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venerdì 31 dicembre 2010

1° gennaio - Giornata mondiale della pace

Domani, primo giorno del nuovo anno ed anche di un nuovo decennio, ricorre la solennità liturgica di Maria Santissima Madre di Dio. Essa è posta nel compimento dell'ottava di Natale, e ci invita a rivolgere la nostra attenzione alla maternità di Maria, che ha generato per opera dello Spirito Santo il suo Creatore.
Dal 1968, per volere di papa Paolo VI, il 1° gennaio è anche la data in cui la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della pace; alla sua istituzione, il pontefice ebbe modo di augurarsi:

«Sarebbe Nostro desiderio che poi, ogni anno, questa celebrazione si ripetesse come augurio e come promessa - all'inizio del calendario che misura e descrive il cammino della vita umana nel tempo - che sia la Pace con il suo giusto e benefico equilibrio a dominare lo svolgimento della storia avvenire.»

Quella del 2011 è dunque la 44ma giornata mondiale della pace; ci aiuta, in questa ricorrenza, il messaggio che papa Benedetto XVI ha rilasciato per questa occasione lo scorso 8 dicembre.
Egli inizia questo suo messaggio scorrendo i momenti più difficili dell'anno appena trascorso, in particolare per quanto riguarda i credenti, citando il "vile attacco contro la Cattedrale siro-cattolica “Nostra Signora del Perpetuo Soccorso” a Baghdad, dove, il 31 ottobre scorso, sono stati uccisi due sacerdoti e più di cinquanta fedeli, mentre erano riuniti per la celebrazione della Santa Messa". Viene immediatamente da pensare all'attentato che in Nigeria ha colpito fedeli e sacerdoti che assistevano alla Messa di Natale, che evidentemente non sono ricordati in questo messaggio perché avvenuti dopo la sua stesura. Il papa manifesta la sua vicinanza a queste popolazioni e ringrazia tutti i governi che si adoperano per evitare che episodi come questi possano ripetersi. Quindi affronta l'importante tematica della libertà religiosa, nella quale, dice il pontefice: "trova espressione la specificità della persona umana, che per essa può ordinare la propria vita personale e sociale a Dio, alla cui luce si comprendono pienamente l’identità, il senso e il fine della persona". La vera libertà religiosa, continua il Santo Padre, non è da intendersi come l'eliminazione di qualunque religione, erroneamente ritenute da molti la causa delle guerre del mondo; "Una libertà nemica o indifferente verso Dio finisce col negare se stessa e non garantisce il pieno rispetto dell’altro[...] L’illusione di trovare nel relativismo morale la chiave per una pacifica convivenza, è in realtà l’origine della divisione e della negazione della dignità degli esseri umani. Si comprende quindi la necessità di riconoscere una duplice dimensione nell’unità della persona umana: quella religiosa e quella sociale. Al riguardo, è inconcepibile che i credenti “debbano sopprimere una parte di se stessi - la loro fede - per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti”".
Un punto che, tra gli altri, sembra toccare un aspetto molto delicato agli occhi degli osservatori di oggi, è quello su una positiva laicità degli stati. A questo proposito il papa accomuna due atteggiamenti ostili: "il fondamentalismo religioso e il laicismo sono forme speculari ed estreme di rifiuto del legittimo pluralismo e del principio di laicità. Entrambe, infatti, assolutizzano una visione riduttiva e parziale della persona umana, favorendo, nel primo caso, forme di integralismo religioso e, nel secondo, di razionalismo. La società che vuole imporre o, al contrario, negare la religione con la violenza, è ingiusta nei confronti della persona e di Dio, ma anche di se stessa. Dio chiama a sé l’umanità con un disegno di amore che, mentre coinvolge tutta la persona nella sua dimensione naturale e spirituale, richiede di corrispondervi in termini di libertà e di responsabilità, con tutto il cuore e con tutto il proprio essere, individuale e comunitario".
La molteplicità delle confessioni religiose è un aspetto che tocca anche da vicino la cristianità; per questo il Santo Padre scrive: "Per la Chiesa il dialogo tra i seguaci di diverse religioni costituisce uno strumento importante per collaborare con tutte le comunità religiose al bene comune". Tuttavia lo stesso pontefice riconosce che il dialogo tra i rappresentanti delle diverse confessioni cristiane o di altre religioni non deve essere inteso a creare una religione nuova, che comprenda aspetti dell'una o dell'altra, come se possa esistere un tale credo, tale da essere considerato perfetto solo perché mette d'accordo le diverse esigenze degli uomini: "Quella indicata non è la strada del relativismo, o del sincretismo religioso. La Chiesa, infatti, “annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è «via, verità e vita» (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose”".
In un altro paragrafo, il papa afferma come l'ostilità verso la religione, oltre ad assumere le forme drammatiche che portano ad atti di inaudita violenza, si ritrova, in maniera più subdola, anche nel nostro "civile" mondo occidentale: "Vi sono poi - come ho già affermato - forme più sofisticate di ostilità contro la religione, che nei Paesi occidentali si esprimono talvolta col rinnegamento della storia e dei simboli religiosi nei quali si rispecchiano l’identità e la cultura della maggioranza dei cittadini. Esse fomentano spesso l’odio e il pregiudizio e non sono coerenti con una visione serena ed equilibrata del pluralismo e della laicità delle istituzioni, senza contare che le nuove generazioni rischiano di non entrare in contatto con il prezioso patrimonio spirituale dei loro Paesi".
Questi, molto in sintesi, alcuni punti del Messaggio per la Giornata mondiale della pace; l'intero messaggio si può reperire al seguente indirizzo:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/peace/documents/hf_ben-xvi_mes_20101208_xliv-world-day-peace_it.html

Continuiamo a pregare il Signore perché, secondo l'auspicio di papa Paolo VI, la pace possa davvero governare lo svolgimento della nostra storia futura. Questa sera il Duomo resterà aperto fino alle ore 24:00 per l'Adorazione e la preghiera di tutti i fedeli che lo desiderassero. Inoltre ricordo che domani, durante tutto il giorno, sarà possibile lucrare l'Indulgenza plenaria visitando e soffermandosi in preghiera nel Santuario della Madonna dell'Angelo, alle solite condizioni che si trovano nel decreto di concessione, visualizzabile nella traduzione italiana cliccando qui.

giovedì 30 dicembre 2010

L'inno del Te Deum

Stiamo ormai vivendo gli ultimi giorni di quest'anno 2010; per tradizione la Chiesa ci invita a rendere grazie al Signore per tutti i benefici ricevuti, ma anche per le persone care che ci hanno lasciato e che ora, speriamo, cantino anch'esse le lodi di Dio nella liturgia del cielo. Infatti l'inno che tipicamente esprime il ringraziamento e la lode a Dio è il Te Deum; nella liturgia di oggi esso viene recitato o cantato solitamente nelle domeniche e nelle feste durante la liturgia delle ore, e con maggiore solennità l'ultimo giorno dell'anno, domani, al termine della santa Messa o dei Vespri.
La composizione dell'inno è oggi attribuita con certezza a Niceta di Remesiana, attorno all'anno 400; in esso si possono individuare tre parti: una prima, ossia una lode trinitaria di Dio onnipotente, una seconda rivolta a Cristo Salvatore e Redentore ed un'ultima parte, presa dai salmi ed ispirata in alcuni punti al Nuovo Testamento. Con quest'inno si vuole mettere in evidenza il legame stretto che c'è fra la liturgia che celebriamo noi uomini sulla Terra e la liturgia che gli angeli, i santi, i cherubini, i serafini, i martiri e tutte le potenze celebrano nel cielo; essa sfocia nel proclamare il Signore tre volte Santo, riconoscendolo uno e trino e onnipotente in cielo e sulla terra.
Questo è un richiamo del libro del profeta Isaia:

«Vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l'uno all'altro: "Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria"»
(Is 6, 1-3)

Non a caso la liturgia della Santa Messa ha sempre inserito nel suo culmine, un attimo prima della Consacrazione, queste parole, perché anche i fedeli, "insieme agli angeli e ai santi", cantino "ad una sola voce" l'inno della gloria di Dio. Di seguito è riportato tutto l'inno, che nella nostra parrocchia sarà cantato domani, 31 dicembre, alla fine della Messa prefestiva delle 18:30 in Duomo; in fondo, poi, potrete trovare una parte dell'inno cantato con la melodia gregoriana e la prima parte della famosa interpretazione strumentale e vocale di Marc-Antoine Charpentier.
«Te Deum laudamus:*
Te Dominum confitemur.

Te aeternum Patrem,*
omnis terra veneratur.

Tibi omnes angeli,*
tibi caeli et universae potestates,

tibi cherubim et seraphim*
incessabili voce proclamant:

Sanctus,* Sanctus,*
Sanctus Dominus Deus Sabaoth.

Pleni sunt caeli et terra*
maiestatis gloriae tuae.

Te gloriosus*
apostolorum chorus,

Te prophetarum*
laudabilis numerus,

Te martyrum candidatus*
laudat exercitus.

Te per orbem terrarum*
sancta confitetur Ecclesia,

Patrem*
immensae maiestatis;

Venerandum tuum verum*
et unicum Filium;

Sanctum quoque*
Paraclitum Spiritum.

Tu Rex *
gloriae Christe.

Tu Patris*
sempiternus es Filius.

Tu, ad liberandum suscepturus hominem,*
non horruisti Virginis uterum.

Tu devicto mortis aculeo,*
aperuisti credentibus regna caelorum.

Tu ad dexteram Dei sedes,*
in gloria Patris.

Iudex crederis*
esse venturus.

Te ergo quaesumus, tuis famulis subveni,*
quos pretioso sanguine redemisti.

Aeterna fac cum sanctis tuis*
in gloria numerari.

Salvum fac populum tuum, Domine,*
et benedic hereditati tuae.

Et rege eos,*
et extolle illos usque in aeternum.

Per singulos dies*
benedicimus Te;

et laudamus nomen tuum in saeculum,*
et in saeculum saeculi.

Dignare, Domine, die isto*
sine peccato nos custodire.

Miserere nostri, Domine,*
miserere nostri.

Fiat misericordia tua, Domine, super nos,*
quemadmodum speravimus in Te.

In Te, Domine, speravi:*
non confundar in aeternum.»
«Noi ti lodiamo, Dio,
Ti proclamiamo, Signore.

O eterno Padre,
tutta la terra Ti adora.

A Te tutti gli angeli
e tutte le potenze dei cieli,

a Te i cherubini e i serafini
proclamano con voce incessante:

Santo, Santo,
Santo il Signore Dio dell'universo.

I cieli e la terra sono pieni
della tua maestà e gloria.

Te loda il glorioso
coro degli apostoli,

Te loda dei profeti
il gran numero,

Te loda dei candidi martiri
l'esercito.

