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sabato 30 aprile 2011

Il patriarca intervistato su Giovanni Paolo II

In un'intervista rilasciata ieri al sito ilsussidiario.net, poi continuata sul blog angeloscola.it il nostro patriarca, cardinale Angelo Scola, ricorda il papa che lo ha nominato Patriarca di Venezia nel 2002 e cardinale nel 2003. Eccone alcuni stralci.

Vi racconto il Giovanni Paolo II che ho conosciuto
A cura di Federico Ferraù

Eminenza, che ricordo personale ha di Giovanni Paolo II?

La prima volta che salii sull’altare con lui, nel 1979, rimasi colpito dal suo modo di celebrare. Giovanni Paolo II era un papa “mistico”, che viveva un rapporto di straordinaria immediatezza con Dio. Non c’è da sorprendersi che la gente ne abbia invocato fin dal giorno della sua morte la santità. Bastava vederlo pregare. Quando si andava a pranzo da lui, si passava per la cappella a dire l’Angelus. Tutti noi pensavamo che fosse una questione di 30 secondi. A volte, invece, durava così a lungo che non si riusciva più a stare in ginocchio sul pavimento. Il papa si immergeva davvero nella preghiera, per lui non c’erano più né tempo né spazio. Lo si vedeva anche dal movimento delle labbra. Nella sua preghiera io ho percepito - o meglio, ho visto - un dialogo con Dio profondo, ininterrotto. Come un respiro, il Santo Padre emetteva dei suoni come il gorgogliare di un torrente che non si ferma mai. Una cosa impressionante.

Giovanni Paolo II è stato un grande devoto di Maria. Che cosa insegna questa devozione alla Chiesa del nostro tempo?

È fonte di benefica umiltà per ogni cristiano. Maria infatti è l’espressione più potente della Chiesa Immacolata e insegna a tutti i fedeli, uomini e donne, che Cristo Sposo è l’ineffabile dono per la Chiesa Sposa. Di fronte a Lui tutti siamo per così dire anzitutto “passivi”, cioè nella posizione di chi innanzitutto riceve.
Inoltre Maria, paradigma di ogni maternità, è colei che in qualunque circostanza, anche la più sfavorevole, ci accompagna a Gesù. È vergine e madre. Per questo amo definire Maria come “la donna”.

L’ultima parte del pontificato di Giovanni Paolo II è stata segnata da un rapporto con la verità (e con la guida della Chiesa) sofferto, interiormente combattuto, soprattutto a causa della malattia. Il gigante che ha segnato così profondamente la storia mondiale non ha avuto paura di mostrarsi in tutti i suoi limiti. Che cosa insegna da questo punto di vista il beato Wojtyla, come uomo e come successore di Pietro?

Nella fase finale della sua vita Giovanni Paolo II ha incarnato la grande affermazione paolina: “Quando sono debole, è allora che sono forte”. “Basta la tua grazia”: così si esprime Paolo nella Seconda Lettera ai Corinti. Il modo con cui Giovanni Paolo II ha portato la sua sofferenza, ha esaltato il ministero petrino perché ha mostrato che il potere di governo nella Chiesa – ma non solo nella Chiesa – non è mai alla mercè di chi lo possiede. Viene sempre e solo da Dio.
Bisogna pregare ogni giorno perché chiunque ha responsabilità di governo nella Chiesa, possa viverla in questo modo.

In che cosa Giovanni Paolo II è un santo contemporaneo? A quale profonda domanda dell’uomo di oggi risponde la sua santità di vita?

La sua santità traspare secondo me in maniera luminosa dal suo appassionato impegno per la libertà. Per me Wojtyla è stato il papa della libertà ed è il santo della libertà. Una libertà però che ha continuamente bisogno di essere liberata. Come dice il Vangelo di Giovanni, chi segue Gesù “sarà libero davvero”.

L'intervista completa è consultabile ai seguenti indirizzi:

venerdì 29 aprile 2011

Benedetto XVI racconta Giovanni Paolo II

Divulgo questa intervista rilasciata da papa Benedetto XVI il 16 ottobre 2005 alla televisione pubblica polacca, e pubblicata ieri da Il blog degli amici di Papa Ratzinger. Interrogato dal padre gesuita Andrea Majewski, il Santo Padre ricorda come ebbe inizio, durante i conclave del 1978, la sua amicizia con il cardinale polacco, poi papa Giovanni Paolo II, e come poi essa sia sfociata nel particolare rapporto di fiducia che vi era tra i due.

R. – Dall’inizio ho sentito una grande simpatia e, grazie a Dio, immeritatamente, il cardinale di quel tempo mi ha donato fin dall’inizio la sua amicizia. Sono grato per questa fiducia che mi ha donato, senza i miei meriti. Soprattutto vedendolo pregare, ho visto e non solo capito, ho visto che era un uomo di Dio. Questa era l’impressione fondamentale: un uomo che vive con Dio, anzi in Dio. Mi ha poi impressionato la cordialità, senza pregiudizi, con la quale si è incontrato con me. Senza grandi parole, era così nata un’amicizia che veniva proprio dal cuore e, subito dopo la sua elezione, il Papa mi ha chiamato diverse volte a Roma per colloqui e alla fine mi ha nominato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

D. - Quali sono, secondo Lei, Santo Padre, i punti più significativi del Pontificato di Giovanni Paolo II?

R. - Possiamo avere, direi, due punti di vista: uno ad extra - al mondo -, ed uno ad intra - alla Chiesa -. Riguardo al mondo, mi sembra che il Santo Padre, con i suoi discorsi, la sua persona, la sua presenza, la sua capacità di convincere, ha creato una nuova sensibilità per i valori morali, per l’importanza della religione nel mondo. Questo ha fatto sì che si creasse una nuova apertura, una nuova sensibilità per i problemi della religione, per la necessità della dimensione religiosa nell’uomo e soprattutto è cresciuta – in modo inimmaginabile – l’importanza del Vescovo di Roma. Tutti i cristiani hanno riconosciuto – nonostante le differenze e nonostante il loro non riconoscimento del Successore di Pietro – che è lui il portavoce della cristianità. Nessun altro al mondo, a livello mondiale può parlare così nel nome della cristianità e dar voce e forza nell’attualità del mondo alla realtà cristiana. Ma anche per la non cristianità e per le altre religioni, era lui il portavoce dei grandi valori dell’umanità. E’ anche da menzionare che è riuscito a creare un clima di dialogo fra le grandi religioni e un senso di comune responsabilità che tutti abbiamo per il mondo, ma anche che le violenze e le religioni sono incompatibili e che insieme dobbiamo cercare la strada per la pace, in una responsabilità comune per l’umanità. Spostiamo l’attenzione ora verso la situazione della Chiesa. Io direi che, anzitutto, ha saputo entusiasmare la gioventù per Cristo. Questa è una cosa nuova, se pensiamo alla gioventù del ’68 e degli anni Settanta. Che la gioventù si sia entusiasmata per Cristo e per la Chiesa ed anche per valori difficili, poteva ottenerlo soltanto una personalità con quel carisma; soltanto Lui poteva in tal modo riuscire a mobilitare la gioventù del mondo per la causa di Dio e per l’amore di Cristo. Nella Chiesa ha creato – penso – un nuovo amore per l’Eucaristia, ha creato un nuovo senso per la grandezza della Misericordia Divina; e ha anche approfondito molto l’amore per la Madonna e ci ha così guidato ad una interiorizzazione della fede e, allo stesso tempo, ad una maggiore efficienza. Naturalmente bisogna menzionare – come sappiamo tutti - anche quanto sia stato essenziale il suo contributo per i grandi cambiamenti nel mondo nell’89, per il crollo del cosiddetto socialismo reale.

D. – Nel corso dei suoi incontri personali e dei colloqui con Giovanni Paolo II, che cosa faceva maggior impressione a Vostra Santità? Potrebbe raccontarci i suoi ultimi incontri con Giovanni Paolo II?

R. – Sì. Gli ultimi due incontri li ho avuti, un primo, al Policlinico “Gemelli”, intorno al 5-6 febbraio; e, un secondo, il giorno prima della sua morte, nella sua stanza. Nel primo incontro il Papa soffriva visibilmente, ma era pienamente lucido e molto presente. Io era andato semplicemente per un incontro di lavoro, perché avevo bisogno di alcune sue decisioni. Il Santo Padre - benché soffrendo – seguiva con grande attenzione quanto dicevo. Mi comunicò in poche parole le sue decisioni, mi diede la sua benedizione, mi salutò in tedesco, accordandomi tutta la sua fiducia e la sua amicizia. Per me è stato molto commovente vedere, da una parte, come la sua sofferenza fosse in unione col Signore sofferente, come portasse la sua sofferenza con il Signore e per il Signore; e, dall’altra, vedere come risplendesse di una serenità interiore e di una lucidità completa. Il secondo incontro è stato il giorno prima della morte: era ovviamente più sofferente, visibilmente, circondato da medici ed amici. Era ancora molto lucido, mi ha dato la sua benedizione. Non poteva più parlare molto. Per me questa sua pazienza nel soffrire è stato un grande insegnamento, soprattutto riuscire a vedere e a sentire come fosse nella mani di Dio e come si abbandonasse alla volontà di Dio. Nonostante i dolori visibili, era sereno, perché era nelle mani dell’Amore Divino.

© Copyright Radio Vaticana

giovedì 28 aprile 2011

Antifona "Regina Coeli Laetare"

Siamo entrati nel Tempo di Pasqua, anch'esso caratterizzato dalla sua propria antifona mariana; abbiamo già visto nei mesi precedenti l'antifona del tempo di Avvento-Natale, Alma Redemptoris Mater, e quella che, dalla Purificazione, dura poi per tutta la Quaresima, Ave Regina Coelorum: nel tempo pasquale l'Alleluia, annuncio della Risurrezione di Cristo, entra anche nella preghiera mariana, con il Regina Coeli. Oltre la preghiera, questa antifona contiene anche l'annuncio pasquale alla Vergine Addolorata, che ha incontrato il Figlio morente sulla via Crucis, mentre andava a farsi uccidere e che ha assistito inerme alla sua morte in Croce. Con l'incipit di questa antifona i fedeli, che hanno vissuto la Pasqua del Signore Gesù Cristo, vanno a darne l'annuncio festoso alla Madre; su questo si basano le numerose tradizioni devozionali sopravvissute in Italia (soprattutto al sud) alla furia distruttrice seguita agli anni sessanta. Una di queste tradizioni è ancora viva anche nella nostra cittadina di Caorle: come è successo anche quest'anno, al termine dei solenni vespri del giorno di Pasqua celebrati in Duomo, i fedeli si recano in processione al Santuario della Madonna dell'Angelo proprio per cantare il Regina Coeli davanti alla venerata immagine. Inoltre, dall'anno scorso, questo gesto ha assunto un rinnovato splendore, allorché il Santo Padre Benedetto XVI ha concesso alla Penitenzieria Apostolica facoltà di decretare per sette anni l'Indulgenza Plenaria a tutti i fedeli che a questo gesto partecipano, alle consuete condizioni stabilite dalla Chiesa. La grazia pasquale è tale che anche il papa, nel suo consueto affacciarsi dal balcone del suo appartamento privato del Palazzo Apostolico ogni Domenica, dalla Pasqua fino a Pentecoste (quanto dura il tempo di Pasqua) recita il Regina Coeli in luogo della preghiera dell'Angelus.
Ascoltiamo, come di consueto, questa semplice ma intensa antifona, seguendone il testo che segue, tradotto anche in lingua italiana. La prima versione è il cosiddetto tonus simplex gregoriano, quello che cantiamo anche noi nel nostro Duomo; segue il tonus sollemnis, meno conosciuto ma sempre parte del repertorio gregoriano. Infine propongo all'ascolto la versione per soli, coro e orchestra KV 276 di Wolfgang Amadeus Mozart.

