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lunedì 28 febbraio 2011

La scuola e la religione

In questi giorni c'è un gran vociare sulla scuola, sull'educazione che i nostri ragazzi riceverebbero in essa, sulla contrapposizione fra scuola pubblica e privata e sulla preparazione più o meno valida di studenti ed insegnanti. Tutto ciò, come è consueto nel nostro Paese, ha scatenato l'inevitabile guerra politica; è un campo su cui non voglio assolutamente entrare. Tuttavia non si può tacere ciò di cui, oggettivamente, tutti ci rendiamo conto, per amore di verità (la quale, speriamo, continua a non avere colore politico). Proprio venerdì scorso, in una riunione a Mestre, mi è capitato di rivangare i miei ricordi di vent'anni fa, quando ancora frequentavo le scuole della nostra piccola cittadina di Caorle, e mi si chiedeva sostanzialmente una valutazione su cos'è cambiato da vent'anni a questa parte.
Non potevo che ricordare la cura delle maestre nell'insegnare ai bambini innanzitutto l'educazione, ma con un occhio di riguardo alla religione: ogni mattina, prima di iniziare le lezioni, ci alzavamo tutti in piedi e recitavamo insieme alla maestra una preghiera (e non necessariamente quelle che si imparavano a dottrina, al tempo si chiamava ancora così, ma preghiere più complicate che le maestre ci invitavano ad imparare a memoria); lo stesso facevamo poi all'uscita. Per non parlare delle recite di Natale: un anno, mi ricordo benissimo, la recita incentrata sulla Creazione, con costumi originali e sottofondi di musica ricercata; e tutte le volte che veniva "sposorizzata" l'iniziativa del Presepe vivente, cui partecipavano i bambini ed i loro genitori.
Se penso a quello che è la scuola oggi non posso che constatare un completo ribaltamento della situazione; chi solo immagina di voler dire una preghiera in classe viene tacciato di clericalismo, quando va bene, ma più spesso di sovversivismo. Si risponderà che, oggi, i tempi e la società sono cambiati, e dobbiamo abituarci ad avere in classe bambini di tutte le religioni; e questo ha delle implicazioni non così banali e serene: siamo arrivati al punto di rinunciare a manifestare alla nostra fede. Ma non possiamo tacere il fatto che, almeno in una città come la nostra, spesso i bambini di altre religioni non sono così numerosi come possono esserlo nelle scuole di Mestre. Eppure so che anche qui a Caorle diventa difficile anche solo proporre di fare un lavoretto di Natale; e questo non in nome dell'uguaglianza religiosa, ma della laicità, il nuovo idolo della nostra società: questa nuova divinità che, per appianare le cose, pretende di cancellare la religione, ma in particolare il cristianesimo, e ancor più nel dettaglio il cattolicesimo. Via i Crocifissi dalle aule, via le preghiere, abbasso i presepi, e via il nome di Cristo dai libri di storia. Pensate, si vuole cancellare Gesù Cristo addirittura dalla storia, colui che ha obiettivamente cambiato il corso della storia da duemila anni a questa parte (la storia dell'Europa dal 313 d.C. in poi dipende strettamente dal cristianesimo, pensate al Sacro Romano Impero, alla storia politica inglese etc.).
Anch'io ho avuto modo di combattere la mia battaglia per il Crocifisso in classe, al posto del quale era preferito un (secondo) orologio, che doveva segnare l'ora di New York. Preciso che nella mia classe non c'erano stranieri, né persone di religione diversa da quella cristiana-cattolica: eravamo un certo numero (pochi anche allora, ricordo) di cattolici praticanti, altri ancora comunque si professavano cattolici, altri agnostici ed altri ancora atei. Quello che sorprende è che le maggiori critiche non arrivavano dagli atei, ma dagli stessi cattolici: i quali, per giustificare la rimozione del Crocifisso, ti insegnavano: "Il Crocifisso è un segno, ed è più corretto portarlo nel cuore". Vedete, ancora ritorna il tema della religione come fatto privato: sei cattolico? Buon per te, ma non farlo vedere in giro: non solo rischi di offendere gli atei (verrebbe da chiedersi in che modo) ma fai vedere al mondo che il tuo cristianesimo è debole, perché hai bisogno di farlo vedere all'esterno. La cattolicità diventa l'unica cosa che bisogna vergognarsi di manifestare in pubblico: si possono (anzi, si devono) manifestare in pubblico effusioni amorose di vario genere, appartenenze politiche, idee sulla moda, ma non il fatto che sei Cristiano. E' come costringere una persona, legata ad un'altra da una profonda amicizia, a negare di essersi mai conosciuti.
Da quello che mi viene raccontato, però, oggi la situazione è ben più grave di quella che vivevo io; oggi i ragazzi sono derisi pubblicamente da compagni di classe ed insegnanti insieme, sbattuti su una gogna pubblica e segnati dal marchio indelebile di non si sa bene quale vergogna. Sento di insegnanti che insegnano agli alunni che la Chiesa è negazionista nei confronti dell'Olocausto degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Un giudizio che manca di rispetto a migliaia di sacerdoti e di religiosi morti anch'essi nei campi di concentramento per difendere gli ebrei (si pensi a san Massimiliano Maria Kolbe, santa Teresa Benedetta della Croce); e ad altrettanti che si sono prodigati dall'esterno per la loro salvezza, alcuni dei quali annoverati tra i "Giusti nel mondo" nello Yad Vashem (pensiamo ad esempio allo stesso beato Giovanni XXIII), per non parlare dell'azione di Pio XII, riconosciuta dagli stessi ebrei di Roma al tempo della guerra ma infangata dalle più scurrili nefandezze dalla propaganda politica degli anni 60 fino ad oggi. Come si può dire che la Chiesa neghi l'esistenza dei campi di concentramento tedeschi quando in essi furono martirizzati i suoi stessi figli? Io dico che dovrebbe studiarsi la storia, quell'insegnante, prima di parlare dalla cattedra: e dovrebbe rendersi conto che incolpare ingiustamente qualcuno (l'intera Chiesa in questo caso) di un delitto così esecrabile quale l'Olocausto degli ebrei è una colpa paragonabile a negare quella stessa strage.
Ma non è finita qui: l'inculturazione di oggi fa in modo che i nostri ragazzi delle superiori dicano con fierezza che Gesù Cristo non è mai esistito: d'altra parte, infatti, sui libri di storia non c'è, a partire dalle elementari. Non siamo più al punto di negare la divinità di Nostro Signore, ma addirittura la sua esistenza storica (il che significa negare che la storia degli ultimi 2011 anni si sia svolta come ce l'hanno insegnata, che sia esistito Carlo Magno, Enrico VIII, i papi, Napoleone...). E, quando invece si ammette l'esistenza storica, si mette in discussione la divinità: "Gesù è più uomo che Dio", detto da chi si professa cattolico, ignaro forse che tale eresia (negata già nei primi Concili della storia della Chiesa) esclude di fatto che la sua fede possa dirsi quella cattolica.
Ed infine come tacere su quei professori di religione (avete letto bene) che deridono uno studente solo perché manifesta un modo di pensare e di parlare troppo conservatore? Ancora da parte di coloro che, per dirla come il papa, asseriscono che occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo (fantomatico, a questo punto) spirito; per cui chi si mette di traverso a certe idee palesemente moderniste (nell'accezione che diede san Pio X a questo termine) è un pericoloso criminale da contrastare con tutte le forze e deridere in pubblico. O che, e torniamo sempre allo stesso punto della religione come fatto esclusivamente privato, insegnano, in barba a san Giacomo (leggi Gc 2, 14-18), che le opere non sono necessarie per professare la fede?
A mio modo di vedere i cattolici devono prendere coscienza di questi attacchi continui, che io non esito ad indicare come vere e proprie persecuzioni. E quando si dice che la scuola indottrina i nostri studenti di idee anti-cattoliche, da qualsiasi bocca escano queste parole, prima di fare qualsiasi ragionamento o battaglia politica, sarebbe secondo me opportuno, dopo un discernimento obiettivo della realtà, dare atto della veridicità di tale analisi, e semmai rimboccarsi le maniche (a livello sociale ed anche politico) perché questa persecuzione finisca.

domenica 27 febbraio 2011

La Croce al centro

Nell'avvicinarsi della visita del Santo Padre ad Aquileia e Venezia (mancano poco più di due mesi) approfondiamo alcuni aspetti liturgici del suo Magistero; è indubbio, infatti, che dal punto di vista liturgico papa Benedetto XVI abbia introdotto delle novità di cui i fedeli (magari guardando una cerimonia pontificia alla televisione) si saranno accorti di certo con più facilità che non del suo pensiero sui padri della Chiesa. Questo non per dire che le catechesi del papa su questi grandi santi, del calibro di san Tommaso d'Acquino, san Bonaventura, santa Caterina da Siena... non siano importanti, tutt'altro; solo che, probabilmente, risulterà egualmente interessante ai fedeli sapere il motivo di certe "novità" che si osservano molto direttamente durante la celebrazione della Santa Messa da parte del Santo Padre. Vorrei cominciare parlando del Crocifisso al centro dell'altare, una delle prime "innovazioni" apportate dal Santo Padre in accordo con il suo Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche, presieduto dal cerimoniere mons. Guido Marini. A riguardo, quindi, cito un approfondimento dello stesso Ufficio che si può trovare nel sito della Santa Sede.

Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 218, pone la domanda: «Che cos’è la liturgia?»; e risponde:
«La liturgia è la celebrazione del Mistero di Cristo e in particolare del suo Mistero pasquale. In essa, mediante l’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo, con segni si manifesta e si realizza la santificazione degli uomini e viene esercitato dal Corpo mistico di Cristo, cioè dal Capo e dalle membra, il culto pubblico dovuto a Dio».

Da questa definizione, si comprende che al centro dell’azione liturgica della Chiesa c’è Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, ed il suo Mistero pasquale di Passione, Morte e Risurrezione. La celebrazione liturgica deve essere trasparenza celebrativa di questa verità teologica. Da molti secoli, il segno scelto dalla Chiesa per l’orientamento del cuore e del corpo durante la liturgia è la raffigurazione di Gesù crocifisso.

La centralità del crocifisso nella celebrazione del culto divino risaltava maggiormente in passato, quando vigeva la consuetudine che sia il sacerdote che i fedeli si rivolgessero durante la celebrazione eucaristica verso il crocifisso, posto al centro, al di sopra dell’altare, che di norma era addossato alla parete. Per l’attuale consuetudine di celebrare «verso il popolo», spesso il crocifisso viene oggi collocato al lato dell’altare, perdendo così la posizione centrale.

L’allora teologo e cardinale Joseph Ratzinger aveva più volte sottolineato che, anche durante la celebrazione «verso il popolo», il crocifisso dovrebbe mantenere la sua posizione centrale, essendo peraltro impossibile pensare che la raffigurazione del Signore crocifisso – che esprime il suo sacrificio e quindi il significato più importante dell’Eucaristia – possa in qualche maniera essere di disturbo. Divenuto Papa, Benedetto XVI, nella prefazione al primo volume delle sue Gesammelte Schriften, si è detto felice del fatto che si stia facendo sempre più strada la proposta che egli aveva avanzato nel suo celebre saggio Introduzione allo spirito della liturgia. Tale proposta consisteva nel suggerimento di «non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo».