Per tutta la terra
la Santa Chiesa proclama Te,

Padre
d'immensa maestà;

e l'augusto tuo vero
e unico Figlio;

e il Santo
Spirito Paraclito.

Tu, Re della gloria
o Cristo,

Tu sei Figlio
del Padre sempiterno.

Tu, generato per liberare
l'uomo,
non disdegnasti il grembo della Vergine.

Tu vinto il pungiglione della morte,
apristi ai credenti i Regni dei cieli,

Tu siedi alla destra di Dio,
nella gloria del Padre.

Giudice che sei creduto
ritornare.

A Te, dunque, chiediamo, vieni in aiuto dei tuoi servi,
che hai redenti col tuo sangue prezioso.

Fa' che siano annoverati nella gloria
insieme ai tuoi santi.

Salva il tuo popolo, Signore,
e benedici la tua eredità.

E guidali,
e sorreggili in eterno.

Ogni giorno
Ti benediciamo;

e lodiamo il tuo nome nei secoli
e nei secoli dei secoli.

Degnati, o Signore, in questo giorno
di custodirci senza peccato.

Abbi pietà di noi, Signore,
abbi pietà di noi.

Sia, o Signore, la tua misericordia sopra di noi,
come noi abbiamo sperato in Te.

In Te, Signore, ho sperato
che non sia confuso in eterno.
»



mercoledì 29 dicembre 2010

Il papa sulla Santa Comunione

Sebbene a piccoli passi, si avvicina la visita del Santo Padre Benedetto XVI nella nostra diocesi; tramite i quartini settimanali di Gente Veneta è possibile approfondire alcuni aspetti del Magistero del papa. Approfondiamo oggi uno degli aspetti più silenziosi e nello stesso tempo anche più visibili del suo Magistero in materia di liturgia, un aspetto a cui il nostro pontefice è molto attento (e che ancora si fa attendere sugli inserti del nostro giornale diocesano). Chiunque abbia guardato alla televisione una celebrazione del Santo Padre avrà certamente notato il modo in cui egli distribuisce il Santissimo Sacramento al momento della Comunione; i fedeli si accostano a lui in fila indiana, si inginocchiano (all'inginocchiatoio appositamente preparato) con le mani giunte e ricevono la Santissima Eucarestia direttamente in bocca, non sulla mano. E un'altra notizia, proprio dei giorni vicini al Natale, è che nelle celebrazioni papali anche tutti i sacerdoti, diaconi e laici che lo aiutano nella distribuzione della Santissima Eucarestia dovranno distribuirla solo in bocca, e non sul palmo della mano.
Perché queste scelte da parte del papa? Una prima spiegazione ci viene dall'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, che in un approfondimento dedicato scrive, a proposito del ricevere la Comunione sulla lingua:

«Il motivo di questa preferenza è duplice: da una parte, evitare al massimo la dispersione dei frammenti eucaristici; dall’altra, favorire la crescita della devozione dei fedeli verso la presenza reale di Cristo nel sacramento»

E per quanto riguarda l'atteggiamento della genuflessione:

«La pratica di inginocchiarsi per la santa Comunione ha a suo favore secoli di tradizione ed è un segno di adorazione particolarmente espressivo, del tutto appropriato alla luce della vera, reale e sostanziale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate»

Viene allora da chiedersi cosa ci sia che non va nella pratica di ricevere la Comunione sul palmo della mano; innanzitutto è opportuno approfondire la genesi di questa pratica, che, al contrario di quello che pensano in molti, nulla ha a che vedere con il Concilio, né tantomeno con la riforma liturgica che al Concilio ha fatto seguito. A confermarlo sono le memorie di mons. Annibale Bugnini, protagonista e per molti aspetti artefice della riforma liturgica post-conciliare: in esse si legge che la prassi di distribuire la Comunione sulla mano cominciò a diffondersi, in ambito cattolico, verso la metà degli anni 60 in "certe regioni d'Europa" (Olanda e Belgio). E' importante affermare: "in ambito cattolico"; infatti in ambito protestante già nel XVI secolo fu ristabilita la Comunione sulla mano, in accordo alla dottrina eretica che non esista la transustanziazione, ossia che il pane eucaristico sia normale pane comune, e pertanto anche coloro che amministravano questo pane non dovevano avere l'ordine sacro. E' invece insegnamento cattolico che il Sacramento dell'Ordine imprima un segno indelebile nell'anima dell'ordinato, rendendolo così diverso dai fedeli laici; e quindi si comprende quello che diceva san Tommaso d'Aquino: il Sacramento "non viene toccato da nessuna cosa che non sia consacrata: e quindi sono consacrati il corporale, il calice e così pure le mani del sacerdote, per poter toccare questo sacramento. A nessun altro quindi è permesso toccarlo fuori di caso di necessità: se per esempio stesse per cadere per terra, o in altre contingenze simili" (Summa Theologiae III, 82,3).
Nella metà degli anni sessanta, probabilmente influenzati dalle correnti di pensiero che infuriavano nell'epoca del post-concilio, alcuni sacerdoti olandesi presero, dunque, a distribuire il Santissimo Sacramento sulle mani ai fedeli, così come accadeva nelle chiese protestanti che nella loro regione sono molto più abbondanti che da noi, senza autorizzazione da parte di Roma. Così papa Paolo VI decise di prendere delle decisioni categoriche in merito; inizialmente (1965) vietò che fosse cambiata la prassi di ricevere la Comunione sulla lingua in quelle regioni, ma i suoi richiami rimasero inascoltati. Quindi (1968), non potendo "esimersi dal considerare l’eventuale innovazione con ovvia apprensione", ordinò una consulta sub decreto all'episcopato mondiale, il quale si dichiarò a grandissima maggioranza contrario all'innovazione. Di conseguenza il papa diede mandato alla Congregazione per il Culto Divino di redigere un documento, l'istruzione Memoriale Domini, attraverso la quale far conoscere a tutto il mondo cattolico il risultato della consulta dei vescovi, confermare la prassi di distribuire la Comunione sulla lingua, che, recitava l'istruzione, non toglie in alcun modo dignità a chi si comunica e mettere in guardia sulla irriverenza e sulla possibilità di profanazione dell'Eucarestia a cui la pratica di distribuire l'Ostia sulla mano poteva portare. Nell'istruzione si lasciava però una strada aperta per quelle chiese in cui la pratica risultava radicata da quasi cinque anni, concedendo che, se la Conferenza episcopale del luogo avesse approvato l'innovazione con una maggioranza di almeno i due terzi, essa avrebbe potuto inviare alla Santa Sede una richiesta di approvazione, che, nella maggior parte dei casi, come possiamo ben vedere nelle nostre chiese, è arrivata. E' interessante leggere, nelle memorie di mons. Bugnini, come questa concessione volesse evitare che "in questi tempi di forte contestazione (...) l’autorità non venga battuta sulla breccia, mantenendo una proibizione che difficilmente avrebbe seguito nella pratica", poiché, date le correnti di pensiero che imperversavano all'epoca, "è da prevedere anche una reazione violenta in alcune zone e una disubbidienza piuttosto diffusa dove l’uso è stato già introdotto". Le richieste, col passare degli anni, arrivarono un po' dalle Conferenze episcopali di tutto il mondo, sebbene non vi fossero le condizioni auspicate per la richiesta (ossia non fosse radicata la pratica innovativa e non si prevedessero contestazioni); basti pensare che, per l'Italia, l'indulto fu concesso addirittura il 19 maggio 1989. Quello che era stato concesso come indulto alla regola è diventato regola; addirittura in alcuni casi si sente che la prassi di ricevere la Comunione sulla lingua è mal sopportata, ed è questa ad essere concessa ad indulto.
E questo nonostante i pronunciamenti dei successori di Paolo VI siano andati nella direzione di confermare le preoccupazioni del pontefice lombardo: Giovanni Paolo II, nella lettera Dominicae Cenae, scriveva:

«In alcuni paesi è entrata in uso la comunione sulla mano. Tale pratica è stata richiesta da singole conferenze episcopali ed ha ottenuto l'approvazione della sede apostolica. Tuttavia, giungono voci su casi di deplorevoli mancanze di rispetto nei confronti delle specie eucaristiche, mancanze che gravano non soltanto sulle persone colpevoli di tale comportamento, ma anche sui pastori della Chiesa, che fossero stati meno vigilanti sul contegno dei fedeli verso l'eucarestia. Avviene pure che, talora, non è tenuta in conto la libera scelta e volontà di coloro che, anche dove è stata autorizzata la distribuzione della comunione sulla mano, preferiscono attenersi all'uso di riceverla in bocca.»

E nell'ultima sua enciclica, Ecclesia de Eucharistia:

«Dando all’Eucaristia tutto il rilievo che essa merita, e badando con ogni premura a non attenuarne alcuna dimensione o esigenza, ci dimostriamo veramente consapevoli della grandezza di questo dono. Ci invita a questo una tradizione ininterrotta, che fin dai primi secoli ha visto la comunità cristiana vigile nella custodia di questo “tesoro”. [...] Non c’è pericolo di esagerare nella cura di questo Mistero, perché “in questo Sacramento si riassume tutto il mistero della nostra salvezza”»

In questo senso si innesta la prassi reintrodotta da papa Benedetto XVI, dalla solennità di Corpus Domini del 2008, di distribuire la Comunione solo in bocca e ai fedeli inginocchiati e, dalle celebrazioni natalizie di quest'anno, anche a tutti gli altri fedeli solo sulla lingua. Alcuni rivalutano la prassi di distribuire la Comunione sul palmo della mano in funzione del passato dei primi cristiani, che effettivamente dovevano comunicarsi in questa maniera; a ciò risponde sempre Paolo VI, con l'istruzione Memoriale Domini, nella quale si dice che, con l'approfondimento della conoscenza del mistero eucaristico, la pratica fu presto abbandonata, anzi: esplicitamente proibita.
Nell'istruzione Redemptionis Sacramentum si mettono in guardia i sacerdoti dai pericoli di profanazione che possono purtroppo derivare quando si distribuisce la Santissima Eucarestia sulla mano dei fedeli:

«Se un comunicando, nelle regioni in cui la Conferenza dei Vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il Sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia. Si badi, tuttavia, con particolare attenzione che il comunicando assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. Se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli.»

Preghiamo, dunque, il Signore, perché ci conceda di accostarci ai Sacri Misteri con la necessaria riverenza e con il debito raccoglimento, poiché come dice il nostro papa Benedetto XVI, "La Comunione raggiunge la sua profondità solo quando è sostenuta e compresa dall’adorazione".

