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venerdì 26 ottobre 2012

Il Purgatorio. II-I novissimi

Nel post precedente ho accennato ai Novissimi, cioè le cose ultime dell'uomo. In questo post vorrei presentare la dottrina della Chiesa sui Novissimi così come appare nel Catechismo Maggiore di San Pio X e nell'ultima edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Essa, nella conoscenza di quanto ci aspetta e di quanto il Signore ci ha promesso, ci sprona a vivere la nostra vita proiettata non più tra le preoccupazioni di questo mondo ma nell'altro, e ci dà motivo di pregare per i nostri fratelli defunti che si trovano nel Purgatorio, affinché giungano al più presto nella gloria del Cielo .

Dal Catechsimo Maggiore:

968. Che cosa intendete per Novissimi?
Novissimi sono chiamate nei Libri santi le cose ultime che accadranno all’uomo.
969. Quanti sono i Novissimi, o cose ultime dell’ uomo?
I Novissimi, o cose ultime dell’uomo, sono quattro:
Morte,
Giudizio,
Inferno,
Paradiso.
970. Perché i Novissimi si dicono cose ultime dell’uomo?
I Novissimi si dicono cose ultime dell’uomo, perché la Morte è l’ultima cosa che ci accade in questo mondo; il Giudizio di Dio è l’ultimo fra i giudizi che dobbiamo sostenere; l’Inferno è l’estremo male che avranno i cattivi; il Paradiso il sommo bene che avranno i buoni.
971. Quando dobbiamo noi pensare ai Novissimi?
È bene pensare ai Novissimi ogni giorno, e massimamente nel fare orazione alla mattina subito svegliati, alla sera prima di andare a riposo e tutte le volte che siamo tentati a far male, perché questo pensiero è validissimo a farci evitare il peccato.

Dal Catechsimo della Chiesa Cattolica:

1020 Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l'ultima volta, le parole di perdono dell'assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l'ha segnato, per l'ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole:

« Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi. [...] Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi. [...] Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno ». [604]

I. Il giudizio particolare

1021 La morte pone fine alla vita dell'uomo come tempo aperto all'accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo [605]. Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell'incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l'immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro [606] e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone [607] così come altri testi del Nuovo Testamento [608] parlano di una sorte ultima dell'anima [609] che può essere diversa per le une e per le altre.

1022 Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione [610], o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, [611] oppure si dannerà immediatamente per sempre [612].

« Alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore ». [613]

II. Il cielo

1023 Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono « così come egli è » (1 Gv 3,2), « a faccia a faccia » (1 Cor 13,12) [614]:

« Con la nostra apostolica autorità definiamo che, per disposizione generale di Dio, le anime di tutti i santi morti prima della passione di Cristo [...] e quelle di tutti i fedeli morti dopo aver ricevuto il santo Battesimo di Cristo, nelle quali al momento della morte non c'era o non ci sarà nulla da purificare, oppure, se in esse ci sarà stato o ci sarà qualcosa da purificare, quando, dopo la morte, si saranno purificate, [...] anche prima della risurrezione dei loro corpi e del giudizio universale — e questo dopo l'ascensione del Signore e Salvatore Gesù Cristo al cielo — sono state, sono e saranno in cielo, associate al regno dei cieli e al paradiso celeste con Cristo, insieme con i santi angeli. E dopo la passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo, esse hanno visto e vedono l'essenza divina in una visione intuitiva e anche a faccia a faccia, senza la mediazione di alcuna creatura ». [615]

1024 Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata « il cielo ». Il cielo è il fine ultimo dell'uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva.

1025 Vivere in cielo è « essere con Cristo » [616]. Gli eletti vivono « in lui », ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome [617]:

« Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi Regnum – La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c'è Cristo, là c'è la vita, là c'è il Regno ». [618]

1026 Con la sua morte e la sua risurrezione Gesù Cristo ci ha « aperto » il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui.

1027 Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano » (1 Cor 2,9).

1028 A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo mistero alla contemplazione immediata dell'uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa « la visione beatifica »:

« Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio, avere l'onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, [...] godere nel regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio, le gioie dell'immortalità raggiunta ». [619]

1029 Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all'intera creazione. Regnano già con Cristo; con lui « regneranno nei secoli dei secoli » (Ap 22,5). [620]

III. La purificazione finale o purgatorio

1030 Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo.

1031 La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt'altra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concili di Firenze [621] e di Trento. [622] La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, [623] parla di un fuoco purificatore:

« Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c'è, prima del giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt 12,32). Da questa affermazione si deduce che certe colpe possono essere rimesse in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro ». [624]

1032 Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: « Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato » (2 Mac 12,45). Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, [625] affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti:

« Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, [626] perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? [...] Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere ». [627]

IV. L'inferno

1033 Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: « Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna » (1 Gv 3,14-15). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. [628] Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola « inferno ».

1034 Gesù parla ripetutamente della « geenna », del « fuoco inestinguibile », [629] che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l'anima che il corpo. [630] Gesù annunzia con parole severe: « Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno [...] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente » (Mt 13,41-42), ed egli pronunzierà la condanna: « Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno! » (Mt 25,41).

1035 La Chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, « il fuoco eterno ». [631] La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

1036 Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l'inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l'uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: « Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano! » (Mt 7,13-14).