Regina Coeli laetare,
alleluia:
Quia Quem meruisti portare,
alleluia:
Resurrexit, sicut dixit,
alleluia:
Ora pro nobis Deum,
alleluia.
Regina del Cielo rallegrati,
alleluia:
Poichè Colui che meritasti portare,
alleluia:
E' risorto, come disse,
alleluia:
Prega Iddio per noi,
alleluia.



mercoledì 27 aprile 2011

Giovanni Paolo II e la Dominus Iesus

Mancano ormai pochi giorni alla solenne beatificazione di papa Giovanni Paolo II, il primo maggio in piazza san Pietro. Già il giorno delle sue solenni esequie, e dalle parole dell'omelia pronunciata dall'allora decano del Sacro Collegio, cardinale Joseph Ratzinger, si percepiva l'aura di santità di questo uomo di Dio, che ha regnato sul trono di Pietro per quasi 27 anni. Siamo, però, così sicuri di conoscere a fondo il papa che la folla del colonnato del Bernini non esitò ad invocare "Santo Subito"? Dobbiamo ammettere che la figura di papa Wojtyla si è prestata nel tempo a molte "interpretazioni", già quand'era in vita, a volte contrastanti l'una dall'altra. E' ad esempio indicato da tutti come il papa dei giovani, degli stessi giovani che, pur dicendosi cattolici, contestano il Catechismo della Chiesa Cattolica, che Giovanni Paolo II difendeva strenuamente. Gli stessi giovani che oggi, talvolta, si scagliano contro Benedetto XVI, accusato di essere troppo freddo, completamente diverso dal suo predecessore e lontano dai giovani e dalla loro mentalità. Oppure, come già visto in altri post di questo blog, coloro che oggi lo esaltano, sull'onda del consenso mediatico di cui gode, ieri lo contestavano, ad esempio in occasione della beatificazione di papa Pio IX.
Probabilmente, questi contrasti si devono alla presa di possesso che il mondo mediatico fece del papa polacco; e sappiamo bene come i mass-media spesso dicano e scrivano guardando prima al tornaconto della testata piuttosto che alla verità oggettiva dei fatti. E successe così anche riguardo ad un altro importante evento, ossia la promulgazione della dichiarazione Dominus Iesus, "Circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa"; ce lo racconta Sandro Magister, vaticanista, che ha recentemente pubblicato nel suo blog Settimo Cielo un commento ad una intervista del cardinale Tarcisio Bertone, attuale Segretario di Stato e Camerlengo e allora segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede guidata dal cardinale Ratzinger.
Molti ricordano, infatti, l'incontro di Assisi 1986, quando il papa si recò in pellegrinaggio nella città di san Francesco insieme ai rappresentanti delle altre religioni del mondo. E' un fatto oggettivo che la modalità con la quale si svolse quell'incontro diede adito a considerazioni errate sull'ecumenismo e sulla verità delle religioni, tant'è che alcuni intervistati, tra cui una suora, ebbero modo di dire, in quella circostanza, che Giovanni Paolo II avrebbe insegnato che tutte le religioni sono uguali (affermazione falsa, e che recentemente ha mandato al macero decine di migliaia di copie di Youcat in lingua francese). A far luce sulla confusione creata nel 1986 ad Assisi, fu lo stesso papa, nel 1990, con la lettera enciclica Redemptoris Missio, il cui punto primo si intitolava emblematicamente "Gesù Cristo unico Salvatore", e nella quale leggiamo:

«Nel rispetto di tutte le credenze e di tutte le sensibilità, dobbiamo anzitutto affermare con semplicità la nostra fede in Cristo, unico salvatore dell'uomo, fede che abbiamo ricevuto come dono dall'alto senza nostro merito. [...] In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una "graduale secolarizzazione della salvezza", per cui ci si batte, sì, per l'uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi invece, sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l'uomo e tutti gli uomini, aprendoli ai mirabili orizzonti della filiazione divina. [...] Coloro che sono incorporati nella chiesa cattolica devono sentirsi dei privilegiati, e per ciò stesso maggiormente impegnati a testimoniare la fede e la vita cristiana come servizio ai fratelli e doverosa risposta a Dio, memori che "la loro eccellente condizione non è da ascrivere ai loro meriti, ma a una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, lungi dal salvarsi, saranno più severamente giudicati"»

In sostanza, con queste parole il papa incoraggia e ricorda ai missionari di terre dove sono predominanti altre religioni che il compito del cristiano è annunziare Cristo, e che annunziare Cristo viene prima di qualsiasi riguardo per le altre religioni, poiché solo Cristo è l'unico Nostro Salvatore. Questa enciclica fu accolta con molta freddezza, dice il cardinal Bertone, soprattutto in Asia; e fu questo, rivela il Segretario di Stato Vaticano, a far desiderare al papa una "costituzione dogmatica", che fu poi realizzata nella dichiarazione Dominus Iesus. Questa è, se possibile, ancor più chiara della precedente enciclica:

«Il perenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio). Di conseguenza, si ritengono superate verità come, ad esempio, il carattere definitivo e completo della rivelazione di Gesù Cristo, la natura della fede cristiana rispetto alla credenza nelle altre religioni, il carattere ispirato dei libri della Sacra Scrittura, l'unità personale tra il Verbo eterno e Gesù di Nazareth, l'unità dell'economia del Verbo incarnato e dello Spirito Santo, l'unicità e l'universalità salvifica del mistero di Gesù Cristo, la mediazione salvifica universale della Chiesa, l'inseparabilità, pur nella distinzione, tra il Regno di Dio, Regno di Cristo e la Chiesa, la sussistenza nella Chiesa cattolica dell'unica Chiesa di Cristo. [...] Le radici di queste affermazioni sono da ricercarsi in alcuni presupposti, di natura sia filosofica, sia teologica, che ostacolano l'intelligenza e l'accoglienza della verità rivelata. Se ne possono segnalare alcuni: la convinzione della inafferrabilità e inesprimibilità della verità divina, nemmeno da parte della rivelazione cristiana; l'atteggiamento relativistico nei confronti della verità, per cui ciò che è vero per alcuni non lo sarebbe per altri; [...] la tendenza, infine, a leggere e interpretare la Sacra Scrittura fuori dalla Tradizione e dal Magistero della Chiesa. [...] Per porre rimedio a questa mentalità relativistica, che si sta sempre più diffondendo, occorre ribadire anzitutto il carattere definitivo e completo della rivelazione di Gesù Cristo. Deve essere, infatti, fermamente creduta l'affermazione che nel mistero di Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato, il quale è « la via, la verità e la vita » (Gv 14,6), si dà la rivelazione della pienezza della verità divina: « Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare » (Mt 11,27); « Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato » (Gv 1,18); « È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità e voi avete in lui parte alla sua pienezza » (Col 2,9‑10).»

Da gran parte del mondo laico e, purtroppo, anche da una parte del mondo cattolico, racconta il cardinal Bertone, piovvero critiche su questo documento; e si assistette ad un fenomeno non inconsueto, riguardo a papa Giovanni Paolo II. Non potendo attaccare direttamente lui, amato dalla gente, con ampio consenso, si attaccano i personaggi che lo assistono, più nascosti e quindi anche impossibilitati a difendersi. Il personaggio preferito dagli attacchi della stampa dell'epoca era sempre uno: il cardinale Joseph Ratzinger. Addirittura era dipinto come una sorta di mente oscura, che plagiava Giovanni Paolo II finendo per fargli approvare cose che il papa mai avrebbe voluto. Ne è testimonianza un articolo (segnalato da Il blog degli amici di papa Ratzinger), ancora oggi presente negli archivi web di un noto quotidiano nazionale (se non altro per le sue posizioni spesso ostili alla Chiesa), uscito il giorno successivo l'annuncio di papa Wojtila, il 1° ottobre del 2000. Vi leggiamo:

Papa Wojtyla "corregge" e spiega il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della congregazione della dottrina della Fede e custode dell' ortodossia cattolica. O meglio: papa Woityla, a sorpresa, dice la sua - ieri in piazza San Pietro nel mezzo della solenne rito della canonizzazione di 120 martiri cinesi e tre religiose - sul recente documento, Dominus Jesus, pubblicato da Ratzinger e giudicato da più parti come un freno all' ecumenismo e al dialogo interreligioso.

Questo articolo era l'espressione pubblica di quella che ormai era l'idea diffusa in generale, cioè che la Dominus Iesus fosse opera del cardinale Ratzinger, e che papa Giovanni Paolo II fosse stato (non si capisce bene in che modo) da lui costretto a diffonderla.
Il cardinal Bertone, nell'articolo di Magister, smentisce definitivamente questa voce malevola, svelando il retroscena della vicenda:

«Non solo in campo laico, ma anche in campo cattolico alcuni si allinearono a queste critiche. Il papa rimase doppiamente amareggiato. Ci fu una sessione di riflessione proprio su queste reazioni, soprattutto dei cattolici. Alla fine della riunione, con forza il papa ci disse: ‘Voglio difenderla e voglio parlarne domenica 1° ottobre, durante la preghiera dell’Angelus – eravamo presenti io, il cardinale Ratzinger e il cardinale Re – e vorrei dire questo e quest’altro’. Abbiamo preso nota delle sue idee e abbiamo redatto il testo che lui ha approvato e poi pronunciato. Era la domenica in cui venivano canonizzati i martiri cinesi. La coincidenza aveva suggerito a qualcuno una certa prudenza: «Non conviene – gli suggerivano taluni – che lei parli della ‘Dominus Iesus’ proprio in quel giorno, è meglio che lo faccia in un altro contesto. È meglio che lo rimandi, potrebbe renderlo pubblico l’8 ottobre, nella domenica del giubileo dei vescovi, alla presenza di centinaia di presuli’. Ma il papa rispose così a tali obiezioni: ‘Come? Adesso devo rimandare? Assolutamente no! Ho deciso per il primo ottobre, ho deciso per questa domenica, e domenica lo farò!’»

Ringraziamo, dunque, Sandro Magister (il quale conclude ricordando le parole di Giovanni Paolo II all'Angelus di quel 1° ottobre: "la Dichiarazione Dominus Iesus approvata da me in forma speciale") per aver divulgato questa vicenda raccontata dal cardinal Bertone proprio prima della beatificazione di papa Wojtila; è infatti quanto mai necessario (anche per rispondere alle critiche dei detrattori) conoscere bene il futuro beato, ed una buona conoscenza, al giorno d'oggi, richiede di andare oltre alle notizie divulgate dai mass-media più comuni.