Di seguito potrete trovare i collegamenti che sono serviti da spunto per questo articolo:

martedì 28 dicembre 2010

Sulla banalizzazione della sessualità

Una settimana fa, il 21 dicembre, la Congregazione per la Dottrina della Fede (il dicastero romano deputato alle questioni sulla dottrina cristiana) ha emanato un comunicato che aveva come titolo «Sulla banalizzazione della sessualità - a proposito di alcune letture di "Luce del mondo"». Per coloro che non lo ricordassero, "Luce del mondo" è il libro-intervista che papa Benedetto XVI ha rilasciato al giornalista Peter Seewald, e che ha fatto molto discutere, tanto da meritare le pagine principali dei media, a proposito di alcune affermazioni del papa; una di queste era inerente alla dottrina della Chiesa sull'uso del preservativo e alla sessualità in genere.
Come era prevedibile, tale risposta dell'ex Sant'Uffizio non ha avuto la stessa eco dai media: evidentemente il popolo deve avere una informazione solo settaria, in modo che, quando tra un paio d'anni, verrà chiesto alla gente che cosa pensa la Chiesa del preservativo essa risponderà che è d'accordo.
In ogni caso la Congregazione ha voluto dare delle precisazioni su «diverse interpretazioni non corrette, che hanno generato confusione sulla posizione della Chiesa cattolica riguardo ad alcune questioni di morale sessuale». Continua il comunicato: «Il pensiero del Papa non di rado è stato strumentalizzato per scopi e interessi estranei al senso delle sue parole, che risulta evidente qualora si leggano interamente i capitoli dove si accenna alla sessualità umana. L’interesse del Santo Padre appare chiaro: ritrovare la grandezza del progetto di Dio sulla sessualità, evitandone la banalizzazione oggi diffusa». Non possiamo non concordare con questa osservazione; ancora oggi, scorrendo i motori di ricerca in internet, alle parole "Luce del mondo, preservativo, papa" si trovano notizie dell'epoca (novembre di quest'anno) che dicono che il papa "apre" al preservativo, che il preservativo è lecito in alcuni casi, che il papa ha applicato la dottrina del "male minore". Troviamo addirittura illustri personaggi che esprimono approvazione, come l'ex sindaco di Venezia e filosofo Massimo Cacciari e, purtroppo, l'ex arcivescovo di Milano, il card. Carlo Maria Martini, che ringraziano il papa per questa "apertura".
Il comunicato smentisce categoricamente, e dice testualmente: «L’idea che dalle parole di Benedetto XVI si possa dedurre che in alcuni casi sia lecito ricorrere all’uso del profilattico per evitare gravidanze indesiderate è del tutto arbitraria e non risponde né alle sue parole né al suo pensiero. A questo riguardo il Papa propone invece vie umanamente e eticamente percorribili, per le quali i pastori sono chiamati a fare "di più e meglio" (Luce del mondo, p. 206), quelle cioè che rispettano integralmente il nesso inscindibile di significato unitivo e procreativo in ogni atto coniugale, mediante l’eventuale ricorso ai metodi di regolazione naturale della fecondità in vista di una procreazione responsabile». Questo per rispondere a chi pensa che l'uso del preservativo possa essere applicato per controllare le nascite in una famiglia, soprattutto se bisognosa; in effetti questo è un problema, cioè se in una famiglia dove i genitori non hanno un gran reddito, ci si ritrova a dover mantenere cinque o sei figli. Appare però del tutto pretestuosa questa obiezione, poiché l'uso che si vuole fare oggi della contraccezione è molto lontano da quello di una coppia sposata per una "procreazione responsabile"; per la quale la Chiesa prevede altri metodi di controllo, più "umani ed eticamente percorribili".
Un altro problema innescato dal libro del papa è stato quello della posizione nei confronti della prostituzione; è confermato quanto affermato in materia dal Concilio, ossia che essa è considerata un atto grave ed immorale, e che «la prostituzione va dunque combattuta e gli enti assistenziali della Chiesa, della società civile e dello Stato devono adoperarsi per liberare le persone coinvolte».
Infine l'altra interpretazione errata, che secondo questo comunicato è stata data delle parole del papa, è quella che riguarda il preservativo come metodo di prevenzione e contrasto alla diffusione dell'Aids; qui viene spiegato il significato autentico di quanto il papa voleva affermare con l'esempio citato alle pagine divenute ormai famose del libro "Luce del mondo". «Chi sa di essere infetto dall’Hiv e quindi di poter trasmettere l’infezione, oltre al peccato grave contro il sesto comandamento ne commette anche uno contro il quinto (Non uccidere), perché consapevolmente mette a serio rischio la vita di un’altra persona, con ripercussioni anche sulla salute pubblica». Così, dice il papa nel suo libro, l'uso del preservativo da parte di una persona infetta lascia, in alcuni casi, intravvedere un certo ravvedimento, poiché non si intende mettere a rischio la vita del prossimo. In questo modo si deve intendere l'affermazione del papa: «in questo senso il Santo Padre rileva che il ricorso al profilattico "nell’intenzione di diminuire il pericolo di contagio, può rappresentare tuttavia un primo passo sulla strada che porta ad una sessualità diversamente vissuta, più umana"», dove con "primo passo" non si intende certamente che l'uso del preservativo è ammesso in certi casi; piuttosto che ci si può augurare che, se il motivo per cui si usa il preservativo è davvero quello di non mettere a rischio la vita del prossimo, tale preoccupazione per il prossimo potrà portare a vivere in maniera più umana la sessualità.
Il comunicato conclude smentendo anche che il Santo Padre abbia voluto usare la dottrina del "male minore", ossia che un'azione in sè sbagliata possa essere lecitamente ammessa di fronte a mali peggiori a cui il non compiere tale azione potrebbe portare. Quanto affermato sopra è di fatto una smentita di tale teoria; l'uso del preservativo non è ammesso, non c'è spazio all'interpretazione; ci si può altresì augurare, per il bene della sua anima, che chi lo utilizza per i motivi di cui si è parlato sopra, vada nella direzione di smettere e il comportamento sessuale disordinato e, di conseguenza, l'utilizzo del preservativo.
Il chiarimento della Congregazione per la Dottrina della Fede viene a smentire quelle interpretazioni errate che, volontariamente o meno, rischiano di portare i fedeli sulla via della perdizione. C'è anche chi pensa che il papa avrebbe potuto aspettarsi che le sue parole sarebbero state strumentalizzate, e quindi avrebbe potuto astenersi dal pronunciarle; io sono dell'idea che il papa abbia voluto semplicemente utilizzare il mezzo dell'intervista per spiegare in termini più semplici possibili alcune tematiche dottrinali, e che egli ritenesse sufficentemente chiaro quanto aveva detto da non aspettarsi una cattiva interpretazione. C'è però anche da dire che nella maggior parte degli articoli di giornale che riportavano queste interpretazioni errate, erano omesse le frasi conclusive, riportando il discorso solo a metà; era cioè scritto che l'uso del preservativo da parte di un prostituto (o prostituta che dir si voglia) malato di Aids può portare ad augurarsi che egli smetta di compiere atti disordinati, ma mancava la frase successiva, che «questo non è il modo vero e proprio per affrontare il male dell’Hiv». E' probabilmente questo modo di fare giornalismo, cioè parlando di mezze verità, che insieme formano una menzogna, che il papa non si aspettava, presupponendo la buonafede dei suoi lettori.

Cliccando qui potrete leggere il testo integrale del messaggio della Congregazione per la Dottrina della Fede.

lunedì 27 dicembre 2010

Il presepe del Duomo

Come ogni anno il sagrestano del Duomo, Antonio Dorigo, ha realizzato in quasi un mese di lavoro il presepe del Duomo, alloggiato nella cappella laterale di sant'Andrea: una vera e propria opera d'arte, con grande inventiva e dovizia di particolari. La scena principale della Natività, in primo piano sulla sinistra, ha luogo sotto il porticato di un edificio più grande, che vuole essere l'albergo citato dal Vangelo di san Luca. Al di sopra un coro di angeli si libra in aria, indicando ai pastori il luogo esatto della nascita del Salvatore. Sulla destra, invece, possiamo notare una singolare scena di vita quotidiana, con un contadino mentre porta al pascolo una mucca e, all'interno della casa, una bella tavola imbandita, con tanto di lume acceso anche sul tavolo. Il tappeto erboso ci porta, in profondità, in una vera e propria città, Betlemme, e sullo sfondo i monti, dai quali scaturisce una cascata sgorgante. Nel cielo si alternano giorno e notte, passando attraverso i colori del crepuscolo e dell'alba, al canto di un gallo. Il gioco di luci dà la realistica impressione del sorgere e tramontare del sole, mentre di notte, quando i lumi della città lasciano soltanto intuirne le abitazioni, l'osservatore può osservare le stelle, la Luna, la cometa dei Magi ed un Angelo, che solca l'intera volta celeste per annunciare la nascita del Signore.
Ancora una volta il nostro Duomo è arricchito di una così bella opera d'arte, e noi parrocchiani siamo fieri di vedere numerosi visitatori soffermarsi in ammirazione e preghiera di fronte al presepe della nostra chiesa.

Di seguito, in questo video, è possibile osservare alcuni aspetti del presepe di quest'anno; ma raccomando una visita di persona, poiché il video non rende onore all'opera, che si può apprezzare veramente soltanto dal vivo.