« Siccome non conosciamo né il giorno né l'ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l'unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci sarà pianto e stridore di denti ». [632]

1037 Dio non predestina nessuno ad andare all'inferno; [633] questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole « che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi » (2 Pt 3,9):

« Accetta con benevolenza, o Signore, l'offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti ». [634]

V. Il giudizio finale

1038 La risurrezione di tutti i morti, « dei giusti e degli ingiusti » (At 24,15), precederà il giudizio finale. Sarà « l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce [del Figlio dell'uomo] e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna » (Gv 5,28-29). Allora Cristo « verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli [...]. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. [...] E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna » (Mt 25,31-33.46).

1039 Davanti a Cristo che è la verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio. [635] Il giudizio finale manifesterà, fino alle sue ultime conseguenze, il bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena:

« Tutto il male che fanno i cattivi viene registrato a loro insaputa. Il giorno in cui Dio non tacerà (Sal 50,3) [...] egli si volgerà verso i malvagi e dirà loro: Io avevo posto sulla terra i miei poverelli, per voi. Io, loro capo, sedevo nel cielo alla destra di mio Padre, ma sulla terra le mie membra avevano fame. Se voi aveste donato alle mie membra, il vostro dono sarebbe giunto fino al capo. Quando ho posto i miei poverelli sulla terra, li ho costituiti come vostri fattorini perché portassero le vostre buone opere nel mio tesoro: voi non avete posto nulla nelle loro mani, per questo non possedete nulla presso di me ». [636]

1040 Il giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l'ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l'opera della creazione e di tutta l'Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte. [637]

1041 Il messaggio del giudizio finale chiama alla conversione fin tanto che Dio dona agli uomini « il momento favorevole, il giorno della salvezza » (2 Cor 6,2). Ispira il santo timor di Dio. Impegna per la giustizia del regno di Dio. Annunzia la « beata speranza » (Tt 2,13) del ritorno del Signore il quale « verrà per essere glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto » (2 Ts 1,10).

VI. La speranza dei cieli nuovi e della terra nuova

1042 Alla fine dei tempi, il regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Dopo il giudizio universale i giusti regneranno per sempre con Cristo, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo sarà rinnovato:

Allora la Chiesa « avrà il suo compimento [...] nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l'uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo ». [638]

1043 Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l'umanità e il mondo, dalla Sacra Scrittura è definito con l'espressione: « i nuovi cieli e una terra nuova » (2 Pt 3,13). [639] Sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio di « ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra » (Ef 1,10).

1044 In questo nuovo universo, [640] la Gerusalemme celeste, Dio avrà la sua dimora in mezzo agli uomini. Egli « tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate » (Ap 21,4). [641]

1045 Per l'uomo questo compimento sarà la realizzazione definitiva dell'unità del genere umano, voluta da Dio fin dalla creazione e di cui la Chiesa nella storia è « come sacramento ». [642] Coloro che saranno uniti a Cristo formeranno la comunità dei redenti, la « Città santa » di Dio (Ap 21,2), « la Sposa dell'Agnello » (Ap 21,9). Essa non sarà più ferita dal peccato, dalle impurità, [643] dall'amor proprio, che distruggono o feriscono la comunità terrena degli uomini. La visione beatifica, nella quale Dio si manifesterà in modo inesauribile agli eletti, sarà sorgente perenne di gaudio, di pace e di reciproca comunione.

1046 Quanto al cosmo, la Rivelazione afferma la profonda comunione di destino fra il mondo materiale e l'uomo:

« La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio [...] e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione [...]. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo » (Rm 8,19-23).

1047 Anche l'universo visibile, dunque, è destinato ad essere trasformato, « affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia, senza più alcun ostacolo, al servizio dei giusti », [644] partecipando alla loro glorificazione in Gesù Cristo risorto.

1048 « Ignoriamo il tempo in cui saranno portate a compimento la terra e l'umanità, e non sappiamo il modo in cui sarà trasformato l'universo. Passa certamente l'aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini ». [645]

1049 « Tuttavia l'attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell'umanità nuova che già riesce a offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l'umana società, tale progresso è di grande importanza ». [646]

1050 « Infatti i beni della dignità dell'uomo, della comunione fraterna e della libertà, cioè tutti questi buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale ». [647] Dio allora sarà « tutto in tutti » (1 Cor 15,28), nella vita eterna:

« La vita, nella sua stessa realtà e verità, è il Padre, che attraverso il Figlio nello Spirito Santo riversa come fonte su tutti noi i suoi doni celesti. E per la sua bontà promette veramente anche a noi uomini i beni divini della vita eterna ». [648]

In sintesi

1051 Ogni uomo riceve nella sua anima immortale la propria retribuzione eterna fin dalla sua morte, in un giudizio particolare ad opera di Cristo, giudice dei vivi e dei morti.

1052 « Noi crediamo che le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo [...] costituiscono il popolo di Dio nell'al di là della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della risurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi ». [649]

1053 « Noi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite attorno a Gesù e a Maria in paradiso, forma la Chiesa del cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com'è e dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi e aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine ». [650]

1054 Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma imperfettamente purificati, benché sicuri della loro salvezza eterna, vengono sottoposti, dopo la morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia di Dio.

1055 In virtù della « comunione dei santi », la Chiesa raccomanda i defunti alla misericordia di Dio e per loro offre suffragi, in particolare il santo sacrificio eucaristico.