Di seguito i documenti serviti alla scrittura di questo articolo:

martedì 26 aprile 2011

Foto delle celebrazioni del Triduo Pasquale

Ho ancora davanti agli occhi le immagini del nostro Duomo stracolmo alle Sante Messe del giorno di Pasqua. Ora, passati i giorni della festa, ognuno di noi torna alle proprie occupazioni quotidiane; ma la Pasqua che abbiamo vissuto, alla quale ci siamo preparati con la Quaresima, sfociata nel Sacro Triduo della Passione, Morte e Risurrezione di Nostro Signore non deve restare un ricordo, anche se bello, limitato nel tempo, come può succedere per uno spettacolo teatrale o un concerto, o una bella gita in famiglia. Noi cristiani siamo chiamati a vivere la Pasqua proprio nelle nostre occupazioni quotidiane; avremo vissuto la Pasqua solo se testimonieremo che Gesù Cristo è veramente risorto davanti alla gente, sul posto di lavoro o a scuola. Questo non significa che d'ora in poi siamo obbligati a farci vedere come mistici davanti alle persone che ci circondano; ma, se ci chiamiamo Cristiani, non dobbiamo vergognarci di Cristo, anche davanti a chi è pronto a deriderci e alla presa in giro. Se, di fronte alla gente non ci vergogneremo di raccontare che il giorno di Pasqua abbiamo assistito alla Santa Messa, e magari che è stata una celebrazione che ci ha toccato nel profondo lo spirito, o se, interrogati, non ci vergogneremo di raccontare, tra i resoconti di mirabolanti vacanze da vip, che siamo stati a Caorle e abbiamo vissuto momenti toccanti alle celebrazioni del Triduo e, ad esempio, alla processione del Venerdì Santo con i baraboi, già avremmo cominciato a dare la nostra testimonianza a Cristo. Se poi ci toccherà di sentire la risatina di compassione o l'insulto, sentiamocene addirittura onorati: così, infatti, saremo più intimamente uniti ai misteri che abbiamo celebrato, a Gesù Cristo, che li ha anch'Egli patiti, inchiodati alla Croce e sconfitti con la sua Risurrezione. Quindi il primo passo per vivere la Pasqua che abbiamo celebrato è quello di non vergognarci, davanti agli altri, di averla celebrata.
Nel frattempo possiamo rendere più vivi i nostri ricordi guardando le foto di queste toccanti celebrazioni, che potete trovare nel sito parrocchiale, alla pagina dedicata alle Foto delle celebrazioni. Qui, intanto, alcune anticipazioni:

Giovedì Santo - Santa Messa in Coena Domini
Tutte le foto...

Venerdì Santo - Azione Liturgica Pomeridiana
Tutte le foto...

Venerdì Santo - Processione con i baraboi
Tutte le foto...

Veglia Pasquale nella Notte Santa
Tutte le foto...

Vai alla pagina delle foto sul sito parrocchiale.
Si ringrazia Daniel Ponticelli per le foto.

lunedì 25 aprile 2011

Sequenza: Victimae Paschali Laudes

Risuonano e risplendono ancora nel nostro spirito le liturgie splendenti di questo Triduo Pasquale, per le quali ringraziamo il gruppo chierichetti ed il coro, che ci hanno aiutato a pregare e ad entrare nei misteri che abbiamo celebrato. La grazia della Pasqua si estende a tutta la nostra vita; ci fa comprendere questo la liturgia, che celebra ancora per sette giorni la Pasqua di Nostro Signore Gesù Cristo con pari splendore, fino alla prossima domenica, Ottava di Pasqua. E poi ancora, per altre sei settimane, ogni Domenica del Tempo di Pasqua. Già ieri, e durante l'Ottava di Pasqua, abbiamo avuto ed avremo modo di sentire la sequenza Victimae Paschali laudes, che nella liturgia odierna è situata prima della lettura del Santo Vangelo. Il genere della Sequenza, in gran parte soppresso in seguito al Concilio di Trento, al quale ne sopravvissero soltanto cinque, nacque nel medioevo, come componimento liturgico simile all'inno, ma articolato non in strofe che si ripetono eguali, bensì in coppie, che si riconoscono per avere la stessa melodia e favoriscono, quindi, un'esecuzione a cori alternati. La sequenza pasquale in questione mostra una particolarità rispetto ad altre: è infatti costituita da un incipit, di un verso ottonario ed un settenario, non in rima e che la cui melodia non si ripete, come invece accade per le altre stanze; così come anche l'epilogo. In ciò riconosciamo le radici di questa particolare sequenza, molto probabilmente in quelle sacre rappresentazioni medievali che avevano luogo nella liturgia, il cui scopo era quello di rivivere tratti della vita del Signore come descritti nel Vangelo. La più antica di queste sacre rappresentazioni pervenutaci è il Quem quaeritis, che ricorda il dialogo tra le donne venute al sepolcro per ungere il Corpo del Redentore con unguenti profumati il giorno dopo il sabato (qui definite Christicolae) e gli angeli (chiamati Caelicolae [creaturae]):

Interrogatio. Quem quaeritis in sepulchro, o Christicolae?
Responsio. Jesum Nazarenum crucifixum, o caelicolae.
Angeli. Non est hic; surrexit, sicut praedixerat. Ite, nuntiate quia surrexit de sepulchro
Domanda. Chi cercate nel sepolcro, o Cristicole?
Risposta. Gesù Nazareno crocifisso, o cielicoli.
Angeli. Non è qui; è risorto, come aveva predetto. Andate, annunziate che è risorto dal sepolcro

Una sorta di dialogo è quello che si trova anche nel Victimae Paschali Laudes, ma stavolta non tra gli angeli e le donne, ma tra Maria Maddalena e i discepoli, o più in generale noi stessi che nella Chiesa celebriamo la risurrezione di Cristo:

Victimæ paschali laudes
immolent Christiani.
Alla Vittima pasquale lodi
innalzino i Cristiani.
Agnus redemit oves:
Christus innocens Patri
reconciliavit
peccatores.
Mors et Vita duello
conflixere mirando:
Dux Vitæ mortuus,
regnat vivus.
L'Agnello ha redento le pecore:
Cristo innocente al Padre
ha riconciliato
i peccatori.
Morte e Vita si sono affrontate
in un prodigioso duello:
il Signore della Vita morto,
regna vivo.
Dic nobis, Maria,
quid vidisti in via?
"Sepulcrum Christi viventis,
et gloriam vidi resurgentis,
angelicos testes,
sudarium et vestes.
Surrexit Christus spes mea:
præcedet suos in Galilaeam".
Dicci, o Maria,
chi hai visto sulla via?
"Il sepolcro di Cristo vivente,
e vidi la gloria del risorgente,
testimoni angelici,
il sudario e le vesti.
Cristo, mia speranza, è risorto:
precede i suoi in Galilea".
Scimus Christum surrexisse
a mortuis vere:
Tu nobis, victor Rex,
miserere.
Sappiamo che Cristo è risorto
veramente dai morti:
Tu, Re vincitore,
abbi pietà di noi.

Come di consueto ascoltiamo anche dei brani, e meditiamoli seguendone il testo appena scritto: oggi vi propongo questa versione, trionfante, eseguita nella cattedrale di Notre Dame a Parigi; in questa rielaborazione possiamo riconoscere il gregoriano (che cantiamo anche nel nostro Duomo) ma anche gustare il suono potente degli organi di stile francese.
Ancora auguri a tutti di buona Pasqua!

domenica 24 aprile 2011

Omelia del patriarca alla Messa di Pasqua

«… Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Rm 6,11). Con san Paolo lo diciamo, questa sera, anzitutto ai nostri fratelli catecumeni adulti che fra poco riceveranno i sacramenti dell’iniziazione cristiana, ma con un energico atto di volontà lo ricordiamo a ciascuno di noi. Guardiamo bene in faccia a quello che siamo, fratelli e sorelle. È veramente il caso di dire: «O cristiano conosci te stesso!».

E’ proprio per questi misteri dell’iniziazione che il mistero pasquale della salvezza non resta, per così dire, chiuso e confinato in Cristo, ma viene comunicato a noi uomini, resi così partecipi della realtà effettiva del Suo patire, del Suo morire, del Suo risorgere. In un’omelia pasquale del III secolo rivolta ai catecumeni si legge: «Cristo offertosi vittima per la nostra salvezza, aveva annullato la loro vita di prima, e attraverso la rinascita dall’acqua, viva imitazione della sua morte e risurrezione, aveva loro dato il dono di cominciare una vita diversa» (Ps. Crisost., Sulla Pasqua, 7).

Sant’Agostino, ricordando la notte di Pasqua del 387, in cui egli all’età di 33 anni, insieme con il figlio Adeodato e l’amico Alipio ricevette il Battesimo dalle mani di sant’Ambrogio a Milano, sintetizza in un’affermazione potente quel che provò: «Fummo battezzati. E da noi caddero via tutte le preoccupazioni della vita di prima» (Agostino, Conf. 9,6). Il cammino del popolo ebraico, che le letture bibliche della madre di tutte le veglie ci hanno fatto ripercorrere, ci ha resi più consapevoli e grati del dono della salvezza che il Crocifisso Risorto ci ha propiziato. «Per mezzo del Battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, affinché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6, 4). È veramente una vita nuova la nostra. Siamo fatti creature nuove.

«Nella resurrezione è avvenuto un salto ontologico che tocca l’essere come tale, è stata inaugurata una dimensione che ci interessa tutti e che ha creato per tutti noi un nuovo ambito della vita, dell’essere con Dio” (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, CdV 2011, 304). All’uomo, che lungo tutta la sua esistenza, dal concepimento alla morte, è sempre immerso in relazioni, viene donata una Compagnia senza fine. Egli è liberato definitivamente dal pungiglione della morte, il peccato (cfr. 1Cor 15,56). Ed il peccato è la morte più radicale, quella dello spirito e distrugge la vita individuale e collettiva.

Quale è, alla fine, il significato di ogni nuovo traguardo di progresso che scienza e tecnica, audacemente, spostano sempre più avanti? Sconfiggere la paura della morte, con tutti i suoi “anticipi”. Eppure, anche se non sempre lo ammette, l’uomo post-moderno sa che, contando sulle sole sue forze, sarebbe in questa sfida irrimediabilmente sconfitto.

Per questa ragione resiste indomabile nel cuore di ogni uomo e di ogni donna di tutti i tempi la speranza che oggi il Vangelo conferma: siamo destinati a durare per sempre. «L’angelo disse alle donne: “Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto”» (Mt 28, 5-6). L’esplosione di gioia che erompe da tutta la liturgia pasquale deriva dall’annuncio della nostra resurrezione nel nostro vero corpo. È questo il destino che ci ha meritato il crocifisso Risorto. «O uomini… che paura avevate di morire? Ecco, muoio io; ecco, patisco io; ecco, quel che temevate non temetelo più, perché io vi faccio vedere quel che dovete sperare» (Agostino, Sermo 229/H, 1.3).

La resurrezione è un seme fecondo che entra nel mondo, silenziosamente attecchisce per poi fiorire attraverso la catena dei testimoni. «E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» (At 10, 38-41).

Perché Dio volle che si manifestasse non a tutto il popolo ma a testimoni prescelti? Qual è la ragione di questo metodo con cui il Risorto sceglie di manifestarsi al mondo? Perché dobbiamo fidarci di un piccolo gruppo di discepoli? Benedetto XVI ci offre una convincente risposta. Scrive il Papa: «La domanda riguarda, però, non soltanto la risurrezione, ma l’intero modo in cui Dio si rivela al mondo. … non è forse proprio questo lo stile divino? Non sopraffare con la potenza esteriore, ma dare libertà, donare e suscitare amore» (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, 305-306).

Emerge qui il grande valore del nostro essere in relazione. Il Risorto ci fa comprendere che la vera, più profonda conoscenza passa attraverso l’altro, anzi attraverso l’amore dell’altro. Solo l’amore è credibile e dà ragione di ogni cosa. Dal dono amoroso dei testimoni passa l’evidenza della fede. La loro esperienza è contagiosa, proprio come quella che ogni uomo sperimenta nei rapporti di autentico amore: «Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande le donne corrono a dare l’annuncio ai suoi discepoli» (Mt 28, 8). L’amore è fonte privilegiata di evidenza.