domenica 26 dicembre 2010

Santo Stefano Protomartire

La ricorrenza di Santo Stefano assume per noi il grado di solennità, in quanto patrono principale della nostra parrocchia; pertanto, pur essendo la domenica della Santa Famiglia, celebreremo il primo martire cristiano, che, secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, subì la lapidazione pochi giorni dopo l'Ascensione di Gesù al cielo. La data del 26 dicembre, vicina al Natale, fu scelta per unire idealmente la nascita di Cristo alla nascita al cielo di colui che per primo diede la vita per Lui. Parimenti, vicino al Natale troviamo le ricorrenze di san Giovanni evangelista, dei santi Innocenti ed anticamente persino i santi Pietro e Paolo erano ricordati in questi giorni natalizi.
Quest'anno vorrei concentrarmi su alcuni aspetti storici e tradizionali che riguardano il culto del protomartire. La tradizione che lega Caorle a Santo Stefano affonda le sue radici molto lontano nei secoli; il vescovo Pietro Martire Rusca (1656 - 1674), in una missiva inviata a Roma il 16 agosto 1664, scriveva che alcune reliquie esistevano nel Duomo da oltre mille anni, portate a Caorle dal vescovo Giovanni di Concordia, anche se non ne esistono notizie sicure. Quel che è certo è che reliquie del Protomartire cristiano devono essere state custodite nella cattedrale fin dall'erezione della diocesi caprulana che, come sappiamo, fu fondata dagli esuli concordiesi, la cui cattedrale è a loro volta dedicata a santo Stefano. Al tempo del vescovo Giorgio Darmini (1648 - 1655) fu presentato il progetto di un reliquiario marmoreo che contenesse, tra le altre reliquie, il "cranio di santo Stefano"; reliquiario che fu completato nel 1658 dal vescovo Rusca, quando con grande solennità e concorso di popolo fu compiuta la traslazione dei resti santi.
Ma la storia delle reliquie di santo Stefano è tutt'altro che chiara; dopo la morte per lapidazione il corpo, che era stato abbandonato alle bestie senza che, miracolosamente, alcuna di esse lo toccasse, fu sepolto poco lontano da Gerusalemme, in un luogo chiamato Caphargamala. Per quattrocento anni fu quindi dimenticato, a causa delle persecuzioni ai cristiani, della distruzione di Gerusalemme nell'anno 135 e per il fatto che il culto dei martiri non ebbe inizio prima del II secolo. Solo nel IV secolo, dopo la concessione della libertà di culto, un prete di nome Luciano ebbe la visione in sogno di un vecchio con barba bianca ed abiti liturgici, che si rivelò essere il dotto Gamaliele (che istruì san Paolo e che seppellì santo Stefano), il quale gli chiese di dare una degna sepoltura al corpo del suo amico e di altri santi, indicandogli il luogo esatto dove l'avrebbe trovato. Il ritrovamento dei corpi nel giardino di Caphargamala destò grande stupore nel mondo cristiano appena agli albori, e così si diffuse il culto di santo Stefano; il corpo fu seppellito nella chiesa di Sion a Gerusalemme, mentre alcune reliquie furono lasciate a Luciano.
Successivamente le reliquie furono traslate a Costantinopoli per poi approdare a Roma e in Italia, alla fine del VI secolo. Qui il corpo fu sepolto all'interno della tomba di san Lorenzo; il culto dei due diaconi martiri fu così legato in maniera stretta, e ne abbiamo una testimonianza anche nel nostro Duomo, nell'affresco dell'absidicola sinistra risalente al XIV secolo, ove i due santi sono raffigurati ai lati della Vergine col Bambino. Da Roma le reliquie del protomartire cristiano si diffusero in tutta Italia, approdando anche a Venezia nel XVIII secolo; era questo un periodo di grande fervore nella fede e bisogna dire che proliferarono molti falsi tanto che a Roma erano venerati addirittura tre reliquiari contenenti braccia di santo Stefano.
Le reliquie rimaste oggi sono quelle del corpo, conservato presso la chiesa di santo Stefano a Venezia, ed il cranio, conservato nel nostro Duomo, già cattedrale; alcuni frammenti ossei del cranio sono conservati a Putignano, in Puglia, ed altre reliquie del santo sono sparse ancora oggi per il mondo.
Veneriamo dunque santo Stefano, primo martire della Chiesa; da lui prendiamo l'esempio di come professare la fede in Gesù Cristo anche a costo della propria stessa vita. Affidiamo a lui, nostro patrono, le anime e le vite di molti nostri fratelli cristiani che in diverse parti della terra continuano a dare la vita per Gesù Cristo (è di ieri la notizia di 40 morti in Nigeria per le violenze di estremisti contro una chiesa durante la celebrazione della Messa di Natale). Chiediamogli la sua intercessione perché la nostra fede si rafforzi e nella nostra comoda vita di ogni giorno non rinneghiamo il nostro Salvatore per paura di essere esclusi dalla società; ricordiamoci come i pastori del presepe furono i primi a vedere Gesù proprio perché esclusi dalla società. Soffermiamoci oggi, prima o dopo la santa Messa, in preghiera davanti all'altare, ove sarà esposta la reliquia del cranio, e meditiamo silenziosamente la vita e la morte del nostro santo patrono, concludendo con le parole dell'orazione colletta:

«Donaci, Signore, di esprimere nella vita il mistero che celebriamo nel giorno natalizio di santo Stefano primo martire e insegnaci ad amare anche i nostri nemici sull'esempio di lui che morendo pregò per i suoi persecutori. Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio che è Dio, e vive e regna con Te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.»

sabato 25 dicembre 2010

Messaggio Urbi et Orbi del Papa

Alle ore 12:00 di oggi, solennità del Natale del Signore, il Santo Padre si è affacciato alla loggia delle benedizioni della Basilica Vaticana, rivolgendo a Roma e al mondo il tradizionale messaggio natalizio e gli auguri, ed impartendo la Benedizione Urbi et Orbi.

«“Verbum caro factum est” - “Il Verbo si fece carne” (Gv 1,14).

Cari fratelli e sorelle, che mi ascoltate da Roma e dal mondo intero, con gioia vi annuncio il messaggio del Natale: Dio si è fatto uomo, è venuto ad abitare in mezzo a noi. Dio non è lontano: è vicino, anzi, è l’“Emmanuele”, Dio-con-noi. Non è uno sconosciuto: ha un volto, quello di Gesù.

E’ un messaggio sempre nuovo, sempre sorprendente, perché oltrepassa ogni nostra più audace speranza. Soprattutto perché non è solo un annuncio: è un avvenimento, un accadimento, che testimoni credibili hanno veduto, udito, toccato nella Persona di Gesù di Nazareth! Stando con Lui, osservando i suoi atti e ascoltando le sue parole, hanno riconosciuto in Gesù il Messia; e vedendolo risorto, dopo che era stato crocifisso, hanno avuto la certezza che Lui, vero uomo, era al tempo stesso vero Dio, il Figlio unigenito venuto dal Padre, pieno di grazia e di verità (cfr Gv 1,14).

“Il Verbo si fece carne”. Di fronte a questa rivelazione, riemerge ancora una volta in noi la domanda: come è possibile? Il Verbo e la carne sono realtà tra loro opposte; come può la Parola eterna e onnipotente diventare un uomo fragile e mortale? Non c’è che una risposta: l’Amore. Chi ama vuole condividere con l’amato, vuole essere unito a lui, e la Sacra Scrittura ci presenta proprio la grande storia dell’amore di Dio per il suo popolo, culminata in Gesù Cristo.

In realtà, Dio non cambia: Egli è fedele a Se stesso. Colui che ha creato il mondo è lo stesso che ha chiamato Abramo e che ha rivelato il proprio Nome a Mosè: Io sono colui che sono … il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe … Dio misericordioso e pietoso, ricco di amore e di fedeltà (cfr Es 3,14-15; 34,6). Dio non muta, Egli è Amore da sempre e per sempre. E’ in Se stesso Comunione, Unità nella Trinità, ed ogni sua opera e parola mira alla comunione. L’incarnazione è il culmine della creazione. Quando nel grembo di Maria, per la volontà del Padre e l’azione dello Spirito Santo, si formò Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, il creato raggiunse il suo vertice. Il principio ordinatore dell’universo, il Logos, incominciava ad esistere nel mondo, in un tempo e in uno spazio.

“Il Verbo si fece carne”. La luce di questa verità si manifesta a chi la accoglie con fede, perché è un mistero d’amore. Solo quanti si aprono all’amore sono avvolti dalla luce del Natale. Così fu nella notte di Betlemme, e così è anche oggi. L’incarnazione del Figlio di Dio è un avvenimento che è accaduto nella storia, ma nello stesso tempo la oltrepassa. Nella notte del mondo si accende una luce nuova, che si lascia vedere dagli occhi semplici della fede, dal cuore mite e umile di chi attende il Salvatore. Se la verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso si imporrebbe da sé. Se invece la Verità è Amore, domanda la fede, il “sì” del nostro cuore.

E che cosa cerca, in effetti, il nostro cuore, se non una Verità che sia Amore? La cerca il bambino, con le sue domande, così disarmanti e stimolanti; la cerca il giovane, bisognoso di trovare il senso profondo della propria vita; la cercano l’uomo e la donna nella loro maturità, per guidare e sostenere l’impegno nella famiglia e nel lavoro; la cerca la persona anziana, per dare compimento all’esistenza terrena.

“Il Verbo si fece carne”. L’annuncio del Natale è luce anche per i popoli, per il cammino collettivo dell’umanità. L’“Emmanuele”, Dio-con-noi, è venuto come Re di giustizia e di pace. Il suo Regno – lo sappiamo – non è di questo mondo, eppure è più importante di tutti i regni di questo mondo. E’ come il lievito dell’umanità: se mancasse, verrebbe meno la forza che manda avanti il vero sviluppo: la spinta a collaborare per il bene comune, al servizio disinteressato del prossimo, alla lotta pacifica per la giustizia. Credere nel Dio che ha voluto condividere la nostra storia è un costante incoraggiamento ad impegnarsi in essa, anche in mezzo alle sue contraddizioni. E’ motivo di speranza per tutti coloro la cui dignità è offesa e violata, perché Colui che è nato a Betlemme è venuto a liberare l’uomo dalla radice di ogni schiavitù.

La luce del Natale risplenda nuovamente in quella Terra dove Gesù è nato e ispiri Israeliani e Palestinesi nel ricercare una convivenza giusta e pacifica. L’annuncio consolante della venuta dell’Emmanuele lenisca il dolore e consoli nelle prove le care comunità cristiane in Iraq e in tutto il Medio Oriente, donando loro conforto e speranza per il futuro ed animando i Responsabili delle Nazioni ad una fattiva solidarietà verso di esse. Ciò avvenga anche in favore di coloro che ad Haiti soffrono ancora per le conseguenze del devastante terremoto e della recente epidemia di colera. Così pure non vengano dimenticati coloro che in Colombia ed in Venezuela, ma anche in Guatemala e in Costa Rica, hanno subito le recenti calamità naturali.

La nascita del Salvatore apra prospettive di pace duratura e di autentico progresso alle popolazioni della Somalia, del Darfur e della Costa d’Avorio; promuova la stabilità politica e sociale del Madagascar; porti sicurezza e rispetto dei diritti umani in Afghanistan e in Pakistan; incoraggi il dialogo fra Nicaragua e Costa Rica; favorisca la riconciliazione nella Penisola Coreana.

La celebrazione della nascita del Redentore rafforzi lo spirito di fede, di pazienza e di coraggio nei fedeli della Chiesa nella Cina continentale, affinché non si perdano d’animo per le limitazioni alla loro libertà di religione e di coscienza e, perseverando nella fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, mantengano viva la fiamma della speranza. L’amore del “Dio con noi” doni perseveranza a tutte le comunità cristiane che soffrono discriminazione e persecuzione, ed ispiri i leader politici e religiosi ad impegnarsi per il pieno rispetto della libertà religiosa di tutti.

Cari fratelli e sorelle, “il Verbo si fece carne”, è venuto ad abitare in mezzo a noi, è l’Emmanuele, il Dio che si è fatto a noi vicino. Contempliamo insieme questo grande mistero di amore, lasciamoci illuminare il cuore dalla luce che brilla nella grotta di Betlemme! Buon Natale a tutti!»