1056 Seguendo l'esempio di Cristo, la Chiesa avverte i fedeli della triste e penosa realtà della morte eterna, [651] chiamata anche « inferno ».

1057 La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio; in Dio soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

1058 La Chiesa prega perché nessuno si perda: « Signore, [...] non permettere che sia mai separato da te ». [652] Se è vero che nessuno può salvarsi da se stesso, è anche vero che Dio « vuole che tutti gli uomini siano salvati » (1 Tm 2,4) e che per lui « tutto è possibile » (Mt 19,26).

1059 « La santissima Chiesa romana crede e confessa fermamente che nel [...] giorno del giudizio tutti gli uomini compariranno col loro corpo davanti al tribunale di Cristo per rendere conto delle loro azioni ». [653]

1060 Alla fine dei tempi, il regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Allora i giusti regneranno con Cristo per sempre, glorificati in corpo e anima, e lo stesso universo materiale sarà trasformato. Dio allora sarà « tutto in tutti » (1 Cor 15,28), nella vita eterna.

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(604) Sacramento dell'Unzione e cura pastorale degli infermi, Raccomandazione dei moribondi, 236-237 (Libreria Editrice Vaticana 1984) p. 111-112.

(605) Cf 2 Tm 1,9-10.

(606) Cf Lc 16,22.

(607) Cf Lc 23,43.

(608) Cf 2 Cor 5,8; Fil 1,23; Eb 9,27; 12,23.

(609) Cf Mt 16,26.

(610) Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 856; Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS 1304; Concilio di Trento, Sess. 25a, Decretum de purgatorio: DS 1820.

(611) Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 857; Giovanni XXII, Bolla Ne super his: DS 991; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1000-1001; Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS 1305.

(612) Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 858; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1002; Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS 1306.

(613) San Giovanni della Croce, Avisos y sentencias, 57: Biblioteca Mística Carmelitana, v. 13 (Burgos 1931) p. 238.

(614) Cf Ap 22,4.

(615) Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1000; cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 49: AAS 57 (1965) 54.

(616) Cf Gv 14,3; Fil 1,23; 1 Ts 4,17.

(617) Cf Ap 2,17.

(618) Sant'Ambrogio, Expositio evangelii secundum Lucam, 10, 121: CCL 14, 379 (PL 15, 1927).

(619) San Cipriano di Cartagine, Epistula 58, 10: CSEL 32, 665 (56, 10: PL 4, 367-368).

(620) Cf Mt 25,21.23.

(621) Cf Concilio di Firenze, Decretum pro Graecis: DS 1304.

(622) Cf Concilio di Trento, Sess. 25a, Decretum de purgatorio: DS 1820; Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 30: DS 1580.

(623) Per esempio, 1 Cor 3,15; 1 Pt 1,7.

(624) San Gregorio Magno, Dialogi, 4, 41, 3: SC 265, 148 (4, 39: PL 77, 396).

(625) Cf Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 856.

(626) Cf Gb 1,5.

(627) San Giovanni Crisostomo, In epistulam I ad Corinthios, homilia 41, 5: PG 61, 361.

(628) Cf Mt 25,31-46.

(629) Cf Mt 5,22.29; 13,42.50; Mc 9,43-48.

(630) Cf Mt 10,28.

(631) Cf Simbolo Quicumque: DS 76; Sinodo di Costantinopoli (anno 543), Anathematismi contra Origenem, 7: DS 409; Ibid., 9: DS 411; Concilio Lateranense IV, Cap. 1, De fide catholica: DS 801; Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 858; Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1002; Concilio di Firenze, Decretum pro Iacobitis: DS 1351; Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 25: DS 1575; Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 12: AAS 60 (1968) 438.

(632) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS 57 (1965) 54.

(633) Cf Concilio di Orange II, Conclusio: DS 397; Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canone 17: DS 1567.

(634) Preghiera eucaristica I o Canone Romano: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 386.

(635) Cf Gv 12,48.

(636) Sant'Agostino, Sermo 18, 4, 4: CCL 41, 247-249 (PL 38, 130-131).

(637) Cf Ct 8,6.

(638) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 48: AAS 57 (1965) 53.

(639) Cf Ap 21,1.

(640) Cf Ap 21,5.

(641) Cf Ap 21,27.

(642) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1: AAS 57 (1965) 5.

(643) Cf Ap 21,27.

(644) Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 5, 32, 1: SC 153, 398 (PG 7, 1210).

(645) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 39: AAS 58 (1966) 1056-1057.

(646) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 39: AAS 58 (1966) 1057.

(647) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 39: AAS 58 (1966) 1057; cf Id., Cost. dogm. Lumen gentium, 2: AAS 57 (1965) 5-6.

(648) San Cirillo di Gerusalemme, Catecheses illuminandorum, 18, 29: Opera, v. 2, ed. J. Rupp (Monaco 1870) p. 332 (PG 33, 1049).

(649) Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 28: AAS 60 (1968) 444.

(650) Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 29: AAS 60 (1968) 444.

(651) Cf Congregazione per il Clero, Direttorio catechistico generale, 69: AAS 64 (1972) 141.

(652) Preghiera prima della Comunione: Messale Romano (Libreria Editrice Vaticana 1993) p. 421.