Come non riconoscere con umiltà, colmi di gioia pasquale, che da questo continuo rinnovarsi di rapporti non possiamo più prescindere? Se siamo soltanto un poco sinceri con noi stessi non è di questo che abbiamo ogni giorno bisogno? Anzitutto ognuno di noi, singolarmente preso, ha sete di buone relazioni a cominciare da chi gli è prossimo. Ma anche nella società civile in tutte le sue espressioni, massimamente in ambito politico, sentiamo la necessità di rapporti rinnovati costruttivi e reciprocamente rispettosi.

«Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2). Se siete risorti, non se sarete risorti… Con la resurrezione di Gesù l’incolmabile fossato tra lassù e quaggiù è stato colmato.

Non ci sono due vite: la vita dell’al di qua e la vita dell’al di là. C’è un’unica vita, secondo un Disegno i cui contorni – tempi e modi – ci sfuggono, ma che è certamente un disegno buono. Si manifesta nel quotidiano accompagnarsi dello Spirito del Risorto a ciascuno di noi, in ogni circostanza ed in ogni rapporto. A cominciare dall’Eucaristia, la sublime azione attraverso la quale Dio si coinvolge e ci coinvolge come Chiesa nel sacrificio offerto in nostro favore dal Figlio Amato.

La Risurrezione di Gesù «salva su tutta la terra i credenti nel Cristo dall’oscurità del peccato e dalla corruzione del mondo, li consacra all’amore del Padre e li unisce nella comunione dei santi» (Exultet). Per essere confermati in questa fede e resi più consapevoli dei preziosi frutti di cui il Risorto ci fa dono ci prepariamo con gioia e vigile attesa all’ormai prossima Visita del Santo Padre.

Domenica 8 maggio celebreremo con Benedetto XVI la Santa Messa con tutte le genti latine, slave e germaniche del Nordest, nel parco di San Giuliano a Mestre.

Il grande poeta inglese Gerard Manley Hopkins (1844-1889), in una poesia giovanile intitolata “Comunione pasquale”, apre all’umanità una speranza infinita: «Le ossa male inguainate sono stanche di star curve:/ ecco Dio rafforzerà quelle fragili ginocchia». Poi erompe in questo stupendo invito: «Respirate Pasqua ora». Sia questo il nostro reciproco augurio. Buona Pasqua!

Dal sito angeloscola.it

Messaggio Urbi et Orbi del Papa - Pasqua 2011

"In resurrectione tua, Christe, caeli et terra laetentur – Nella tua risurrezione, o Cristo, gioiscano i cieli e la terra" (Lit. Hor.).

Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero!

Il mattino di Pasqua ci ha riportato l’annuncio antico e sempre nuovo: Cristo è risorto! L’eco di questo avvenimento, partita da Gerusalemme venti secoli fa, continua a risuonare nella Chiesa, che porta viva nel cuore la fede vibrante di Maria, la Madre di Gesù, la fede di Maddalena e delle altre donne, che per prime videro il sepolcro vuoto, la fede di Pietro e degli altri Apostoli.

Fino ad oggi – anche nella nostra era di comunicazioni ultratecnologiche – la fede dei cristiani si basa su quell’annuncio, sulla testimonianza di quelle sorelle e di quei fratelli che hanno visto prima il masso rovesciato e la tomba vuota, poi i misteriosi messaggeri i quali attestavano che Gesù, il Crocifisso, era risorto; quindi Lui stesso, il Maestro e Signore, vivo e tangibile, apparso a Maria di Magdala, ai due discepoli di Emmaus, infine a tutti gli undici, riuniti nel Cenacolo (cfr Mc 16,9-14).

La risurrezione di Cristo non è il frutto di una speculazione, di un’esperienza mistica: è un avvenimento, che certamente oltrepassa la storia, ma che avviene in un momento preciso della storia e lascia in essa un’impronta indelebile. La luce che abbagliò le guardie poste a vigilare il sepolcro di Gesù ha attraversato il tempo e lo spazio. E’ una luce diversa, divina, che ha squarciato le tenebre della morte e ha portato nel mondo lo splendore di Dio, lo splendore della Verità e del Bene.

Come i raggi del sole, a primavera, fanno spuntare e schiudere le gemme sui rami degli alberi, così l’irradiazione che promana dalla Risurrezione di Cristo dà forza e significato ad ogni speranza umana, ad ogni attesa, desiderio, progetto. Per questo il cosmo intero oggi gioisce, coinvolto nella primavera dell’umanità, che si fa interprete del muto inno di lode del creato. L’alleluia pasquale, che risuona nella Chiesa pellegrina nel mondo, esprime l’esultanza silenziosa dell’universo, e soprattutto l’anelito di ogni anima umana sinceramente aperta a Dio, anzi, riconoscente per la sua infinita bontà, bellezza e verità.

"Nella tua risurrezione, o Cristo, gioiscano i cieli e la terra". A questo invito alla lode, che si leva oggi dal cuore della Chiesa, i "cieli" rispondono pienamente: le schiere degli angeli, dei santi e dei beati si uniscono unanimi alla nostra esultanza. In Cielo tutto è pace e letizia. Ma non è così, purtroppo, sulla terra! Qui, in questo nostro mondo, l’alleluia pasquale contrasta ancora con i lamenti e le grida che provengono da tante situazioni dolorose: miseria, fame, malattie, guerre, violenze. Eppure, proprio per questo Cristo è morto ed è risorto! E’ morto anche a causa dei nostri peccati di oggi, ed è risorto anche per la redenzione della nostra storia di oggi. Perciò, questo mio messaggio vuole raggiungere tutti e, come annuncio profetico, soprattutto i popoli e le comunità che stanno soffrendo un’ora di passione, perché Cristo Risorto apra loro la via della libertà, della giustizia e della pace.

Possa gioire la Terra che, per prima, è stata inondata dalla luce del Risorto. Il fulgore di Cristo raggiunga anche i Popoli del Medio Oriente, affinché la luce della pace e della dignità umana vinca le tenebre della divisione, dell’odio e delle violenze. In Libia la diplomazia ed il dialogo prendano il posto delle armi e si favorisca, nell’attuale situazione conflittuale, l’accesso dei soccorsi umanitari a quanti soffrono le conseguenze dello scontro. Nei Paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tutti i cittadini - ed in particolare i giovani - si adoperino per promuovere il bene comune e per costruire società, dove la povertà sia sconfitta ed ogni scelta politica risulti ispirata dal rispetto per la persona umana. Ai tanti profughi e ai rifugiati, che provengono da vari Paesi africani e sono stati costretti a lasciare gli affetti più cari arrivi la solidarietà di tutti; gli uomini di buona volontà siano illuminati ad aprire il cuore all’accoglienza, affinché in modo solidale e concertato si possa venire incontro alle necessità impellenti di tanti fratelli; a quanti si prodigano in generosi sforzi e offrono esemplari testimonianze in questa direzione giunga il nostro conforto e apprezzamento.

Possa ricomporsi la civile convivenza tra le popolazioni della Costa d’Avorio, dove è urgente intraprendere un cammino di riconciliazione e di perdono per curare le profonde ferite provocate dalle recenti violenze. Possano trovare consolazione e speranza la terra del Giappone, mentre affronta le drammatiche conseguenze del recente terremoto, e i Paesi che nei mesi scorsi sono stati provati da calamità naturali che hanno seminato dolore e angoscia.

Gioiscano i cieli e la terra per la testimonianza di quanti soffrono contraddizioni, o addirittura persecuzioni per la propria fede nel Signore Gesù. L’annuncio della sua vittoriosa risurrezione infonda in loro coraggio e fiducia.

Cari fratelli e sorelle! Cristo risorto cammina davanti a noi verso i nuovi cieli e la terra nuova (cfr Ap 21,1), in cui finalmente vivremo tutti come un’unica famiglia, figli dello stesso Padre. Lui è con noi fino alla fine dei tempi. Camminiamo dietro a Lui, in questo mondo ferito, cantando l’alleluia. Nel nostro cuore c’è gioia e dolore, sul nostro viso sorrisi e lacrime. Così è la nostra realtà terrena. Ma Cristo è risorto, è vivo e cammina con noi. Per questo cantiamo e camminiamo, fedeli al nostro impegno in questo mondo, con lo sguardo rivolto al Cielo.

Buona Pasqua a tutti!

Dal sito vatican.va

Buona Pasqua

Alleluia!

Surrexit Dominus vere!

Alleluia!


Alleluia

Il Signore è veramente risorto!

Alleluia!

Dal curatore di questo blog e del sito parrocchiale tanti auguri di una buona e santa Pasqua a tutti i lettori.

venerdì 22 aprile 2011

Ecce Lignum Crucis

Venerdì Santo, secondo giorno del Triduo Pasquale, è il giorno della Passione e Morte del Signore. Ieri sera, con la reposizione del Santissimo Sacramento alla cappella dell'Adorazione, al canto del Pange Lingua, è come se avessimo accompagnato il Signore fuori dal Cenacolo nell'orto degli ulivi, per la sua preghiera piena d'angoscia al Padre. Come Pietro, Giacomo e Giovanni, anche noi siamo stati chiamati da Gesù Cristo a seguirlo e a pregare per non entrare in tentazione, nell'adorazione notturna che dalla fine della Messa in Coena Domini di ieri si sta protraendo nel nostro Duomo anche in queste ore, fino alle 15. Il Nostro Signore è arrestato, processato e falsamente accusato, sbeffeggiato, percosso; la folla che fino a pochi giorni prima l'aveva acclamato Messia, che ascoltava la sua predicazione e lo seguiva, per vedere con i propri occhi i prodigi che compiva, lo ha abbandonato, ed urla a gran voce di liberare Barabba. Il brigante con il nome di un profeta, è questo che l'uomo è portato a scegliere se ragiona come vuole il mondo; la libera scelta che lascia Pilato tra Gesù e Barabba sembra un po' come la scelta insistente del mondo di oggi tra seguire Cristo e la "laicità" che ci viene proposta come una nuova religione di stato. E così l'uomo, davanti all'autorità pubblica, sceglie ancora oggi Barabba al posto di Gesù, quando dice: "Credo in Gesù Cristo, ma non credo nella Chiesa", "Quello che dice il Papa lo farò se e quando ne avrò voglia", "La Chiesa deve adeguarsi al mondo". Pensiamo per un attimo al Nostro amatissimo Signore, dal pretorio, mentre si sente insultato da quelli che Egli ama al di sopra di ogni cosa, al punto di dare la vita per loro; e di certo non solo per chi era presente deve essersi rattristato, ma anche per tutti quelli che, nel tempo, Egli ha sempre amato, per i quali Egli sempre ha sofferto, e che l'hanno rinnegato, insultato e condannato. Certo, la sofferenza corporale inflittaGli dalla tortura romana della crocifissione e della flagellazione devono essere state qualcosa di insopportabile; ma quale dolore deve aver provato il Signore, che oltre a resistere nel corpo si trova a dover subire l'odio ed il rinnegamento di coloro che ama?
Ecce Lignum Crucis, in quo Salus mundi pependit; ecco il Legno della Croce, dal quale pendette la Salvezza del mondo. Da un albero è venuto il peccato di Adamo, che tutti ci condanna; dall'albero della Croce arriva anche la Salvezza. Come dice la famosa omelia sul sabato santo che si legge nell'Ufficio delle letture di domani, il Sacrificio di Cristo rende l'uomo degno, finalmente, di cibarsi dei frutti dell'albero della vita, che è Cristo stesso. Ma oggi è ancora l'ora del buio, l'impero delle tenebre; battiamoci il petto di fronte al Crocifisso, che lancia il suo urlo di dolore fisico e interiore, mentre sulla Croce distrugge il nostro peccato e ci dona la salvezza. Ecco il nostro Re: questo ci dice Pilato e lascia scritto sopra la Croce di Gesù Cristo; questo è veramente il nostro Re, la vera regalità, la strada da percorrere, il sacrificio per amore.