Ha quindi rivolto il seguente messaggio augurale ai pellegrini di lingua italiana:

«Buon Natale ai romani e agli italiani! In questo giorno, illuminato dalla speranza evangelica che proviene dall’umile grotta di Betlemme, auspico di cuore il dono natalizio della gioia e della pace per ogni abitante dell'amata Italia: per i bambini e gli anziani, per i giovani e le famiglie. Il Cristo, nato per noi, ispiri i responsabili, perché ogni loro scelta e decisione sia sempre per il bene comune; conforti quanti sono provati dalla malattia e dalla sofferenza; sostenga coloro che si dedicano al servizio dei fratelli più bisognosi.»

Buon Natale

«Hodie Christus natus est,
hodie Salvator apparuit,
hodie in terra canunt angeli,
laetantur arcangeli,
hodie exsultant justi dicentes:
Gloria in excelsis Deo, alleluia!
»

«Oggi Cristo è nato,
è apparso il salvatore;
oggi sulla terra cantano gli angeli,
si allietano gli arcangeli;
oggi esultano i giusti, acclamando:
Gloria a Dio nell'alto dei cieli, alleluia.
»

(Ant. al Magnificat
Secondi Vespri di Natale)


Dal curatore del sito internet e del blog della parrocchia Santo Stefano Protomartire in Caorle; desidero rivolgervi i migliori auguri di un sereno e santo Natale.

giovedì 23 dicembre 2010

23 dicembre - O Emmanuel

«O Emmanuel,
Rex et legifer noster,
expectatio gentium,
et Salvator earum:
veni ad salvandum nos,
Domine, Deus noster.
»


«O Emmanuele,
nostro re e legislatore,
speranza e salvezza dei popoli:
vieni a salvarci,
o Signore nostro Dio.
»

L'ottavo giorno della Novena di Natale ci reca l'ultima Antifona in O; domani, nono giorno, è la Vigilia di Natale, ed anche la liturgia non lo considera più un giorno di preparazione ma come compimento dell'attesa. Il titolo con cui oggi ci è presentato Gesù è Emmanuel, che significa: "Dio-con-noi". Questo nome fu pronunciato per la prima volta dal profeta Isaia, quando il re Acaz manifestò la sua pusillanimità, rifiutando il segno che pure il Signore gli aveva offerto per garantirgli la salvezza d'Israele:

«Allora Isaia disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele.»
(Is 7, 13-14)

La conferma che questa profezia era riferita a Gesù Cristo ci arriva dal Vangelo di san Matteo, dopo la rivelazione dell'Angelo in sogno a Giuseppe:

«Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi.»
(Mt 1, 22-23)

Quest'ultima antifona, quindi, condensa tutta l'attesa nei confronti del Salvatore promesso; Colui che è Sapienza, Adonai, Radice di Iesse, Chiave di Davide, Oriente e Re delle genti è proprio l'Emmanuele promesso, attesa delle genti e salvezza dei popoli, Re e Signore. Nel contempo l'appellativo di Emmanuele ci porta inevitabilmente verso il presepe: Emmanuele è il nome del bambino che la Vergine concepirà e partorirà; l'Angelo annunzierà ai pastori:

«Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia»
(Lc 2, 10b-12)

Ancora una volta troviamo l'ossimoro di un Re umile: l'antifona lo invoca "Re e legislatore" e l'Angelo stesso prospetta una figura gloriosa, "Un salvatore che è Cristo Signore"; ma, aggiunge subito, il segno è quello di un bambino, avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia. Il Salvatore annunciato dall'Angelo non avrebbe dato ai pastori una vita migliore; eppure essi, che nella loro condizione umile e ai margini della società mai si sarebbero aspettati un annuncio simile, si incamminano e vanno ad adorare un bambino. Loro, che hanno dovuto sopportare ogni sorta di avversità nella vita, un lavoro difficile e duro, segnati dal rifiuto della società e dalla rinuncia a diventare importanti nella vita, si prostrano ai piedi di un bambino. Essi si chinano verso la mangiatoia, quasi ad alimentarsi di quel Cibo e a ricevere un salario per il loro lavoro. Anche noi, come i pastori, adoriamo il Bambino, riconosciamolo come Salvatore, affidiamoci totalmente a Lui senza la pretesa che Egli stravolga la nostra vita dandoci denaro, successo, potere; ed Egli sarà per noi un Salvatore, ci donerà i tesori che durano per l'eternità, ci concederà di sedere con lui alla corte regale del cielo.
L'acrostico è ormai completo, e recita la sentenza latina: Ero cras, che significa letteralmente "Sarò domani". Come accennato il 17 dicembre, quando abbiamo cominciato questo cammino di preparazione al Natale attraverso le antifone in O, questa peculiarità nascosta era nota fin dalle origini di questi brevi componimenti; è come la risposta che il Redentore, invocato per sette giorni con le invocazioni "O" e "veni!", dà al suo popolo: domani sarò con voi, verrò domani. Ed infatti l'antifona del Magnificat di domani sarà già quella dei Primi Vespri della solennità del Natale, l'inizio di questa ricorrenza gioiosa per tutti i popoli.
Ascoltiamo anche quest'ultima antifona, e prepariamoci anche con la dolce musica gregoriana, al Natale ormai imminente.



Acrostico: E R O  C R A S

mercoledì 22 dicembre 2010

22 dicembre - O Rex gentium

«O Rex Gentium,
et desideratus earum,
lapisque angularis,
qui facis utraque unum:
veni, et salva hominem,
quem de limo formasti.
»

«O Re delle genti,
atteso da tutte le nazioni,
pietra angolare
che riunisci i popoli in uno,
vieni, e salva l’uomo
che hai formato dalla terra.
»


Nel settimo giorno della Novena di Natale il Cristo è presentato con il titolo di Rex gentium (Re delle genti); viene cioè professata la piena regalità di Gesù Cristo. Nell'antico testamento, infatti, il Messia è presentato come Re: nelle promesse fatte a Davide, come abbiamo avuto più volte modo di vedere negli scorsi approfondimenti, ma anche altrove in più punti. Per questo i contemporanei di Gesù Cristo faticavano a credere che Lui fosse il compimento della promessa di Dio; si attendevano un Re potente, che avrebbe condotto Israele alla vittoria. Ma quale vittoria? C'è da dire che la Palestina al tempo della nascita di Cristo era stata assoggettata da Roma; ci si aspettava quindi che il Messia di Dio avrebbe liberato il suo popolo dalla schiavitù dei romani. Lo stesso Giovanni il Battista, incarcerato, mandò a chiedere a Gesù dai suoi se Egli fosse davvero il Messia che doveva venire o se sarebbe stato necessario aspettare un altro.
Ancora una volta il disegno di Dio si mostra ben lontano dalle aspettative degli uomini; un Re che nasce nell'umiltà del presepe, non circondato da cortigiani e adagiato su un giaciglio regale, ma scaldato dal fiato di un bue e di un asino, ed adagiato sul fieno di una mangiatoia. Non un potente signore vestito di tessuti preziosi, con lo scettro in mano e la corona sul capo, ma un uomo umiliato, vestito di un manto di porpora e di sangue, con in mano una canna e sul capo una corona di spine. Non un governante intransigente col nemico e seduto sul trono, ma un uomo agonizzante inchiodato alla Croce, e che prega per chi lo uccide.
Eppure Gesù è davvero Re; lo troviamo più volte nel Vangelo, a cominciare dal racconto della Natività: esso pone in contrapposizione il re degli uomini, Erode, potente e geloso del potere, e Gesù Cristo, il Re di Dio, umile e bambino. I Magi gli offrono doni preziosi: l'oro per la regalità, l'incenso per la divinità e la mirra per colui che deve morire. Al contrario di Erode, Cristo non vuole la notorietà: quando le folle vedono il segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci, vorrebbero fare di Gesù il re che essi si immaginano, un re dell'uomo. Egli, però, si sottrae a quella che è un'altra tentazione del diavolo, alla stregua di quelle che patì nel deserto:

«Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.»
(Gv 6,15)

Malgrado ciò, Gesù stesso dice di essere il Re mentre Pilato lo interroga:

«Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce.»
(Gv 18,37)

E quando è Lui ad indicarsi come Re l'uomo non lo riconosce, anzi, lo schernisce: "Salve Re dei Giudei".
Le dinamiche della "proclamazione regale" di Gesù sono vive e attive anche ai giorni nostri; noi certamente non pensiamo di fare di Gesù un re con la corona, come avrebbe voluto la folla. Ma quante volte pensiamo di fare di Gesù quello che ci immaginiamo: ogni volta che si dice "La Chiesa insegna una cosa, ma Gesù, fosse qui oggi, insegnerebbe tutt'altro" non si fa altro che incoronare Gesù di una corona mondana, la stessa che egli rifuggì il giorno della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ed Egli si ritira "tutto solo". Quando anche durante la Messa pensiamo che i gesti, le parole, i canti che si devono rivolgere a Cristo sono quelli più vicini alla sensibilità di oggi, quella delle danze e delle musiche da discoteca o da cd, perché a noi e all'assemblea piace così; non facciamo che rivestire il Cristo del manto della regalità di questo mondo. Anche nella liturgia, dunque, possiamo essere tentati; ma possiamo vincere questa tentazione rimanendo fedeli agli insegnamenti della Chiesa, che col suo Magistero e la sua Tradizione ci indica la strada da seguire.
Tra queste vi è il canto gregoriano, a cui dovrebbe essere riservato il posto principale, secondo quanto ha detto il Concilio: (Musicam Sacram n. 50a); invece vediamo bene che nella maggior parte dei casi non è così, esso è in moltissime parrocchie dimenticato e, dove è rimasto, lo si vorrebbe relegare ad una tantum: abbiamo sacrificato l'insegnamento della Chiesa per quello del mondo. Preghiamo il Signore, specialmente noi, che nella nostra parrocchia abbiamo la fortuna di averlo mantenuto malgrado i tempi difficili, perché tutte le Chiese del mondo possano riscoprire questo tesoro, e possano offrirlo come l'oro dei Magi al Signore per riconoscerne la regalità divina.