Il crocifisso al centro dell’altare richiama tanti splendidi significati della sacra liturgia, che si possono riassumere riportando il n. 618 del Catechismo della Chiesa Cattolica, un brano che si conclude con una bella citazione di santa Rosa da Lima:

«La croce è l’unico sacrificio di Cristo, che è il solo “mediatore tra Dio e gli uomini” (1 Tm 2,5). Ma, poiché nella sua Persona divina incarnata, “si è unito in certo modo ad ogni uomo” (Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22) egli offre “a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale” (ibid.). Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo (cf. Mt 16,24), poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme (cf. 1 Pt 2,21). Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari (cf. Mc 10,39; Gv 21,18-19; Col 1,24). Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice (cf. Lc 2,35). “Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo” (santa Rosa da Lima; cf. P. Hansen, Vita mirabilis, Louvain 1668)».

Poiché in questo contributo è stato citato il libro "Introduzione allo spirito della Liturgia", scritto da Benedetto XVI quand'era ancora cardinale, ecco alcuni cenni di questa sua "proposta", come citata nel precedente approfondimento; egli, parlando della direzione dell'altare e del ruolo del sacerdote nella Santa Messa come previsto dalla riforma liturgica, scrive:

«Il sacerdote [...] diventa il vero e proprio punto di riferimento di tutta la celebrazione. Tutto termina su di lui. E' lui che bisogna guardare [...]. L'attenzione è sempre meno rivolta a Dio ed è sempre più importante quello che fanno le persone che qui si incontrano, e che non vogliono affatto sottomettersi a uno "schema predisposto". Il sacerdote rivolto al popolo dà alla comunità l'aspetto di un tutto chiuso in se stesso. Essa non è più - nella sua forma - aperta in avanti e verso l'alto, ma si chiude in se stessa.»
Introduzione allo spirito della Liturgia, p. 76

Questa osservazione sull'orientamento della liturgia oggi, che, come nota il papa nello stesso libro, mai è stata prevista dal Concilio Vaticano II, ma fu teorizzata dopo il Concilio, da una commissione liturgica, ha il suo naturale sbocco nel riportare la Croce al centro, come riportato nel libro "La festa della fede. Saggi di teologia liturgica" dello stesso card. Ratzinger:

«Nella preghiera non è necessario, non è anzi nemmeno conveniente, guardarsi l'uno con l'altro, e tanto meno nel ricevere la comunione. [...] In un uso esagerato e malinteso della "celebrazione rivolta al popolo" si è continuato a rimuovere la croce dal mezzo dell'altare perfino nella basilica di San Pietro a Roma, per non ostacolare la visuale tra il celebrante e il popolo. La croce sull'altare non è però un impedimento alla visuale, ma un punto comune di riferimento. Essa è l'iconostasi, che è scoperta, non ostacola l'andare l'uno verso l'altro, ma media e significa pure per tutti l'immagine che concentra e unisce i nostri sguardi. Ardirei addirittura la tesi che la croce sull'altare non è impedimento ma presupposto della celebrazione "versus populum". Diverrebbe così nuovamente ricca di significato la distinzione tra liturgia della parola e canone. Nella prima si tratta dell'annuncio, e pertanto di un indirizzo immediato, nell'altra di un'adorazione comune, nella quale noi tutti stiamo più che mai durante la invocazione "conversi ad Dominum": Rivolgiamoci al Signore; convertiamoci al Signore.»

Ecco dunque il motivo del fatto che la Croce è posta al centro dell'altare: essa vuole formare un'iconostasi, una barriera tra il sacerdote e il popolo non allo scopo di impedire qualcosa all'uno o all'altro, ma al fine di far convergere l'attenzione e la preghiera di tutti a Cristo. Se ci pensiamo bene, infatti, quasi tutte le preghiere che il sacerdote pronuncia nella liturgia Eucaristica sono rivolte a Dio, per mezzo di Gesù Cristo suo Figlio.
Spesso l'obiezione (anche nella nostra parrocchia dove è stata fatta propria questa pratica suggerita dal pontefice) è quella che la Croce disturba la visione di ciò che accade sull'altare. A mio modo di vedere ciò è dovuto proprio a questo cambio nell'orientamento della liturgia; come se il popolo dovesse osservare qualcosa alla stregua di uno spettatore al teatro, o al cinema. In qualche modo, paradossalmente, si riduce l'actuosa partecipatio auspicata dal Concilio; l'assemblea ritorna spettatrice di una sorta di sacra rappresentazione. Portare la Croce al centro, al contrario, promuove la preghiera ed attira l'attenzione sia del sacerdote che del popolo; e quando una persona prega è tutt'altro che passiva, durante la Santa Messa. Infatti scrive il papa, sempre in "Introduzione allo spirito della Liturgia":

«Tra i fenomeni veramente assurdi del nostro tempo io annovero il fatto che la croce venga collocata su un lato [dell'altare] per lasciare libero lo sguardo sul sacerdote. Ma la Croce, durante l'Eucarestia, rappresenta un disturbo?»

Certamente, per capire e fare proprie queste indicazioni del Santo Padre, occorre spirito di umiltà e di sottomossione prima di tutto a Cristo, di cui durante la Santa Messa si rinnova il Sacrificio sulla Croce, quindi anche al papa, suo Vicario in terra, e, per i fedeli laici, al sacerdote, che durante la Divina Liturgia, impersona Nostro Signore. Preghiamo, dunque, il Signore perché doni a tutti noi, sacerdoti e laici, questi doni.

giovedì 24 febbraio 2011

Le varie forme dell'Adorazione

«Della virtù della religione, l'adorazione è l'atto principale. Adorare Dio è riconoscerlo come Dio, come Creatore e Salvatore, Signore e Padrone di tutto ciò che esiste, Amore infinito e misericordioso. "Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai" (Lc 4,8), dice Gesù, citando il Deuteronomio. [...] Adorare Dio è riconoscere, nel rispetto e nella sottomissione assoluta, il "nulla della creatura", la quale non esiste che da Dio. Adorare Dio – come fa Maria nel "Magnificat" – è lodarlo, esaltarlo e umiliare se stessi, confessando con gratitudine che egli ha fatto grandi cose e che santo è il suo nome. L'adorazione del Dio unico libera l'uomo dal ripiegamento su se stesso, dalla schiavitù del peccato e dall'idolatria del mondo.»
Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2096-2097

Queste parole del Catechismo indicano l'adorazione come "atto principale"; l'atteggiamento da cui scaturisce ogni preghiera ed ogni lode, ogni supplica ed ogni riconoscenza verso la Santissima Trinità. Quando pronunciamo la parola "adorazione", almeno chi, tra i lettori, frequenta più spesso la chiesa, pensa immediatamente alla pratica dell'Adorazione Eucaristica; davanti a Gesù Sacramento il fedele si inginocchia, prega e loda Nostro Signore, secondo gli atteggiamenti indicati dal Catechismo: inginocchiandosi di fronte all'Ostia il fedele lo riconosce come Dio, si sottomette a Lui umiliando se stesso e lodandolo con ogni gratitudine; viene liberato dalla schiavitù del peccato e, riconoscendo la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, dall'idolotria delle cose del mondo.
Ma possiamo limitare il significato del termine "Adorazione" solo a questo atto del Culto Divino? A questo proposito ho trovato molto suggestiva un'omelia di padre Konrad Zu Loewenstein (nominato dal patriarca cappellano nel patriarcato di Venezia per i fedeli che seguono il rito romano antico), recentemente pubblicata nel blog di "San Simeon Piccolo". In essa leggiamo: «L'Adorazione è sia interna, cioè mentale, sia esterna cioè corporale. L'Adorazione interna è più importante di quella esterna, ma tutte e due sono dovute a Dio dall'uomo». Approfondisce, poi, il senso di questo duplice aspetto dell'Adorazione: poiché l'uomo è composto dalla mente e dal corpo è necessario che, poiché l'Adorazione di Dio da parte dell'uomo deve essere totale, egli vi impieghi tutte le sue forze, prima interiormente con l'anima e poi anche esternamente, col corpo, compiendo così il primo comandamento della legge dell'Amore: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente".
E' importante, a mio modo di vedere, ribadire la necessità di entrambe le forme, interiore ed esteriore, spirituale e corporale; alcuni pensano, infatti, che la religione sia un fatto esclusivamente personale, la testimonianza esteriore della propria fede diventa qualcosa di superfluo se non addirittura nocivo per la libertà altrui. Così si rinuncia alla pratica religiosa, poiché la preghiera personale avrebbe più valore del precetto festivo, non è necessario confessarsi davanti al sacerdote nel segreto del Confessionale, quando il Signore conosce già le nostre colpe. Addirittura alcuni, e tra questi purtroppo anche sacerdoti, ritengono che la stessa pratica dell'Adorazione Eucaristica rischi per alcuni di diventare una sorta di idolatria, disconoscendo, in questo modo, quanto precedentemente citato dal Catechismo: "L'adorazione del Dio unico libera l'uomo dal ripiegamento su se stesso, dalla schiavitù del peccato e dall'idolatria del mondo".
Ma lo stesso Signore Nostro ci dice che è necessario per l'uomo amarlo ed adorarlo con tutte le forze, spirituali e mentali. L'atto esteriore e quello interiore si completano, non possono mancare per rendere autentica l'Adorazione; dice ancora padre Konrad: «L'atto esterno di adorazione è necessario per eccitare il nostro affetto per sottomettersi a Dio, e l'adorazione interna, se è autentica, ci preme a manifestarla in gesti esterni». Di qui si intende anche che i gesti esteriori perdono ogni significato se privati di un autentico accompagnamento interiore. La sola preghiera personale, dunque, benché assolutamente necessaria, non è sufficiente per l'Adorazione: essa deve essere sostenuta dalla pratica religiosa, cioè andare alla Santa Messa almeno la domenica, per poter accostarsi al Santissimo Sacramento una volta Confessati e Assolti dal sacerdote in persona Christi.
Ma l'Adorazione, per il cristiano, non può essere limitata nel tempo (ad esempio limitarsi alla durata della Santa Messa o dell'Azione Liturgica); deve protrarsi in ogni istante della vita; e ciò esige l'astenersi dal peccato per rispetto e amore di Dio. Rispetto che si esercita in particolare nella Sua Casa, l'edificio sacro, dove sono custodite le Sacre Specie che, come ricorda padre Konrad, «non è né segno, né figura, né virtù (come hanno preteso gli eretici), non è pane che contiene Dio, come tutte le cose contengono Dio, non è pane benedetto, non è pane sacro, non è neanche la divinità sotto le apparenze di pane, ma Gesù Cristo + sotto l'apparenza di pane nella Sua divinità e la sua umanità diventato Sangue ed Anima». Un altro aspetto che dovremmo reimparare è quello, infatti, del decoro a partire proprio dalla chiesa; quante volte, specie tra una Messa e l'altra la domenica, ci comportiamo in chiesa come se fossimo in una piazza pubblica o al bar, ci scambiamo saluti in maniera calorosa e spesso a voce alta, a volte urlando? Quante volte, per la fretta o per i pensieri che ci attanagliano la mente, passiamo davanti alla Croce, all'Altare o al Tabernacolo senza nemmeno fermarci, come faremmo, invece, se passassimo davanti ad un conoscente? Leggiamo ancora, in un passo dell'omelia: «In questo riguardo, carissimi fedeli, non possiamo non accennare alla mancanza di adorazione da parte dei fedeli moderni, purtroppo anche membri del clero, intermediari che siamo fra Dio e l'uomo, entrando in chiesa passando davanti al Santissimo senza il minimo segno di rispetto, parlando a voce alta come se fossero in un luogo di incontro pubblico, o in un museo, anche al telefonino e, carissimi amici, ricevendo la santissima Eucarestia dopo esser mancati alla santa Messa domenicale, o alla santa purezza con altrui o da soli...».
Preghiamo quindi Nostro Signore perché ci insegni ad adorarLo degnamente, e perché l'Adorazione, che ha il suo culmine nel Sacrificio Eucaristico della Santa Messa, ci insegni l'umiltà ed il rispetto di Dio e delle cose sacre, e allontani da noi ogni peccato ed idolatria del mondo.