(653) Concilio di Lione II, Professione di fede di Michele Paleologo: DS 859; cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 16: DS 1549.

giovedì 25 ottobre 2012

Il Purgatorio. I-La morte nel mondo di oggi

In questi giorni che anticipano e in quelli che seguiranno i due giorni di Ognissanti e della Commemorazione di tutti i fedeli defunti desidero scrivere una serie di post dedicati alla dottrina della Chiesa cattolica sul Purgatorio, al fine di far convergere la preghiera e la meditazione sul Mistero del Purgatorio e sulle anime dei defunti ivi imprigionate. In questo primo post faccio una personale analisi sull'interpretazione della morte e della vita dopo la morte che oggi sembra essere più diffusa tra i credenti e i non credenti.
Nel nostro mondo sempre più secolarizzato, anche la morte e la vita dopo la morte stanno subendo un processo di progressiva scristianizzazione anche da parte di chi si professa cristiano. Una conseguenza particolarmente curiosa di questo processo è il fatto che oggi credere in una vita dopo la morte non è più il tratto che contraddistingue un credente da un ateo. Infatti fino a pochi anni fa, ma c'è chi continua ad asserirlo ancora, moltissimi pensatori atei accusavano i credenti per il fatto che la loro fede sarebbe debole proprio perché essi non si accontenterebbero della morte come fine della vita, ma, a motivo di consolazione illusoria (questo è quello che gli atei affermano), credono che la vita continui nell'aldilà. In realtà oggi sembra che siano più gli atei, seguiti purtroppo anche da una buona fetta di coloro che si dicono cristiani, a credere ad una certa vita dopo la morte, che però nulla ha a che vedere con quella vera; essa sembra fatta apposta per consolare quelli che restano qui sulla terra, piuttosto che per coloro che effettivamente entrano nell'aldilà.
Queste le caratteristiche dello stravagante "aldilà", che molto (troppo) sembra avere in comune con l'aldiqua: innanzitutto tutti coloro che ci lasciano diventerebbero angeli, senza alcuna coscienza di cosa effettivamente gli Angeli siano. Questa metamorfosi angelica sembra essere poi legata all'età ed alle circostanze che hanno portato alla morte: in generale più il defunto è giovane e più sarebbe facile che diventi un angelo, così come accade quanto più improvvisa è la morte. In questa vita futura essi continuerebbero a svolgere le attività che svolgevano da "vivi", o meglio, continuerebbero a fare soltanto quello che a loro piaceva fare da vivi (fosse stato anche andare a donne); guarderebbero ai loro congiunti rimasti sulla terra con uno sguardo non buono, ma buonista, evitando ogni possibile rimprovero, ma piuttosto incoraggiando ogni azione che i vivi credono buona per loro. Questo genere di convinzione sembra rafforzarsi quando nei funerali cristiani, specialmente di giovani morti improvvisamente, si lascia ai loro amici ricoprire la bara con magliette della squadra del cuore, portare, in chiesa o fuori, motociclette, automobili, strumenti musicali che il defunto apprezzava in vita, richiedere ai musicisti di parrocchia "canzoni allegre" perché il defunto era una persona allegra. Infine, in alcuni casi sempre più frequenti, si richiede la cremazione del corpo per tenerselo in casa o per spargerne le ceneri in mare, sulla terra o addirittura nello spazio; è assai raro, infatti, vedere giovani recarsi in un cimitero per pregare sulla tomba di un loro amico defunto.
Grande assente in questo tipo di cerimonie funebri è proprio la preghiera; l'unica parvenza di preghiera è quella per gli astanti, dal momento che è diffusa la convinzione che per il morto non serva pregare, se davvero è "un angelo" che felice saltella per i prati di un paradiso molto simile alla nostra terra. C'è da dire che molto spesso ci si mettono anche i preti, che durante i funerali pronunciano, più che omelie, vere e proprie "agiografie" del defunto, sempre per la convinzione che in un funerale non si debba pregare per il defunto ma serva molto più preoccuparsi di quello che vuole sentirsi dire l'"Assemblea". Come conseguenza alcuni di questi sacerdoti consentono, specialmente dopo la Comunione, ricordi funebri da parte di parenti e amici sullo stile hollywoodiano che vediamo al cinema o in tv, oppure smettono le vesti nere, il colore proprio del rito funebre, per indossare quelle viola (che forse, credono, sia di un impatto meno negativo sull'"Assemblea") o peggio quelle bianche (perché il defunto è già puro e santo); alcuni arrivano addirittura ad insegnare che il funerale è un matrimonio, il matrimonio dell'anima del defunto con Dio, e pertanto, durante la funzione, cercano, magari in buona fede, di strappare un sorriso sulle facce dei poveri congiunti.
Questo tipo di cerimonie forse potrà consolare parenti e amici, anche se dubito che si possa essere pienamente consolati allo stesso modo di come si fa coi bambini, magari dicendo cose false. Se davvero fosse questo l'aldilà avrebbero ragione gli atei che accusano i credenti di crearsi il paradiso che vogliono o che si immaginano, perché è proprio questa la verità: questo è un paradiso inventato. Cosa ne è della pietà per il defunto? Se il defunto avesse bisogno di preghiere per la sua anima, chi le eleverà al suo posto, se parenti e amici sono convinti della sua salvezza?
In tutto questo ragionamento manca un appiglio fondamentale per un cattolico, la dottrina cristiana; accanto al Paradiso (alla cui esclusiva presenza molti sembrano ridurre l'aldilà) mancano l'Inferno e il Purgatorio; mancano il Giudizio particolare ed il Giudizio universale; mancano, in altre parole, i Novissimi, le cose ultime, che un tempo la Chiesa insegnava ma che ora sono viste come qualcosa di sorpassato.
Nei prossimi post dedicati al Purgatorio approfondiremo più dettagliatamente la dottrina della Chiesa a proposito della vita dopo la morte, come essa richieda da parte dei vivi non astrazione sullo stato dei propri defunti, ma innanzitutto preghiera e speranza e come la conoscenza della verità sulla morte cristiana diventi uno sprone non solo per gli istanti ultimi della propria vita, ma per tutta la durata della nostra vita e di quella degli altri.