Acrostico: R O  C R A S

martedì 21 dicembre 2010

21 dicembre - O Oriens

«O Oriens,
splendor lucis aeternae,
et sol justitiae:
veni, et illumina
sedentes in tenebris,
et umbra mortis.
»


«O Oriente,
splendore della luce eterna,
sole di giustizia:
vieni, illumina
chi giace nelle tenebre
e nell’ombra di morte.
»



La Novena di Natale sta volgendo al termine, ed oggi il titolo dell'odierna antifona in O è Oriens; letteralmente significa Oriente, ma in questo caso è più corretto interpretarlo come sole che sorge, aurora, poiché l'oriente è il punto cardinale dal quale ogni giorno sorge il sole. E' infatti in questo modo che Zaccaria, padre di Giovanni il Battista, ci presenta il Signore nel cantico che si trova nel Vangelo di Luca:

«Per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre
e nell'ombra della morte
e dirigere i nostri passi sulla via della pace
»
(Lc 1, 78b-79)

Non è dunque un caso che la liturgia ci proponga l'ascolto di questa antifona proprio oggi, 21 dicembre, solstizio d'inverno, giorno per noi dalla durata più breve e notte più lunga. Simbolicamente la notte è il peccato e la morte; Cristo è la luce del sole che sorgendo "dall'alto", cioè da Dio, spazzerà via per sempre le tenebre del peccato e libererà il suo popolo dalla schiavitù. Questo trova diversi riscontri nella liturgia e nell'arte sacra, almeno fino agli anni settanta del secolo scorso. Chi di noi ha assistito all'Adorazione eucaristica avrà certamente notato l'arredo sacro che accoglie l'Ostia Santa, l'ostensorio, che con i raggi che si dipanano dalla teca assume proprio la forma di un sole rutilante. Ma un motivo ancora più forte si ha nella costruzione stessa degli edifici sacri: pensiamo alle chiese della nostra città, il Duomo, il Santuario e la chiesetta della Madonna di Pompei; esse sono costruite in modo tale che l'ingresso sia volto ad ovest e l'altare con il Crocifisso ad est. L'ovest è il punto cardinale del tramonto del sole, dell'oscurità, diremo: del peccato. Entrando però in chiesa e assistendo al Divin Sacrificio si è rivolti alla Croce e alle Sacre Specie che ad essa vengono sollevate nel solenne momento della Consacrazione; guardando ad oriente siamo illuminati dalle nostre tenebre, e liberati dai nostri peccati. A conferma di ciò, proprio sopra il portone centrale del nostro Duomo, si legge: "Se vuoi purgarti dai vizi e ornare la mente di virtù frequenta assiduamente, o peccatore, questo luogo santo".
Almeno fino alla riforma liturgica post-conciliare, anche il sacerdote era rivolto nella medesima direzione; durante la liturgia eucaristica guardava e si rivolgeva alla Croce e ad oriente. Molti, pensando a questo modo di celebrare la Messa da parte del prete, pensano che egli "volti le spalle al popolo"; al contrario, egli, come tutto il popolo di Dio, guarda a Cristo per supplicarlo, adorarlo, ricevere da Lui ogni dono di grazia. E giacché la Santa Messa è il memoriale del sacrificio di Nostro Signore sul Calvario, tutti sono portati a guardare con pietà il patibolo dal quale il Figlio di Dio ha dato la vita per salvare il suo popolo. Se ci pensiamo attentamente le preghiere che il Messale propone durante la liturgia eucaristica sono tutte rivolte a Gesù Salvatore, a cominciare dalla Consacrazione; appare quindi molto più ragionevole e sensato che il sacerdote le pronunci rivolto alla Croce e ad Oriente, che non rivolto al popolo, come se stesse dialogando con l'assemblea. E' per questo motivo che papa Benedetto XVI, in collaborazione con il suo Ufficio delle celebrazioni liturgiche, ha riportato la Croce al centro dell'altare, rivolta al sacerdote che in persona Christi celebra i Santi Misteri. Sebbene il Concilio Vaticano II in sè non abbia affatto previsto di rimuovere gli altari rivolti ad oriente dalle chiese, c'è da dire che nel post-concilio questo è avvenuto talvolta con modalità disgraziatamente distruttive del lato simbolico e di quello artistico della costruzione (è il caso anche del nostro Duomo); riportando la Croce al centro non si vuole né restaurare antiche superstizioni né tantomeno creare un "disturbo", cosicché la gente non riesce più a vedere comodamente quello che fa il sacerdote sull'altare. Questo semplice ma profondo gesto vuole riportare al centro delle nostre liturgie il nostro Salvatore, l'Oriente; e malgrado il sacerdote non guardi più fisicamente a oriente (e nemmeno le assemblee, dato che le nuove costruzioni sacre ignorano sistematicamente questa antica tradizione di costruire le chiese rivolte ad est) guardando tutti, sacerdote e fedeli, la Croce torniamo a rivolgerci a Cristo vero Oriente della nostra vita.
Ascoltiamo dunque l'antifona; che il canto gregoriano, obbediente alla parola delle Sacre Scritture, elevi i nostri spiriti e ci lasci illuminare dal Salvatore.



Acrostico: O  C R A S

lunedì 20 dicembre 2010

20 dicembre - O Clavis David

«O Clavis David,
et sceptrum domus Israël,
qui aperis, et nemo claudit,
claudis, et nemo aperuit:
veni, et educ vinctum
de domo carceris,
sedentem in tenebris,
et umbra mortis.
»
«O Chiave di Davide,
scettro della casa d’Israele,
che apri, e nessuno può chiudere,
chiudi, e nessuno può aprire:
vieni, libera l’uomo prigioniero,
che giace nelle tenebre
e nell’ombra di morte.
»

Nel mezzo della Novena di Natale, l'antifona in O ci invita a guardare a Gesù Cristo "Chiave di Davide". Queste parole sono quelle che Cristo detta a Giovanni nel libro dell'Apocalisse per l'Angelo della chiesa di Filadelfia:

«Così parla il Santo, il Verace,
Colui che ha la chiave di Davide:
quando egli apre nessuno chiude,
e quando chiude nessuno apre.
»
(Ap 3, 7)

Il messaggio che segue a questa introduzione sembra essere rivolto a tutti gli uomini di buona volontà, e contengono un messaggio di speranza: "Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch'io ti preserverò nell'ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. Verrò presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona" (Ap 3, 10-11).
Ma il titolo di "Chiave di Davide" ricorda anche altre immagini che la Tradizione ci ha tramandato: la prima, direttamente dal Vangelo, quando Cristo conferisce a Pietro il primato tra gli apostoli:

«A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli»
(Mt 16, 19)

Le parole con cui Cristo affida la Chiesa a Pietro sono dunque molto chiare; a lui sono affidate le chiavi, cioè a lui è affidata la custodia dell'insegnamento e della dottrina che il Signore ha diffuso tra noi. Chi ha fede in Gesù Cristo non può prescindere da questo; molti oggi pensano che il cristianesimo sia qualcosa di diverso, avulso dal Vangelo: Gesù Cristo, finché è vissuto, ha detto una cosa, la Chiesa ne fa un'altra. Ma questo ragionamento intanto presuppone che Cristo non agisca nel mondo, la sua azione sarebbe finita con la morte in Croce, in qualche modo la Risurrezione è sì avvenuta, ma senza effetti particolari per la vita dell'uomo; e poi sottointende che il papa e la Chiesa si arroghino colpevolmente il diritto di fare della dottrina ciò che vogliono. Niente di tutto ciò; Cristo stesso ha affidato agli uomini la sua Chiesa, le chiavi del Regno dei Cieli, il suo insegnamento e la sua dottrina: "Verrò presto, tieni saldo quello che hai" continua a ripetere a coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti. La Chiesa è Santa, così diciamo nel Credo; ma gli uomini non lo sono. Ma non dobbiamo pensare che Cristo non se l'aspettasse, e pensare che se lo avesse saputo non avrebbe affidato a Pietro le chiavi; dobbiamo avere fede in Lui quando crediamo che la Chiesa è depositaria della vera dottrina, e dobbiamo pregare Lui quando gli uomini cedono alla tentazione, commettendo anche atti orribili (come la pedofilia, come quando sono spacciate "di Cristo" dottrine del mondo che conducono solo all'errore o come quando la liturgia del Divino Sacrificio viene spogliata del suo autentico significato).
La seconda parte dell'antifona ci ricorda un passo del Credo, quel "discese agli inferi" del Simbolo detto "degli apostoli"; una antica omelia che viene letta nella liturgia delle ore del sabato santo tenta di ricostruire l'incontro di Gesù, vincitore della morte, con Adamo, il primo uomo, reso schiavo dal peccato e in attesa della liberazione fin dall'inizio di questa sua condizione. Questa immagine è stata ripresa anche dall'iconografia, soprattutto bizantina; ne è un esempio il quadro posto all'inizio di questo articolo, tratto da quel gran tesoro d'arte e religiosità che sono i mosaici della nostra chiesa Cattedrale di san Marco a Venezia: l'anàstasis.
Come di consueto in questi giorni, terminiamo con l'ascolto dell'antifona gregoriana. Come l'insegnamento dei padri della Chiesa fa parte della Tradizione che il papa e i vescovi sono chiamati a custodire, anche il canto gregoriano entra in questo grande tesoro; molti papi (come papa Pio X, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) si sono pronunciati in questi termini, e lo stesso Concilio Vaticano II ne raccomanda la conservazione e la diffusione tra il popolo. Anche in questo la tentazione del nemico è forte, e a volte si vorrebbe spazzarlo via come quegli insegnamenti che non fanno comodo all'uomo di oggi; preghiamo anche in questo Gesù Chiave di Davide perché illumini i vescovi e i sacerdoti e li renda custodi gelosi del patrimonio e della Tradizione della Chiesa, tra cui entra il canto gregoriano, e sentano a loro rivolte le parole di Cristo dell'Apocalisse: "Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona".