Cliccando qui potrete leggere l'intera omelia di padre Konrad Zu Loewenstein da cui ho citato alcuni passaggi in questo articolo.

lunedì 21 febbraio 2011

I costi della visita del papa

La visita del Santo Padre ad Aquileia e Venezia si sta avvicinando (mancano poco più di due mesi); già stanno trapelando i primi dettagli sull'organizzazione dell'evento, in particolare della Messa che il papa celebrerà al parco san Giuliano di Mestre. Una sorta di "basilica all'aperto", come l'hanno definita in molti, con tanto di abside e portone d'ingresso. Tutto ciò avrà senza dubbio un costo; e per fortuna arriva il Corriere del Veneto a fare i conti in tasca alle diocesi e agli organizzatori. L'articolo esordisce con cifre straordinarie: «Ottocentomila euro sono troppi, del resto il patriarca Angelo Scola ha sempre parlato di sobrietà e contenimento dei costi». Dunque, l'articolo prosegue, è necessario abbassare il target: «le modifiche dovranno portare la chiesa all’aperto del parco di San Giuliano dove il Papa celebrerà la messa l’8 maggio a poco più di 400 mila euro». Un dimezzamento, dunque, del costo: dovrebbe essere un sacrificio non da poco; sempre troppi, però, in vista del costo finale della visita, che "pare" si aggirino intorno alla roboante cifra dei due milioni di euro (sempre secondo il Corriere del Veneto).
Non è finita: l'articolista tiene a dipingere la visione di una Chiesa con l'acqua alla gola; infatti «monsignor Beniamino Pizziol, vescovo ausiliare di Venezia e responsabile dell’organizzazione della visita di Benedetto XVI, ha scritto a banche, fondazioni e società per chiedere un contributo»; pensate, tale è la situazione di difficoltà della Chiesa veneziana da costringere il vescovo ausiliare a chiedere un contributo, delle elemosine. Un fatto inaudito; che la Chiesa si sostenga con le offerte non solo dei fedeli, ma anche di associazioni o volenterosi istituti di credito: forse qualcuno dei lettori potrà aiutarmi, ma io non ho memoria che in chiesa si sia mai chiesta l'elemosina. Come per un segno dall'alto, sembra arrivare una sostanziale indifferenza: «Ad oggi però pare che nessuno si sia fatto avanti ufficialmente, solo qualche dimostrazione di interesse e niente di più».
Ecco infine l'immancabile conta: «Sono attesi 150 mila fedeli, alla fine potrebbero essere anche duecentomila ma difficilmente saranno di più per la visita del Pontefice anche a Zagabria che di fatto "smorza" l’arrivo dei pellegrini della ex Jugoslavia». Mancano solo i dati della questura, per concludere il consueto braccio di ferro, di stampo sindacale, per conoscere la reale adesione del popolo sovrano alla democratica manifestazione "Messa del papa a san Giuliano".
A concludere il preoccupato articolo ecco il commento di un lettore, dal sapore penitente: «E' proprio questo il Vangelo? E' comodo prendere un impegno e poi dire ai "fedeli"dovreste contribuire. Io.la messa,l'ascolto e la seguo nella mia parrocchia: la celebra sempre il "sacerdote"».
Dato che lo stesso articolista cita l'Heineken Jammin' Festival, che proprio nella stessa zona (il parco san Giuliano) viene allestito negli ultimi anni, vorrei fare un po' anch'io il contabile, se non altro per volontà di emulazione. La visita del papa costerebbe due milioni di euro, e ciò comprenderebbe il costosissimo palco, l'organizzazione (accoglienza, sicurezza etc.) e gli spostamenti, nonché l'offerta delle diocesi per la carità del papa. Allora leggo (dal Quotidiano.net del 20 giugno 2008), a proposito dell'Heineken Jammin' Festival: «L' investimento totale [ha detto Roberto De Luca di Milano Concerti] si aggira attorno ai 5 milioni di euro. Potenziato anche il village attorno ai palchi, che comprenderà aree relax, solarium e una zona dedicata al cinema per il dopo concerto. La novità è l' Extra Cold Truck: un ambiente dove sarà possibile degustare birra spillata a - 8 gradi».
Le diocesi si sono rivolte ai fedeli per il sostegno dei costi (proprio ieri, nella nostra parrocchia come in altre diocesi del Triveneto, si è svolta la colletta); è stato chiesto ai fedeli che, chi avesse voluto e ne avesse avuto la disponibilità economica, avrebbe potuto dare un contributo libero (quindi da zero euro a quello che volevano) da devolvere a questo scopo. Leggo dal sito meetingvenice.it che il prezzo dei biglietti del festival del 2008 erano di 42 euro più diritti di prevendita (biglietto singolo) o di 96 euro più diritti di prevendita (abbonamento). Chiaramente chi non pagava il biglietto non poteva entrare a vedere i concerti (né usufruire dell'accattivante area relax...); vorrei solo ricordare che chi ieri non avesse messo (per volontà o per necessità) nemmeno un centesimo nella busta non è escluso, anzi, è invitato con maggiore forza a recarsi al parco san Giuliano l'8 maggio prossimo. E, sempre a questo proposito, il patriarca e il vescovo ausiliare hanno più volte ribadito (vedi ad esempio questo intervento) che l'invito alla Messa di papa Benedetto a san Giuliano è da intendersi non solo ai praticanti, ma anche ai non praticanti, che certamente, quindi, non hanno avuto il modo di contribuire alla colletta. Questo per rispondere al commento dal sapore penitente che ho citato prima, sul fatto che prima si prende un impegno e poi si chiede ai fedeli di contribuire.
Un altro aspetto, sempre connesso a questa richiesta di contributo: le diocesi hanno deciso di non chiedere un euro agli enti pubblici (leggi comune, provincia, regione...), se non per quei servizi (quali la protezione civile, le forze di polizia etc.) che essi devono garantire nel caso di ogni manifestazione (quindi anche l'Heineken Jammin' Festival); contributi che invece gli stessi enti pubblici devolvono per la realizzazione del festival. Anche per questo è stato richiesto questo contributo volontario (cioè chi vuole dà, chi non vuole non dia) ai fedeli, e che ha un significato ben diverso dal biglietto di un concerto. Quindi dire che "i fedeli si devono pagare la visita del papa" o, peggio, che la devono pagare i contribuenti non è una legittima opinione, è falso; che la gente sia libera di dire il falso è anche vero, basta che si assuma le proprie responsabilità (non necessariamente responsabilità di legge).
Ho fatto fatica a cercare informazioni sui costi dell'Heineken Jammin' Festival (tanto è vero che quelli che ho citato sono i dati del 2008, ma non credo che quelli di quest'anno saranno molto differenti); con grande facilità, invece, si trovano quelle sui costi della visita del papa, con annesse polemiche. Le polemiche sui concerti rock non si vedono spesso sui giornali; questo, sia ben chiaro, non significa che bisogna polemizzare con chi organizza il famoso festival rock. Ma perché quello si è liberi di promuoverlo e la visita del papa no? Molti rispondono a questo interrogativo: "Proprio il papa, vicario di Cristo, va a spendere tutti questi soldi, e la gente muore di fame!". A parte che la gente muore di fame anche quando si balla e si canta con la birra in mano (spillata a -8 gradi!) davanti ai cantanti rock, in ogni caso vorrei citare questo brano dello stesso Vangelo che costoro citano:

«Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso, gli si avvicinò una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre egli stava a tavola. I discepoli, vedendo ciò, si sdegnarono e dissero: "Perché questo spreco? Si poteva venderlo per molto denaro e darlo ai poveri!". Ma Gesù se ne accorse e disse loro: "Perché infastidite questa donna? Ella ha compiuto un'azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me.»
(Mt 26, 9-11)

domenica 20 febbraio 2011

Mons. Felice Marchesan

Ventiquattro anni fa, il 20 febbraio 1987 tornava alla Casa del Padre monsignor Felice Marchesan, più che un parroco un padre per tutti i caorlotti. Nato a Caorle il 22 novembre 1905, fu ordinato sacerdote il 13 luglio 1930 dal servo di Dio il patriarca Pietro La Fontaine. Subito prestò servizio nella sua parrocchia natia come vicario cooperatore, ma appena nove anni dopo, nel 1939, fu promosso arciprete del Duomo, incarico che mantenne fin quasi alla morte, nel 1984. Battezzò, comunicò e sposò decine e decine di caorlotti, che ancora oggi lo ricordano come uno zelante pastore della Chiesa, affezionato alla sua città e ai suoi compaesani, devotissimo alla Madonna dell'Angelo, a volte un po' burbero ma certamente schietto e sinceramente preoccupato della vita spirituale dei suoi figlioli. Mons. Marchesan ha fatto la storia del suo tempo; un tempo difficile, specialmente quello tra le due guerre, nel quale si seppe distinguere come autorità religiosa ed anche politica. Non si può dimenticare il suo impegno per salvare la città dall'inondazione programmata dai tedeschi per motivi strategici, anche a rischio della sua stessa vita; impegno che è culminato nel voto del 2 gennaio del '44 alla Madonna dell'Angelo, che ancora ai nostri giorni ricordiamo. Molti caorlotti ricordano come lui, durante la guerra (e anche Caorle era stata bombardata dagli alleati, che cercavano di tagliare vie di fuga ai tedeschi) non rifiutasse la consueta visita agli ammalati, ai quali portava, oltre a un santino, le mille lire per "tirare avanti". Finita la guerra fu sempre lui a promuovere le riparazioni del Duomo, gravemente danneggiato dai bombardamenti, e la ristrutturazione del Santuario; sotto la sua supervisione sorse il patronato, oggi intitolato a papa Giovanni XXIII, perché fu proprio grazie al papa buono che poté essere completato. Fu lui il primo arciprete di Caorle ad essere insignito del titolo di Canonico Onorario di san Marco, dietro supplica dello stesso cardinale Roncalli, il quale scriveva ai fedeli caorlotti l'8 agosto del 1955:

«D'ora in poi i vostri Arcipreti saranno Canonici Onorari della Basilica Cattedrale e Metropolitana di San Marco. Dite, figlioli miei, dite voi se non è argomento questo di somma letizia sapere che il vostro pastore, quando parteciperà ad una funzione patriarcale a Venezia, avrà accanto al Patriarca un posto di speciale distinzione con i venerabili Seniori del Clero Veneziano. Ce è quanto dire: un posto distinto presso le Ossa del glorioso Evangelista San Marco, discepolo prediletto di San Pietro. Non è un complimento questo che vi faccio: ma è piuttosto un suadente invito a trovare nel nuovo vincolo di Caorle con Venezia un incitamento ad evangelico fervore e a franca professione di fede cattolica e romana. [...] Mi associo a voi nelle celebrazioni di ottobre per le nozze d'argento del vostro arciprete che è figlio di Caorle: fiore lui stesso della vostra gente, e geloso custode con voi, di quanto la storia, le tradizioni e l'arte vi hanno lasciato in nobile retaggio.»

