occhi dal santo volto di Gesù coronato di spine. Perfino il cavallo abbassò il capo e il centurione gli allentò le redini. In quel momento la luce della grazia lo illuminò ed e, si sentì trasformato. Il cuore orgoglioso del fiero centurione si era infranto come la roccia del Calvario. Egli gettò lontano la lancia, si battè il petto con forza ed emise il grido dell'uomo nuovo: «Benedetto sia il Signore onnipotente, il Dio d'Abramo, d'Isacco e di Giacobbe! Questi era certamente un giusto, ed è veramente il Figlio di Dio!». I suoi soldati gli fecero eco, perfino alcuni farisei si batterono il petto. Pronunciate le parole di redenzione, Abenadar consegnò il cavallo a Cassio e gli affidò il comando, poi prese commiato dai suoi soldati e lasciò il Calvario. Lo vidi annunciare la morte del Salvatore ai discepoli nella valle di Gihon, infine si diresse al palazzo di Pilato.
Il Signore aveva ormai affidato la sua anima al Padre e abbandonato il suo santo corpo alla morte. Egli aveva pagato il suo debito d'amore all'umanità. Con un'estrema convulsione, il corpo di Cristo divenne esangue e impallidì in modo straordinario, mentre le sue ferite, dalle quali era fuoruscito il sangue in abbondanza, risaltavano come macchie scure. Il suo volto si era allungato, perché le gote erano afflosciate, il naso sembrava più affilato e gli occhi pieni di sangue erano rimasti aperti a metà. Nell'affidarsi completamente alla morte, Gesù aveva sollevato la sua testa coronata di spine lasciandola ricadere sotto il peso dei dolori; le sue labbra, divenute livide e contratte, si erano socchiuse senza più alcuna tensione, così le sue mani sostenute dai chiodi si distesero, come anche le braccia. Il suo dorso si irrigidì lungo la croce e tutto il peso del corpo poggiò sui piedi, le ginocchia si piegarono tutte da un lato ed i suoi piedi trafitti si girarono un poco intorno al chiodo. La Vergine guardò quel santo corpo, concepito per opera dello Spirito Santo nella più assoluta purezza, come carne della sua carne, ossa delle sue ossa, cuore del suo cuore, adesso privato di ogni bellezza e separato dalla sua anima santissima. La Madre lo contemplò con una sofferenza indicibile: sospeso alla croce, tra i due ladroni, sfigurato e disprezzato da coloro che era venuto a salvare. Adesso, pur così sfigurato, il santo corpo del Signore imponeva rispetto e toccava il cuore degli uomini. La sua dolorosa passione e l'atroce morte sulla croce ispirarono profondamente la conversione di numerosi peccatori. Gesù stesso aveva detto: «Se il seme non muore non porta frutto !».
I ladroni erano in preda a frequenti convulsioni. Dismas pregò per tutto il tempo del suo supplizio sulla croce. I farisei tentarono di misurare con le corde la profondità della spaccatura della roccia, ma non riuscendo a toccarne il fondo lasciarono il Calvario, salutati dai lamenti degli amici di Gesù. I soldati romani andarono a rinforzare quelli che custodivano le porte della città, perché si temeva una sommossa. Il silenzio e il lutto regnavano intorno al corpo del Signore. Di fronte alla croce vidi solo gli amici di Gesù. Dalle valli circostanti qualche discepolo del Signore guardava con inquietudine verso il Calvario. L'aria si era rinfrescata, ma la luce del sole era ancora offuscata.

Giuseppe d'Arimatea chiede a Pilato il corpo di Gesù
«C'era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva approvato la decisione né l'operato degli altri. Egli era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù» (Luca 23,50-52).