lunedì 31 ottobre 2011

Solennità di Tutti i Santi

La dedicazione di un giorno particolare nel calendario per la celebrazione di un'unica festa per tutti i Santi risale ai primi secoli della storia cristiana, e fin dai secoli VIII e IX si hanno testimonianze storiche ben documentate sul fatto che la festa fosse celebrata anche a Roma il primo giorno di novembre. La Chiesa onora l'assemblea festosa delle anime di coloro che, nostri fratelli, sono ora nella gloria del Paradiso, insieme alle schiere celesti, e possono godere della visione beata del Padre. L'interpretazione del culto dei Santi nella Chiesa cattolica ha provocato e provoca tutt'ora qualche confusione: si pensi ad esempio ad alcune eresie protestanti; oppure ai frequenti dubbi che vengono instillati spesso nei ragazzi e nei giovani, tentando di fare del culto dei Santi un pretesto per farli allontanare Fede cattolica. Li si induce, cioè, a pensare che i Santi siano onorati nella Chiesa in maniera impropria, addirittura come se fossero altri dei. Nulla di più sbagliato e fuorviante. Ci viene in aiuto un estratto del sempre utile Catechismo Maggiore di San Pio X, che in maniera semplice e breve ci aiuta a capire perché celebrare la solennità di Tutti i Santi:

«208. Perché la Chiesa ha istituito la festa di tutti i Santi?

La Chiesa ha istituito la festa di tutti i Santi:

  • per lodare e ringraziare il Signore d'aver santificati i suoi servi in terra e d'averli coronati di gloria in cielo;
  • per onorare in questo giorno anche quei Santi de' quali non si fa una festa particolare fra l'anno;
  • per procurarci maggiori grazie col moltiplicare gli intercessori;
  • per riparare in questo giorno i mancamenti che nel corso dell'anno abbiamo commesso nelle feste particolari dei Santi;
  • per eccitarci maggiormente alla virtù cogli esempi di tanti Santi d'ogni età, d'ogni condizione e di ogni sesso, e colla memoria della ricompensa che godono in cielo.»

E, al numero successivo, aggiunge:

«209. Che cosa ci deve animare ad imitare i Santi?

Ad imitare i Santi ci deve animare il considerare che essi erano deboli e fragili come noi e soggetti alle stesse passioni, che confortati dalla divina grazia si sono fatti santi con quei mezzi che possiamo usare anche noi, e che per i meriti di Gesù Cristo è promessa a noi pure quella stessa gloria che ora essi godono in paradiso.»

Da queste poche ma efficaci righe, capiamo perché la Chiesa onora i Santi: innanzitutto è una lode ed un ringraziamento a Dio, che ha onorato per primo questi suoi servi sulla terra e nel cielo; è poi un invito all'imitazione delle virtù di questi nostri fratelli che ci hanno preceduto sulla terra, e che hanno meritato di essere riconosciuti in maniera particolare dalla Chiesa a motivo dell'esemplarità con cui hanno vissuto il Vangelo di Cristo. I Santi, per la Chiesa, non sono affatto delle divinità, né il loro culto può essere in qualche modo associato ad una qualsiasi forma di politeismo, come certi individui, nella loro ignoranza di come stanno realmente le cose, vogliono far credere alla gente, traendo in errore anche le anime innocenti. Il Catechismo di San Pio X precisa che essi erano "deboli e fragili come noi e soggetti alle stesse passioni", e non per l'esclusivo proprio merito si sono sollevati, ma "confortati dalla divina grazia", "con quei mezzi che possiamo usare anche noi". Quindi il culto reso ai santi diventa anche un ringraziamento a Dio, poiché Egli dà anche a noi le possibilità e i mezzi per essere santi; da qui nasce, poi, una supplica affinché ci conceda, al termine della nostra vita di raggiungere i nostri fratelli, che già sono Santi, in Paradiso.