Acrostico: C R A S

sabato 18 dicembre 2010

19 dicembre - O Radix Jesse

«O Radix Jesse,
qui stas in signum populorum,
super quem continebunt reges os suum,
quem gentes deprecabuntur:
veni ad liberandum nos,
jam noli tardare.
»

«O radice di Iesse,
che ti innalzi come segno per i popoli,
tacciono davanti a te i re della terra, e
le nazioni ti invocano:
vieni a liberarci, non tardare.
»


Quarta e ultima domenica di Avvento, nell'alveo della Novena di Natale; l'antifona in O di oggi dà come titolo al Cristo che viene "Radix Jesse", radice di Jesse. Un titolo che lega il Salvatore alla stirpe di Davide: il Betlemmita Jesse era infatti il padre di Davide; a lui Dio inviò il profeta Samuele perché tra i suoi figli ne uscisse un re per Israele; dopo aver passato in rassegna sette dei figli di Jesse, per ultimo fu presentato Davide, che fu unto dal profeta con l'olio.
Si rinnovano così le promesse di Dio, fatte a Davide e a Salomone, che sentiamo cantare anche nelle profezie: "Il Signore ha giurato a Davide e non ritratterà la sua parola: 'Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono'" (Sal 132, 11). Ma il testo dell'antifona di oggi si fonda più precisamente su un passo del profeta Isaia:

«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici. In quel giorno avverrà che la radice di Iesse sarà un vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia. La sua dimora sarà gloriosa.
»
(Is 11, 1.10)

La discendenza da Davide è quella che conferisce a Cristo la dignità regale; Cristo è infatti Sacerdote, Profeta e Re. Per questo era necessario che san Giuseppe, della discendenza di Davide, come ci ricorda il Vangelo della genealogia (Mt 1, 16), accogliesse anch'egli l'annuncio dell'Angelo a Maria. Come possiamo comprendere dal Vangelo di oggi, non fu facile per lui accettare che la donna promessagli in sposa fosse incinta; la razionalità gli diceva di ripudiarla, ma l'amore che nutriva per lei lo frenava. Così decise di ripudiarla in segreto, evitandole la sorte che le sarebbe toccata se fosse stata riconosciuta colpevole di adulterio. Ma l'amore di san Giuseppe per Maria non gli dava pace; e l'angelo lo consola, rivelandogli che il frutto del grembo di Maria è opera dello Spirito Santo, e confermandolo nel prenderla in sposa. La scelta di san Giuseppe non è quindi una scelta passiva; la Sacra Famiglia di Nazareth non poteva fondarsi se non con il sì di Giuseppe al volere di Dio, dopo quello della Vergine Santa. L'amore di san Giuseppe per Maria ci serve come riferimento, per comprendere la castità che anche tra gli sposi la Chiesa auspica, e ci fa vedere come l'amore tra un uomo e una donna in Dio può essere addirittura così forte da rinunciare alla generazione. Grazie alla scelta di san Giuseppe, che essendo figlio di Davide dovette recarsi a Betlemme, città d'origine di Jesse, per il censimento ordinato da Cesare Augusto, Cristo nacque a Betlemme di Giudea, adempiendo così anche alla profezia del profeta Michea:

E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti
(Mi 5,1)

Ascoltiamo, dunque, questa antifona in O; lasciamoci pervadere dalla soavità della melodia gregoriana che ci accompagna giorno dopo giorno verso il Natale.



Acrostico: R A S

18 dicembre - O Adonai

«O Adonai,
et dux domus Israël,
qui Moysi in igne flammae rubi apparuisti,
et ei in Sina legem dedisti:
veni ad redimendum nos
in brachio extento.
»

«O Adonai, guida della casa d’Israele,
che sei apparso a Mosè nel fuoco del roveto,
e sul monte Sinai gli hai dato la legge:
vieni a liberarci con braccio potente.»


Terzo giorno della Novena di Natale e seconda antifona in O; il titolo che oggi è dato al Cristo che viene è Adonai. Il nome Adonai è quello con cui viene nominato Dio più diffusamente nella Bibbia, anche e soprattutto per non pronunciare il tetragramma YHWH, troppo sacro per essere pronunciato, al quale storicamente furono assegnate proprio le vocali di Adonai perché fosse letto in questo modo. Sempre così è chiamato Dio nella preghiera che ogni giorno l'ebreo osservante doveva pronunciare per scandire i vari momenti della giornata: «Shema' Ysrael, Adonai Eloheinu, Adonai ehad», che significa: «Ascolta Israele, il Signore è Dio, il Signore è uno».
Il primo riferimento al nome di Dio nella Bibbia si trova nel libro dell'Esodo, dove il tetragramma biblico è interpretato con "Io sono":

«Mosè disse a Dio: "Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Mi diranno: 'Qual è il suo nome?'. E io che cosa risponderò loro?". Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono!". E aggiunse: "Così dirai agli Israeliti: 'Io-Sono mi ha mandato a voi'".»
(Es 3,13-14)

Questa seconda antifona in O riconosce quindi la piena e totale divinità di Cristo; a sottolineare ancora una volta il legame che c'è con l'Esodo, l'antifona si rivolge ad Adonai, che apparve nel roveto ardente a Mosè, che scrisse con il suo dito le tavole della legge. Conclude invocandolo: Vieni a redimerci "con braccio teso", richiamandosi ancora una volta all'Esodo:

«Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai lavori forzati degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi riscatterò con braccio teso e con grandi castighi.»
(Es 6,6)

Viene quindi messa in stretta relazione la liberazione degli ebrei, operata da "Io sono", dalla schiavitù in Egitto con la liberazione dal peccato, operata da Cristo con la sua morte e Risurrezione. In effetti anche nel Vangelo, specialmente in quello dell'Evangelista Giovanni, troviamo alcuni passi in cui Gesù si riferisce a se stesso direttamente con l'appellativo di "Io sono", quello che, potremmo dire, fa anche questa antifona:

«Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri peccati. Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato.»
(Gv 8, 24.28)

E ancora, durante il racconto della sua gloriosa Passione:

«Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: "Chi cercate?". Gli risposero: "Gesù, il Nazareno". Disse loro Gesù: "Sono io!". Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro "Sono io", indietreggiarono e caddero a terra.»
(Gv 18, 4-6)

Di certo il Messia che il popolo si aspetta non è quello che "spoglia se stesso assumendo la condizione di servo" (Fil 2,7). Questo crea ancora oggi scandalo, malgrado, dopo duemila anni, potremmo quasi dirci preparati; infatti nei due brani del Vangelo citati, alle parole di Gesù segue l'interrogativo della folla, che non capisce: "Tu chi sei?", chiede a Gesù, oppure indietreggiano e cadono, ma perseverano nel volerlo arrestare e condannare. Ma chi di noi, uomini post-moderni, ricchi di intelligenza e di ragione, riconoscerebbe il Salvatore, l'Adonai, in quel bambino nella stalla, in quell'uomo che ha apparentemente terminato la sua esistenza con il fallimento (agli occhi umani) della Croce? Che anche ognuno di noi possa cadere a terra di fronte al Signore, ma cadere prostrato in preghiera, in adorazione di fronte all'umiltà del Presepe. Come ieri, con le parole del papa, chiediamogli che ci doni l'umiltà del cuore, per poter essere piccoli nello spirito e così poterlo riconoscere.
Ascoltiamo anche oggi l'antifona e lasciamoci pervadere dalla soave semplicità del canto gregoriano; esso, più di tutti i canti che l'uomo abbia mai scritto (e specialmente di molti canti che oggi, durante la Messa, ci trascinano più nella baldanza del mondo che nella letizia degli umili) è piccolo e umile come i pastori, le pecore, il bue e l'asinello che adorano Gesù Bambino nel Presepe.



Acrostico: A S

venerdì 17 dicembre 2010

17 dicembre - O Sapientia

«O Sapientia,
quae ex ore Altissimi prodisti,
attingens ad finem usque ad finem fortifer,
suaviter disponensque omnia:
veni ad docendum nos
viam prudentiae

«O Sapienza,
che esci dalla bocca dell'Altissimo,
ed arrivi ai confini della terra con forza,
e tutto disponi con dolcezza:
vieni ad insegnarci la via della prudenza

Il 17 dicembre segna per la liturgia l'inizio della seconda parte del tempo di Avvento, caratterizzato dalle sette antifone gregoriane che precedono il canto del Magnificat nei Vespri, dette anche "Antifone in O". Esse, infatti, cominciano tutte con l'invocazione "O", seguite da un titolo assegnato a Gesù Cristo. Il primo titolo, quello di oggi, è Sapienza. Papa Benedetto XVI, nell'incontro con gli universitari dello scorso anno, diceva che «quella che nasce a Betlemme è la Sapienza di Dio». Può sembrare strano, addirittura paradossale, agli occhi dell'uomo di oggi (specialmente ai professori, ai ricercatori, agli studenti) parlare di sapienza in relazione alla Fede; il cristiano, addirittura, arriva ad identificare la Sapienza divina incarnata in Gesù Cristo. Sempre durante la Messa del 18 dicembre 2009, il papa rispondeva: «Non c'è soluzione a questo paradosso se non nella parola 'Amore', che in questo caso va scritta naturalmente con la 'A' maiuscola, trattandosi di un Amore che supera infinitamente le dimensioni umane e storiche». Ed in fondo è proprio questo il più grande paradosso: l'Amore per il cristiano non è, come si direbbe oggi, un'"emozione" o un puro e semplice "sentimento": Dio è Amore (1Gv 4, 8.16), anzi, Dio è l'Amore, cioè non vi può essere Amore lontano da Dio. E nella pienezza dei tempi, nella notte di Natale, l'Amore si è personificato.
Continuando a seguire il discorso del pontefice, egli si chiede: chi ha accolto la Sapienza nella notte di Betlemme? I dottori della legge? Scribi o sapienti? No, un falegname ed una ragazza di umili origini, un bue ed un asinello, le pecore e i pastori reietti dalla società. Potremmo dire oggi: dagli umili; parafrasando così quanto troviamo scritto nel Vangelo: "Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli". La Sapienza si riveste di carne per essere visibile, tangibile con tutti i sensi, non a coloro che pensano di possederla, ma ai piccoli e agli umili. Chi ha avuto l'onore e la fortuna di avere dei genitori o dei nonni che hanno vissuto la loro giovinezza prima della guerra ha sperimentato di persona cosa significa; spesso intrisi di una fervente e profonda religiosità (che molti del nostro tempo si ostinano testardamente ed erroneamente ad indicare come superstizione), essi ci appaiono sapienti anche se non hanno avuto la possibilità di studiare, preparati alla vita anche se vivevano nella povertà e nella fame molto più di quanto noi possiamo anche lontanamente immaginare, nonostante la crisi.
Ciò non significa affatto che "non serve studiare" o "addirittura è nocivo, controproducente per conoscere la verità", osserva il papa. Piuttosto "si tratta di studiare, di approfondire le conoscenze mantenendo un animo da 'piccoli', uno spirito umile e semplice, come quello di Maria": un professore o uno studente cristiano, ha ricordato il pontefice, "porta dentro di sé l'amore appassionato per questa Sapienza".
Di seguito possiamo ascoltare l'antifona gregoriana; è scritta sul secondo tono, un tono che suscita sentimenti di attesa e di supplica, come scritto da eminenti esecutori e studiosi gregorianisti del passato; segno ancora una volta di come il gregoriano sia davvero l'essenza del canto liturgico e dell'intera musica sacra, il riferimento dal quale alcun canto che si proponga durante la liturgia dovrebbe mai discostarsi (S. Pio X, M.P. Tra le sollecitudini 1903, Giovanni Paolo II Chirografo per il centenario del M.P. Tra le sollecitudini 2003). In esso musica e testo sono inscindibili; non a caso la Tradizione della Chiesa ce lo propone come direttamente ispirato dallo Spirito Santo.
Un'ultima osservazione; già in epoca medievale è stato notato come, accostando la prima lettera di ciascuno dei titoli dati al Redentore (la prima dopo la O) si ottenga un acrostico, che letto al contrario ci darà, il 23 dicembre, come la risposta del Nostro Signore alle invocazioni che in questi giorni Gli rivolgeremo.