Ascoltiamo questo brano suggestivo, il Miserere di Gregorio Allegri, autore romano nato nel '500; questo brano, cantato nel XVI e XVII secolo dalla Cappella Sistina durante il primo notturno del Venerdì Santo, e tanto prezioso da dover pendere la scomunica per chiunque l'avesse fatto eseguire fuori dall'Urbe, è l'esempio di polifonia a cui ci viene detto di ispirarci dal Concilio Vaticano II, da papa Pio X e dal Magistero della Chiesa. Esso si conforma al sublime modello del canto gregoriano, e pertanto è pienamente degno di varcare le soglie della chiesa; possiamo anche noi convertire i nostri cuori e desiderare di sentire, nelle nostre chiese, la vera musica sacra prescritta dal Magistero, abbandonando anche in queste cose ciò che viene dal mondo e ci allontana dalla preghiera e dal culto che si deve a Nostro Signore Gesù Cristo, Redentore.

giovedì 21 aprile 2011

Missa in Coena Domini: omelia del Papa

La Missa in Coena Domini dà inizio al Triduo Pasquale; la parola "Triduo" deriva dal latino, e significa letteralmente "tre giorni". Tuttavia il Triduo di Pasqua, momento liturgico più importante dell'anno per tutti i cristiani, si snoda lungo quattro giorni, da oggi, Giovedì Santo, Venerdì Santo, Sabato Santo fino alla Domenica di Risurrezione, e termina dopo i Vespri del giorno di Pasqua. Ma le celebrazioni più importanti e suggestive, perché uniche in tutto l'anno liturgico, sono la Veglia Pasquale, la notte tra Sabato e Domenica, l'Azione Liturgica pomeridiana della Passione e Morte del Signore il pomeriggio di Venerdì e, questa sera, la Santa Messa in Coena Domini, i cui segni distintivi sono la lavanda dei piedi, gesto simbolico che riprende quello compiuto da Nostro Signore la sera prima della sua Passione, e la processione di Reposizione del Santissimo dopo la Comunione, nel luogo che per tradizione viene detto Sepolcro. E' infatti interessante notare come queste tre celebrazioni siano intimamente unite l'una con l'altra: quella di stasera e quella di domani non si concludono con il Segno della Croce e con il saluto "La Messa è finita"; li sentiremo soltanto alla fine della Veglia Pasquale.
Anche il Santo Padre, Benedetto XVI, ha celebrato la Santa Messa in Coena Domini, come da Tradizione nella Basilica Papale di San Giovanni in Laterano. Nella sua toccante omelia egli si è soffermato in particolar modo sull'unità dei cristiani, sulla necessità di convertirci e di essere umili di fronte al Signore e sul fatto che Egli ha desiderato morire per noi: "Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi prima della mia Passione"; con queste parole Gesù ha inaugurato il suo ultimo convito. Gesù, ha detto il Santo Padre, è andato incontro a quell'ora desiderandola, ha atteso quel momento che avrebbe dovuto essere in qualche modo le vere nozze messianiche, la trasformazione dei doni di questa terra, e una cosa sola con i suoi, per trasformarli. Nel desiderio di Gesù possiamo riconoscere il desiderio di Dio stesso, che dà compimento alla stessa Creazione. Riprendendo alcune delle domande che ha posto anche nella celebrazione di questa mattina, ha proseguito: Gesù ha desiderio di noi, ci attende; e noi abbiamo veramente desiderio di Lui? Bramiamo di diventare una cosa sola con Lui, cosa di cui ci fa dono nell'Eucaristia, oppure desideriamo essere distratti, pieni di altro? Il disinteresse per Lui è come i posti vuoti al banchetto nuziale, oggi non più una parabola, ma una realtà, proprio in quei paesi in cui Egli aveva rivolto il suo annuncio. Gesù aveva tenuto conto anche di coloro che vengono alla cena, ma senza abito nuziale. Citando san Gregorio Magno, in una delle sue omelie, Benedetto XVI ha accostato quelli che vengono al banchetto senza abito nuziale a coloro che hanno la Fede, ma mancano dell'abito nuziale dell'Amore, e chi vive la Fede senza amore viene mandato fuori. La Comunione Eucaristica richiede la Fede, ma la stessa Fede richiede l'Amore.
Gesù, sappiamo dai Vangeli, ha portato nell'Ultima Cena i capisaldi del suo annuncio, ma ha soprattutto pregato: Marco e Luca sottolineano l'atteggiamento ascendente del Ringraziamento e discendente del Benedire. Le parole della Transustanziazione sono parole di preghiera; questa trasformazione della sua sofferenza in Amore possiede una forza trasformatrice nei doni nei quali ora Egli dà se stesso. Lo scopo ultimo della trasformazione eucaristica è la nostra stessa trasformazione nella Comunione con Dio. Una particolare attenzione del papa viene data anche alle parole che oggi vengono pronunciate durante la Santa Messa; da Luca e soprattutto da Giovanni sappiamo che Gesù, nella sua preghiera durante l'Ultima Cena, ha anche rivolto suppliche al Padre, che contengono anche preghiere per i suoi fedeli di allora e di tutti i tempi. In particolare la preghiera per l'Unità; Gesù dice esplicitamente che ciò non vale solo per i discepoli allora presenti, ma per quelli di tutti i tempi, affinché essi diventino una sola cosa, perché il mondo creda. L'unità dei Cristiani può realizzarsi solo nella Fede e nell'Amore per Gesù; non può essere soltanto interiore, mistica, ma deve farsi visibile, per testimoniare Gesù al mondo. Come dice san Paolo: il Pane che noi spezziamo non è forse Comunione con il Corpo di Cristo? E poiché esiste un solo Pane noi tutti siamo una sola cosa. Dall'Eucaristia nasce la Chiesa, è il mistero dell'intima vicinanza di Comunione di ogni singolo col Signore e nello stesso tempo l'unione visibile tra tutti. Celebriamo necessariamente insieme; in ogni comunità vi è il Signore in modo totale, Egli è uno solo in tutte le Comunità. Per questo nelle parole della Messa leggiamo le parole “Una cum papa nostro et cum episcopo nostro”; esse non sono un'aggiunta esteriore; così l'unità diventa visibile, costituisce per noi stessi un elemento concreto, dando anche i nomi del papa e del vescovo.
Ha proseguito il Santo Padre con un nuovo richiamo agli scandali nella Chiesa; san Luca narra di come il Signore, nell'Ultima Cena, abbia predetto a Pietro che Satana l'avrebbe messo alla prova; ma gli ha anche chiesto, una volta convertito, di confermare i suoi fratelli. Oggi constatiamo con dolore nuovamente che a Satana è stato concesso di vagliare i discepoli visibilmente davanti a tutto il mondo; ma sappiamo che Gesù prega per la Fede di Pietro e dei suoi successori; sappiamo che, al pericolo di affondare, Pietro viene continuamente salvato e guidato dal Signore.
Altro punto importante dell'omelia il pontefice l'ha dedicato alla conversione: tutti gli esseri umani, eccetto Maria, hanno bisogno di conversione. Spaventato dal primo annuncio, Pietro disse a Gesù “allontanati da me perché sono peccatore”, testimoniando l'umiltà di chi non si sente degno di Lui, dopo averlo riconosciuto. A Cesarea di Filippi Pietro aveva però voluto distogliere Gesù dalla Passione, nell'Ultima Cena non ha voluto farsi lavare i piedi, nell'orto degli Ulivi ha estratto la spada, tanto quanto stava accadendo pareva non conciliarsi con il suo modo di pensare Dio. Davanti alla serva, però, ha negato di conoscerlo, parendogli questa una piccola bugia; qui è caduto tutto il suo eroismo. Anche noi dobbiamo accettare l'apparente impotenza di Dio in questo mondo, abbiamo bisogno dell'umiltà del discepolo che segue il maestro. Noi, che spesso lo abbandoniamo quando la fedeltà a Lui ci costa un prezzo troppo alto, in quest'ora vogliamo pregarlo di guardare anche noi come a guardato Pietro, e di convertirci.
Parlando in prima persona, il papa ha sottolineato come le parole dette dal Signore a Pietro nell'Ultima Cena valgano ancora oggi per lui e per la Chiesa. Pietro, il convertito, è chiamato a confermare i suoi fratelli; non è un fatto esteriore che questo incarico gli venga affidato nel Cenacolo; l'unità si manifesta infatti nella celebrazione Eucaristica. Per il papa è un grande sollievo sapere che in tutte le celebrazioni si prega per lui; solo con la preghiera di tutta la Chiesa egli può confermare i fratelli.
"Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con noi"; il papa ha concluso con un'esortazione: Signore, suscita anche in noi il desiderio di Te, rafforzarci nell'unità con Te e tra di noi, dona alla tua Chiesa l'unità perché il mondo creda.

Cliccate qui per leggere il testo integrale dell'omelia di papa Benedetto XVI.