Perché, allora, pregare i santi? Innanzitutto bisogna precisare che Colui a cui indirizzare ogni nostra preghiera è sempre la Santissima Trinità, nel nome di Gesù Cristo nostro Signore; ciò detto, la preghiera ai Santi non mira a richiedere a loro stessi direttamente quei beni e quelle grazie di cui solo Dio è dispensatore, ma riconosce i Santi come "intercessori", ossia mediatori. Essi portano la nostra preghiera a Dio, pregandolo perché venga esaudita e guadagnandoci in questo modo le grazie richieste; San Giacomo, infatti, afferma che «molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza» (Gc 5, 16) e, poiché nessuno di noi sulla terra può dirsi giusto e privo di colpe, molto più delle nostre saranno gradite al Signore le preghiere di coloro che, per la grazia di Cristo e la rettitudine con cui hanno applicato alla loro vita il Vangelo, possono adesso contemplare il volto di Dio. La preghiera rivolta ai Santi è e deve essere una preghiera rivolta a Dio per intercessione dei Santi; ad essi si chiede, inoltre, protezione, per resistere alle tentazioni del demonio, per avere la forza di sopportare le sofferenze e le tribolazioni e per essere confermati nella testimonianza di Cristo nella propria vita come gli stessi Santi hanno fatto nella loro. Così nascono i Santi patroni: quasi con una sorta di "solidarietà" fraterna, i fedeli sulla terra invocano quei Santi che in vita hanno sofferto una particolare sofferenza, svolto un certo lavoro, servito particolarmente i poveri o gli ammalati perché essi possano con maggior vigore rivolgere a Dio le preghiere dei loro protetti.

Ma nella solennità che ci accingiamo a celebrare, non onoriamo e ricordiamo soltanto i Santi del calendario; tutti i defunti che hanno lasciato questo mondo nella grazia di Dio, veramente pentiti e contriti di tutti i loro peccati, scontata la pena temporale che il peccato ha provocato e ammessi in Paradiso, partecipano della stessa gloria dei Santi che la Chiesa ha riconosciuto, per così dire, "ufficialmente". Questo è un grande motivo di speranza per noi che ancora siamo in pellegrinaggio sulla terra; ma allo stesso tempo non deve sminuire in noi il senso del peccato e il Timore del Signore. E' infatti invalso, nel nostro tempo, il pensiero che alcuni nostri fratelli che lasciano questo mondo debbano subito essere considerati santi, ad esempio per vicende particolari che hanno contrassegnato la loro vita, il modo con cui sono morti, la loro visibilità pubblica eccetera; per contro, altre persone, che magari hanno vissuto e sono defunte nell'anonimato, non meritano lo stesso onore e trattamento. Questo non per entrare nel merito dell'effettiva santità o meno dei nostri fratelli che muoiono, ma per stare bene in guardia sul rischio di fare del nostro giudizio, personale o collettivo, il metro con cui stabilire quando una persona è santa e quando non lo è, cosa che spetta unicamente a Nostro Signore. Per questo, di fronte alla morte dei nostri fratelli, è necessario, anziché azzardare processi di canonizzazione autonomi, rivolgerci con umiltà e devozione alla Pietà Divina, ancora una volta per mezzo dell'intercessione dei Santi.
Ecco, perché, all'inizio del mese di novembre, troviamo in successione, quasi fossero unite, la solennità di Tutti i Santi e la Commemorazione di Tutti i fedeli defunti. I primi, già giunti alla gloria del Paradiso, ci aiutano nella preghiera alla Divina Misericordia, affinché anche gli altri (e noi con loro) possano giungere alla stessa gioia.

Ricordo infine gli appuntamenti che nella nostra parrocchia sono dedicati ai Santi e ai nostri morti: domani, giorno di Ognissanti, le Sante Messe seguiranno l'orario festivo, con i Vespri solenni alle 17:45. Alle ore 15:00 si terrà la processione dal Duomo al cimitero cittadino, durante la quale saranno cantate le litanie dei Santi; al termine si terrà la benedizione delle tombe in quel cimitero e, di ritorno verso il Duomo, a quelle del cimitero napoleonico. Ricordo inoltre la possibilità di lucrare l'Indulgenza Plenaria per i propri defunti a partire dalle ore 12 del 1° novembre e fino a tutto il giorno 2, visitando una chiesa o una cappella alle solite condizioni stabilite dalla Chiesa, e durante tutta l'Ottava dei defunti, visitando le tombe al cimitero. Mercoledì 2, alle ore 15:00, si terrà come consuetudine la Santa Messa nella cappella del cimitero cittadino, con la presenza dei sacerdoti di tutto il vicariato.

sabato 29 ottobre 2011

A proposito di Halloween

Ricordo che, quand'ero bambino, questo periodo dell'anno era sentito come particolarmente importante; si avvicinava infatti la festa di Tutti i Santi, in occasione della quale si stava a casa da scuola e si andava a Messa, il che faceva di questo giorno un po' una "domenica", anche se cadeva in mezzo alla settimana. Il giorno successivo, poi, era il "giorno dei morti"; anche in quell'occasione le scuole erano chiuse, e anche se non c'era la Messa come la domenica, si avvertiva in famiglia un certo clima raccolto: addirittura alcuni miei parenti accendevano un lumino in casa davanti alle fotografie dei nostri cari defunti, come a tenerne più vivo il ricordo in questo periodo dell'anno. Da allora non sono passati tanti anni; eppure, a guardarsi intorno, sembra addirittura di abitare in un'altra nazione: zucche esposte in quasi tutti gli esercizi pubblici, per non parlare di scheletrini e maschere da carnevale mal riuscite, e già da una settimana circa si cominciano a sentire, la sera, i primi scoppi di petardi, come se fossimo già al veglione di san Silvestro. E' Halloween, la "festa" che ha sostituito quella di Ognissanti.