Una volta divenuto papa, Giovanni XXIII insignì inoltre l'arciprete del Duomo di Caorle durante munere del titolo di protonotario apostolico, e gli concesse la facoltà di celebrare quattro Messe pontificali all'anno.
Alla Messa cantata delle 10:45 sarà ricordato il compianto arciprete mons. Felice Marchesan, nel 24mo anniversario della sua morte.

giovedì 17 febbraio 2011

Visita del papa - Avviso sulle adesioni

Come abbiamo già detto in un post precedente è on line il sito ufficiale della visita del papa alle Chiese del Triveneto, ed in questo sito si può confermare la propria adesione per la Messa del papa nel parco san Giuliano di Mestre, il giorno 8 maggio alle ore 10. Tuttavia, come ribadito anche in precedenza, i nostri vescovi preferiscono (per motivi anche organizzativi) che le adesioni avvengano per la maggior parte possibile in gruppi, meglio ancora se organizzati dalle parrocchie. Una organizzazione di questo tipo porta a due ordini di vantaggi: prima di tutto per chi deve organizzare, che spedirebbe i pass, il libretto della celebrazione ed eventualmente i kit con berretto, impermeabile etc. ad un solo indirizzo (quello della parrocchia), la quale poi può provvedere a distribuirli con calma; in secondo luogo perché con autobus organizzati dalle parrocchie è agevolato l'accesso all'area della celebrazione, con un parcheggio dedicato e riservato dalla diocesi.
Quindi invitiamo tutti i parrocchiani che desiderino dare la propria adesione per la Messa del papa al parco San Giuliano a non inviare la richiesta subito dal sito ilpapaanordest.it; a breve (teniamo conto di avere ancora due mesi di tempo per raccogliere tutte le adesioni e organizzare il viaggio) attiveremo le modalità di raccolta delle adesioni direttamente in parrocchia, che vi saranno annunciate adeguatamente dopo le Sante Messe e dal sito parrocchiale.
Per ogni informazione sulla visita del papa del maggio prossimo potete sempre rivolgervi all'indirizzo email info@ilpapaanordest.it.
Ricordiamo, inoltre, che è possibile consultare la pagina speciale dedicata alla visita del papa del nostro sito parrocchiale (clicca qui).

mercoledì 16 febbraio 2011

Il pensiero di Joseph Ratzinger sulla liturgia

«Nella nostra riforma liturgica c'è la tendenza, a parer mio sbagliata, ad adattare completamente la liturgia al mondo moderno. Essa dovrebbe quindi diventare ancora più breve e da essa dovrebbe essere allontanato tutto ciò che si ritiene incomprensibile; alla fin fine, essa dovrebbe essere tradotta in una lingua ancora più semplice, più "piatta". In questo modo, però, l'essenza della liturgia e la stessa celebrazione liturgica vengono completamente fraintese. Perché in essa non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall'eternità. [...] Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? [...] Purtroppo da noi c'è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n'è per l'antica liturgia. Così siamo sicuramente su una strada sbagliata.»


Riprendo oggi questo breve pensiero dell'allora cardinale Joseph Ratzinger sulla liturgia, tratto dal libro "Il sale della terra", pubblicato oggi dal blog Cordialiter. Possiamo notare come questo pensiero dell'attuale pontefice ricalchi quello espresso da padre Lang e ripreso in un post precedente, sulla comprensione della lingua nella celebrazione, quando dice: «Nella liturgia non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall'eternità». In questo modo, infatti, si intende la actuosa partecipatio auspicata dai tempi del Concilio Vaticano II, e molto spesso fraintesa dagli stessi sacerdoti e liturgisti. Mi permetto di affermarlo perché, a leggere gli atti ufficiali con i quali la Chiesa regolamenta il Culto Divino, non vi è traccia di una "partecipazione attiva" che implichi per il fedele che assiste alla celebrazione il "dover fare qualcosa" materialmente; semmai il contrario, come possiamo leggere, ad esempio, nell'Istruzione Redemptionis Sacramentum:

«Benché la celebrazione della Liturgia possieda indubbiamente tale connotazione di partecipazione attiva di tutti i fedeli, non ne consegue, come per logica deduzione, che tutti debbano materialmente compiere qualcosa oltre ai previsti gesti ed atteggiamenti del corpo, come se ognuno debba necessariamente assolvere ad uno specifico compito liturgico.»
(Redemptionis Sacramentum n.40)

O, ancora più chiaramente, nell'ormai dimenticata Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis:

«Tuttavia, non dobbiamo nasconderci il fatto che a volte si è manifestata qualche incomprensione precisamente circa il senso di questa partecipazione. Conviene pertanto mettere in chiaro che con tale parola non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione. In realtà, l'attiva partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l'esistenza quotidiana. Ancora pienamente valida è la raccomandazione della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, che esortava i fedeli a non assistere alla liturgia eucaristica "come estranei o muti spettatori", ma a partecipare "all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente".»
(Sacramentum Caritatis, n. 52)

E' quindi necessario porre una certa attenzione a quello che significa "partecipare" al Sacrificio. Alcuni, spesso in contrapposizione con la Messa Tridentina, pensano che una delle conquiste della riforma liturgica sia stata quella di promuovere la partecipazione dell'assemblea, nel senso che prima i fedeli "assistevano" alla Santa Messa, ora vi "partecipano". Esiste un certo modo di intendere la partecipazione dell'assemblea secondo il quale, essendo il popolo dei battezzati «Stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa» (1 Pt 2,9) non esiste una vera e propria differenza fra il sacerdozio del prete e quello del battezzato in generale. Ora, questa interpretazione, che ha contribuito, come diceva Giovanni Paolo II (Discorso ai vescovi statunitensi, 1993), alla clericalizzazione dei laici e alla laicizzazione del clero, è stata più volte sconfessata dal Magistero della Chiesa; leggiamo ad esempio, sempre nella Redemptionis Sacramentum:

«Il sacrificio eucaristico non va poi ritenuto come "concelebrazione" in senso univoco del Sacerdote insieme con il popolo presente. Al contrario, l’Eucaristia celebrata dai Sacerdoti è un dono "che supera radicalmente il potere dell’assemblea […]. La comunità che si riunisce per la celebrazione dell’Eucaristia necessita assolutamente di un Sacerdote ordinato che la presieda per poter essere veramente assemblea eucaristica. D’altra parte, la comunità non è in grado di darsi da sola il ministro ordinato". È assolutamente necessaria la volontà comune di evitare ogni ambiguità in materia e portare rimedio alle difficoltà insorte negli ultimi anni. Pertanto, si usino soltanto con cautela locuzioni quali "comunità celebrante" o "assemblea celebrante" [...] e simili.»
(Redemptionis Sacramentum, n.42)

Quindi l'assemblea non "partecipa" alla celebrazione della Santa Messa nel senso che "ha una parte" del ruolo ministeriale che spetta, invece, solo al prete. Che senso ha, quindi, la partecipazione dell'assemblea alla Santa Messa? Se ricordiamo che la Divina Liturgia Eucaristica è il Sacrificio di Cristo, che ogni giorno si compie sull'altare (come mirabilmente troviamo scritto nel Magistero della Chiesa), partecipare alla Messa significa partecipare alla Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo sulla Croce. Allora si comprende come "assistere" e "partecipare" alla Santa Messa non abbiano un significato diverso, o addirittura contrapposto: come san Giovanni e la Madonna assistevano inermi alle sofferenze di Cristo sulla Croce anche noi, nelle nostre chiese, siamo chiamati ad assistervi; come essi partecipavano del suo dolore anche noi, quando "partecipiamo" alla Santa Messa, ci facciamo come san Giovanni e la Vergine Addolorata ai piedi della Croce. In questo modo il sacerdozio battesimale spinge ogni battezzato a proclamare "le opere ammirevoli di Lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce" (1 Pt 2,9).
Ancora il card. Ratzinger afferma, in questo caso sulla liturgia antica: «Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? [...] Purtroppo da noi c'è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n'è per l'antica liturgia. Così siamo sicuramente su una strada sbagliata». In queste parole, scritte nel 2005, troviamo facilmente riferimento nella lettera motu proprio "Summorum Pontificum Cura" e nella relativa lettera di accompagnamento ai vescovi; in esse il papa auspicava che il rito antico e quello nuovo possano vicendevolmente arricchirsi, per recuperare dove è stata perduta una liturgia autentica. Troviamo, ancora, riferimento all'ermeneutica della continuità che il papa (in maniera più forte dopo la sua elezione al soglio pontificio) ha sempre affermato essere la giusta chiave di lettura del Concilio Vaticano II. D'altra parte lo stesso papa Paolo VI, ormai alla chiusura del Concilio, aveva scritto, nell'Enciclica Mysterium Fidei:

«Chi mai potrebbe tollerare che le formule dogmatiche usate dai Concili Ecumenici per i misteri della SS. Trinità e dell'Incarnazione siano giudicate non più adatte agli uomini del nostro tempo ed altre siano ad esse temerariamente surrogate? Allo stesso modo non si può tollerare che un privato qualunque possa attentare di proprio arbitrio alle formule con cui il Concilio Tridentino ha proposto a credere il Mistero Eucaristico. Poiché quelle formule, come le altre di cui la Chiesa si serve per enunciare i dogmi di fede, esprimono concetti che non sono legati a una certa forma di cultura, non a una determinata fase di progresso scientifico, non all'una o all'altra scuola teologica, ma presentano ciò che l'umana mente percepisce della realtà nell'universale e necessaria esperienza: e però tali formule sono intelligibili per gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.»

Non facciamoci, dunque, scoraggiare dalle voci di questi giorni su documenti pronti a stravolgere questo pensiero del papa sulla liturgia antica e nuova, o da quelle di teologi tedeschi che vorrebbero stravolgere la dottrina cattolica; io ho fede in Nostro Signore e fiducia nel Santo Padre. Preghiamo perché lo Spirito Santo guidi sempre le sue azioni, affinché le forze degli inferi non prevalgano.

Alcune letture che vengono riprese in questo articolo:

martedì 15 febbraio 2011

San Valentino?