Messa del Crisma: omelia del Santo Padre

Con il Giovedì Santo si pone fine al Tempo di Quaresima e si dà inizio al Triduo Pasquale, il punto focale di tutta la vita annuale del cristiano. Il Giovedì Santo, nella Messa in Coena Domini, celebriamo l'istituzione dell'Eucarestia da parte di Nostro Signore Gesù Cristo nell'Ultima Cena, e faremo memoria del gesto della lavanda dei piedi, che Gesù Cristo ha compiuto dopo l'Ultima Cena, lasciando agli Undici il comandamento: "Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri". Il Giovedì Santo, però, si celebra anche un altro aspetto molto importante: durante l'Ultima Cena, infatti, il Signore, anticipando l'offerta sacrificale di se stesso sulla Croce, diede ordine ai suoi discepoli di continuare a perpetuare il suo sacrificio sull'altare tutti i giorni: ha istituito quindi il sacerdozio ministeriale, quello dei diaconi, dei preti e dei vescovi, che in virtù del Sacramento dell'Ordine si occupano della cura delle anime del popolo di Dio. Il Venerdì Santo, nell'Azione Liturgica pomeridiana, celebriamo la Morte del Signore in Croce, leggendo la Passione secondo san Giovanni e procedendo con l'Adorazione della Santa Croce e la Santa Comunione. Il Sabato Santo, nella Solenne Veglia Pasquale, e la Domenica celebriamo la Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, il compimento della vera Pasqua, la liberazione dal peccato e dalla morte di tutti i credenti in Cristo Gesù.
Quest'oggi, come preludio al Triduo Pasquale, ha luogo la Messa del Crisma, che si celebra in tutte le cattedrali del mondo, e vede il popolo e soprattutto i sacerdoti uniti attorno al proprio vescovo, chiamati a rinnovare le loro promesse sacerdotali; durante questa Santa Messa vengono inoltre consacrati gli Olii santi per il Battesimo, la Cresima e l'Unzione degli Infermi: l'Olio dei Catecumeni, l'Olio del Crisma e l'Olio degli Infermi.
Questa mattina il Santo Padre Benedetto XVI ha anch'egli celebrato la Santa Messa del Crisma, insieme ai cardinali e vescovi di Curia e i presbiteri e diaconi della diocesi di Roma. Durante la sua omelia ha approfondito in particolare il significato che hanno per i cristiani questi Olii santi. Nei sacramenti, ha detto il papa, il Signore ci tocca per mezzo degli elementi della Creazione: l'unità tra Creazione e Redenzione si rende visibile. Pane e vino sono frutti della terra e del lavoro dell'uomo: il Signore li ha scelti come portatori della sua presenza; anche nell'olio questo accade, infatti la parola Cristo significa "unto". Ciò che nel sacerdote dell'antica alleanza era avvenuto in modo simbolico con l'unzione con l'olio, avviene propriamente in Cristo, dove l'umanità è penetrata dalla divinità. Noi stessi ci chiamiamo cristiani, unti, persone che partecipano a Cristo. “Non voglio soltanto chiamarmi cristiano ma voglio anche esserlo” ha detto citando sant'Ignazio di Antiochia, ed ha esortato ad pregare il Signore perché sempre più non solo ci chiamiamo cristiani ma anche lo siamo nella vita.
E' passato poi a spiegare più da vicino il significato dei tre Olii: tramite essi si esprimono tre dimensioni essenziali dell'esistenza cristiana. L'Olio dei Catecumeni, ha detto Benedetto XVI, è un tocco interiore col quale il Signore attira le persone vicino a sé, un primo tocco; mediante questo tocco, che avviene ancora prima del Battesimo, guardiamo alle persone che sono alla ricerca della Fede, alla ricerca di Dio. L'olio dei Catecumeni ci dice che non solo l'uomo cerca Dio: Dio stesso si è messo alla ricerca di noi. Il fatto che Egli si sia fatto uomo ci fa vedere quanto Dio ami l'uomo: “Cercandomi ti sedesti stanco: che tanto sforzo non sia vano”, ha ricordato nel Dies Irae. Dio ama gli uomini: Egli viene incontro all'inquietudine del nostro cuore con l'inquietudine del suo stesso cuore che lo induce a compiere l'atto estremo per noi. In questo senso dovremmo sempre rimanere catecumeni: “Ricercate sempre il suo volto” e “Dio è tanto grande da superare sempre infinitamente tutta la nostra conoscenza e tutto il nostro essere”, ha detto citando il salmo 105 e sant'Agostino. L'uomo è inquieto perché tutto ciò che è temporale è troppo poco; ma siamo veramente inquieti verso di Lui? Non ci siamo forse rassegnati alla sua assenza? Non permettiamo questa riduzione, ha esortato il pontefice: rimaniamo sempre inquieti.
Guardando all'Olio dell'Unzione degli Infermi il papa ha posto davanti a noi la schiera dei sofferenti (affamati, assetati, vittime di violenza, gli ammalati, i perseguitati e i calpestati, le persone col cuore affranto). Nel primo invio dei discepoli da parte di Gesù, san Luca ci narra che li mandò ad annunciare il Vangelo e a guarire gli infermi. Certo il compito principale della Chiesa, sottolinea Benedetto XVI, è l'annuncio del Regno di Dio, ma proprio questo annuncio deve essere un processo di guarigione: “Fasciare le piaghe dei cuori spezzati”. L'annuncio del Regno di Dio deve innanzitutto guarire il cuore ferito degli uomini. L'uomo è per sua stessa essenza un essere in relazione: se però è turbata la relazione fondamentale, quella con Dio, non possiamo neppure veramente guarire nel corpo e nell'anima. Per questo la prima e fondamentale guarigione avviene nell'incontro con Cristo, che ci riconcilia con Dio e sana il nostro cuore affranto. Ma anche la guarigione concreta della malattia e della sofferenza, nota il Santo Padre, è ruolo della Chiesa, visibile nell'Olio per l'Unzione degli Infermi. E' questa anche l'occasione per ringraziare le sorelle e i fratelli che portano sollievo agli uomini sofferenti, senza guardare la loro confessione. Attraverso il mondo una scia luminosa di persone ha origine dall'amore di Gesù per i sofferenti e i malati. Per questo ringraziamo in quest'ora il Signore, per questi fratelli che danno testimonianza della bontà di Dio. L'olio degli Infermi è segno tangibile della bontà del cuore: senza parlare di Cristo costoro lo manifestano.
Infine il papa si è soffermato sull'Olio del Crisma, mistura di olio di oliva e profumi. E' l'olio dell'unzione sacerdotale e di quella regale, che si allaccia alle unzioni dell'Antica Alleanza. Nella Chiesa si usa per la Confermazione e per le ordinazioni sacre. Con questo, ha detto il pontefice, si vuole dare compimento alle parole del profeta Isaia, con le quali riprende le parole di promessa di Dio verso il suo popolo presso il Sinai: voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Israele doveva esercitare una funzione sacerdotale per il mondo, aprire il mondo a Dio. San Pietro proclama, aprendo a tutto il popolo dei battezzati: "Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa. Voi un tempo eravate non popolo; ora siete popolo di Dio". L'unzione nel Battesimo e nella Confermazione introduce in questo ministero sacerdotale per l'umanità. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarlo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo comune incarico, in quanto battezzati, non dobbiamo farne un vanto, ammonisce il papa, ma ciò è una cosa che ci dà gioia e ci inquieta: siamo davvero santuario di Dio per il mondo? Diamo testimonianza di Dio o lo nascondiamo? Non siamo forse diventati popolo dell'incredulità? Non è vero forse che l'occidente è stanco della sua fede? Benedetto XVI ci invita con forza a gridare in quest'ora a Dio: “Non permettere che diventiamo non popolo; fa' che la forza del tuo Spirito diventi nuovamente efficace in noi, affinché con gioia testimoniamo il tuo messaggio”. Nonostante tutta la vergogna per i nostri errori, dice il Santo Padre, non dobbiamo dimenticarci dei grandi esempi della fede. Ricorda, il pontefice, il 1° maggio, data in cui verrà beatificato Giovanni Paolo II; allora penseremo a lui come esempio per il nostro tempo, ed insieme a tutti coloro che egli ha beatificato e canonizzato.
Al termine della sua omelia, il papa si rivolge ai sacerdoti: "Il giovedì è particolarmente il nostro giorno: nell'Ultima Cena il Signore ha istituito il sacerdozio neo-testamentario: “consacrali nella verità” ha pregato il Padre. Con umiltà per tutte le nostre insufficienze rinnoviamo il nostro Sì al Signore Gesù".

Cliccando qui potrete leggere il testo integrale dell'omelia del Santo Padre alla Messa del Crisma in lingua italiana.

martedì 19 aprile 2011

Anniversario dell'elezione di Papa Benedetto XVI

Sei anni fa, il 19 aprile 2005 più o meno a quest'ora, dal comignolo montato sopra il tetto della Cappella Sistina, dopo nemmeno un giorno di conclave, si vide uscire fumo bianco, seguito entro pochi minuti dal suono festoso delle campane della Basilica Vaticana: era il segno che il nuovo papa, colui che avrebbe raccolto la pesante eredità lasciata da quasi 27 anni di pontificato di Giovanni Paolo II, era stato eletto. L'attesa durò quasi un'ora, le diverse emittenti televisive non azzardavano pronostici sul nome dell'eletto; finalmente dalla loggia centrale si vede uscire il cardinale protodiacono, Jorge Arturo Medina Estévez, incaricato dell'annuncio. Reazioni di stupore di fronte al saluto poliglotta del porporato, che precede il tradizionale annuncio in latino: il nuovo papa è il cardinale Joseph Ratzinger, fino a pochi giorni prima prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, che ha scelto il nome di Benedetto XVI. Le sue prime parole, prima della benedizione urbi et orbi, furono queste:

«Cari fratelli e sorelle, dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice ed umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere. Nella gioia del Signore risorto, fiduciosi nel suo aiuto permanente, andiamo avanti. Il Signore ci aiuterà e Maria sua Santissima Madre, starà dalla nostra parte. Grazie.»

Le reazioni che si ebbero ai primi momenti furono diverse, anche se tra i cosiddetti "esperti" prevaleva una certa diffidenza: chi, vista l'età del neo eletto, pensava si trattasse di un papa di transizione, e chi, fin da subito, non lo riconosceva in continuità col pontificato di Giovanni Paolo II. Un'obiezione, quest'ultima, che ancora si riscontra, a dire il vero, in coloro che forse sono più lontani dalla Chiesa, ma ben presto confutata, se pensiamo al rapporto di stretta stima ed amicizia che intercorreva tra il cardinal Ratzinger ed il papa polacco, che lo volle a custodia della Dottrina della Fede per più di vent'anni. E anche coloro che lo inquadrarono come un pontefice "di transizione" dovettero presto ricredersi: molti sono già oggi i caratteri che contraddistinguono il pontificato di Benedetto XVI. Immediatamente si impose il tema del confronto tra religioni e culture diverse, per lo scontro seguito al suo storico discorso all'università di Ratisbona, durante il quale, condannò il legame tra qualsiasi forma di violenza e le religioni. Ma nel tempo si è avuto modo di constatare il cammino del papa sulla strada dell'ecumenismo: a partire da quando, durante la sua visita in Turchia, ebbe modo di assistere ad una funzione religiosa ortodossa, per finire con il recente motu proprio Anglicanorum coetibus, che per la prima volta da 500 anni ha cominciato a risanare la ferita aperta dallo scisma anglicano, accogliendo alcuni anglicani convertiti nell'ordinariato di Nostra Signora di Walsingham.
Un altro tema molto importante è quello della liturgia, che già prima dell'elezione aveva coinvolto il cardinale Ratzinger, e della corretta interpretazione del Concilio Vaticano II. E' a lui, durante il discorso augurale alla Curia romana del 2005, che si deve il merito della diffusione dei termini Ermeneutica della continuità ed Ermeneutica della rottura, di cui abbiamo parlato molto spesso anche in questo blog. Ed il tema liturgico fu ancora protagonista con l'emanazione del motu proprio Summorum Pontificum, che rende più agevole la celebrazione della Santa Messa secondo il rito di san Pio V in tutte le chiese cattoliche, di cui a breve attendiamo l'istruzione attuativa. Per non parlare di tutti gli esempi che il pontefice fornisce, con le liturgie papali sapientemente coordinate dal maestro mons. Guido Marini, da lui scelto alla guida dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche; con il recupero del canto gregoriano, del latino, della croce al centro, della cura e della bellezza dei paramenti e della centralità di un'autentica arte nel sacro.
Altro tema molto importante e drammatico che proprio negli ultimi tempi ha tristemente acquistato notorietà è quello della pedofilia nella Chiesa, per cui fu ingiustamente attaccato dalla stampa mondiale; al contrario, il suo impegno è stato sempre molto attento e premuroso, come è poi stato dimostrato, affinché i sacerdoti conservassero la santità, sul modello del santo Curato d'Ars, in onore del quale fu indetto uno speciale anno giubilare per tutti i sacerdoti cattolici del mondo.
Molti sarebbero ancora i temi da approfondire, malgrado i soli sei anni di pontificato, su questo straordinario papa, ma per motivi di spazio e di tempo non posso farlo in questo post; ciò a testimonianza di come Benedetto XVI non sia affatto un papa di transizione.
Che Iddio ce lo conservi, donandogli salute nel corpo e nello spirito, e lo aiuti a reggere il timone della barca su cui viaggia la Chiesa Cattolica, a volte insidiata da terribili tempeste. Lo aiuti Lui e lo sostenga: da parte nostra assicuriamogli la nostra vicinanza e preghiera; e porgiamogli i nostri entusiastici ed affettuosi auguri di buon anniversario di pontificato, con le parole del canto:

Benedicto, summo pontifici, et universali patri, pax, vita et salus perpetua.

Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat!

Nel seguente video possiamo rivivere quei trepidanti momenti dell'elezione, sei anni fa:

domenica 17 aprile 2011

Vexilla Regis prodeunt

Con la Domenica delle Palme, che celebriamo oggi, iniziano per noi il tempo di Passione e la Settimana Santa. I segni che la liturgia propone agli occhi e allo spirito sono molteplici: innanzitutto i rami d'ulivo, che sostituiscono per lo più i rami di palma con cui, i Vangeli ci raccontano, fu accolto Gesù Cristo nel suo ingresso a Gerusalemme. L'ulivo richiama infatti la Passione di Nostro Signore, che proprio nell'orto del Getsèmani si recò in preghiera dopo l'Ultima Cena. Poi il colore delle vesti e dei paramenti liturgici, che a differenza del resto del Tempo di Quaresima, è il rosso, colore del Sangue effuso dal Redentore sulla Croce, e al quale si associa anche il Sangue di tutti i martiri che per il Signore hanno donato e donano tutt'oggi la loro vita. Ma, come di consueto, anche la musica liturgica si addobba in maniera tipica della Settimana Santa. Uno dei segni più importanti è l'inno, che sarà cantato durante i Vespri di tutti i giorni da oggi fino al Sabato Santo, il Vexilla Regis.
L'autore dei versi di quest'inno è Venanzio Fortunato, nato a Duplavilis, l'odierna Valdobbiadene, nel 530 e vissuto, nella prima parte della sua vita, tra Aquileia e Ravenna, ed autore tra l'altro di un inno Pange lingua per il Venerdì Santo, da non confondere con quello eucaristico che si canta il Giovedì Santo. L'originale di quest'inno contava otto strofe, ma fu rimaneggiato al tempo di papa Urbano VIII (a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo), entrando a far parte del Liber Usualis fino alla riforma liturgica degli anni settanta, quando, nel Liber Hymnarius, ha parzialmente riacquisito il testo antico. In letteratura, poi, quest'inno è citato in diverse epoche ed opere, a cominciare dalla Commedia dantesca, dove appare "al negativo" all'inizio dell'ultimo canto dell'inferno, ma anche in "A Portrait of the artist as a young man" dell'autore irlandese James Joyce.
L'incipit dell'inno propone subito all'attenzione quello che per l'uomo rimane un paradosso: parla infatti di "Vexilla Regis", cioè dei vessilli del re, che avanzano, ma vi accosta, immediatamente dopo, "fulget Crucis mysterium", ossia rifulge il mistero della Croce. Nella mente dei fedeli appaiono quindi le immagini delle processioni devozionali del Venerdì Santo, o le Vie Crucis, o ancora qualsiasi altra processione religiosa, aperta dal Crocifisso; la Croce, segno d'infamia per l'uomo, è divenuta l'insegna della gloria di un re, il vero re, che è Cristo Signore. Come ricordava papa Benedetto XVI, in una delle meditazioni per la via crucis del Venerdì Santo del 2005, Gesù Cristo era fuggito dalla folla che voleva prenderlo per farlo re, quando ancora non era il momento; ma durante la sua agonia sulla Croce il suo titolo regale può rimanere esposto all'attenzione di tutti, nell'iscrizione composta da Pilato: "Gesù il Nazareno, Re dei Giudei": è questa la vera regalità, come dice lo stesso inno poco più in alto, "Regnavit a ligno Deus" (Dio ha regnato dal legno).
Prosegue, il testo, indicando il Crocifisso da cui pende il prezzo per riscattare il mondo dalla sua schiavitù (pretium pependit saeculi); come nella cultura romana lo schiavo diventava libero, una volta riscattato il suo prezzo al suo padrone, così il Redentore diventa il prezzo che deve essere versato per liberarci dalla schiavitù del male e del peccato. E nella stessa strofa il Crocifisso diventa la bilancia, strumento da sempre associato alla giustizia: "statera facta corporis" che, liberando l'uomo, lo sottrae all'Inferno, dove il diavolo vuole attirarlo. Fino a giungere al culmine di tutto il componimento, poco prima della conclusione, dove la croce viene salutata come unica speranza (O Crux, ave, spes unica), come a dire che la sofferenza di Cristo è l'unica via da percorrere per la salvezza.
Come di consueto ecco il testo dell'inno, che canteremo durante i vespri di questa sera e al Venerdì Santo, da poter seguire, insieme alla traduzione, mentre ascoltiamo questa proposta musicale, con una strofa in gregoriano ed una in un interessante falso bordone polifonico.

Vexilla Regis prodeunt:
fulget Crucis mysterium,
qua vita morte pertulit,
et morte vitam protulit.

Quae vulnerata lanceae
mucrone diro, criminum
ut nos lavaret sordibus,
manavit unda et sanguine.

Impleta sunt quae concinit
David fideli carmine,
dicendo nationibus:
Regnavit a ligno Deus.

Arbor decora et fulgida,
ornata Regis purpura,
electa digno stipite,
tam sanctam membra tangere.

Beata, cuius brachiis
praetium pependit saeculi:
statera facta corporis,
tulitque praedam tartari.

O CRUX, AVE, SPES UNICA,
hoc Passionis tempore
piis adauge gratiam,
reisque dele crimina.

Te, fons salutis Trinitas,
collaudet omnis spiritus:
quibus Crucis victoriam,
largiris, adde praemium. Amen.
Avanzano i vessilli del Re,
rifulge il mistero della Croce,
che dalla vita condusse alla morte
e dalla morte ha manifestato la vita.

Quando fu colpita dalla punta
della crudele lancia, per
lavarci dai nostri sordidi crimini
versò un'onda di sangue.

Sono compiute le parole che Davide
cantò coi suoi versi fedeli,
dicendo alle genti:
Dio ha regnato dal legno.

O Albero splendido e fulgido,
ornato della porpora regale,
dal tronco eletto al punto
di toccare le sante membra.

O beata, dalle cui braccia
pendette il prezzo del mondo:
e fatta del corpo una bilancia,
ha tolto la preda all'inferno.

O CROCE, AVE, UNICA SPERANZA,
in questo tempo di Passione
accresci ai pii la grazia,
cancella ai rei i crimini.

Te, Trinità fonte di salvezza,
lodi ogni spirito:
dalla vittoria della Croce
elargisci, aggiungi il premio. Amen.


sabato 16 aprile 2011

Monsignor Beniamino Pizziol eletto vescovo di Vicenza

Il vescovo ausiliare di Venezia, monsignor Beniamino Pizziol è stato eletto oggi dal Santo Padre Benedetto XVI alla sede vescovile di Vicenza. Ordinato sacerdote il 3 dicembre 1972 dall'allora cardinale patriarca Albino Luciani, svolse, tra gli altri, gli incarichi di parroco nella parrocchia di san Trovaso, a Venezia, dal 1987 al 2002, contestualmente incaricato del coordinamento della pastorale universitaria. Fu confermato dal patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, Vicario Generale del patriarcato e, successivamente, moderator curiae, e nel 2008 arrivò per lui la nomina a vescovo ausiliare di Venezia, con il titolo di Cittanova d'Istria (Aemona). Ricevette la Consacrazione episcopale il 24 febbraio 2008 per le mani del patriarca, co-consacranti il cardinale Marco Cè, patriarca emerito, e monsignor Eugenio Ravignani, allora vescovo di Trieste.
Oggi arriva la notizia della sua nomina a capo della Chiesa di Vicenza, suffraganea della metropolia di Venezia, e rimasta vacante dall'ottobre dello scorso anno, quando il vescovo monsignor Cesare Nosiglia fu traslato dal papa alla sede di Torino.
A lui va il nostro più sincero e caloroso augurio per questa nomina; non nascondendo un po' di rammarico per averlo lontano dalla nostra diocesi, gli assicuriamo comunque la nostra fervida preghiera per il ministero che andrà a cominciare da qui a qualche settimana, entusiasti che da oggi anche i nostri fratelli della diocesi di Vicenza potranno sperimentare lo zelo e la bontà pastorale del nostro già vescovo ausiliare.

La notizia dal bollettino della Sala Stampa della Santa Sede:
Mons. Pizziol nominato vescovo di Vicenza

84mo compleanno di Papa Benedetto XVI

Oremus pro Pontifice nostro Benedicto

Dominus conservet eum
et vivificet eum
et beatum faciam eum in terra
et non tradat eum
in animam inimicorum eius.

Preghiamo per il nostro Papa Benedetto

Il Signore lo conservi
e gli doni vita
e lo renda felice sulla terra
e non lo consegni
all'anima dei suoi nemici
.



venerdì 15 aprile 2011

Tesori d'arte sacra: i reliquiari della Santa Croce

Posticipato di un paio di giorni (a causa delle importanti vicende che purtroppo hanno coinvolto la stesura di Youcat) torna l'appuntamento mensile con l'arte sacra; questo mese, data anche la vicinanza con la Settimana Santa, approfondiamo qualche notizia sui reliquiari della Santa Croce presenti nella nostra parrocchia, oggi custoditi nel Museo liturgico parrocchiale. Infatti, tra le numerose reliquie di santi e sante otteute dalla sede di Caorle in più di mille anni di vita vescovile, alcune riguardano la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. La prima notizia di una reliquia riguardante la Passione risale al XVIII secolo: si tratta di un reliquiario, al tempo del vescovo Giovanni Vincenzo de Filippi, contenente resti di diversi santi, e sormontato da una croce di cristallo contenente le reliquie della Croce, del Preziosissimo Sangue e una Spina della Sacra Corona. Tale reliquia fu successivamente spostata in un reliquiario apposito a forma di croce di cristallo, donato dal vescovo Francesco Trevisan Suarez, e che è ancor oggi custodita in Museo; per l'occasione il vescovo Suarez stese anche una nuova autentica, il 15 ottobre 1744, che rinnovava il precedente documento del suo predecessore, il vescovo De Filippi, e che attestava come il legno fosse stato staccato da quello custodito in San Marco. Un altro documento storico della presenza di reliquie della Passione di Cristo risale al 23 aprile 1747, quando il vescovo Francesco Trevisan Suarez lasciò per iscritto di aver ottenuto dalla cattedrale di Ancona una lancetta che era stata a contatto con la sacra lancia che aveva dischiuso il Costato del Signore subito dopo la sua morte in Croce.
Da allora, per circa cent'anni, non abbiamo ulteriori notizie, anche se gli atti della visita pastorale del patriarca Angelo Giuseppe Ramazzotti del 23 giugno 1858 ci fanno presupporre l'esistenza di almeno un altro di questi reliquiari. Infatti il patriarca, volendo regolamentare il culto delle reliquie nel patriarcato di Venezia, ordinava di non esporre la "Reliquia del Preziosissimo Sangue" finché non ne fosse stata provata l'autenticità, nonché di rimuovere tutte le reliquie prive di sigillo vescovile. Questo significa che, negli anni precedenti, la cattedrale di Caorle doveva possedere un ulteriore reliquiario, detto del Preziosissimo Sangue, che veniva esposto probabilmente nella festa liturgica dedicata (all'inizio del mese di luglio) e nei giorni della Passione, e che non possedeva il decreto di autentica stilato dai vescovi caprulani. Tuttavia, per ovviare al problema della mancanza della prova di autenticità e non volendo rompere una tradizione probabilmente secolare, fu lo stesso patriarca Ramazzotti a donare, nel 1861, un nuovo reliquiario del Preziosissimo Sangue, comprendente una piccola porzione di terra imbevuta del Preziosissimo Sangue e due Spine della Sacra Corona. Il reliquiario (riportato nella foto) è opera pregevole di orificeria veneziana, in stile neogotico, con un'ampolla principale in cristallo di Murano e, all'interno, una goccia centrale in vetro soffiato, ove è posta la terra; ai lati della goccia in vetro soffiato sono poste le due spine, una per parte, delle quali una oggi è, purtroppo, spezzata. All'esterno dell'ampolla principale, legato tramite un filo rosso, è ancora oggi visibile il sigillo in ceralacca del patriarca Angelo Ramazzotti.
Quest'ultimo reliquiario, in particolare, viene portato in processione per le vie del centro storico la sera del Venerdì Santo ancora oggi, durante la Via Crucis tradizionale; nel secolo scorso questa manifestazione della devozione popolare si è arricchita della presenza dei Baraboi, uomini incappucciati in nero che portano scalzi la Croce in processione, usanza sicuramente proveniente da tradizioni del sud Italia. Tuttavia la processione del Venerdì Santo deve essere certamente preesistente, e lo attesta la presenza di documenti storici sulla reliquia del Preziosissimo Sangue non autenticata, in luogo della quale il patriarca Ramazzotti donò quello splendido reliquiario, che oggi costituisce uno dei pezzi più preziosi, per devozione e arte, conservati nella nostra parrocchia.