Sembra quasi impossibile che in così poco tempo il nostro mondo abbia subito un cambiamento così drastico, tanto da importare e quasi fare propria una "tradizione" che non gli appartiene. Infatti i bambini di oggi, all'avvicinarsi del mese di novembre, non pensano più ai Santi o ai propri defunti: prima di tutto si sta avvicinando Halloween. Ascoltando, poi, le opinioni della gente, alcuni pensano che, in fin dei conti, è soltanto una carnevalata, anche se fuori stagione; sì, i più adulti sono perplessi dalla sua diffusione, anche perché non la sentono come un'usanza propria, ma, dopo tutto, non fa del male a nessuno, anzi, fa divertire i bambini e i ragazzi. Altri, addirittura, colgono l'occasione per criticare la Chiesa, che, resasi conto della diffusione massiccia di questa "festa", da un po' di anni fa sentire la sua voce contraria.

Ma siamo davvero sicuri che quella di Halloween sia soltanto una festa in maschera, un modo per far divertire i bambini e per far fare baldoria ai giovani? Vorrei riflettere su due temi in particolare; il primo è quello del culto dei defunti, che da questa falsa tradizione viene completamente svalutato. La religione cattolica ha da sempre considerato degno di particolare rispetto il ricordo dei defunti; i cattolici, infatti, credono nella risurrezione della carne e nella Comunione dei Santi. Basti pensare, storicamente parlando, alla posizione dei cimiteri cristiani nei primi secoli dopo la libertà di culto: essi erano costruiti proprio adiacenti alle chiese, e addirittura, in alcuni casi, i defunti venivano seppelliti all'interno dello stesso edificio sacro. Un esempio tangibile di questo è il nostro Duomo, che è antico a sufficienza: sotto il portone principale sono rimaste ancora delle tombe di antiche famiglie caorlotte e davanti al campanile, dove ora sorge il centro civico, vi era il primo cimitero cittadino. Questo perché i cristiani credono che, specialmente nella Santa Messa, il cielo e la terra si uniscano in un'unica liturgia; così, quando il cristiano si recava in chiesa si ricongiungeva invisibilmente con i propri cari defunti nell'adorazione del Santo Sacrificio, ed avere le tombe vicino alle chiese era un modo ancor più forte per sottolineare questo aspetto. Poi, a partire dall'età napoleonica, i cimiteri sono stati gradualmente rimossi dai centri delle città: il cimitero di Caorle, ad esempio, fu spostato dal sagrato del Duomo alla via che porta alla sacheta (a quel tempo il confine della città), e via via più in periferia, quasi a voler allontanare dai vivi il ricordo dei propri morti e l'idea stessa che la morte è una condizione comune della vita. Ciononostante anche oggi, almeno nell'immediatezza della dipartita di una persona, credenti e non credenti si stringono con affetto tra loro e intorno alle famiglie che hanno subito il lutto con profondo rispetto e condoglianza.
Cosa comporta, allora, Halloween per il culto dei morti? Certamente oggi non possiamo più riferirci liberamente, come si faceva fino a qualche anno fa, al 2 novembre come al "giorno dei morti" senza timore di essere fraintesi. Provate a pensarci anche voi: se si parla di "giorno dei morti" si pensa più facilmente al titolo di un film dell'orrore che al nome della ricorrenza che cade a inizio novembre. Da uno stato di rispetto, non oso dire timore, per la morte e per i defunti, si passa ad una completa de-sacralizzazione, che significa anche mancanza di rispetto. Pensiamo quindi bene a quale messaggio mandiamo ai bambini quando li si veste da vampiri, zombie e quant'altro; la concezione stessa della vita dopo la morte viene stravolta, passando dalla condizione ultraterrena dei Novissimi, che da sempre viene indicata come "eterno riposo", ad una sorta di dannazione che vede i morti risvegliarsi su questa terra e comportarsi come dei demoni. Non solo, ma, complici una certa letterattura e cinematografia moderne, che come al solito, per far leva sui giovani, si avvalgono di messaggi più o meno esplicitamente sessuali, è proprio quest'ultima "vita" dopo la morte ad essere presentata come allettante ed affascinante, mentre quella religiosa è vista piuttosto come perdente e deleteria. Tanto che molti genitori si fanno molti più problemi a portare i propri bambini in cimitero per visitare con pietà le tombe dei propri cari che a fargli guardare o leggere le storie di vampiri e di zombie; oppure molti giovani, che ritengono la fede una creduloneria da cretini, si perdono in queste superstizioni fino a cadare vittime di cose abominevoli, come divinazione e sedute spiritiche.