E' passato il tumultuoso e tanto atteso giorno di san Valentino. Già, proprio il santo martire, vescovo di Terni, che fu condannato a morte per aver convertito alla fede cristiana un oratore greco, Cratone, ed altri compagni. Ogni anno si rinnova a Terni, dove sono conservate le venerabili spoglie del santo martire, la festa della Promessa, durante la quale centinaia di coppie di fidanzati si recano davanti all'urna del santo per chiedere al Signore una speciale benedizione sul loro prossimo matrimonio. San Valentino, patrono dei fidanzati: fidanzamento che suppone un impegno serio già preso dalla coppia; allora il gesto di chiedere l'intercessione del santo si riempie di significato, specialmente nel momento che stiamo vivendo, in cui ogni mese ci fanno sentire le statistiche della diminuzione dei matrimoni religiosi (e anche civili, a dire il vero).
Tuttavia, a ben guardare, quella che ieri (e gli anni passati) abbiamo tutti chiamato "festa di san Valentino" non ha nulla a che fare con il santo vescovo di Terni; anzi, oserei azzardare che la stragrande maggioranza di coloro che ieri hanno festeggiato la "festa degli innamorati" non conoscano nemmeno chi fosse san Valentino. Infatti già si sostituisce, nella parlata popolare, la categoria di cui san Valentino è riconosciuto il patrono: dai "fidanzati" passiamo agli "innamorati". Potrebbe anche sembrare un cavillo, una cosa da poco, ma se ci pensiamo bene questo implica un cambio radicale di prospettiva; due fidanzati, infatti, hanno preso l'uno di fronte all'altro un impegno, hanno riconosciuto che la loro unione ha uno scopo e che la grandezza del loro amore richiede qualcosa che vada oltre il semplice dichiararsi l'uno all'altro, necessita di un atto che lo consacri di fronte a Dio e di fronte anche alla comunità (il matrimonio). Cosa si intende invece per "innamorati", e perché non si dice più fidanzati? E' fuori di dubbio che "innamoramento" è sicuramente un termine meno impegnativo di "fidanzamento" (che, nella sua radice, ha la parola "fede", o comunque "fiducia"); indica uno stato che va al di là della semplice ammirazione, dell'amicizia e della stima nei confronti dell'altro, ma ancora ad una fase iniziale. L'innamoramento non implica l'assunzione di un impegno, per così dire, ufficiale tra i due innamorati, poiché è necessario un minimo di conoscenza. Ma è altrettanto evidente come, nella società odierna e specialmente tra i giovani d'oggi, la "vita sentimentale" sia volutamente mantenuta in questo stato di precarietà: non ci si assume alcun impegno, semplicemente si resta a questo livello iniziale, finché la fiamma dell'innamoramento non si spegnerà, e lascerà i due liberi di ricominciare un'altra "avventura" con altre persone. E' interessante l'accostamento che fa Tommaso Scandroglio, su "La Bussola Quotidiana", che ben riassume (in maniera anche un po' provocatoria) quanto ho espresso: «L’amore per i giovani è un Bacio perugina: lo scarti, lo mangi in un boccone, ne assapori la dolcezza, leggi il cartiglio e forse un po’ ti commuovi, e poi dopo cinque minuti te ne sei già scordato e aspetti un altro bacio».
E' naturale, dunque, che se il 14 febbraio è la "festa degli innamorati" non c'è posto per ricordare san Valentino, se non per dare un nome un po' chic alla ricorrenza, allo stesso modo con cui abbiamo Halloween, Ferragosto, o la notte di san Lorenzo. Voglio solo dirvi questo: per cercare un'immagine di san Valentino da inserire in questo post, digitando "san Valentino" su google (il più celebre tra i motori di ricerca) la prima immagine che riguardasse il santo martire vescovo di Terni era solo al 140mo posto, la seconda al 225mo posto, le altre sono nella pagina successiva, perse in un oceano di immagini simpatiche (orsacchiotti e cartoni animati), cuoricini, cagnolini, bacini, e le immancabili foto pornografiche. In tutto domina il rosso (il colore della "passione"!); è curioso notare come il rosso sia anche il colore proprio dei martiri, anch'esso simboleggiante la Passione, quella di Cristo però, al quale, versando il proprio sangue, i santi martiri sono associati. Vediamo, dunque, quale grande differenza tra il vero significato del ricordo di san Valentino e quello che è diventato oggi; certo, anche a causa del consumismo, per il quale chi può guadagnarci non esita a mettere sotto le scarpe anche il rispetto che si deve ai santi.
Non si può tacere, poi, su un altro aspetto importante: proprio in questo periodo si va parlando di valori morali che devono essere riaffermati (non voglio entrare adesso nella vicenda puramente politica) proviamo a pensare a quanti giovani, plagiati dalla mentalità comune, continuino a pensare che i rapporti sessuali prima del matrimonio siano una cosa non solo normale, ma anche doverosa, tra due persone che "si vogliono bene"; e invece è peccato grave, che allontana dalla comunione con Dio, quando compiuto con piena consapevolezza e deliberato consenso. E questo non perché la Chiesa sia bigotta, puritana e castigata; al contrario, il Catechismo afferma: «Gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità, sono onorevoli e degni, e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano, ed arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi stessi. La sessualità è sorgente di gioia e di piacere» (CCC 2362). Ma proprio per questo il dono totale di sè all'altra persona è vero solo all'interno del matrimonio: «Essa si realizza in modo veramente umano solo se è parte integrante dell'amore con cui l'uomo e la donna si impegnano totalmente l'uno verso l'altra fino alla morte» (CCC 2361). L'atto sessuale fuori del matrimonio diventa una grande menzogna: proprio con l'atto col quale bisognerebbe dichiararsi totalmente dell'altro ci si mente a vicenda (poiché si sa bene che l'unione fuori del matrimonio non è definitiva, ma precaria). Pensiamo a quanti proprio ieri (da quanto si poteva vedere alla televisione o leggere su internet, senza alcun controllo per preservarne i bambini) lo abbiano fatto addirittura con il nome di san Valentino sulla bocca. Che cos'è questo se non la stessa mercificazione del proprio corpo (non sempre la mercificazione avviene in cambio di denaro) che domenica molte donne hanno dichiarato di voler combattere? Forse che mercificare il proprio corpo è da riprovare quando è scritta su certi giornali ma si può approvare quando lo si decide di propria spontanea volontà? A questo dovrebbero pensare anche i direttori dei giornali "di ispirazione cattolica" quando scrivono di essere d'accordo con le ragioni della manifestazione: se dicono così significa, infatti, non che si pongono contro la mercificazione del corpo (come gli slogan, più moralistici che tesi a salvaguardare la dignità delle persone, dicevano), ma che approvano le ragioni della piazza, comprese quelle per cui il divorzio, l'aborto o la fecondazione in vitro con l'uccisione di milioni di embrioni sarebbero "diritti della donna".
Non ci resta che pregare; pregare il Signore per intercessione di san Valentino, affinché gli "innamorati" di oggi riscoprano l'autenticità dell'amore fra un uomo e una donna (il "Bell'amore", come lo chiama il nostro patriarca). E la Santa Vergine Castissima aiuti la Chiesa a non aver paura di affrontare questi temi con i giovani; poiché se la Chiesa non divulga il Catechismo sarà il mondo a divulare il "suo catechismo", che è sì allettante, ma porta inesorabilmente alla perdizione.

Propongo alla lettura alcuni articoli apparsi su "La Bussola Quotidiana":

lunedì 14 febbraio 2011

Il latino nella liturgia

Qualche giorno fa, nel sito Zenit e poi ripreso da numerosi altri siti, è stato pubblicato un intervento di padre Uwe Michael Lang, officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, a proposito della «Lingua della celebrazione liturgica». Prima di lasciare alla lettura di questo importante intervento, vorrei fare un commento soprattutto legato all'incipit, che presenta in modo chiaro il tema sviluppato nel seguito. Vi leggiamo: «La lingua non è soltanto uno strumento che serve per comunicare fatti, e deve farlo nel modo più semplice ed efficiente, ma è anche il mezzo per esprimere la nostra mens in un modo che coinvolga tutta la persona. Di conseguenza, la lingua è anche il mezzo in cui si esprimono i pensieri e le esperienze religiosi». In queste poche righe troviamo un elemento per certi aspetti nuovo, a cui non siamo certamente abituati: la lingua non serve solo per comunicare, ma è la struttura tramite la quale esprimere lo stato d'animo, la mens. A ben guardare, la lingua (almeno per l'utilizzo che se ne fa nella liturgia) non ha come unico obiettivo quello di comunicare; se è così vuol dire che non è necessario che tutto quello che viene detto durante un'azione liturgica (sia dal sacerdote che dai fedeli) debba per forza essere di immediata e facile comprensione. Ed infatti, continuando la lettura di quest'articolo di padre Lang, troviamo subito dopo: «Si riduce l’elemento della comprensibilità a favore di altri elementi, in particolare quello espressivo». Attenzione: questo non significa che il latino annulli l'elemento della comprensibilità; ridurre non significa annullare. Se un testo, ad esempio cantato, è in latino anziché in italiano, è chiaro che la sua comprensione non è più immediata; ma non dimentichiamo che l'italiano è, tra le lingue moderne, quella che ha più affinità con le sue radici latine. Così, se invece di cantare "I cieli e la terra sono pieni della tua gloria" cantiamo "Pleni sunt coeli et terra gloria tua", oppure al posto di "Agnello di Dio che togli i peccati del mondo" cantiamo "Agnus Dei qui tollis peccata mundi", la comprensione, per quanto ridotta dal fatto che si canta in latino, è pressoché immediata; ed è così per la maggior parte delle parti dell'ordinario della Messa in latino.
Se, tuttavia, il latino comportasse solo una riduzione della comprensibilità, il bilancio risulterebbe inevitabilmente svantaggioso; padre Lang aggiunge che, a prezzo di una riduzione (modica, da quanto visto) della comprensione, col latino si guadagna in altri elementi, specie in quello espressivo. In questo senso faccio sempre l'esempio dell'inno eucaristico del Pange Lingua, che, almeno nella sua parte finale (il Tantum ergo), cantiamo ogni domenica (nella nostra parrocchia). Ora, una traduzione di un testo destinato al canto deve conciliare aspetti diversi: la fedeltà all'originale, il mantenimento del carattere poetico, in questo caso, e l'adesione alla melodia, per citarne alcuni. Per coloro che si sono cimentati nella traduzione di tale canto (e fra questi anche nomi illustri), sarà certamente risultato evidente come non sia possibile accontentare tutte queste richieste contemporaneamente, ma inevitabilmente, per soddisfare l'una, è necessario rinunciare all'altra. Ecco il risultato: riporto il testo originale, una traduzione abbastanza fedele e la "traduzione" riportata nel nostro repertorio diocesano "Amen. Maranathà!":

Tantum ergo Sacramentum
veneremur cernui:
et antiquum documentum
novo cedat ritui:
praestet fides supplementum
sensuum defectui.
Dunque tale Sacramento
veneriamo, prostrati
e l'antico rito
si muti nel nuovo;
presti aiuto la fede
quando i sensi tacciono.
Adoriamo il Sacramento
che Dio Padre ci donò.
Nuovo patto, nuovo rito
nella fede si compì.
Al mistero è fondamento
la parola di Gesù.

