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martedì 10 maggio 2011

La Messa a San Giuliano - Alcune considerazioni

Riprendo un articolo apparso ieri dal blog Cantuale antonianum, che esprime alcune considerazioni (che condivido in pieno) sull'allestimento e lo svolgimento della Santa Messa celebrata da papa Benedetto XVI al parco san Giuliano di Mestre domenica scorsa. Potete raggiungerlo cliccando sul titolo di seguito: Una basilica a cielo aperto: la messa del Papa a Mestre, un esempio per le future maxicelebrazioni papali.
Voglio solo citare alcuni passaggi importanti:

Il cosiddetto "palco papale" era un vero e proprio abside basilicale, con la riproduzione in gigantografia su tela di mosaici in stile bizantino veneziano. L'altare coperto dal ciborio, pilastri che inframezzavano l'enorme presbiterio e lo splendido e semplicissimo ambone che richiamava visivamente quello di San Marco. [...]
Niente biancume iconoclasta o peggio ancora palchi da concerto rock o manifestazione politica: i cerimonieri organizzatori veneti ci hanno finalmente una cattedrale virtuale, degna di una Messa papale, in puro stile Benedetto XVI.
Ma non c'è da lodare solo la scenografia: tutto è stato veramente lodevole. La posizione di vescovi e presbiteri attorno al Papa celebrante, il canto dei ministri (il diacono ha cantillato il vangelo in maniera splendida e significativa), il canto gregoriano, a cui si è voluto dare - ed è ben giusto - il posto d'onore, senza dimenticare il canto assembleare (senza stravaganti novità, ma puntando sui canti più conosciuti). Ottimi e solenni i seminaristi ministranti, guidati - per quanto potevo vedere e sapere - dai precisi (ma discreti) cerimonieri di Padova, i proff. di liturgia Don Gianandrea Di Donna e padre Andrea Massarin, francescano, che ci hanno mostrato di saper unire le competenze teoriche (leggi qui) ad una sana pratica. Non è certo facile organizzare e gestire una celebrazione del genere, neanche sotto la supervisione esperta ed attenta del Maestro delle Celebrazioni pontificie Guido Marini.

Di seguito metto anche le foto, prese in prestito dal blog Sacrissolemniis. Vorrei aggiungere un mio commento. Direi che noi, fedeli del patriarcato di Venezia, nonché tutti i fedeli delle diocesi del Triveneto, dobbiamo essere orgogliosi di aver dato un tale splendore alla celebrazione della Santa Messa con il papa; in questo modo abbiamo tutti (o quasi tutti) avuto l'impressione, come ha detto lo stesso pontefice durante la sua omelia, di non assistere ad un evento mondano, ma alla visita di Nostro Signore nel Supremo Sacrificio dell'Eucaristia: «È significativo che il luogo prescelto per questa Liturgia sia il Parco di San Giuliano: uno spazio dove abitualmente non si celebrano riti religiosi, ma manifestazioni culturali e musicali. Oggi, questo spazio ospita Gesù risorto, realmente presente nella sua Parola, nell’assemblea del Popolo di Dio con i suoi Pastori e, in modo eminente, nel sacramento del suo Corpo e del suo Sangue».
Non è, infatti, da tutte le organizzazioni di questi grandi eventi dare un servizio così nobile ed allo stesso tempo semplice, come lo stesso Concilio Vaticano II ha raccomandato: «I riti splendano per nobile semplicità» (SC 36). La nobiltà era quella dell'arte, vera arte, patrimonio culturale di tutte le genti venete, richiamata nella riproduzione dei mosaici della nostra Basilica Cattedrale di San Marco; nobiltà (e questo è un vanto tutto caorlotto) erano anche i candelieri e la Croce d'altare, provenienti dal Tesoro del nostro Duomo. Semplicità sta nella scelta stessa di queste cose, e non nella ricerca affannosa e spesso inconcludente di chissà quali novità, con la simbologia ambigua tipica di certa "arte" moderna (che troppo spesso abbiamo visto e vediamo fare da cornice alle celebrazioni liturgiche), contraria a quanto lo stesso Concilio insegna: «[I riti] non abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni» (SC 36). Semplicità è anche quella di utilizzare gli immensi tesori di arte sacra che, specie nelle nostre terre, i nostri antenati ci hanno affidato, e non buttarli via, come spesso in questi anni si è fatto, magari spendendo (e questa volta sì sperperando) grandi patrimoni per comprare paramenti e suppellettili di dubbio gusto sia artistico che liturgico.
Nobiltà e semplicità li abbiamo potuti non solo vedere, ma anche udire, con la raffinata scelta dei canti, incentrata sul canto gregoriano. Qui non tutti possono dirsi d'accordo, e questo è certamente motivo di tristezza; ma vorrei ribadire ancora una volta che la celebrazione di domenica scorsa, anche nella musica sacra, seguiva il Concilio, che ci insegna: «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale» (SC 116). Ed il posto principale ha avuto: con l'introito previsto per la liturgia del giorno, Iubilate Deo; il canto del Vidi aquam, che nel tempo di Pasqua sostituisce l'Asperges me al momento dell'aspersione con l'acqua benedetta, particolarmente raccomandata nelle domeniche del tempo di Pasqua; l'Ordinario della Messa, preso dalla Messa Prima Lux et origo (alternata alla polifonia della schola cantorum), indicata per il tempo pasquale nei libri preparati in seguito alla riforma liturgica e fortemente voluti dal Concilio e da papa Paolo VI; l'antifona di Comunione, Surrexit Dominus. Oltre al gregoriano abbiamo potuto gustare nuovamente la meravigliosa polifonia rinascimentale che per tanti anni nelle nostre chiese ha alimentato la fede dei nostri padri; ed anche il canto devozionale e popolare, con ritornelli semplici e molto diffusi (ma mai banali) come nei canti Cristo risusciti e Sei Tu, Signore, il Pane. Anche questo perfettamente in linea con quanto ci insegnano i padri conciliari: «Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell'azione liturgica [...] Si promuova con impegno il canto religioso popolare in modo che nei pii e sacri esercizi, come pure nelle stesse azioni liturgiche, secondo le norme stabilite dalle rubriche, possano risuonare le voci dei fedeli» (SC 117-118). Nel libretto per la celebrazione, consegnato gratuitamente a tutti i fedeli, si potevano leggere i testi in latino affiancati dalle traduzioni in italiano, e accompagnati dalla notazione musicale quando alla schola si univa o intervallava l'assemblea.
Le critiche, che sentivo prima e durante la celebrazione, a questo modo di condurre il canto liturgico e la celebrazione mi hanno fatto sorgere immediatamente questa domanda: nelle nostre celebrazioni liturgiche siamo ancora in grado di ascoltare? Siamo capaci di fermarci e far posto per un momento a quello che il Signore ci vuole dire (anche e soprattutto per il fatto che il canto gregoriano trae la sua origine e si sviluppa su testi biblici e patristici)? Siamo disposti con umiltà a tacere per un momento al cospetto di Dio, a deporre la smania di voler fare per forza qualcosa di diverso dall'ascolto e dalla meditazione orante, e metterci devotemente alla sequela di Cristo come fanno i discepoli che ascoltano il maestro senza parlargli sempre sopra? Credo che in questa direzione debba andare l'educazione liturgica del popolo di Dio, direzione indicata ed ampiamente illustrata dal nostro Santo Padre Benedetto XVI, che in ogni celebrazione (specialmente in questa, vissuta da noi in prima persona) vuole insegnare il decoro e la dignità delle celebrazioni, dando indicazioni anche ai suoi cerimonieri in questo senso.
L'augurio che posso rivolgere a tutti coloro che hanno assistito dal vivo alla Santa Messa del parco san Giuliano, ed anche a coloro che l'hanno guardata alla televisione o sentita alla radio, è proprio questo: lasciare con umiltà che l'insegnamento del papa penetri nel profondo del nostro animo; preparare, con spirito di sottomissione, il proprio cuore a ricevere gli insegnamenti del Santo Padre. Solo così essi potranno rinnovare il nostro modo di vivere la liturgia divina, e potremmo dire sul serio che il Santo Padre ha confermato la nostra fede; solo così non faremo della Liturgia una serie di gesti e di azioni inventati dall'uomo e che finiscono solo sull'uomo, ma bensì che partono da Dio e a Dio ritornano.

 