Da questo mi aggancio al secondo aspetto della "festa di Halloween" su cui volevo riflettere, ossia l'avvicinamento all'occulto e l'esposizione agli influssi demoniaci. Halloween, infatti, è nata in diversi Paesi e con diverse culture: in Germania ed Inghilterra, da usanze sciamaniche celtiche, ma soprattutto in Irlanda, dove ha preso la connotazione spiritistica che ha ancora oggi. La famosa zucca intagliata è infatti legata alla leggenda di Sunny Jack, un fabbro dissoluto che aveva fatto un patto col diavolo e, al termine della sua vita, non fu accolto in Paradiso, né all'inferno, condannando la sua anima ad errare per sempre sulla terra con un lumino che inserì in una rapa cava per farsi luce. Questa è la vera storia delle zucche che vediamo esposte nei negozi, nelle case, alle feste di compleanno dei bambini... Vittime di quel consumismo che ha trasformato ormai tutte le feste religiose in occasioni redditizie per pochi. Non è un caso, a questo proposito, che per i bambini la vera festa di questo periodo sia Halloween: ma la parola "Halloween" deriva da All Hallows' Eve, che vuol dire "Vigilia di Tutti i Santi"; chiamare, dunque, "festa" questa sorta di ricorrenza significa fare della vigilia occasione più importante della festa vera e propria, che è Ognissanti, la quale viene oggi per lo più snobbata, dai giovani che la sera prima hanno fatto i bagordi fino a tardi e, sempre più spesso, anche dai bambini e i loro genitori. Possiamo credere e convincerci, quindi, che questi che lancia la Chiesa siano solo degli allarmi senza significato, ma nel frattempo, nel modo di sentire comune, Tutti i Santi, festa religiosa, ha ceduto il passo alla sua vigilia, "festa" pagana. E cos'è questa, se non l'opera del diavolo?

Voglio concludere con l'augurio per tutti i lettori di una buona festa di Tutti i Santi ed una santa Commemorazione dei Fedeli Defunti; in sintonia con quanto predica la Chiesa, vorrei spronare ad un atto di coraggio i genitori dei bambini più piccoli, quelli che, se non andranno vestiti da scheletrino o da vampiro per le strade della città forse si sentiranno un po' diversi dagli altri loro amichetti. E' vero che saranno diversi dai loro amichetti, ma in alcuni casi, e questo è certamente uno di quelli, c'è una diversità positiva, che conferisce pregi e originalità. E a coloro che pensano che prendere in giro i morti sia solo un modo per "esorcizzare" la paura della morte vorrei rispondere che si esorcizzano il diavolo e i suoi demoni; quelli bisogna scacciare con forza dalla nostra vita e da quella dei bambini, e non il ricordo delle persone care defunte e il pensiero che un giorno anche noi moriremo, cosa che ci aiuta a vivere con umiltà e letizia la nostra vita presente.

Immagini: da angolodiangelnellavigna.blogspost.com

lunedì 1 novembre 2010

Tutti i Santi

«O Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebrare in un'unica festa i meriti e la gloria di tutti i santi, concedi al tuo popolo, per la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l'abbondanza della tua misericordia.»

Questa è l'orazione-colletta dell'odierna solennità di Tutti i Santi. In essa troviamo quello che per la Chiesa è il culto dei santi: nostri fratelli che, per grazia di Nostro Signore, sono accanto a Lui nella gloria e, nell'attesa della risurrezione della carne, intercedono per noi, cioè pregano per noi il Signore affinché esaudisca le nostre preghiere, e talvolta le rivolgono più degnamente al Signore di quanto possiamo fare noi. Ecco perché, attraverso l'orazione, riconosciamo il "dono di celebrare la festa di tutti i santi"; c'è da dire che oggi molti cristiani si interrogano sul culto dei santi, e le risposte che si danno sono spesso influenzate dalla mentalità laicista e modernista. Non dobbiamo nascondere il fatto che per molti oggi il culto dei santi è "una delle tante superstizioni della Chiesa", addirittura alcuni lo vedono come un retaggio delle religioni politeiste: mai idea fu più sbagliata. I santi non sono dei, ed anche il culto che si presta doverosamente alle immagini sacre non è e non deve mai sfociare nell'idolatria. I santi sono nostri fratelli, che illuminano la nostra vita con l'esempio delle loro gesta e che, a causa della nostra indegnità, sollevano la nostra preghiera verso la Santissima Trinità; ricordiamo sempre il passaggio della lettera di san Giacomo: "Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza" (Gc 5,16): poiché nessuno di noi può avere l'ardire di dirsi "giusto" davanti a Dio, dobbiamo ringraziare di poterci affidare alle preghiere di chi, per Sua grazia, prima di noi è giunto al Suo cospetto, ed ora intercede a nostro favore insieme con la nostra Madre celeste, Maria.
L'intera liturgia odierna sottolinea questi aspetti: in particolare chi avrà la possibilità di visitare il nostro Duomo, vedrà esposte alla venerazione sull'altare maggiore le reliquie di molti santi, solitamente conservate nel nostro museo. E non dimentichiamo quello che l'arte liturgica vuole comunicarci, attraverso la sacra musica gregoriana, che la nostra parrocchia ha la fortuna di aver conservato malgrado gli stravolgimenti degli ultimi quarant'anni. Concentriamoci quest'anno sull'antifona al Magnificat che ieri abbiamo avuto modo di seguire ed ascoltare durante i Primi Vespri, riportata nella foto; tutti i santi vi sono rappresentati, gli angeli e gli arcangeli, troni, dominazioni, principati e potestà, i cherubini e i serafini, i patriarchi e i profeti, i santi dottori della legge e tutti gli apostoli, i martiri di Cristo e i santi confessori, le vergini del Signore, gli eremiti e tutti gli altri santi: ad essi si chiede, nell'antifona, di intercedere per noi. Infatti notiamo come, all'esortazione "intercedite", la musica si sciolga in un lungo melisma (la stessa vocale è tenuta su note diverse), la maniera che il canto gregoriano usa per rivolgere le invocazioni dei fedeli a Dio con particolare pietà.
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