Appena la città ebbe un po' di quiete, il sinedrio chiese a Pilato che fossero rotte le gambe ai condannati e tolti i corpi prima della festa imminente. Il procuratore romano inviò subito degli uomini allo scopo. Giuseppe d'Arimatea si recò da Pilato e gli chiese la salma del Messia. Il buon sinedrista desiderava seppellire il corpo del Signore nel suo giardino vicino al Calvario. Pilato fu molto turbato nel constatare che un uomo di tale rango voleva rendere gli estremi onori al corpo di Gesù, colui che egli aveva fatto crocifiggere. Così venne assalito dal rimorso del suo errore fatale. Il procuratore romano si meravigliò che Gesù fosse morto così presto, perché generalmente i condannati alla crocifissione vivevano più a lungo, e per questo aveva inviato i soldati a finirli In seguito alla relazione del centurione Abenadar, che descrisse i particolari della morte di Gesù e parlò senza timore della sua conversione, Pilato concesse la salma del Messia a Giuseppe. Il procuratore romano era stato toccato dalle ultime parole di Gesù sulla croce, riportate dal centurione, ma acconsentì a Giuseppe anche per fare dispetto ai sommi sacerdoti del tempio, i quali avrebbero voluto vedere Gesù gettato nella fossa comune con i due ladroni. Il procuratore inviò qualcuno al Calvario per far eseguire la consegna del corpo del Signore. Credo che quest'incarico fosse stato affidato ad Abenadar, perché lo vidi collaborare alla deposizione di Gesù dalla croce. Intanto Nicodemo era andato ad acquistare le erbe aromatiche per imbalsamare il santo corpo di Cristo. A sua volta, Giuseppe acquistò una sindone di cotone finissimo per avvolgere la salma del Salvatore. Il lenzuolo funebre era lungo sei braccia. I servi di Giuseppe prepararono tutto il necessario per pulire e imbalsamare il santo corpo di Gesù: le erbe, i balsami e le bende furono deposti su una lettiga che si chiudeva come un baule.

Apertura del costato di Gesù. Morte dei due ladroni

Sul Golgota regnava la più assoluta disperazione. Il cielo era cupo e la natura sembrava in gran lutto. La Vergine Maria, Giovanni, Maria Maddalena, Maria, figlia di Cleofa, e Salomè stavano col capo coperto di fronte alla croce e la contemplavano con il cuore contrito. Molte delle pie donne avevano fatto ritorno in città.

Alcuni soldati sedevano sul terrapieno, avevano le lance piantate a terra e discutevano con gli altri commilitoni più lontani. Il luogotenente Cassio cavalcava da una parte all'altra. Era un giovane di venticinque anni, la cui aria d'importanza e lo strabismo suscitavano spesso la derisione dei suoi subordinati. Sul promontorio delle croci giunsero sei carnefici che recavano scale, picconi e pesanti mazze di ferro per spezzare le gambe ai moribondi. Alla loro vista gli amici di Gesù si allontanarono un poco. La santa Vergine soffrì nuove angosce al pensiero che essi avrebbero oltraggiato ancora il corpo del Figlio. I carnefici appoggiarono le scale alla croce e scuoterono il santissimo corpo di Gesù per provare se fosse ancora vivo, e quantunque avessero visto benissimo che era bianco, freddo e rigido, non sembrarono convinti della sua morte. In seguito alle insistenze di Giovanni e delle pie donne, per il momento essi lo lasciarono e salirono sulle croci dei due ladroni. Con le pesanti mazze di ferro spezzarono a questi le ginocchia, le gambe e i gomiti, Dismas dette un gemito e spirò. Fu uno dei primi martiri che rivide il suo Redentore. Gesma invece lanciò urla orrende, i carnefici per finirlo gli assestarono altri tre colpi al petto. Poi vennero staccate le funi e i due corpi martoriati caddero a terra; furono subito sepolti nella fossa comune dei condannati, tra il Calvario e le mura di Gerusalemme. Subito dopo i carnefici ritornarono al corpo del Signore, gli amici di Gesù temettero che gli fossero spezzate le gambe. In quel momento Cassio ebbe un'improvvisa ispirazione, mediante la quale tolse ogni dubbio sulla morte di Gesù: spronò il suo cavallo verso la croce e conficcò a due mani la lancia nel costato destro del Signore, trafiggendogli il cuore da parte a parte. Ne sgorgò un fiotto abbondante di sangue e acqua, che sprizzò sul volto di Cassio come una fontana di salvezza e di grazia. Allora il giovane centurione smontò da cavallo, cadde in ginocchio, si batté il petto e riconobbe ad alta voce Gesù. In quel momento riacquistò miracolosamente l'uso completo della vista e i suoi occhi si raddrizzarono. La Vergine era rimasta svenuta tra le braccia delle pie donne, come se la lancia avesse attraversato anche il suo cuore. Subito dopo l'episodio prodigioso Cassio divenne umile di cuore e lodò Dio alla presenza di tutti. Gli occhi della sua anima, come quelli del corpo, si erano aperti alla luce della verità. Toccati dal miracolo, anche i soldati si gettarono spontaneamente in ginocchio e, battendosi il petto, riconobbero Gesù come Dio. Frattanto il sacratissimo sangue di Cristo frammisto ad acqua aveva riempito la cavità della roccia ai piedi della croce. Cassio, Maria Maddalena e la Vergine, che adesso si era ripresa, lo raccolsero in ampolle e asciugarono quel luogo con i lini. Le loro lacrime si mischiarono al sacratissimo sangue. Il centurione convertito a Cristo da quel momento si chiamò Longino; portò sempre con sé un'ampolla col preziosissimo sangue. Questo miracolo presso la croce era avvenuto poco dopo le quattro, mentre Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo procuravano tutto il necessario per la sepoltura di Gesù. I carnefici si ritirarono dal Golgota, avendo ricevuto l'ordine di lasciare la salma del Signore a Giuseppe d'Arimatea. Gli amici di Gesù appresero subito la notizia. Giovanni e le pie donne ricondussero la santa Vergine al cenacolo per farla riposare.