domenica 8 maggio 2011

Caorle alla Messa del Papa a san Giuliano

E' terminato il primo giorno della visita di Sua Santità il papa Benedetto XVI alle diocesi del Nordest; ieri è stata la volta di Aquileia, dove il Santo Padre ha incontrato in particolare le delegazioni diocesane che stanno preparando il secondo convegno di Aquileia, che si terrà l'anno prossimo. La frase di apertura del discorso è stata molto suggestiva: «Ritornare ad Aquileia significa soprattutto imparare dalla gloriosa Chiesa che vi ha generato come impegnarsi oggi, in un mondo radicalmente cambiato, per una nuova evangelizzazione del vostro territorio e per consegnare alle generazioni future l’eredità preziosa della fede cristiana». In questo modo il pontefice ha esortato tutte le Chiese del Nordest a dare sempre una testimonianza decisa di Cristo Gesù, specialmente in questo nostro mondo fortemente secolarizzato, anche con le nostre manifestazioni pubbliche di devozione religiosa, quali le processioni. «L’orizzonte della fede e le motivazioni cristiane», ha detto il papa, «hanno dato e continuano ad offrire nuovo impulso alla vita sociale, ispirano le intenzioni e guidano i costumi. Ne sono segni evidenti l’apertura alla dimensione trascendente della vita, nonostante il materialismo diffuso; un senso religioso di fondo, condiviso dalla quasi totalità della popolazione; l’attaccamento alle tradizioni religiose; il rinnovamento dei percorsi di iniziazione cristiana; le molteplici espressioni di fede, di carità e di cultura; le manifestazioni della religiosità popolare; il senso della solidarietà e il volontariato. Custodite, rafforzate, vivete questa preziosa eredità. Siate gelosi di ciò che ha fatto grandi e rende tuttora grandi queste Terre!». Caorle, dal canto suo, non è rimasta a guardare: con grande mobilitazione, molti parrocchiani e concittadini si sono riversati nella spiaggia della Sacheta, vicino al Santuario della Madonna dell'Angelo, formando in una singolare catena umana la scritta "W IL PAPA". E l'elicottero con a bordo il Santo Padre, dopo minuti di trepidante attesa, ha sorvolato per ben due volte l'area, spingendosi a poche decine di metri da terra.
Ma ora la nostra attenzione si volge alla Messa in parco san Giuliano, il vero evento che metterà in diretta comunicazione il successore di Pietro con gran parte del popolo di Dio che abita questo nostro territorio. Anche in quest'occasione Caorle, e la nostra parrocchia in particolare, avrà un ruolo di primo piano. E non solo per il fatto che molti nostri parrocchiani saranno presenti a Mestre per rendere omaggio al pontefice ed assistere al Divin Sacrificio da lui celebrato. Un segno particolare, grande onore per il nostro Duomo, metterà in comunione tutti i parrocchiani e tutti i caorlotti, anche quelli che non sono potuti venire. I candelabri e la Croce dell'altare, opportunamente restaurati, saranno quelli che da ormai duecento anni ornano le cerimonie del nostro Duomo (vedi la foto in alto). Pensate, i nostri arredi sacri, che appartengono al Tesoro del Duomo, tramandatoci dai nostri antenati della Chiesa di Caorle, orneranno l'altare sul quale il papa celebrerà la Santa Messa. E' un ulteriore motivo di gioia e di grande onore per noi parrocchiani del Duomo di Caorle e per i cittadini tutti; poter dire che i nostri arredri sacri sono degni dei papi! Come tutti gli onori, assumiamone anche gli oneri; impegnamoci a vivere la liturgia, ed in particolare le celebrazioni eucaristiche, come il papa ci insegna nelle cerimonie pontifice.
E' un po', dunque, come se tutti noi fossimo insieme ad assistere alla Santa Messa; ricordiamoci in particolar modo degli ammalati, degli anziani, dei deboli e dei sofferenti, e di chi lavora, che non hanno potuto essere con noi, e preghiamo anche per loro, in comunione con il successore di Pietro, i successori degli apostoli e tutta la Chiesa universale.

Alcune foto in anteprima

martedì 12 aprile 2011

La liturgia: questione di età?

Domenica scorsa un amico mi ha raccontato di una discussione avuta con dei giovani sulla liturgia, e di come i temi principali fossero quelli che purtroppo, da quarant'anni a questa parte, hanno spesso finito per dividere piuttosto che unire i membri della Chiesa: l'"animazione" liturgica e, più in particolare, il latino. Vorrei dunque cogliere l'occasione di scrivere ancora qualche riflessione, anche prendendo spunto dagli scritti di papa Benedetto XVI, in questo cammino ormai in dirittura d'arrivo verso la sua Visita pastorale nelle nostre terre.
Una delle prime obiezioni (c'è da dire abbastanza inconsistenti) che vengono mosse a coloro che mostrano un qualche interesse o gradimento per il latino nella liturgia è "sei vecchio", o "sono cose superate". C'è l'idea che la Chiesa si sia rinnovata, o debba ancora rinnovarsi, attraverso un percorso che porti alla pressoché totale eliminazione del latino. La domanda è questa: in quale punto della storia la Chiesa avrebbe sancito l'abolizione del latino? In quali documenti troviamo scritto che è necessario aborrire il latino? Da qui ci si collega immediatamente anche all'aspetto dell'"animazione" liturgica forse più sentito dalla gente, e dai giovani in particolare, ossia la musica liturgica: anche qui la scelta del canto gregoriano è da vecchi, i canti della devozione popolare obsoleti. Ci si può porre la stessa domanda di prima: quando la Chiesa ha detto di abbandonare il canto gregoriano? E qual è, dunque, la musica adatta per "animare" la liturgia?
La risposta, da parte di coloro che pensano al latino e al gregoriano come "roba da vecchi" è pressoché unanime: è il Concilio Vaticano II lo spartiacque tra il vecchiume ed il rinnovamento. Chi segue il Concilio non può, sempre secondo costoro, che volgere le spalle a tutto ciò che era la liturgia precedentemente, sperimentando nuove soluzioni, più al passo con i tempi, e che attirino i giovani. Una replica, che mostra l'errore di questa convinzione, arriva dagli stessi documenti del Concilio; nella costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium sulla Sacra Liturgia leggiamo a chiare lettere il più volte citato n. 36: «L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini». E ancora il n. 116: «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale». Inoltre l'Ordinamento Generale del Messale Romano promulgato da Paolo VI ribadisce gli stessi concetti; al n. 41 troviamo nuovamente: «A parità condizioni, si dia la preferenza al canto gregoriano, in quanto proprio della Liturgia romana», ed addirittura: «è opportuno che sappiano cantare insieme, in lingua latina, e nelle melodie più facili, almeno le parti dell’ordinario della Messa, specialmente il simbolo della fede e la preghiera del Signore». Quindi non solo il Concilio e i testi riguardanti la riforma liturgica non hanno mai sancito l'abolizione del latino e del gregoriano, ma hanno raccomandato di promuoverlo presso i fedeli, dando incarico ai sacerdoti di premurarsi affinché il popolo sappia cantare in latino. A questo proposito vorrei proporre un pensiero del papa, quand'era ancora cardinale, in un discorso tenuto a Roma nel 1998 in occasione del decimo anniversario del motu proprio Ecclesia Dei di Giovanni Paolo II:

«Non è stato il Concilio a riformare i libri liturgici, esso ne ha ordinato la revisione e, a questo fine, ha fissato alcuni principi fondamentali. In primo luogo il Concilio ha dato una definizione di che cos'è la liturgia e questa definizione fornisce un metro di giudizio per ogni celebrazione liturgica. Se si ignorano queste regole essenziali e si accantonano le "normae generales" formulate nei numeri 34-36 della Costituzione De Sacra Liturgia, allora sì che si disubbidisce al Concilio!»

Un altro punto importantissimo di quella discussione è stato proprio il significato stesso della liturgia della Santa Messa e della partecipazione dei fedeli, significati dai quali, a mio modo di vedere, si originano tutti i fraintendimenti dei testi del Concilio. E' emerso che oggi, soprattutto tra i giovani, vi è la tendenza ad interpretare la Santa Messa come una festa; ma di quale festa stiamo parlando? Se ai bambini ed ai ragazzi parliamo di "festa" essi si immagineranno il compleanno di un amico, al quale si mangia e beve in compagnia, si canta, si corre, si gioca a pallone; oppure, per i più grandicelli, una serata tra amici, in pizzeria, in discoteca, dove si discorre, si balla, si cercano "emozioni forti". Non che sia sbagliato partecipare o desiderare di partecipare a queste "feste", anzi (a meno che non si arrivi all'esagerazione e, purtroppo, a fenomeni quali l'alcolismo e la tossicodipendenza). Ma se torniamo a guardare alla Santa Messa, possiamo dire che la festa sia questa, cioè quella che si fa ad un compleanno o in discoteca? Certamente no. Sta qui quello che anche papa Benedetto definisce "il mistero sacro", e che, a suo modo di vedere, «oggi ha ceduto il posto a una creatività selvaggia». Si capisce bene che molti degli atteggiamenti che causano scontro hanno origine proprio da questa concezione della "festa" domenicale. E' chiaro che alla festa di compleanno, tra bambini, nessuno si sognerebbe mai di intonare il Veni Creator prima del taglio della torta; in discoteca nessuno avrebbe desiderio di scatenarsi in pista sulle note del Te Deum; ad un concerto rock calerebbe drasticamente il numero di persone che comprerebbe il biglietto se il gruppo proponesse canti devozionali, magari accompagnati dal suono dell'organo a canne. Non dobbiamo nasconderci che in molte occasioni nelle nostre chiese si ascoltano musiche invece adatte al compleanno di un bambino, ad un concerto rock e (non dico una menzogna) alla discoteca. Certo, quelle musiche hanno il tono della festa; ma chi è che fa festa? A chi facciamo festa, al ritmo di queste musiche? A Nostro Signore, che sull'altare si dona ancora, Corpo e Sangue, ai suoi figli, o a noi stessi, che non rinunciamo, per un'ora alla settimana e nemmeno in chiesa, al desiderio del divertimento mondano, pena non frequentare più la parrocchia? Allora che tipo di "festa" è la Santa Messa? Il papa, nel '98, notava questo:

«C'è poi una pericolosa tendenza a minimizzare il carattere sacrificale della Messa e ad indurre alla sparizione del mistero e del sacro con il pretesto - un pretesto asserito imperativo - che in questo modo ci si fa comprendere meglio»

Il Sacrificio di Gesù Cristo sulla Croce, questo accade sull'altare quando il sacerdote alza l'Ostia ed il Calice, per questo papa Benedetto ha voluto che la Croce tornasse sopra l'altare, e non relegata in un lato, come se desse fastidio; a tal proposito egli annota, nel suo libro "Introduzione allo Spirito della Liturgia":

«Tra i fenomeni veramente assurdi del nostro tempo io annovero il fatto che la croce venga collocata su un lato [dell'altare] per lasciare libero lo sguardo sul sacerdote. Ma la croce, durante l'Eucarestia, rappresenta un disturbo?»

Molti rispondono che la Santa Messa abbia soltanto il carattere conviviale (e non sacrificale) di una cena, portando a sostegno di questa tesi quello che i primi cristiani facevano nelle prime Messe che venivano da loro celebrate dopo la morte e risurrezione di Nostro Signore. A questo risponde sempre Benedetto XVI; l'Ultima Cena di Cristo non fu semplicemente un banchetto. Nell'omelia della Santa Messa in Coena Domini del 2009, il papa afferma:

«In quell’ora anticipa la crocifissione e la risurrezione. Ciò che là si realizzerà, per così dire, fisicamente in Lui, Egli lo compie già in anticipo nella libertà del suo amore. Egli dona la sua vita e la riprende nella risurrezione per poterla condividere per sempre.»