Come possiamo osservare dai tre testi messi a confronto, la traduzione fedele all'originale dà certamente il senso vero di quello che il Tantum ergo vuole esprimere, in questa prima strofa, ma non si presta in alcun modo ad un adattamento alle melodie esistenti, né ad altre appositamente composte; inoltre perde quella forma poetica del componimento latino, essendo infatti una parafrasi del testo. D'altra parte, la versione "Adoriamo il Sacramento" è scritta apposta per poter essere fedele alla melodia, ma dice tutt'altro: non è il Tantum ergo tradotto in lingua italiana. Vi è anche il tentativo di dare una sorta di struttura poetica (ponendo parole tronche alla fine dei versi pari), senza però creare delle rime e, sinceramente, dando piuttosto l'effetto di una cantilena infantile.
Cosa vuol dire questo? Non che la versione "Adoriamo il Sacramento" non sia liturgica; ma piuttosto che coloro i quali, mossi dalla volontà di rendere più accessibile il Tantum ergo ai fedeli, lo sostituissero con quest'altro testo, farebbero cantare un'altra cosa, non il Tantum ergo, un altro canto (benché sotto la stessa melodia). In sostanza, solo la lingua latina unita alla melodia gregoriana ha in sè quel senso di completezza, e risulta dunque insostituibile: rinunciando in parte alla immediatezza della comprensibilità, si guadagna in stile, espressione, musicalità ed anche devozione. C'è poi da aggiungere che, dove il testo latino non sia immediatamente associabile alle relative parole in italiano, in tutte le chiese è possibile realizzare sussidi ove, accanto al testo latino, è posta la traduzione; cosicché all'ascolto (o prima di esso) di questi brani cantati o recitati si può affiancare una completa comprensione.
Questi effetti dell'utlizzo del latino (non solo nel canto ma anche nelle parti recitate) sono quelli propri di una lingua sacra; per collegarsi a san Tommaso d'Aquino (come fa padre Lang), possiamo indicarli come solemnitas: «Ciò che si trova nei sacramenti per istituzione umana non è necessario alla validità del sacramento, ma conferisce una certa solennità, utile nei sacramenti a eccitare la devozione e il rispetto in coloro che li ricevono» (Summa Theologiae III, 64, 2; cf. 83, 4). Devozione e rispetto sono proprie dell'arte sacra che orna le chiese, i paramenti e gli arredi sacri, della musica sacra, ma anche della lingua. E così come in una pittura l'iconografia, ad esempio, vuol far andare l'osservatore ben oltre quello che vede dipinto, oppure nel gregoriano la musica unita al testo contengono significati che possono essere compresi solo al di là di un ascolto superficiale, anche la liturgia espressa con la sua lingua propria, cioè il latino (come lo definisce il Concilio Vaticano II), rende più distante il mistero che viene celebrato, non per allontanarlo, ma per invogliare il fedele ad avvicinarvisi in un modo ancora più intimo della semplice intelligibilità.

Voglio per il momento fermarmi qui e lasciarvi, per chi lo volesse, alla lettura dell'intero intervento di padre Lang, che potrete visualizzare cliccando qui.

domenica 13 febbraio 2011

Tesori d'arte sacra: la Croce Capitolare

Continuiamo con l'approfondimento mensile sui tesori d'arte sacra custoditi nel nostro Duomo, in questo caso nel museo liturgico parrocchiale, e parliamo oggi di un altro oggetto, come la pala d'oro, molto raffinato e prezioso: si tratta della Croce Capitolare, una croce astile, in argento e in parte dorata, eseguita nel 1534, al tempo del vescovo Daniele De Rossi. Viene detta "capitolare" perché il suo utilizzo doveva essere quello processionale, ovvero era usata nelle processioni con il vescovo e tutto il capitolo dei canonici della cattedrale. Nella parte frontale (riportata in figura) riporta la figura del Crocifisso; nei quattro lobi della croce (superiore, inferiore, sinistro e destro) sono invece rappresentate rispettivamente le immagini sbalzate di Dio Padre, della Maddalena, della Vergine Santa e di San Giovanni Evangelista. In questo modo, lungo l'asse orizzontale, è rappresentata la deesis, un tema iconografico di origine bizantina molto usato nelle terre veneziane (per lo stretto legame che si era stabilito tra la Serenissima e Bisanzio). La figura dell'Eterno Padre è rappresentata con barba lunga, nell'atto di benedire con la mano destra e reggente il globo terrestre nella sinistra; invece la Maddalena è raffigurata nell'atto di custodire un vaso di olii profumati, col quale il giorno della Risurrezione di Cristo, secondo il racconto evangelico, si era recata al sepolcro per ungere il corpo del Salvatore.
Nella parte posteriore, invece al posto del Crocifisso è realizzata a sbalzo la figura di Santo Stefano Protomartire, patrono di Caorle, nella usuale iconografia: con una lunga dalmatica (l'abito tradizionalmente proprio dei diaconi), la palma del martirio nella mano sinistra e con alcune pietre (a simboleggiare la lapidazione alla quale fu condannato) sul capo e sulla spalla. Nei quattro lobi posteriori della croce sono raffigurati i quattro Evangelisti, riconoscibili dai consueti simboli: san Giovanni Evangelista, con l'aquila, nella parte superiore; san Matteo Evangelista, con l'angelo, nella parte inferiore; san Marco Evangelista, con il leone, nella parte sinstra; san Luca Evangelista, con il bove, nella parte destra.
Oggi la Croce Capitolare, come detto prima, è custodita nel museo liturgico parrocchiale, ma viene esposta nelle principali solennità, come Natale, Santo Stefano, Pasqua e nell'occasione della Festa della Madonna dell'Angelo.

sabato 12 febbraio 2011

Il sito della visita del papa

E' online da giovedì scorso il sito dedicato alla visita del papa ad Aquileia e Venezia dei prossimi 7 e 8 maggio; www.ilpapaanordest.it. Si tratta di una collaborazione delle diverse diocesi del nordest, e contiene numerose informazioni sulla futura visita del Santo Padre nella nostra terra, a cominciare dal programma (ancora provvisorio) e da una serie di videomessaggi, a cura dell'emittente televisiva Telechiara, dei vescovi delle varie Chiese del nordest, che saranno anche in seguito aggiornati. Importante per tutti coloro che intendono partecipare al grande evento, il sito fornisce le informazioni sulle adesioni in vista della Messa che il papa celebrerà al parco San Giuliano di Mestre il giorno 8 maggio, alla presenza dei fedeli delle comunità non solo della Conferenza Episcopale Triveneta, ma anche di alcune Chiese estere confinanti, come quella austriaca e quella slovena, che insieme a quelle italiane formano la grande macro-regione del nordest. E' opportuno, ha ricordato il vescovo ausiliare mons. Beniamino Pizziol, che le adesioni siano il più possibile comunitarie; le parrocchie sono incaricate di raccoglierle da parte di coloro che desiderano recarsi a Mestre il giorno 8 maggio, per poi ritirare direttamente il pass la settimana precedente la visita. Il pass e la possibilità di recarsi in piazza san Giuliano saranno gratuiti; eventualmente saranno invendita degli speciali kit, contenenti un cappellino, una bandierina del vaticano per ricordo ed un telo impermeabile, che però i fedeli non saranno obbligati ad acquistare, attraverso la vendita dei quali sarà possibile sostenere le spese per l'organizzazione dell'evento.
E' importante sottolineare che è volere delle diocesi che il viaggio del papa ad Aquileia e Venezia non gravi sul bilancio economico delle regioni e dei paesi ospitanti (se non per i servizi di pubblica sicurezza e di assistenza che gli enti locali devono prestare in occasione di qualsiasi evento pubblico). Per questo motivo i nostri vescovi chiedono alle nostre comunità un aiuto per raccogliere i fondi necessari; domenica prossima, 20 febbraio, nelle chiese di tutte le diocesi del Triveneto sarà effettuata una colletta, tramite la quale chi lo desidera e sente nel cuore il desiderio di aiutare a preparare questo evento, può contribuire secondo le proprie condizioni e la propria coscienza. Per chi, inoltre, avesse l'opportunità e il desiderio di contribuire in maniera più sostanziosa, è aperto un conto corrente postale; le informazioni sono reperibili sul sito "ilpapaanordest.it" e presso le singole parrocchie.
Nel sito, inoltre, sono raccolte le informazioni sui momenti che caratterizzeranno questa visita del papa; a cominciare dalla sosta nella basilica di Aquileia sabato 7 maggio, poi la Messa a San Giuliano domenica 8 mattina, l'assemblea ecclesiale nella Basilica di san Marco, l'incontro col mondo culturale organizzato dall'istituto Marcianum nella Basilica della Madonna della Salute e la benedizione della restaurata cappella della SS. Trinità domenica 8 pomeriggio.
Ulteriori informazioni, aggiornate di volta in volta, sono reperibili anche nel nostro sito parrocchiale, www.caorleduomo.altervista.org, nella sezione speciale dedicata alla visita del Santo Padre ad Aquileia e Venezia.

venerdì 11 febbraio 2011

19ma Giornata Mondiale del Malato - Messaggio del papa

Oggi, anniversario della prima apparizione della Vergine Immacolata a Santa Bernadette nella grotta di Massabielle, la Chiesa ricorda la giornata mondiale del malato. Lourdes è infatti un centro di preghiera internazionale per tutti i devoti alla Madonna, ma soprattutto per i malati. In questo giorno ci uniamo spiritualmente a tutti gli ammalati e alle loro famiglie; rivolgiamoci alla Vergine Santissima, che ha sofferto in modo straziante i patimenti e la perdita del Figlio, perché accompagni queste famiglie, e perché interceda presso Nostro Signore Gesù Cristo, che ha provato gli indicibili dolori della Passione, affinché sostenga i nostri fratelli e sorelle ammalati nella loro sofferenza. Pubblichiamo di seguito il Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI, rilasciato lo scorso 21 novembre, solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo.

“Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2,24)

Cari fratelli e sorelle!

Ogni anno, nella ricorrenza della memoria della Beata Vergine di Lourdes, che si celebra l’11 febbraio, la Chiesa propone la Giornata Mondiale del Malato. Tale circostanza, come ha voluto il venerabile Giovanni Paolo II, diventa occasione propizia per riflettere sul mistero della sofferenza e, soprattutto, per rendere più sensibili le nostre comunità e la società civile verso i fratelli e le sorelle malati. Se ogni uomo è nostro fratello, tanto più il debole, il sofferente e il bisognoso di cura devono essere al centro della nostra attenzione, perché nessuno di loro si senta dimenticato o emarginato; infatti “la misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana” (Lett. enc. Spe salvi, 38). Le iniziative che saranno promosse nelle singole Diocesi in occasione di questa Giornata, siano di stimolo a rendere sempre più efficace la cura verso i sofferenti, nella prospettiva anche della celebrazione in modo solenne, che avrà luogo, nel 2013, al Santuario mariano di Altötting, in Germania.