mercoledì 4 aprile 2012

Le celebrazioni del Triduo pasquale a Caorle

Nel cuore della Settimana Santa comincia il Sacro Triduo Pasquale, il culmine di tutto l'anno liturgico, nel quale i cristiani celebrano la Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù Cristo; la grandezza e la solennità delle celebrazioni pasquali si manifesta nella liturgia del tutto particolare del giovedì e venerdì santi e nella Solenne Veglia Pasquale. Il preludio di questo solenne evento sarà la Solenne Messa del Crisma, che si celebrerà in tutte le chiese cattedrali; per il nostro patriarcato avrà inizio alle 9:30 nella Basilica di San Marco e sarà celebrata dal Patriarca Francesco con tutti i sacerdoti ed i diaconi della diocesi. Durante questa Santa Messa saranno consacrati gli oli santi che verranno portati in tutte le chiese parrocchiali del patriarcato per i sacramenti: l'Olio dei catecumeni, il Crisma e l'Olio degli infermi.
Il Sacro Triduo nella nostra parrocchia avrà inizio Giovedì Santo alle ore 20:30 con la Santa Messa In Coena Domini, memoriale dell'istituzione dell'Eucarestia e del sacerdozio ministeriale; la celebrazione comprende il rito della lavanda dei piedi e terminerà con la reposizione del Santissimo Sacramento sull'altare del "Sepolcro", presso il quale l'Adorazione Eucaristica continuerà per tutta la notte e fino a mezzogiorno del venerdì. Ricordiamo, in particolare, ai fedeli di riconsegnare la cassettina "Un pane per amor di Dio", per la carità della nostra diocesi presso i più bisognosi.
Culmine delle celebrazioni del Venerdì Santo, giorno di digiuno ed astinenza, sarà l'Azione liturgica pomeridiana della Morte del Signore, che avrà inizio in Duomo alla ore 15:00. Durante la Liturgia della Parola sarà letta la Passione del Signore secondo Giovanni; seguirà l'Adorazione della Croce e la Comunione con il Santissimo Sacramento consacrato nel giorno di Giovedì Santo. La sera del venerdì, alle ore 20:30, seguirà la tradizionale Via Crucis attraverso il Centro Storico della città, con la partecipazione dei Baraboi.
Il Sabato Santo è giorno di lutto e di riflessione per tutti i cristiani; non saranno celebrate Sante Messe né azioni liturgiche. Alle ore 21:00 avrà inizio la Solenne Veglia Pasquale; la celebrazione avrà inizio dal sagrato del Duomo, con la benedizione del Fuoco nuovo e l'accensione del Cero pasquale, per poi proseguire in chiesa con la Liturgia della Parola, la Liturgia Battesimale e la Liturgia Eucaristica.
In questi giorni il Duomo sarà aperto per la preghiera personale e per il sacramento della Confessione: giovedì dalle 15:00 alle 19:00, venerdì dalle 8:00 alle 12:00 e dalle 17:00 alle 19:00 e sabato dalle 8:00 alle 12:00 e dalle 15:00 alle 19:00. Alle 8:00 del mattino di giovedì, venerdì e sabato si terrà la recita comunitaria dell'Ufficio delle Letture e delle Lodi Mattutine.
Il giorno di Pasqua, domenica 8 aprile, le Sante Messa in Duomo saranno celebrate secondo il consueto orario festivo: 8:00, 9:30, 10:45 (cantata), 12:00 e 19:00. Alle 17:45 saranno cantati i Vespri Solenni in Duomo, al termine dei quali ci si recherà in processione verso il Santuario della Madonna dell'Angelo per cantare il Regina Coeli. Coloro che parteciperanno a questo gesto devozionale potranno ricevere l'Indulgenza Plenaria, per sé e per i propri defunti, secondo le consuete condizioni stabilite dalla Chiesa, per concessione ad septemnium della Penitenzieria Apostolica.
A tutti i lettori del blog un augurio di un Triduo Pasquale di preghiera e raccoglimento, in comunione con le sofferenze del Signore, perché possiamo risorgere con Lui a nuova vita.
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