Non è, dunque, né possibile né lecito pensare che l'Ultima Cena sia solo il momento conviviale, in cui Cristo insieme agli apostoli festeggiava la Pasqua ebraica; è l'anticipo della Croce e risurrezione, che egli attua in quella Santa Cena prima ancora di viverlo nel suo stesso Corpo poiché, come disse Egli stesso: «Nessuno mi toglie la mia vita: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,18). Solo se intendiamo il carattere sacrificale dell'Ultima Cena, e quindi di ogni Santa Messa, possiamo cercare di intendere come Nostro Signore tramuti la Pasqua degli ebrei nella Pasqua della sua Risurrezione: l'Agnello, che secondo la legge di Mosè doveva essere consumato prima della festa, e al quale non doveva essere spezzato alcun osso, è Cristo, che è stato consumato prima della Pasqua di Risurrezione nell'Ultima Cena, nelle Specie del Pane e del Vino, e sulla Croce dove, non gli è stato spezzato alcun osso, ma dal fianco squarciato scaturirono Sangue ed Acqua. Chi cita l'uso dei primi cristiani, specialmente tra i più giovani ma anche tra gli adulti, non può sapere quello di cui sta parlando (occorrerebbero degli studi approfonditi), e certamente parla per sentito dire; prendo spunto da alcune parole di don Nicola Bux, consultore, tra gli altri, dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, tratto dal suo libro "Come andare a Messa e non perdere la fede": «Seguendo Lutero, molti teologi e liturgisti cattolici negano o attenuano il carattere sacrificale della Messa, preferendo quello conviviale. Eppure lo “spezzare il pane” (fractio panis) nel giorno del Signore, primitivo nome della messa, viene espressamente indicato come un sacrificio dalla Didaché (14, 2), testo cristiano dei primi secoli».
Di fronte al Sacrificio di Cristo, dunque, cambia anche l'accezione del termine partecipazione, come più volte troverete in questo blog; non si partecipa alla Messa come ad una festa di compleanno o in discoteca, dove se stai seduto in disparte senza ballare, battere le mani, parlare, sei effettivamente escluso. La partecipazione al Mistero Eucaristico assume tutt'altro significato: partecipare al Sacrificio di Cristo significa contemplarlo con devozione e timore, come la Madonna e san Giovanni sotto la Croce; significa anche fare noi stessi Sacrificio, per partecipare, se pure in minima parte, alle sue sofferenze; significa, infine, gettare in Lui ogni nostra sofferenza, spirituale e corporale, perché Egli, inchiodandole insieme al Suo Santissimo Corpo, sulla Croce, ci tragga dal fango del peccato con la sua Risurrezione. A questa partecipazione non si risponde con i ritmi e le musiche che ci piacciono, che fanno parte del mondo di oggi, che attirano i giovani (ai concerti rock, però, non certo alla Messa) e che ci danno l'illusione di rallegrarci senza passare per il Sacrificio: il latino, il gregoriano e talvolta anche la polifonia e i canti popolari, nei termini stabiliti dal Magistero della Chiesa (anche dal Concilio) ci sono molto utili, invece, per abbassare la testa, lasciare fuori dalla Chiesa i divertimenti mondani e partecipare, nella maniera autentica, al Sacrificio di nostro Signore.

lunedì 14 marzo 2011

Don Bosco ai giovani: La Messa è Sacrificio

Vorrei riproporre oggi un pensiero di san Giovanni Bosco, dal libello "Il giovane provveduto per la pratica de' suoi doveri negli esercizi di cristiana pietà". Nella premessa leggiamo lo scopo che con questo componimento don Bosco si prefiggeva:

«Due sono gl'inganni principali, con cui il demonio suole allontanare i giovani dalla virtù. Il primo è far loro venire in mente, che il servire al Signore consista in una vita malinconica e lontana da ogni divertimento e piacere. Non è così, cari giovani. Io voglio insegnarvi un metodo di vita cristiana, che vi possa nel tempo stesso rendere allegri e contenti, additandovi quali siano i veri divertimenti e i veri piaceri, talché voi possiate dire col santo profeta Davide: serviamo al Signore in santa allegria: servite Domino in laetitia. Tale appunto è lo scopo di questo libretto, servire al Signore e stare allegri.»

A giudizio del santo piemontese, uno dei motivi per cui i giovani del suo tempo si tenevano lontani da una vita virtuosa è che essa è spesso dipinta (dal diavolo) come una sorta di investimento in perdita, che priva dai divertimenti e dalla letizia; a ben guardare, però, questo modo di vedere le cose non si è affatto modificato dai tempi di san Giovanni Bosco, ed ancora oggi è "uno dei principali inganni che allontanano i giovani dalla virtù". Tuttavia il santo sacerdote non illude il giovane sul fatto che è possibile divertirsi dei divertimenti del mondo servendo Dio: egli, infatti, precisa che vi sono "veri divertimenti" e "veri piaceri". A mio modo di vedere questo insegnamento di don Bosco non è ancora sufficientemente recepito; è inutile negare che molto spesso si crea (a volte anche in buona fede) questa illusione. Col pretesto, cioè, di "attirare" il giovane alla Messa o alla vita di parrocchia e di non farlo allontanare, si contrattano le verità di fede: ad esempio tacendo su quelle parti del Catechismo (significato del peccato e del peccato mortale, etica e morale sessuale, matrimonio etc.) più scomode per i giovani, perché costringono ad una revisione della propria condotta di vita e a delle rinunce (a volte faticose), oppure, addirittura, dicendo che queste cose, pur presenti nel Catechismo, non sono più valide oggi, ma piuttosto retaggio di un passato della Chiesa fatto di superstizioni e spesso legato al periodo preconciliare. San Giovanni Bosco non sembra essere dello stesso avviso; intende insegnare "un metodo di vita cristiana che possa rendere allegri e contenti", ma della vera letizia cristiana, che a differenza della gioia e del divertimento mondani, dona pace allo spirito, e non al corpo. Infatti, collegato a questo inganno, ve n'è un altro:

«L'altro inganno è la speranza di una lunga vita colla comodità di convertirvi nella vecchiaia od in punto di morte. Badate bene, miei figliuoli, che molti furono in simile guisa ingannati. Chi ci assicura di venir vecchi? Uopo sarebbe patteggiare colla morte che ci aspetti fino a quel tempo: ma vita e morte sono nelle mani del Signore, il quale può disporne come a lui piace.»

Non che il santo piemontese indichi intrinsecamente malvagio sperare in una lunga vita, ma l'errore sta nel confidare che essa si protragga per lasciarci il tempo di sfogarci coi nostri divertimenti, e poterci comodamente convertire alla fine, quando ormai non ci resta più nulla da fare. In questo è in gioco la nostra responsabilità, poiché, se conosciamo di essere in peccato dobbiamo desiderare convertirci, sia quella degli educatori, poiché da loro, in qualche modo, dipende la salvezza delle anime dei propri discenti.
Una delle sezioni di questa importante e nobile opera di don Bosco è, dunque, dedicata alla Santa Messa. Alla luce di quanto espresso nella premessa, io penso che abbiamo qui una lezione valida ancora, e soprattutto, oggi, quando, per dirla con le parole del card. Burke, "il modo della riforma del rito della Messa ha abbastanza oscurato l'azione divina nella Santa Messa [...] e ha indotto alcuni nell'errore che la Santa Liturgia è una nostra attività". Scrive infatti san Giovanni Bosco:

«Avvertimento: la Messa è l'offerta ed il sacrificio del Corpo e del Sangue di Nostro Signor G. C. che viene offerto e distribuito sotto le specie del pane e del vino consacrato; capite bene, o figliuoli, che nell'assistere alla santa Messa fa lo stesso come se voi vedeste il Divin Salvatore uscir di Gerusalemme e portare la croce sul monte Calvario, dove giunto viene, fra' più barbari tormenti, crocifisso spargendo fino all'ultima goccia il proprio sangue. Questo medesimo sacrificio rinnova il sacerdote mentre celebra la santa Messa, con questa sola distinzione che il sacrifizio del Calvario Gesù Cristo lo fece collo spargimento di sangue, quello della Messa è incruento, cioè senza spargimento di sangue.»

Questo era il tenore degli insegnamenti di don Bosco ai suoi giovani; egli non temeva, parlando in questi termini, di correre il rischio che i ragazzi si allontanassero dalla Messa. Anzi, avendo più premura della salvezza delle loro anime, li esorta, li ammonisce e li rimprovera in questo modo:

«Siccome non si può immaginare cosa più santa, più preziosa quanto il Corpo, il Sangue, l'Anima e la Divinità di Gesù Cristo, così voi, quando andate alla santa Messa, voglio siate persuasi che fate un'azione la più grande, la più santa, la più gloriosa a Dio, e la più utile all'anima propria. Gesù Cristo viene Egli stesso in persona ad applicare a ciascuno in particolare i meriti di quel sangue adorabilissimo, il quale sparse per noi sul Calvario in croce. Ciò deve inspirarci una grande idea della santa Messa e farci desiderare di assistervi bene. Ma il vedere tanti figliuoli con volontà deliberata distratti starvi irriverentemente senza modestia, senza attenzione, senza rispetto, rimanendosi in piedi, guardando qua e là, ah! costoro rinnovano più volte i patimenti del Calvario con grave scandalo de' compagni e disonore della religione! Per evitar un male così grande entrate con disposizioni di vero cristiano nello spirito di Gesù Cristo, e supponete di vederlo cominciare la sua dolorosa passione, esposto a' più barbari trattamenti per nostra salvezza.»

Se guardiamo queste parole con gli occhi del mondo, viene subito da chiedersi: dove sarebbe l'allegria e la contentezza? Sembra piuttosto che vivere la Messa, secondo don Bosco, sia quanto di più lontano dalla gioia, dalla festa e dal divertimento. Allora capiamo ancora di più il significato di quelle espressioni, "veri divertimenti" e "veri piaceri" che il cristiano, come insegna san Giovanni Bosco, deve perseguire nella sua vita: il cristiano trova letizia nel rivivere l'incruento sacrificio di Nostro Signore durante la Santa Messa per riceverne ogni beneficio spirituale. Al contempo il santo mette in guardia dalle distrazioni, dagli atti blasfemi e dalle mancanze di rispetto: di fronte al Signore che non solo si fa presente nella Santa Messa, ma ricompie il sacrificio tramite il quale ci ha redenti, non possiamo permettere di distraci, dobbiamo prepararci con ogni cura a questo mistico incontro con il Salvatore. Per questo è importante avere in somma considerazione la liturgia: anche i canti e gli atteggiamenti devono essere tutti diretti verso Cristo, e capiamo, dunque, come esistano musiche ed atteggiamenti del corpo adatti a varcare la soglia della chiesa ed altri che è bene, per rispetto e per il santo Timor di Dio, restino fuori.
San Giovanni Bosco conclude questa sezione del suo libello con una sorta di guida per "assistere con frutto alla Santa Messa"; sono indicazioni forgiate a misura della Messa antica, la quale per sua natura è tutta improntata a Cristo e al suo Sacrificio, ma che è bene applicare anche a quella riformata, per recuperarne la direzione corretta verso Nostro Signore e la sua dimensione sacrificale, nonché la differenza (che è necessario tener ben presente) tra la gioia del mondo e la letizia che promana dalla liturgia.