giovedì 14 aprile 2011

Ancora problemi con Youcat

Nei giorni scorsi abbiamo appreso la notizia (ripresa nel post di ieri) del grossolano errore di traduzione nel numero 420 del catechismo pensato per accompagnare i giovani che parteciperanno alla Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid nel prossimo agosto, errore che creava ambiguità sulla vera dottrina della Chiesa sull'utilizzo degli anticoncezionali. Il primo annuncio era stato quello del ritiro dalle librerie della versione errata del sussidio, in attesa di una revisione; ma in tarda mattinata è arrivata la notizia che Youcat sarebbe rimasto nelle librerie, e vi si sarebbe aggiunto un foglio di Errata corrige, dove si cassava la domanda errata e si proponeva una traduzione più fedele all'originale, che allontanasse ogni pericolo di fraintendimento. Nel frattempo si teneva la conferenza stampa di presentazione di Youcat, già prevista da tempo, alla quale partecipavano, tra gli altri, il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, e monsignor Salvatore Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, nonché già presidente della Pontificia Accademia per la Vita.
Proprio ieri, in conferenza stampa, le domande dei giornalisti non sono state solamente per l'errore nella traduzione italiana, ma per un altro errore, che appare addirittura peggiore, poiché lambisce il campo dei temi etici e dei valori non negoziabili per i cattolici, cioè l'eutanasia; e questo non è un problema di traduzione, ma è presente nella versione originale del Catechismo pensato per i giovani, in lingua tedesca. Infatti, traggo dal blog Settimo Cielo del vaticanista Sandro Magister, il numero 382 chiede e risponde:

L’eutanasia è permessa?

Provocare attivamente la morte è sempre una violazione del comandamento: ‘non uccidere’ (Es 20, 13); al contrario, assistere una persona durante il processo di morte è addirittura un dovere di umanità.
Spesso le definizioni di eutanasia attiva ed eutanasia passiva rendono poco chiaro il dibattito; la questione dirimente è propriamente se si uccide o se si lascia morire la persona. Chi aiuta a morire una persona nel senso dell’eutanasia attiva viola il quinto comandamento; chi invece aiuta una persona durante la morte nel senso di un’eutanasia passiva obbedisce invece al comandamento dell’amore del prossimo. Si intende con questo che, essendo la morte del paziente ormai sicura, si rinuncia a procedure mediche straordinarie, onerose o sproporzionate rispetto ai risultati attesi. Questa decisione spetta al paziente stesso, oppure deve essere messa per iscritto in anticipo. Se il paziente non è più cosciente, una persona delegata deve soddisfare le volontà dichiarate o presumibili del morente. La cura di un morente non può mai essere interrotta, trattandosi di un dovere di carità e di misericordia; in questo senso può essere legittimo e corrispondere alla dignità umana l’uso di palliativi, anche col rischio di abbreviare la vita del paziente; è però decisivo che la morte non sia ricercata né come fine né come mezzo

In questo campo ogni discorso è molto delicato, anche perché solo chi ha fatto studi approfonditi sulla morale può dare risposte esaurienti. Ma non sono necessari molti studi per capire che, nel testo sopra menzionato, qualcosa che non va deve esserci; in pratica scopriamo che esistono due tipi di eutanasia, una attiva (da condannare perché con essa materialmente si uccide una persona, se pure consenziente), ed una "passiva", di cui non si è sentito molto parlare nemmeno durante le drammatiche ore dell'agonia di Eluana Englaro, quando tutti i telegiornali e i giornali si occupavano di queste cose. Innanzitutto l'incipit della risposta ("Provocare attivamente la morte è sempre una violazione del comandamento") lascia intendere che, al contrario, provocare passivamente la morte può non essere violazione del comandamento; tant'è vero che, di seguito, si parla di questa "eutanasia passiva", nella quale entrerebbero a far parte "procedure mediche straordinarie, onerose o sproporzionate rispetto ai risultati attesi". E non è tutto: la decisione "spetta al paziente stesso", ad esempio "messa per iscritto in anticipo", oppure "se il paziente non è più cosciente, una persona delegata deve soddisfare le volontà dichiarate o presumibili del morente".
Basta fare un parallelo proprio col caso Eluana Englaro: se si parla di "procedure mediche" che, dato lo stato del malato, appaiono "onerose e sproporzionate" rispetto ai risultati attesi, e si aggiunge il fatto che il padre e alcuni dei conoscenti parlavano insistentemente di una decisione della paziente tale da autorizzare la "persona delegata" a soddisfare le volontà dichiarate o "presumibili" del morente, dove si è sbagliato, nel caso di Eluana? Perché la Chiesa fece tanto rumore, in quei giorni?
C'è quindi da ammettere che il testo, così come è scritto, e, ripeto, non è una questione di traduzione italiana questa volta, dà adito a diverse interpretazioni, e anche qui può arrivare a far credere ad alcuni che l'eutanasia sia, in qualche forma, permessa. E' veramente così? Anche oggi andiamo ad attingere dal Catechismo completo, ai numeri 2277, 2278, 2279:

2277. Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l'eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile.
Così un'azione oppure un'omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L'errore di giudizio, nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest'atto omicida, sempre da condannare e da escludere.
2278. L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.
2279. Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.

In questo caso non si parla di "eutanasia passiva", ma si mette chiaramente in evidenza che quello a cui ci si riferisce dicendo "interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie e sproporzionate", ossia la rinuncia all'accanimento terapeutico. Eutanasia, infatti, attiva o passiva che sia, significa procurare volontariamente la morte di una persone, anche se questa è consenziente; rinunciare all'accanimento terapeutico, come precisa il Catechismo della Chiesa Cattolica, significa invece accettare la morte come inevitabile, ma non volontà di procurarla dall'esterno. Non a caso, infatti, il Catechismo completo non usa la parola eutanasia passiva. Infatti, quando poi si dice che "Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto", si fa chiaramente riferimento alla rinuncia all'accanimento terapeutico, e non ad alcuna forma di eutanasia.
Interrogato su questo punto, durante la conferenza stampa di ieri, il cardinale Schönborn ha dichiarato che nella versione tedesca non si è apposta voluto usare la parola "Euthanasie", ma "Sterbehilfe", che significa aiuto alla morte. Ma monsignor Fisichella ha invece rigettato in blocco le formule di "Eutanasia attiva" ed "Eutanasia passiva", anche nell'accezione che si è dato al termine della versione originale tedesca, proprio per il pericolo di ambiguità di cui ho parlato sopra, precisando che "non dovrebbero essere più usate". Su questo punto, il vaticanista Sandro Magister ricorda l'enciclica di papa Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, nella quale si fa riferimento ad un'eutanasia non tanto "passiva", quanto di "omissione" che nell'intenzione procura la morte; questo basta, dice il papa in questa enciclica, a definire l'eutanasia in senso vero e proprio. Da questa è ben distinta la rinuncia all'accanimento terapeutico, poiché nelle intenzioni non vuole procurare la morte, ma la accetta quale naturale termine della vita:

«65. Per un corretto giudizio morale sull'eutanasia, occorre innanzitutto chiaramente definirla. Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un'azione o un'omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. «L'eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati».

Da essa va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto «accanimento terapeutico», ossia a certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili casi». Si dà certamente l'obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all'eutanasia; esprime piuttosto l'accettazione della condizione umana di fronte alla morte.
»

Dunque l'eutanasia, scriveva Giovanni Paolo II, è una questione di intenzioni e di metodi; anche se distinguiamo l'eutanasia passiva da quella attiva, restano le intenzioni di procurare la morte. E dobbiamo concludere che parlare di eutanasia passiva in un sussidio catechistico è quantomeno fuorviante ed improprio, se non del tutto errato. Sarebbe stato sufficiente, conclude Magister (ed io concordo con lui), accennare all'accanimento terapeutico, anziché usare il termine "eutanasia passiva", dicendo un "doppio no" molto chiaro, all'eutanasia in tutte le sue forme da un lato e all'accanimento terapeutico dall'altro; questo avrebbe evitato le grosse ambiguità che nascono dalla formulazione del testo nello stato attuale.
In conclusione: io ribadisco la mia opinione che l'idea della realizzazione di un sussidio catechistico per i giovani della GMG sia molto buona ed importante; non considero Youcat come il Catechismo "in versione giovani", più che altro un concentrato di quello che dice il Catechismo sui temi a cui i giovani d'oggi sono più sensibili (quali la morale sessuale della Chiesa, i temi etici etc.). E' chiaro, però, che la formulazione deve essere chiarissima, non deve prestarsi ad alcun fraintendimento e deve riferirsi sempre al Catechismo completo, l'unico Catechismo della Chiesa Cattolica (non esiste la versione "per giovani", "per bambini", "per adulti", "per anziani"...). Per questo, io credo, di fronte ad uno scopo così nobile come quello che si era proposto Youcat, serve un lavoro minuzioso e paziente, con analisi e controanalisi, per evitare che proprio i giovani che si volevano in questo modo aiutare non siano indotti in errori da formulazioni poco chiare, ambigue e, talvolta, errate. Forse nella stesura di questo sussidio e delle sue traduzioni, data l'imminenza della giornata mondiale, la fretta ha giocato dei brutti scherzi. Lo stesso arcivescovo di Vienna, nota Sandro Magister, ha dichiarato che sarà organizzato un gruppo di lavoro presso la Congregazione per la Dottrina della Fede atto a rivedere nuovamente l'originale e le traduzioni di Youcat per correggere gli errori. Ecco, un lavoro del genere, tenendo conto di chi sono i destinatari e in quali situazioni emotive e sociali spesso si trovano oggi, secondo me andava fatto prima della messa in vendita.
Torno a ribadire, dunque, il mio invito a pregare affinché questi errori non contribuiscano a creare confusione nei giovani, una generazione oggi più che mai già abbastanza indotta alle false dottrine dai mezzi di comunicazione di massa. Anche per questo motivo, dunque, credo sia necessario che di questi errori nella stesura di Youcat non si abbia paura di parlare, anzi, si enuncino e si spieghino con grande forza, affinché la spiegazione arrivi a tutti i giovani, anche a quelli che magari hanno già comprato Youcat e, leggendolo, hanno scelto la strada sbagliata nel bivio creato dalle ambiguità presenti nel testo.
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