1. Ho ancora nel cuore il momento in cui, nel corso della visita pastorale a Torino, ho potuto sostare in riflessione e preghiera davanti alla Sacra Sindone, davanti a quel volto sofferente, che ci invita a meditare su Colui che ha portato su di sé la passione dell'uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati. Quanti fedeli, nel corso della storia, sono passati davanti a quel telo sepolcrale, che ha avvolto il corpo di un uomo crocifisso, che in tutto corrisponde a ciò che i Vangeli ci trasmettono sulla passione e morte di Gesù! Contemplarlo è un invito a riflettere su quanto scrive san Pietro: “dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2,24). Il Figlio di Dio ha sofferto, è morto, ma è risorto, e proprio per questo quelle piaghe diventano il segno della nostra redenzione, del perdono e della riconciliazione con il Padre; diventano, però, anche un banco di prova per la fede dei discepoli e per la nostra fede: ogni volta che il Signore parla della sua passione e morte, essi non comprendono, rifiutano, si oppongono. Per loro, come per noi, la sofferenza rimane sempre carica di mistero, difficile da accettare e da portare. I due discepoli di Emmaus camminano tristi per gli avvenimenti accaduti in quei giorni a Gerusalemme, e solo quando il Risorto percorre la strada con loro, si aprono ad una visione nuova (cfr Lc 24,13-31). Anche l’apostolo Tommaso mostra la fatica di credere alla via della passione redentrice: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo” (Gv 20,25). Ma di fronte a Cristo che mostra le sue piaghe, la sua risposta si trasforma in una commovente professione di fede: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28). Ciò che prima era un ostacolo insormontabile, perché segno dell'apparente fallimento di Gesù, diventa, nell'incontro con il Risorto, la prova di un amore vittorioso: “Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede” (Messaggio Urbi et Orbi, Pasqua 2007).

2. Cari ammalati e sofferenti, è proprio attraverso le piaghe del Cristo che noi possiamo vedere, con occhi di speranza, tutti i mali che affliggono l'umanità. Risorgendo, il Signore non ha tolto la sofferenza e il male dal mondo, ma li ha vinti alla radice. Alla prepotenza del Male ha opposto l'onnipotenza del suo Amore. Ci ha indicato, allora, che la via della pace e della gioia è l'Amore: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34). Cristo, vincitore della morte, è vivo in mezzo a noi. E mentre con san Tommaso diciamo anche noi: “Mio Signore e mio Dio!”, seguiamo il nostro Maestro nella disponibilità a spendere la vita per i nostri fratelli (cfr 1 Gv 3,16), diventando messaggeri di una gioia che non teme il dolore, la gioia della Risurrezione.

San Bernardo afferma: “Dio non può patire, ma può compatire”. Dio, la Verità e l'Amore in persona, ha voluto soffrire per noi e con noi; si è fatto uomo per poter com-patire con l'uomo, in modo reale, in carne e sangue. In ogni sofferenza umana, allora, è entrato Uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; in ogni sofferenza si diffonde la con-solatio, la consolazione dell'amore partecipe di Dio per far sorgere la stella della speranza (cfr Lett. enc. Spe salvi, 39).

A voi, cari fratelli e sorelle, ripeto questo messaggio, perché ne siate testimoni attraverso la vostra sofferenza, la vostra vita e la vostra fede.

3. Guardando all’appuntamento di Madrid, nel prossimo agosto 2011, per la Giornata Mondiale della Gioventù, vorrei rivolgere anche un particolare pensiero ai giovani, specialmente a coloro che vivono l’esperienza della malattia. Spesso la Passione, la Croce di Gesù fanno paura, perché sembrano essere la negazione della vita. In realtà, è esattamente il contrario! La Croce è il “sì” di Dio all'uomo, l’espressione più alta e più intensa del suo amore e la sorgente da cui sgorga la vita eterna. Dal cuore trafitto di Gesù è sgorgata questa vita divina. Solo Lui è capace di liberare il mondo dal male e di far crescere il suo Regno di giustizia, di pace e di amore al quale tutti aspiriamo (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011, 3). Cari giovani, imparate a “vedere” e a “incontrare” Gesù nell'Eucaristia, dove è presente in modo reale per noi, fino a farsi cibo per il cammino, ma sappiatelo riconoscere e servire anche nei poveri, nei malati, nei fratelli sofferenti e in difficoltà, che hanno bisogno del vostro aiuto (cfr ibid., 4). A tutti voi giovani, malati e sani, ripeto l'invito a creare ponti di amore e solidarietà, perché nessuno si senta solo, ma vicino a Dio e parte della grande famiglia dei suoi figli (cfr Udienza generale, 15 novembre 2006).

4. Contemplando le piaghe di Gesù il nostro sguardo si rivolge al suo Cuore sacratissimo, in cui si manifesta in sommo grado l'amore di Dio. Il Sacro Cuore è Cristo crocifisso, con il costato aperto dalla lancia dal quale scaturiscono sangue ed acqua (cfr Gv 19,34), “simbolo dei sacramenti della Chiesa, perché tutti gli uomini, attirati al Cuore del Salvatore, attingano con gioia alla fonte perenne della salvezza" (Messale Romano, Prefazio della Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù). Specialmente voi, cari malati, sentite la vicinanza di questo Cuore carico di amore e attingete con fede e con gioia a tale fonte, pregando: “Acqua del costato di Cristo, lavami. Passione di Cristo, fortificami. Oh buon Gesù, esaudiscimi. Nelle tue piaghe, nascondimi” (Preghiera di S. Ignazio di Loyola).

5. Al termine di questo mio Messaggio per la prossima Giornata Mondiale del Malato, desidero esprimere il mio affetto a tutti e a ciascuno, sentendomi partecipe delle sofferenze e delle speranze che vivete quotidianamente in unione a Cristo crocifisso e risorto, perché vi doni la pace e la guarigione del cuore. Insieme a Lui vegli accanto a voi la Vergine Maria, che invochiamo con fiducia Salute degli infermi e Consolatrice dei sofferenti. Ai piedi della Croce si realizza per lei la profezia di Simeone: il suo cuore di Madre è trafitto (cfr Lc 2,35). Dall'abisso del suo dolore, partecipazione a quello del Figlio, Maria è resa capace di accogliere la nuova missione: diventare la Madre di Cristo nelle sue membra. Nell’ora della Croce, Gesù le presenta ciascuno dei suoi discepoli dicendole: “Ecco tuo figlio” (cfr Gv 19,26-27). La compassione materna verso il Figlio, diventa compassione materna verso ciascuno di noi nelle nostre quotidiane sofferenze (cfr Omelia a Lourdes, 15 settembre 2008).

Cari fratelli e sorelle, in questa Giornata Mondiale del malato, invito anche le Autorità affinché investano sempre più energie in strutture sanitarie che siano di aiuto e di sostegno ai sofferenti, soprattutto i più poveri e bisognosi, e, rivolgendo il mio pensiero a tutte le Diocesi, invio un affettuoso saluto ai Vescovi, ai sacerdoti, alle persone consacrate, ai seminaristi, agli operatori sanitari, ai volontari e a tutti coloro che si dedicano con amore a curare e alleviare le piaghe di ogni fratello o sorella ammalati, negli ospedali o Case di Cura, nelle famiglie: nei volti dei malati sappiate vedere sempre il Volto dei volti: quello di Cristo.

A tutti assicuro il mio ricordo nella preghiera, mentre imparto a ciascuno una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 21 Novembre 2010, Festa di Cristo Re dell'Universo.



BENEDICTUS PP. XVI



© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana

Messaggio originale

giovedì 10 febbraio 2011

L'Arcivescovo di Caorle Nunzio in Slovenia

E' notizia di oggi la nomina di S.E. mons. Juliusz Janusz, arcivescovo titolare di Caorle, a Nunzio apostolico in Slovenia. Pochi caorlotti sembrano sapere che Caorle è onorata del titolo di sede vescovile titolare; dopo la soppressione della diocesi nel 1818, il territorio fu inglobato nel patriarcato di Venezia, cui la sede caprulana era suffraganea. Tuttavia nel 1960 Paolo VI ornò la Chiesa di Caorle, in memoria della sua millenaria storia vescovile, del titolo episcopale. Infatti ogni vescovo possiede il titolo di una Chiesa: i vescovi residenziali (ossia quelli che si occupano del governo di una diocesi) hanno il titolo della loro diocesi di competenza; ma esistono molti vescovi che svolgono funzioni amministrative in dicasteri vaticani (ad esempio i segretari delle Congregazioni), i vescovi ausiliari, oppure i Nunzi apostolici (che possiamo accostare agli ambasciatori della Santa Sede nelle varie nazioni). Questi vescovi assumono il titolo di una chiesa che non governano (per questo sono chiamati vescovi titolari), che il più delle volte è stata in passato diocesi, in seguito soppressa, ma che si trova sotto la giurisdizione di un'altra diocesi. E' il caso di Caorle; la nostra Chiesa si trova sotto la giurisdizione canonica del patriarcato di Venezia, ed il nostro vescovo è il patriarca, ma esiste un vescovo che porta il titolo di Caorle. Oggi costui è l'arcivescovo Juliusz Janusz, nominato nel 1995 Nunzio apostolico in Ruanda, nel 1998 in Mozambico e nel 2003 in Ungheria.
Oggi il nostro vescovo titolare è stato spostato in Slovenia, in qualche modo è un po' più vicino a noi; nel comunicato della sala stampa della Santa Sede è precisato anche che il nuovo Nunzio in Slovenia avrà anche l'incarico di Delegato apostolico in Kosovo. Data la delicata situazione di questi territori, segue una precisazione sul ruolo di delegato apostolico in Kosovo, nella quale si dice che il delegato apostolico non ha ruolo diplomatico, ma si occupa delle esigenze pastorale dei fedeli. Uniamoci dunque nelle congratulazioni e negli auguri al nostro vescovo titolare per il suo nuovo incarico.

Bollettino odierno della Sala Stampa della Santa Sede.

martedì 8 febbraio 2011

Antifona "Ave Regina Coelorum"

Con la festa della Presentazione di Gesù al Tempio, lo scorso 2 febbraio, sono terminati i giorni che ancora ci tenevano legati alla solennità del Natale; secondo la legge di Mosè, infatti, erano necessari quaranta giorni, ad una donna che aveva partorito un figlio maschio, per "purificarsi" e poter di nuovo entrare nel santuario e toccare cose sante (Lv 12). La Vergine Maria, pur essendo rimasta incinta per opera dello Spirito Santo e avendo partorito Nostro Signore Gesù Cristo, si sottomise ugualmente e con docilità alla legge. Durante i quaranta giorni che sono seguiti il Natale, dunque, le ore liturgiche terminavano con l'antifona mariana "Alma Redemptoris Mater", e seguendo la tradizione durante la Messa cantata abbiamo cantato la Missa IX "Cum Jubilo", che è tradizionalmente associata alle solennità e feste della Beata Vergine Maria.
Dopo la Purificazione gioiamo insieme alla Madre di Nostro Signore e Madre nostra con l'antifona "Ave Regina Coelorum", che ci accompagnerà fin quasi alla Pasqua:

«Ave Regina Coelorum,
ave Domina Angelorum.
Salve Radix, salve Porta
ex qua mundo Lux est orta.
Gaude, Virgo gloriosa,
super omnes speciosa:
vale, o Valde Decora
et pro nobis Christum exora.»
«Ave Regina dei Cieli,
ave Signora degli Angeli
Porta e Radice di salvezza
rechi nel mondo la luce.
Gioisci, Vergine gloriosa,
bella fra tutte le donne:
salve, o Tutta Santa,
prega per noi Cristo Signore.
»