In principio della Messa

Signor mio Gesù Cristo, io vi offerisco questo santo sacrifizio a vostra maggior gloria ed a bonte spirituale dell'anima mia, fatemi la grazia che il mio cuore e la mia mente ad altro più non pensino che a voi. Anima mia, scaccia ogni altro pensiero e preparati ad assistere a questa santa Messa col massimo raccoglimento.

Al Confiteor

Io confesso a Dio onnipotente, alla Beata sempre Vergine Maria, al Beato Michele Arcangelo, al Beato Giovanni Battista, a' santi apostoli Pietro e Paolo e a tutti i Santi, che molto peccai con pensieri, parole ed opere per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Perciò prego la Beata Vergine Maria, il Beato Michele Arcangelo, il B. Giovanni Battista, i Ss. Apostoli Pietro e Paolo e tutti i santi ad intercedere per me appresso il Signor nostro Iddio.

Il Sacerdote ascende all'altare

Tutta la terra vi adori, o Signore, e canti lode al vostro santo nome. Sia gloria al Padre, al Figliuolo ed allo Spirito Santo. Così sia.

Al Kyrie eleison

Signor mio G. C, abbiate misericordia di questa povera anima mia.

Al Gloria

Sia gloria a Dio nel più alto de' cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà, perchè solo Iddio è degno di essere lodato e glorificato per tutti i secoli.

All'Oremus

Ricevete, o Signore, le preghiere che da questo sacerdote vi sono indirizzate per me. Concedetemi la grazia di vivere.e morire da buon cristiano nel grembo della santa Madre Chiesa.

All'Epistola

Infiammate, o Signore, il cuor mio del vostro santo amore, acciocchè io vi ami e vi serva tutti i giorni della mia vita.

Al Vangelo

Io sono pronto, o Signore, a confessare la fede del Vangelo a costo della mia vita, professando le grandi verità, che ivi sono contenute. Datemi grazia e fortezza per fare la vostra Divina volontà, e fuggire tutte le occasioni di peccare.

Al Credo

Io credo fermamente tutte le verità che voi, mio Dio, rivelaste alla vostra Chiesa, perchè siete verità infallibile. Accrescete perciò in me lo spirito di viva fede, di ferma speranza, e d'infiammata carità.

All'Offertorio

Vi offerisco, o mio Dio, per le mani del Sacerdote quel pane e quel vino che debbono essere cangiati nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo. Vi offro nel medesimo tempo il mio cuore, la lingua mia, affinchè per l'avvenire altro non desideri nè di altra cosa io parli, se non di quello che riguarda al vostro santo servizio.

All'Orate Fratres

Ricevete, Signore, questo sagrifizio per onore e gloria del vostro santo nome, per mio vantaggio, e per quello di tutta la vostra Santa Chiesa.

Al Praefatio

Mio cuore, alzati a Dio e pensa alla passione di G. C., che egli rinnova pe' tuoi peccati.

Al Sanctus

Anima mia, unisci ogni tuo affetto al coro degli Angeli, e canta con essi un inno di gloria dicendo: Santo, Santo, Santo è il Signore, il Dio degli eserciti. Sia glorificato e benedetto per tutti i secoli.

Al Memento dei vivi

Vi prego, o Gesù mio, di ricordarvi de' miei genitori, degli altri parenti, de' miei benefattori, degli amici miei, ed anche de' miei nemici: ricordatevi altresì del Sommo Pontefice e di tutta la Chiesa, e di ogni autorità spirituale e temporale, a cui tutti sia pace, concordia e benedizione.

All’elevazione dell'Ostia

Con tutta umiltà prostrato vi adoro, o Signore, e credo fermamente che voi esistete in questa Ostia sacra. Oh gran mistero, un Dio viene dal cielo in terra per la mia salute! Sia lodato e ringraziato ogni momento il santissimo e divinissimo sacramento. (100 giorni d'indulgenza ogni volta).

All’Elevazione del calice

Signor mio Gesù Cristo, io adoro quel sangue che voi spargeste per salvare l'anima mia. Io ve l'offerisco in memoria della vostra passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo; ricevetelo in isconto de' miei peccati, e pei bisogni di santa Chiesa.

Al memento dei morti

Ricordatevi, Signore, delle anime del Purgatorio e specialmente di quelle de' miei parenti, benefattori spirituali e temporali. Liberatele da quelle pene e date a tutte la gloria del paradiso.

Al Pater noster

Vi ringrazio, Gesù mio, di questo eccellente modello di preghiera che mi deste: fatemi la grazia che io la possa recitare colla divozione e coll'attenzione che si merita. Concedetemi quanto in essa vi domanda per me quel sacerdote, e soprattutto che io non cada in mortale peccato, unico e sommo male che può farmi perdere eternamente. Dite il Pater noster, etc.

All'Agnus Dei

Gesù, agnello immacolato, vi supplico ad usare misericordia a me e a tutti gli uomini del mondo affinchè tutti si convertano a voi, per godere quella vera pace che provano coloro che sono in grazia vostra.

Al Domine non sum dignus

O Signore, per la moltitudine de' miei peccati io non son degno che voi veniate ad abitare nell'anima mia, ma dite solamente una parola, e mi sarà rimesso ogni peccato. Oh quanto mi spiace di avervi offeso, fatemi la grazia, che non vi offenda mai più per l'avvenire.

Alla Comunione

Se non potete comunicarvi sacramentalmente fate almeno la comunione spirituale, che consiste in un ardente desiderio di ricevere Gesù nel vostro cuore, dicendo: Mio caro e buon Gesù, poichè questa mattina io non posso ricevere l'Ostia santa, venite nondimeno a prendere possesso di me colla vostra grazia, onde io viva sempre nel vostro santo amore. La grazia che singolarmente vi domando è di potere star lontano dalle cattive compagnie, che pur troppo sono stato occasione delle mie cadute nel peccato.

Alle ultime orazioni

Vi ringrazio, o mio Dio, di esservi sacrificato per me. Fate che sin da questo momento tutto io mi possa sacrificare a Voi. Dispiaceri, fatiche, caldo, freddo, fame, sete ed anche la morte tutto accetterò volentieri dalle vostre mani, pronto ad offerire tutto e perdere tutto, purchè io possa adempiere quello che prescrive la vostra santa legge.

Alla Benedizione

Benedite, Signore, queste sante risoluzioni, beneditemi per la mano del vostro ministro, e fate che gli effetti di questa benedizione siano eternamente sopra di me. Nel nome del Padre, e del Figliuolo, e dello Spirito Santo. Così sia.

All’ultimo Vangelo

Verbo eterno, fatto carne per salvare l'anima mia, io vi adoro col più profondo rispetto, e vi ringrazio di quanto patiste per me. Concedetemi la grazia di conservare i frutti di questa santa Messa; perdonatemi, se non vi ho assistito colla debita attenzione, e fate che uscendo io di questa chiesa abbiano gli occhi, la lingua e tutti i sensi miei in sommo orrore ogni cosa che si opponga alle verità del vostro santo Vangelo. Dite una Salve alla B. V. Immacolata ed un Pater a S. Giuseppe, affinchè vi aiutino a mantenere i proponimenti fatti, e soprattutto ad evitare lo occasioni del peccato.

mercoledì 16 febbraio 2011

Il pensiero di Joseph Ratzinger sulla liturgia

«Nella nostra riforma liturgica c'è la tendenza, a parer mio sbagliata, ad adattare completamente la liturgia al mondo moderno. Essa dovrebbe quindi diventare ancora più breve e da essa dovrebbe essere allontanato tutto ciò che si ritiene incomprensibile; alla fin fine, essa dovrebbe essere tradotta in una lingua ancora più semplice, più "piatta". In questo modo, però, l'essenza della liturgia e la stessa celebrazione liturgica vengono completamente fraintese. Perché in essa non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall'eternità. [...] Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? [...] Purtroppo da noi c'è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n'è per l'antica liturgia. Così siamo sicuramente su una strada sbagliata.»


Riprendo oggi questo breve pensiero dell'allora cardinale Joseph Ratzinger sulla liturgia, tratto dal libro "Il sale della terra", pubblicato oggi dal blog Cordialiter. Possiamo notare come questo pensiero dell'attuale pontefice ricalchi quello espresso da padre Lang e ripreso in un post precedente, sulla comprensione della lingua nella celebrazione, quando dice: «Nella liturgia non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall'eternità». In questo modo, infatti, si intende la actuosa partecipatio auspicata dai tempi del Concilio Vaticano II, e molto spesso fraintesa dagli stessi sacerdoti e liturgisti. Mi permetto di affermarlo perché, a leggere gli atti ufficiali con i quali la Chiesa regolamenta il Culto Divino, non vi è traccia di una "partecipazione attiva" che implichi per il fedele che assiste alla celebrazione il "dover fare qualcosa" materialmente; semmai il contrario, come possiamo leggere, ad esempio, nell'Istruzione Redemptionis Sacramentum:

«Benché la celebrazione della Liturgia possieda indubbiamente tale connotazione di partecipazione attiva di tutti i fedeli, non ne consegue, come per logica deduzione, che tutti debbano materialmente compiere qualcosa oltre ai previsti gesti ed atteggiamenti del corpo, come se ognuno debba necessariamente assolvere ad uno specifico compito liturgico.»
(Redemptionis Sacramentum n.40)

O, ancora più chiaramente, nell'ormai dimenticata Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis:

«Tuttavia, non dobbiamo nasconderci il fatto che a volte si è manifestata qualche incomprensione precisamente circa il senso di questa partecipazione. Conviene pertanto mettere in chiaro che con tale parola non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione. In realtà, l'attiva partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l'esistenza quotidiana. Ancora pienamente valida è la raccomandazione della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, che esortava i fedeli a non assistere alla liturgia eucaristica "come estranei o muti spettatori", ma a partecipare "all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente".»
(Sacramentum Caritatis, n. 52)