Acrostico: S

martedì 14 dicembre 2010

Novena di Natale - Il canto delle profezie

Durante la terza settimana di Avvento l'attesa si fa decisamente più rivolta al Natale; il segno più tangibile di questo cambiamento è fornito dai canti, dalla liturgia, dalle sacre scritture proposte nella Novena di Natale, i nove giorni immediatamente precedenti la solennità in cui celebreremo l'Incarnazione di Nostro Signore. Seguendo una tradizione che affonda le sue radici in tempi ormai immemorabili, anche nella nostra parrocchia celebreremo la novena, specialmente nella Messa feriale delle 18:30 (e durante i vespri di domenica prossima), a partire da giovedì 16 dicembre. Due saranno i momenti caratteristici: il canto delle profezie all'inizio della celebrazione e il canto del Magnificat un attimo prima della conclusione.
Passa sotto il nome di canto delle profezie l'invitatorio introdotto ed intervallato dall'antifona responsoriale: «Regem venturum Dominum venite adoremus!», tradotta in italiano: "Venite, adoriamo il Re Signore che sta per venire!". Seguono sette strofe ispirate a brani dell'Antico Testamento, che sottolineano in maniera speciale la venuta del Salvatore di Israele, e che lo individuano in Gesù Cristo, della stirpe di Davide, entrato nella storia degli uomini più di 2000 anni fa:

«Esulta figlia di Sion,
gioisci figlia di Gerusalemme:
ecco il Signore verrà,
e in quel giorno vi sarà gran luce,
i monti stilleranno dolcezza,
e dai colli scorrerà latte e miele,
perché verrà un gran profeta,
ed egli rinnoverà Gerusalemme.

Ecco dalla casa di Davide,
verrà il Dio uomo a sedersi sul trono:
vedrete e godrà il vostro cuore.

Ecco verrà il Signore, il nostro protettore,
il Santo d’Israele
portando sul capo la corona regale,
e dominerà da un mare all’altro,
e dal fiume ai confini estremi della terra.

Ecco apparirà il Signore
e non mancherà di parola;
se indugerà, attendilo
perché verrà e non potrà tardare.

Il Signore discenderà come pioggia sul vello:
in quei giorni spunterà la giustizia e l’abbondanza della pace:
tutti i re della terra lo adoreranno
e i popoli lo serviranno.

Nascerà per noi un bimbo
e sarà chiamato Dio forte:
Egli sederà sul trono di Davide suo padre
e sarà un dominatore,
ed avrà sulle spalle la potestà regale.

Betlemme, città del sommo Dio,
da te nascerà il dominatore d’Israele; *
la sua nascita risale al principio dei giorni dell’eternità
e sarà glorificato in mezzo a tutta la terra
e quando egli sarà venuto,
vi sarà pace sulla nostra terra.
»

L'invito iniziale alla gioia iniziale per la figlia di Sion, cioè al popolo d'Israele nella pienezza dei tempi, identificata con la Vergine Maria nel Nuovo Testamento, ricorre nei libri dei profeti Sofonia, e soprattutto Zaccaria (Zc 9,9); il motivo della gioia è il giorno della venuta del Signore, e in quel giorno "scorrerà latte e miele", espressione usata nella Bibbia fin dal libro dell'Esodo per indicare la terra promessa da Dio al suo popolo; ossia saranno compiute le promesse di Dio per gli uomini.
Segue il richiamo alla promessa di Dio fatta a Davide, che cioè il suo trono sarebbe rimasto stabile per sempre (2 Sam 7,16) e che il Figlio di Davide si sarebbe seduto sul suo trono (Sal 132,11) ed avrebbe edificato un tempio in nome del Signore (1Re 5,19). Nei versi della strofa successiva, con le parole "E dominerà da un mare all’altro, e dal fiume ai confini estremi della terra", si fa esplicito riferimento al salmo 72, così come nei versi, posti nella quinta strofa: "in quei giorni spunterà la giustizia e l’abbondanza della pace: tutti i re della terra lo adoreranno e i popoli lo serviranno".
La quarta strofa richiama invece il profeta Abacuc, che sancisce un termine ben preciso per l'azione del Signore:

«E' una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perchè certo verrà e non tarderà.» (Ab 2,3)

Nella quinta appare inoltre un'eco del libro dei Giudici, dove Gedeone chiede al Signore un segno per manifestare la Sua intenzione di salvare Israele: avrebbe posto un vello sull'aia, e se l'indomani fosse risultato bagnato dalla rugiada solo il vello e non il terreno circostante, Gedeone avrebbe avuto la certezza che Israele sarebbe stato salvato (Gdc 6, 36-40). Quindi la nascita del Salvatore è segno certo della salvezza degli uomini per mano di Dio.
Le ultime due strofe sono quelle che più legano le promesse annunciate dai profeti alla nascita di Gesù Cristo; la penultima si rifa al libro del profeta Isaia, quando al capitolo 9 si trova:

«Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.» (Is 9, 5-6)

L'ultima è ancor più chiara, eco della profezia del profeta Michea:

«E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti.» (Mi 5,1)

Ritroviamo questa profezia anche nel Vangelo di san Matteo, messa sulla bocca dei sommi sacerdoti convocati dal re Erode:

«Gli risposero: A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta.» (Mt 2,5)

Questo l'invitatorio che anticipa la celebrazione della Santa Messa, a cui segue l'inno e la Liturgia della parola.
Il canto del Magnificat, che precede l'Orazione Post Communio è preceduto dalle splendide Antifone in O, ossia una serie di sette antifone gregoriane (che saranno cantate dal 17 al 23 dicembre) dal profondo significato sia nel testo che nella musica. A queste antifone sarà dedicato un approfondimento, a partire dal 17 dicembre, su questo blog.

L'appuntamento resta quindi per giovedì 16 dicembre, con l'inizio della Novena di Natale.

domenica 12 dicembre 2010

Festa di Santa Lucia vergine e martire

La scoperta del 1894 dell'iscrizione della tomba di santa Lucia, nelle catacombe di Siracusa, dipanò definitivamente ogni dubbio sull'esistenza storica della santa; tale iscrizione risale alla fine del V secolo, cent'anni dopo la vita e il martirio della vergine siracusana. La vita di santa Lucia è riportata ed illustrata fedelmente nelle didascalie che contornano l'affresco posto sulla parete della navata destra del nostro Duomo, risalente al XIV secolo; mirabile esempio di quella "Bibbia dei poveri" che faceva dell'arte, per le comunità cristiane che ci hanno preceduto, un vero e proprio libro per i più poveri e gli analfabeti, con una funzione pratica oltre che decorativa. Il suo martirio è inoltre quanto mai attuale, anche ai giorni nostri, a più di 1700 anni; esso inizia, secondo le agiografie più diffuse, con la visita di Lucia e della madre Eutichia a Catania, presso la tomba della martire sant'Agata, cui la giovane era molto devota, per impetrarne la grazia della guarigione di Eutichia, che soffriva gravemente per un'emorragia inarrestabile. Secondo la tradizione, arrivate a Catania assistettero alla Santa Messa, durante la quale ascoltarono il Vangelo sulla guarigione dell'emorroissa; allora Lucia cadde in un sonno estatico, dove sant'Agata la avvisò della avvenuta guarigione della madre e le preannunziò il martirio. Lungo la strada del ritorno Lucia comunicò alla madre la decisione di seguire le orme di sant'Agata e vivere in castità; inoltre le chiese che le fosse data la parte di patrimonio ereditato dal padre che le spettava, per poterla distribuire ai poveri. Ella, dopo qualche resistenza, acconsentì, ma il promesso sposo di Lucia volle conoscere il motivo di quella inaspettata transazione di denaro; convinto da Eutichia che la ragione fosse un investimento fruttifero, il giovane tuttavia non si rassegnò, e vedendo spostato sempre più in avanti il matrimonio con Lucia decise di denunciarla al proconsole Pascasio in quanto cristiana. Arrestata, fu condotta in tribunale dove, durante il duro interrogatorio, professò coraggiosamente la sua fede in Gesù Cristo, e contrastò con la forza dello Spirito Santo tutte le accuse che le venivano mosse. Di fronte a tanta fermezza, Pascasio decise prima per la pena del postribolo, ossia che avrebbe fatto violentare la ragazza per renderla impura; la vergine, dal canto suo, rispose al proconsole che il corpo non poteva divenire impuro se lo spirito si manteneva casto. Il Signore rese Lucia miracolosamente inamovibile, tanto che né Pascasio, né i maghi da lui chiamati riuscirono a smuoverla per portarla nel lupanare. Allora il proconsole ordinò che fosse bruciata sul rogo, dal quale, tuttavia restò inconsunta. Esasperato, Pascasio la fece torturare con la spada; ma anche con la gola recisa Lucia continuava ad esortare i suoi fratelli, accorsi al patibolo, di anteporre i doveri verso Dio a quelli verso le creature. Solo con la decapitazione i soldati riuscirono a far tacere la sua voce; ma, come le era stato predetto da sant'Agata, la sua gloria divenne la gloria di Siracusa come quella di Agata fu per Catania. L'iconografia che la vuole patrona dei non vedenti, dove regge un piatto con gli occhi in una mano e nell'altra la palma segno del martirio, deriverebbe secondo alcune agiografie da una ulteriore tortura inflittale dopo la morte, ma più probabilmente deriva dal nome stesso, Lucia, che richiama alla luce, e non solo come senso della vista, ma anche e soprattutto come capacità di discernere il volere di Dio.
Il culto di santa Lucia non rimase circoscritto alla Sicilia; è certo che a Venezia esso fosse già diffuso a partire dal secolo XI, e d'altra parte l'affresco del nostro Duomo ne attesta la presenza nel XIV secolo. Altre testimonianze, poi, sono del XV secolo, quando era addirittura festività civile. La traslazione del corpo (da Costantinopoli a Venezia) sarebbe invece avvenuto durante la crociata del 1204, quando i veneziani la proclamarono compatrona della città; le spoglie della santa vergine e martire furono inizialmente collocate nella chiesa di San Giorgio, per poi essere spostate nel tempio di Santa Lucia, appositamente costruito dove ora sorge la stazione ferroviaria; solo nel 1863 esse furono traslate nella vicina chiesa di San Geremia, dove riposano tutt'ora.

Un augurio a tutte le donne che portano il glorioso nome di Lucia. E anche a tutti noi, perché in questo mondo dove costantemente siamo portati a rinunciare alla nostra fede, alla castità e a rinnegare il nostro Salvatore possiamo conservarci fedeli e casti nello spirito, per intercessione di santa Lucia. Il giorno 13 in Duomo sarà celebrata un'ulteriore santa Messa in Duomo alle ore 10:00, in aggiunta alle consuete Messe feriali.
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