Ricorrono in questi versi alcuni titoli della Vergine Santa: Regina del Cielo (mistero che contempliamo tra quelli gloriosi nel Rosario), Radice (in riferimento alla discendenza di Cristo da Davide e alla profezia di Isaia), Porta (titolo presente anche nelle litanie lauretane, porta del cielo), Tutta santa. Il primo verso di questa antifona, inoltre, è riportato nella cintura azzurra in lettere dorate che percorre tutte le pareti del Santuario della Madonna dell'Angelo, sulla parete del coro, anche se nascosto dalla struttura dell'altare. L'antifona si conclude, come le altre antifone maggiori dedicate alla Madonna, con l'invocazione di pregare per noi, suoi figli: in Lei, Immacolata e docile, che non ha disdegnato di sottomettersi alla legge, che ha accettato la sofferenza del Figlio come una spada che le ha trafitto l'anima, troviamo una potente intercessione presso Dio; malgrado la nostra indegnità possiamo confidare nel suo aiuto, perché il Signore ci ascolti.
Ascoltiamo, dunque, l'antifona mariana; prima nella versione gregoriana simplex, quella che cantiamo anche noi tutte le domeniche; ma esiste anche una versione solenne, sempre gregoriana, che possiamo sentire nel secondo video. Infine, in ossequio a quanto dice il Concilio Vaticano II sulla musica sacra (che dopo il canto gregoriano indica la polifonia tra i generi di musica che hanno la dignità per ornare le celebrazioni), una versione di Tomás Luis de Victoria, compositore spagnolo vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo.



lunedì 7 febbraio 2011

Il beato papa Pio IX

Ricorre oggi l'anniversario della morte di papa Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti, beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 2000. Nato il 13 maggio 1792 a Senigallia, fu ordinato sacerdote sotto la spinta di papa Pio VII (il papa che sancì la soppressione della diocesi di Caorle nel 1819); malgrado il suo parere espresso di non volere cariche ecclesiastiche, nel 1827 fu nominato arcivescovo di Spoleto a soli 35 anni. Fu poi nominato arcivescovo di Imola da papa Gregorio XVI, e creato cardinale nel 1840. Solo 6 anni dopo, nel 1846, morì Gregorio XVI; il conclave che ne seguì fu segnato dalle forti tensioni che in quegli anni interessavano l'Europa e la penisola italiana in particolare. Fu eletto papa, ed assunse il nome di Pio IX, in onore di Pio VII che incentivò la sua vocazione sacerdotale. Il nuovo pontefice era considerato un liberale, inesperto di questioni diplomatiche e affine alle spinte unitarie che pervadevano l'Italia di metà ottocento; a testimonianza di ciò il fatto che l'Imperatore d'Austria inviò l'arcivescovo di Milano al conclave con il veto contro l'elezione del cardinale Mastai Ferretti, ma non riuscì ad arrivare in tempo.
Nel governo dello stato pontificio promulgò lo "Statuto fondamentale pel governo temporale degli Stati della Chiesa", col quale intendeva venire incontro alle esigenze della popolazione istituendo due Camere e il collegio cardinalizio, con a capo il papa. Durante il suo pontificato, inoltre, si raggiunsero obiettivi molto all'avanguardia per il mondo dell'epoca, quali la libertà di stampa e la promozione di una lega doganale tra gli stati italiani preunitari, all'epoca un intrepido e importante tentativo diplomatico verso l'unità degli stati italiani sulla via federale. Promosse inoltre un processo di reintegrazione degli ebrei che abitavano lo stato pontificio, ad iniziare con il processo simbolico di rompere i sigilli all'ingresso del ghetto, per poi sottrarli al tributo annuale che essi dovevano versare al Campidoglio e proclamarli pubblicamente "suoi figli".
Dal 1848 in poi inizia il periodo del lungo pontificato di Pio IX che più ne condizionerà la memoria futura. Del 29 aprile 1848 è l'allocuzione al collegio cardinalizio con la quale chiariva che il papa non poteva considerarsi ostile all'Austria, in quanto legittimo regno non in guerra, ma manifestava ugualmente il suo parere favorevole per l'unità federale degli stati italiani (l'allocuzione conteneva l'invocazione "Benedite, Gran Dio, I’Italia e conservatele sempre questo dono di tutti preziosissimo, la Fede"). Tale chiarimento (che diplomaticamente serviva a proteggersi da un attacco militare dell'impero asburgico, che mal sopportava l'idea di perdere i suoi possedimenti in territorio italiano per la formazione di uno stato federale indipendente) gli valse comunque la qualifica di traditore agli occhi dei patrioti più facinorosi, che il 15 novembre uccisero il primo ministro Pellegrino Rossi e, pochi giorni dopo costrinsero lo stesso papa alla fuga a Gaeta, vestito da semplice sacerdote per passare inosservato. Dopo il fallimento della repubblica romana, la figura di papa Pio IX era sempre più disprezzata negli ambienti patriottici italiani; la realizzazione di uno stato italiano unitario avvenne diversamente da come auspicato dal pontefice (cioè in forma federale), con la ben nota breccia di Porta Pia del 1870 e la presa di Roma. Questo portò ad una frattura sessantennale tra la Chiesa e lo stato italiano, con la promulgazione del non expedit e ritirandosi in Vaticano quale prigioniero politico, status che conservarono anche i successivi pontefici Leone XIII, Pio X, Benedetto XV e Pio XI, che tornò a farsi vedere pubblicamente in corteo solenne soltanto dopo i patti lateranensi del 1929 e la formazione dello stato della Santa Sede.
Papa Pio IX è anche ricordato per aver promulgato il dogma dell'Immacolata Concezione, l'8 dicembre 1854, e il Sillabo, del 1864, col quale elencava i principali errori del suo tempo (tra i quali l'ateismo, il comunismo, il socialismo, l'indifferentismo ed altri concernenti il rapporto tra la Chiesa e la società civile). Fu il papa del Concilio Vaticano I, del 1869, il cui risultato più conosciuto è il dogma dell'infallibilità papale, considerato, tra gli altri da papa Paolo VI, precursore della Costituzione Apostolica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II. Morì il 7 febbraio 1878.
Vale la pena di ricordare la figura di questo grande papa del '800, specialmente in questo 150mo anniversario dell'unità d'Italia. Fa specie che dall'anno scorso, in tutte le occasioni in cui si è parlato dell'anniversario dell'unità d'Italia, non si sia mai fatto il nome di Pio IX. D'altra parte è innegabile che, come avvenuto anche per altri papi nella storia, il mito di Pio IX papa re, nemico della rivoluzione e dei patrioti italiani, antisemita, senza però conoscerne la storia, il Magistero e la politica, abbia contribuito alla sua damnatio memoriae. Non si spiegherebbe altrimenti la lunga serie di critiche piovute su Giovanni Paolo II quando nel settembre del 2000 beatificò papa Mastai Ferretti. Nella rivista teologica Concilium si leggeva: "La beatificazione rischia di recare alla Chiesa cattolica un danno considerevole"; il teologo Edward Schillebeeckx ribadiva: "Beatificarlo oggi danneggia la Chiesa e aumenterà la disaffezione di molta gente"; e ancora, Giovanni Battista Metz, parlando del suo "antisemitismo": "Mi meraviglio che possa essere proclamato beato da Giovanni Paolo II, che è andato in Israele esprimendo sentimenti di riconciliazione. Mi è incomprensibile sono triste". Fa specie, inoltre, leggere anche certe opinioni di Giovanni Paolo II, da parte di chi oggi, specialmente in contrapposizione a Benedetto XVI, si dichiara lieto della sua prossima beatificazione; nel duemila si leggeva di lui in relazione alla beatificazione di Pio IX, in un certo giornale: "C'è un aspetto poco conosciuto del pontificato wojtyliano: la sistematica repressione ed emarginazione dei teologi di "parere diverso" rispetto alla linea ufficiale. Così sono pochi, oggi, ad avere il coraggio di parlare anche se l'imbarazzo e il malessere per la beatificazione di Pio IX sono diffusi in molti settori del mondo cattolico"; e ancora, sullo stesso giornale: "Tre ovazioni scroscianti della piazza per Giovanni XXIII (beatificato insieme a Pio IX, ndr). Solo un accenno di applauso per Pio IX. I fedeli di piazza San Pietro non hanno avuto imbarazzi nella scelta tra il "Papa Buono" e il "Papa Re"".
C'è da augurarsi che, specialmente quando sono uomini di Chiesa ad essere impegnati nelle manifestazioni per l'unità d'Italia, si possa citare la figura di questo grande papa, beato, e si possa fare chiarezza, con onestà intellettuale, sulla sua vicenda.

venerdì 4 febbraio 2011

San Gilberto di Sempringham - 4 febbraio

Oggi ricorre la memoria liturgica di san Gilberto di Sempringham, compatrono di Caorle. Nasce nel 1083, figlio di un nobile normanno approdato in Inghilterra al seguito di Guglielmo il Conquistatore; fu avviato fin dalla giovane età alla carriera ecclesiastica, e per lungo tempo dimorò in Francia, Paese nel quale compì gli studi religiosi ed insegnò. Tornato in patria ricevette dal facoltoso padre il beneficio delle chiese di Sempringham e di Terrington, le cui cospicue rendite, però, soleva devolvere agli umili e ai poveri, andando ad abitare nel palazzo vescovile della diocesi di Lincoln, a servizio del vescovo Roberto, dal quale ricevette gli ordini minori.
Fu ordinato sacerdote dal successore, il vescovo Alessandro, che lo nominò anche penitenziere della diocesi di Lincoln. Tuttavia qualche anno più tardi ritornò a Sempringham; qui diede vita dapprima ad una comunità monastica femminile, sotto la rigida regola benedettina, e poi ad una comunità di monaci ai quali, dopo il rifiuto dei cistercensi di assumerne la direzione spirituale, affidò la regola di sant'Agostino. Nasceva così il primo Ordine religioso sorto in Inghilterra, i monaci Gilbertini, i cui statuti vennero approvati e confermati da tre papi.
Recatosi in Francia nel 1147 ebbe modo di conoscere personalmente papa Eugenio III e san Bernardo; sostenne poi san Tommaso Becket nella controversia con Enrico II, dal quale dovette subire delle persecuzioni e, tornato tra i suoi monaci, fu calunniato da alcuni membri laici del suo stesso ordine, per la disciplina troppo rigida che aveva loro imposto. Tuttavia i vescovi inglesi furono concordi in sua difesa presso papa Alessandro III. Morì il 4 febbraio 1189, nella sua comunità di Sempringham, a più di cento anni.
La devozione a san Gilberto nella diocesi di Caorle è radicata fin dal XV-XVI secolo, quando negli atti delle visite pastorali dei vescovi di Caorle, sono riportate tra le reliquie più importanti conservati nella cattedrale il capo di Santo Stefano Protomartire (titolare della stessa), il braccio destro di Santa Margherita (compatrona) e la maggior parte del corpo di san Gilberto Confessore (anch'egli compatrono). A conferma di questa devozione secolare vi erano le statue seicentesche poste sull'altare maggiore della stessa cattedrale, e rappresentanti il patrono principale e i due compatroni. Oggi, dopo il discutibile smembramento dell'antico altare, troviamo la statua di santo Stefano sopra la porta principale, e le statue di santa Margherita e san Gilberto (nella foto) ai lati del coro del Santuario della Madonna dell'Angelo. Tuttavia anche nel palliotto del moderno altare maggiore sono rappresentati i tre titolari.
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