E' quindi necessario porre una certa attenzione a quello che significa "partecipare" al Sacrificio. Alcuni, spesso in contrapposizione con la Messa Tridentina, pensano che una delle conquiste della riforma liturgica sia stata quella di promuovere la partecipazione dell'assemblea, nel senso che prima i fedeli "assistevano" alla Santa Messa, ora vi "partecipano". Esiste un certo modo di intendere la partecipazione dell'assemblea secondo il quale, essendo il popolo dei battezzati «Stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa» (1 Pt 2,9) non esiste una vera e propria differenza fra il sacerdozio del prete e quello del battezzato in generale. Ora, questa interpretazione, che ha contribuito, come diceva Giovanni Paolo II (Discorso ai vescovi statunitensi, 1993), alla clericalizzazione dei laici e alla laicizzazione del clero, è stata più volte sconfessata dal Magistero della Chiesa; leggiamo ad esempio, sempre nella Redemptionis Sacramentum:

«Il sacrificio eucaristico non va poi ritenuto come "concelebrazione" in senso univoco del Sacerdote insieme con il popolo presente. Al contrario, l’Eucaristia celebrata dai Sacerdoti è un dono "che supera radicalmente il potere dell’assemblea […]. La comunità che si riunisce per la celebrazione dell’Eucaristia necessita assolutamente di un Sacerdote ordinato che la presieda per poter essere veramente assemblea eucaristica. D’altra parte, la comunità non è in grado di darsi da sola il ministro ordinato". È assolutamente necessaria la volontà comune di evitare ogni ambiguità in materia e portare rimedio alle difficoltà insorte negli ultimi anni. Pertanto, si usino soltanto con cautela locuzioni quali "comunità celebrante" o "assemblea celebrante" [...] e simili.»
(Redemptionis Sacramentum, n.42)

Quindi l'assemblea non "partecipa" alla celebrazione della Santa Messa nel senso che "ha una parte" del ruolo ministeriale che spetta, invece, solo al prete. Che senso ha, quindi, la partecipazione dell'assemblea alla Santa Messa? Se ricordiamo che la Divina Liturgia Eucaristica è il Sacrificio di Cristo, che ogni giorno si compie sull'altare (come mirabilmente troviamo scritto nel Magistero della Chiesa), partecipare alla Messa significa partecipare alla Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo sulla Croce. Allora si comprende come "assistere" e "partecipare" alla Santa Messa non abbiano un significato diverso, o addirittura contrapposto: come san Giovanni e la Madonna assistevano inermi alle sofferenze di Cristo sulla Croce anche noi, nelle nostre chiese, siamo chiamati ad assistervi; come essi partecipavano del suo dolore anche noi, quando "partecipiamo" alla Santa Messa, ci facciamo come san Giovanni e la Vergine Addolorata ai piedi della Croce. In questo modo il sacerdozio battesimale spinge ogni battezzato a proclamare "le opere ammirevoli di Lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce" (1 Pt 2,9).
Ancora il card. Ratzinger afferma, in questo caso sulla liturgia antica: «Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? [...] Purtroppo da noi c'è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n'è per l'antica liturgia. Così siamo sicuramente su una strada sbagliata». In queste parole, scritte nel 2005, troviamo facilmente riferimento nella lettera motu proprio "Summorum Pontificum Cura" e nella relativa lettera di accompagnamento ai vescovi; in esse il papa auspicava che il rito antico e quello nuovo possano vicendevolmente arricchirsi, per recuperare dove è stata perduta una liturgia autentica. Troviamo, ancora, riferimento all'ermeneutica della continuità che il papa (in maniera più forte dopo la sua elezione al soglio pontificio) ha sempre affermato essere la giusta chiave di lettura del Concilio Vaticano II. D'altra parte lo stesso papa Paolo VI, ormai alla chiusura del Concilio, aveva scritto, nell'Enciclica Mysterium Fidei:

«Chi mai potrebbe tollerare che le formule dogmatiche usate dai Concili Ecumenici per i misteri della SS. Trinità e dell'Incarnazione siano giudicate non più adatte agli uomini del nostro tempo ed altre siano ad esse temerariamente surrogate? Allo stesso modo non si può tollerare che un privato qualunque possa attentare di proprio arbitrio alle formule con cui il Concilio Tridentino ha proposto a credere il Mistero Eucaristico. Poiché quelle formule, come le altre di cui la Chiesa si serve per enunciare i dogmi di fede, esprimono concetti che non sono legati a una certa forma di cultura, non a una determinata fase di progresso scientifico, non all'una o all'altra scuola teologica, ma presentano ciò che l'umana mente percepisce della realtà nell'universale e necessaria esperienza: e però tali formule sono intelligibili per gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.»

Non facciamoci, dunque, scoraggiare dalle voci di questi giorni su documenti pronti a stravolgere questo pensiero del papa sulla liturgia antica e nuova, o da quelle di teologi tedeschi che vorrebbero stravolgere la dottrina cattolica; io ho fede in Nostro Signore e fiducia nel Santo Padre. Preghiamo perché lo Spirito Santo guidi sempre le sue azioni, affinché le forze degli inferi non prevalgano.

Alcune letture che vengono riprese in questo articolo:

venerdì 12 novembre 2010

Appello del papa sulla Liturgia

In questi giorni si sta tenendo ad Assisi l'assemblea generale dei vescovi italiani; tra gli altri argomenti, all'ordine del giorno vi sarà l'analisi da parte della commissione liturgica della nuova traduzione del Messale Romano, molto attesa negli ultimi anni, secondo la terza edizione tipica. A questo proposito ha fatto un certo scalpore il messaggio che papa Benedetto XVI ha inviato ai vescovi riuniti, nel quale la liturgia ha un ruolo assolutamente predominante; vi si trovano espressioni molto eloquenti:

«La santità dell’Eucaristia esige che si celebri e si adori questo mistero consapevoli della sua grandezza, importanza ed efficacia per la vita cristiana, ma esige anche purezza, coerenza e santità di vita da ciascuno di noi, per essere testimoni viventi dell’unico sacrificio di amore di Cristo.»

E anche:

«Ogni vero riformatore, infatti, è un obbediente della fede: non si muove in maniera arbitraria, né si arroga alcuna discrezionalità sul rito; non è il padrone, ma il custode del tesoro istituito dal Signore e a noi affidato. La Chiesa intera è presente in ogni liturgia: aderire alla sua forma è condizione di autenticità di ciò che si celebra.»

L'intero messaggio è incentrato sulla figura di san Francesco (proprio ad Assisi si svolge questa assise episcopale); ed il papa indica proprio nel frate poverello il modello da seguire. A tal proposito voglio citare questo intervento molto bello e completo del blog Cantuale Antonianum (che ringrazio per la gentile concessione); in esso l'autore (frate conventuale e sacerdote, quindi profondo conoscitore della regola dei frati minori) spiega bene il senso di questa analogia: «San Francesco, proprio perchè non sacerdote, ha sempre avuto stima altissima del culto pubblico della Chiesa e ha preteso assoluta fedeltà dei suoi frati sacerdoti alla liturgia della Chiesa Romana. [...] Per questo è triste vedere come invece tanti francescani, delle varie obbedienze, diano più retta allo spirito dei tempi e alle loro idee personali, che non all'insegnamento del Papa e a mettere in pratica i libri liturgici , così come sono scritti, sine glossa (direbbe san Francesco)». Ma vi lascio alla lettura completa dell'intervento:

L'appello accorato del Papa: nella liturgia ispiratevi a San Francesco!

Davvero è un appello accorato quello del Papa ai vescovi riuniti ad Assisi per esaminare (anche) la nuova traduzione del Messale Romano (secondo la III edizione tipica), esame che si concluderà nel maggio del 2011. Vi riporto, in fondo al post, la parte principale del messaggio papale, la sezione che si riferisce alla riforma della liturgia.
Il comunicato finale dell'assemblea dei vescovi recita con sussiego: "Proprio l’ambito liturgico, posto al centro dei lavori, ha visto l’esame e l’approvazione della prima parte dei testi della terza edizione italiana del Messale Romano. La liturgia è stata anche il filo conduttore del messaggio del Santo Padre che, nell’esprimere ai Vescovi affettuosa vicinanza e fraterno incoraggiamento, ha sottolineato come ogni celebrazione abbia il suo fulcro nella presenza, nel primato e nell’opera di Dio"
Che il Santo Padre debba ricordare ai vescovi che al centro della celebrazione liturgica c'è la presenza, il primato e l'opera di Dio, non mi sembra un segnale rassicurante. Capirei che lo ricordi ai giovani della GMG, ma si presume che i vescovi lo sappiano e non abbiano bisogno dei fondamentali del catechismo.
Aggiunge il comunicato: "Al cuore dei loro lavori, i Vescovi, dopo aver affrontato alcune questioni puntuali, hanno approvato la prima parte dei materiali della terza edizione italiana del Messale Romano. Nella prossima Assemblea Generale (maggio 2011) saranno analizzati i restanti testi, prima dell’approvazione generale e della loro trasmissione alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, a cui spetterà autorizzare la pubblicazione della nuova versione italiana del Messale Romano".
Andiamo al dunque: vedremo mai, come è successo per la traduzione inglese, almeno qualche saggio dei testi ora approvati, prima che siano mandati a Roma e pubblicati a stampa in modo definitivo? Io ne dubito, perchè la segretezza con cui la commissione per la liturgia lavora (e la CEI approva) è indice che non si vuole esser troppo disturbati, si ha un certo sacro orrore dell'aperto dibattito teologico, che potrebbe portare a correzioni non volute dai pochi che hanno "le mani in pasta". Basterebbe che gli italiani imparassero ad usare internet come lo ha utilizzato la commissione per la traduzione in inglese (ICEL), non si chiede niente di più. Ma in nostri esperti - forse - preferiscono che i "sacri misteri" rimangano celati al volgo? Il Papa lo sa, eppure mette le mani avanti, come vediamo chiaramente nel testo del suo appello cristallino.
Papa Benedetto, ben consapevole delle resistenze di vescovi e sacerdoti italici al suo magistero liturgico e al suo esempio personale, rompe gli indugi e mostra la via da percorrere per rinnovare la liturgia italiana, che non è - in realtà - tanto piena d'abusi come in certe parti d'Europa, ma è stantia, si è fermata ai primi anni '70, come mostra il tenore delle traduzioni-invenzioni che affliggono in gran misura i testi del proprio del tempo e dei santi dell'attuale Messale in italiano.
Ma Bendetto XVI ha fatto molto di più che inviare una semplice esortazione, come si può leggere nelle righe del suo intervento. Ha indicato espressamente la via francescana al culto divino! "Ma come?" - si chiederà l'ingenuo conoscitore del santo patrono d'Italia - "Il Poverello non è forse quel fantasioso fraticello che seguiva le sue ispirazioni, e come giullare di Dio adorava l'eterno saltellando tra i campi in fiore e gli uccellini? Cosa c'entra con la liturgia?".
Chi conosce la Regola dei Frati minori, gli altri scritti di san Francesco e la storia dei primi secoli dell'Ordine, non ha invece dubbi: il Papa ha centrato il bersaglio e ha proposto il modello giusto. San Francesco, proprio perchè non sacerdote, ha sempre avuto stima altissima del culto pubblico della Chiesa e ha preteso assoluta fedeltà dei suoi frati sacerdoti alla liturgia della Chiesa Romana e non ad altra. In un tempo in cui pullulavano le interpretazioni personali della fede, della presenza di Cristo nell'Eucaristia, ed erano molteplici le forme liturgiche, Francesco scelse per i suoi frati la forma della Chiesa Romana e l'obbedienza in tutto al romano Pontefice. Per questo è triste vedere come invece tanti francescani, delle varie obbedienze, diano più retta allo spirito dei tempi e alle loro idee personali, che non all'insegnamento e del Papa e a mettere in pratica i libri liturgici , così come sono scritti, sine glossa (direbbe san Francesco).

Ecco le parole di Sua Santità, che mi permetto di commentare in rosso:

Dal messaggio di Benedetto XVI ai vescovi italiani riuniti in assemblea generale

[...] 1. In questi giorni siete riuniti ad Assisi, la città nella quale “nacque al mondo un sole” (Dante, Paradiso, Canto XI), proclamato dal venerabile Pio XII patrono d’Italia: san Francesco, che conserva intatte la sua freschezza e la sua attualità – i santi non tramontano mai! – dovute al suo essersi conformato totalmente a Cristo, di cui fu icona viva.

Come il nostro, anche il tempo in cui visse san Francesco era segnato da profonde trasformazioni culturali, favorite dalla nascita delle università, dallo sviluppo dei comuni e dal diffondersi di nuove esperienze religiose. [l'eresia abbondava ai tempi di Francesco, il Papa lo sa bene, e per questo avvicina certe "esperienze religiose" di secoli così distanti...]

Proprio in quella stagione, grazie all’opera di papa Innocenzo III – lo stesso dal quale il Poverello di Assisi ottenne il primo riconoscimento canonico – la Chiesa avviò una profonda riforma liturgica. [Leggi: il concilio Lateranense IV è l'omologo medievale del Vaticano II, per quanto riguarda il rinnovamento - anche liturgico - della Chiesa]

Ne è espressione eminente il Concilio Lateranense IV (1215), che annovera tra i suoi frutti il “Breviario”. Questo libro di preghiera accoglieva in se la ricchezza della riflessione teologica e del vissuto orante del millennio precedente. Adottandolo, san Francesco e i suoi frati fecero propria la preghiera liturgica del sommo pontefice [implicito un rimbrotto papale, come se dicesse: Cari francescani, perchè oggi non fate altrettanto, secondo la volontà del vostro fondatore, e non solo per il breviario ma anche per il messale e lo stile celebrativo?]: in questo modo il santo ascoltava e meditava assiduamente la Parola di Dio, fino a farla sua e a trasporla poi nelle preghiere di cui è autore, come in generale in tutti i suoi scritti.

Lo stesso Concilio Lateranense IV, considerando con particolare attenzione il sacramento dell’altare, inserì nella professione di fede il termine “transustanziazione”, per affermare la presenza reale di Cristo nel sacrificio eucaristico: “Il suo corpo e il suo sangue sono contenuti veramente nel sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del vino, poiché il pane è transustanziato nel corpo e il vino nel sangue per divino potere” (DS, 802).

Dall’assistere alla santa messa e dal ricevere con devozione la santa comunione sgorga la vita evangelica di san Francesco e la sua vocazione a ripercorrere il cammino di Cristo Crocifisso: “Il Signore – leggiamo nel Testamento del 1226 – mi dette tanta fede nelle chiese, che così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, poiché con la tua santa croce hai redento il mondo” (Fonti Francescane, n. 111). [E' triste constatare che sugli altari di molte chiese francescane delle varie obbedienze, anche in certe basiliche papali, la croce - tanto amata da Francesco - e tanto richiamata da papa Benedetto, non è ancora ricomparsa al centro degli altari. Speriamo che questo richiamo papale serva, finalmente, a smuovere le acque stantie, non solo nelle chiese serafiche, ma in quelle cattoliche italiane in genere]

In questa esperienza trova origine anche la grande deferenza che portava ai sacerdoti e la consegna ai frati di rispettarli sempre e comunque, “perché dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente in questo mondo, se non il Santissimo Corpo e il Sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri” (Fonti Francescane, n. 113).

Davanti a tale dono, cari fratelli, quale responsabilità di vita ne consegue per ognuno di noi! “Badate alla vostra dignità, frati sacerdoti – raccomandava ancora Francesco – e siate santi perché egli è santo” (Lettera al Capitolo Generale e a tutti i frati, in Fonti Francescane, n. 220)! Sì, la santità dell’eucaristia esige che si celebri e si adori questo mistero consapevoli della sua grandezza, importanza ed efficacia per la vita cristiana, ma esige anche purezza, coerenza e santità di vita da ciascuno di noi, per essere testimoni viventi dell’unico sacrificio di amore di Cristo. [Il punto che Benedetto XVI non smette di ricordare. I preti del tempo di Francesco non avevano il problema pedofilia, ma certo non erano affatto moralmente più in salute o considerati dal popolo dei preti dei nostri giorni, che anzi, nella maggioranza dei casi, sono molto più santi di quello che i giornali mostrano.]

Il santo di Assisi non smetteva di contemplare come “il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umìli da nascondersi, per la nostra salvezza, in poca apparenza di pane” (ibid., n. 221), e con veemenza chiedeva ai suoi frati: “Vi prego, più che se lo facessi per me stesso, che quando conviene e lo vedrete necessario, supplichiate umilmente i sacerdoti perchè venerino sopra ogni cosa il Santissimo Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo e i santi nomi e le parole di lui scritte che consacrano il corpo” (Lettera a tutti i custodi, in Fonti Francescane, n. 241). [San Francesco parla del Messale: le parole di Dio scritte che consacrano il corpo del Signore! Sono parole da venerare, non da cambiare a proprio gusto, parole da conservare intatte, anche in traduzione.]

2. L’autentico credente, in ogni tempo, sperimenta nella liturgia la presenza, il primato e l’opera di Dio. Essa è “veritatis splendor” (Sacramentum caritatis, 35), avvenimento nuziale, pregustazione della città nuova e definitiva e partecipazione ad essa; è legame di creazione e di redenzione, cielo aperto sulla terra degli uomini, passaggio dal mondo a Dio; è Pasqua, nella croce e nella risurrezione di Gesù Cristo; è l’anima della vita cristiana, chiamata alla sequela, riconciliazione che muove a carità fraterna.

Cari fratelli nell’episcopato, il vostro convenire pone al centro dei lavori assembleari l’esame della traduzione italiana della terza edizione tipica del Messale Romano [Dopo più di 10 anni era ora!]. La corrispondenza della preghiera della Chiesa (lex orandi) con la regola della fede (lex credendi) plasma il pensiero e i sentimenti della comunità cristiana, dando forma alla Chiesa, corpo di Cristo e tempio dello Spirito [I liturgisti vorrebbero, a ragione, che la lex orandi stabilisca la lex credendi, il Papa si ostina da sempre a dire il contrario, come mai? Perchè se i testi liturgici sono un punto fisso di riferimento, non sottoposto a continue mutazioni, è certo normale, come dicevano i santi Padri, che ad essi ci si rivolga per conoscere ciò che si deve credere. Ma se, come nel secolo che è appena trascorso e all'inizio di questo, la liturgia diventa quanto di più (teologicamente) instabile ci sia, vero campo di battaglia ideologico, è necessario che la legge del credere intervenga per ripristinare la corretta legge del pregare]. Ogni parola umana non può prescindere dal tempo, anche quando, come nel caso della liturgia, costituisce una finestra che si apre oltre il tempo. Dare voce a una realtà perennemente valida esige pertanto il sapiente equilibrio di continuità e novità, di tradizione e attualizzazione. [la crescita e il progresso organico della liturgia non è affatto escluso, ma che sia organico e dove necessario per il bene dei fedeli, non per seguire le idee degli "esperti"].

Il Messale stesso si pone all’interno di questo processo. Ogni vero riformatore [ci possono dunque essere "falsi riformatori"], infatti, è un obbediente della fede: non si muove in maniera arbitraria, né si arroga alcuna discrezionalità sul rito; non è il padrone, ma il custode del tesoro istituito dal Signore e a noi affidato. La Chiesa intera è presente in ogni liturgia: aderire alla sua forma è condizione di autenticità di ciò che si celebra. [più chiaro di così! No all'arbitrarietà, alla discrezionalità, al ritenersi "padroni del rito". Anche i vescovi sono solo custodi e amministratori del tesoro che appartiene alla Chiesa tutta, a cui va assicurata l'autenticità, la verità di ciò che si celebra]

Dal Vaticano, 4 novembre 2010
Benedetto XVI


Testo tratto da: http://www.cantualeantonianum.com/2010/11/lappello-accorato-del-papa-nella_9285.html#ixzz154qfTqpW.

Come l'autore dell'intervento di Cantuale Antonianum anch'io voglio suggerire la lettura (abbastanza pungente e dura, direi) che dell'evento fa Sandro Magister, famoso vaticanista dell'Espresso e gestore del sito www.chiesa: Il papa scuote i vescovi: "Imparate da san Francesco".

sabato 25 settembre 2010

La crisi della Chiesa nei giovani d'oggi

Come è noto quasi a tutti coloro che frequentano regolarmente la propria parrocchia, da tempo si parla di crisi nelle frequentazioni della Santa Messa da parte dei fedeli; addirittura, se qualcuno dei lettori se lo ricorda, qualche anno fa il patriarcato di Venezia aveva commissionato un questionario ai fedeli delle varie parrocchie. Ne è derivata una generale disaffezione alla Messa domenicale, in particolare sono più assidui i fedeli con un più basso titolo di studio. Questo aspetto ha una duplice chiave di lettura: da un lato può significare che i fedeli che hanno la possibilità di studiare non "hanno tempo" per la Messa, oppure la loro frequenza alla Messa è stata messa in crisi proprio dalle materie di studio; dall'altro è un chiaro indizio di come la frequenza alla Messa nei giovani d'oggi termini pressoché con la Cresima.
Pubblichiamo di seguito la storia autografa di un ragazzo di 26 anni, uscita quest'oggi sul blog messainlatino.it; nelle sue righe, che sono garantite essere autentiche, si legge tutto il percorso di distacco dalla fede di un giovane che era ben inserito nella parrocchia, come membro del gruppo scout, quali sono le cause di questo distacco e come viene vissuto. Il percorso di questo giovane si conclude con un riavvicinamento alla fede, e ne sono spiegati anche i motivi. Ovviamente la sezione dei commenti è aperta alla discussione.


«Io ho 26 anni, e la mia è una storia fra tante.
Scout da sempre nell'Agesci, cresciuto a pane e parrocchia; tutto bello, tutto colorato e gioioso, chitarre e batti-batti-le-manine.
Poi, arriva il liceo. Poi l'Università, anche all'estero. Ed è la fine. Filosofia, lettere, scienze, "grandi maestri" che pontificano sulla realtà "vera" che si agita e arde al di fuori di quella caverna platonica delle nostre menti ancora informi dove noi, costretti in vinculis in uno stato di minorità colpevole, ci affidiamo a certe bislacche e fatue figurazioni mitico-soprannaturali, buone giusto per lo studio e il diletto di antropologi e compagni. Sapere aude! è un richiamo ben più forte di certe altre pulsioni adolescenziali.
La mia non era mai stata una fede"passiva".. e cominciai a leggere i miei avversari con una certa qual complicità. Le vette del pensiero di tanti Locke, Petronio, Kant, Voltaire, Hegel, Leopardi, Spinoza, Lucrezio, Sartre, Montale, erano a poco a poco squadernate, disvelate come tante sorgenti d’acqua fresca in altrettanti giardini segreti, lì pronte a dissetare il brivido del proibito e l’arsura della mia giovanile ignoranza.. Le mie convinzioni andavano lentamente sgretolandosi e annacquandosi, da roccia che erano, diventavano sabbia bagnata. E no, a quell’età non avevo gli strumenti per non affondare nelle sabbie mobili che andavano via via formandosi. Guardavo "indietro", in famiglia e in parrocchia.. non serviva: non c'erano quelle figure dalla mente guizzante e audace che mi proponevano tra i banchi del Liceo o in ambito universitario. Solo vecchine dal canto nenioso e vibrato, giovani "amiamoci e costruiamo un mondo nuovo di pace, giustizia e gioia" (un'utopia d'una bassezza talmente becera che farebbe venire l'ernia a Moro e le coliche a Huxley..) o adulti faccendieri, impastati di religione da sagrato tanto quanto d'interessi da bottega. Questo vedevano allora i miei occhi di diciottenne... Il Barone di Münchausen si tirava fuori dalle sabbie mobili tirandosi su per i capelli. Per quanto nella vita reale ci abbia provato, ho fallito. Il mio percorso "culturale" mi aveva portato ormai ad abbracciare posizioni diametralmente opposte a quelle proposte da quell'Istituzione che ora con grande emozione torno a riconoscere come la Santa Madre Chiesa..
Quando si comincia ad urlare il primo vigoroso "no!" a “..ciò che spesso han mascherato con la fede, a tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura..” (Guccini..) si è subito circondati da un coro di applausi, di giustificazioni, di argomentazioni stringenti, di evidenze che ammutoliscono.. trovi pure dei preti che “ti capiscono”, e “ti danno ragione”…Pian piano, la tremula face della Verità soffoca sotto il "secchio" della Logica. Non essendo vero, questo fantasma infantile e antiliberale andava distrutto. In primis, dentro me. “Dovevo” liberarmi dalla “caverna platonica dell’oscurantismo religioso”. Dovevo farcela. Non potevo sopportare l’idea che la mia mente non ce la facesse. Se la cattiva notizia del “Dio non c’è” m’era arrivata, ora stava a me scoprire la notizia “buona”, ossia “che non mi serve”.
Nel frattempo, l’università mi porta ad Amburgo, il “mio deserto”, il mio Egitto e Damasco insieme. Qualche invisibile traccia di un passato cristiano protestante, nell'assoluta indifferenza della vorticosa frenesia del quotidiano.. "Eppure, tutto funziona bene, anche meglio"! Quartieri a luci rosse diventati baluardo simbolo della città (St.Pauli - Reeperbahn), ragazzi che escono di casa a 16-17 anni, alcool a fiumi, cultura del divertimento.. Divertimento e libertà. Tutto low-cost: low cost, low happyness, low life. Parlare di etica è "antistorico". Il sesso é pressoché un'attività sportiva. E la Chiesa tedesca? Rinfrancante era sentire una chiesa che "finalmente" parlava come Eugenio Scalfari ( si digiti “Jaschke Amburgo” su google, le posizioni del Vescovo sono note persino ai paracarri). “Ah, ma allora siamo solo noi che siamo così indietro" fu per me la conferma assoluta.
Fu una suora, Schwester Wimala (almeno spero si scriva così), una Missionaria della Carità della Beata M. Teresa di Calcutta, aspettando il bus, a ribaltare tutto. Erano passati sì e no otto mesi dal mio arrivo. Lo fece con un sorriso. Io là in piedi, nel tardo pomeriggio, grigio, la solita pioggia.. Fumavo una sigaretta, i-pod nelle orecchie.. quando due suore, in abito lungo, velate di bianco e d’azzurro, si piazzano a pochi metri da me, sandali a piedi nudi nel freddo di ottobre. Comincio a pensare.. male. Continuo a pensare, ancora peggio. Poi una delle due suore, girandosi, mi sorride. Fui come pervaso da un senso di disprezzo. E lì, la mia razionalità, mi ha “fregato”. Mi stupii di me stesso, di quella reazione istintiva ad un semplice sorriso.. “va beh che è cattolica.. ma poverina..” E quasi a voler esorcizzare quello che avevo provato fino a qualche minuto prima, andai a parlare con le sorelle. Giusto tre minuti.. Non capivo dai loro sguardi e dai loro sorrisi se fossero solo inebetite dalle “favole cristiane” in cui credevano, o cosa.. fatto sta che conoscerle e scambiare quattro chiacchiere mi fece un inaspettato piacere. Cercai su internet, e trovai dove abitavano. Cominciai a frequentare la Haus Betlehem: all’inizio sempre perché “dovevo” dimostrare che anche i laici, i “non credenti” si danno al volontariato, e quella era una buona occasione. Però le cose non sono andate così..parecchie cose cominciavano a non tornarmi..non mi quadrava come le sorelle potessero dedicare la loro intera vita, in modo così radicale e "duro", se il tutto era solo una festa tra amici un po’ pirla, che si rifugiavano in assurde speranze ultraterrene...
In quei refettori.. tutti tedeschi, anche giovani, giovanissimi.. lì a elemosinare un piatto di zuppa. Tutti tedeschi. Tranne le Suore, indiane, polacche.. Donne trasfigurate da una Luce grandiosa, così stridente di fronte ai volti scuri e spenti di molti là dentro, che venivano da lontano per medicare le ferite di una società malata, che prima seduceva e illudeva..e poi scartava, buttava ai margini. Fu quando cominciai a prendere sul serio l'impegno nella carità che arrivò la Grazia..
E nel mezzo "bella realtà" secolarizzata di Amburgo che descrivevo sopra, che tutte le mie ragioni son crollate.. son crollate di fronte all'animalità della "logica" umana slegata dal Senso primo dell'Uomo. Proprio nel quartiere dei divertimenti di Amburgo, tra prostitute, luci e giovani nei discopub, c'é quella piccola oasi di cinque suorine. E lì vedi, nel silenzio di quel refettorio, donne che vengono da lontano, chiamate da una Voce reale(!) e forte, in forza della quale dedicano la loro vita e i loro sforzi alla cura delle piaghe di questa società..
E allora ti commuovi. Capisci che c'é qualcosa che non va. "Dai una chance" a quella voce. Capisci che tutto quel che propone questo mondo, finisce quando questo mondo ti volta le spalle, spegne le luci.. A riaccenderle, ci son quelle cinque piccole suore.. gli esseri più magnifici d'Amburgo. Ti "arrendi"di fronte al Sepolcro spalancato del mondo e di chi l'ha vinto. E decidi di entrare nel Mistero..
Il tutto mentre nelle parrocchie e tra i vescovi locali, si continuava a blaterale di sociale, di profilattici, di laici, celibato sacerdotale ecc.. tralasciando i nervi scoperti del male spirituale che ammorba le coscienze.
Più egoisticamente: non parlavano del male spirituale che ammorbava (e ammorba) la MIA coscienza.
Perché non era finita qui. Fides quaerit intellectum, e numerosi erano i nodi che rimanevano da “sciogliere”, quasi attendessero sogghignanti una capitolazione.. Oggi rido, se penso che volessi essere IO a fare i conti con Dio!..
Un bel giorno, dopo l'università e il lavoro.. andai a Messa. O almeno credevo.. Turisti dentro alla Cattedrale..Tutti a muoversi guidati da un cicerone che tutto fa tranne che curarsi dei quattro gatti in preghiera di fronte di fronte al cubo con sopra una piramide posta su un parallelepipedo ultra-futurista che serve da Tabernacolo. I turisti e il cicerone si mettono proprio là davanti, dando le spalle al Santissimo, parlando e ridendo.. Come se non bastasse, quella sera invece della Messa c'era una funzione ecumenica, rigorosamente senza sacerdote, per pregare per le donne in Papua Nuova Guinea!! Salutiamoci in papuano! fu il saluto della “ministressa”...
..et Lux in tenebris lucet..Così ho aperto gli occhi sull'abisso di certa anarchia progressista post-conciliare: non mi stavano offrendo Cristo, non mi stavano aiutando verso la Sua Croce. Stavano “giocando” ad un varietà religioso terzomondista “volemose ‘bbene”.
E progressivamente, mese dopo mese.. ho scoperto la Tradizione, porto sicuro e santo dove poter vivere la Fede in pienezza, senza sconti o diluizioni, sic et simpliciter come l'hanno vissuta i grandi Santi e i milioni e milioni di fratelli e sorelle che ci hanno preceduto nel tempo.. Perché “quella è La Chiesa”, la Ecclesia presenza salvifica nel mondo. Il mondo si salva per la Missione, per la Testimonianza di chi ha creduto nell’Amore. Una Chiesa orante, che non smette MAI di pregare e di offrirsi in sacrificio a Dio. Anche per “me”. Che prega per la mia conversione, che prega perché il Signore mi richiami a sé, che “mi mostri la Sua Misericordia e mi doni la Sua salvezza”.
Non quella che vorrebbe esser come Vasco Rossi e benedire dal palcoscenico del mondo la nostra “vita spericolata”. Con buona pace del Summorum Pontificum, l’unico posto dove poter assistere alla S. Messa di sempre era il Priorato della San Pio X. Non sono passato da un estremo all’altro: ho solo cercato chiarezza.. inter multiplices, io volevo sentire UNA sola VOX. Una sola.
Quel Sacerdote, così pieno di Dio, sereno di fronte alle mie turbolenze, paziente di fronte alle mie insinuanti malignità, severo e a tratti burbero ai miei conati di sufficienza (come si sentono superiori i “nipotastri di Voltaire”!).. sempre all'altezza d'un testa a testa intellettuale che mi lasciasse non dico convinto, ma mi togliesse il gusto di "avergliene sapute dire quattro".
Poi la Santa Messa.. la prima volta, era un mattino, alle 10 emezza.. il Sacerdote, una signora, ed io. Silenzio. Muto per tutta la Messa. Io mi aspettavo un canto, una lettura.. niente. Rimasi confuso.. che roba è?..Silenzio. Fino al Sacrificio. Quella Messa, mi ha fatto male. Sì, MALE.
Non le banalità, non la GGGioia da ebeti che svanisce appena usciti da Messa, non il "costruiamo un asilo in Botswana".. SILENZIO. Quel Sacerdote stava lasciando posto a Dio, là in fondo; lui, nascosto dentro e dietro i suoi paramenti, quasi come un chirurgo al tavolo operatorio. Cristo, con lui, sopra di lui, che "obbedisce" alle parole di quel sacerdote, e si strazia, si immola.. Il Sacro, fa male.
E' come se ci muovessimo nelle profondità di un oceano, ermeticamente chiusi nelle nostre belle camere pressurizzate e ossigenate. Per uscire fuori, ci occorrerebbero ore e ore nelle camere di depressurizzazione. Ecco, il Sacro è quella camera di depressurizzazione. E l'oceano, è Dio.
Il “battesimo” nel Giordano tridentino porta inevitabilmente con sé qualche angosciosa domanda sullo spartiacque del Vaticano II..
Intendiamoci: io non ce l'ho col Concilio Vaticano II in sé.. non ho né i mezzi culturali né la Fede di Mons. Gherardini o di Amerio per poter leggere il “fenomeno Vaticano II”, né il dramma spirituale vissuto da S. Ecc. Mons. Lefebvre per poterlo “accusare”.
Di certo però ce l'ho a morte con il risultato di anni e anni in cui "tutto" è stato scialacquato in una marea di banalità circensi, dove il MASSIMO, dico, IL MASSIMO che ci si possa sentir generalmente dire a Messa sono i consigli di Frate Indovino nei panni d'un sindacalista. Ma possibile, POSSIBILE dico io che in duemila anni di Storia della Chiesa, di elevazioni spirituali dei Padri, dei Santi, dei Mistici, dei Dottori, di monaci, eremiti, religiosi e religiose..tutto quello che esce in un'omelia siano quattro banalità da paninari?.. A volte non sono nemmeno più omelie: sono pubblicità progresso.
Sua Eminenza il Card. Biffi (Iddio ce lo conservi), in un libello squisito e illuminante, “Il quinto Vangelo”, immagina un “Buon Pastore” in chiave post-conciliare, il quale, dopo aver smarrite le 99 pecorelle, caccia fuori dall’ovile pure l’ultima rimasta, rimproverandola per la scarsa intraprendenza.. e poi se ne va a bere con gli amici all’osteria, discutendo di pastorizia. Dagli torto!
"..nella celebrazione liturgica, è importante non prevaricare mai su ciò che la Chiesa ha tramandato nei secoli. Partecipare in questo modo alla liturgia ci insegna l'amore per la bellezza. Non possiamo vivere la liturgia dimenticando la sua infinitezza cosmica, che arriva fino agli estremi confini del creato e comprende gli angeli del cielo e i santi di tutti i tempi. La liturgia è l'eterno che entra nel tempo e nello spazio. E' il mondo come Dio lo ha pensato.." (Mons. Camisasca, "Padre", pag 84). Beh, chi vede tutto questo nella stragrande maggioranza delle celebrazioni “novus ordo”?.. Io di certo no. Per non parlare di quando siamo tra scout "cattolici", io ormai la Comunione dopo certe “messe” dove il Vangelo viene mimato a scenette o ci si passa in cerchio la pisside con le Sacre Specie e ognuno prende e mangia, non mi sento nemmeno più di farla..
A questo punto io non me la prendo più coi "giovani" perchè perdono la Fede. Ma con gli adulti che non sanno trasmetterla nella Sua vorticosa, abissale profondità e bellezza. Non sanno trasmetter loro quel senso di vertigine che piega le ginocchia di fronte all'Assoluto. Ma come, la passione per il calcio, per la pesca, per la collezione di aeromodelli sì.. e la passione per la SS. Trinità no?!
Vedo nella Messa "nuova" (che io sono tornato a frequentare, intendiamoci) una vittima e al contempo, una complice di tutto questo. Quante volte ho sentito: “dipende come viene celebrata”. Ecco: there is no right without a remedy, dicono i giuristi britannici.. non ha senso affermare l’esistenza di un diritto, se questo non può esser fatto valere. Bene: fino a quando assisteremo alla dissacrazione e alla profanazione costante, sistematica, studiata e compiaciuta di ciò che abbiamo di più caro e più sacro senza che nessuno possa porvi rimedio, beh: QUELLA E' la Messa nuova, non la Messa "celebrata male". Chi può dire che le “messe scout” sono celebrate male (S. Em. il Card. Caffarra a parte)? Chi può dirlo delle messe carismatiche? Chi delle liturgie di certi cammini? Chi delle messe con danze etno-pop nei palazzetti dello sport, se a concelebrare c’è il fior fior dell’episcopato nazionale? Purtroppo non esiste più "una" messa NovusOrdo, ci sono infinite messe NovusOrdo.. e non si può sempre e solo dar colpa al singolo interprete del momento, MA a chi ha fatto finta di non sapere che poi, quel testo scritto in the books (sempre per citare la giurisprudenza anglosassone), sarebbe entrato in action, ossia nella vita di parrocchie, movimenti, gruppi, associazioni ecc.. sarebbe andato in mano a mille interpreti. La Sacrosantum Concilium è de facto carta straccia, descrive una liturgia che, nella pratica domenicale dell’Orbe cattolico, non esiste. Sempre che non intenda dire altro rispetto a quel che vi si trova scritto, ovvio.
Mi chiedo CHI sentisse il bisogno di annacquare tutto, di buttare tutto alle ortiche per "rendere tutto più comprensibile". Quel che c'è da capire, si capisce perfettamente. Quel che non si capisce, é perché non é umanamente dato capire... Ciò che si è reso comprensibile NON E' il mistero di Dio, ma sono le trovate dei tanti autoteologi che hanno imperversato e imperversano, talvolta anche da autorevoli pulpiti, nella Vigna del Signore. Per dirla con l'allora Card. Ratzinger: non mi stupisco che vi sia gente che non creda, mi stupisco di più che ve ne sia ancora che invece creda.
Il Vaticano II e il suo spettro sono diventati per molti, MOLTISSIMI un alibi para-dogmatico per non prender più sul serio NULLA (tutto è “simbolo”, fin troppo) per sentirsi sempre sulla cresta dell'onda dell'aggiornamento: dobbiamo svecchiarci, esser più moderni, altrimenti i giovani non ci seguono, la gente non capisce.
Se un prete cinquantenne entrato in seminario a quindici anni e vissuto “tra preti” per i restanti trentacinque, per sentirsi moderno, giovane e dinamico deve ricorrere a espedienti da varietà ( messe calcistiche, messe “dei giovani” col trenino della pace (sic!), messe “rock” perché “Gesù è rock!”..Praystation, Holy Beach: Surf and Pray..) o benedire la promiscuità (l’importante è volersi bene), non è “moderno”: è un patetico BUFFONE ed è grazie a gente come lui che molti giovani non ci pensano due volte a guardare a questi acrobati dell'inutile, alzare le spalle con sufficienza e dire: “grazie, no: ho smesso”. Peccato dicano “no” non solo a quel singolo pretonzolo.. ma lo dicano pure al Cristo, all’Immacolata.. e alla Chiesa dei Padri del deserto, dei Martiri, dei Santi, dei Dottori.. Ma come possono saperlo? Davanti a loro, c’è solo un don chichì qualunque..
IO sono moderno, qui e oggi, ma la mia Fede mi sovrasta, antica e meravigliosa come le stelle. Quelle vere, del firmamento, non quelle di cartoncino giallo, misurabili e afferrabili, belle da mettere in vetrina, buone per le feste, ritagliate da Voltaire e compagni... Dipende che stelle mi vuol mostrare la Chiesa. Di quelle da mettere in vetrina, anche se fatte dalle manine sante di uomini e donne "di chiesa", ci si stufa.. Non ci si stupisca poi, per dirla con l’Arcivescovo di Cagliari Mons. Mani, di non trovare più la Chiesa di Dio.. ma “una baracca”. Ci si giocherà alla Praystation.

Andrea G.
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